AAS 35 (1943), p. 174

loro inni; ma alle loro parole quando mai hanno risposto i fatti o hanno
sorriso le speranze con la realtà? Inganni e delusioni ne provarono e
ne provano i privati e i popoli, che loro prestarono fede e li seguirono
per vie, le quali, lungi dal migliorare, peggiorano e aggravano le condizioni
di vita e di avanzamento materiale e morale. Tali falsi pastori
danno a credere che la salvezza deve procedere da una rivoluzione, che
tramuti la consistenza sociale o rivesta carattere nazionale.

Non rivoluzione sociale...

La rivoluzione sociale si vanta di innalzare al potere la classe operaia
: vana parola e mera parvenza di impossibile realtà! Di fatto voi
vedete che il popolo lavoratore rimane legato, aggiogato e stretto alla
forza del capitalismo di Stato; il quale comprime e assoggetta tutti,
non meno la famiglia che le coscienze, e trasforma gli operai in una gigantesca
macchina di lavoro. Non diversamente da altri sistemi e ordinamenti
sociali, che pretende di combattere, esso tutto raggruppa, ordina
e costringe in uno spaventevole strumento di guerra, che domanda
non solo il sangue e la salute, ma anche i beni e la prosperità del popolo.
E se i dirigenti vanno alteri di questo o di quel vantaggio o mir
glioramento conseguito nell'ambito del lavoro, menandone e diffondendone
rumoroso vanto, tale profìtto materiale non è mai che riesca un
degno compenso delle rinunzie a ciascuno imposte, che ledono i diritti
della persona, la libertà nella direzione della famiglia, nell'esercizio
della professione, nella condizione di cittadino, e in particolar modo
nella pratica della religione e fin nella vita della coscienza.

No, non è nella rivoluzione, diletti figli e figlie, la salvezza vostra;
ed è contro la genuina e sincera professione cristiana il tendere, — pensando
solo al proprio esclusivo e materiale vantaggio, che appare però
sempre incerto —, ad una rivoluzione che proceda dall'ingiustizia e dall
'insubordinazione civile, e il rendersi tristamente colpevoli del sangue
dei concittadini e della distruzione dei beni comuni. Guai a chi
dimentica che una vera società nazionale include la giustizia sociale,
esige una equa e congrua partecipazione di tutti ai beni del Paese; altrimenti
voi intendete che la Nazione finirebbe in una lustra sentimentale,
in un vaneggiante pretesto, palliativo di ceti particolari per sottrarsi
ai sacrifìci indispensabili a conseguire l'equilibrio e la tranquillità
pubblica. E scorgereste allora come, venuta meno al concetto di società
nazionale la nobiltà largitagli da Dio, le competizioni e le lotte
interne diventerebbero per tutti una temibile minaccia.

Testo dall'OCR della scansione vaticana; possono restare errori di lettura. Pagina nella scansione (PDF)

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