RIFORMISMO

RIFORMISMO. - Il r. non è una teoria né si appoggia a una particolare ideologia, ma un atteggiamento pratico, che riguarda il metodo da seguire nel promuovere il progresso delle istituzioni sociali. In opposizione alle tendenze rivoluzionarie, le quali

considerano l'ordine esistente come sorpassato o cattivo in tutti i suoi elementi e quindi si propongono di rovesciarlo con la violenza, per creare uno del tutto diverso, il r. lo ritiene sostanzialmente buono, sebbene difettoso in parecchi aspetti, e conseguentemente si prefigge di ottenerne il miglioramento mediante riforme graduali e metodiche. Preso in questo senso, esso è un atteggiamento coevo allo spirito umano, il quale nelle correnti moderate rifugge dagli estremi del conservatorismo angusto e del rivoluzionarismo sovvertitore. Può pertanto riferirsi a qualsiasi istituzione sociale, in seno alla quale l'ansia del progresso e la volontà di correggere i difetti conduce a promuovere riforme di struttura, lasciando sussistere quanto di buono esse contengono. Si sono avute, p. es., vivaci correnti riformiste nella Chiesa stessa, particolarmente nei tempi di decadenza disciplinare o del costume ecclesiatico, quali furono quelle diramatesi da Cluny e il movimento che si contrappose alla «riforma» protestante, che sotto Paolo III portò alla convocazione del Concilio di Trento.

Tuttavia dal sec. XIX in poi il r. ha acquistato un significato schietamente politico. Storicamente si può considerare come riformista il ILLUMINAZIONE (v.), che tanto influì sull'atteggiamento spirituale e pratico del sec. XVIII. La proclamazione e la divulgazione dei cosiddetti principi riformatori scatenò, è vero, una delle più grandi rivoluzioni mondiali, e nondimeno, se si eccettua il settore religioso, la loro applicazione non sovvertì del tutto l'ordine sociale, avendo tanto la dichiarazione dei diritti dell'uomo quanto la susseguente costituzione repubblicana mantenuto, sia pure sopra un piano razionalistico e agnostico, i diritti fondamentali dell'individuo, compreso quello di proprietà. Contro quest'ordine, in parte vecchio e in parte nuovo, si scagliarono le correnti rivoluzionarie.

Il secolo del r. fu il sec. XIX. Il Bentham ne introdusse il termine nella scienza politica e da allora si denominarono riformiste le correnti moderate dei più disparati indirizzi politici. Durante il Risorgimento italiano furono tali i neogueli e il Gioberti, che diede al r. una base storica, mentre al lato opposto, con atteggiamento rivoluzionario, si schierarono i radicali e i mazziniani. La tendenza penetrò nello stesso socialismo, operandovi la divisione tra comunismo rivoluzionario, al quale rimase legate le correnti più accese e più ligie ai principi del puro marxismo, e socialismo riformista, alieno dall'uso della violenza. La lotta tra le due tendenze ebbe riflessi non solo sulla politica interna ma anche sul piano esterno nelle varie internazionali (v. INTERNAZIONALISMO). Dalla storia si deduce, dunque, che il r. non è legato a nessuna particolare ideologia, ma può penetrare in tutte indistintamente o come elemento moderatore o come principio propulsore. È moderatore nelle correnti a tendenza rivoluzionaria, diventa propulsore in quelle conservatrici.

L'atteggiamento della Chiesa di fronte al problema sociale potrebbe molto bene essere definito riformista, sebbene il termine non sia di uso. Essa, infatti, riconosce che l'ordine sociale esistente non è perfetto e ha quindi bisogno di profonde innovazioni, che lo rendano più adatto a rispondere alle esigenze della vita moderna, con la creazione di nuove istituzioni e l'adozione di più adeguati provvedimenti, particolarmente riguardo all'organizzazione e retribuzione del lavoro e alla distribuzione più razionale della proprietà, per attenuare nei limiti del possibile le disparità sociali. Tuttavia ritiene che i miglioramenti auspicati non debbano essere conseguiti con la rivoluzione, ma con una sana e progressiva evoluzione. Autorevole espressione di questo atteggiamento è l'insegnamento di Pio XII nel discorso agli operai del 13 giugno 1943: «Non nella rivoluzione, ma in una evo-

RIFORMISMO - RIGA

applicazioni della legge: per la regione a est del Giordano BOSONE (v.) in Ruben, Ramoth Galaad in Gad e Golan in Manasse (Deut. 4, 41-43). Mosè ricordò poi l'obbligo di scegliere altre tre città nella parte ovest del Giordano (ibid. 19, 1-14), soggiungendo nuovi casi pratici di applicazione della legge: le città scelte di qua del Giordano furono Cedes in Nephthali, Sichem in Ephraim e Hebron in Giuda (Jos. 20, 1-9).

Questa disposizione è una delle singolarità ammirabili che elevano la legge mosaica, per spirito di moderazione e umanità, al disopra di tutti gli altri codici dell'antichità. L'istinto della vendetta del sangue, così potente nei popoli primitivi e in particolare tra i Semiti (anche oggi tra certe tribù beduine essa è come un dovere, che sarebbe viltà non adempiere) non poteva essere subito sradicato: Mosè in certo modo lo disciplinò, prescrivendo che essa avvenisse previo giudizio. Istituendo l'asilo presso l'altare per l'epoca del deserto (Ex. 21, 12-14), e, resosi questo insufficiente, nelle c. di r., vi pose un freno, che molte volte ne annullava gli effetti (cf. Num. 35, 25; ecc.).

BIBL.: J. Weismann, Talion und öffentliche Strafe im mos. Recht, in Festschrift Ad. Wach, Lipsia 1913, pp. 64-86; E. N. Hadad. Die Blutrache in Palästina, in Zeits. deut. Pal. Vereins, 40 (1917), pp. 223-251; N. M. Nikolsky, Das Asylrecht in Israel, in Zeitschr. f. alt. Wissenschaft, 48 (1930), pp. 146-75; M. Löhr, Das Asylgesetz im Alt. Test., Halle 1930; in generale cf. R. Thurnwald, in Rallex. der Vorgesch., I, pp. 250-255. Giovanni Rinaldi