RICCHEZZA. - Si dicono r. le cose utili, limitate e materiali. L'utilità e la limitazione della cosa s'intendono in senso soggettivo, rispetto ai bisogni dell'individuo. Le cose illimitate, per quanto utili, non sono r.
I. ASPETTO ECONOMICO-SOCIALE
La nozione di r. ha subito, nel corso dei secoli, variazioni profonde, in relazione al sistema economico predominante.Sostanzialmente esse si riconducono a tre fasi principali. Nell'età greco-romana, lo stato rudimentale della tecnica produttiva conferisce carattere di r. solo al possesso di beni immobili (case e terreni) e di quella particolare forma di capitale umano che è costituito dagli schiavi. L'attribuzione del carattere di r. alla terra, quale bene economico atto a produrre spontaneamente altri beni, si prolunga in tutto il periodo medioevale. Nei secoli più vicini all'età moderna, tuttavia, il diffondersi dell'artigianato manifatturiero con le sempre più progredite tecniche di lavorazione degli stessi prodotti naturali, operano un iniziale mutamento nella nozione di r.; essa si estende a comprendere anche i beni strumentali, cioè gli strumenti capaci di produrre o trasformare altri beni, nonché i materiali all'uomo occorrenti. Nell'età moderna, infine, la graduale e totale industrializzazione e meccanizzazione del processo produttivo ed i larghi margini di guadagno connessi a tale attività, trasferiscono in gran parte la nozione di r. dal possesso della terra a quello del capitale finanziario.
Ciò avviene tanto più decisamente quanto più detto capitale si trova accertato e dotato di più elevata redditività in relazione al suo potere di controllo e di supremazia sul mercato. In tal senso si parla di concentrazione della r. come di aspetto caratteristico dell'economia capitalista. Tale concentrazione è un prodotto inevitabile delle successive rivoluzioni industriali che dal Settecento ad oggi hanno richiesto una sempre più forte disponibilità di mezzi finanziari, una loro rischiosa immobilizzazione, una progressiva eliminazione dei detentori di quote minime di essi a tutto vantaggio dei più forti monopolisti.
I mezzi invocati e posti in atto per ovviare a queste risultanze negative dell'assetto economico sono vari e spesso contrastanti. È generale, tuttavia, la ove si ritiene di dover contenere, neutralizzare o eliminare tali risultanze, l'orientamento verso un controllo sociale sull'attività economica che impiega e produce la r., controllo
attuato o dai pubblici poteri, o dai gruppi economici e professionali dei cittadini.
Nella posizione estrema di questo atteggiamento critico si trova la dottrina marxista, con le sue conseguenze (PROPRIETÀ).
È tuttavia possibile (e storicamente sperimentato) l'assistenza sensibilmente ad un processo di formazione, distribuzione e impiego della r. che riduce al minimo le risultanze negative. Ciò avviene quando il reddito individuale e nazionale (cioè il flusso di beni e di servizi annualmente prodotto da una collettività ed espresso in moneta, il che equivale appunto alla nozione attuale più corrente di r.) si forma e si distribuisce nel quadro di una razionalizzazione della vita economica. I cardini di detta razionalizzazione, secondo la dottrina sociale cristiana, sono la continua riforma dei costumi e delle strutture: si tratta cioè di trovare strumenti e tecniche sempre più perfetti di produzione, distribuzione ed uso di beni e servizi (riforme di struttura e riforme dentro una determinata struttura) e di condurre gli uomini a usare nel modo migliore vantaggio della persona umana (riforma delle coscienze).
Ritornano qui, per quanto riguarda le riforme dentro le strutture e delle stesse strutture, tutti i problemi della produttività (dalla standardizzazione dei prodotti alle relazioni umane; alle varie forme di salario a incentivo, a squadre, proporzionale; partecipazione agli utili, ecc.), della riforma dell'impresa, sia mediante l'inserimento dei lavoratori nella proprietà dell'azienda (azionario operaio, ecc.), sia mediante il trasferimento della proprietà ai lavoratori (varie forme di cooperazione, prestito del capitale, ecc.), sia mediante l'avvio di forme associative (ad es., l'associazione capitale-lavoro); inoltre tutti i problemi di riforma della stessa economia di mercato, con il passaggio dal liberismo economico all'economia diretta (economia di piano nelle sue diverse accezioni); e infine tutti i problemi di distribuzione della r. prodotta, sia sul piano aziendale (equa ripartizione della r. fra coloro che hanno concorso a produrla), sia sul piano nazionale (problemi di distribuzione del reddito nazionale, problema tributario, problema della sicurezza sociale ecc.), sia sul piano internazionale (problema delle materie prime, dello scambio di informazioni, delle zone depresse, ecc.).
Per quanto riguarda, invece, la riforma delle coscienze ritorna il problema delle esigenze del diritto naturale e del diritto rivelato (problemi dello sviluppo della sfocia e della teologia morale), con tutti i mezzi assodati dalla tradizione cristiana e offerti dal continuo progresso umano. Perciò «tornerà agevole scorgere — come dice Pio XII (Radiomessaggio per il cinquantenario della Reum novarum) — che la r. economica di un popolo non consiste propriamente nell'abbondanza dei beni, misurata secondo un computo puro e prezzo materiale del loro valore, benni in ciò che tale abbondanza rappresenti e porga realmente ed efficacemente la base materiale bastevole al debito sviluppo personale dei suoi membri. Se una simile giusta distribuzione dei beni non fosse attuata o venisse procurata solo imperfettamente non si raggiungerebbe il vero scopo dell'economia nazionale; giacché per quanto soccorresse una fortunata abbondanza di beni disponibili, il popolo, non chiamato a partecipare, non sarebbe economicamente ricco, ma povero».
II. ASPETTO RELIGIOSO-MORALE
Qui due punti sembrano interessare maggiormente il problema della r.: la connessione fra r. e vita morale nel Vecchio e nel Nuovo Testamento (dottrina della retribuzione nella Rivelazione cristiana); valore morale della r.1) L'idea di retribuzione nei primi libri del Vecchio Testamento tende ad assumere un carattere immediato e terreno; l'affermazione che il bene sarà premiato e il male punito tende a tradursi in queste altre; il bene sarà premiato immediatamente, in questa vita, anzi addirittura materialmente; il male sarà punito immediatamente, in questa vita, anzi addirittura materialmente. Si vedano, ad es., il cap. 26 del Lev. e il cap. 28 del Deut.: «Se camminere nei miei precetti e osservere i miei comandamenti e i mettere in pratica, io vi manderò le piogge nei loro tempi, e la terra darà il suo prodotto...» (Lev. 26, 3-4; cf. anche la storia di Giobbe e i capp. 3 e 4 della
Sapienza). Da qui una singolare concentrazione della povertà e della r., come se quella fosse la controprova di una situazione di interna immoralità e questa, a sua volta, controprova di interiore bontà morale: il povero tende ad essere identificato con il cattivo e con l'abbandono da Dio; il ricco tende ad essere identificato con il buono e con il protetto da Dio.
Le cose cambiano notevolmente man mano che ci si avvicina al Nuovo Testamento e, in ogni caso, con questo. L'idea della corrispondenza fra bene e premio, male e infelicità è fortemente sottolineata; non però necessariamente nel senso di corrispondenza immediata, tanto meno materiale (cf., per es., la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone; il primo fa bene e pure in questa vita soffre; il secondo fa male e pure in questa vita non manca di nulla: Lc. 16, 20 sgg.). Viene così a poco a poco abbandonata l'idea della r. come premio del bene fatto e della povertà come castigo del male compiuto: l'una e l'altra sono presentate come condizioni che possono accompagnarsi tanto alla virtù quanto al vizio, situazioni di cui si può usare ed abusare.
2) Per il rapporto fra r. e morale occorre precisare maggiormente il concetto di r. ed esaminare quindi il comportamento storico del ricco. La r. potrebbe essere definita o in funzione dell'entità, tradotta oggi solitamente in moneta, dei beni che si posseggono, oppure in funzione dell'utile che ne viene al proprietario. Nel primo senso r. si identifica con una massa considerevole di beni; nel secondo senso si identifica con abbondanza di disponibilità e economiche. In questa abbondanza di disponibilità economiche entrano due componenti: a) la quantità degli utili percepiti in un dato periodo di tempo (p. es., un mese, un anno); b) la capacità a perdurare nel tempo.
La seconda componente è la più importante. Anche un utile fortissimo può non rappresentare una r., se non fondato in modo che non durerà affatto o assai difficilmente; all'opposto anche un utile non è necessario più rappresentare una vera e propria r. se si ha morale sicurezza di lunga durata. Ora, parlando in concreto, la r. nel senso indicato, si comporta sostanzialmente nei modi seguenti: a) stimola più facilmente e più frequentemente all'ozio che al lavoro. Che sia veramente così risulta ampiamente dalla storia; perché lo sia discende ovviamente dallo stato di r. Che stimolo al lavoro può avere il ricco? Comunque vadano le cose, essendo il suo reddito sicuro, avrà sempre più del necessario. Perché logorarsi l'esistenza per accrescere il proprio patrimonio e il proprio reddito? Né si opponga la figura dell'avoro con la sua inasistenza brama di accrescere i beni: innanzi tutto egli non rappresenta la regola, ma l'eccezione; e poi intanto egli lo fa, in quanto (per malattia o per colpa) non si ritiene abbastanza sicuro, ossia non è ricco. Il suo atteggiamento nasce dalla convinzione di non essere ricco, non da un comportamento della r. diverso da quello descritto.
In altro modo si potrebbe dire: la r. stimola fortemente alla ricerca e al godimento del piacere (cf. Lc. 12, 17-19). Ed è inevitabile che nella ricerca dei piaceri sia più forte il richiamo dei godimenti terreni (cf. Mt. 13, 17-22); b) costituisce spesso un incentivo al vizio ed uno strumento di oppressione della libertà altrui. Chi possiede l'oro in misura notevole può aprire quasi tutte le porte. La consente quindi, sempre concretamente e storicamente parlando, di fare anche quello che la morale e le leggi non sempre permettono. D'altra parte, per lo stesso motivo, la r. permette anche di dominare talvolta la volontà altrui, piegandola facilmente al proprio desiderio; c) rende più difficile la fiducia confidenziale di Dio. È noto che il ricco a lui è tanto più facile quanto maggiore è la percezione della propria insufficienza. Se ne ha una prova nella maggior ragione di la facoltà e del vecchio in confronto con l'uomo adulto, dei popoli primitivi in confronto con i popoli civili, dei momenti di pericolo individuale (p. es.: malattie) o collettivo (p. es.: guerra) in confronto con i momenti di tranquillità. Altrattanto va detto per le condizioni economiche. Chi non ha la vita sicura è più portato a riconoscere che tutto dipende da Dio, che non possiamo far nulla senza il suo aiuto e la sua protezione. Per il ricco invece il necessario e addirittura il superfluo arrivano a scadenza fissa, spesso nella forma nota del biglietto di banca o dell'assegno, quasi con la regolarità dei fenomeni atmosferici e la sicurezza dei fenomeni fisici, onde ha l'impressione che per lui l'avvenire sia nelle sue mani. La controprova è in certa religiosità che si nota nei detentori della r. quando le nubi si profila all'orizzonte e non si vede altro mezzo per allontanare all'infuori dell'intervento divino: allora il sentimento religioso rinasce e l'invocazione a Dio diventa quasi spontanea. Si può quindi dire: pur non essendo in se stessa cattiva, la r. costituisce di fatto, concretamente e statisticamente parlando, un'occasione di male. In particolare la r. ha un comportamento antitetico ai motivi per cui si difende, nella tradizione cristiana, l'istituto della proprietà privata. Ne costituisce non un'incarnazione, ma una corruzione.
Essendo un pericolo per la vita morale, un incentivo a venir meno ai propri doveri, ognuno deve evitare di mettervi dentro; deve cercare, per quanto gli è possibile, di uscire, e, quando si avessero motivi per non farlo, si deve cercare in tutti i modi di neutralizzare le conseguenze cattive che la r. normalmente porta con sé. Ciò va detto soprattutto per coloro che nella r. si trovano senza fatica personale, in virtù di eventi più o meno fortuiti (sconvolgimenti sociali, guerre, discendenza, ecc.): essi in modo particolare dovranno ricordare che, se si trovano in una condizione «umanamente» invidiabile, sono «cristianamente» in una condizione pericolosa. In questo senso si debbono intendere i frequenti allarmi di Cristo contro la r. Gesù è vissuto in una struttura economico-sociale fondata sul regime di proprietà privata e non l'ha condannata; anzi ha condannato il furto (cf. Mt. 19, 18 e paralleli). Ha insegnato ripetutamente che la r. può essere uno strumento di bene e di vita eterna (cf. la parabola dei dieci talenti, l'episodio della Maddalena, ecc.). Le r. però non sono il bene più grande (cf. Mt. 16, 26). Anzi sono un pericolo talmente grave che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Mt. 19-24). L'accorato richiamo contro i pericoli della r. non significa quindi per ciò stesso esaltazione della povertà come tale (cf. Prov. 30, 8-9).
È possibile ora rispondere ad un'obbiezione che facilmente può sorgere, che l'atteggiamento cristiano contro la r. costituisce un ostacolo al progresso. Facciamo osservare innanzitutto che per noi il progresso è avvicinamento all'ideale umano e alle condizioni per poterlo attuare davvero; per tale ideale e per l'avvicinamento ad esso i beni sono una componente, non l'unica, né la più importante; e che la diffidenza cristiana verso la r. nasce proprio dal fatto che essa, anziché costituire uno stimolo al lavoro, costituisce un incentivo all'ozio, ossia dal fatto che, anziché agire in funzione produttivistica e progressista, operi in senso antiproduttivistico e addirittura regressista.