RISPARMIO. -
I. NOZIONE
È la differenza positiva tra reddito e spese (nel caso di un'azienda si identifica con il profitto). Esso nasce e s'incrementa in due modi: a) accrescendo il reddito; b) riducendo le spese. La prima via richiede genialità, iniziativa, oculatezza, operosità, ma anche un crescente impiego di capitali fissi e circolanti; la seconda via, oltre a una gestione prudente che elimini ogni sperpero, richiede rinunce e limitazioni nei consumi: le quali però, oltre un certo limite, incidono sulla produttività stessa e annullano il r. Le due forme debbono coesistere, addicendosi la prima piuttosto alle classia entrate variabili, e la seconda piuttosto alle classi a entrate fisse: e integrandosi necessariamente, in quanto nessuna delle due ha carattere di norma universale. Né la prima forma (di r. produttivo) riuscirebbe infatti ad attuarsi senza i capitali forniti dalla seconda, né questa (il r. astinenza) potrebbe generalizzarsi senza provocare gravissime crisi come conseguenza della riduzione dei consumi.
La connessione, perciò, che viene d'ordinario stabilita tra i concetti di r. e di sacrificio, è relativa: si tratta di una preferenza data al consumo produttivo (detto anche consumo di r.) nei confronti del consumo di godimento, in base a calcoli di convenienza nei quali entrano elementi morali, previdenziali e speculativi.
Il risparmiatore, con il «mettere da parte» le cose risparmiate per tesaurizzarle, o per trasformarle in strumenti di nuova produzione (capitali) sia direttamente, se egli è al tempo stesso imprenditore, sia prestandole ad altri contro interesse o reddito, dimostra che le cose medesime costituiscono per lui, attualmente, il «superfluo»; quello che, secondo il Vangelo, deve tornare ai poveri per la via normale dell'impiego produttivo dei capitali, fonte di nuovo lavoro e di nuovo r., oppure per le vie straordinarie della carità (elemosine, donazioni e assistenze varie). L'atto del risparmiatore precisa dunque nella pratica i concetti di necessario e di superfluo, soggettivi e indefiniti in teoria.
II. TRASFORMAZIONE DEL R
La trasformazione del r. in strumenti di nuova produzione e quindi di reddito (case, officine, porti, ferrovie, macchine, materie prime, brevetti ecc.) costituisce una funzione di capitale importanza dell'economia, detta appunto perciò «funzione capitale»: onde le denominazioni di «capitale» data al r. così trasformato, di «capitalista» al risparmiatore che ha compiuto la trasformazione, e di «capitalismo» al sistema economico che riconosce a proprio fondamento la funzione capitale (oggi però tale parola viene usata in senso dispregiativo, per designare forme eccessive e patologiche del sistema, gravanti con i loro effetti economici e morali sulla vita sociale).Il r., come saldamente legato alla libera scelta tra un consumo immediato di godimento e un consumo produttivo, è un atto di volontà, quindi un atto morale: infatti esso dipende dalla operosità, dall'intraprendenza e generosità (prevalenti nella prima delle forme considerate sopra), dalle virtù della prudenza, dalla temperanza e dalla rinuncia (prevalenti nella seconda forma). Dove tali qualità e virtù hanno scarso pregio, il r. non si forma nella quantità annualmente necessaria, e la vita economica langue. I popoli forti, che hanno fondate saldamente le loro fortune, furono sempre popoli risparmiatori; e così gli individui, le famiglie e le aziende.
III. IL R. NELLA SUA FORMAZIONE E IMPIEGO. - Il r., nella sua formazione e nel suo impiego, è frutto anche di una cultura specifica e del grado di capacità contrattuale del risparmiatore, manifesti specialmente nella scelta degli investimenti. È in particolare la preoccupazione dei rischi e della svalutazione che tarpa le ali alla iniziativa, e fa preferire i consumi di godimento o la tesaurizzazione, oppure gli impieghi indiretti, a breve scadenza e socialmente meno utili. Ciò è deleterio per la vita economica, la quale può elargire il benessere dovuto al progresso, e mantenere ad alti livelli la domanda di lavoro e la sua remunerazione, unicamente se alimentata annualmente dalle masse di nuovo r. occorrenti almeno ad occupare i nuovi lavoratori (occorrono in media a milioni di lire per ogni unità lavorativa), bene distribuite tra capitali fissi e circolanti e tra i vari rami d'industria. Altrimenti si verificano i noti fenomeni di sovrapproduzione, con conseguente diminuzione dei salari reali e quindi dei consumi, onde i produttori cessano a poco a poco di produrre e di risparmiare.
Come sempre, anche questa esigenza scientifica e pratica dell'economia è preannunciata in un precetto evangelico, la parabola dei talenti, che fa del buon uso del r. un obbligo morale, collegato con l'altro del ritorno
del superfluo ai poveri che lo resero possibile con il loro lavoro, pur non essendo essi in condizione di risparmiare.