ROMAGNOLI, Augusto. - Apostolo della nuova educazione dei ciechi, n. a Bologna il 19 luglio 1879, con una congiuntivite che gli fece perdere la vista dopo alcuni giorni, m. a Roma l'8 marzo 1946.
A cinque anni entrò nell'Istituto dei ciechi a Bologna, e quindi riuscì a seguire gli studi classici alle scuole pubbliche, conseguendo, a 21 anno, la licenza liceale. A 19 anni si sentì portato a pubblicare un programma di riforma della educazione impartita ai ciechi; e studian-done in se stesso la psicologia raccolse le sue osservazioni e deduzioni nella tesi di laurea in filosofia (1905), pubblicata poi con il titolo Introduzione all'educazione dei ciechi. Da allora il R. dedicò la vita intera alla missione di rendere i ciechi uomini tra gli uomini. Durante il V Congresso nazionale dei ciechi in Roma (dic. 1906), passò a una vigorosa affermazione dei suoi principi, che suscitò molte risonanze e lo pose già in vista come il banditore della redenzione dei ciechi. Nell'articolo Dalla pietà alla scienza. I ciechi non saranno infelici (Nouva Antologia, 1° luglio 1908) sostenne la necessità che l'educazione dei ciechi partisse dal concetto, non di lenire una sventura irreparabile, ma di sanarla, facendone prendere massima coscienza a coloro che ne sono colpiti, perché apprendano a trarne tutti gli ammaestramenti e le segrete risorse con i numerosi compensi fisici, intellettuali e morali che l'educazione deve sviluppare. Intanto offriva se stesso quale esempio di come un cieco, educato secondo questi principi, potesse vivere e lavorare tra i vedenti, ottenendo di potere - primo tra i professori ciechi - insegnare ai veggenti, nella cattedra di filosofia a Massa (1908), a Rieti (1911), a Lanciano (1920). E giunse fra l'altro a fondare la Società degli insegnanti ciechi italiani, di cui divenne presidente (1910).
Nel 1912 la regina Margherita incaricava di condurre, nell'ospizio Margherita di Savoia per i ciechi in Roma, un esperimento della nuova educazione da lui propugnata. Passò poi ad applicare il suo metodo nella Casa di rieducazione dei ciechi di guerra. Con l'aiuto di Carlo Delcroix ed Aurelio Nicolodi ottenne, nel 1923, la legge sull'obbligo scolastico per i fanciulli ciechi; nel 1924 l'incarico di condurre una ispezione a tutti gli istituti dei ciechi italiani e di formulare un progetto di riforme, da cui nacque la Ordinanza sulla Istruzione elementare dei ciechi, che fu promulgata nel giugno; e quello di organizzare e poi dirigere la R. Scuola di metodo per gli educatori dei ciechi in Roma, in cui rimase fino alla morte, coadiuvato dalla consorte dott. Elena Coletta. Pubblicò nel volume Ragazzi ciechi (Bologna 1924) una relazione dell'esperimento educativo condotto dal 1912 al 1916 e in 2a ed. l'opera fondamentale Introduzione all'educazione dei ciechi, con notevoli aggiunte e il nuovo titolo di Pagine vis-sute di un educatore cieco (1943).

Ebbe fede cattolica profonda, cosciente, fin dalla prima gioventù, avendo considerato il problema religioso come primo da risolvere fra tutti i problemi che si presentano alla cecità; vita strettamente coerente alla fede professata: in tutti i momenti e in tutti gli ambienti.
BIRL.: G. Fabbri.

che intercorrono tra le azioni umane e i loro effetti utili o nocivi. L'ordine morale è l'"ordine di ragione" costruito sull'ordine naturale; il diritto naturale però non è, per il R., eterno e immutabile: esso è "tanto esteso, tanto largo, tanto moltiplicato, quanto sono ampie, estese e variate le necessità non artificiali ma naturali, vale a dire quelle che sono indotte dalla forza stessa della natura, sia in perpetuo, sia in dati tempi e luoghi" (Rag- guaglio storico e statistico degli studi di diritto germ. e nat. in Allemanza, § 2, loc. cit., p. 552). L'ordine di ragione varia secondo il variare delle relazioni tra i fatti; data però una di queste relazioni, il diritto che vi corrisponde è di ragione necessaria.
Il R. fu uno dei primi assertori del principio di nazionalità; e l'"etnicarchia", com'egli dice, è alla base della sua dottrina costituzionalistica. Nel campo del diritto penale egli, in accordo con il suo fondamentale determinismo naturalistico, prescinde dal libero arbitrio, e intende la pena esclusivamente come difesa della società, concependola come "forza re- pellente" che deve essere opposta alla "forza imple- lente" costituita dai motivi che inducono l'uomo al delitto, in modo da neutralizzarsi.