La sovranità papale sulle R., riconosciuta esplicitamente e definitivamente nel 1278 da Rodolfo I d'Asburgo al papa Niccolò III, durò soltanto sino alla cattività avignonese del papato, quando i tiranni romagnoli rialzarono la testa. Il card. Bertrando del Poggetto, inviato da Giovanni XXII a ricostituire l'autorità pontificia, fu in un primo tempo generalmente riconosciuto, ma poi, sconfitto dagli Estensi (1333) e sollevatasi Bologna, perdette quanto aveva prima riacquistato. Più tardi Innocenzo VI mandò in Italia, nuovo legato, il card. Egidio Alvarez Albornoz (1353), che riprese con tenacia la lotta contro i signorotti romagnoli, li vinse e trasformò in servitori della Chiesa, confermò e richiamò in vita le libertà comunali; restaurò il dominio temporale, che riordinò con le famose Constitutiones Aegidianae
(Fano 1357), rimaste in vigore fino al principio del sec. XIX. Morto l'Albornoz a Viterbo (1367), le rivolte si ripeterono, anche se in forma diversa, e la R. fu insanguinata da straniere compagnie di ventura; ebbe tuttavia il vanto di dare con Alberico da Barbiano, con Attendolo Sforza e il figlio Francesco i primi condottieri vittoriosi alle armi italiane. Il card. Anglico de Grimaud, fratello di Urbano V, compilò la Descriptio Romandiolae facta a. 1371, che è una statistica completa della regione.
Con Alessandro VI, Cesare Borgia occupò Imola e Forlì, invano difese da Caterina Sforza. Nominato gonfaloniere della giustizia (marzo 1500) e poi duca di R. (maggio 1501), raccolse e organizzò un esercito con valenti capitani e si impossessò successivamente di Cesena, Pesaro, Rimini e Faenza, il cui signore, il giovinetto Astorre Manfredi, fu da lui fatto barbaramente uccidere in Castel S. Angelo, mentre Caterina Sforza, signora di Forlì, fu salva solo per l'intervento di Luigi XII. Cesare, alleatosi
con la Francia, ed aiutato da Alfonso I d'Este, stava per accingersi a nuove conquiste, quando l'improvvisa morte di Alessandro VI (18 ag. 1503) troncò i suoi ambiziosi disegni.
I Veneziani, sempre vigili da Ravenna (dove si erano insediati nel 1441), occuparono Rimini e Faenza ed altre terre. Il 15 marzo 1505 per un accordo con Giulio II, essi pur conservando Ravenna, Cervia, Faenza e Rimini con il loro territorio, restituirono alla Chiesa le altre terre da lei tenute. Da Bologna, tornata, fuggiti i Bentivoglio (1506), alla Chiesa, Giulio II si unì alla Lega di Cambrai stretta da Luigi XII di Francia e Massimiliano I d'Austria (10 ag. 1508), e recuperò Ravenna, Cervia e Rimini. Quando il Pontefice preparò la Lega santa (15 ott. 1511) contro i Francesi, Bologna, Ferrara e l'esule Pandolfo Malatesta si schierarono per la Francia. La R. fu percorsa dall'esercito spagnolo e dalle forze francesi, il cui comandante, Gastone di Foix, si trincerò sulle rive del Ronco. Qui l'11 apr. 1512 fu combattuta la famosa battaglia di Ravenna ed i Francesi, rimasti padroni del campo, spietatamente saccheggiarono la città. Col declinare della fortuna francese in Italia, Clemente VII si riavvicinò a Carlo V (Patto di Barcellona 1529), che si impegnò a scacciare da Ravenna i Veneziani, rientrativi nel 1527. Venezia, rappacificatasi con Roma, restituì definitivamente alla Chiesa Ravenna con Cervia nel 1529. Con il recupero di Ferrara nel 1598 alla morte di Alfonso II, ultimo erede legittimo degli Estensi, la R. intera è sotto l'obbedienza del Papato entro i più larghi confini ad essa assegnati da Dante, (Purg., XIV, 92) tra «il Po, il monte, la marina e il Reno». Comincia per essa un nuovo periodo storico (1598-1797), in cui le fazioni non sono del tutto spente e sotto i vecchi nomi di guelfi e ghibellini sfogano i loro secolari rancori.
Nel febbr. 1797 le truppe rivoluzionarie si irradiano nelle R., accolte con i primi albori della libertà. Nella Pace di Tolentino (19 febbr. 1797), Pio VI rinunciò al versante appennino-adriatico dei suoi Stati, che entrarono nella nuova Repubblica cisapadana, la cui capitale fu Bologna. Con la Cisapadana le R. passarono alla Repubblica cisalpina, poi alla Repubblica italiana ed infine al Regno d'Italia. La R. fu divisa dai Francesi nei tre dipartimenti del Reno (capit. Bologna), del Basso Po (capit. Ferrara) e del Rubicone (capit. Forlì), che, sotto il Regno italico, furono trasformati in prefetture. Le truppe austriache, che avevano occupate le R. nei primi anni della seconda coalizione, vi fecero il loro ritorno con il generale Nugent (1813-14). Nel febbr. 1814 vi comparvero, alleati all'Austria, i soldati napoletani di Gioacchino Murat, a cui subentrarono di nuovo gli austriaci quando il Murat si schierò contro gli alleati di prima, e con il proclama di Rimini (30 marzo 1815) proclamò l'indipendenza e l'unità d'Italia.
Il Congresso di Vienna restaurò il potere pontificio anche nelle R., non senza la resistenza dell'Austria. Pio VII vi ricostituì le tre antiche legazioni di Ravenna, Bologna e Ferrara, suddivise nelle due delegazioni di Bologna e Ferrara e nelle due legazioni di Ravenna e Forlì.
La Rivoluzione di Napoli (1820) e quella del Piemonte (1821) non ebbero che una fievole eco in R. Una più forte ripercussione vi trovò invece quella di Parigi del luglio 1830. Durante le sede vacante, da Bologna, Forlì e dalle altre città fino ad Ancona furono deposte le autorità pontificie; a Bologna fu proclamato decaduto il potere temporale e istituito il governo provvisorio delle « Provincie unite italiane ». In aiuto del nuovo papa Gregorio XVI si mosse l'Austria; presso Rimini (25 marzo 1831) le milizie del gen. Carlo Zucchi furono disperse. Gli Austriaci, con il pretesto di nuovi tumulti liberali, rientrarono nelle legazioni (1832) ove rimasero fino al 1838, mentre i Francesi, col pretesto di equilibrio, occuparono Ancona. Ritiratesi le truppe abburgiche, ripresero le agitazioni nelle R. sempre irrequiete (moti del 1843 e del 1845). La insurrezione riminese offrì a Massimo d'Azeglio l'occasione per l'opuscolo su Gli ultimi casi di R. (genn. 1846).
La politica liberale di Pio IX fu salutata in R. con entusiasmo. Proclamata il 9 febbr. 1849 la Repubblica romana, essa trovò seguito in R., ma, verso la fine dello stesso mese, tornarono gli Austriaci, i quali, sebbene il Cavour al Congresso di Parigi (1856) avesse proposto la abolizione dell'occupazione militare negli Stati pontifici, lasciarono le R. solo dopo la battaglia di Magenta (11 giugno 1859). Vi cessò allora definitivamente il dominio papale; un governo provvisorio proclamò la dittatura di Vittorio Emanuele II. Fu subito inviato commissario regio Massimo d'Azeglio, che prese residenza a Bologna, sostituito in seguito all'armistizio di Villafranca con il col. Leonetto Cipriani, il quale assunse il titolo di governatore generale delle R., fino a quando queste si unirono con gli ex ducati di Modena e Parma sotto L. C. Farini, nominato « dittatore della Emilia ». Con il plebiscito dell'11-12 marzo 1860 l'Emilia, insieme con la Toscana, decretò la propria annessione al Regno di Vittorio Emanuele II. La R., congiuntasi così al Regno d'Italia, ne condivide da allora la storia.
III. REGIONE CONCILIARE
Ha il titolo di Regione Flaminia (Regio Flaminia). Si presenta a guisa di un triangolo rettangolo, il cui lato più lungo è formato dall'Appennino ed i minori rispettivamente dal Mare Adriatico e dal Po; abbraccia parte dell'Emilia.Ecclesiasticamente comprende tre arcidiocesi: Ferrara, Bologna e Ravenna; nove diocesi: Bertinoro, Cervia, Cesena, Comacchio, Forlì, Faenza, Imola, Rimini e

(fot. Emili)
Bologna è sede del tribunale (Tribunale della Via Flaminia) di prima istanza nelle cause di nullità matrimoniale, con appello a Venezia. Detto tribunale esercita la sua giurisdizione anche su quella parte del territorio della Repubblica di S. Marino che appartiene alla diocesi di Rimini. A Bologna v'è inoltre la sede del Pontificio seminario regionale romagnolo, fondato da Benedetto XV; ma non tutte le diocesi inviano i loro alunni a Bologna. Civilmente la Regione conciliare romagnola comprende quattro province: Ferrara, Bologna, Ravenna e Forlì. L'ultimo Concilio plenario della regione fu celebrato il 27 sett. 1932.
IV. ARTE - Strettamente connessa alla Emilia (v.) è l'arte della R. Essa tuttavia ha anche diretti e immediati rapporti con quella dell'arte fiorita in Umbria, nelle Marche, nella Toscana e della bassa valle del Po.
L'architettura preromanica del territorio dell'antico esarco ravennate, derivante dai temi bizantini e tardo romani apparsi a Ravenna nei secc. v e vi e collegata agli sviluppi delle forme architettoniche della valle padana, come anche i caratteri della scuola pittorica romagnola, o riminese che dir si voglia, del xiv sec. lo testimoniano ampiamente per il medioevo.
E così avvenne pure durante il Rinascimento quando Leon Batt. Alberti ed Agostino di Duccio fiorentini, Piero della Francesca aretino e Matteo de' Pasti veronese contribuirono a creare a Rimini quel tempio Malatestiano che è una delle opere più insigni ed armoniche del sec. XV. In diretto e costante rapporto con l'arte fiorente a Bologna
è l'arte della R. durante l'età barocca, mentre sul finire del sec. XVIII e nel corso del XIX soprattutto per opera di Felice Giani, pittore dell'età neoclassica, faentino di elezione se non di nascita, e di Tommaso Minardi, riconosciuto capo del « purismo » in Italia, la R. testimoniava una notevole indipendenza dall'ambiente artistico bolognese.
Emilio Lavagnino
V. FOLKLORE
Il carattere singolare del folklore in R. è dato dall'incontro di due diverse tradizioni: padana e italica. Questo dimorfismo è stato rilevato per la casa rurale, le cui forme principali sono raggruppabili in due tipi, emiliano e italico; e anche in altri campi: per es., riguardo ai trasporti agresti, il carro a quattro ruote, decorato a fiori, simile a quello piemontese, che predomina a occidente del Savio, e il carro a due ruote con le fiancate dipinte, in uso nella zona riminese-cesenate. Con la stessa decorazione a motivi floreali sono dipinte le castellate, speciali botti oblunghe che servono per il trasporto dei mosti. Altre espressioni caratteristiche dell'artepopolare sono le ceramiche rustiche: piatti, vasi, orci, e in particolare la mezzina o mezzetta, recipiente dai larghi fianchi vivacemente dipinti a fiorami e con scritte scherzose d'invito a bere, e il gotto, che è il bicchiere tradizionale. Ma l'arte rustica raggiunge il massimo di originalità nella industria delle tele stampate a ruggine, dai vari motivi decorativi, secondo che siano coperte da tavola, da letto, o destinate alle groppe dei buoi. Sui tappeti a ruggine, come sulle fiancate dei plaustri, vengono spesso riprodotte le immagini di s. Giorgio e s. Antonio abate, che sono tra i santi più venerati. Notevole è pure la devozione per la Madonna del Fuoco di Forlì, la cui festa (4 febbr.) è avvivata da grandi fuochi, e per la Madonna del Monte di Cesena, nel cui santuario si conservano antichi e bellissimi ex-voto dipinti.
Delle credenze e costumanze che segnano i cicli dell'uomo e dell'anno si riferiscono le più comuni. Alla donna incinta si vieta di scagliare sassi ad una noce e di attraversare briglie o cavezze d'animali. Fortunatissimo si ritiene chi nasce con la « camicia ». Quando due fidanzati tengono un bambino a Battesimo, non possono sposarsi prima di un anno e tre giorni, perché credono che con quella funzione siano diventati parenti. La figura del bracco o intermediario di matrimonio è assai diffusa; tra le cerimonie di fidanzamento va segnalato il toccamano, che ripete l'antica dextrarum coniunctio. Stando gli sposi inginocchiati sullo sgabello in chiesa, terminato il rito, la sposa non si alza finché la madre, o in sua assenza una persona incaricata (filippa), non l'abbia tirata per la veste. Passati 8 giorni di convivenza matrimoniale, la sposa ritorna alla casa paterna, ove dimora per altri otto giorni (rivoltaglio o ritornello). Sono preavvisi di morte l'addormentarsi nel giorno di Pasqua e il cadere in chiesa.
Caratterizzano il ciclo dell'anno alcune usanze e feste, di origine e significato agreste, che la R., regione eminentemente agricola, ha conservato e spesso ravvivato. Nella vigilia di Natale i contadini incendiano un grosso ceppo (chi brucia il più grosso, ammazzerà il più grosso maiale), che deve ardere tutta la notte, e talvolta sino all'Epifania; la mattina di Natale spargono nel vigneto i carboncelli spenti, sementa di grazie, e conservano gli avanzi del tronco bruciato, per scongiurare la
grandine e i temporali. Il primo giorno dell'anno sono attenti a notare la persona che incontrano per prima, desumendone, secondo che sia un benestante o un povero, un giovine o un vecchio, preludio fausto o funesto. Si crede che la notte dell'Epifania gli animali parlino. I giovani vanno di casa in casa a cantare la pasquella, per ricevere doni. L'ultima sera di carnevale si mangia la gallina più vecchia del pollaio, altrimenti tutte le altre moriranno. La festa della Mezzaquaresima (Segavecchia) si svolge con maggior sfarzo a Forlimpopoli e a Cotignola:
un grande fantoccio, adornato di collane di frutta secche, viene segato, tra gridi festosi, e cadono le frutta, accanitamente contese dai ragazzi. Dell'antico dramma sacro sono rimaste anche in R. varie tracce nei riti della Settimana Santa: la più importante è la festa del Signor morto a Modigliana. Particolari virtù curative si attribuiscono alla guazza della notte di s. Giovanni, segnatamente per i rognosi che, all'alba, si rivoltano nudi sull'erba. Questo giorno è anche propizio per i presagi.
L' 11 nov. (s. Martino) è la festa della svinatura.
I canti popolari per la maggior parte non sono di origine romagnola: vi hanno però assunto un certo carattere locale, rilevabile nei vari nomi che prendono secondo gli argomenti e le occasioni e un particolare colore dialettale che costituisce la lingua poetica propria dei canterini romagnoli. La poesia lirica comprende i canti a la stesa (canzoni a distesa), che così variano nel nome: canti a la biogga (alla bifolca), canti a la rastladora o a la sfujadora (della rastrellatura e della sfogliatura), e nel ferrarese rumanelli (romanelle). La poesia narrativa comprende due gruppi, che rappresentano la confluenza di due tradizioni: il primo è dato dalle canzoni epicoliriche di tipo franco-provenzale formate di strofette brevi col ritornello più o meno complicato (p. es., La donna lombarda); l'altro è dato da leggende, per lo più sacre, provenienti dall'Italia centrale, in lasse di endecasillabi rimati o assonanzati (per es., S. Alessio): vengono chiamate urazión e recitate dai mendicanti di campagna. Ricco è anche il patrimonio di fiabe e racconti, indovinelli e proverbi.
Delle antiche danze popolari sopravvivono il saltarello, il trescone, i balli bergamaschi, e nell'alta valle del Savio il ballo della mela: si eseguono, di solito, a carnevale e durante i lavori agricoli, tra i quali particolare carattere festoso assumono per i fidanzati la sfogliatura del granturco e la gramolatura della canapa e del lino. Scompare sono le fogge di vestire tradizional
i. L'antico contadino romagnolo portava in capo la galoza, berretto di feltro o di pelo, a corno, indossava un vestito di rozzo panno marrone o turchino e d'inverno si avvolgeva nel mantello a due facce (caparèla)
Vedi tavv. LXXV-LXXVI.popolari romagnoli, in Poesia e vita di popolo, Venezia 1946, pp. 136-54; C. Piancastelli, Saggio di una bibl., delle trad. pop. della R., Bologna 1933; L. Gambi, La sua rurale nella R., Firenze 1950; R. tradizionale, a cura di P. Toschi, Bologna 1952. Numerosi articoli si trovano nei periodici locali: La R. (Forlì 1904 sgg.); Il Plaustro (ivi 1911 sgg.); La Pid (ivi 1920 sgg.). Giovanni Bronzini