EMILIA. - I. GEOGRAFIA - Regione dell'Italia continentale, delimitata dal Po, dall'Adriatico (122 km. di costa) e dal crinale appenninico. In questa più ampia e generale accezione comprende anche la Romagna, corrispondente alla sua parte orientale; con la Romagna costituisce la regione E. a Romagna stabilita dall'art. 131 della recente Costituzione italiana.
Il paese è diviso presa a poco a metà fra le colline e le montagne del pendio settentrionale appenninico (54% della sua superficie) a la pianura sulla destra del Po (46%). La sua economia è imperniata essenzialmente
Il paese è diviso presa a poco a metà fra le colline e le montagne del pendio settentrionale appenninico (54% della sua superficie) a la pianura sulla destra del Po (46%). La sua economia è imperniata essenzialmente
sopra una fiorente agricoltura, che occupa i 3/5 della popolazione a dà all'Italia, fra l'altro, le più alte quote di frumento, barbabietola, canapa, pomodoro, ecc., oltre una ricca produzione viticola e fruttifera; ed è integrata da un non meno florido allevamento (bovini e suini) con le congiunte attività. Modeste, ma non trascurabili le risorse minerarie (zolfo, petrolio). Accanto alle industrie alimentari (latticini, carni insaccate, zuccherifici), che vi hanno dominante importanza, si sono sviluppate in E. soprattutto le tessili, le meccaniche e le chimiche. La posizione geografica favorisce un intenso traffico e perciò un attivo commercio, che si giovava di una ottima rete stradale e ferroviaria (molto danneggiata dalla recente guerra).
| Province (e popol. presente al 1º genn. 1949 nel capoluogo) | Superficie in kmq. | Popol. (1º genn. 1949 in 1990) | Densità a kmq. |
|---|---|---|---|
| Piacenza (805888) | 2586 | 299 | 116 |
| Parma (125155) | 3452 | 388 | 112 |
| Reggio E. (106323) | 2291 | 381 | 166 |
| Modena (114934) | 2690 | 484 | 180 |
| Ex Ducati | 11019 | 1552 | 141 |
| Ferrara (136403) | 2620 | 411 | 156 |
| Ravenna (86839) | 1862 | 282 | 151 |
| Forlì (74946) | 2910 | 475 | 163 |
| Bologna (331444) | 3702 | 748 | 202 |
| Ex Legazioni | 11103 | 1016 | 172 |
| E.-Romagna | 22122 | 3368 | 156 |
Giuseppe Caraci
II. STORIA
Il nome deriva dalla via romana fatta tracciare dal console M. Emilio Lepido nel 187 a. C., via che attraversava tutta la regione da Rimini a Piacenza, collegando così la Flaminia alla Liguria. La provincia di E. si era staccata tra il 370 e il 381 dalla Liguria e non sembra che abbia avuto una autonomia ecclesiastica. Il cristianesimo era penetrato in diversi tempi nelle sue città, organizzandosi gerarchicamente, prima a Ravenna, poi ad Ariminum, quindi nell'interno a Faventia, Bononia, Claterna, Placentia, Parma, Forum Popilli (Forlimpopoli), Forum Livii (Forlì), Forum Cornelii (Imola), Mutina. Nel complesso costituirono la Regione VIII. Parma nel 378 già dipendeva direttamente da Roma. Nel 379 Costanzo, eletto vescovo di Claterna, riceve da s. Ambrogio le direttive per il governo della sua diocesi e l'esortazione di sorvegliare la Chiesa di Imola allora senza vescovo (Ep., 2: PL 16, 917-26). Nell'anno 381 si trovarono presenti al Concilio di Aquileia i vescovi Eusebio di Bologna e Sabino di Piacenza (Gesta Concilii Aquileiensis, ibid., 979). Alla fine del 386 s. Ambrogio indirizza ai vescovi per Aemiliam constitutis una lettera circa la data per la celebrazione della Pasqua (Ambrogio, Ep. 23: ibid., 1070-78). Ciò dimostra che sia per l'importanza civile di Milano, metropoli dell'Alta Italia, sia per l'autorità personale di s. Ambrogio i vescovi dell'E. erano in quel tempo sotto la giurisdizione del vescovo di Milano.Al sec. v si devono assegnare le diocesi di Regium Lepidum (Reggio Emilia), Brixellum (Brescello), Vicohabentia (Voghenza), Ficaulae (Cervia); nel sec. vi Cesena.
Ma già con la seconda metà del sec. v si inizia la preminenza di Ravenna sulle Chiese della provincia, come dimostra la lettera del papa Simplicio in data 30 maggio 482 a Giovanni vescovo di Ravenna, in cui si rimprovera la consacrazione di Gregorio, vescovo di Modena, si in-
giunge un pagamento al vescovo di Bologna e si dà infine il titolo di «Ecclesiae Ravennatis sive Aemilianae» (Simplicio, Ep., 2: ibid., 58, 35-37).
I confini della provincia furono mutati però nel 368 dall'invasione longobarda. Paolo Diacono indica allora tra le più fiorenti città Bologna, Parma, Reggio, Imola. In quell'epoca furono fondate le abbazie di Bobbio e di Nonantola.
Nel sec. VIII le sedi vescovili dipendenti da Ravenna sono: Sarsina, Cessena, Forum Popilli, Forum Livii, Faentia, Forum Cornelii, Bononia, Mutina, Regium, Parma, Placentia, Brixellum, Vicohabentia, Atria. Brescello scomparve ben presto; a Vicohabentia successe Ferrara; Agapito II nel 948 pose Cervia alla dipendenza di Ravenna a Gregorio IX vi aggiunse Montefeltro, poi passato immediatamente soggetto. Nel sec. x i vescovi ebbero il governo delle città, nel seguente i presuli di Parma e di Piacenza furono conti.
Nel Gesto pauperis scolaris Albini l'E. è ricordata come provincia, ma le diocesi vengono tutte elencate «in provincia Flaminea»; la metropoli è Ravenna con 15 suffraganee: Piacenza, Parma, Reggio, Forlì, Adria, Forlimpopoli, Ferrara, Modena, Bologna, Faenza, Imola, Cesena, Cervia, Comacchio, Sarsina (Le Liber Censuum, ed. P. Fabre-L. Duchesne, II, Parigi 1903, pp. 96 a 102).
In seguito invece la supremazia ravennate decadde rapidamente finché Gregorio XIII nel 1382 eresse ad arcidiocesi Bologna, assegnandola come suffraganee Imola, Cervia, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Crema, Borgo S. Donnino. Clemente VIII pose alle dipendenze di Ravenna, Rimini e Ferrara, la quale nel 1735 divenne arcidiocesi e immediatamente soggetta.
La metropolitana dell'E. è oggi Modena; il suo arcivescovo ebbe in commenda fin dal 15 dic. 1820 l'abbazia «nullius» di Nonantola unita in perpetuo dal 1º maggio 1926. La suffraganee di Modena sono: la diocesi di Carpi, Guastalla e Reggio Emilia. Immediatamente soggette sono le diocesi di Fidenza, Parma e Piacenza.
REGIONE CONCILIARE DELL'E. - È una delle regioni in cui è stata divisa l'Italia ai fini della celebrazione dei concili regionali, che si tengono in sostituzione di quelli provinciali (v. IV); ciò fu disposto con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr. e 22 marzo 1919 e 29 sett. 1933 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74, 176; 25 [1933], p. 466).
Comprende i territori della provincia ecclesiastica di Modena e Nonantola, e delle diocesi di Fidenza, Parma, e Piacenza.
Il capoluogo è Modena: e in questa città risiede il tribunale ecclesiastico regionale per le cause di nullità di matrimonio; l'appello contro le sentenze di questo tribunale può esser proposto al tribunale regionale romagnolo (Bologna) o alla S. Rota (cf. Pio XI, motu proprio Qua cura 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13). Pio Ciprotti
III. ARTE SACRA
I primi accenti espressivi dell'arte che rigogliosamente fiorì nella regione emiliana e nella limitrofa Romagna per tanti aspetti affine, vanno ricercati a Ravenna nelle costruzioni chiesastiche dell'età di Teodorico (vi sec.), dove alle strutture e decorazioni bizantine si accoppiano elementi come le ritmiche arcate, le absidi poligonali, le decorazioni esterne al lesene ed archetti, che già preludono a quello che sarà lo stile romanico nella Valle Padana. In seguito, durante il periodo dell'Esarcato,nuove strutture semplificatrici nell'edilizia preparano decisamente l'avvento di quello stile, come si nota nel cosiddetto Palazzo di Teodorico, sempre a Ravenna (VIII sec.), e in molti campanili rotondi di quella zona, fra il VI e il IX sec.
Benché sviluppatosi dapprima in Lombardia il romanico trovò ben presto nell'E. espressioni di edilizia sacra altamente rappresentativa, a cominciare dal duomo di Modena (inizi del sec. XI) per finire con la cattedrale di Ferrara, la più grandiosa della serie, che doveva assumere nella parte superiore (sec. XIII) aspetti ogivali. Ed anche nelle fabbriche civili quel periodo è rappresentato con forme tipiche, quali le due ardite torri degli Asinelli e della Carisenda (sec. XII) a Bologna. La scultura, al servizio dell'edilizia, trovava un meraviglioso sviluppo nel sec. XII a Modena, per opera di Viligelmo; a Ferrara, con Niccolò e il suo seguace Guglielmo, e quindi a Parma, con Benedetto Antelami e la sua scuola (fra il 1380 ca. e la metà del sec. XIII), assurgendo ad importanza europea. Nell'ambito pittorico, dopo la splendida fioritura musiva di Ravenna bizantina, seguiva una lunga stasi, finché a Bologna s'andò sviluppando l'arte del minio, verso la fine del Duecento, con una certa libertà di movenze.
Il successivo periodo gotico vanta un'edilizia religiosa con materie e caratteri locali, a Bologna (chiese di S. Francesco, di S. Domenico e di S. Petronio), a Piacenza (S. Francesco e S. Sisto), a Cesena (Duomo); fiorì pure l'architettura civile a Bologna (Palazzi dei Municipio, dei Notai, di Re Enzo), a Piacenza (Palazzo comunale in pietra, mattoni e cotto) a Ferrara (Palazzo Estense e Palazzo della Ragione), mentre sorgevano per ogni dove rocche feudali e fortilizi di cui basterà citare il famoso Castello Estense, a Ferrara, e i manieri di Gradara e di Castellarquato. La scultura trecentesca appare nell'E. tributaria delle regioni prossime, come attesta la finissima pala marmorea dei veneziani Dalle Masegne, in S. Francesco a Bologna; ma in questa città operavano notevoli pittori, come Vitale, Andrea, Lippo Dalmasio, Simone dei Crocifissi; a Rimini, un gruppo insigne di affreschisti, attorno al più noto di essi, Giovanni Baronzio, in parte nell'orbita giottesca; a Modena il delicato Barnaba, sotto l'influenza dei Senesi, e l'acuto a già realistico Tommaso, preannunzianti tipologie e tonalità quattrocentesche. Fra le manifestazioni di arte decorativa emergono, nel tardo periodo gotico, le miniature bolognesi, specie di Niccolò di Giacomo, le orefiezie di Jacopo Roseto, anch'esso petroniano, e gl'intagli ebanistici di Giovanni di Basso, che ci ha lasciato un autentico capolavoro, a puri motivi geometrici e vegetali, con gli atalli del coro di S. Domenico, a Ferrara.
Il soffio della Rinascenza letificò le terre emiliane con un certo ritardo rispetto all'Italia centrale; comunque, le nuove forme edilizie e decorative apparvero dapprima in Bologna, città più prossima a Firenze, affermate da architetti come Pagno di Lapo Portigiani e Fioravante e Aristotile Fioravanti. Verso la fine del Quattrocento, per opera del bramantesco Biagio Rossetti, si determinava il sereno volto di Ferrara estense, con la cosiddetta addizione erralea e con una serie mirabile di palazzi patrizi e di chiese, mentre l'impronta maschia a romaneggiante di Leon Battista Alberti è manifesta nel tetragono campanile di quel Duomo, e in Romagna a Rimini nel S. Francesco, detto Tempio Malatestiano. Nel corso del Cinquecento si sviluppò, soprattutto a Bologna, l'edilizia civile, rappresentata dai palazzi di Andrea Marchesi, detto
il Formigine, di Antonio Morandi, detto il Terribilia, di Bartolomeo Triachini e del geniale Pellegrino Pellegrini o Tibaldi, che doveva affermarsi soprattutto a Milano e in Spagna. A Ferrara, la tradizione rossettiana si perpetuò fin verso il Seicento, con Girolamo da Carpi e Alberto Schiatti, in forme classicheggianti; a Parma emergono le chiese di Bernardino Zaccagni; a Piacenza quelle di Alessio Trammello e l'incompiuto Palazzo Farnese di Jacopo Barozzi da Vignola, architetto di fama universale. La scultura quattrocentesca fiorì soprattutto per virtù di maestri forestieri. A Bologna dominò il grande modellatore e multanime narratore Niccolò da Bari, detto dell'Area; a Ferrara lavorano i donatelliani Niccolò e Giovanni Baroncelli da Firenze e il padovano Domenico
di Paris, mentre a Modena si afferma con spirito di popolaresco realismo lo scultore locale, in terracotta policroma, Guido Mazzoni. Da lui derivò, sempre a Modena, il cinquecentesco ed aggraziato Antonio Bagarelli; a Ferrara innestò sulle tendenze autoctone forme toscane Alfonso Lombardi, molto attivo a Bologna. Nucleo sem-

L'architettura emiliana dell'età barocca e del rococò non presenta caratteri spiccatamente regionali, ma, specie a Bologna, diede frutti opulenti, quasi sempre sorretti
da un intimo equilibrio classico, e basterà citare i feisinei Bartolomeo Provaglia, Giovanbattista Bergonzoni, Carlo Francesco Dotti, Alfonso Torregiani, Antonio Bibbiena (architetto teatrale e scenografico), massimo rappresentante di una dinastia apprezzata in tutta Europa; il ferrarese Giovanbattista Aleotti, detto l'Argenta, e il già neoclassiceggiante faentino Giuseppe Pistocchi. Modenese fu il più fervido seguace del Borromini, cioè il teatino Guarino Guarini, che lasciò a Torino le sue opere più significative, e ad Imola visse a lungo Cosimo Morelli, compassato autore del Palazzo Braschi a Roma. Massimo scultore emiliano del Seicento è da ritenersi il bolognese Alessandro Algardi, che anche in qualità di architetto rivaleggiò degnamente a Roma con il Bernini, conferendo alle forme barocche una maturata dignità. Sempre a Bologna si distimero quindi: Giovanbattista Barberini, Camillo e Giuseppe Mazza, Angelo Pio e, Ferrara, Andrea Ferreri di educazione bolognese. Soprattutto nella pittura la città di S. Petronio doveva in quei secoli imporsi all'attenzione del mondo artistico con l'acletica scuola dei tre Carracci, valido strumento figurativo della Riforma cattolica e donde uscirono i più nobili maestri della regione: oltre ai bolognesi Guido Reni, Domenichina, Albani, Tigrini, Andrea Donducci, detto il Mastelletta, a Carlo Cignani, il Guercino da Cento, i parmigiani Lanfranco e Badalocchio, e i modenesi Schedoni, Caredoni e Luna, il ferrarese Carlo Bonone. E nel secolo seguente brillò a Bologna il genio spregiudicato di Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnolo, e si affermarono i talenti di Marcantonio Franceschini e dei tiepoleschi Ubaldo e Gaetano Gandolfi, mentre il piacentino Giovanni Paolo Pannini precorse piacevolmente i vedutisti veneti. Nelle arti decorative meritano menzione il mobilio e i parati bolognesi di rigogliosa letizia, le maio-

(fot. Emil)
Durante l'Ottocento non mancarono gli artisti ragguardevoli per estro e capacità stilistica, ma senza legame fra loro, spesso emigrati in altre regioni o all'estero, per cui nessun gruppo o scuola emiliana figura nella storia di questo periodo. L'edilizia è onorevolmente rappresentata dal bolognese neoclassico Giuseppe Nadi, dal modenese Luigi Poletti e da Antonio Sarti di Budrio, operanti con successo a Roma sotto Gregorio XVI e Pio IX, nonché dal neo-cinquecentista Giuseppe Mengoni di Fontana Elice. Buoni plastici canoviani si rivelarono, a Bologna, Giacomo De Maria e Adamo Tadolini. Nella pittura, durante il periodo neoclassico, emersero i provetti ritrattisti Gaspare Landi di Piacenza e Lodovico Lipparini di Bologna quindi, al tempo del purismo romano, il faentino Tommaso Minardi il modenese Adeodato Malatesta. Nella seconda metà del secolo, figurarono, fra i maggiori paesisti romantici, non solo italiani. Antonio Fontonesi di Reggio Emilia, si fra i più dotati ed estrosi macchiaioli, Silvestro Lega di Modigliana. Delicato orientalista fu Alberto Pasini di Busseto; lirico interprete del paesaggio appenninico, il bolognese Luigi Bertelli, e a Bologna, nacquero il robusto compositore e disegnatore solitario Luigi Serra il decadente luminista Mario De Maria; spinsero la loro feconda attività fin nel secolo attuale i ferraresi Gaetano Previati e Giovanni Boldini; l'uno, teorico del divisionismo ma dal sognante temperamento mistico, e l'altro, commentatore impetuoso mordente della mondanità pazigina.

EMILIA - EMILIA M. GUGLIELMA DE RODAT
(fot. Emil)
Mentre le espressioni più vistose e pittoresche, quali, ad es., le fogge di vestire tradizionali, sono da tempo scomparse, si sono invece conservate usanze e feste popolari di origine e significato agreste, a cui spesso la vita cittadina ha fatto assumere carattere più fastoso e importanza maggiore. Di particolare rilievo le feste di mezza-Quaresima, il cui centro è costituito da un grande fantoccio rappresentante una vecchia tutta adorna con collane di frutta secca e che, alla fine della festa, viene segata, mentre le frutta cedono e vengono contese dalla ragazzaglia, e il popolo si dà a un tripudio carnevalesco. Pertanto la festa si chiama della Segavecchia, e con particolare sfoggio viene celebrata a Reggio Emilia, a Cotignola (Ravenna) e a Forlimpopoli (Forlì). Notevoli sopravvivenze, sempre di significato agreste, si hanno con i fuochi di marzo che si accendono alla vigilia di calendimarzo e intorno a cui i fanciulli ballano saltando sopra le fiamme: più importanti ancora quelle per il calendimaggio, che si conservano specialmente in vari paesi dell'Appennino emiliano: comitive di giovani girano di casa in casa, recando ramoscelli fioriti e adorni di nastri e cantando canzoni di questua con l'annuncio che «maggio è arrivato». Oltre che i maggi lirici, composti prevalentemente in strofette di ottonari, esistano anche i maggi drammatici, cioè vere e proprie rappresentazioni di soggetto epico-cavalleresco o sacro e storico, eseguite all'aperto con accompagnamento di organetto o violino: tali maggi si ripetono talvolta anche durante la stagione estiva in mezzo ai boschi. In rapporto con il ciclo dei lavori campestri sono da mettere anche alcune femose fiere tradizionali come quella di s. Giovanni (24 giugno) a Ravenna, di s. Pietro (29 giugno) a Faenza, di s. Lorenzo (10 ag.) a Cervia, che danno luogo a originali festività popolari (tombole, girandole, gare, ecc.). Carattere festoso assumono anche alcune delle principali opere agresti come la sfogliaria del granoturco e la gramolatura della canapa, che danno occasione all'inizio o alla proclamazione di fidanzamenti fra la gioventù contadina. Così, sempre viva e ricca di motivi burleschi è la festa di s. Martino (11 nov.) in occasione della svinatura.
La vita rurale si rispecchia anche abbondantemente nei canti lirici monostrofici che in E. assumono spesso la forma di una quartina (talora con le rime ABCC) e che in taluni luoghi, specie nel basso Ferrarese, vengono chiamati romanelle, nome caro al Carducci. Molto ricco è anche il patrimonio tradizionale di proverbi sul tempo e sui lavori agricoli, materie alimentate dagli almanacchi popolari che si stampano da secoli in varie città come Reggio Emilia, Faenza («Luneri di smembar», ecc.). - Vedi tavv. XXV-XXVI.
tettura ferrarese nel Quattrocento a nel Cinquecento, Roma 1942; E. Bodmez, Il Correggio e gli Emiliani, Novara 1943; U. Nebbia, La pittura italiana del Seicento, ivi 1946, pp. VII-XX.