EMIGRANTE, EMIGRAZIONE. - Nel suo significato proprio è l'abbandono del territorio nazionale da parte di uno o più membri della comunità, che si trasferiscono in altro territorio, con l'intento di fissarvi il proprio domicilio in modo perpetuo o temporaneo. Come tale suppone un termine di partenza, il suolo della nazione d'origine; un termine d'arrivo, il territorio fuori dei confini naturali o politici della patria; più individui che si spostano dall'uno all'altro, e pigliano il nome di emigranti rispetto al primo, d'immigranti rispetto al secondo. In senso alquanto ristretto e meno proprio si dà anche il nome di emigrazione, di cui c'è, peraltro, d'immigranti rispetto al secondo. In senso alquanto ristretto e meno proprio si dà anche il nome di emigra-zione di dis-cesione, c'è, peraltro, d'immigranti rispetto al secondo. In senso alquanto ristretto e meno proprio si dàn anche il nome di emigra-zione di dis-cesione, c'è, peraltro, d'immigranti rispetto al secondo.
(da J. Leçon, Memoire Ev. Parry 1949, p. 321)
ENTRY, JACQUES-ANDRÉ - Lettre scritta al confratello s.r. Montaigne, nell'agr. 1793, prima di comparire davanti al tribunale rivoluzionario - Parigi, Biblioteca del Seminario di S. Sulpizio.
territorio della medesima società politica. Se si considera invece nel suo complesso, quale fatto caratteristico della demografia del mondo civile del secolo passato e del presente, l'emigrazione è quel vasto movimento demografico composto d'individui e di famiglie, i quali, sotto l'impulso dell'iniziativa privata e sotto la responsabilità personale, passano da un paese civile e progredito ad un altro paese civile e progredito, d'ordinario scarsamente popolato.
Queste sue note distintive la separano nettamente da forme di migrazioni di popoli avversati nella storia, dalle altre antiche invasioni barbariche, nelle quali un interpopolo, sospinto dalla sete di conquista dalla brama di nuove terre, marciava unitariamente sotto un embrionale regime politico alla loro conquista, soggiogando le genti, che trovava nel suo passaggio, e sovente facendo il deserto intorno a sé. In esse manca il carattere individualistico e pacifico della moderna emigrazione. Inoltre per la medesima ragione non possono essere ad essa assimilati, né lo scambio forzato delle popolazioni, in qualche caso imposto con trattati bilaterali fra due Stati, desiderosi di risolvere la questione delle rispettive minoranze etniche, né l'espulsione di importanti aliquote di abitanti da alcuni territori, avvenuta durante la prima guerra mondiale e, in misura maggiore, durante e dopo la seconda. L'emigrazione è movimento libero e spontaneo.
Essa può essere interna, continentale, estracon-tinente o transoceanica, se si considera il paese di destinazione, verso il quale si dirige la corrente emigratoria; può essere temporanea o permanente, se si considera la durata intenzionale dell'espazio. Sarà interna, se la corrente emigratoria si muove da una regione all'altra, entro i confini dello Stato; continentale, se il paese di destinazione resta com-preso nel continente europeo; transoceanica, se il
defusso emigratorio si riversa nelle terre d'altro cecaio. Invece, sarà temporanea, alla quale appartiene la stagionale, se l'emigrante intende abbandonare il suolo patrio per un tempo più o meno lungo, secondo le possibilità di lavoro e gli obblighi del contratto previamente stipulato, dopo il quale fa assegnamento di riparare i confini; sarà permanente, se l'emigrante parte con l'intenzione di non far più ritorno di fissare all'estero in modo definitivo il proprio domicilio. La continentale in linea di massa ha un carattere temporaneo o stagionale, mentre la transoceania è d'ordinario permanente. Come parte dell'emigrazione interna può essere considerato il defusso della popolazione d'un paese diretto e territori sottoposti al dominio politico della nazione d'origine, sebbene si trovino situati oltre i confini naturali del suolo patrio, come sono le colonie ultramarine riguardate quale prolungamento della metropoli.
I. Storia
L'emigrazione contemporanea comincia con gli inizi del sec. XIX e va lentamente crescendo di intensità fino a raggiungere verso la sua fine e il principio del nuovo altissimo percentuale, che non possono trovare riscontro in nessun periodo antecedente della storia. Si tratta d'un vero esodo di migliaia e migliaia d'individui e famiglie, che per vari motivi abbandonano la vecchia Europa, per trasferirsi nel nuovo continente in cerca di libertà o di migliori condizioni di vita. Per i primi anni del sec. XIX fanno difetto le statistiche, per poter misurare la massa umana, che il flusso emigratorio convogliò e trascina. Le statistiche, iniziate dagli Stati Uniti nel 1820, sebbene imperfette i insufficenti, possono dare un'idea del numero e della provenienza degli emigranti dal 182010. - Enceclopedia Cattolica, - V. al 1850 . In questo periodo arrivarono negli Stati Uniti, la maggior parte provenienti da paese europei, tra i quali avevano la prevalenza le Isole britanniche e la Germania, seguite dalla Francia e dagli Stati scandinavi con largo scarto, a 199.000 individui. Al
al 1850. In questo periodo arrivarono negli Stati Uniti, la maggior parte provenienti da paese europei, tra i quali avevano la prevalenza le Isole britanniche e la Germania, seguite dalla Francia e dagli Stati scandinavi con largo scatto, 2.109.000 individui. Alla metà del sec. XIX, le statistiche fornite dai paesi di provenienza degli emigranti, ormai sufficientemente migliorate, permettono di poter fissare che, nel quinquennio 1846-50, partivano dall'Europa in media 25.000 persone all'anno. Il paese preferito, data la provenienza della maggior parte degli emigranti e la loro affinità linguistica e culturale con le popolazioni d'oltre oceano, erano gli Stati Uniti. Scarsa, invece, si manteneva lungo lo stesso periodo l'emigrazione verso l'America meridionale e centrale, dove facevano difetto la sicurezza dei coloni, poco protetti dalle incursioni degli indigeni, la buona e facile viabilità e la certezza dei titoli di proprietà e si opponevano altri impedimenti d'indole politica, morale e religiosa; insignificante l'emigrazione verso l'Asia e l'Africa.
Nella seconda metà del sec. XIX la corrente migratoria s'intensifica, raggiungendo la cifra di 321 mila partenze annue in media nel quinquennio 1851-55. La prevalenza è tenuta ancora dalle Isole britanniche, e particolarmente dall'Irlanda, a causa dell'oppressione religiosa della gravissima crisi economica che la travagliano. Più sostenuta si rivela la corrente germanica, la quale, nel quinquennio 1856-60, raggiunge il quarto di tutte le partenze. Nello stesso tempo comincia l'esodo dai paesi mediterranei, specialmente dal Portogallo e dall'Italia, le cui quote andranno aumentando di anno in anno con un passato molto progressivo. La Spagna vi partecipa in misura esigua, mentre diminuisce il contributo della Francia. Nei quinquenni successivi si registrano quote oscillanti tra le 249 mila partenze annue e le 346 mila, con una più notevole partecipazione degli Stati scandinavi e dell'Italia, il cui contributo raggiunge il 5% della cifra totale. Il ritmo delle migrazioni, dopo un temporaneo abbassamento, si accelera di nuovo verso il 1850 e gli anni di poco posteriori. Ripiglia l'emigrazione irlandese con 80 mila partenze annue in media, quella della Gran Bretagna, esclusa l'Irlanda, tocca il suo punto massimo con 320 mila espatri nel 1883, la germania risale di nuovo con oltre 200 mila partenze nel 1882, e prende un posto abbastanza elevato nella percentuale quella italiana con le sue 200 mila partenze nell'a. 1888.
Nell'ultimo decennio del sec. XIX, l'emigrazione europea nel suo complesso tende a perdere di tensione, oscillando tra le 729 mila partenze di media nel primo quinquennio e le 620 mila nel secondo, mentre diventa sempre più sostenuta quella italiana con il 27,5% e spagnuola con il 3,4% e scende in modo considerevole quella della Gran Bretagna e della Germania. Nei primi anni del sec. XX la marea monta fino a raggiungere un milione di partenze annue, alle quali l'Italia partecipa con il 30,5% di tutta l'emigrazione europea, e continua a salire nel periodo immediatamente precedente alla prima guerra mondiale, toccando le altissime punte di 1.389.000 partenze annue in media, con una lieve flessione determinata dalle difficoltà create dalla guerra durante il suo svolgimento. In questo ultimo spazio di tempo la Gran Bretagna sosteneva un defusso di popolazione, che oscillava dalle 453 mila unità del 1911 alle 370 mila del 1913, ed era superata dall'Italia, che faceva defluire lunga i canali dell'emigrazione un mezzo milione ca. all'anno dei suoi figli, registrando il più elevato numero di partenze in confronto di qualsiasi altro paese dagli inizi del movimento fino allo scoppio della prima guerra mondiale.
I paesi di destinazione di questo immenso flusso di popolazione, che si spostava con rapidità da un continente all'altro, oltre agli Stati Uniti, che tengono il primo posto nelle preferenze degli emigranti, sono il Canada, la Nuova Zelanda, l'Unione Sudafricana, gli Stati dell'America latina, particolarmente l'Argentina e il Brasile, verso i quali ultimi si dirige una buona aliquota dell'emigrazione italiana, con preferenze dell'Argentina sul Brasile. La fase finora descritta può essere definita della perfetta libertà individuale. Il defusso della popolazione, i canali che essa segue e la scelta dei paesi di scarico sono lasciati al
gioco spontaneo delle forze naturali di propulsione e di attrazione. Nei vecchi paesi europei nessuno si opponeva al deflusso continuo delle esuberanti forze di lavoro, alla cui sussistenza era difficile provvedere con le risorse interne; nei paesi nuovi, poco popolati, non esistevano ancora interessi, che ne contrastassero l'accoglienza. Gli uni gli altri consideravano il movimento migratorio come un mezzo adatto a risolvere i loro problemi; i primi si liberavano volentieri di persone che erano oggetto di preoccupazione, perché scontente del loro stato; i secondi vedevano nell'emigrazione europea l'apporto di nuove forze capaci di permettere la loro ascesa verso la prospettiva l'autonomia economica e politica.
Il panorama comincia a cambiare nel sec. XX. La preponderanza degli emigranti, provenienti dai paesi medii-terranei e dall'Europa orientale, indusse prima gli Stati Uniti ad emanare delle leggi restrittive, in modo da arginare considerevolmente l'afflusso delle popolazioni, ritenute meno desiderabili, e queste sono state poi diverse manette adottate dagli altri paesi d'immigrazione. La prima guerra mondiale segna la fine della libertà d'emigrazione e dà inizio al periodo del protezionismo sotto l'influsso di cause diverse, non sempre dovute alla volontà degli Stati, anzi sovente tali da determinare un atteggiamento politico differente da quello tenuto nel secolo precedente in modo necessario e insuperabile. L'emigrazione tende presentemente ad assumere una forma organizzata, mediante accordi bilaterali fra gli Stati, la quale non permette lo spostamento autonomo delle mance.
Per misurare in modo approssimativo la grandiosità e importanza del fenomeno migratorio, possono servire d'indicazione le cifre seguenti. Tra il 1846 e il 1932, secondo le statistiche dei paesi d'emigrazione, sarebbero partiti dalle rispettive patrie dai 53 ai 59 milioni per sone. Se a queste cifre già imponenti si aggiungono quelle probabili del periodo tra il 1842 e il 1843 e, con qualche maggior precisione, quelle degli 1844, 1845 e 1846, non si andrà molto lontano dalla realtà, affermando che, lungo tutto il sec. XIX, la parte del XX fino alla seconda guerra mondiale, il movimento migratorio ha convogliato nel suo ampio alveo il numero complessivo di 80 milioni c.a. di persone, in ragione di 600 o 700 mila di media annua. Nessun periodo di migrazione di popoli può trovare riscontro in quella dell'età contemporanea.
Se si volesse ora muovere all'interno delle cause, che hanno prodotto un così ingente spostamento di popolazione, non sarebbe facile rilevare con esattezza di volta in volta. Persecuzioni religiose, desiderio di libertà, dintorni e della popolazione e condizioni precarie di vita in alcuni paesi, miraggio di facili guadagni, brama di migliorare possibilmente la propria posizione sociale ed economica, necessità impellenti di lavoro, propaganda organizzata dalle grandi compagnie, notizie pervenute dai primi che avevano fatto fortuna e così via hanno diversamente influito sugli animi, per deciderli a rompere i legami con la patria e la famiglia e spingerli sulle vie dell'incognito fortunoso. Attribuire la vastità del movimento all'una o all'altra causa, come sarebbe se si vedesse unicamente sotto la lente del disagio economico prodotto dalla densità della popolazione, porta a conclusioni che sovente vengono smentite dall'analisi più accurata dei fatti.
Il Aspetto Morale e Giuridico. — Il diritto di emigrare, per andare alla ricerca di un nuovo dominio, rompendo il vincolo giuridico che lega l'uomo alla società, nella quale è nato, è stato discusso fin dagli albori del moderno diritto internazionale. Prima ancora che il Grozio toccasse l'argomento e il Vattel più tardi gli dedicasse maggiore attenzione, il Vito-ria, aveva fissato alcuni principi e dato in linea di massima la soluzione del problema. Secondo il Vitoria, la terra con i suoi beni è stata destinata al servizio del genere umano, di modo che tutti gli uomini hanno il diritto primordiale di farne uso, per la propria sussistenza e il proprio perfezionamento. La divisione della proprietà non distrugge questa esenzionale destinazione delle risorse naturali della ter-
le lega in modo indissolubile al ceppo, dal quale procede, potendo egli conseguire il medesimo scopo e in maniera più sicura in altra compagine collettiva. Egli può, dunque, cercare sotto altri cieli e fra nazioni straniere i mezzi per attuare il fine della sua esistenza.
Ne segue che lo Stato, in virtù del diritto di sovranità, non ha la facoltà di opporsi in modo assoluto all'emigrazione. Tuttavia l'uso di tale diritto da parte del cittadino trova delle restrizioni naturali nel bene collettivo, la cui cura è devoluta al potere supremo dello Stato, che con la sua legge può imporre delle condizioni, come le impone a qualsiasi esercizio della libertà personale nel campo sociale, affinché il deflusso emigratorio non pregiudichi gli interessi più generali della collettività. Il paese di provenienza ha conseguentemente il diritto di subordinare la emigrazione al compimento previo di alcune obbligazioni sociali, come sarebbe, ad es., il servizio militare, e può adottare provvedimenti più rigorosi o in caso di necessità, intimazione d'un conflitto, o per frenare un esodo della popolazione, che per la sua ampiezza tornerebbe dannoso all'efficienza della propria vita. L'interesse più universale del corpo sociale prevale allora sull'interesse e sul diritto dell'individuo, che desidera espatriare.
Alquanto più arduo riesce determinare gli obblighi del paese d'immigrazione, il quale non ha dei doveri giuridici positivi verso l'immigrante, non appartenendo quasi alla sua compagine sociale. E tuttavia, se si tiene presente il principio posto dal Vittorio della destinazione essenziale dei beni della terra al servizio del genere umano, lo Stato non ha diritto di considerare i suoi sudditi come beneficiari esclusivi delle risorse del suo territorio e di riservare ad essi soltanto il godimento. Se, dunque, possiede dello spazio disponibile, dove le risorse naturali giacenti inoperose potrebbero essere valorizzate dal lavoro di altre braccia, ha un dovere stretto di giustizia di permettere che queste vi s'intendano e vi traggano i mezzi di sussistenza. Nondimeno anche a questo riguardo non bisogna perdere di vista l'altro principio fissato dallo stesso Vittorio della convenzione tutela del bene collettivo, e quindi si dovrà ammettere che anche il paese d'immigrazione ha la facoltà di apportare delle restrizioni all'arrivo degli stranieri, sottoponendo l'ingresso nel suo territorio a condizioni particolari, affinché il loro afflusso non sia pregiudiziale all'ordine e alla sicurezza pubblica. Tali restrizioni però dovranno essere sempre fondate sopra una reale esigenza del bene comune e non dettate dall'egoismo nazionale o da altri pregiudizi etnici. Indubbiamente non tutte le varietà della specie umana si possono fondere tra di loro, in modo che non ne derivino inconvenienti gravi nell'ordine morale e sociale. Facendo attenzione alla maggiore e minore assimilabilità delle stirpi umane, può uno Stato stabilire delle discriminazioni; queste però non possono arrivare al grado di condannare intere popolazioni ad un'esistenza di miseria, giacché ogni uomo ha diritto di ricavare dalla terra i mezzi di sussistenza, a qualsiasi gruppo egli appartenga. Alcune leggi restrittive esistenti in qualche paese d'immigrazione, come, ad es., negli Stati Uniti, devono essere considerate come ingiuste, non perché stabiliscano dei contingenti, legittimi in certe circostanze, ma perché il contingentamento tende a escludere popoli maggiormente bisognosi di lasciar defluire la loro eccedenza demografica, per ragioni infondate o antagonismo religioso.
Le condizioni di lavoro dell'emigrante nel paese di adozione sottostanno alle leggi morali e giuridiche generali, che regolano questa materia (v. LAVORO; SALARIO). Occorre tuttavia far menzione di un particolare aspetto, messo in luce da Pio XII nel radiomessaggio del 16 giugno 1941. Commemorando il cinquantenario della Rerum Novarum, il Papa ha rilevato come esistano regioni abbandonate al capriccio vegetativo della natura, dove utilmente si potrebbe trasferire la mano d'opera, e come sia sovente inevitabile che alcune famiglie, emigrando, si cerchino altrove una nuova patria. In questo caso va rispettato il diritto della famiglia ad uno spazio vitale. Dove questo accadrà - egli soggiunge - l'emigrazione raggiungerà il suo scopo naturale, che spesso convalida l'esperienza, vogliamo dire la distribuzione più favorevole degli uomini sulla superficie terrestre, accorcia e colonie di agricoltori; superficie che Dio creò e preparò per uso di tutti.
Un breve cenno meritato ancora in questa parte morale e giuridica l'assimilazione a la naturalizzazione dell'immigrato, rispetto alle quali, mentre è da affermare il diritto dello Stato accoglitore di lavorare al lento assorbimento dello straniero, stabilita nel suo territorio, nella sua compagine sociale e politica, in modo da conseguirne l'amalgamazione con le popolazioni native e assicurare l'unità, è da escludere insieme categoricamente che il processo possa essere forzato da provvedimenti oppressori. L'assimilazione deve piuttosto essere lasciata al giuoco spontaneo delle virtù naturali dell'uomo, le quali presto o tardi producono l'effetto associativo, se aiutate prudenentemente dall'azione stimolatrice del potere pubblico: la naturalizzazione invece, con l'acquisto della nuova cittadinanza, essendo un atto volontario dell'individuo, con il quale egli spiritualmente aderisce al nuovo aggregato politico, non può mai essere imposta con mezzi coercitivi. Le legislazioni a questo proposito non sono concordi, ispirandosi alcune al suo soli, come quella degli Stati Uniti, altre al suo sanguinis e altre ancora un sistema misto. Sarebbe opportuno che si conseguisse in ciò una certa uniformità, per evitare l'inconveniente grave della doppia cittadinanza.
L'immigrato, naturalizzato o no, gode, anche in seno al paese che lo ha accolto, il diritto di usare la lingua originaria nella sua famiglia e tra i suoi compatrioti e di professare liberamente la propria religione in luoghi di culto, che le sue personali preferenze gli fanno scegliere. Sono questi dei diritti umani universali, comunemente riconosciuti persino dal diritto positivo internazionale alle minoranze etniche, che non possono essere in nessun modo negati a coloro i quali hanno emigrato, né contro di essi ha alcun valore il motivo che ritardano l'assimilazione.
III. VALUTAZIONE SOCIALE
I giudizi sul valore sociale dell'emigrazione si dimostrano discordanti causa del diverso aspetto, sotto il quale viene considerata, e del rilievo dato ad alcuni elementi a preferenza di altri, che pure non vanno trascurati in una valutazione obiettiva del fatto.Gli oppositori dell'emigrazione, generalmente di tendenza nazionalistica, indugiano in modo particolare nel rilevare i mali, che essa causa al paese. Innanzi tutto l'emigrazione involerebbe alla nazione una forza preziosa, la quale, se mantenuta entro i confini della patria, potrebbe rinvigorire la sua efficienza. L'emigrante è perduto per sempre, non soltanto come elemento numerico, ma come uomo dotato d'intelligenza, volontà e operosità fisica e spirituale, e con lui è perduta la sua prole, la quale, nata in paese straniero, conserva soltanto un pallido cordo della patria d'origine. Inoltre l'emigrazione porta via di solito gli individui meglio dotati, nel pieno vigore delle loro forze e nel periodo di maggiore rendimento, i quali profondamente la loro attività in terre straniere, senza che alla nazione, alla quale devono la nascita, il sostentamento e l'educazione, ne derivi alcun beneficio diretto. Le rimesse che egli manda, non arrivano a compensare le spese incontrate per il suo allevamento, educazione e formazione intellettuale e professionale. Non è esatto nemmeno dire che con l'emigrazione si dilata la cultura nazionale o si purifica l'organismo sociale dalle teorie pericolose, liberandolo degli individui meno buoni. Nella realtà l'emigrato, particolarmente alla seconda generazione, viene soprattutto assorbito nella cultura del paese d'adozione, e solo con ulteriori spese la nazione d'origine può mantenere destra la fiamma della propria, aprendo il mantenendo scuole e istituti per la sua assistenza. L'emigra
zione poi, come possono dimostrare le statistiche, lungi dal purificare l'organismo sociale, gli sottrae i membri più giovani, più attivi e più ardimentosi. Coloro che si avventurano verso un avvenire spesso ignoto non sono i deboli, i malati, gli'incapaci e i minorati intellettualmente e fisicamente. L'emigrazione, dunque, opera una selezione a rovescio, trascinando via gli individui validi e lasciando in patria gli inetti. Si aggiunge agli inconvenienti descritti la sua inadeguatezza e risolvere il problema in terreno dell'eccessiva densità della popolazione in relazione alle risorse del suolo, giacché un popolo prolifico, nonostante il deflusso migratorio, avrà sempre di fronte la mezzanina scarsità di materie e la medesima sproporzione demografica. Occorre poi tener presente che l'emigrazione coinvolge sovente la vita familiare, dalla quale separa per lungo tempo il padre, che non sempre è in grado di ricostituire l'unità domestica. Premendo su queste altre ragioni, dedotte dal prestigio nazionale, l'emigrazione viene giudicata come un male sociale, che si può accettare per necessità maggiore, ma non si può approvare come mezzo ordinario per risolvere i problemi di vita d'una nazione.
Al polo contrario stanno i suoi fautori, in cui favore militano gli argomenti precedentemente accennati, fondamentali sulla libertà dell'uomo a scegliersi sulla terra di dimora che crede più conforme al soddisfacimento dei suoi bisogni. Non può tuttavia negarsi che una parte di verità è contenuta nelle ragioni degli oppositori, riguardo alle quali è da rilevare in modo generale che il numero è forza quando può essere utilmente impiegato in lavoro proficuo; quando, invece, è condannato all'inerzia per la mancata possibilità di adoperare le energie, al cui superamento si oppongano le condizioni economiche del paese, non rappresenta un valore, ma un peso, che può diventare sorgente di disagio per tutti, diminuendo il livello di vita e dando origine a movimenti irrequieti delle masse insoddisfatte. I compiti in cifre delle perdite economiche, cui è vittima il paese di partenza, tradiscono una mentalità mercantilistica. Anche sotto l'aspetto economico, del resto, l'uomo conta o vale non per quanto costa, ma per quanto è utile, cioè per quanto in determinate condizioni può produrre. Se, dunque, in una nazione vi è eccedenza di uomini rispetto al fabbisogno, tale eccedenza non può più un bene economico, finché quelle condizioni dureranno. Nel complesso computo dei vantaggi e degli svantaggi dell'emigrazione forse i primi prevalgono sui sconti. Dopo tanti anni di esperimento si possono ritenere ancora in linea di massima valide le conclusioni, alle quali pervenne il Congresso internazionale di pubblica beneficenza, tenuto a Bruxelles nel 1856, secondo il quale: 1) l'accrescimento della popolazione non può non essere contrastato da disposizioni legali; 2) i malati del pauperismo dovuti all'incremento della popolazione possono essere attenuati in maniera efficace, per quanto indiretta, attraverso l'emigrazione; 3) per conseguenza deve essere accordata agli emigranti piena libertà e ogni possi-bile protezione; 4) i governi, le associazioni e i privati devono combinare i loro sforzi per ottenere dall'emigrazione tutti i benefici che ne possono derivare.
La valutazione positiva diventa alquanto incerta, se l'emigrazione si considera nei suoi riflessi morali, poiché è indubbio che molto spesso il trapianto in altro ambiente diventa fatale per chi lo tenta, né si può negare che l'allontanamento specialmente del capo di famiglia può disorganizzare e travolgere il nucleo familiare. Esiste poi una triste esperienza riguardo alla facile contrazione di nuove abitudini, vizi e malattie, delle quali il luogo d'origine dell'emigrazione era immutato. Fatto il bilancio del pro e del contro, tutto consiglia ad andare molto cauti nel pronunciarsi sul valore sociale e morale dell'emigrazione.
IV. Aspetto internazionale
Più che nei tempi passati, nei quali ha dominato il regime della più estesa libertà, particolarmente dopo la prima guerra mondiale e maggiormente ancora dopo la seconda, l'emigrazione è diventata un problema internazionale, che non può essere risolto se non mediante provvedimenti collettivi, i quali dispongano un piano organico per la conveniente distribuzione della popolazione sulla terra e regolano le correnti migratorie, dirigendole verso quegli sbocchi dove si sente la necessità della mano d'opera. Le mutate condizioni economiche dei paesi, le aumentate esigenze dell'operaio, che anche all'estero reclama un equo trattamento, la sempre crescente regolamentazione della produzione da parte dello Stato, impedisce ogni l'emigrazione libera di massa e permette loro solo quella qualificata secondo il fabbisogno dell'economia locale. D'altra parte la situazione di disagio endemico, nella quale si trovano alcune nazioni sovrappolate in relazione alle possibilità di lavoro, crea per se stessa un problema non solo interno ma anche internazionale, alla cui soluzione sono interessate tutte le nazioni, per impedire che la pressione demografica, con il conseguente papparismo, diventi cattiva consigliera e spinga verso l'espansione violenta. Occorre cercare a queste masse insoddisfatte uno sbocco, attenuando, per quanto è possibile, la necessità d'emigrare, e aumentando insieme le possibilità d'immigrare, e ciò non potrà ottenersi senza una collaborazione collettiva.Il carattere internazionale dell'emigrazione risulta ancora dalla stretta interdipendenza economica delle varie nazioni, determinata dalla ineguale distribuzione della ricchezza. Nel campo economico le nazioni non possono vivere isolatamente, ma dipendono le une dalle altre e si completano a vicenda. Le più dotate di mezzi e di fonti di materie prime non possono disinteressarsi delle altre ed economie depressa, alle quali devono venire in aiuto per sollevarne il tenore comune di vita, il che sovente non si può ottenere senza un deflusso regolato della loro eccedenza demografica. Non sono poi meno internazionali gli altri aspetti dell'emigrazione, come quelli del protezionismo sociale, della parità di trattamento fra nazionali e stranieri, della cittadinanza, delle discriminazioni razziali e nazionali, ciascuno dei quali presenta un problema pratico, alla cui soluzione hanno eguale interesse tanto i paesi d'immigrazione quanto i paesi d'emigrazione. L'intima connessione poi con altri fenomeni internazionali, quali la circolazione dei capitali e delle merci, estende ancora di più la necessità di una regolamentazione a carattere collettivo, con la quale il problema venga globalmente affrontato.
Non sono mancati i tentativi di mettersi per questa via, ma sono rimasti infruttuosi. La mancanza di una sentita solidarietà internazionale, l'assenza di consapevolezza dell'interdipendenza tra le varie economie, il mancato riconoscimento della necessità di considerare i risvolvere in tutti i suoi aspetti la questione dell'emigrazione e il nazionalismo esagerato hanno impedito che si conseguissero sul piano internazionale dei risultati apprezzabili. L'unico organo internazionale a carattere ufficiale che abbia svolto un lavoro positivo, anche nel settore dell'emigrazione, è stata l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale ha promosso la stipulazione di numerose convenzioni internazionali, con disposizioni per la tutela degli interessi economici, sanitari e morali degli emigranti, e insieme, subordinatamente alla lotta per la prevenzione e repressione della disoccupazione, si è occupata del collegamento internazionale della mano d'opera. Questo organo è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, uscendo anzi rafforzato per merito della sua ottima struttura, e potrà, in collegamento con l'Organizzazione delle Nazioni Unite, essere utile ancora per un efficace coordinamento.
mento degli sforzi tendenti alla pacificazione delle nazioni, la quale in gran parte dipende dalla soluzione che si darà al problema dell'emigrazione.
V. ASSISTENZA RELIGIOSA AGLI EMIGRANTI
Il fenomeno dell'emigrazione creò nel secolo scorso, accanto ad altri problemi, quello dell'assistenza religiosa agli emigranti. I primi emigranti, trasferiti da regioni, avevano la stessa forza di entrare in regioni, che appena ieri avevano cessato di essere terre di missione, o erano monopolio dei protestanti, senza un'adeguata istruzione, lontani dal cielo locale, da cui spesso non erano compresi, alle prese con la miseria, con lo sfruttamento e con la cupidigia di arricchire, finirono spesso per cadere in mano o dei protestanti, o più spesso ancora dell'indifferenza religiosa o di un ateismo pratico. Fu l'esperienza diretta od indiretta di questi dolorosi fatti, che mosse nel secolo scorso alcune anime grandi ad organizzare l'apostolato per gli emigranti per gli emigrati italiani.Il movimento si riallaccia soprattutto a tre nomi: G. B. Scalabrini, Geremia Bononcili, S. Francesca Cabrini, ed varie congregazioni religiose maschili e femminili, alcune delle quali sorte con questo precipuo scopo.
È del 1883 una lettera del Papa agli arcivescovi di Napoli, Genova e Palermo per l'assistenza agli emigranti nei porti di imbarco. Furono costituiti dei comitati, ma poté concludere ben poco. Il primo ad interessarsi in maniera efficace dell'assistenza religiosa agli emigranti fu il servo di Dio mons. G. B. Scalabrini, vescovo di Piacenza. Per incarico della S. Congregazione di Propaganda Fide, a cui aveva fatto presente il problema, redasse un progetto, che Leone XIII approvò il 26 giugno 1887. Di questo progetto faceva parte anche quella che fu poi detta la Pia Società dei Missionari di S. Carlo per l'assistenza agli emigranti italiani (28 nov. 1887), più tardi ancora detti Scalabriniani.
Un anno dopo inviò la madre Cabrini a mandare le sue religose in America, per l'assistenza agli emigranti, invece che in Cina, ed il 19 maggio egli stesso consegnava il Crocefisso alla fondatrice ed alle prime suore in partenza. Lo stesso inviò rivolgeva nel 1900 alla madre Clelia Merloni, fondatrice delle Suore Missionarie Zeligarici del S. Cuore, e nell'ott. dello stesso anno un primo gruppo di queste partiva per S. Paolo (Brasile). Fondò poi egli stesso una Congregazione di Suore Missionarie - suddivise in due rami - con il medesimo scopo dei suoi missionari (Scalabriniane).
Un altro apostolo dell'assistenza agli emigranti italiani fu il vescovo di Cremona, mons. G. Bononcili, grande amico dello Scalabrini. Si occupò della questione dell'emigrazione in una sua lettera pastorale del 1896, L'emigrazione. Nel gen. del 1900 inviava inoltre un appello sull'argomento all'Associazione nazionale di soccorso ai missionari italiani (fondata dal senatore Schiapparelli).
Sorgeva allora l'Opera di assistenza degli emigranti italiani, per la loro assistenza materiale e spirituale sul luogo, dove si portavano per il lavoro, di cui nel 1901 funzionavano 20 segretariati. Essa andò sviluppandosi fin dopo la guerra 1914-18 sotto la direzione del sacerdote dell'Opera Bononcili, che nel 1914 iniziavano le pubblicazioni di un proprio periodo La Patria. L'Opera si estinse nel 1928.
Con scopo identico, religioso e patriottico, sorse l'Italia gen., promossa nel 1909 dall'Associazione nazionale per i Missionari italiani, che aprì segretariati in Italia, nel Levante ed in America, ed elargì sovvenzioni ad altre istituzioni similari.
Fuori delle congregazioni propriamente dette, sacerdoti furono inviati direttamente dall'Italia nelle planghe d'Europa d'oltre mare abitate da gruppi di italiani. Sorse a tal fine in Roma un Collegio dei sacerdoti per l'emigrazione italiana, fondato il 13 marzo 1914 ed aperto il 6 gen. 1920. Allora la S. Congregazione Consistoriale, preso cui Pio X con motu proprio del 13 ag. 1912 aveva costituito una sezione speciale per la cura spirituale degli emigranti (AAS, 4 [1912], pp. 526-27), aveva già avocato a S. con il decreto Magni semper del 30 dic. 1918 (AAS, 1 [1919], pp. 39-43), quanto riguardava l'assistenza religiosa agli emigranti, assieme a tutto il movimento dei sacerdoti che, per qualsiasi ragione, intendono dall'Europa emigrare, anche temporaneamente, in America o nelle Isole Filippine. La stessa Congregazione costituiva un prelato per l'emigrazione italiana, che tenesse soprattutto i rapporti con le autorità italiane, nominandolo insieme rettore del Collegio predetto (Notificazione della S. Congregazione Consistoriale, 23 ott. 1920 e 26 maggio 1921).
VI. STATO ATTIALE
La S. Congregazione Consistoriale (Sezione per l'emigrazione) segue e dirige ogni particolare attività diretta all'assistenza degli emigranti in genere, e, in modo particolare, degli emigranti italiani. Perciò a questa Congregazione fanno capo tutte le Congregazioni religiose e i sacerdoti che si occupano dell'assistenza agli emigranti.La Pia Società dei Missionari di S. Carlo, la Congregazione più specificamente diretta a questo genere di apostolato, è fin dal 1926 sotto l'alta direzione della stessa S. Congregazione Consistoriale. Contra 87 case, di cui 39 negli Stati Uniti del nord e 27 residenze in Brasile con chiese, scuole e collegi; in queste regioni il loro ministero si svolge tra le comunità già italiane e ormai inserite nelle comunità delle rispettive nazioni (italo-americani).
Recentemente hanno aperto case in 3 diocesi argentine. Inoltre il loro apostolato si attua nell'assistenza agli emigranti italiani, nel senso stretto della parola, sia durante il viaggio, sia all'arrivo, sia nella loro temporanea permanenza all'estero. Che se la permanenza diventerà definitiva, si presenterà poi il problema dell'inserimento nella vita cattolica del paese. Da 14 anni hanno esteso il loro ministero nelle vicinanze di Europa (6 residenze in Francia, 3 in Belgio e 3 in Svizzera). Collaborano all'assistenza degli emigranti altre Congregazioni religiose maschili e femminili, i particolarmente i Francescani, Minori e Cappuccini, i Gesuiti, i Salesiani, la Società dell'appostolato cattolico, gli Oblati di M. I., i Guanelliani, la Compagnia di S. Paolo; tra le femminili, le Missionarie del S. Cuore di Gesù (della Cabrini), le Suore Missionarie Zeligarici del S. Cuore, le Figlie della Carità, le Poverelle del Palazzo, le Preziosine di Monza, le Suore di S. Giuseppe, le Salesiane.
Oltre ai religiosi e alle religiose lavorano tra gli emigranti altri sacerdoti del clero secolare che dipendono direttamente dalla S. Congregazione Consistoriale. Questi sono sottoposti ad un superiore per ogni nazione o gruppo di nazioni, eletto dalla medesima Congregazione.
L'assistenza religiosa, specifica per gli emigranti, deve un po' seguire il corso più o meno celere dell'assimilazione dell'emigrante nel paese d'arrivo, e segue naturalmente diversi indirizzi a seconda che l'emigrazione è temporanea o perpetua. Dove l'assimilazione è rapida e l'emigrazione perpetua, l'unico mezzo per assicurare l'assistenza spirituale è quello di aumentare proporzionalmente il numero dei sacerdoti, portandoli dai paesi d'origine. È quanto si è fatto e si va facendo. In Argentina non si ha una trentina i preti italiani, che si sono recati nelle diocesi di Buenos Aires, La Plata, Rosario, Mercedes, S. Fé, Bahia Blanca, Mendoza, Tucumán, Catamarca.
Quando si attua la vera colonizzazione dei grandi territori incolti il criterio è invece di far seguire i gruppi omogenei degli emigranti dal sacerdote connazionale. Ciò si è fatto in Argentina e nel Venezuela.
In Europa invece l'emigrazione è più che altro a carattere temperaneo ed individuale. Data anche la dispersione degli emigranti è più difficile l'opera di accostamento. Si è tentato di supplire, organizzando soprattutto le cosiddette missioni volanti. Si è suddivisa ciascuna nazione in tante zone: si è affidata l'assistenza di tutti gli emigranti, residenti in ciascuna zona, a uno o più missionari italiani. I quali in stretto contatto con i vescovi visitano periodicamente gli emigranti, per portare loro l'assistenza spirituale ed indirizzarli alla frequenza delle Chiese e clero locale.
Nel 1048 si contavano 13 di questi missionari in Belgio, 28 in Francia, 18 in Svizzera, 1 in Svezia, 2 nel Lussemburgo, 1 in Olanda, 2 in Inghilterra, 1 in Romania, senza contare i religiosi, trasferiti da una nazione all'altra dai rispettivi superiori di religione. Così ultimamente un gruppo di cappuccini italiani dagli Stati Uniti si sono trasferiti in Australia per l'assistenza agli emigranti italiani.
Nel loro lavoro in Francia ed in Belgio, i missionari italiani sono assistiti dagli Ordinari locali e dalle organizzazioni ACLI (v.) ed ONARMO (v.). In Francia si costituiva allo scopo una Commissione episcopale presieduta dall'arcivescovo di Sens. In Belgio ciascun vescovo ha nominato un proprio delegato per gli immigranti; questi delegati fanno inoltre capo ad un delegato nazionale, il quale ordina le varie iniziative d'accordo con il superiore missionario.
Organo delle missioni d'Europa sono 8 bollettini locali. Inoltre dal 1947 presso la Segreteria di Stato di S. S., funziona un apposito Ufficio migrazione, che si occupa degli apolidi e delle iniziative cattoliche, che sorgano nelle varie nazioni in favore degli emigranti.
BML: A. Legoir, L'émigration européenne, son impériales, ses causes, ses effets, Parigi 1861; G. B. Scalabrini, L'émigration italienne au America, Piacenza 1887; id., Diégno di legge sull'émigré, 1887; id., L'Italia all'estero, 1887; id., La question de la migration, 1887; id., L'Italia all'estero, 1887; id., L'Italia all'estero, 1887; id., L'Italia all'estero,
sopra una florente agricoltura, che occupa i 3/5 della popolazione e dà all'Italia, fra l'altro, le più alte quote di frumento, barbabietola, canapa, pomodoro, ecc., oltre una ricca produzione viticola e fruttifera; ed è integrata da un non meno florida allevamento (bovini e suini) con le congiunte attività. Modeste, ma non trascurabili le risorse minerarie (zolfo, perolo). Accanto alle industrie alimentari (latticini, carni insaccate, zuccherifici), che vi hanno dominante importanza, si sono sviluppate in E. soprattutto le tessili, le meccaniche e le chimiche. La posizione geografica favorisce un intenso traffico e perciò un attivo commercio, che si giovano di una ottima rete stradale e ferroviaria (molto danneggiata dalla recente guerra).
Province (e popol. presente al 1° gennaio 1949 nel capoluogo)
| Province | Superficie in kmq. | Popol. (1° gennaio 1949 in 1000) |
| Piemonte | 2.586 | 2.596 |
| Bas
nuove strutture semplificatrici nell'edilizia preparano decisamente l'avvento di quello stile, come si nota nel cosiddetto Palazzo di Teodorico, sempre a Ravenna (VIII sec.), e in molti campanili rotondi di quella zona, fra il VI e il IX sec.
Benché sviluppato appaiono in Lombardia il romanico trovò ben presto nell'E. espressioni di edilizia sacra altamente rappresentativa, i cominciate dal duomo di Modena (inizi del sec. XI) per finire con la cattedrale di Ferrara, la più grandiosa della serie, che doveva assumere nella parte superiore (sec. XII) aspetti ogivali. Ed anche nelle fabbriche civili quel periodo è rappresentato con forme tipiche, quali le due ardite torri degli Asinelli e della Garisenda (sec. XII) a Bologna. La scultura, al servizio dell'edilizia, trovava un meraviglioso sviluppo nel sec. XII a Modena, per opera di Viligelmo; a Ferrara, con Niccolò e il suo seguente Guglielmo, e quindi a Parma, con Benedetto Antelomi e la sua scuola (fra il 1150 ca. e la metà del sec. XIII), assurgendo di importanza europea. Nell'ambit

Emilia - Pieve romatica di Sasso (sec. xil).
o pittorico, dopo la splendida fioritura musiva di Ravenna bizantina, seguiva una lunga stasi, finché a Bologna s'andò sviluppando l'arte del minio, verso la fine del Duecento, con una certa libertà di movenze.
Il successivo periodo gotico vanta un'edilizia gioiosa con materie e caratteri locali, a Bologna (chiese di S. Francesco, di S. Domenico e di S. Petronio), a Pienza (S. Francesco e S. Sisto), a Cesena (Duomo); a Pisa pure l'architettura civile a Bologna (Palazzi del Municipio, dei Notai, di Re Enzo), a Piacenza (Palazzo Cecano e Palazzo della Ragione), mentre sorgevano per ogni dove rocchie feudali e fortili di cui basterà citare il famoso Castello Estense, a Ferrara, e i manieri di Gara e di Castellarquato. La scultura trecentesca appare nell'E. tributaria delle regioni prossime, come attesta la finissima pala marmorea dei veneziani Dalle Masse, in S. Francesco a Bologna; ma in questa città operavano notevoli pittori, come Vitale, Andrea, Lippo Dalmazio, Simone dei Crocifissi; a Rimini, un gruppo insignito di affreschisti, attorno al più noto di essi, Giovanni Baronio, in parte nell'orbita giottesca; a Modena il delicato Baronio, sotto l'influenza dei Senesi, e l'acuto giallo castello Tormasso, preannunziante tipologie e tonalità quattrocentesche. Fra le manifestazioni di arte decorativa emerge, nei tardo periodo gotico, le miniature bolognesi, specie di Niccolò di Giacomo, le oreficerie di Jacopo Roseto, anch'esso petroniano, e gli'intagli ebastici di Giovanni di Baiso, che ci ha lasciato un autentico capolavoro, a puro motivi geometrici e vegetali, con gli stalli del coro di S. Domenico, a Ferrara.
Soffio della Rinascenza l'edificio le terre emiliane con un certo ritardo rispetto all'Italia centrale; comunque, le nuove forme edilizie e decorative apparvero diprima in Bologna, città più prossima a Firenze, affermate da architetti come Pagno di Lago Portigiani e Fioravante. Aristotele Fioravanti, Verso la fine del Quattrocento, per opera del bramantesco Biagio Rossetti, si determina il sereno volto di Ferrara estense, con la cosiddetta addizione erculea e con una serie mirabile di palazzi prigio e di chiese, mentre l'impronta maschile romanteggiante di Leon Battista Alberti è manifesta nel tetragono campanile di quel Duomo, in Romagna a Rimini nel S. Francesco, detto Tempio Malatestiano. Nel corso del Cinquecento si sviluppò, soprattutto a Bologna, l'edilizia civile, rappresentata dai palazzi di Andrea Marchesi, di
Il Formigine, di Antonio Morandi, detto il Terribilia, di Bartolomeo Triacchini e del geniale Pellegrino Pellegrini o Tibaldi, che doveva affermarsi soprattutto a Milano e in Spagna. A Ferrara, la tradizione rossettiana si perpetua fin verso il Seicento, con Girolamo da Carpi e Alberto Schiniti, in forme classicheggianti; a Parma emergono le chiese di Bernardino Zaccagni; a Piacenza quelle di Alessio Tramello e l'incompiuto Palazzo Farinace di Jacopo Barozzi da Vignola, architetto di fama universale. La scultura quattrocentesca fuori soprattutto per virtù di maestri forestieri. A Bologna domina il grande modellatore e mutantino narratore Niccolò da Bari, detto dell'Arca; a Ferrara lavorano i donatellani Niccolò e Giovanni Baroncelli da Firenze e il padovano Domenico di Paris, mentre a Modena si afferma con spirito di popolarismo tradizionale scultore locale, in terracotta policroma, Guido Mazzoni. Da lui derivò, sempre a Modena, il cinquecentesco ed aggraziato Antonio Bagnarelli; a Ferrara innescò sulle tendenze autocratiche forme toscane al-fonso Lombardi, molto attivo a Bologna. Nudico sempre era stato un'antica scultura, e la sua scultura, al servizio dell'edilizia, trovava un meraviglioso sviluppo nel sec. XII a Modena, con Niccolò e il suo seguente Guglielmo, e quindi a Parma pure l'architettura civile a Bologna (Palazzi del Municipio, dei Notai, di Re Enzo), a Piacenza (Palazzo Cecano e Palazzo della Ragione), mentre sorgevano per ogni dove rocchie feudali e fortili di cui basterà citare il famoso Castello Estense, a Ferrara, e i manieri di Gara e di Castellarquato. La scultura trecentesca appare nell'E. tributaria delle regioni prossime, come attesta la finissima pala marmorea dei veneziani Dalle Masse, in S. Francesco a Bologna; ma in questa città operavano notevoli pittori, come Vitale, Andrea, Lippo Dalmazio, Simone dei Crocifissi; a Rimini, un gruppo insignito di affreschisti, attorno al più noto di essi, Giovanni Baronio, in parte nell'orbita giottesca; a Modena il delicato Baronio, sotto l'influenza dei Senesi, e l'acuto giallo castello Tormasso, preannunziante tipologie e tonalità quattrocentesche. Fra le manifestazioni di arte decorativa emerge, nei tardo periodo gotico, le miniature bolognesi, specie di Niccolò di Giacomo, le oreficerie di Jacopo Roseto, anch'esso petroniano, e gli'intagli ebastici di Giovanni di Baiso, che ci ha lasciato un autentico capolavoro, a puro motivi geometrici e vegetali, con gli stalli del coro di S. Domenico, a Ferrara.
Soffio della Rinascenza l'edificio le terre emiliane con un certo ritardo rispetto all'Italia centrale; comunque, le nuove forme edilizie e decorative apparvero diprima in Bologna, città più prossima a Firenze, affermate da architetti come Pagno di Lago Portigiani e Fioravante. Aristotele Fioravanti, Verso la fine del Quattrocento, per opera del bramantesco Biagio Rossetti, si determina il sereno volto di Ferrara estense, con la cosiddetta addizione erculea e con una serie mirabile di palazzi prigio e di chiese, mentre l'impronta maschile romanteggiante di Leon Battista Alberti è manifesta nel tetragono campanile di quel Duomo, in Romagna a Rimini nel S. Francesco, detto Tempio Malatestiano. Nel corso del Cinquecento si sviluppò, soprattutto a Bologna, l'edilizia civile, rappresentata dai palazzi di Andrea Marchesi, di
da un intimo equilibrio classico, e basterà citare i lesinei Bartolomeo Provaglia, Giovanni Battista Bergonzoni, Carlo Francesco Dotti, Alfonso Torregiani, Antonio Bibbiena (architetto teatrale e scenografico), massimo rappresentante di una dinastia apprezzata in tutta Europa; il ferrarese Giovanni Battistin Aleotti, detto l'Argenta, e il già neoclassicheggianto faentino Giuseppe Pistoechi. Modanese fu il più fervido seguace del Borromini, cioè il teatrino Guarino Guarini, che lasciò a Torino le sue opere più significative, e ad Imola visse a lungo Cosimo Morelli, compassato autore del Palazzo Braschi a Roma. Massimo scultore emiliano del Seicento è da ritenersi il bolognese Alessandro Algardi, che anche in qualità di architetto valeggiò degnamente a Roma con il Bernini, conferendo alle forme barocche una misura dignità. Sempre a Bologna si distinsero quindi: Giovanni Battista Barberini, Camillo e Giuseppe Mazzu, Angelo Piò e, a Ferrara, Andrea Ferreri di educazione bolognese. Soprattutto nella pittura la città di S. Petronio doveva in quei secoli imporsi nell'attenzione del mondo artistico con l'eclettica scuola dei Carracci, valido strumento figurati
!

liche esotizzanti della manifattura Ferniani a Faenza, i ferri botruti del modenese settecentista Giovanbattista Malageli; le stampe intese dei Carracci a della loro scuola a quelle popolaresche di Giuseppe Maria Mitelli, anch'esso bolo
[img-9.jpeg](img-9.jpeg)
vo della Riforma cattolica e donde uscirono i più nobili maestri della regione: oltre ai bolognesi Guido Reni, Domenichino, Albani, Tiziano, Andrea Donducci, detto il Mestrellera, a Carlo Cignani, il Guercino da Cento, i parmigiani Lanfranco e Badalocchio, e i modenesi Schedoni, Cavedon e Lana, il ferrarese Carlo Bonone. E nel secolo seguente brillò a Bologna il genio spregiudicato di Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnolo, e si affermarono i talenti di Marcantonio Franceschini e dei tipologi Ubaldo e Gaetano Gandolfi, mentre il piacentino Giovanni Paolo Pannini precorse piacevolmente i vedutisti veneti. Nelle arti decorative meritano menzione il mobilio e i parati bolognesi di rigogliosa letizia, le maio
EMILIA - Veduta aerea della cattedrale di Ferrara (†13-13-1300).
Liche esotizzanti della manifattura Fermiani a Faenza, i ferri battuti del modenese settecentista Giovanni Battista Malagoli; le stampe incise dei Carracci e della loro scuola quelle popolaresche di Giuseppe Maria Vitelli, anch'esso bolognese.
Durante l'Ottocento non mancarono gli artisti ragguardevoli per estro e capacità stilistica, ma senza legame fra loro, spesso emigrati in altre regioni o all'estero, per cui nessun gruppo o scuola emiliana figura nella storia di questo periodo. L'edilizia è onorevolmente rappresentata dal bolognese neoclassico Giuseppe Nadi, dal mo-dicense Luigi Poletti e da Antonio Sarti di Budrio, operanti con successo a Roma sotto Gregorio XVI e Pio IX, nonché dal neo-cinquecentista Giuseppe Mengoni di Fon-tana Elice. Buoni plastici canoviani si rivelarono, a Bologna, Giacomo De Maria e Adamo Tadolini. Nella pittura, durante il periodo neoclassico, emersero i pro-vesti ritrattisti Gaspare Landi di Piacenza e Lodovico Lipparini di Bologna e quindi, al tempo del purismo romano, il faentino Tommaso Minardi il modenese Adeodato Malatesta. Nella seconda metà del secolo, figurarono, fra i maggiori pastori romantici, non solo italiani. Antonio Fontanesi di Reggio Emilia, fra i più dotati ed estorsi macchiolati, Silvestro Lega di Modigliana. Deli-cato orientalista fu Alberto Pasini di Busseto; lirico interprete del paesaggio appenninico, il bolognese Luigi Bertelli, e a Bologna, negoziarono il robusto compositore e disegnatore solitario Luigi Serra e il decadente luminista Mario De Maria; spinsero la loro feconda attività fin nel secolo attuale i ferraresi Gaetano Previati e Giovanni Boldini; l'uno, teorico del divisionismo ma dal sognante temperamento mistico, e l'altro, commentatore impetuoso e morendente della mondanità parigina.
teltura fervente nel
Onaltropento a nel Cinquecento, Roma 1942:
E. Bodmer, Il Corregio e gli Emiliani, Novara 1943: U. Nebbia,
La pittura italiana
del Seicento, ivi 1946.
pp. VII-XX.


