EMIGRANTE, EMIGRAZIONE

EMIGRANTE, EMIGRAZIONE. - Nel suo significato proprio è l'abbandono del territorio nazionale da parte di uno o più membri della comunità, che si trasferiscono in altro territorio, con l'intento di fissarvi il proprio domicilio in modo perpetuo o temporaneo. Come tale suppone un termine di

partenza, il suolo della nazione d'origine; un termine d'arrivo, il territorio fuori dai confini naturali o politici della patria; più individui che si spostano dall'uno all'altro, e pigliano il nome di emigranti rispetto al primo, d'immigranti rispetto al secondo. In senso alquanto ristretto e meno proprio si dà anche il nome di emigrazione di dislocamenti della popolazione, che si verificano entro il

territorio della medesima società politica. Se si considera invece nel suo complesso, quale fatto caratteristico della demografia del mondo civile del secolo passato e del presente, l'emigrazione è quel vasto movimento demografico composto d'individui e di famiglie, i quali, sotto l'impulso dell'iniziativa privata e sotto la responsabilità personale, passano da un paese civile e progredito ad un altro paese civile e progredito, d'ordinario scarsamente popolato.

Queste sue note distintive la separano nettamente da forme di migrazioni di popoli avveratesi nella storia, dalle altre antiche invasioni barbariche, nelle quali un interpopolo, sospinto e dalla sete di conquista e dalla brama di nuove terre, marciava unitariamente sotto un embrionale regime politico alla loro conquista, soggiogando le genti, che trovava nel suo passaggio, e sovente facendo il deserto intorno a sé. In essa manca il carattere individualistico e pacifico della moderna emigrazione. Inoltre per la medesima ragione non possono essere ad essa assimilati, né lo scambio forzato delle popolazioni, in qualche caso imposto con trattati bilaterali fra due Stati, desiderosi di risolvere la questione delle rispettive minoranze etniche, né l'espulsione di importanti aliquote di abitanti da alcuni territori, avvenuta durante la prima guerra mondiale e, in misura maggiore, durante e dopo la seconda. L'emigrazione è movimento libero e spontaneo.

Essa può essere interna, continentale, estracontinentale o transoceanica, se si considera il paese di destinazione, verso il quale si dirige la corrente emigratoria; può essere temporanea o permanente, se si considera la durata intenzionale dell'espatrio. Sarà interna, se la corrente emigratoria si muove da una regione all'altra, entro i confini dello Stato; continentale, se il paese di destinazione resta compreso nel continente europeo; transoceanica, se il

Article illustration
EMERY, JACQUES-ANDRÉ - Lettera scritta al confratello sec. Montezignè, nell'apr. 1703, prima di comparire davanti al tribunale rivoluzionario - Parigi, Biblioteca del Seminario di S. Sulpicio.
(da J. Lefion, Monsieur E., Parigi 1869, p. 261)
deflusso emigratorio si riversa nelle terre d'oltre oceano. Invece, sarà temporanea, alla quale appartiene la stagionale, se l'emigrante intende abbandonare il suolo patrio per un tempo più o meno lungo, secondo le possibilità di lavoro e gli obblighi del contratto previamente stipulato, dopo il quale fa assegnamento di rivarcare i confini; sarà permanente, se l'emigrante parte con l'intenzione di non far più ritorno e di fissare all'estero in modo definitivo il proprio domicilio. La continentale in linea di massima ha un carattere temporaneo o stagionale, mentre la transoceanica è d'ordinario permanente. Come parte dell'emigrazione interna può essere considerato il deflusso della popolazione d'un paese diretto ai territori sottoposti al dominio politico della nazione d'origine, sebbene si trovino situati oltre i confini naturali del suolo patrio, come sono le colonie ultramarine riguardate quale prolungamento della metropoli.

I. STORIA

L'emigrazione contemporanea comincia con gli inizi del sec. XIX a va lentamente crescendo di intensità fino a raggiungere verso la sua fine e il principio del nuovo altissime percentuali, che non possono trovar riscontro in nessun periodo antecedente della storia. Si tratta d'un vero esodo di migliaia e migliaia d'individui e famiglie, che per vari motivi abbandonano la vecchia Europa, per trasferirsi nel nuovo continente in cerca di libertà o di migliori condizioni di vita. Per i primi anni del sec. XIX fanno difetto le statistiche, per poter misurare la massa umana, che il flusso emigratorio convoglia e trascina. Le statistiche, iniziate dagli Stati Uniti nel 1820, sebbene imperfette e insufficienti, possono dare un'idea del numero e della provenienza degli emigranti dal 1820

al 1850. In questo periodo arrivarono negli Stati Uniti, la maggior parte provenienti da paese europei, tra i quali avevano la prevalenza le Isole britanniche e la Germania, seguite dalla Francia e dagli Stati scandinavi con largo scarto, 2.199.000 individui. Alla metà del sec. XIX, le statistiche fornite dai paesi di provenienza degli emigranti, ormai sufficientemente migliorate, permettono di poter fissare che, nel quinquennio 1846-50, partivano dall'Europa in media 256.000 persone all'anno. Il paese preferito, data la provenienza della maggior parte degli emigranti e la loro affinità linguistica e culturale con le popolazioni d'oltre oceano, erano gli Stati Uniti. Scarsa, invece, si manteneva lungo lo stesso periodo l'emigrazione verso l'America meridionale e centrale, dove facevano difetto la sicurezza dei coloni, poco protetti dalle incursioni degli indigeni, la buona e facile viabilità e la certezza dei titoli di proprietà e si opponevano altri impedimenti d'indole politica, morale e religiose; insignificante l'emigrazione verso l'Asia e l'Africa.

Nella seconda metà del sec. XIX la corrente migratoria s'intensifica, raggiungendo la cifra di 321 mila partenze annue in media nel quinquennio 1851-53. La prevalenza è tenuta ancora dalle Isole britanniche, e particolarmente dall'Irlanda, a causa dell'oppressione religiosa e della gravissima crisi economica che la travagliano. Più sostenuta si rivela la corrente germanica, la quale, nel quinquennio 1856-60, raggiunge il quarto di tutte le partenze. Nello stesso tempo comincia l'esodo dai paesi mediterranei, specialmente dal Portogallo e dall'Italia, le cui quote andranno aumentando di anno in anno con un pauroso moto progressivo. La Spagna vi partecipa in misura esigua, mentre diminuisce il contributo della Francia. Nei quinquenni successivi si registrano quote oscillanti tra le 229 mila partenze annue e le 346 mila, con una più notevole partecipazione degli Stati scandinavi e dell'Italia, il cui contributo raggiunge il 5% della cifra totale. Il ritmo delle migrazioni, dopo un temporaneo abbassamento, si accelera di nuovo verso il 1880 e gli anni di poco posteriori. Ripiglia l'emigrazione irlandese con 80 mila partenze annue in media, quella della Gran Bretagna, esclusa l'Irlanda, tocca il suo punto massimo con 320 mila espatri nel 1885, la germanica risale di nuovo con oltre 200 mila partenze nel 1882, e prende un posto abbastanza elevato nella percentuale quella italiana con le sue 200 mila partenze nell'a. 1888.

Nell'ultimo decennio del sec. XIX, l'emigrazione europea nel suo complesso tende a perdere di tensione, oscillando tra le 729 mila partenze di media nel primo quinquennio e le 602 mila nel secondo, mentre diventa sempre più sostenuta quella italiana con il 27,5% e spagnuola con il 13,4% e scende in modo considerevole quella della Gran Bretagna e della Germania. Nei primi anni del sec. XX la marea monta fino a raggiungere un milione di partenze annue, alle quali l'Italia partecipa con il 30,5% di tutta l'emigrazione europea, e continua a salire nel periodo immediatamente precedente alla prima guerra mondiale, toccando le altissime punte di 1.389.000 partenze annue in media, con una lieve flessione determinata dalla difficoltà create dalla guerra durante il suo svolgimento. In questo ultimo spazio di tempo la Gran Bretagna sosteneva un deflusso di popolazione, che oscillava dalle 453 mila unità del 1911 alle 370 mila del 1913, ed era superata dall'Italia, che faceva defluire lungo i canali dell'emigrazione un mezzo milione ca. all'anno dei suoi figli, registrando il più elevato numero di partenze in confronto di qualsiasi altro paese dagli inizi del movimento fino allo scoppio della prima guerra mondiale.

I paesi di destinazione di questo immenso flusso di popolazione, che si spostava con rapidità da un continente all'altro, oltre agli Stati Uniti, che tengono il primo posto nelle preferenze degli emigranti, sono il Canadà, la Nuova Zelanda, l'Unione Sudafricana, gli Stati dell'America latina, particolarmente l'Argentina e il Brasile, verso i quali ultimi si dirige una buona aliquota dell'emigrazione italiana, con preferenze dell'Argentina sul Brasile. La fase finora descritta può essere definita della perfetta libertà individuale. Il deflusso della popolazione, i canali che essa segue e la scelta dei paesi di scarico sono lasciati al

Article illustration
(da P. A. Appiani, Vita di S. Emilia, Jeroli 1858) EMIDIO, sosto, martire - Incisione in rame.
gioco spontaneo delle forze naturali di propulsione e di attrazione. Nei vecchi paesi europei nessuno si opponeva al deflusso continuo delle esuberanti forze di lavoro, alla cui sussistenza era difficile provvedere con le risorse interne; nei paesi nuovi, poco popolati, non esistevano ancora interessi, che ne contrastassero l'accoglienza. Gli uni e gli altri consideravano il movimento migratorio come un mezzo adatto a risolvere i loro problemi; i primi si liberavano volentieri di persone che erano oggetto di preoccupazione, perché scontente del loro stato; i secondi vedevano nell'emigrazione europea l'apporto di nuove forze capaci di permettere la loro ascesa verso la prosperità e l'autonomia economica e politica.

Il panorama comincia a cambiare nel sec. xx. La preponderanza degli emigranti, provenienti dai paesi mediterranei e dall'Europa orientale, indusse prima gli Stati Uniti ad emanare delle leggi restrittive, in modo da arginare considerevolmente l'afflusso delle popolazioni, ritenute meno desiderabili, e queste sono state poi diversamente adottate dagli altri paesi d'immigrazione. La prima guerra mondiale segna la fine della libertà d'emigrazione e dà inizio al periodo del proterionismo sotto l'influsso di cause diverse, non sempre dovute alla volontà degli Stati, anzi sovente tali da determinare un atteggiamento politico differente da quello tenuto nel secolo precedente in modo necessario e insuperabile. L'emigrazione tende presentemente ad assumere una forma organizzata, mediante accordi bilaterali fra gli Stati, la quale non permette lo spostamento autonomo delle masse.

Per misurare in modo approssimativo la grandiosità e importanza del fenomeno migratorio, possono servire d'indicazione le cifre seguenti. Tra il 1826 e il 1932, secondo le statistiche dei paesi d'emigrazione, sarebbero partiti dalle rispettive patrie dai 53 ai 59 milioni di persone. Se a queste cifre già imponenti si aggiungono quelle probabili del periodo tra il 1820 e il 1845 e, con qualche maggior precisione, quelle degli ss. dal 1932 al 1938, non si andrà molto lontano dalla realtà, affermando che, lungo tutto il sec. xix e la parte del xx fino alla seconda guerra mondiale, il movimento migratorio ha convogliato nel suo ampio alveo il numero complessivo di 80 milioni ca. di persone, in ragione di 600 o 700 mila di media annua. Nessun periodo di migrazione di popoli può trovare riscontro in quella dell'età contemporanea.

Se si volesse ora muovere alla ricerca delle cause, che hanno prodotto un così ingente spostamento di popolazione, non sarebbe facile rilevarle con esattezza di volta in volta. Persecuzioni religiose, desiderio di libertà, densità della popolazione e condizioni precarie di vita in alcuni paesi, miraggio di facili guadagni, brama di migliorare possibilmente la propria posizione sociale ed economica, necessità impellenti di lavoro, propaganda organizzata dalle grandi compagnie, notizie pervenute dai primi che avevano fatto fortuna e così via hanno diversamente influito sugli animi, per deciderli a rompere i legami con la patria e la famiglia e spingerli sulle vie dell'incognito fortunoso. Attribuire la vastità del movimento all'una o all'altra causa, come sarebbe se si vedesse unicamente sotto la lente del disagio economico prodotto dalla densità della popolazione, porta a conclusioni che sovente vengono amentite dall'analisi più accurata dei fatti.

II. ASPETTO MORALE E GIURIDICO

Il diritto di emigrare, per andare alla ricerca di un nuovo domicilio, rompendo il vincolo giuridico che lega l'uomo alla società, nella quale è nato, è stato discusso fin dagli albori del moderno diritto internazionale. Prima ancora che il Grozio toccasse l'argomento e il Vatrel più tardi gli dedicasse maggiore attenzione, il Vitoria, aveva fissato alcuni principi e dato in linea di massima la soluzione del problema. Secondo il Vitoria, la terra con i suoi beni è stata destinata al servizio del genere umano, di modo che tutti gli uomini hanno il diritto primordiale di farne uso, per la propria sussistenza e il proprio perfezionamento. La divisione della proprietà non distrugge questa essenziale destinazione delle risorse naturali della ter-

ra, e quindi se esse non vengono sfruttate dal popolo che le possiede, qualsiasi uomo, anche se appartenente ad altra società politica, può occuparle per fare ad esse raggiungere il loro scopo, purché la sua azione non sia nociva a quella, cui appartiene il territorio. Questa conclusione viene da lui rafforzata con l'appello al principio d'eguaglianza. Se una società permette a degli estranei di muovere alla ricerca di cose preziose, esistenti nel territorio di sua giurisdizione, non può escludere gli altri dal godimento della medesima concessione, senza una ragione appoggiata sulle esigenze del bene comune. Inoltre la legge naturale detta il precetto della comune solidarietà e impone la necessità degli scambi tra le varie genti; può, dunque, l'uomo fissare il proprio domicilio su qualsiasi parte della terra, per intrecciare relazioni di collaborazione con altri popoli, nel cui territorio ha il diritto di risiedere o di transitare liberamente, se ciò non porta detrimento agli altri. Le tesi del Vitoria è, dunque, moderatamente liberista, in quanto all'affermazione del diritto umano di emigrare congiunge la considerazione del bene comune della terra di immigrazione, dal quale il diritto riconosciuto può venire limitato. I principi da lui fissati sono diventati patrimonio della dottrina cattolica.

Presentemente tengono il campo tre soluzioni, due estreme e l'altra intermedia. Le estreme traggono rispettivamente origine e dal culto eccessivo della libertà, distintivo della concezione liberale, o dalle teorie che più o meno inclinano verso l'assolutismo del potere dello Stato e si atteggiano diversamente, pur mantenendo il principio della sovranità illimitata. La tesi liberale sostiene che il diritto d'emigrare non è altro se non una manifestazione della libertà umana, che si dirige verso la scelta d'un domicilio più conveniente alla persona interessata, e poiché l'autonomia individuale è un diritto sacro e intangibile, il cittadino ha la facoltà di emigrare a sua discrezione. La società conseguentemente non avrebbe il potere di sopprimeria né quello di limitarla, eccetto in caso di vera emergenza. Le teorie, invece, che più e meno si ispirano al concetto del potere assoluto dello Stato, muovendo dal principio che l'individuo non possiede per sé nessun diritto personale, se non in quanto gli viene concesso dell'autorità pubblica, gli nega il diritto d'emigrare ed attribuisce allo Stato un potere discesionale d'impedirne l'esercizio. Concezioni organiche, razziste o nazionaliate concorrono a confermare questo atteggiamento, in quanto nel vincolo che lega l'uomo alla terra d'origine e alla società politica e nazionale vedono un vincolo di natura fisica.

La terza soluzione, diventata la più comune presso gli internazionalisti, si riannoda all'opinione espressa dal Vitoria. Essa riconosce all'uomo il diritto naturale di emigrare, ma ne subordina l'esercizio al bene comune delle due società interessate, temperando i poteri dello Stato con i limiti imposti dal diritto della persona umana, e la libertà dell'individuo con le restrizioni richieste dal bene collettivo. È questa la soluzione che viene accolta dalla dottrina cattolica. Tra i diritti fondamentali dell'uomo è da annoverarsi quello della libertà personale. La facoltà d'emigrare è l'esercizio di tale diritto, volto alla scelta d'un nuovo domicilio, all'elezione di un nuovo campo di attività, ritenuti più convenienti ai bisogni della vita; lo Stato non può, dunque, intervenire per sopprimeria o riduria in modo arbitrario. Il legame poi, che congiunge l'uomo a un determinato aggregato politico, compreso quello in cui è nato, non è di natura fisica, ma è essenzialmente una relazione morale, che egli può rompere quando la necessità o la convenienza lo consigliassero. Si aggiunge a rafforzare il suo diritto il carattere di mezzo della vita sociale in ordine ai fini prevalenti della vita. Se l'uomo non può fare a meno d'inserirsi entro un organismo sociale, perché fuori di esso non potrebbe né vivere, né progredire, tuttavia questa necessità finale non

le leggi in modo indissolubile al ceppo, dal quale procede, potendo egli conseguire il medesimo scopo e in maniera più sicura in altra compagine collettiva. Egli può, dunque, cercare sotto altri cieli a fra nazioni straniere i mezzi per attuare il fine della sua esistenza.

Ne segue che lo Stato, in virtù del diritto di sovranità, non ha la facoltà di opporsi in modo assoluto all'emigrazione. Tuttavia l'uso di tale diritto da parte del cittadino trova delle restrizioni naturali nel bene collettivo, la cui cura è devoluta al potere supremo dello Stato, che con la sua legge può imporre delle condizioni, come le impone a qualsiasi esercizio della libertà personale nel campo sociale, affinché il deflusso emigratorio non pregiudichi gli interessi dei generali della collettività. Il paese di provenienza ha conseguentemente il diritto di subordinare la emigrazione al compimento previo di alcune obbligazioni sociali, come sarebbe, ad es., il servizio militare, e può adottare provvedimenti più rigorosi o in caso di necessità, innumerezza d'un conflitto, o per frenare un esodo della popolazione, che per la sua ampiezza tornerebbe dannoso all'efficienza della propria vita. L'interesse più universale del corpo sociale prevale allora sull'interesse e sul diritto dell'individuo, che desideri espatriare.

Alquanto più ardito riesce determinare gli obblighi del paese d'immigrazione, il quale non ha dei doveri giuridici positivi verso l'immigrante, non appartenendo questi alla sua compagine sociale. E tuttavia, se si tiene presente il principio posto dal Vitoria della destinazione essenziale dei beni della terra al servizio del genere umano, lo Stato non ha diritto di considerare i suoi sudditi come beneficiari esclusivi delle risorse del suo territorio e di riservarne ad essi soltanto il godimento. Se, dunque, possiede dello spazio disponibile, dove le risorse naturali giacenti inoperose potrebbero essere valorizzate dal lavoro di altre braccia, ha un dovere stretto di giustizia di permettere che queste vi s'insedino e vi traggano i mezzi di sussistenza. Nondimeno anche a questo riguardo non bisogna perdere di vista l'altro principio fissato dallo stesso Vitoria della conveniente tutela del bene collettivo, e quindi si dovrà ammettere che anche il paese d'immigrazione ha la facoltà di apportare delle restrizioni all'arrivo degli stranieri, sottoponendo l'ingresso nel suo territorio a condizioni particolari, affinché il loro afflusso non sia pregiudiziale all'ordine e alla sicurezza pubblica. Tali restrizioni però dovranno essere sempre fondate sopra una reale esigenza del bene comune e non dettate dall'egoismo nazionale o da altri pregiudizi etnici. Indubbiamente non tutte le varietà della specie umana si possono fondere tra di loro, in modo che non ne derivino inconvenienti gravi nell'ordine morale e sociale. Facendo attenzione alla maggiore e minore assimilità delle stirpi umane, può uno Stato stabilire delle discriminazioni; queste però non possono arrivare al grado di condannare intere popolazioni ad un'esistenza di miseria, giacché ogni uomo ha diritto di ricavare dalla terra i mezzi di sussistenza, a qualsiasi gruppo agli appartena. Alcune leggi restrittive esistenti in qualche paese d'immigrazione, come, ad es., negli Stati Uniti, devono essere considerate come ingiuste, non perché stabiliscano dei contingenti, legittimi in certe circostanze, ma perché il contingentamento tende a escludere popoli maggiormente bisognosi di lasciar definire la loro eccedenza demografica, per ragioni infondate o antagonismo religioso.

Le condizioni di lavoro dell'emigrante nel paese di adozione sottostanno alle leggi morali e giuridiche generali, che regolano questa materia (v. LAVORO SALAMO). Occorre tuttavia far menzione di un particolare aspetto, messo in luce da Pio XII nel radiomessaggio del 1° giugno 1941. Commemorando il cinquantenario della Rerum Necarum, il Papa ha rilevato come esistano regioni abbandonate al capriccio vegetativo della natura, dove utilmente si potrebbe trasferire la mano d'opera, e come sia sovente inevitabile che alcune famiglie, emigrando, si cerchino altrove una nuova patria. In questo caso va rispettato il diritto della famiglia ad uno spazio vitale. « Dove questo accadrà — egli soggiunge — l'emigrazione raggiungerà il suo scopo naturale, che spesso convalida l'esperienza, vogliamo dire la distribuzione più favorevole

degli uomini sulla superficie terrestre, acconcia a colonia di agricoltori; superficie che Dio creò e preparò per uso di tutti ».

Un breve cenno meritano ancora in questa parte morale e giuridica l'assimilazione a la naturalizzazione dell'immigrato, rispetto alle quali, mentre è da affermare il diritto dello Stato accoglitore di lavorare al lento assorbimento dello straniero, stabilitosi nel suo territorio, nella sua compagine sociale e politica, in modo da conseguire l'amalgamazione con le popolazioni native e assicurare l'unità, è da escludere insieme categoricamente che il processo possa essere forzato da provvedimenti oppressori. L'assimilazione deve piuttosto essere lasciata al giuoco spontaneo delle virtù naturali dell'uomo, le quali presto o tardi producono l'effetto associativo, se aiutate prudentemente dall'azione stimolatrice del potere pubblico: la naturalizzazione invece, con l'acquisto della nuova cittadinanza, essendo un atto volontario dell'individuo, con il quale egli spiritualmente aderisce al nuovo aggregato politico, non può mai essere imposta con mezzi coercitivi. Le legislazioni a questo proposito non sono concordi, ispirandosi alcune al ius soli, come quella degli Stati Uniti, altre al ius sanguinis e altre ancora a un sistema misto. Sarebbe opportuno che si conseguisse in ciò una certa uniformità, per evitare l'inconveniente grave della doppia cittadinanza.

L'immigrato, naturalizzato o no, gode, anche in seno al paese che lo ha accolto, il diritto di usare la lingua originaria nella sua famiglia e tra i suoi connazionali e di professare liberamente la propria religione in luoghi di culto, che le sue personali preferenze gli fanno scegliere. Sono questi dei diritti umani universali, comunemente riconosciuti persino dal diritto positivo internazionale alle minoranze etniche, che non possono essere in nessun modo negati a coloro i quali hanno emigrato, né contro di essi ha alcun valore il motivo che ritardano l'assimilazione.

III. VALUTAZIONE SOCIALE

I giudizi sul valore sociale dell'emigrazione si dimostrano discordanti a causa del diverso aspetto, sotto il quale viene considerata, e del rilievo dato ad alcuni elementi a preferenza di altri, che pure non vanno trascurati in una valutazione obiettiva del fatto.

Gli oppositori dell'emigrazione, generalmente di tendenza nazionalistica, indugiano in modo particolare nel rilevare i mali, che essa causa al paese. Innanzi tutto l'emigrazione involverebbe alla nazione una forza preziosa, la quale, se mantenuta entro i confini della patria, potrebbe rinvigorire la sua efficienza. L'emigrante è perduto per sempre, non soltanto come elemento numerico, ma come uomo dotato d'intelligenza, volontà e operosità fisica e spirituale, e con lui è perduto la sua prole, la quale, nata in paese straniero, conserva soltanto un pallido ricordo della patria d'origine. Inoltre l'emigrazione porta via di solito gli individui meglio dotati, nel pieno vigore delle loro forze e nel periodo di maggiore rendimento, i quali profonderanno la loro attività in terre straniere, senza che alla nazione, alla quale devono la nascita, il sostentamento e l'educazione, ne derivi alcun beneficio diretto. Le rimesse che egli manda, non arrivano a compensare le spese incontrate per il suo allevamento, educazione e formazione intellettuale e professionale. Non è esatto nemmeno dire che con l'emigrazione si dilata la cultura nazionale o si purifica l'organismo sociale dalle tossine pericolose, liberandolo degli individui meno buoni. Nella realtà l'emigrato, particolarmente alla seconda generazione, viene compiutamente assorbito nella cultura del paese d'adozione, e solo con ulteriori spese la nazione d'origine può mantenere desta la fiamma della propria, aprendo a mantenendo scuole e istituti per la sua assistenza. L'emigra-

zione poi, come possono dimostrare le statistiche, lungi dal purificare l'organismo sociale, gli sottrae i membri più giovani, più attivi e più ardimentosi. Coloro che si avventurano verso un avvenire spesso ignoto non sono i deboli, i malati, gl'incapaci e i minorati intellettualmente e fisicamente. L'emigrazione, dunque, opera una selezione a rovescio, trascinando via gl'individual validi e lasciando in patria gli inetti. Si aggiunge agli inconvenienti descritti la sua inadeguatezza a risolvere il problema interno dell'eccessiva densità della popolazione in relazione alle risorse del suolo, giacché un popolo prolifico, nonostante il deflusso migratorio, avrà sempre di fronte la medesima scarsità di materie e la medesima sproporzione demografica. Occorre poi tener presente che l'emigrazione sconvolge sovente la vita familiare, dalla quale separa per lungo tempo il padre, che non sempre è in grado di ricostituire l'unità domestica. Premendo su queste e altre ragioni, dedotte dal prestigio nazionale, l'emigrazione viene giudicata come un male sociale, che si può accettare per necessità maggiore, ma non si può approvare come mezzo ordinario per risolvere i problemi di vite d'una nazione.

Al polo contrario stanno i suoi fautori, in cui favore militano gli argomenti precedentemente accennati, fondati sulla libertà dell'uomo a scegliersi sulla terra la dimora che crede più conforme al soddisfacimento dei suoi bisogni. Non può tuttavia negarsi che una parte di verità è contenuta nelle ragioni degli oppositori, riguardo alle quali è da rilevare in modo generale che il numero è forza quando può essere utilmente impiegato in lavoro proficuo; quando, invece, è condannato all'inerzia per la mancata possibilità di adoperarne le energie, al cui superamento si oppongono le condizioni economiche del paese, non rappresenta un valore, ma un peso, che può diventare sorgente di disagio per tutti, diminuendo il livello di vita e dando origine a movimenti irrequieti delle masse insoddisfatte. I compiuti in cifre delle perdite economiche, cui è vittima il paese di partenza, tradiscono una mentalità mercantilistica. Anche sotto l'aspetto economico, del resto, l'uomo conta o vale non per quanto costa, ma per quanto è utile, cioè per quanto in determinate condizioni può produrre. Se, dunque, in una nazione vi è eccedenza di uomini rispetto al fabbisogno, tale eccedenza non costituirà un bene economico, finché quelle condizioni dureranno. Nel complesso computo dei vantaggi e degli svantaggi dell'emigrazione forse i primi prevalgono sui secondi. Dopo tanti anni di esperimento si possono ritenere ancora in linea di massima valide le conclusioni, alle quali pervenne il Congresso internazionale di pubblica beneficenza, tenuto a Bruxelles nel 1856, secondo il quale: 1) l'accrescimento della popolazione non può a non deve essere contrastato da disposizioni legali; 2) i mali del pauperismo dovuti all'incremento della popolazione possono essere attenuati in maniera efficace, per quanto indiretta, attraverso l'emigrazione; 3) per conseguenza deve essere accordata agli emigranti piena libertà e ogni possibile protezione; 4) i governi, le associazioni e i privati devono combinare i loro sforzi per ottenere dall'emigrazione tutti i benefici che ne possono derivare.

La valutazione positiva diventa alquanto incerta, se l'emigrazione si considera nei suoi riflessi morali, poiché è indubbio che molto spesso il trapianto in altro ambiente diventa fatale per chi lo tenta, né si può negare che l'allontanamento specialmente del capo di famiglia può disorganizzare e travolgere il nucleo familiare. Esiste poi una triste esperienza riguardo alla facile contrazione di nuove abitudini, vizi e malattie, delle quali il luogo d'origine dell'emigrante era immune. Fatto il bilancio del pro e del contro, tutto consiglia ad andar molto cauti nel pronunciarsi sul valore sociale e morale dell'emigrazione.

IV. ASPETTO INTERNAZIONALE

Più che nei tempi passati, nei quali ha dominato il regime della più estesa libertà, particolarmente dopo la prima guerra mondiale e maggiormente ancora dopo la

seconda, l'emigrazione è diventata un problema internazionale, che non può essere risolto se non mediante provvedimenti collettivi, i quali dispongono un piano organico per la conveniente distribuzione della popolazione sulla terra e regolino le correnti migratorie, dirigendole verso quegli sbocchi dove si sente la necessità della mano d'opera. Le mutate condizioni economiche dei paesi, le aumentate esigenze dell'operaio, che anche all'estero reclama un equo trattamento, la sempre crescente regolamentazione della produzione da parte dello Stato, impediscono oggi l'emigrazione libera di massa e permettono solo quella qualificata secondo il fabbisogno dell'economia locale. D'altra parte la situazione di disagio endemico, nella quale si trovano alcune nazioni sovrappoplate in relazione alle possibilità di lavoro, crea per se stessa un problema non solo interno ma anche internazionale, alla cui soluzione sono interessate tutte le nazioni, per impedire che la pressione demografica, con il conseguente pauperismo, diventi cattive consigliere e spinge verso l'espansione violenta. Occorre cercare a queste masse insoddisfatte uno sbocco, attenuando, per quanto è possibile, la necessità d'emigrare, e aumentando insieme le possibilità d'immigrare, e ciò non potrà ottenersi senza una collaborazione collettiva.

Il carattere internazionale dell'emigrazione risulta ancora dalla stretta interdipendenza economica delle varie nazioni, determinata dalla ineguale distribuzione della ricchezza. Nel campo economico le nazioni non possono vivere isolatamente, ma dipendono le une dalle altre e si completano a vicenda. Le più dotate di mezzi e di fonti di materie prime non possono disinteressarsi delle altre ad economia depressa, alle quali devono venire in aiuto per sollevarne il tenore comune di vita, il che sovente non si può ottenere senza un deflusso regolato della loro eccedenza demografica. Non sono poi meno internazionali gli altri aspetti dell'emigrazione, come quelli del protezionismo sociale, della parità di trattamento fra nazionali e stranieri, della cittadinanza, delle discriminazioni razziali e nazionali, ciascuno dei quali presenta un problema pratico, alla cui soluzione hanno eguale interesse tanto i paesi d'immigrazione quanto i paesi d'emigrazione. L'intima connessione poi con altri fenomeni internazionali, quali la circolazione dei capitali e delle merci, estende ancora di più la necessità di una regolamentazione a carattere collettivo, con la quale il problema venga globalmente affrontato.

Non sono mancati i tentativi di mettersi per questa via, ma sono rimasti infruttuosi. La mancanza di una sentita solidarietà internazionale, l'assenza di consapevolezza dell'interdipendenza tra le varie economie, il mancato riconoscimento della necessità di considerare a risolvere in tutti i suoi aspetti la questione dell'emigrazione e il nazionalismo esagerato hanno impedito che si conseguissero sul piano internazionale dei risultati apprezzabili. L'unico organo internazionale a carattere ufficiale che abbia svolto un lavoro positivo, anche nel settore dell'emigrazione, è stata l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale ha promosso la stipulazione di numerose convenzioni internazionali, con disposizioni per la tutela degli interessi economici, sanitari e morali degli emigranti, e insieme, subordinatamente alla lotta per la prevenzione e repressione della disoccupazione, si è occupata del collocamento internazionale della mano d'opera. Questo organo è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, uscendo anzi rafforzato per merito della sua ottima struttura, a potrà, in collegamento con l'Organizzazione delle Nazioni Unite, essere utile ancora per un efficace coordina-

mento degli sforzi tendenti alla pacificazione della nazione, la quale in gran parte dipende dalla soluzione che si darà al problema dell'emigrazione.

V. ASSISTENZA RELIGIOSA AGLI EMIGRANTI

Il fenomeno dell'emigrazione creò nel secolo scorso, accanto ad altri problemi, quello dell'assistenza religiosa agli emigranti. I primi emigranti, trasferiti da regioni, ove la vita religiosa era intensa, in regioni, che appena ieri avevano cessato di essere terre di missione, o erano monopolie dei protestanti, senza un'adeguata istruzione, lontani dal clero locale, da cui spesso non erano compresi, alle prese con la miseria, con lo sfruttamento e con la cupidigia di arricchire, finirono spesso per cadere in mano o dei protestanti, o più spesso ancora dell'indifferentiamo religioso o di un ateismo pratico. Fu l'esperienza diretta od indiretta di questi dolorosi fatti, che mosse nel secolo scorso alcune anime grandi ad organizzare l'apostolato per gli emigranti a per gli emigrati italiani.

Il movimento si riallaccia soprattutto a tre nomi: G. B. Scalabrini, Geremia Bonomelli, s. Francesca Cabrini, ed a varie congregazioni religiose maschili e femminili, alcune delle quali sorte con questo precipuo scopo.

È del 1883 una lettera del Papa agli arcivescovi di Napoli, Genova e Palermo per l'assistenza agli emigranti nei porti di imbarco. Furono costituiti dei comitati, ma se poté concludere ben poco. Il primo ad interessarsi in maniera efficace dell'assistenza religiosa agli emigranti fu il servo di Dio mons. G. B. Scalabrini, vescovo di Forcenza. Per incarico della S. Congregazione di Propaganda Fide, a cui aveva fatto presente il problema, redusse un progetto, che Leone XIII improvò il 26 giugno 1887. Di questo progetto faceva parte anche quella che fu poi detta la Pia Società dei Missionari di S. Carlo per l'assistenza agli emigrati italiani (28 nov. 1887), più tardi ancora detti Scalabriniani.

Un anno dopo invitò la madre Cabrini a mandare le sue religiose in America, per l'assistenza agli emigrati, invece che in Cina, ed il 19 maggio egli stesso consegnava il Crocifisso alla fondatrice ed alle prime suore in partenza. Lo stesso invito rivolgeva nel 1900 alla madre Clelia Merloni, fondatrice delle Suore Missionarie Zelatrici del S. Cuore, e nell'ott. dello stesso anno un primo gruppo di queste partiva per S. Paolo (Brasile). Fondò poi egli stesso una Congregazione di Suore Missionarie - suddivise in due rami - con il medesimo scopo dei suoi missionari (Scalabriniane).

Un altro apostolo dell'assistenza agli emigrati italiani fu il vescovo di Cremona, mons. G. Bonomelli, grande amico dello Scalabrini. Si occupò della questione dell'emigrazione in una sua lettera pastorale del 1896, L'emigrazione. Nel genn. del 1900 inviava inoltre un appello sull'argomento all'Associazione nazionale di soccorso ai missionari italiani (fondata dal senatore Schiaparelli).

Sorgeva allora l'Opera di assistenza degli emigrati italiani, per la loro assistenza materiale e spirituale sul luogo, dove si portavano per il lavoro, di cui nel 1901 funzionavano 20 segretariati. Essa andò sviluppandosi fin dopo la guerra 1914-18 sotto la direzione dei sacerdoti dell'Opera Bonomelli, che nel 1914 iniziavano le pubblicazioni di un proprio periodico La Patria. L'Opera si estinea nel 1928.

Con scopo identico, religioso e patriottico, sorse l'Italica gera, promossa nel 1909 dall'Associazione nazionale per i Missionari italiani, che aprì segretariati in Italia, nel Levante ed in America, ed elargì sovvenzioni ad altre istituzioni similari.

Fuori delle congregazioni propriamente dette, sacerdoti furono inviati direttamente dall'Italia nelle plaghe d'Europa e d'oltre mare abitate da gruppi di italiani. Sorse a tal fine in Roma un Collegio dei sacerdoti per l'emigrazione italiana, fondato il 13 marzo 1914 ed aperto il 6 genn. 1920. Allora la S. Congregazione Concistoriale,

presso cui Pio X con nota proprio del 15 ag. 1912 aveva costituito una sezione speciale per la cura spirituale degli emigrati (AAS, 4 [1912], pp. 526-27), aveva già avocato a sé, con il decreto Magna semper del 30 dic. 1918 (AAS, 11 [1919], pp. 39-43), quanto riguardava l'assistenza religiosa agli emigranti, assieme a tutto il movimento dei sacerdoti che, per qualsiasi ragione, intendono dall'Europa emigrare, anche temporaneamente, in America o nelle Isole Filippine. La stessa Congregazione costituiva un prelato per l'emigrazione italiana, che tenesse soprattutto i rapporti con le autorità italiane, nominandolo insieme rettore del Collegio predetto (Notificazione della S. Congregazione Concistoriale, 23 ott. 1920 e 26 maggio 1921).

VI. STATO ATTUALE

La S. Congregazione Concistoriale (Sezione per l'emigrazione) segue e dirige ogni particolare attività diretta all'assistenza degli emigrati in genere, e, in modo particolare, degli emigrati italiani. Perciò a questa Congregazione fanno capo tutte le Congregazioni religiose e i sacerdoti che si occupano dell'assistenza agli emigrati.

La Pia Società dei Missionari di S. Carlo, la Congregazione più specificamente diretta a questo genere di apostolato, è fin dal 1926 sotto l'alta direzione della stessa S. Congregazione Concistoriale. Conta 87 case, di cui 39 negli Stati Uniti del nord e 27 residenze in Brasile con chiese, scuole e collegi; in queste regioni il loro ministero si svolge tra le comunità già italiane e ormai inserite nelle comunità delle rispettive nazioni (italo-americani).

Recentemente hanno aperto case in 3 diocesi argentine. Inoltre il loro apostolato si attua nell'assistenza agli emigranti italiani, nel senso stretto della parola, sia durante il viaggio, sia all'arrivo, sia nella loro temporanea permanenza all'estero. Che se la permanenza diventerà definitiva, si presenterà poi il problema dell'inserimento nella vita cattolica del paese. Da 14 anni hanno esteso il loro ministero nelle vicine nazioni d'Europa (6 residenze in Francia, 3 in Belgio e 3 in Svizzera). Collaborano all'assistenza degli emigrati altre Congregazioni religiose maschili e femminili, a particolarmente i Francescani, Minori e Cappuccini, i Gesuiti, i Salesiani, la Società dell'apostolato cattolico, gli Oblati di M. I., i Guanelliani, la Compagnia di S. Paolo; tra le femminili, le Missionarie del S. Cuore di Gesù (della Cabrini), le Suore Missionarie Zelatrici del S. Cuore, le Figlie della Carità, le Poverelle del Palazzolo, le Preziosine di Monza, le Suore di S. Giuseppe, le Salesiane.

Oltre ai religiosi e alle religiose lavorano tra gli emigrati altri sacerdoti del clero secolare che dipendono direttamente dalla S. Congregazione Concistoriale. Questi sono sottoposti ad un superiore per ogni nazione o gruppo di nazioni, eletto dalla medesima Congregazione.

L'assistenza religiosa, specifica per gli emigranti, deve un po' seguire il corso più o meno celere dell'assimilazione dell'emigrante nel paese d'arrivo, e segue naturalmente diversi indirizzi a seconda che l'emigrazione è temporanea o perpetua. Dove l'assimilazione è rapida e l'emigrazione perpetua. Tunico mezzo per assicurare l'assistenza spirituale è quello di aumentare proporzionalmente il numero dei sacerdoti, portandoli dai paesi d'origine. È quanto si è fatto e si va facendo. In Argentina sono già una trentina i preti italiani, che si sono recati nelle diocesi di Buenos Aires, La Plata, Rosario, Mercedes, S. Fè, Bahia Blanca, Mendoza, Tucuma, Catamarca.

Quando si attua la vera colonizzazione dei grandi territori incolti il criterio è invece di far seguire i gruppi omogenei degli emigranti dal sacerdote connazionale. Ciò si è fatto in Argentina e nel Venezuela.

Article illustration
EMILIA - Regione conciliare emiliana: 1) Confini di regione; 2) Confini di provincia; 3) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) Strade; 5) Ferrovie; 6) Badie; 7) Previ; 8) Oratori.
In Europa invece l'emigrazione è più che altro a carattere temporaneo ed individuale. Data anche la disperdizione degli emigranti è più difficile l'opera di accedimento. Si è tentato di supplire, organizzando soprattutto le cosiddette missioni volanti. Si è suddivisa ciascuna nazione in tante zone e si è affidata l'assistenza di tutti gli emigranti, residenti in ciascuna zona, a uno o a più missionari italiani. I quali in stretto contatto con i vescovi visitano periodicamente gli emigranti, per portare loro l'assistenza spirituale ed indirizzarli alla frequenza delle Chiese e clero locale.

Nel 1948 si contavano 13 di questi missionari in Belgio, 28 in Francia, 18 in Svizzera, 1 in Svezia, 2 nel Lussemburgo, 1 in Olanda, 2 in Inghilterra, 1 in Romania, senza contare i religiosi, trasferiti da una nazione all'altra dai rispettivi superiori di religione. Così ultimamente un gruppo di cappuccini italiani dagli Stati Uniti si sono trasferiti in Australia per l'assistenza agli emigrati italiani.

Nel loro lavoro in Francia ed in Belgio, i missionari italiani sono assistiti dagli Ordinari locali e dalle organizzazioni ACLI (v.) ed ONARMO (v.). In Francia si è costituita allo scopo una Commissione episcopale presieduta dall'arcivescovo di Sens. In Belgio ciascun vescovo ha nominato un proprio delegato per gli immigranti; questi delegati fanno inoltre capo ad un delegato nazionale, il quale ordina le varie iniziative d'accordo con il superiore dei Missionari.

Organo delle missioni d'Europa sono 8 bollettini locali. Inoltre dal 1947 presso la Segreteria di Stato di S. S., funziona un apposito Ufficio migrazione, che si occupa degli apolidi e delle iniziative cattoliche, che sorgono nelle varie nazioni in favore degli emigrati.

BIBL.: A. Legoit, L'émigration européenne, son importance, ses causes, ses effets, Parigi 1861; G. B. Scalabrini, L'emigrazione italiana in America, Piacenza 1887; id., Disegno di legge sull'emigrazione italiana: considerazioni e proposte, ivi 1888; id., Dell'assistenza all'emigrazione nazionale e degli istituti che vi provvedono, ivi 1891; id., L'Italia all'estero, ivi 1890; G. T. Geffeker, Politica della popolazione, emigrazione e colonie (Biblioteca dell'economista, 9 serie, 46), Torino 1889, p. 1180 e sgg.; H. P. Fairchild, Immigration, Nuova York 1925; C. Arena, Italiani per il mondo, Politica nazionale dell'emigrazione, Milano 1927; P. G. Breana, Storia dell'emigrazione italiana, Roma 1928; R. Gennard, Essai sur l'histoire de l'émigration, Parigi 1928; J. Ferencai - W. F. Wilcox, International migrations, Nuova York 1929; J. W. Gregory, Human migrations and future, ivi 1930; G. Pertile, La rivoluzione nelle leggi dell'emigrazione, Torino 1933; F. Gregori, La vita e l'opera di un grande vescovo, mons. Giov. Battista Scalabrini, ivi 1934; L. Cornaggia - Medici, Anteignani della Conciliazione, Fidenza 1936; E. De Sanctis Rosmini, La b. Francesca Saverio Cabrini, Roma 1938; G. Sofia, Le Missioni xenofoniane in America, ivi 1939; M. R. Davie, World immigration, Nuova York 1939; vari autori, Codice di morale internazionale, Roma 1943, pp. 53-57; D. Secco Suardo, L'emigrazione italiana, ivi 1945; M. Tedeschi, La ripresa dell'emigrazione, ivi 1946; G. Sofia, Assistenza spirituale agli emigrati, in Ecclesia, 7 (1948), pp. 178-82; G. Stammati-A. Oblich-U. Giusti, Problemi internazionali dell'emigrazione, Roma 1947; Les travailleurs migrants, Conférence Int. du Travail, Ginevra 1948-49; G. Baggio, Gli aspetti morali della emigrazione, in Atti della XII Sestimana sociale dei cattolici italiani, Roma 1949, pp. 118-65. Antonio Mestineo
Cite this article

“EMIGRANTE, EMIGRAZIONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 198. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/emigrante-emigrazione.