EGITTO

EGITTO. - L'E. (Misr secondo la denominazione araba locale) comprende la valle del Nilo a N. della seconda eateratta (Wadi Halfa) con i territori adiacenti del deserto libico e di quello arabico.

SOMMARIO: I. Geografia. - II. Storia dell'antico E. - III. Religione dell'antico E. - IV. Il cristianesimo nell'E. - V. L'E. musulmano. - VI. Arte cristiana dell'E. - VII. Ordinamento scolastico dell'E.

I. GEOGRAFIA.

L'E. ha una superficie di 994.300 kmq. Ma quasi tutta la sua popolazione (19,1 milioni di ab.) è agglomerata con forti densità (sino a più di 800 ab. a kmq.) su appena 1/30 di questa superficie (35 mila kmq.), costituita dall'angusto valle in cui scorre il fiume, dal suo delta e da alcune oasi.

L'utilizzazione delle acque del Nilo, perfezionata ed estesa con i moderni impianti di irrigazione, ha permesso all'E., paese agricolo per eccellenza, di volgersi a reddituite culture industriali: il cotone (di qualità pregiata), prevalente nella zona del delta, e la canna da zucchero nell'alta valle del fiume, accanto alle quali conservano tuttavia importanza anche i cereali, per insufficienti che siano al consumo interno.

L'alteramento ha modeste proporzioni e scarsa è, in complesso, anche la produzione mineraria, che dà poco petrolio, manganese, wolframio e, soprattutto, fosfati. Tra le industrie, più sviluppate sono lo zuccherificio, le tessili, la molitoria e le alimentari, che in parte coprono il fabbisogno interno.

La popolazione è costituita per il 98% da Egiziani, considerati discendenti dagli antichi progenitori camitici, i cui caratteri si son mantenuti così nei felidi (contadini) maometani, come nei mercanti copti dell'Alto E., rimasti fedeli al cristianesimo monofisita (ca. 1/10 della popolazione indigena). Vi sono inoltre numerosi Greci (50 mila), Italiani (52 mila), Inglesi (34 mila; per lo più Maltesi), Francesi ecc. Gli Israeliti si aggirano intorno ai 65 mila. Le capitale, Cairo (2,1 milioni di ab.), è la più popolosa città del continente africano; il porto principale è Alessandria (928 mila ab.).

BIBLI: J. Cattani Pacis. Écyste. Aperta historique et géographique, Cairo 1926; H. Lorin. L'E. d'aujourd'hui, ivi 1926; R. Fedden. The Land of E., Londra 1939; A. Youssef Bey. Indipendent E., ivi 1940. Giuseppe Caraci

II. STORIA DELL'ANTICO E.

I. L'E. PREISTORICO. - Mentre la Bibbia, nell'enumerare la discendenza dei figli di Noè (Gen. 10, 6, 13), si limita a citare fra quelli della stirpe di Cham anche Misrajhu, nome con cui gli Ebrei indicarono solitamente la terra d'E., le scoperte recenti ci permettono di conoscere con maggiore determinazione le vicende più remote del paese e del popolo.

In accordo con la geologia, che dimostra come il Nilo si fosse aperta la via verso il Mediterraneo fra le terre e le rocce dell'E. antichissimo e avesse foggato la valle a terrazze, via via sempre più basse, gli scavi hanno rivelato la presenza dell'uomo antichissimo lungo le due rive del fiume, nei millenni più lontani sui luoghi più alti e poi man mano su quelli minori, seguendo nel suo lento movimento di discesa il soleo fluviale, fattore indispensabile di fecondità e di vita per la terra e per gli uomini. Così le tracce dell'uomo del paleolitico inferiore si sono trovate sulle alture di el-Qurnah, nel distretto di Tebe, mentre gli uomini del paleolitico superiore, nella facies africana caratteristica del capiano, lasciarono il loro ricordo a Sabil sopra Kóm Ombe a ca. 40 km a nord di Assuan. Il neolitico in cambio è rappresentato in modo speciale a el-'Omarí (a sud del Cairo), a Beni Salámah (Merinde) e altrove nel Delta. Segue l'età dei metalli, che durò più di 2000 anni e fu chiamata

anche periodo «predinastico», durante la quale l'E. raggiunse già un alto grado di civiltà, attestata non solo dal lavoro più perfetto della pietra e della ceramica, dalla scoperta della concia della pelle, dalla fabbricazione del vetro e dalla incisione dell'avorio, ma anche dalla invenzione della scrittura e dal calcolo del calendario. el-Badári presso Assiut è una delle stazioni più antiche di questa facies preistorica egiziana; altre sono a el-Ballás, Naqadah, Armant ed altrove. Codesti progressi provano un'organizzazione civile assai avanzata, intorno alla quale si discute se si tratti di influssi africani od asiatici (cioè semitici) o piuttosto di una forma di civiltà originata per spontanea germinazione nel Delta. In ogni modo agli albori della storia già compaiono, come da tempo esistenti in E., due regni: uno dell'Alto Egitto, con capitale Nben (gr. Hieracupolii, arabo Kóm el-Aḥmar) e quello del Basso Egitto con capitale Seb'eve (arab. Tell el-Farā'in).

II. INIZIO DELLA STORIA E SUGI PERIODI

La storia dell'E. comincia con la vittoria dei re del Basso Egitto e l'unificazione del paese sotto un unico monarca, Mène, che raccoglie sul suo capo le due corone, dell'Alto e del Basso Egitto.

Da allora i sovrani sono designati nella nostra tradizione suddivisi in 30 dinastie, secondo le indicazioni che ci sono state fornite dall'opera, ora perduta, di un sacerdote greco-egizio, Manerone di Sebennito (sec. III a. C.). La loro cronologia, soprattutto quella dei primi fra essi, è stata oggetto di lunga controversia fra i dotti, ma oggi, fondata sopra alcuni capisaldi più solidi, risulta a un dippresso fissato come segue:

Antico Regno, dinastie I-II, capitale

Tini (This) 3340-2821 a. C.
dinastie III-VI, capitale Menfi 2820-2386 a. C.

1° periodo intermedio: dinastie VII-XI (1ª metà) ca. 2385-2160 a. C.

Medio Regno, dinastie XI (2ª metà)-XII, capitale Tebe ca. 2160-1869 a. C.

2° periodo intermedio, dinastia XIII 1868-1786 a. C.

Invasione e dominazione degli Hyk-sos; dinastie XV-XVII 1785-1575 a. C.

Nuovo Regno, dinastie XVIII-XX, capitale Tebe 1575-1101 a. C.

3° periodo intermedio, dinastia XXI, capitale Tanis 1100-950 a. C.

dinastia XXII, capitale Bubasti 950-730 a. C.
dinastia XXIII, capitale Tanis 817-730 a. C.

dinastie XXIV-XXV: dinastie etopiche ed assire 730-664 a. C.

Periodo antico, dinastia XXVI, capitale Sais 663-525 a. C.

Dominio persiano, dinast. XXVI-XXX 525-332 a. C.

Segue la conquista di Alessandro Magno (332 a. C.) e la serie dei sovrani Tolemel (Lagidi) fino al 30 a. C.; poi il dominio romano dal 30 a. C. al 395 d. C.; quindi il bizantino, dal 395 al 640, e quindi la conquista e il dominio arabo con il 640 d. C.

III. ANTICO REGNO

In questo periodo si sviluppa sempre meglio l'alto grado di civiltà e di progresso dell'età predinastica; durante le prime due dinastie la capitale è Tini (This) presso Abydos, ca. sul 36° parallelo; ma già a Mène è attribuita la fondazione della «Fortezza Bianca», dove fu poi Menfi capitale a cominciare da re Şöder (Zoner), primo della III dinastia (2821 a. C.). Il Regno Antico segna una delle età più gloriose della storia egiziana.

La Bibbia non ne fa parola esplicitamente; ma tanti secoli dopo la tradizione trova largo posto nelle storie di Erodoto (II, 124 sg.). Lo Stato appare ordinato e pacifico, e pacifica la produzione di grandi ricchezze; spedizioni militari si compiono invece nel Sinai e in Nubia con il risultato di allontanare i pericoli di invasioni straniere e di ritrarne copioso bottino; infine costruzioni imponenti, come la tomba di Şöder a Saqqarah e le grandi piramidi di Mejdûm e di Dahâur e dei dintorni di Menfi (Cheope, Chefren e Micerino), la Sfinge (Chefren) e templi, come quello del Sole di Abû Şir,

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EGITTO - Cartina storica con la divisione augustea; i vinos dell'età greco-romana del Basso (cifre arabiche) e dell'Alto (cifre romane) E.; i vescovati all'epoca del Concilio di Efeso (431) e i principali centri monastici.
perpetuano nei millenni il ricordo tangibile dell'arte di quell'età remota. Il pensiero, e segnatamente quelle religiose, è conservato soprattutto nelle numerose iscrizioni delle tombe di re e di funzionari loro favoriti; fra tutti i più preziosi sono i Testi delle Piramidi, scoperti a Saqqarah in piramidi e altre tombe della V e VI dinastia, per un'estensione di ca. 2000 linee piuttosto lunghe; non hanno invece alcun fondamento le fantasie matematiche e mistiche, sorte in alcuni moderni a proposito della grande piramide, in rapporto con la Bibbia e con le tradizioni degli Ebrei.

Le dinastie fra la VII e la XI segnerebbero, secondo

alle arti e alle lettere e nuovo benessere al popolo. I sovrani più noti sono quelli che contengono nel loro nome indizio delle loro preferenze religiose, il nome degli dèi Mont, Amon e Wôre, dèi caratteristici della nuova capitale, Tebe; Menthôtpe (Menthôtppe) IV, Amenemhè e I e il figlio di questi Zenwôre (Senwôre) I (forse il Sesostria dei Greci). Con la dinastia XIII (1868 a. C.) l'E. perde rapidamente ogni sua prosperità, probabilmente perché il potere passò nelle mani di principi inerti che all'interno e all'esterno provocarono la caduta di quanto era stato vanto delle dinastie precedenti. E così l'E. fu aperto, verso il 1785, alla invasione

l'interpretazione molto probabile, due secoli di decadenza del potere reale e vantaggio di una specie di feudalesimo, che ha fatto denominare questa età da taluni dei moderni medioevo egiziano; si parla anche un celebre papiro (Leida n. 334) di una vera e propria rivoluzione popolare, in parte forse solo immaginaria; ma non c'è dubbio che l'attività politica del popolo cominci ad affermarsi, preparando l'avvento di nuove dinastie e di nuovi centri, come quello di Eracleopoli, che avrebbe fornito i sovrani della IX dinastia. Verso la fine di questo periodo di vita egiziana è probabilmente da riferire il racconto biblico dell'emigrazione in E. del patriarca Abramo, secondo il racconto di Gen. 12, 10-12, da Bethel verso il Neghebh, emigrazione originata dalla carestia; in Egitto Sara fu rapita alla corte del Faraone e poi restituita ad Abramo, che, limitatosi con la sua tribù ancora nomade ad una temporanea dimora nel paese, ritornò al luogo di partenza, non appena le condizioni di vita lo permisero.

IV. MEDIO REGNO

In esso l'E. riprende la sua tradizione di potenza e di civiltà, facendo valere le sue armi e il suo prestigio dalla Nubia alla Somalia, sia allargando i suoi rapporti di interessi con paesi di oltremare, come l'isola di Creta, Hyksos (v.), che dalla frontiera di Pelusio, rimasta mal custodita, penetrarono nel paese dilagando nel Delta e anche più a sud e stabilendo la loro capitale ad Avari, in una località nord-orientale del Delta finora non identificava, mentre nell'Alto Egitto e a Tebe sopravvivevano i discendenti delle antiche dinastie.

Di solito si attribuisce a questo momento della vita egiziana il racconto di Gen. 37-50, che narra di Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto dai fratelli invidiosi ai mercanti egiziani e divenuto poi intendente del Faraone e sposo della figlia di Putifare, sacerdote di On; avendo poi salvato l'E. da una grave carestia, accolse i fratelli presso di sé e invitò a nome del re tutta la famiglia di Giacobbe a trasferirsi in E. Gessen (v.) o terra di Ramses, quasi certamente nella parte orientale del Delta. Alla riscossa contro gli usurpatori si mosse verso il 1573 il primo re della XVIII dinastia, Ahmôse, che cacciò gli Hyksos, distruggendo Avari, allontanò i Nubiani e riorganizzò tutto il paese, iniziando la gloriosa XVIII dinastia e il Nuovo Regno.

V. NUOVO REGNO

Seguirono nella XVIII dinastia alcuni fra i più potenti sovrani d'E., che da Tebe dominarono tutto il paese e parecchi territori stranieri, che aumentarono con fortunate spedizioni vittoriose il tono di benessere dei cittadini e lasciarono ai posteri monumenti grandiosi e copioso testimonianze scritte su papiri e su epigrafi.

Thutmôse (Thutmosis) I estese il potere degli Egiziani fin sulle rive dell'Eufrate. La figlia Hatsêpôwe (Hatsêpsut), approfittando della morte prematura del marino Thutmôse II, regnò una ventina di anni come tatries del futuro Thutmôse III; fra le altre opere insigni da lei lasciate va ricordato soprattutto il grandioso santuario eretto nella necropoli di Tebe a Dejy el-Bahri e in parte ancora superstite. Thutmôse III, il conquistatore della Siria e della Nubia fino alla quarta cataratta del Nilo, è celebrato in sculture, in epigrafi, in papiri superstiti. Di Amenhôse (v. AMENOPHIE) III, il Mennone dei Greci, si esalta la grandezza, e sono superstiti le sue due grandi statue nella piana di Tebe, tuttora dette «i colossi di Mennone». Dopo la breve parentesi di Amenhôse IV, che, esaltatosi con il culto quasi monostrista di Atoa, in opposizione ad Amôn e al suo sacerdozio, creò una nuova religione, che si volle ricollegare ad influenze palestinesi ed ebraiche, e trascurò la difesa delle conquiste siriaiche, Tût'enh-Amôn, di cui è ben nota

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EGITTO - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) Ferrovie.
la tomba scoperta nel 1922, ristabilì il prestigio egiziano, finché Haremhôse iniziò con energia la XIX dinastia. Fra codesti sovrani uno dei più illustri è senza dubbio Sétôpe (Seti) I, vincitore in un primo scontro degli Hittiti a Qidsa (Qadês), città sull'Oronte, dove pochi anni dopo, nel 1294, riprese la lotta contro un'intiera coalizione di Stati ai danni dell'E. il figlio e successore di Seti Ramessêse (Rameses & Ramses [v.]) II, nel modo celebrato in un poema superstite nel papiro Sallier III; le condizioni di pace fra Hittiti ed Egizi sono consegnate in trattati superstiti, tanto di parte hittita come egizia; una delle figlie del re Hattusil sposa Ramses II, il quale è celebre anche per le numerose e imponenti costruzioni. In tali costruzioni e ricostruzioni il re si sarebbe servito anche di operai stranieri a fra l'altro della tribù ebraica di Gessen, discesa da Giacobbe e colà accolta al tempo degli Hyksos; la Bibbia (Ex. 1, 11) dichiara esplicitamente che gli Ebrei, sotto un re che ormai non era più mentore dei benefici di Giuseppe, sorvegliati da implacabili soprattanti, furono costretti ad erigere «la città dei tabernacoli Phithom e Ramesses» (forse la prima nel Wâdi et-Tumejât e l'altra a Tanis) a furono sottoposti ad una serie di angherie, giustificate in parte dall'aumento della tribù originaria, che poteva essere pregiudizievole per la sicurezza dello Stato nel caso di un conflitto con i vicini della Palestina. Si crea così, durante forse più di 100 anni, il malcontento e il desiderio sempre più ardente degli Ebrei di ritornare nella Terra Promessa. Il che avvenne (Ex. 1,14) sotto la guida di Mosê (v.), esposto a morte sul Nilo per ordine di un fa-

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EGITTO - Veduta dell'Università Fu'ad I - el-Gizah.
(da L'Egypte, a cura dell'« Administration du Tourisme et de la Propagande de l'Etat Egyptien », s. d.)
raone persecutore, salvato da una principessa e quindi accolto fra i cortigiani del re. Avendo ucciso un esoso sorvegliante egiziano, era fuggito a Madian, a sud-ovest del Mar Morto, donde era tornato in E. risoluto a liberare i fratelli. Chiese allora al faraone il permesso di partire con i suoi, ma ebbe un rifiuto; seguirono i prodigi connessi con la partenza degli Ebrei e con il passaggio del mare, o meglio delle paludi nei dintorni dei Laghi Amari e del lago Timāh.

Tale esodo pare probabile sia avvenuto (benché vi siano teorie contrastanti: una che fa risalire l'esodo all'età degli Hyksos, una ai tempi di Amenhōtpe IV e un'altra durante la XX dinastia) nel momento di disordine che corrisponde al regno di Meneptāh (m. nel 1211 a. C.) e all'assalto dato all'E. dai « popoli del mare », eco e riflesso della invasione indoeuropea verso occidente, di cui è chiaro il contraccolpo in tutti i paesi del Mediterraneo. Va segnalato in proposito il passo di una stele del re, rinvenuta nei pressi dei colossi di Memmone ed ora nel museo del Cairo (P. Lacau, Stèles du Nouvel Empire, in Catal. génér. du Musée du Caire, Cairo 1909, n. 34025 v.), in cui è detto che il re vittorioso afferma di aver « distrutto Israele, sicché non esiste più semente di lui. La Siria è divenuta vedova per l'E. ». Il documento, datato al quinto anno del regno di Meneptāh, dimostra che gli Ebrei allora erano stanziati nella Siria e che l'esodo dall'E. era già avvenuto.

All'inizio della XX dinastia (1210) il re Ramses III ristabilisce interamente il prestigio dello Stato, reagendo fuori e dentro agli avversari: fuori, è notevole la sua avanzata in Siria, mentre la Palestina era occupata dai Filistei, da cui deriva il nome della contrada; dentro, Ramses III e i suoi successori ebbero a lottare soprattutto contro i sacerdoti di Amān, che finirono per trionfare contro di loro.

VI. BASSO IMPERO

La XXI dinastia rappresenta l'inizio di un nuovo periodo di decadenza, durante il quale prevalgono anche re di stirpe libica od etiopica: fra altri il libico Šešonk (v. SESAC) della XXII dinastia, che riannoda i vincoli con la Palestina dopo che il re Salomone (975-935) sposa una figlia del re d'E. e ne ha in dote la città di Gazer (I Reg. 3, 1; 9, 16); si tratterebbe di Psusennes I, figlio di Smendes, secondo sovrano della XXI dinastia nel Delta; da allora pare che i rapporti fra E. e Palestina si facciano più frequenti, o ai tratti di Salomone (I Reg. 10, 28 sg.) che acquista carri e cavalli in E., o vi

si rifugi Geroboamo inseguito dalla collera di Salomone (I Reg. 11, 40), come aveva fatto Adad al tempo di David (I Reg. 11, 17-22). Nel 927 il re Šešonk si intromette anzi direttamente negli affari della Siria e saccheggia Gerusalemme (I Reg. 14, 25 sg.), invadendo poi anche il regno di Geroboamo, suo protetto; una stele sulla facciata del pilone del grande tempio di Amenrā', a Karnak, conserva i nomi delle città vinte durante questa campagna di Šešonk I. La Bibbia parla di una sconfitta che Asa, re di Giudea (913-837), inflisse al re etiope Zara (II Par. 14, 9-12), che potrebbe essere Osorkon I (925-889) della XXII dinastia. Seguono contrasti fra i re di Nubia, con capitale Napata, e il regno d'E., con alterne vicende, finché all'inizio della XXIV dinastia salì sul trono

il re Bocchoris, che ebbe fama di giusto. Ma fu ucciso dal re etiope Šabaka, che riuscì ad unificare un'altra volta l'E. sotto un solo re, e fece lega con il re di Giuda, Ezechia, per opporsi all'invasione assira guidata da Sennacherib (704). Il suo successore Tirhāqāh della XXV dinastia si avanzò con un esercito contro l'assiro e riuscì, probabilmente con il favore della peste, che decimò l'esercito assiro, a liberare il regno di Giuda. Se non che ben presto Asarhaddon, re di Assiria, fu vincitore e non solo invase con l'esercito il Delta, ma si spinse anche oltre Menfi fino a Tebe.

VII. IL REGNO SAITICO

Il regno saitico inaugura un'era di resurrezione per l'E. con Psammētek I (663-610), Nekō (609-595) e Psammētek II (594-589), che dalla loro capitale di Sais, nel Delta, rimisero in ordine il paese in un tempo relativamente breve. Con Nekō l'E. è alleato dell'Assiria nel tempo in cui questa sta rapidamente cedendo sotto i colpi dei suoi avversari in oriente; e nel momento in cui Nekō corre in aiuto dell'alleata (609), il re Iosia di Giuda osa contrastare la marcia agli Egiziani ed è sconfitto a Magedde (II Reg. 23, 29) ed ucciso. Il nuovo re Ioachaz fu deposto a fatto prigioniero da Nekō e sostituito con un fratello di lui, Eliacim e il paese soggetto a grave tributo. In seguito poi

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EGITTO - La grande sfigo presso il Cairo.
(da L'Egypte, a cura dell'« Administration du Tourisme et de la Propagande de l'Etat Egyptien », s. d.)
alla caduta di Ninive, mentre molti Ebrei propendevano per una alleanza sempre più stretta con il regno d'E., con il quale tanti buoni rapporti erano intercorsi fin dal tempo degli avi, la vittoria di Karkemis di Nabuchodonosor di Babilonia contro Nekô (604) muta radicalmente la situazione dell'E. anche nei suoi rapporti con la Palestina, perché lo rinchiude ormai nelle sue frontiere e lascia Gerusalemme, con intervalli di maggiore e minore distensione, in balla dei Caldei, fino al 325, quando Psammêtek III è battuto a Pelusio dal re persiano Cambise, che inedia in E. il dominio persiano, iniziando la XXVII dinastia.

VIII. LA DOMINAZIONE PERSIANA; LA DINASTIA DEI TOLEMEI

Il predominio diretto dei Persiani si esercita durante la XXVII dinastia (fino al 404 a. C.), quando in E. un movimento nazionale portò al trono Amirteo, con la XXVIII dinastia. Il problema più interessante che riguarda l'epoca del dominio persiano in E. è insieme i rapporti fra l'E. e gli Ebrei è quello della colonia giudaica di Elefantina, che alcuni passi di Erodoto (11, 30-31) e della lettera cosiddetta di Aristea (XIII) già ci additavano e che una fortunata scoperta di papiri e di ostraca sul posto hanno da poco largamente illustrato.

Si tratta di una colonia militare stabilita ad Elefantina, probabilmente già sotto Psammêtek I, il sovrano d'E. che assoldò numerosi mercenari stranieri per la ricostruzione dell'autorità egiziana, colonia alimentata successivamente dall'immissione di altri elementi giudaici fedeli, e quindi rispettata, anzi favorita, da Cambise e dai suoi Persiani. I soldati ebrei avevano con sé le loro famiglie e avevano costruito un tempio, nel quale eseguivano i loro riti. Nel 412 a. C., cioè sotto Dario II, essendosi iniziati movimenti antipersiani in tutto il paese, gli abitanti indigeni dei dintorni, forse istigati dai sacerdoti dei dio Gnâm proprio di quel nome, dio dalla testa di ariete - sicché era sacrilegno ogni sacrificio di agnelli nel territorio del nome, mentre i Giudei ne offrivano a Jahweh, segnatamente nella Pasqua - assalivano il tempio e lo distruggevano. Il tempio fu forse ricostruito, salvo restrizioni circa l'uso dei sacrifici, e la colonia sopravvissese almeno fino al 400 a. C., cioè sotto il re nazionale Amirteo, dopo di che è probabile che la guarnigione sia stata dispersa dai nazionalisti e il centro ebraico di Elefantina distrutto.

Infatti alla XXVIII dinastia seguì un'altra dinastia nazionale, la XXIX, fino al 341, quando Artaserse III Oco riprese l'offensiva contro l'E., ribelle e focolaio di ribelli, e risottomise il paese al suo scettro, iniziando la XXX dinastia di Manetone.

Per poco, perché alcuni anni più tardi, nel 332, Alessandro Magno (v.), dopo la vittoria di Isso, fece la ben nota incursione in E., presentandosi come figlio di Amôn e liberatore dal giogo persiano. ALESSANDRO (v.), che divenne il nuovo centro cosmopolita del Mediterraneo, e l'insediamento dei Tolomei come nuova dinastia di carattere intenzionalmente indigeno nel paese, fino al 30 a. C. ebbero notevolissimo influesso anche sui rapporti con gli Ebrei, i quali nel processo della loro dispersione (v. DIASPORA) nel mondo, iniziato, volontariamente o meno, in secoli anche remoti, si sentirono attratti dal nuovo ellenismo tolemaico, ad emigrare in questo, che era stato paese ospitale anche per i loro padri e che aveva sempre influito sulle sorti della loro stessa patria. La colonia ebraica di Alessandria, alloggiata in un intero quartiere centrale della città che aveva nome da essa, e organizzata con un'ennarca e con altri funzionari come una comunità autonoma nello Stato, divenne allora un centro giudaico, forse, come è stato detto, superiore alla stessa Gerusalemme; inoltre, come ci dimostrano i papiri, sinagoghe e centri giudaici si sparsero in tutto il paese. Poi, dopo la battaglia di Panion (200 a. C.) fra Tolomeo V e Antioco III, passata la Palestina dal

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(da E. Egypte, a cura dell'«Adeioniderium du Tourisme et de la Propagande de l'Etat Egiptico», s. d.) EGITTO - La grande diga di Assuen.
dominio tolemaico a quello seleucide e iniziato il tentativo sistematico di ellenizzazione del giudaismo da parte dei sovrani di Antiochia, gli Ebrei si sentirono sempre più attratti verso i re egiziani, che appartivano come i loro naturali protettori; l'E. divenne sempre più il rifugio e la speranza degli Ebrei ortodossi e nazionalisti, tanto che, ca. nel 170 a. C., un sacerdote della disconenza dei Tobiadi, Onia IV, fondò a Leontopoli un nuovo tempio ebraico, che rimase fino al tempo di Vespasiano. Inoltre l'E. tolemaico vide, per iniziativa dei Tolomei nel sec. III a. C., redigere una traduzione in greco della Bibbia (v. SETTANTA) e fu uno dei maggiori tramiti di diffusione e di propaganda del giudaismo: contribuì a legare gli Ebrei della diaspora alla lingua greca, allontanandoli dall'uso e dalla tradizione dell'ebraico originario.

IX. IL DOMINIO ROMANO

Caduto il regno di Cleopatra VII Filopatore, in seguito alla battaglia di Azio (30 a. C.), l'E. passò sotto il dominio diretto di Ottaviano, che si sostituì alla dinastia tolemaica con un potere personale, che agli indigeni doveva apparire non diverso da quello dei suoi predecessori: l'assolutismo ne è la caratteristica; lo sfruttamento quanto maggiore possibile delle risorse del paese ne è lo scopo. L'estensione del dominio oltre la prima cataratta del Nilo a danno del regno di Napata, lo sviluppo dei commerci anche nell'interno dell'Africa ne sono le manifestazioni più notevoli.

All'età di Augusto si deve riferire anche la venuta in E. di Maria Vergine con Gesù per sfuggire al decreto di Erode il Grande contro i neonati di Betlemme (Mt. 1, 13): era probabilmente il 3 a. C., ma il soggiorno in E. non dovette durare che pochi mesi, non sappiamo dove, perché a Giuseppe l'Angelo (Mt. 2, 20) ordinò il ritorno nella terra di Israele.

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EGITTO - Carta dell'E. di Giacomo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, Urb. Lat. 277, f. 125°-129.
(fot. Biblioteca Vaticana)
Tanto Augusto quanto i successori videro chiara l'importanza della colonia greca e di quella giudaica accanto e sopra l'elemento indigeno, e mentre il primo cercò l'equilibrio tra le due correnti, sotto Caligola prima e sotto Claudio poi i disordini provocati dalla gelosia dei Greci e dalla inframmettenza degli Ebrei richiesero l'intervento repressivo dei Romani: celebre l'ambasceria a Caligola di un colto ebreo ellenizzato, Filone; e una lettera di Claudio agli Alessandrini, trovata in un papiro, ora a Londra, lettera di biasimo contro i fomentatori di disordini e di avvertimento agli Ebrei troppo intraprendenti; in quest'epoca furono condannati Isidoro e Lampone antigiudaici.

Vespasiano, appena acclamato imperatore, si mosse da Alessandria verso il trono di Roma; la lotta iniziata da lui contro gli Ebrei di Gerusalemme ebbe riflessi anche in E., dove sotto Traiano, malgrado la protezione di Plotina, si giunse ad una guerra aperta e ad una vera e propria persecuzione sanguinosa. Adriano, ammiratore del Museo e della Biblioteca alessandrina, percorse l'E. come turista e pacificatore e vi perdette il favorito Antinco; durante i secc. III e IV rivolte di Blemmi e tentativi di usurpatori, come anche riflessi di avvenimenti esterni, agitarono il paese e ne peggiorarono le condizioni materiali e morali.

X. CULTURA E CIVILTÀ DELL'E. DURANTE L'EVO ANTICO. - A caratterizzare il grado di cultura e di civiltà dell'E. antico vale senza dubbio lo studio della religione (v. sotto), che costituisce una delle più profonde e durevoli espressioni della vita e del pensiero egiziano; intimamente ad essa collegate stanno altre due manifestazioni significative, la letteratura e l'arte.

La letteratura, affidata alla scrittura geroglifica nelle sue varietà, ieratica, demotica e greco-copta, è certamente la più antica superstite del mondo orientale; le grandi iscrizioni templari e tombali, i numerosi papiri, gli ostraca, le tavolette di legno hanno conservato una parte notevole di queste opere letterarie, che risalgono già al Regno Antico, benché ci siano giunte in trascrizioni del Regno Medio o del Nuovo. Esse consistono in composizioni narrative, in ammaestramenti morali, di cui la letteratura egiziana pare particolarmente feconda; ci sono poi

canti epici ed amorosi e satire, inni agli dèi e ai sovrani, libri di matematica e di medicina, essendo il Medio Regno considerato come l'età della letteratura classica, posta a modello in seguito nelle scuole del Regno Nuovo. Pochi i nomi di autori: il principe Zedefhor, Imhòtpe e Ptahhòtpe nel Regno Antico, Nefri nel Medio e altri. Il testo più antico è quello degli Ammaestramenti di Ptahhòtpe della V dinastia, conservato nel papiro Prisse del Louvre e in altri del Museo Britannico. Tra i testi narrativi sono caratteristiche le Avventure di Sinùhe, il Racconto del naufrago il Racconto di re Cheape e dei maghi, il Racconto dei due fratelli, il Viaggio di Wenamón, le Avventure di Seton Haemecós (v. AMEN-EM-OPE; AGNI). Esiste anche una favolistica egiziana antica; celebri sono il papiro matematico Rhind e i papiri medici Ebers, Smith, Chester Beatty e altri numerosi e vari. Non meno importante fu la tradizione dei buoni studi, di cui ben presto già ad opera dei primi Tolemei si circondò l'E. greco con la fondazione del museo e della biblioteca di Alessandria, continuata anche in età romana e proseguita dagli gnostici e poi dai cristiani nell'E. romano e bizantino.

L'arte egiziana, conservata non solo nei grandi resti dei monumenti architettonici, piramidi, mastabah, templi, ma anche nelle statue, nei bassorilievi e nelle pitture, ci ha lasciato nelle suppellettili tombali copiosi elementi di ogni specie di oggetti minuti, che lo studioso può ancora esaminare nei maggiori musei del Cairo, di Londra, di Nuova York, di Parigi, di Torino e del Vaticano. Le caratteristiche di quest'arte paiono ispirate all'idea della durata, cioè al desiderio, da parte dell'autore e del committente, che l'opera debba sopravvivere nei secoli più lontani; inoltre esse mirano al rispetto della tradizione, sicché l'arte egizia pare costituita di una uniformità, che è più apparente che reale, e di una immobilità, che scompare all'osservazione accurata degli studiosi; né manca la parentesi ardita e rivoluzionaria dell'arte di el-'Amàrnah (v.) di Amenhòpte IV; meritamente famose sono le piramidi o la sala ipostila di Karnak, di 124 colonne, di cui alcune alte 21 m., o statua come lo scriba del Louvre o lo Šajh el-baled del Museo del Cairo, o la statua di Rahòtpe e di Nôfre, sempre al Museo del Cairo,

o come la dama Takušit di Atene o la regina Nefrite
di Berlino o i bassorilievi e le pitture, p. cs., della tomba
di Šej o i vasi di alabastro del Cairo e d'oro di Zaqščiq,
o la corona aurea di Tvoosre di Bab el-Mulūk o i gioielli
di Dabšir o i diademi del Museo del Cairo.

Article illustration
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Aristide Calderini

III. RELIGIONE DELL'ANTICO E.

I. CENNI SULLO SVILUPPO STORICO

Nonostante la copiosità di testi e di documenti religiosi distribuiti per oltre trenta secoli di storia è impossibile seguire uno sviluppo graduale e logico della religione poiché non tutte le singole fasi di trapasso e le cause di mutamenti ci sono note.

I più antichi documenti religiosi, alcuni dei quali risalenti al periodo predinastico (pitture vascolari e parietali) attestano già uno dei concetti che rimarrà fondamentale nella storia della religione dell'E., quello, cioè, del numen loci per cui ogni divinità era strettamente legata ad un determinato luogo di culto. Infatti ciascun distretto territoriale (nòmo) possedeva ab antiquo un'insegna religiosa sormontata dalla raffigurazione, più a meno stilizzata, dell'oggetto di culto. L'uso di queste insegne, recate processionalmente in determinate occasioni, si perpetuò anche dopo l'unificazione del paese. Su di esse si notano rappresentati sia oggetti inanimati (ad es., uno scudo con due freccie incrociate, uno scettro, un albero, ecc.) sia animali (un falco, un coccodrillo, uno sciacallo, ecc.). Questi sacri simboli dei nòmi furono interpretati da alcuni studiosi come un indizio di precedenti credenze animistiche, da altri come un residuo di culti totemici: comunque sono i più antichi documenti religiosi dai quali però non va disgiunto un significato politico.

All'inizio dell'età storica si notano profonde innovazioni nella iconografia e nelle concezioni religiose. Gli antichi simboli divini sono stati sostituiti o da divinità antropomorfe che recano (di solito sul capo) l'antico oggetto di culto, oppure da divinità teriocefale (in omaggio all'animale sacro). Un'altra importante novità è costituita dalla presenza di divinità cosmiche (anch'esse raffigurate antropomorfe) delle quali si ignorano le forme primitive. In molti casi poi, a causa di un processo sincretistico comune nella religione dell'E., le divinità cosmiche si sono fuse con quelle encoriche e alle volte le hanno addirittura soppiantate. Inoltre, dato che in ogni luogo,

accanto alle divinità maggiori ve ne erano delle minori, uno spontaneo desiderio di sintesi fece al che tra di loro si stabilisse una relazione di parentela in modo da creare varie famiglie divine, per lo più triadi (coppia di genitori con figlio). In processo di tempo alcune divinità acquistarono attributi specifici che ne modificarono ed accentuarono alcuni aspetti, così, ad es., alcuni dèi furono venerati come propizi ai defunti, altri come protettori di una determinata categoria sociale, e ciò avvenne anche fuori del centro del loro culto. Tuttavia negli appellativi con cui sono

invocati rimane sempre un accenno al luogo di origine.

Un fattore determinante nello svolgimento della religione fu senza dubbio quello degli avvenimenti storici. Infatti già nelle lotte che precedettero l'unificazione dell'E. le divinità locali di un sovrano vincitore avevano il sopravvento su quelle del sovrano vinto, cosicché mentre alcune divinità acquistarono una diffusione e una fama maggiori, altre quasi scomparvero. Anche ad unificazione avvenuta, il favore che godettero alcuni dèi, si da assumere un carattere quasi nazionale, è dovuto al fatto di essere stati quelli ufficiali del luogo di origine di una dinastia regnante. Così Hòro dall'età prethinita divenne il dio dinastico per eccellenza ed i sovrani si chiamarono appunto «servi di Hòro»; successivamente as-

sursa a grande importanza Prah di Menh, quindi, con l'avvento della V dinastia originaria di Eliopoli, il dio solare Râ'.

Alla caduta dell'antico regno, Amôn, una divinità secondaria di Tebe, era destinata ad acquistarsi i più alti onori giacché godeva il favore dei sovrani della XII dinastia i quali ristabilirono l'ordine e la pace nel paese. Amôn fu presto assimilato al dio solare Râ' e Amôn-Râ' rimase la divinità dinastica e nazionale per antonomasia sino al periodo salitico, Hyksos (v.) e IV (v.). Naturalmente la fama di questi dèi dinastici non annullò quelle dei vari culti locali che continuarono a sussistere parallelamente.

Due fattori ancora determinarono sviluppi notevoli nel campo religioso: la speculazione teologica e le leggende divine. La prima, dovuta ai sacerdoti dei santuari più famosi, intese stabilire una gerarchia divina fondata sulla cosmogonia. A capo sta la divinità originaria da cui dipendono le altre in filiazione più o meno diretta. Così la cosmogonia più famosa, quella eliopolitana, era formata da una enneada con a capo Atum, nato a sua volta da Nûn, l'oceano pri-

Article illustration
(da M. Gorse R. Mortier, Histoire générale des religions, Parigi 1948) EGITTO - Particolare del colonnato di Amenophis III (1408-1372 a. C.) nel tempio di Amôn a Luxor.
mordiale. Altra sintesi cosmogonica importante era l'ottoade di Ermopoli.

Ma queste elucubrazioni teologiche non erano comprensibili per il popolo che da tempo remoto aveva intessuto attorno alle divinità che gli erano più care una serie di affascinanti leggende in cui gli dèi, pur nella loro potenza, agivano spinti da sentimenti a passioni umane. Fra tutte le leggende, quella che per il suo profondo significato e per la sua vitalità permeò

l'intera religione dell'E, fu la commovente vicenda di Osiride. Dalle testimonianze più antiche, nei Testi delle Piramidi sino alla tarda relazione plutarchica, la leggenda di Osiride è incessantemente citata con ampie varianti, nella letteratura religiosa dell'E. In origine Osiride non era che un antichissimo sovrano divinizzato il quale, vittima di patetiche vicende, divenne successivamente protagonista di un mito agreste che celebrava con la morte e la rinascita di lui

Article illustration
(da M. Gerceli, Mortier. Histoire générale des religions. 1, Parigi 1934, p. 65)
EGITTO - Scena cosmogonica con il sollevamento di Su (l'aria) e la separazione di Géb (terra) da Nût (cielo). Da un sarcofago al Museo del Louvre - Parigi.

il perenne rinnovarsi della natura. Ma al tempo stesso Osiride era assurto a simbolo e garanzia dell'immortalità umana, cosicché egli rappresentò per gli Egiziani il prototipo del defunto rinato alla vita dell'oltretomba.

Nell'ultimo periodo della civiltà faraonica non si ebbero grandi innovazioni nel campo religioso ma in molti casi un ritorno ad antiche forme di culto quali la teriolatria. Il dio Amôn perdette quasi totalmente la sua influenza mentre assurse a grande importanza la dea Neith, protettrice della nuova capitale: Sais. L'avvento dell'età tolemaica segna un ulteriore ibridismo nel campo religioso giacché i sovrani ellenistici, pur rispettando e onorando le antiche divinità, ne favoriscono l'assimilazione con quelle greche (Amôn = Zeus; Hôro = Apollo; Iside = Afrodite, ecc.). Ad importanza nazionale, poi, assurse per opera di Tolomeo II il dio Serapide, ben presto identificato con Osiride e Zeus. L'espansione del culto di Serapide e di Iside nelle grandi città del Mediterraneo, già iniziatasi in età tolemaica e continuata in età romana, segna il tramonto della religione dell'E. I misteri isiaci, come in genere quelli orientali, rappresentarono per il mondo ellenistico-romano un tentativo di rinnovamento spirituale attraverso nuove esperienze religiose dense di significato esoterico.

Il cristianesimo trova la religione egiziana agonizzante, cosicché riesce facile a Tertulliano e a Clemente Alessandrino confutarne e mettere in ridicolo le credenze.

II. PRINCIPALI DIVINITÀ

Le divinità maggiori possono distinguersi in: a) encoriche, b) cosmiche. Appar-

tengono al gruppo a): AMMONIO (v.) o Amôn. - Anubî (v.). - Atum (v.). - Baste, dea-gatta venerata a Bubasti; presenta il carattere di divinità gioiosa, protettrice della musica e della danza. - Hathôr, dea raffigurata con il capo di vacca o con il capo umano sermontato delle corne bovine tra le quali campeggia il disco solare (indizio quest'ultimo di assimilazione con divinità cosmica); principali luoghi del suo culto furono Aphroditopolis e Dendêra. - Hôro (v.). - ABSIDE (v.). - Gnum, dio-ariete, adorato particolarmente e Elefantina. - Min, il Priapo degli Egiziani rappresentato

itifallico e con il flagellum sollevato nell'atto di colpire: divinità locale di Coptos. - Mût, dea rebana, divenuta in seguito sposa di Amôn. - Nephrys (Nb.t-ht.t = « La signora del palazzo »), dea che reca sul capo il geroglifico del proprio nome, venerata a Diospolis Parva; nella leggenda di Osiride compare come sorella di Iside. - Neith, dea bellicosa il cui emblema era formato da due frecce incrociate sopra uno scudo; centro del suo culto era Sais. - Osiride (v.). - Ptah, il principale dio menfita, considerato come una delle divinità primordiali e raffigurato come un rozzo idolo ar-

caico, con le mani che gli fuoriescono dal ventre. - Sahme (o Sahhmis = « La possente »), dea-leonessa venerata a Menfi e in una località del Delta. - Seth, dio che appare sotto forma di un animale non ben identificato (forse un ocapi o un levriere, in epoca più tarda in si scambierà per un asino), originario di Ombos che dai tempi più antichi compare come avversario di Hôro e di Osiride. Il suo carattere di divinità malvagia è dovuto soprattutto alla parte che sostiene nella leggenda di Osiride. - Sobeh, dio-coccodrillo, proprio del Fayyûm e di Kôm-Ombô. - Thot (Dhet), dio-ibis venerato a Hermopolis Magna ma originario del Delta; assimilato a divinità cosmica divenne altresì dio della luna. Patrono degli scribi e dei contabili, assume talora, si ignora per quale motivo, l'aspetto di un babbuino.

Principali divinità cosmiche b): Géb (pron. Gheb), il dio della Terra (in egiz. maschile) personificata; lo si immaginava steso supino. - Ha'pî, il dio Nilo. - Nûn, l'oceano primordiale dal quale erano nate tutte le cose e che circondava la terra. - Nût, la dea del Cielo (in egiz. femm.) personificata, sposa di Géb; era raffigurata con i piedi e le dita delle mani poggiate sulla terra e il resto del corpo sollevato ad arco al di sopra del marito. - Râ' il dio del sole, massimo fra le divinità cosmiche il quale, oltre alle due ipostasi di Atum e Hêrni (dio-scarabeo), fu assimilato con un gran numero di divinità encoriche: basti ricordare Amôn-Râ'. Si immaginava che Râ' percorresse il cielo su due borche, una per il giorno e una per la notte, accompagnato da un corteggio di divinità minori. - Su, il dio dell'aria, cioè dello spazio fra Géb e Nût.

Fra le divinità minori sono da ricordare le dee Maâ' e Seta, personificazioni astratte la prima della Verità, la seconda della Scrittum; tra gli animali sacri il celebre torello Api (Hp) ritenuto una incarnazione dell'anima di Ptah; tra i semidei Imhope, divenuto nei bassi tempi il dio della medicina. Il popolo venerava inoltre una pletora di piccole divinità quali Bês, Tuaris, Nefertum, ecc.

6. - ENEICLOPEDIA CATTOLICA. - V.
Infine, fattore politico della massima importanza, il faraone stesso era considerato un dio poiché continuatore della discendenza di Héro, il prime dio-sovrano che aveva regnato sull'E. intaro. Nel caso di successione di una dinastia che non aveva legami diretti con la precedente, si elaboravano curiose leggende toogamiche per autenticare la discendenza divina.

III. SACERDOTI E CULTO

Il dio, considerato nella propria città come un sovrano, abitava nel tempio costruito in pietra solidissima. I templi arcaici, invece, dovettero essere, secondo le raffigurazioni a noi giunte, di materia molto fragile. Quelli che ancor oggi destano meraviglia per la loro imponenza, appartengono al Nuovo Regno (Luxor, Karnak) oppure all'età telematica (Dendéra, isola di File, Köm-Ombo, ecc.). La «casa del dio», a partire dalla XVIII dinastia si componeva essenzialmente di un vasto cortile preceduto da un propice, di una sala ipostila o vestibolo e del santuario vero e proprio, che racchiudeva un dedalo di vani adibiti alle diverse esigenze del culto, a il Sancta Sanctorum contenente il naso o tabernacolo, sede della statua del dio. L'accesso al santuario, immerso sempre in una penombra data l'assenza di lucernari e di finestre, era riservato ai soli sovrani a sacerdoti: il popolo non poteva avanzare oltre il vestibolo.

La gerarchia sacerdotale si basava su tre classi: i «puri», addetti alle mansioni più umili, i «lettori», e i sacerdoti veri e propri a «servi del dio», tutti sotto la direzione di un gran sacerdote rappresentante del faraone che era il pontifex maximus. In molti templi v'erano anche sacerdotesse addette alla danza, alla musica e al canto. Ogni giorno, all'alba, il gran sacerdote, aperto il Sancta Sanctorum, aspergeva la statua del dio, indi provvedeva ad ungerla, imbellettarla e rivestirla di abiti nuovi. Successivamente deponeva su una tavola a ciò destinata, vivande solide a liquide: indi si ritirava perché la divinità si rifocillasse. Il sacrificio e l'olocausto erano estranei al culto. Tutto questo rito giornaliero era compiuto recitando un formulario giunto sino a noi. Nelle grandi solennità la statua del dio era mostrata ai fedeli dal terrazzo del santuario oppure recata processionalmente (a mezzo di una barca contenente il naso) in una cappella nelle vicinanze del tempio dove riceveva solenni e pubbliche offerte. Sotto il Nuovo Regno queste feste religiose raggiunsero uno sfarzo spettacoloso.

IV. I DEFUNTI E L'OLTRETONBA

Uno degli aspetti più tipici della religione dell'E., già rilevato con meraviglia dagli scrittori dell'antichità classica, fu la costante sollecitudine verso i defunti. Essa scaturiva dal concetto per cui l'anima dell'uomo (ba [v.]), pur abbandonando il corpo, non poteva sopravvivere alla decomposizione, tanto indissolubile era il legame che univa l'una all'altro. Di qui la costante preoccupazione di conservare quanto più a lungo possibile il cadavere mediante processi di mummificazione, e di renderlo inviolabile mediante una tomba inaccessibile. Il defunto inoltre continuava a sottostare alle diverse necessità materiali della vita che aveva lasciato.

Naturalmente, nel corso della storia millenaria dell'E. si ovviò a queste esigenze in modo diverso, a seconda dei tempi e delle condizioni sociali dei singoli defunti. Nell'età preistorica una semplice fossa accoglieva il cadavere avvolto in pelli, le ginocchia e le braccia piegate. Al principio dell'età storica il cadavere era spesso preventivamente essicato al sole e avvolto in stuoie o tale, mentre si innalzava sulla tomba, costruita in mattoni, una catasta di sassi destinati ad impedire l'accesso delle fiere. Il tipo delle tombe con la soprastruttura in blocchi squadrati di calcare si protrasse per tutto l'Antico Regno nelle forme della piramide e della mastaba, con notevole sviluppo anche della parte sotterranea. Dal Nuovo Regno furono in uso gli ipogei scavati nella viva roccia. Circa la mummificazione, benché i primi tentativi risalgono ad età molto remota, non fu raggiunta la perfezione che sotto il Nuovo Regno. Al cadavere venivano estratte

le viscere ed il cervello indi lo si immergeva in un bagno di materie resinose in soluzione sodica, infine era interamente fasciato con uno spesso strato di lunghe bende impregnate di mirra e aromi. La suppellettile funeraria, costituita da uno o più sarcofagi, oggetti personali del defunto, mobilio di vario genere, vasi, statue a utensili di uso comune, fu in ogni periodo ricchissima.

Riguardo alla credenze sulla vita d'oltretomba e ai concetti morali relativi tramandatici dai Testi delle Piramidi, dai Testi dei sarcofagi e dal Libro dei morti, V. DER[T]; LIBRO DEI MORTI.

BIBL.: Per una copiosa raccolta bibl. su tutti gli argomenti, cf.: J. A. Pratt, Ancient Egypt, Nuova York 1925, pp. 238-47; id., Ancient Egypt, 1925-37, ivi 1942, pp. 183-92. Per gli studi più recenti l'ottima rassegna di J. Saint-Faro Garnot, Bibliographie analytique des religions de l'Egypte 1935-43, in Rev. d'Hist. des Rel., 128 (1944), pp. 94-126; 129 (1945), pp. 101-134; 130 (1945), pp. 106-28; 131 (1946), pp. 145-60; 133 (1948), pp. 162-80. Un buono studio introduttivo recente con bibl.: J. Vandier, La religion égyptienne (coll. Mona, 1), Pariza 1944; V. anche L. Speleers, Egypte, in DDS, II, coll. 815-47.

Sergio Bonicco

IV. IL CRISTIANESIMO NELL'E.

Il Vangelo si sparse in E. già nell'epoca apostolica. La ben fondata tradizione vuole che s. Marco l'Evangelista lo abbia predicato in quelle contrade dove fu martirizzato (62-68).

La struttura geografica e politica del paese favorì lo sviluppo di un governo ecclesiastico centrale, in cui sede naturalmente diventò la capitale Alessandria. Sul cristianesimo nei primi secoli e sul sorgere del patriarcato alessandrina V. ALESSANDRIA d'E.: 3. Storia del patriarcato di A.: 4. I Concili di A.

Ad Alessandria già nel sec. II funzionava la famosa scuola, uno dei più importanti centri teologici della Chiesa (v. ALESSANDRIA d'E.: 2. La Scuola di A). La Chiesa in E. nei primi due secoli godette di una certa pace, mentre altrove infieriva la persecuzione. Nel sec. III e nell'inizio del IV anche in E. scoppiarono violente persecuzioni; così sotto Settimio Severo (202 sgg.), Decio (250) e Dioclesiano (264).

L'E. è la culla del monachismo orientale, coi suoi centri di Tebalde, Sente, Nitrìa e con le sue splendide figure di Paolo, Antonio, Pacomic, Sennuto e tanti altri (v. MONACHISMO). ARIANESIMO (v.) ebbe origine nell'E. e turbò la sua vita per quasi tutto il sec. IV. Il più fiero avversario di quell'eresia fu s. Atanasio (v.) vescovo di Alessandria (328-73). Il nestorianesimo, che non si introdusse in E., trovò il suo più strenuo debellatore in s. Cirillo d'Alessandria (v.). L'E. con le sue ca. cento diocesi, coi suoi cremi e cenobi a con l'illustre schiera dei suoi Padri rappresentò nel quattro primi secoli cristiani il settore più importante dell'Oriente per lo sviluppo del cristianesimo.

L'eresia opposta al nestorianesimo, il monofisismo, professato da Dioscoro, vescovo di Alessandria, causò in E. uno scisma che perdura fino ai nostri giorni. Questa eresia generò la Chiesa copta (v. CORTI) sciamatica. Soltanto una piccola minoranza rimase cattolica. Anche questa minoranza dei melkiti cadde nello scisma, trascinata dall'esempio di Costantinopoli, in un'epoca difficile da stabilire.

Un movimento unionistico di una certa entità cominciò tra i copti soltanto nel secolo scorso. I cattolici di rito bizantino e di lingua araba in E. nel 1773 furono sottomessi al patriarca melkita di Antiochia, che nel 1838 ottenne il privilegio personale di portare il titolo di patriarca di Alessandria. Così si hanno in E. 4 comunità cristiane originarie del paese stesso: i copti a monofisiti, i Greci dissidenti («ortodossi»), i copti cattolici ed i melkiti cattolici. Si aggiungono altre comunità di gruppi immigrati in E.: Armeni, Caldei, Siri, Maroniti, e Latini.

STATISTICA

Non cattolici:

Copti900.000
Greci ortodossi110.000
Protestanti70.000
1.080.000

Cattolici:

Armeni7.000
Caldei1.600
Copti65.000
Melkiti25.000
Latini116.000
Maroniti11.000
Siri3.500
227.100

Ecco le diverse circoscrizioni ecclesiastiche dei cattolici in E.: Armeni: vescovato con un vescovo titolare di Alessandria; Caldei: vicariato patriarcale al Cairo; Copti: patriarcene, sede Cairo; Melkiti: vicariato generale, Cairo; Latini: vicariato apostolico d'E. (Alessandria), del Delta del Nilo (Heliopoli, Cairo), del canale di Suez (Porto Sald); Maroniti: Vescovato, Cairo; Siri: vicariato patriarcale, Cairo.

L'E. è paese tuttora prevalentemente musulmano (ca. 13 milioni). Dopo gli antichi periodi di persecuzioni l'E. è stato il primo paese musulmano a stabilire rapporti diplomatici con la S. Sede.

Nell'ag. 1947 il governo egiziano ne fece ufficiale domanda. Il papa Pio XII, in data 23 ag. 1947, nominò il suo antico delegato apostolico, internunzio in E. Reciprocamente il 17 ott. 1947 il primo ministro plenipotenziario di E. presentò al Papa le lettere credenziali.

La situazione in E. è relativamente buona. Ha suscitato però delle preoccupazioni e vive proteste il fatto che il governo recentemente cerchi di sopprimere più o meno la legislazione speciale delle comunità cristiane in materia familiare e matrimoniale.

Dim.: Oltre alle bibliografie indicate nelle voci suddette. V. de Vries, Cattolicismo e problemi artistici nel prossimo Oriente, Roma 1944; Annuaire Catholique d'Egypte, Cairo 1946. Guglielmo de Vries

V. L'E. MUSULMANO.

La storia dell'E. musulmano può considerarsi divisa in due grandi periodi dall'occupazione francese (1798-1801), la quale segna l'inizio dell'intervento europeo e del movimento per l'indipendenza nazionale.

Nel primo periodo, dalla conquista araba all'occupazione francese (640-1798), l'E. è retto successivamente: 1) dai governatori del califfato (640-868; 905-35); 2) da dinastie formalmente o sostanzialmente autonome, insieme - salvo intervalli parziali o totali - alla Siria (868-905; 935-1517); 3) dai governatori (pascià) dell'impero ottomano (1517-1798). Nel secondo periodo, dall'occupazione francese ai nostri giorni, le fasi progressive dell'indipendenza egiziana sono segnate dal governo della dinastia di Muhammad 'Ali con i titoli successivi di: 1) pascià (1805-67); 2) khedive (1867-1914); 3) sultani (1914-22); 4) re (dal 1922 in poi).

I. DALLA CONQUISTA ARABA ALL'OCCUPAZIONE FRANCESE

1. I governatori del califfato (640-868; 905-35)

La conquista araba dell'E. avvenne sotto il comando di 'Amr b. al-'Aṣ. Pelusium cadde nel 640, Babilonia capitolò nel 641, Alessandria nel 642 (successivamente sollevatasi, fu ripresa nel 646). La Peatapoli fu conquistata nel 643. Il successore di 'Amr b. al-'Aṣ. 'Abdallāh b. Sa'd (645-56), estese la conquista al sud, giungendo fino a Dongela (652).

La conquista fu organizzata da principio militarmente, facendo capo al campo di al-Fusṭāt, il futuro Cairo; fu lasciata alla popolazione indigena la propria amministrazione, esigendo tributi. Progressivamente però il paese andò arabizzandosi etnicamente e lin-

guisticamente, ed in modo parallelo si affermò gradualmente l'islamismo.

Dalla conquista fino all'868, l'E. fu retto da governatori nominati dai califfi. Durante la guerra civile tra 'Alī e Mu'āwijah, 'Amr b. al-'Aṣ lo conquistò a quest'ultimo (658). L'anticaliffo 'Abdallāh b. az-Zubajr l'occupò negli anni 683-84.

Dopo la dinastia dei Ṭūlūnidi (v. appresso), vi fu un breve ritorno di governatori dei califfi (905-35), e quindi riprese la serie delle dinastie autonome.

2. Le dinastie autonome (868-905; 935-1517)

Sorsero, in E. come nel resto del mondo islamico (v. STORIA), in conseguenza dello smembramento del califfato. Furono fondate da governatori o capi militari. Ad eccezione dei Fāṭimidi, prestarono omaggio formale ai califfi 'abbāsidi; i Mamelucchi ne accoisero i discendenti al Cairo, dopo l'uccisione dell'ultimo califfo di Bagdad (1258).

a) Ṭūlūnidi (868-905). Fondatore della dinastia è il turco Aḥmad b. Ṭūlūn, che riuscì ad affermare la propria autonomia dai Siria (v.). I Ṭūlūnidi raggiunsero il massimo splendore sotto il figlio Ḥumārawāḥ, quindi decaddero tra contese interne fino ad extinguersi.

b) Iḥāḍidi (935-69). Dopo il breve ritorno dei governatori del califfo, Muhammad b. Tuqī fondò la nuova dinastia degli Iḥāḍidi. Gli successero due figli, sortì la tutela dell'eunuco abissino Kāfūr, che divenne poi a sua volta sovrano. Gli Iḥāḍidi governarono sull'E. e la Siria, dove combatterono costantemente contro i Ḥamdānidi. Furono sopraffatti dai Fāṭimidi.

c) Fāṭimidi (969-1171). È una dinastia s'īta di ramo jamā'ilita (v. ISLĀM: l'i. aterodosso), sortì nell'Africa del nord nel 909. I Fāṭimidi assunsero il titolo di califfi, in contrapposizione al califfato sunnita di Bagdad. Nel 969 Gawhar, generale del califfo fāṭimida al-Mu'izz, conquistò l'E., fondando il Cairo. Furono pure conquistate la Mecca e Medina, Palestina (v.) a la Siria meridionale; più lenta e contrastata fu la conquista del nord. D'altronde i Fāṭimidi perdevano l'Africa settentrionale (972). All'interno, essi organizzarono la persecuzione del sunnismo, culminante sotto al-Ḥākim (996-1021), noto peraltro per il favore accordato alla cultura. Poi iniziò la decadenza. I Mirdāsidi si resero indipendenti ad Aleppo (1023); la conquista selgūqide di Damasco pose fine al dominio fāṭimida in Siria; Crociate (v.) a quello in Palestina. Le discordie interne portarono all'intervento del generale curdo Sirkūn, mandato dal sovrano di Damasco Nūr ad-dīn. Il figlio di questi Ṣalāḥ ad-dīn (Saladino, v.) depose nel 1171 la dinastia, ripristinando il sunnismo e l'omaggio formale a Bagdad, ed iniziando la nuova dinastia ajūbide.

d) Ajūbidi (1171-1250). Saladino (1171-93) occupò la Siria, la Mesopotamia, lo Jemen (per opera del fratello Ṭūrānāḥ) e riprese Gerusalemme (1187). Alla sua morte il regno fu diviso in vari rami, sui quali esercitarono la supremazia prima il fratello al-'Ādil Ṣaḥf ad-dīn (Saladino) e poi il figlio di questo al-Kāmil, alla cui presenza predicò a Francesco. La lotta con i Crociati continuò con vicende alterne. All'interno, si affermarono progressivamente i militari turchi (maulāḥ, «schiavo», donde Mamelucchi), che nel 1250 presero il potere.

e) Mamelucchi (1250-1517). Sono divisi in due rami, Baḥrī (1250-1390) e Burǧī (1390-1517). Costituirono una oligarchia militare, solo a tratti con carattere dinastico. I maggiori sovrani furono Baḥbāra, Qalā'ūn, an-Nāṣir, Barqūq, Qā'itbaḥ. Gli avvenimenti principali del loro governo: la vittoria sui Mongoli ('Ajn Gālūt, 1260), che tenne questi ultimi lontani dall'E.; la definitiva cacciata dei Crociati (1291). Il periodo dei Mamelucchi fu florido per l'E., che costituiva la via del commercio fra l'Europa e l'India. Con la vittoria di Marǧ Dābiq (1516), l'impero ottomano abbatté i Mamelucchi e ridusse l'E. a sua provincia (1517); tuttavia i Mamelucchi rimasero una classe importante e potente nel paese.

3. I governatori ottomani (1517-1798)

Gli Ottomani mandarono in E. dei pascià, sostituendoli sovente e bilanciandone l'autorità con quella dei Mamelucchi. Negli ultimi tempi, questi riuscirono ad ottenere pascià di loro gradimento. Salvo la rivolta di 'Alī Bej (1771), che s'impadronì per breve tempo dell'E. e della Siria, non vi sono in questo periodo fatti di rilievo. L'E. decadde progressivamente.

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II. DALL'OCCUPAZIONE FRANCESE AI NOSTRI GIORNI

I Francesi occuparono l'E. dal 1798 al 1801. Espulsi dagli Ottomani e dagli Inglesi, l'E. tornò sotto il governo turco. Nelle lotte interne che seguirono tra Turchi e Mamelucchi, emerse il comandante albanese Muḥammad 'Alī, che nel 1805 fu riconosciuto come pascià dagli Ottomani.

4. I pascià (1805-67)

Muḥammad 'Alī (1805-49) abbatté il potere dei Mamelucchi (eccidio del 1811); compì, in aiuto al sultano ottomano, Wahhabiti (v.), conclusa vittoriosamente (1819), ed intervenne contro la Grecia (1823-27). Conquistò il Sudan (1820-23). Quindi, ritenendosi non giustamente compensato dalla Porta, le mosse guerra (1831), battendo i Turchi a più riprese in Siria (1832, 1839). L'intervento delle potenze europee lo indusse ad accettare il Jīraddī del 1841, con cui riceveva il governo dell'E. a titolo ereditario. All'interno, Muḥammad 'Alī organizzò modernamente lo Stato con l'ausilio di europei, costituì un esercito nazionale, compì opere di irrigazione e di coltivazione, promosse l'istruzione pubblica. Il successore 'Abbās I (1849-54) fu ostile ai consiglieri europei, ma con Sa'īd (1854-65) l'influenza inglese e francese riprese, per affermarsi sotto Ismā'īl (1863-79), che nel 1867 ottenne dalla Porta il titolo di khedive (khedīve) e quindi (1873) poteri sotto alcuni aspetti sovrani.

5. I khedīve (1867-1913)

Ismā'īl estese al sud lo Stato e continuò all'interno su grande scala l'opera di rinnovamento di Muḥammad 'Alī. Nel 1869 fu aperto il canale di Suez. Tali imprese provocarono una crisi economica ed il conseguente intervento dell'Inghilterra e della Francia nell'amministrazione e nel governo. Nel 1879, su istigazione di queste potenze, la Porta depose Ismā'īl. Succedette Tawfīq (1872-92), sotto cui scoppiò nel 1881 la rivolta nazionalista di 'Arabī Pascià. Questo evento, a quindi l'eccidio di europei avvenuto ad Alessandria nel 1882, motivarono l'intervento dell'Inghilterra, che occupò l'E. (1882) e ristabilì Tawfīq al potere. Nel frattempo, il Sudan era insorto sotto la guida del Mahdī (v. 1881-85); fu ripreso negli anni 1896-98 e sottoposto a condominio anglo-egiziano (1899). Gli Inglesi dichiararono temporanea l'occupazione dell'E.; rimase teoricamente la sovranità ottomana e il governo dei khedive. In pratica il console inglese lord Cromer (1883-1907) ed i successivi controllarono l'E. In una convenzione del 1904 la Francia consentì e non chiedere un termine all'occupazione inglese. A Tawfīq succedette 'Abbās II (1892-1914). In questo periodo il movimento nazionalista anti-britannico si organizzava ad opera di Muṣṭafā Kāmil Pascià (m. 1908).

6. I sultani (1914-22)

Allo scoppio della prima guerra mondiale, l'Inghilterra dichiarò il protestorato sull'E. e nominò un alto commissario. Fu posto sul trono Ḥusayn Kāmil con il titolo di sultano. Gli succedette nel 1917 Fu'ād. Alla fine della guerra, il partito nazionalista (wafd), diretto da Zağlāl Pascià, chiese l'indipendenza. Seguirono lunghe trattative, rivolte e repressioni. Nel 1922 l'Inghilterra riconobbe l'indipendenza dell'E., mantenendo però l'occupazione in attesa che fossero risolti i seguenti problemi: sicurezza delle comunicazioni inglesi; difesa dell'E.; protezione degli stranieri e delle minoranze; Sudan. Fu'ād assunse il titolo di re.

7. I re (dal 1922)

Nel 1923 fu promulgata la nuova costituzione, sul tipo di quella belga: il parlamento era formato dalla camera dei deputati, eletta a suffragio universale, e dal senato, pure elettivo salvo due quinti di

(da E. Monneret de Villard, Les couvents prix de Sokás, I, Milano 1923, tov. 3)
EGITTO - Piante del Convento Bianco (ricostruzione).

nomina regia. Durante il regno di Fu'ād I (1922-36) si alternarono ministeri di varie tendenze; ma il wafd ebbe sempre il predominio, e la modifica della costituzione, approvata dal re nel 1930 ed intesa a ridurre il potere del parlamento, fu dovuta ritirare successivamente (1934). Le trattative con l'Inghilterra sulle questioni rimaste aperte portarono nel 1930 alle proposte Mec Donald: ritiro delle truppe inglesi sul canale di Suez; dominio inglese nel Sudan. Il wafd respinse le proposte. Nel 1936 salì al trono Fārīq. Nello stesso anno fu concluso un trattato con l'Inghilterra in base ai seguenti punti: fine dell'occupazione e nomina di un ambasciatore; alleanza ventennale da rinnovare; permanenza delle truppe inglesi sul canale di Suez finché non fosse riconosciuta la capacità dell'E. ad assicurarne la difesa; condominio nel Sudan. Nel 1937 la conferenza di Montreux sancì la fine della giurisdizione capitolare per gli stranieri in E., con un periodo transitorio di 12 anni. Nella seconda guerra mondiale, l'E. ha posto territorio e basi a disposizione dell'Inghilterra, secondo l'alleanza; nel 1945 ha dichiarato guerra alla Germania, ottenendo l'ingresso nell'Organizzazione della Nazioni Unite. Nello stesso anno è stata costituita al Cairo, promossa dall'E., la Lega araba, importante organismo di collegamento tra gli Stati arabi del vicino Oriente. Dal 1946 i governi egiziani (in cui il movimento nazionalista ha avuto parte

meno dominante che nel periodo di Fu'ad) hanno riaffrontato il problema dei rapporti con l'Inghilterra, chiedendo lo sgombero del canale di Suez e la sovranità sul Sudan. Il problema, portato nel 1947 dinanzi all'Organizzazione delle Nazioni Unite, non è stato ancora risolto. Gli Inglesi hanno nel frattempo favorito nel Sudan un movimento autonomista (al-Ummah) ed emanato riforme costituzionali (1948). Nel 1949 è cessata, secondo il previsto, la giurisdizione capitolare per gli stranieri.

BIBL.: A titolo introduttivo: C. H. Becker, Egypte, in Encyclopédie de l'Islam, II, pp. 5-25; inoltre le voci della stessa enciclopedia sulle singole dinarie e personaggi (con ampia bibl.) e le parti relative all'E. nelle atterie generali dell'Islam.

In generale: S. Lane-Poole, A history of Egypt in the Middle Ages, Londra 1904; C. H. Becker, Bestredes zur Geschichte Aegypten unter dem Islam, Strasbourg 1902; Précis de l'histoire d'Egypte: II. H. Munier-G. Wirt, L'Egypte byzantine et musulmane, Cairo 1932, pp. 107-114; III. E. Combe-J. Bainville-E. Briault, L'Egypte ottomane, l'expédition française en Egypte et le règne de Mohamed-Aly, 1817-1849, ivi 1933; IV. A. Sammarco, Les risques de l'Abbas, de Sa'id et d'Isaïl (1848-1879), Roma 1935 (fondamentale); G. Hanotaux, Histoire de la nation égyptienne, IV-VII, Parigi 1934-40; C. H. Peathas, Histoire de l'Egypte depuis la conquête ottomane, ivi 1948.

Sulla conquista: A. J. Butler, The Arab conquest of Egypt and the last thirty years of the Roman dominion, Oxford 1902. Sui governatori del califato (comprende di Tofimidi e Ibadidi): F. Wüstenfeld, Die Statthalter von Ägypten zur Zeit der Chalifen, 4 voll., Gottlinga 1875-76. Sui Tofimidi: Z. M. Hassan, Les Tofimides, Etude de l'Egypte musulmane à la fin du IXe siècle, Patin 1933. Sugli Ibadidi: Ibn Sa'id, Kitab al-muqrib fi haid al-muqrib, IV. Geschichte des Haiden und Postdatensische Biographien, ed. e rielaborazione con note e indici di K. L. Talhviri, Leidi 1896. Sui Fatimidi: F. Wüstenfeld, Geschichte der Fatimiden-Chalifen, Gottlinga 1881; De Lacy O'Leary, A short history of the Fatimid caliphate, Londra 1942; P. H. Mamour, Palemics on the origin of the Fatimid caliphs, ivi 1934. Sui Mamelucchi: W. Muir, The Mameluba or their dynasty of Egypt, Londra 1896 (trad. araba, Cairo 1924); W. Niemeyer, Aegypten zur Zeit der Manilaben, Berlino 1936. Dall'occupazione francese in poi: A. Hasenlevert, Geschichte Aegypten in 19. Jahrhundert 1798-1914, Halle 1917. Su Muhammad 'Ali: M. Sabey, L'empire égyptien sous Mohammed Aly et la question d'Orient (1811-1849), Parigi 1930; A. Sammarco, Il regno di Mohammed Ali

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ida U. Mauseret de Villard, Les couvents près de Sabéy, I, Milano 1915, (av. 12)

EGITTO - Interno della Chiesa del Convento Bianco.

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ida U. Mauseret de Villard, Les couvents près de Sabéy, I, Milano 1915, (av. 12)

EGITTO - Abide meridionale della chiesa del Convento Rosso.

nei documenti diplomatici italiani inediti, I, Cairo 1930; VIII-X, Roma 1931-32. Su Isma'il: G. Douin, Histoire du règne du bledive Ismaïl, I, Roma 1933; II, ivi 1934; III, Cairo 1936-38; G. Guindy Bey e G. Tager, Ismaïl d'après les documents officiels, ivi 1946. Per la politica inglese: Lord Cromer, Modern Egypt, 2 voll., Londra 1908; Lord Lloyd, Egypt since Cromer, 2 voll., ivi 1933-34. Per il Sudan: R. L. Hill, A bibliography of the Anglo-Egyptian Sudan from the earliest times to 1937, Oxford-Londra 1930; J. S. Trimingham, Islam in the Sudan, Londra 1949. Sul movimento nazionalista: E. Klingmüller, Geschichte der Wafé-Partei, Berlino 1937. Sugli avvenimenti più recenti: F. Gabrieli, Egitto, in Enc. Ital., app. II, A-H, pp. 820-21; cronache e documenti nei periodici Oriente Moderna (Roma), Cahiers de l'Orient contemporain (Perigi), The Middle East Journal (Washington), Sabatino Moscati

VI. ARTE CRISTIANA DELL'E.

Lo sviluppo dell'arte cristiana in E. è dominato da alcune condizioni fondamentali che bisogna tener sempre presenti. La prima è l'esistenza di Alessandria, Alexandria ad Aegyptum a ἡ πρὸς Αἰγύπτῳ, il che non vuol dire che fosse considerata in E.: anzi essa da questo è ufficialmente separata. Alessandria è città di piena cultura greca, pagana, opulenta per traffici, culla di un'arte che rientra nel ciclo ellenistico delle grandi metropoli orientali. Tale arte ha uno svolgimento suo proprio, ben distinto da quello che si osserva nella valle del Nilo, salvo in alcune località ove l'elemento greco prevale e perpetua sino al VI sec. con il paganesimo, tardo a morire, le tradizioni di una cultura e di un'arte ben diversa da quella che rispecchia le tendenze e le visioni della popolazione indigena. Questa perseveranza del paganesimo che non finisce se non all'epoca di Giustiniano, deve sempre esser tenuta presente; a inoltre la caratteristica che va ben presto assumendo il cristianesimo in E. con il diffondersi

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(da D. Mannaret de Villard, Les conviens pria de Sohāg, I, Milano 1852, fasc. 72) EGITTO - Pianta della chiesa di Bur Bū Rekha.
e poi il prevalere dell'eresia monofisita, creando un netto contrasto con l'ambiente e la classe greco-bizantina decisamente melkita. Il monofisismo, propagato principalmente da Siriani, aumenta l'importanza di questi nello sviluppo culturale del paese, e quindi anche dell'arte. Non bisogna inoltre dimenticare che l'E. è la via naturale dei grandi traffici orientali persino con l'India e da ciò nasce il crearsi di contatti, lo stabilirsi di colonie straniere nel paese (nabatee e palmirene) con evidenti influssi sulle forme. Si trovano quindi in E. fra il II ed il VI sec. due correnti, due tendenze distinte che reagiscono l'una sull'altra e non si fondono se non ben tardi, alla vigilia della conquista musulmana. L'una deriva dal tardo ellenismo siriano, l'altra, nettamente indigena, perpetua o rinnova dei motivi popolari asiatici. Dal termine qibj (= egiziano) è stato formato il vocabolo copto, e copta si usa chiamare assai impropriamente tutta l'arte cristiana d'E.: termine che si può usare solo per brevità.

La divisione in periodi dell'arte cristiana d'E. è assai semplice. Un primo periodo paleo-cristiano, rappresentato da alcune catacombe della regione alessandrina, non ha alcuna caratteristica peculiare, ma rientra nel grande ciclo mediterraneo: l'arte cristiana propriamente egiziana può essere divisa in due periodi, con caratteristiche essenzialmente diverse. Il primo va dalle origini alla conquista musulmana (640-42), il secondo da tale momento fino ai nostri tempi.

I più antichi monumenti cristiani dell'E., dopo le catacombe sopra accennate, sono forse alcune tombe del cimitero di Oxyrhynchus (al-Bahnasa), che presentano il tipo di piccole chiese ad una navata, provvista di abside, a i mausolei della necropoli di Baqawat nell'oasi di al-Khārga, le prime costruite in pietra con strutture ellenizzanti, i secondi invece eseguiti in mattoni eradi secondo il tradizionale procedimento indigeno e per la massima parte a pianta quadrata coperta da cupola, cioè in una struttura assolutamente non ellenistica. Già da questi primi esempi si segna il dissidio sopra accennato. Queste tombe di al-Khārga (di cui però il massimo interesse sta nelle pitture che ne decorano le pareti) oltre

l'uso della cupola presentano anche quello dell'arco ovoide a tre centri, anch'esso nettamente di tradizione asiatica, e delle colonne corte a forti secondo un modello assai lontano da quello classico. Lasciando la grande basilica costruita ai tempi dell'imperatore Arcadio (345-408) sulla tomba di S. Mena nella Mareotide, di un tipo d'importazione caratteristicamente mediterraneo, la corrente del tardo ellenismo siriano si palesa nella grande chiesa del convento Bianco (Deyr al-Abyad) presso Sohāg costruita intorno al 430 dal conte bizantino Caesarius per il convento del grande monaco Senute: è una basilica a tre navate con nartece e con un santuario a cella tricora, cioè con tre absidi disposte a trifoglia, secondo una struttura caratteristica della Siria ove è usata non solo nelle chiese ma anche nelle grandi sale dei palazzi, come a Boşrā o nel palazzo descritto negli Atti di s. Tomaso, testo di indubbia provenienza siriana. Tale forma di santuario la si trova nello stesso periodo alla chiesa del convento Rosso (Deyr al-Ahmar) poco lontano dal convento Bianco e in quella costruita davanti alla facciata del tempio di Hator a Dendera. Alla stessa corrente ellenistica appartiene la basilica che sorgeva presso Armant, distrutta all'inizio del sec. XIX ma della quale buoni ricordi rimangono fortunatamente nei rilievi degli scienziati francesi della spedizione d'E. dell'epoca napoleonica: questa basilica aveva due absidi contrapposte, ognuna ad una delle estremità della navata centrale, tipo che si ripete nella basilica dei bagni presso il santuario di S. Mena e nelle costruzioni bizantine di Marsa Matrāh. Tutte queste chiese sono generalmente costruite in pietra da taglio accuratamente squadrata, con alte colonne monolitiche e con la navata assai ampia (quella del convento Bianco ha m. 12,50 d'apertura) il che richiede del legname di notevole squadratura per essere coperta. Tutto ciò presuppone dei potenti mezzi economici, soprattutto per il legname che doveva essere importato dalla Siria, non possedendo l'E. alberi a grande fusto utilizzabili per la costruzione. Si comprende dunque che esse siano fondazioni dai grandi signori bizantini che debbono aver chiamato gli architetti dal loro stesso ambiente più che da quello indigeno. Allo stesso gruppo di monumenti si riallacciano, con programmi più modesti, la chiesa del Deyr abū Ḥinnis (convento di S. Giovanni) presso Antinoe e quella del convento di S. Apollo a Bāwīt presso Deirāt. Tutti questi edifici hanno le pareti interne riccamente decorate con nicchie di forme complicate e con colonnine dai fusti lavorati da ornamenti geometrici, una caratteristica anche questa che viene dalla Siria dove i più belli esempi sono forse in quelle colonnine rimpiegate in epoca musulmana per la costruzione della

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(da D. Mannaret de Villard, La Nubia meridionale, I, Il Cairo 1855, fasc. 1) EGITTO - Rovine della chiesa orientale di Philae (metà sec. VI).
corse alla moschea di Diyarbakr. Quella parte delle pareti che non era ornata di sculture veniva completamente ricoperta da affreschi.

Un programma assai meno ambizioso è quello al quale si attiene l'ambiente indigeno. Sino dai primi tempi cristiani numerosi eremiti hanno popolato il deserto egiziano, e il più delle volte fissarono la loro residenza in antiche tombe dell'epoca faraonica: essi le trasformarono non solo in residenza ma anche in cappelle costruendovi od intagliandovi delle nicchie che dovevano servire da abside. Esempi di una tale edilizzazione si trovano sparsi per tutta la valle del Nilo, ma forse i più interessanti ed i più facilmente accessibili sono fra le tombe di Benihasan e di Mir presso al-Qusiya, una tomba di es-Seikh Sa'id non lontano da Mallawi, la tomba di Penchse a Tell al-'Amirna, quella di Ramses IV a Bibân al-Mulûk e quelle portanti: numeri 84, 95 e 97 a Seikh 'abd el-Qurna nella necropoli tebana. Più a sud una tomba presso Esna e notevolissima per le pitture che ne decorano le pareti, disgraziatamente ancora inedite. Attorno a questi eremitaggi sorsero a poco a poco dei piccoli monasteri, dove la tomba trasformata in chiesa serviva come santuario per la comunità: le celle ed i magazzini sorsero

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nello spazio libero circostante e più tardi il tutto fu circondato da un muro e munito di una torre (gausaq) a difesa contro i predoni del deserto. Uno dei più completi esempi di questo tipo di monastero è dato da quello di Epiphanus a Seikh 'abd al-Qurna: ma dal punto di vista liturgico il più importante è quello della valle delle Regne (Bibân al-Harîm). Quivi fu costruita una seconda chiesa nel piazzale davanti alla grotta: essa è di pianta quadrata ed era coperta da una cupola: l'abside fu costruita nell'interno di un'antica tomba cristiana con una volta a botte in mattoni, probabilmente la tomba del fendatore e cioè quindi sopra al suo cadavere, segnando con ciò nettamente il carattere di altare-tomba.

Ma i cristiani non solo utilizzarono le antiche tombe faraoniche, ma presero possesso anche dei templi installando le loro chiese nell'interno di essi. Si noti però che mai pensarono di trasformare in chiesa il santuario propriamente detto ove si conservava l'immagine della divinità, ma utilizzarono invece solo i locali secondari. Disgraziatamente gli studiosi moderni nel loro affrettato desiderio di mettere in luce le vestigia antiche, quasi sempre fecero scomparire le tracce di questa occupazione cristiana: uno dei rari casi ove esse si possono ancora bene studiare si ha ad es-Sebû'a in Nubia. Molte volte tali chiese erano installate nel vestibolo del tempio (Dendera, Edfu, Esna, Philae): a Karnak lo fu nella grande sala delle feste di Thutmosis III, dove le colonne recano ancora tracce di grandi figure di santi. Uno degli esempi più interessanti è quello della chiesa che fu installata nella seconda corte del tempio di Medinet Habu, di cui la struttura può essere esattamente ricostruita per mezzo dei rilievi eseguiti dal Wilkinson verso la metà del XIX sec. Ad ogni modo i cristiani raramente demolirono i templi antichi, ma si accontentarono di ricoprire d'intonaco i bassorilievi delle pareti, per poi tracciarvi le loro iscrizioni e le loro pitture.

Il più delle volte però costruirono le loro chiese ex novo, in un terreno libero. I più interessanti esempi anteriori al VI sec., andando da nord a sud, sono la chiesa di

Taposiris nella Mareotide, quella di Tebtunis (Tell Umm el-Breigât) nel Faiyûm, le basilichette nel convento di S. Geremia a Saqqâra, quella del Dayr Abû Fânâ a nord di Ašmunein, la chiesa nel dramos del tempio di Medamûd, la basilica ad ovest del tempio di Luqṣôr, una basilichetta a Seikh 'abd al-Qurna nella necropoli tebana, la chiesa presso la porta fortificata di Ramses III a Medinet Habû, quella di Tûd e la chiesa orientale di Philae, uno dei rari monumenti datati epigraficamente essendo stata costruita sotto il vescovo Teodoro fra il 525 ed il 578 ca. Tutte queste chiese mancano sempre di atrio, ma quasi sempre hanno un nortece, qualche volta decorato con nicchie, come a Medamûd. Le porte d'accesso sono generalmente sulla facciata, ma in alcuni casi

si ha l'ingresso aperto nelle pareti laterali (Bâwît, chiesa occidentale di Philae, Seikh'abd al-Qurna) secondo una disposizione caratteristicamente siriana a mesopotamica. L'abside non è mai libera e sporgente (salvo il caso nettamente bizantino di Abû Mînâ) ma è sempre nascosta dietro un muro piano. Tale abside presenta delle forme varie: a Bâwît è costituita da un locale rettangolare che occupa tutta la larghezza della chiesa. Il tipo più diffuso è quello di un'abside semicircolare rac-

chiusa fra due locali quadrati o rettangolari, che sembrano aver servito da sagrestia, come in Siria. A Philae il locale meridionale serve da cassa di scala, e a Tûd vi sono invece due locali ad ogni parte dell'abside e questo è preceduta da una trovata rettangolare del tipo che si ha in Siria a Qalb Lauzeh a a Qanawât. Alla basilichetta di Seikh 'abd al-Qurna si ha invece un'abside rettangolare racchiusa fra due camere quadrate, altra struttura caratteristicamente siriana. A Taposiris si ha un abside semicircolare posta fra due camere quadrate ed un locale rettangolare stretto e lungo dietro l'abside e comunicante solo con la camera settentrionale: struttura che si riconnette con parecchi esempi mesopotamici del Tûr 'Abdîn e che si ritrova più tardi al convento di S. Simeone presso Aswân. Uno sviluppo di questa struttura si ha nella basilica dei bagni ad Abû Mînâ ove il corridoio fa veramente comunicare i due locali a fianco dell'abside: esempi se ne hanno in Siria ad Hûsan Nîha e alla cosiddetta tomba di Aaron sul monte Hor, e sarà una delle caratteristiche dell'architettura cristiana della Nubia. Nelle chiese ad ingressi laterali il muro occidentale ha una grande nicchia rettangolare nel mezzo, che si direbbe un ricordo od una atrofizzazione di un'abside contrapposta a quella occidentale. Un caso unico ed interessantissimo ci è dato dalla basilica di Luqṣôr dove, in base ad alcuni elementi sussistenti e ad antichi rilievi è forse possibile restaurare un tipo di abside a deambulatorio. Il corpo della chiesa è generalmente diviso in tre novate da due file di colonne: ma in alcuni casi (basilica cimiteriale di Abû Mînâ, due basiliche a Saqqâra, Dayr Abû Fânâ, le due basiliche di Medinet Habû, chiesa orientale di Philae) oltre alle due file di colonne longitudinali se ne ha una terza che corre parallelamente al muro della facciata, in modo che i collaterali girano attorno alla novata centrale anche verso occidente. È un tipo che si perpetuerà nel tardo medioevo alle chiese del Vecchio Cairo. Tutte queste chiese erano coperte con tetti in legname.

Il problema del battistero è in E. di assai difficile

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(da U. Monneret de Pillaré, Il monastero di S. Simeone presso Aswān, Milano 1917, sec. 13) EGITTO - Abside centrale della chiesa del convento di S. Simeone presso Aswān.
soluzione dati i pochi casi nei quali si è conservato. Nella basilica bizantina di Abū Mīnā esso è del tipo diffuso in tutto il mondo mediterraneo di un ottagono internamente e quadrato esternamente, con nicchie semicircolari corrispondenti agli angoli, a posto sul lato occidentale dell'atrio, in contrapposto della basilica. Nelle costruzioni veramente egiziane non è conservato se non a Luqṣār e a Medamūd. Nel primo caso è costituito da un locale absidato nel quale la travata rettangolare è separata dalla parte ad abside da due colonne: nella travata rettangolare vi è un pozzo mentre la vasca battesimale sta nella parte absidata ed è di forma tronco-conica, scavata nel suolo, e si scende al fondo per mezzo di due scalette di tre alti scalini ognuna. A Medamūd il battistero è costituito da un locale quadrato a sud della chiesa e addossato a questa, accessibile dalla navatella meridionale e con una semplice vasca rotonda.

L'architettura cristiana d'E. posteriormente alla conquista araba (640-42) ci ha lasciato moltissimi monumenti di cui solo una piccola parte è stata fino ad ora studiata in modo che se ne possa parlare con sicurezza. Ad ogni modo due caratteristiche si manifestano chiaramente: la prima è l'abbandono del vecchio tipo basilicale ellenistico, la seconda è la rinuncia a coprire la chiesa con tetti in legname, sostituendo a questi delle coperture a volte. Struttura basilicale e tetti in legname si conservano solamente nelle chiese del Vecchio Cairo (Babilonia d'E.), specialmente in quella di S. Barbara e quella di S. Sergio, che oggi si vedono in una forma che ricevettero nel XII-XIII sec., ma che assai probabilmente non è se non la ricostruzione di edifici anteriori rimontanti forse al V-VI sec. e che ne ha conservato la planimetria ed il modo di copertura. Queste chiese hanno dei matronei, il che conferma il loro riattacco con prototipi di tipo ellenistico-bizantino.

Un altro gruppo di monumenti e caratteristiche

comuni e topograficamente compatto è formato dai monasteri del Wādī en-Naṭrūn, cioè il Deyr Suryāni, Deyr Amba Bīšūi, Deyr el-Barāmūs e Deyr Abū Maqār. Il più importante è il primo, ricostruito dopo il saccheggio e la distruzione dell'anno 817: la tradizione attribuisce la nuova fabbrica a due monaci di Takrit in Mesopotamia, Mattai e Abraham. Due sono le chiese principali del monastero: la più piccola, dedicata alla Vergine, riproduce un tipo di chiesa monastica caratteristica del Tūr 'Abdīn, cioè composta di un nartece rettangolare coperto da una volta a botte, di un coro anche esso rettangolare con asse nord-sud, pure coperto da volta a botte, e di un triplo santuario formato da tre camere rettangolari, di cui quella di mezzo è coperta da una cupola mentre le due altre hanno delle volte a botte di cui l'asse è perpendicolare a quello della volta del coro e del nartece. La grande chiesa del monastero, pur essa dedicata alla Vergine, è una basilica di cui il corpo è costituito da una larga navata fiancheggiata da due navatelle che girano anche lungo il muro occidentale, tutte coperte di volte a botte. Segue un coro rettangolare con asse nord-sud, diviso in tre travate di cui la centrale è coperta con una cupola e le due laterali da due semicupole, riproducendo una struttura che si trova nella chiesa della Vergine a Ḥāḥ in Mesopotamia: il santuario è analogo a quello della piccola chiesa.

All'estremità meridionale dell'E. si trovano due chiese, quella del monastero di S. Simeone ad Aswān e quella di cā-Sēkhān che hanno caratteristiche assai simili, in quanto il santuario è trilobato, avente una cupola al centro e tra semi-cupole sulle tre braccia, e la navata centrale è coperta con due cupole nel primo caso e con una sola cupola nel secondo. Sono due monumenti probabilmente della fine del X 9 del principio dell'XI sec. Un ultimo edificio di singolare importanza, databile al primo medioevo, è la basilichetta che sorge ad una cinquantina di metri a nord della tomba n. 25 di Qurnet Mur'ai nella necropoli tebana: è di quel tipo che fu chiamato «église cloisonnée», cioè avente la divisione fra la navata e le navatelle fatta con muri pieni nei quali si aprono solo delle porticine. È il solo esempio di questo tipo sino ad ora noto in E. Era i monumenti secondari si deve ricordare la chiesa del Deyr al-Šuḥadā (convento dei Martiri) presso Esna e un gruppo di edifici nella regione di Naqāda e di Qamūla, specialmente quelle di al-'Adra e di Mārī Girgis al Deyr al-Magmā', l'ultima delle quali mostra un sistema di volte parallele su archi trasversi secondo un tipo della Persia sāsānide. Ma la struttura più diffusa nel basso medioevo è quella di un edificio rettangolare diviso da archi portati prevalentemente su pilastri in tanti quadrati, ognuno dei quali è coperto da una cupola: esse raggiungono persino il numero di 29 alla chiesa di Amba Pakhām presso Medamūd. L'esemplare più bello è forse quello del Deyr al-Maḥarraq.

La scultura è stata concepita nell'E. cristiano come un sussidio decorativo dell'architettura e non come avente una vita sua propria: la statuaria quindi scompare completamente. Scompare anche l'arte di lavorare le pietre dure (diorite, porfido ecc.) che era stata una specialità ed una gloria del paese: solo materiale ormai usato è il calcare, salvo che per le colonne ed i capitelli per i quali si sa ancora tagliare la sienite. E notevole e caratteristico dell'E. un largo uso della scultura in legno nella decorazione dei monumenti.

Per un primo periodo gli esempi più interessanti della scultura sono una serie di conche di nicchie a timpani curiosamente frastagliati e con figure umane trattate con forte altorilievo ed uso nettamente coloristico di spinti

contrasti di vuoti e pieni, con un sapiente bilanciarsi di masse e giochi di luce ed ombra con una visione nettamente barocca, che furono trovate principalmente ad Ahnâs al-Madina, l'antica Heracleopolis, ma di cui anche esempi interessanti provengono da altre località, specialmente al-Bahassa. Sono sculture quasi tutte a soggetti pagani, e debbono quindi riconnettersi con quei ricchi e potenti gruppi signorili che dominavano il medio E., di coltura ellenistica ed ostili alla nuova religione. Stilisticamente questa sculture non sono se non la derivazione

di una scuola caratteristiche sirianna e si ristreccano con altre delle regione nabatea, specialmente con quelle trovate a Khirbet et-Tannur. Con la fine del v sec. e probabilmente con l'escurrirsi di questi gruppi pagani, questa scuola scompare. Anche i più importanti esempi della scultura in legno sino al v-vi sec., alcuni pezzi da Bâwît e soprattutto la bellissima porta in legno della primitiva chiesa di S. Barbara al Vecchio Cairo (ora al Museo Copto), sono nella più pura tradizione ellenistica dell'arte di Alessandria o di Antiochie. La

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scultura in avorio di cui si hanno tanti magnifici monumenti provenienti dalle officine di Alessandria ce ne ha lasciato assai pochi che si possano attribuire con relativa certezza all'E. propriamente detto, con predominanza delle stile monumentale di contro al pittoresco ellenistico. I più notevoli sono quello del Louvre con la rappresentazione di S. Marco in cattedra fra i patriarchi suoi successori e il dittico in cinque parti proveniente da Murano ed ora a Ravenna che lo Strzygowski ritiene prodotto dell'arte monastica dell'alto E. La scultura propria dell'E., povera nei monumenti figurati, assume invece una ricchezza ed una genialità d'invenzione straordinaria nelle opere decorative, capitelli, fregi, lastre d'incrotazione e persino stele sepolcrali. Il repertorio dei motivi è di una abbondanza che esula da qualsiasi classificazione: la decorazione copre ogni qualsiasi elemento, con evidente tendenze a quell'orrore del vuoto che è una delle caratteristiche peculiari dell'arte orientale.

Anche la pittura parietale vi contribuisce largamente: si può dire che ogni parte dell'edificio religioso egiziano che non era ornato da rilievi scolpiti era ricoperto di pitture, le quali compiono quella funzione che nell'arte bizantina contemporanea avrà il musaico. Questo è stato assai raramente impiegato in E.: il testo di Abû Sâlih (XIII sec.), così prezioso per lo studio dell'archeologia religiosa egiziana, non cita se non due esempi di musaici figurati: il primo nella chiesa degli Apostoli al monastero di S. Arsenio ad al-Qusair fondata dal patriarca melkita Eustazio (802-804), che rappresentava la Vergine con gli angeli ed i dodici Apostoli, e il secondo nella chiesa di S. Pacomio a Fâ'ô che non si sa cosa figurasse. Dato che Eustazio era melkita si può essere certi che l'opera da lui fatta eseguire era un prodotto d'artefici bizantini importati. Il solo musaico oggi esistente in una chiesa d'E. si trova in una nicchia nel monastero di S. Antonio e rap-

presenta una croce trionfale. Invece siamo largamente documentati sulla pittura parietale visto che degli amplissimi cicli si sono conservati. I più antichi sono quelli delle cappelle sepolcrali della necropoli di Baqawat nell'oasi di al-Khârga (IV sec.?) di cui gran parte però, sia iconograficamente quanto stilisticamente si riconnette con l'arte alessandrina. Però vi si vedono già apparire molte delle caratteristiche che saranno poi peculiari della pittura egiziana, cioè

l'uso larghissimo della frontalità, l'ordinamento simmetrico dei personaggi, una rappresentazione statica generalmente su di un solo piano, senza accenno di fondo o particolari d'ambiente, quello che generalmente si indica con il termine di «stile monumentale», caratteristico dell'espressione asiatica e di cui l'esempio risale alle pitture di Dura-Europos. I massimi esempi egiziani di questo stile ci sono dati dai cicli pittorici di Bâwît e di Şaqqâra. Quivi, se

pur sussiste qualche traccia ellenistica nei fregi decorativi, la parte ornamentale e simbolica si affievolisce sempre più per far luogo alla pittura storica e il trattamento paesistico scompare per essere sostituito dalla rappresentazione monumentale. Un'altra caratteristica vi appare nettamente: il gusto del ritratto, di cui la tradizione risale al II-III sec., cioè a quella scuola d'artefici che esegui le tavolette sepolcrali del Feiyûm in pieno stile ellenistico, ma tradotta in forme monumentali. Questa tendenza al ritratto, che conduce a personalizzare ogni figura, applicata alla rappresentazione dei sacri personaggi conferisce anche alle immagini ideali del Salvatore, della Vergine, degli Apostoli, degli Evangelisti un carattere individuale e tende a cristallizzarne il tipo. È noto come queste tendenze artistiche avranno un profondo influsso sulla stessa arte bizantina e si può dire che la spinta vi è venuta dall'E. Iconograficamente la pittura egiziana dell'alto-medioevo mostra già sino da allora alcune caratteristiche che conserverà per secoli: p. es., l'uso di rappresentare quasi tutti i santi locali a cavallo, quasi come guerrieri vincitori degli spiriti del male.

Dopo le grandi pitture di Bâwît e di Şaqqâra che rappresentano, allo stato delle nostre conoscenze, il momento di maggior splendore dalla pittura egiziana dei primi secoli, si è male documentati sino verso il sec. XI, quando si palesa un nuovo influsso, quello dell'arte armena. Una grande colonia, ricca e potente, di Armeni si era allora formata in E.: in essa vi sono anche degli artisti. È allora ad un pittore armeno che si deve la decorazione della grande conca di abside del Convento Bianco. Localizzata sembra soltanto al convento dei Siriani al Wâdî an-Naţrûm (Deyr Suryânî) è una corrente di pittura siriane, di alto valore artistico e ancora insufficientemente studiate. Nell'abside meridionale del coro sono

rappresentate l'Annunciazione e la Natività e le iscrizioni
vi sono in siriano, salvo il nome di Giuseppe che è scritto
in greco: nell'abside occidentale, al fondo della navata,
vi è l'Assunzione con i nomi di Gesù, degli apostoli
Andrea e Simon Pietro, del Sole e della Luna scritti in
siriano, mentre l'ultimo è riprodotto anche in copto:
nell'abside settentrionale del coro è rappresentata la morte
della Vergine con il nome del Cristo scritto in siriano.
Si pensa che queste pitture siano databili dell'epoca del
superiore del monastero Mosè di Nisibis (907-44) al
quale forse si devono anche gli stucchi del santuario di
stile mesopotamico. La pittura egiziana del basso medioevo
non ha più alcun valore di arte, come non lo ha la pittura
di icone, di cui le più antiche a noi note non datano
d'epoca anteriore al Quattrocento.

La miniatura è un'arte anch'essa largamente
diffusa in E. All'inizio il grande sviluppo gli è dato
da Alessandria con una serie magnifica di manoscritti
che ci sono noti, se non tutti in originali, almeno in
copie assai antiche e che mostrano il maggior trionfo
dello stile pittoresco alessandrino: ma già con le
varie copie della Topografia di Cosma Indicopleuste
vi si vede penetrare lo stile monumentale. Di contro
l'E. con i frammenti su papiro della Cronaca
alessandrina, forse dell'inizio del V sec., ci ha lasciata
un'opera di ben diversa tendenza e dove più chiaramente
si mostra il carattere indigeno, penetrato di
vecchie tradizioni orientali. E sono queste che definitivamente
trionfano quando alla fine del VI sec.
si può dire che l'arte ellenistica d'Alessandria scompare.
Noi disponiamo di una serie numerosa di manoscritti
figurati che permettono di seguire esattamente
lo sviluppo della miniatura egiziana, in quanto
sono per la massima parte datati, con sottoscrizioni
di scribi e di pittori e dei quali il più delle volte è
assai facile determinare il luogo di esecuzione. E
si può così ben seguire una tendenza caratteristica,
quella cioè di abbandonare poco a poco la
tecnica di una vera e propria pittura per andare verso
quella di un disegno a penna campio di colori. Il
capolavoro della miniatura propriamente indigena
dell'E. è dato dal manoscritto copto 13 della Biblioteca Nazionale di Parigi, a forti influenze mesopotamiche, del XII sec. Ma nello stesso periodo
vediamo formarsi un'altra scuola di artisti che risentono fortemente, specie nella decorazione, della contemporanea arte musulmana: il capolavoro di questa
tendenza è quel tetravangelio in due volumi, di
cui uno è conservato all'Istituto cattolico di Parigi
a l'altro al Museo Copto del Cairo. È questa scuola
che prende il sopravvento e durerà sino al sec. XVII,
però con lavori sempre più scadenti. La storia della
miniatura egiziana è ancora da scriversi.

Nelle arti minori quella che ci ha lasciato il più gran
numero di documenti è la decorazione delle stoffe, di cui
le secche sabbie egiziane hanno salvato interessantissimi
esemplari. Quelle con decorazione tessuta in lana sono
eseguite con tecnica identica a quella degli arsezi franco-fiamminghi che è documentata in E. sino dall'alta antichità, di cui sono esempi i frammenti col nome di Amenhetep II (ca. 1500 a. C.) e di Thutmosis IV (ca. 1466
a. C.), tecnica analoga a quella di alcuni frammenti trovati in tombe greche della Crimea del 11 o 19 sec. a. C.
In E. i luoghi dei più abbondanti ritrovamenti (Saqqida,
Arsinoe, Akhmim, Antinoe, Armant, Hawārah, ecc.) sono
sparsi per tutto il paese, il che mostra la diffusione di
procedimenti sempre simili. La decorazione costituisce
generalmente delle fascie, clavi, e incrostazioni quadrate
o rotonde, rota. La tessitura cristiana non è dunque
tecnicamente se non la continuazione inalterata della
tessitura pagana e sola differenza vi è nei motivi rappresentati. In epoca relativamente avanzata si osserva
però qualche variazione tecnica, avvicinandosi a quella

dei broccati. Si hanno però anche delle stoffe decorate
con tecniche completamente diverse: sono delle tele nelle
quali l'ornamento è ottenuto con la colorazione secondo
un procedimento (già ricordato da Plinio) che molto si
avvicina a quella del batik. La tela con le scane bacchiche
trovata da Gayet ad Antinoe ne è il più bell'esempio
pagano non posteriore al sec. IV-V, quella con Daniele
del Museo di Berlino e il più cospicuo fra quelli cristiani.
Vi sono anche tele decorate con motivi stampati con
blocchi di legno intagliati. Infine bisogna ricordare gli
esempi di tessitura in seta trovati nelle tombe egiziane,
specialmente ad Akhmim a ad Antinoe, di cui alcuni sono
certamente dei prodotti delle officine locali, mentre altri
si dimostrano importati della Siria, dalla Persia sāsānide
e forse anche dall'Asiz centrale.

Un'industria infine specificamente egiziana è quella
delle incrostazioni d'avorio nel legno: le porte del convento dei Siriani al Wadi en-Naqūm ce ne offrono forse
il più bell'esempio. La ceramica dell'E. cristiane, per
quanto interessante, non è mai assurta a produzioni di
vera arte.

BIBL.: Per la distinzione giuridica Alessandria-E. si veda H. J. Bell, Alessandria ad Aegystum, in Journal of Roman Studies, 36 (1946), pp. 130-32. Sulle studio dei monumenti cristiani d'E. si ha un grandissimo numero di lavori, nessuno però che abbracci l'intero soggetto: il meglio è riferirsi alle bibliografie: U. Monnerer de Villard, Sagaria di una bibliografia dell'arte cristiana d'E., in Bull. del R. Ist. di archeol. e storia dell'arte, 1 (1922-1), pp. 20-32 e Gli studi sull'archeologia cristiana d'E. 1920-40, in Orientalia christiana periodica, 7 (1941), pp. 247-92. Ugo Monnerer de Villard

VII. ORDINAMENTO SCOLASTICO DELL'E.

Il Ministero della pubblica istruzione, il Ministero degli affari sociali e il Ministero della guerra
e della marina si sono proposti di collaborare per
eliminare l'analfabetismo, la piaga maggiore che ostacola la organizzazione della vita politica e culturale.

È resa obbligatoria l'istruzione dai 12 ai 18 anni
per i giovani e dai 12 ai 15 anni per le ragazze. Esistono
1949 scuole maschili e 728 scuole femminili e numerosi
corsi obbligatori per i membri della polizia a delle forze
armate. Diverse organizzazioni private e privati hanno
fondato piccole scuole chiamate maktak dove vengono
istrutti ragazzi e ragazze nella lettura del Coruno, nella
scrittura e matematica. I datori di lavoro sono obbligati
dalla legge a far istruire i propri dipendenti. Oltre alla lotta
contro l'analfabetismo il governo egiziano si preoccupa
della formazione della classe dirigente ed a questo scopo
ha ridotto l'insegnamento delle lingue straniere, elevando
dall'anno 1950 l'insegnamento della lingua araba che è
la lingua ufficiale. In tutte le scuole deve essere coltivato
il sentimento panarabo e la religiosità musulmana. Nelle
scuole private è vietato d'insegnare agli allievi dottrine
religione diverse dalla loro convinzione religiosa. L'insegnamento dell'arabo non è obbligatorio in quelle scuole
private (inglesi, francesi, italiane e greche), dove il numero degli allievi egiziani è inferiore al 15%.

L'istruzione egiziana comprende i giardini d'infanzia; le scuole elementari chiamate kuttāb (divise in
governative, private sotto l'ispezione governativa diretta
e straniere sotto ispezione governativa indiretta); le
scuole secondarie e le università. L'Università islamica
al-Azhar fondata il 21 giugno 972 dal generale Gawhar
sotto i Fāṭimidi: imprime lo spirito religioso e politico
a tutto il mondo dell'islam; l'Università Fu'ād I fondata
al Cairo nel 1908 e l'Università Farūq I fondata ad Alessandria il 2 ag. 1942.

Esistono inoltre le scuole della Chiesa copta che comprendono 12 scuole per ragazzi e 4 scuole per ragazze
del tutto insufficienti per 850.000 fedeli. La Chiesa
copta unita conta nelle tre diocesi di Alessandria, di
Ermopolis e di Tebe 31 scuole per ragazzi, 1 scuola per
ragazze, 1 Petit séminaire e 1 Theological seminary per
20.000 fedeli. - Vedi tavv. XI-XIV.

BIBL.: Bollettino di legislazione scolastica comparata, a cura del Ministero della pubblica istruzione, 2 (1942), pp. 175, 181, 201, 276, 336, 402, 410, 467, 547; 7 (1940), p. 70.

Miroslav Štumpf

Cite this article

“EGITTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 113. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/egitto.