EGITTO

EGITTO. - L'E. (Misr secondo la denominazione araba locale) comprende la valle del Nilo a N. della seconda cateratta (Wadi Halfa) con i territori adiacenti del deserto libico e di quello arabico.

SOMMARIO: I. Geografia. - II. Storia dell'antico E.-III. Religione dell'antico E.-IV. Il cristianesimo nell'E.-V. L'E. musulmano. - VI. Arte cristiana dell'E.-VII. Ordinamento sociale dell'E.

I. GEOGRAFIA.

L'E. ha una superficie di 694.300 kmq. Ma quasi tutta la sua popolazione (19,1 milioni di ab.) è agglomerata con forti densità (sino a più di 800 ab. a kmq.) su appena 1/30 di questa superficie (35 mila kmq.), costituita dall'angusta valle in cui scorre il fiume, dal suo delta e da alcune oasi.

L'utilizzazione delle acque del Nilo, perfezionata ed estesa con i moderni impianti di irrigazione, ha permesso all'E. paese agricolo per eccellenza, di volgersi a reddizie culture industriali: i cotone (di qualità pregiata), prevalente nella zona del delta, e la canna da zucchero nell'alta valle del fiume, accanto alle quali conservano tuttavia importanza anche i cereali, per insufficienti che siano in consumo interno.

L'allevamento ha modeste proporzioni e scarsa, in complesso, anche la produzione mineraria, che dà poco petrolio, manganese, wolframio e soprattutto, fosfati. Tra le industrie, più sviluppate sono lo zuccherificio, le tessili, la molitoria e le alimentari, che in parte comprano il fabbisogno interno.

La popolazione è costituita per il 98% da Egiziani, considerati discendenti dagli antichi progenitori cimiti, i cui caratteri si sono mantenuti così nei fellati (contadini) mantenuti, come nei mercanti coperti dell'Alto E., rimasti fedeli al cristianesimo monofisita (ca. 1/10 della popolazione indigena). Vi sono inoltre numerosi Greci (70 mila), Italiani (52 mila), Inglesi (34 mila); per lo più Maltesi, Francesi ecc. Gli Israeliti si aggirano intorno a 65 mila. La capitale, Cairo (2,1 milioni di ab.), è la più popolosa città del continente africano; il porto principale è Alessandria (268 mila ab.).

BIBLIOGRAFIA:

I. Geografia

II. Storia dell'antico E

III. Religione dell'antico E

IV. Il cristianesimo nell'E

V. L'E. musulmano. -

VI. Arte cristiana dell'E

VII. Ordinamento sociale dell'E.

II. STORIA DELL'ANTICO E.

I. L'E. PREISTORICO. - Mentre la Bibbia, nell'enumeratione la discendenza dei figli di Noè (Gen. 10, 6, 13), si limita a citare fra quelli della stirpe di Cham anche Misrqim, nome con cui gli Ebrei indicarono solitamente la terra d'E., le scoperte recenti ci permettono di conoscere con maggiore determinazione le vicende più remote del paese e del popolo.

In accordo con la geologia, che dimostra come il Nilo si fosse aperta la via verso il Mediterraneo fra le terre e le rocce dell'E. antichissimo e avesse foggiatto la valle a terrazze, via via sempre più basse, gli scavi hanno rivelato la presenza dell'uomo antichissimo lungo le due rive del fiume, nei millenni più lontani sui luoghi più alti e poi man mano su quelli minori, seguendo nel suo lento movimento di discesa il solo fluviale, fattore indispensabile di fecondità e di vita per la terra e per gli uomini. Così le tracce dell'uomo del paleolitico inferiore si sono trovate sulle alture di el-Qurnah, nel distretto di Toba, mentre gli uomini del paleolitico superiore, nella faccia africana caratteristica del capannone, lasciarono il loro ricordo a Sabil sopra Kôm Ombé a ca. 40 km a nord di Assuan. Il neolitico in cambio è rappresentato in modo speciale a el-'Omari (a sud del Cairo), a Beni Salmoh (Merida) e altrove nel Delta. Segue l'età dei metalli, che durò più di 2000 anni e fu chiamata anche periodo intermedio: dinastia XII (12° metà).

Maggio, dinastia XII (12° metà).

XIII, capitale Tebe.

Periodo intermedio, dinastia XIII (13° metà).

XVIII, dinastia XVIII (13° metà).

XIX, capitale Tebe.

Anno 13, dinastia XIX (13° metà).

XX, capitale Tebe.

Anno 14, dinastia XX (14° metà).

XXI, capitale Tebe.

Anno 15, dinastia XXI (15° metà).

XXII, capitale Tebe.

Anno 16, dinastia XXII (16° metà).

XXIII, capitale Tebe.

Anno 17, dinastia XXIII (17° metà).

XXIV, capitale Tebe.

Anno 18, dinastia XXIV (18° metà).

XXV, capitale Tebe.

Anno 19, dinastia XXV (19° metà).

XXVI, capitale Tebe.

Anno 20, dinastia XXVI (20° metà).

XXVII, capitale Tebe.

Anno 21, dinastia XXVII (21° metà).

XXVIII, capitale Tebe.

Anno 22, dinastia XXVIII (22° metà).

XXIX, capitale Tebe.

Anno 23, dinastia XXIX (23° metà).

XXX, capitale Tebe.

Anno 24, dinastia XXX (24° metà).

XXXI, capitale Tebe.

Anno 25, dinastia XXXI (25° metà).

XXXII, capitale Tebe.

Anno 26, dinastia XXXII (26° metà).

XXXIII, capitale Tebe.

Anno 27, dinastia XXXIII (27° metà).

XXXIV, capitale Tebe.

Anno 28, dinastia XXXIV (28° metà).

XXXV, capitale Tebe.

Anno 29, dinastia XXXV (29° metà).

XXXVI, capitale Tebe.

Anno 30, dinastia XXXVI (30° metà).

XXXVII, capitale Tebe.

Anno 31, dinastia XXXVII (31° metà).

XXXVIII, capitale Tebe.

Anno 32, dinastia XXXVIII (32° metà).

XXXIX, capitale Tebe.

Anno 33, dinastia XXXIX (33° metà).

XL, capitale Tebe.

Anno 34, dinastia XL (34° metà).

XLI, capitale Tebe.

Anno 35, dinastia XLI (35° metà).

XLII, capitale Tebe.

Anno 36, dinastia XLI (36° metà).

XLIII, capitale Tebe.

Anno 37, dinastia XLI (37° metà).

XLIV, capitale Tebe.

Anno 38, dinastia XLI (38° metà).

XLV, capitale Tebe.

Anno 39, dinastia XLI (39° metà).

XLVI, capitale Tebe.

Anno 40, dinastia XLI (40° metà).

XLVII, capitale Tebe.

Anno 41, dinastia XLI (41° metà).

XLVIII, capitale Tebe.

Anno 42, dinastia XLI (42° metà).

XLIX, capitale Tebe.

Anno 43, dinastia XLI (43° metà).

L'anno 50, dinastia XLI (50° metà).

L'anno

l'interpretazione molto probabile, due secoli di decadenza del potere reale a vantaggio di una specie di feudalesimo, che ha fatto denominare questa età da taluni dei moderni medioevo e- giazino; si parla anche un celebre papiro (Leida n. 334) di una vera e propria rivoluzione popolare, in parte forse solo immaginaria; ma non c'è dubbio che l'attività politica del popolo cominci ad affermarsi, preparando l'avvento di nuove dinastie e di nuovi centri, come quello di Eracleopoli, che avrebbe fornito i sovrani della IX dinastia. Verso la fine di questo periodo di vita egiziana è probabilmente da riferire il racconto biblico dell'emigrazione in E. del patriarca Abramo, secondo il racconto di Gen. 12, 10-12, da Bethel verso il Negebah, emigrazione originaria dalla carestia; in Egitto Sara fu rapita alla corte del Faraone e poi restituita ad Abramo, che, limitatosi con la sua tribù ancora nomade ad una temporanea dimora nei paese, ritornò al luogo di partenza, non appena le condizioni di vita lo permisero.

IV. Medio Regno

In esso l'E. riprende la sua tradizione di potenza e di civiltà, facendo valere le sue armi e il suo prestigio dalla Nubia alla Somalia, sia allargando i suoi rapporti di interessi con paesi di ottermare, come l'isola di Creta, sia dandò nuovo incremento alle arti e alle lettere e nuovo benessere al popolo.

I sovrani più noti sono quelli che contengono nel loro nome indizio delle loro preferenze religiose, il nome degli dèi Mont, Amon e Wôsre, dei caratteristici della nuova capitale, Tebe; Menthôpte (Mentuhotep) IV, Amenmêhê I e il figlio di questi Zewôsre (Senwosre) I (forse il Sesostris dei Greci). Con la dinastia XIII (1868 a. C.) l'E. perde rapidamente ogni sua prosperità, probabilmente perché il potere passò nelle mani di principi inetti che all'interno e all'esterno provocarono la caduta di quanto era stato vanto delle dinastie precedenti. E così l'E. fu aperto, verso il 1785, alla invasione

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perpetuano nei millenni il ricordo tangibile dell'arte di quell'età remota. Hyksos (v.), che dalla frontiera di Pelusio, rimasta nel custodia, penetrarono nel paese dilagando nel Delta e anche più a sud e stabilendo la loro capitale ad Avari, in una località nord-orientale del Delta finora non identificata, mentre nell'Alto Egitto e a Tebe sopravviveno i discendenti delle antiche dinastie.

Di solito si attribuisce a questo momento della vita egiziana il racconto di Gen. 37-39, che narra di Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto dai fratelli invidiosi ai mercanti egiziani e divenuto poi intendente del Faraone e sposo della figlia di Putifare, sacerdote di On; avendo poi salvato l'Ex. da una grave crescita, accolse i fratelli presso di sé e invitò a nome del re tutta la famiglia di Giacobbe a trasferirsi in E. e precisamente nella terra di Gessen (v.) o terra di Ramses, quasi certamente nella parte orientale del Delta. Alla riscossa contro gli usuratori si mosse verso il 1573 il primo re della XVIII dinastia, Abunòse, che cacciò gli Ilyksos, distruggendo Avari, allontanò i Nubiani e riorganizzò tutto il paese, iniziando la gloriosa XVIII dinastia e il Nuovo Regno.

V. Nuovo Regno

Seguirono nella XVIII dinastia alcuni fra i più potenti sovrani d'E., che da Tebe dominarono tutto il paese e parecchi territori stranieri, che aumentarono con fortunate spedizioni vittoriose il tono di benessere dei cittadini e lasciarono ai posteri monumenti grandiosi e copiose testimonianze scritte su papiri e su epigrafi.

Thutmose (Thutmosis) I ceste il potere degli Egiziani fu sulle rive dell'Eufrate. La figlia Hatshepsùbe (Hatshepsut), approfittando della morte prematura del marito Thutmose II, regnò una ventina di anni come tutrice del futuro Thutmose III; fra le altre opere insi-gni da lei lasciate va ricordato soprattutto il grandioso santuario eretto nella necropoli di Tebe a Deir el-Bahri e in parte ancora superstite. Thutmose III, il conquistatore della Siria e della Nubia fino alla quarta catatata del Nilo, è celebrato in sculture, in epigrafi, in papiri superstiti. Di Amenhotpe (v. Amenophis III), il Memnon dei Greci, si esalta la grandezza, e sono superstiti le sue due grandi statue nella piana di Tebe, tuttora dette «i colossi di Memnon». Dopo la breve parentesi di Amenhotpe IV, che, esaltato con «i culto quasi monoteista di Aten, in opposizione ad Amon e al suo sacer-dozio, creò una nuova religione, che si volle ricollegare ad influenze palestinesi ed ebraiche, e trascurare la difesa delle conquiste siriche, Tut'anh-Amôn, di cui è ben noto.

Eritto (r.) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) Ferrovie.

La tomba scoperta nel 1922, ristabilì il prestigio egiziano, finché Haïemhabe iniziò con energia la XIX dinastia. Fra codesti sovrani uno dei più illustri è senza dubbio Stefano (Seti) I, vincitore in un primo scontro degli Hititi di Qidsa (Qades), città sull'Oronte, dove pochi anni dopo, nel 1244, riprese la lotta contro un'initera coalizione di Stati ai danni dell'E. Il figlio e successore di Seti Rameses (Ramesse Ramses [v.]) II, nel modo cele-brato in un poema superstite nel papiro Salier III; le condizioni di pace fra Hititi ed Egizi sono consegnate in trattati superstiti, tanto di parte hittita come egizia; una delle figlie del re Hattusil sposa Ramses II, il quale è celebrare anche per le numerose e imponenti costruzioni. In tali costruzioni e ricostruzioni il re si sarebbe servito anche di operai stranieri a fra l'altro della tribù ebraica di Gessen, discesa da Giacobbe e colà accolta al tempo degli Ilyksos; la Bibbia (Ex. I, 11) dichiara esplicita-mente che gli Ebrei, sotto un re che ormai non era più numero dei benefici di Giuseppe, sorvegliati da implacabili soprastanti, furono costretti ad erigere «la città dei tabernacoli Phithom e Ramesses» (forse la prima nel Wadi et-Tumejlat e l'altra a Tanis) furono sotto-posti ad una serie di angherie, giustificate in parte dal-l'ammonto della tribù originaria, che poteva essere pre-giudizievole per la sicurezza dello Stato nel caso di un conflitto con i vicini della Palestina. Si crea così, durante forse più di 100 anni, il malcontento e il desiderio sem-pre più ardente degli Ebrei di ritornare nella Terra Promessa. Il che avvenne (Ex. I, 14) Mosè (v.), esposto a morte sul Nilo per ordine di un fa-

sì rifugi Geroboamo inseguito dalla collera di Salomone (I Reg. 11, 40), come aveva fatto Adad al tempo di David (I Reg. 11, 17-22). Nel 927 il re Séšonk si intromette anzi direttamente negli affari della Siria e saccheggia Gerusalemme (I Reg. 14, 25 sg.), invadendo poi anche il regno di Geroboamo, suo protetto; una stele sulla facciata del pilone del grande tempio di Amencra, a Karnak, conserva i nomi delle città vinte durante questa campagna di Séšonk I. La Bibbia parla di una sconfitta che Asa, re di Giudea (913-837), infisse al re etiope Zara (II Par. 14, 9-12), che potrebbe essere Osorkon I (925-889) della XXII dinastia. Seguono contrasti fra i re di Nubia, con capitale Napata, e il regno d'E., con alterne vicende, finché all'inizio della XXIV dinastia salì sul trono il re Bocchoris, che ebbe fama di giusto. Ma fu ucciso dal re etiope Sabaka, che riuscì ad unificare un'altra volta l'E. sotto un solo re, e fece lega con il re di Giuda, Ezechia, per opporsi all'invasione assira guidata da Senacherib (704). Il suo successore Tirhagab della XXV dinastia si avanzò con un esercito contro l'assiro e riuscì, probabilmente con il favore della peste, che decimò l'esercito assiro, a liberare il regno di Giuda. Se non che ben presto Asarhaddon, re di Assiria, fu vincitore e non solo invase con l'esercito il Delta, ma si spinse anche oltre Menfi fino a Tebe.

VII. IL REGNO SAITICO

Il regno saitico inaugura un'era di resurrezione per l'E. con Psammetéke I (663-610), Nekò (609-595) e Psammétéke II (594-589), che dalla loro capitale di Sais, nel Delta, rimiserò in ordine il paese in un tempo relativamente breve. Con Nekò l'E. è allattato dell'Assiria nel tempo in cui questa sta rapidamente cedendo sotto i colpi dei suoi avversari in oriente; e nel momento in cui Nekò corre in aiuto dell'altezza (609), il re Iosia di Giuda osa contrastare la marcia agli Egiziani ed è sconfitto a Mageddo (II Reg. 23, 29) ed ucciso. Il nuovo re Ioachaz fu deposto a fatto prigioniero da Nekò e sostituito con un fratello di lui, Eliacim e il paese soggetto a grave tributo. In seguito poi
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(da L'Egqpe, a cura dell' administration da T'ouliom, a. in. in. Propagord da l'Etat Egppiten, 1. d.)

Eritto - Veduta dell'Università Fu'ad I - el-Gizah.

Veduta dell'Università fua I, - el-Gizah.

alla caduta di Ninive, mentre molti Ebrei proponevano per una alleanza sempre più stretta con il regno d'E, con il quale tanti buoni rapporti erano intercorse fin dal tempo degli avi, la vittoria di Karkemiš di Nabuchodonosor di Babilonia contro Nekō (604) muta radicalmente la situazione dell'E. anche nei suoi rapporti con la Palestina, perché lo rinchiude ormai nelle sue frontiere e lascia Gerusalemme, con inevitabili maggiori minori distensione, in balia dei Caldei, fino al 525, quando Psammetèk III è battuto a Pelusio dal re persiano Cambise, che in esidia in E, il dominio persiano, iniziando la XXVII dinastia.

VIII. LA DOMINAZIONE PERSIANA; LA DINASTIA DEI TOLMEI

Il predominio diretto dei Persiani si esercita durante la XXVII dinastia (fino al 404 a. C.), quando in E. un movimento nazionale portò al trono Amriteo, con la XXVIII dinastia. Il problema più interessante che riguarda l'epoca del dominio persiano in E. è insieme i rapporti fra l'E. e gli Ebrei e quello della colonia giudaica di Elefantina, che alcuni passi di Erodoto (11, 30-31) e della lettera cosiddetta di Aristea (XIII) già ci additavano e che una fortunata scoperta di papiri e di ostraca sul posto hanno da poco largamente illustrato.

Si tratta di una colonia militare stabilita ad Elefantina, probabilmente già sotto Psammetèk I, il sovrano d'E. che assolò numerosi mercenari stranieri per la ricostruzione dell'autorità egiziana, colonia alimentata successivamente dall'immissione di altri elementi giudici fedeli, e quindi rispettata, anzi favorita, da Cambise e dai suoi Persiani. I soldati ebrei avevano con sé le loro famiglie e avevano costruito un tempio, nel quale eseguivano i loro riti. Nel 412 a. C., cioè sotto Dario II, essendosi iniziato movimenti antispresiani in tutto il paese, gli abitanti indigeni dei dintorni, forse istigati dai sacerdoti del dio Grum proprio di quel nome, dio dalla testa di aride — sicché era sacrilego ogni sacrificio di agnelli nel territorio del nome, mentre i Giudei ne offrivano a Jahweh, segnatamente nella Pasqua — assalivano il tempio e lo distruggevano. Il tempio fu forse ricostruito, salvo restrizioni circa l'uso dei sacrifici, e la colonia sopravvise almeno fino al 400 a. C., cioè sotto il re nazionale Amriteo, dopo di che è probabile che la guarnigione sia stata dispersa dai nazionalisti e il centro ebraico di Elefantina distrutto.

Infatti alla XXVIII dinastia seguì un'altra dinastia nazionale, la XXIX, fino al 341, quando Artaserse III Oco riprese l'offensiva contro l'E., ribelle e focolaio di ribelli, e risottomise il paese al suo scettro, iniziando la XXIX dinastia di Manetone.

Per poco, perché alcuni anni più tardi, nel 332, Alessandro Magno (v.), dopo la vittoria di Isso, fece la ben nota incursione in E., presentandosi come figlio di Amon e liberatore del giogo persiano. Alessandro (v.), che divenne il nuovo centro cosmopolita del Mediterraneo, e l'insediamento dei Tolmei come nuova dinastia di carattere intenzionalmente indigeno nel paese, fino al 30 a. C. ebbero notevolissimo influsso anche sui rapporti con gli Ebrei, i quali nel processo della loro dispersione (v. DIASPORA) nel mondo, iniziato, volontariamente o meno, in secoli anche remoti, si sentirono attratti dal nuovo ellenismo telematico, ad emigrare in questo, che era stato paese ospitale anche per i loro padri e che aveva sempre influito sulle sorti della loro stessa patria. La colonia ebraica di Alessandria, alloggiata in un inizio quartiere centrale della città che aveva nome da essa, e organizzata con un'unità e con altri funzionari come una comunità autonoma nello Stato, divenne allora un centro giudicato, forse, come è stato detto, superiore alla stessa Gerusalemme; inoltre, come ci dimostrano i papiri, sinagoghe — centri giudici si sparsero in tutto il paese. Poi, dopo la battaglia di Panion (200 a. C.) fra Tolomeo V e Antioco III, passata la Palestina dal d

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(da 1. Eogpie, a cura della Sémiondentine, da Teotome il de in
Propaganda de l'Etat Egyptien a. a. d.)

ominio tolemaico a quello selenide e iniziato il tentativo sistematico di elenizzazione del giudiasmo da parte dei sovrani di Antiochia, gli Ebrei si sentirono sempre più attacati verso i re egiziani, che apparivano come i loro naturali protettori; l'E. divenne sempre più il rifugio e la speranza degli Ebrei ortodossi — nazionalisti, tanto che, ca. nel 170 a. C., un sacerdote della dì-scendenza dei Tobidai, Onia IV, fondò a Leontopoli un nuovo tempio ebraico, che rimase fino al tempo di Vespasiano. Inoltre l'E. tolemaico vide, per iniziativa dei Tolmei nel sec. III a. C., redigere una traduzione in greco della Bibbia (v. SETTIMANA SANTA) e fu uno dei maggiori tramiti di diffusione e di propaganda del giudiasmo; contribuì a legare gli Ebrei della diaspora alla lingua greca, allontanandoli dall'uso della tradizione dell'ebraico originario.

IX. IL DOMINIO ROMANO

Caduto il regno di Cleopatra VII Filopatore, in seguito alla battaglia di Azio (30 a. C.), l'E. passò sotto il dominio diretto di Ottaviano, che si sostituì alla dinastia tolemaica con un potere personale, che agli indigeni doveva apparire non diverso da quello dei suoi predecessori: l'assolutismo ne è la caratteristica; lo sfruttamento quanto maggiore possibile delle risorse del paese ne è lo scopo. L'estensione del dominio oltre la prima cataratta del Nilo a danno del regno di Napata, lo sviluppo dei commerci anche nell'interno dell'Africa ne sono le manifestazioni più notevoli.

All'età di Augusto si deve riferire anche la venuta in E. di Maria Vergine con Gesù per sfuggire al decreto di Erode il Grande contro i neonati di Betlemme (Mt. 1, 13): era probabilmente il 5 a. C., ma il soggiorno in E. non dovette durare che pochi mesi, non sappiamo dove, perché a Giuseppe l'Angelo (Mt. 2, 20) ordinò il ritorno nella terra di Israele.

Tanto Augusto quanto i successori videro chiara l'importanza della colonia greca e di quella giudaica accanto e sopra l'elemento indigeno, e mentre il primo cercò l'equilibrio tra le due correnti, sotto Caligola prima e sotto Claudio poi i disordini provocati dalla gelosia dei Greci e dalla infrarmettezza degli Ebrei richiesero l'in- tervento repressivo dei Romani: celebre l'ambasciaria a Caligola di un colto ebreo ellenizzato, Filone; e una lettra di Claudio agli Alessandro, trovata in un papiro, ora a Londra, lettera di biasimo contro i fomentatori di disordini e di avvertimento agli Ebrei troppo intrapren- denti; in quest'epoca furono condannati Isidoro e Lam- pone antigiudicati.

Vespasiano, appena acclamato imperatore, i mosse da Alessandria verso il trono di Roma; la lotta iniziata da lui contro gli Ebrei di Gerusalemme ebbe riflessi anche in E., dove sotto Trasione, malgrado la protezione di Plotina, si giunse ad una guerra aperta e ad una vera e propria persecuzione sanguinosa. Adriano, ammirato del Museo e della Biblioteca alessandrina, percorse l'E. come turista e pacificatore e vi perdette il favorito Antinoo; durante i secc. III e IV rivolte di Blermi e tentativi di usurpatori, come anche riflessi di avveni- menti esterni, agitarono il paese e ne peggiorarono le condizioni materiali e morali.

X. CULTURA II CIVILTÀ DELL'E. DURANTE L'EVO AN- TICO. - A caratterizzare il grado di cultura e di civiltà dell'E. antico vale senza dubbio lo studio della religione (v. sotto), che costituisce una delle più profonde e durevoli espressioni della vita e del pensiero agiziano; intimamente ad essa collegate stanno altre due ma- nifestazioni significative, la letteratura II l'arte.

La letteratura, affidata alla scrittura geroglifica nelle sue varietà, ieratica, demotica e greco-copta, è certamente la più antica superstite del mondo orientale; le grandi iscrizioni templari e tombali, i numerosi papiri, gli ostraca, le tavolette di legno hanno conservato una parte notevole di queste opere letterarie, che risalgono già al Regno Antico, benché ci siano giunte in trascrizioni del Regno Medio o del Nuovo. Esse consistono in composizioni narra- tive, in ammaestramenti morali, di cui la letteratura egiziana pare particolarmente feconda; ci sono poi canti epici ed amorosi e satire, inni agli dèi e ai so- vrani, libri di matematica e di medicina, essendo il Medio Regno considerato come l'età della lette- ratura classica, posta a modello in seguito nelle scuole del Regno Nuovo. Pochi i nomi di autori: i di principe Zedefhör, Imhötpe = Prathöhte nel Regno Antico, Neffi nel Medio e altri. Il testo più antico è quello degli Ammaestramenti di Prathöhte della V dinastia, conservato nel papiro Prisse del Louvre e in altri del Museo Britannico. Tra i testi narrativi sono ca- ratteristiche le Avventure di Sinähe, il Racconto del naufrago il Racconto di re Cheope e dei maghi, il Rac- conto dei due fratelli, il Viaggio di Wemann, le Avven- ture di Seton Haemecòs (v. AMEN-EM-OPE; AGNI). Esi- ste anche una favolistica egiziana antica; celebri sono il papiro matematico Rhind e i papiri medici Ebers, Smith, Chester Beatty e altri numerosi e vari. Non meno importante fu la tradizione dei buoni studi, di cui ben presto già ad opera dei primi Tolemei si circondò l'E. greco con la fondazione del museo e della biblioteca di Alessandria, continuata anche in età romana e proseguita dagli gnostici e poi dai cristiani nell'E. romano e bizantino.

L'arte egiziana, conservata non solo nei grandi resti dei monumenti architettonici, piramidali, mastabah, tem- pli, ma anche nelle statue, nei bassorilievi e nelle pitture, ci ha lasciato nelle suppellettili tombali copiosi elementi di ogni specie di oggetti minuti, che lo studioso può ancora esaminare nei maggiori musei del Cairo, di Lon- dra, di Nuova York, di Parigi, di Torino e del Vaticano. Le caratteristiche di quest'arte paiono ispirate all'idea della durata, cioè al desiderio, da parte dell'autore e del com- mitante, che l'opera debba sopravvivere nei secoli più lontani; inoltre esse mirano al rispetto della tradizione, sicché l'arte egiziana pare costituita di una uniformità, che è più apparente che reale, e di una immobilità, che scom- pare all'osservazione accurata degli studiosi; né manca la parentesi ardita e rivoluzionaria dell'arte di el-Amär- nah (v. di Amenhöpte IV; meritatamente famose sono le piramidi o la sala ipostila di Karnak, di 124 colonne, di cui alcune alte 21 m., o statue come lo scriba del Louvre o lo Sajh el-balad del Museo del Cairo, o la sta- tua di Rahöhte e di Nöfre, sempre al Museo del Cairo,

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o come la danna Takušit di Atene o la regina Nefertete di Berlino o i bassorlivieri e le pitture, p. cs., della tomba di Sej o i vasi di alabastro del Cairo e d'oro di Zaqāzīq, o la corona aurea di Twoasro di Bab el-Mulūk o i gioielli di Dahūr o i diademi del Museo del Cairo.

Bibl.: Opere generali di informazione: The journal of Egyptian archaeology (The Egypt Exploration Society), Londra dal 1914 in poi; Bibliografia metodica degli studi di epigrafia e di paleografia, in Aegyptus, Milano dal 1920 in poi; Chronique d'Egypte, Bulletin périodique de la Fondation Egyptologique Reine Elisabeth, Bruxelles dal 1925 in poi; Annali Egyptologici bibliografici, compilata da J. M. A. Jansson (International Association of Egyptologists), Leida dal 1948 in poi. — Opere generali sull'E. J. H. Breasted, A history of the ancient Egyptian, Londra 1909; nuova ed. 1912; id., A history of Egypt from the earliest times to the Persian conquest, 2a ed., 1915; trad. fr., Bruxelles 1926; trad. ved. Berlino 1936; W. Wiedemann, Das alte Ägypten, Heidelberg 1920; H. Hall, The ancient history of the Near East, 5a ed., Londra 1920; W. M. Flinders Petrie, A history of Egypt, 3a ed., 1925; A. Moret, Le Nil et la civilisation égyptienne, Parigi 1926; The Cambridge ancient history, I-III, VII, Londra 1928; G. G. Jequier, Histoire de la civilisation égyptienne, Parigi 1930; G. Hanotaux, Histoire de la nation égyptienne, I-III, 1933; id., Précis de l'histoire d'Egypte, I, 1933; J. Canart-G. Coutouau, Histoire de l'Orient ancien, 1935; E. D. Dickson, L'Inde, les peuples de l'Orient méditerranéen: II. L'Égypte, 1936; J. Vercoutter, L'Egypte ancienne, 1937; P. Gilbert, Essai sur l'histoire de l'Egypte ancienne et de sa culture, Bruxelles 1938; E. Scranton, Égyptologie, Torino 1940; — Prestoria: A. Scharf, Die Frühkulturen Ägyptens und Mesopotamien, Lipsia 1941; O. Munchin, Le royaume du proche-délatantique Egypte, in Ampuriat, 4 (1941), p. 25 sq.; G. Galassi, L'Égypte et la civilisation méditerranéenne, Roma 1942; P. Lavoisier, L'Égypte et l'Égypte ancienne, Rome 1943

III. RELIGIONE DELL'ANTICO E.

I. CENTRI SULLO SVILUPPO STORICO

Nonostante la copiosa di testi e di documenti religiosi distribuiti per oltre trenta secoli di storia è impossibile seguire uno sviluppo graduale e logico della religione poiché non tutte le singole fasi di trapasso e le cause di mutamenti ci sono note.

I più antichidocumenti religiosi, alcuni dei quali risalenti al periodo predinastico (pitture vascolari e parietali) attestano già uno dei concetti che rimarrà fondamentale nella storia della religione dell'E., quello, cioè, del numeri loci per cui ogni divinità era strettamente legata ad un determinato luogo di culto. Infatti ciascun distretto territoriale (nòmo) possedeva ab anti-quo un'insegna religiosa sormontata dalla raffigurazione, più meno stilizzata, dell'oggetto di culto. L'uso di queste insegne, recate processionalmente in determinato occasioni, si perpetuo anche dopo l'unificazione del paese. Su di esse si notano rappresentanti sia oggetti inanimati (ad es., uno scudo con due frecce incrociate, uno scettro, un albero, ecc.) sia animali (un falco, un coccodrillo, uno sciallo, ecc.). Questi sacri simboli dei nòmi furono interpretati da alcuni studiosi come un indizio di precedenti credenze animistiche, da altri come un residuo di culti totemici: comunque sono i più antichi documenti religiosi dai quali però non va disgiunto un significato politico.

All'inizio dell'età storica si notano profondamente i vazioni nella iconografia e nelle concezioni religiose. Gli antichi simboli divini sono stati sostituiti o da divinità antropomorfe che recano (di solito sul capo) l'antico oggetto di culto, oppure da divinità teriocefale (in omaggio all'animale sacro). Un'altra importante novità è costituita dalla presenza di divinità cosmiche (anch'esse raffigurate antropomorfe) delle quali si ignorano le forme primitive. In molti casi poi, a causa di un processo sincretistico comune nella religione dell'E., le divinità cosmiche si sono fuse con quelle encoriche e alle volte le hanno addirittura soppiantate. Inoltre, dato che in ogni luogo, accanto alle divinità maggiori ve ne erano delle mini, uno spontaneo desiderio di sintesi fece sì che tra di loro si stabilisse una relazione di parentela in modo da creare varie famiglie divine, per lo più triadi (coppia di genitori con figlio). In processo di tempo alcune divinità acquistarono attributi specifici che ne modificarono ed accentuarono alcuni aspetti, così, ad es., alcuni dei furono venerati come propizi ai defunti, altri come protettori di una determinata categoria sociale, e ciò avvenne anche fuori del centro del loro culto. Tuttavia negli appellativi con cui sono invoca

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invocati rimane sempre un accenno al luogo di origine.
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ti rimane sempre un accenno al luogo di origine.

Un fattore determinante nello svolgimento della religione fu senza dubbio quello degli avvenimenti storici. Infatti già nelle lotte che precedettero l'unificazione dell'E. le divinità locali di un sovrano vincitore avevano il sopravvento su quelle del sovrano vinto, cosicché mentre alcune divinità acquistarono una diffusione e una fama maggiori, altre quasi scomparvero. Anche ad unificazione avvenuta, il favore che godettero alcuni dei, si da assumere un carattere quasi nazionale, è dovuto al fatto di essere stati quelli ufficiali del luogo di origine di una dinastia regnante. Così l'oro dall'età prehittina divenne il dio dinastico per eccellenza ed i sovrani si chiamarono appunto i servi di l'oro; successivamente assunsero quindi, con l'Elefanti, il dio solare Ra'.

Alla caduta dell'antico regno, Amón, una divinità secondaria di Tebe, era destinata ad acquistarsi i più alti onori giacché godeva il favore dei sovrani della XII dinastia i quali ristabilirono l'ordine e la pace nel paese. Amón fu presto assimilato al dio solare Ra' e Amón-Ra' rimase la divinità dinastica e nazionale per antonomasia sino al periodo satico, nonostante la bufera degli Hyksos (v. a) lo scisma religioso di Amenophis IV (v.). Naturalmente la fama di questi dei dinastici non annullò quella dei vari culti locali che continuarono a sussistere parallelamente.

Due fattori ancora determinarono sviluppi notevoli nel campo religioso: la speculazione teologica e le leggende divine. La prima, dovuta ai sacerdoti dei santuari più famosi, intese stabilire una gerarchia divina fondata sulla cosmogonia. A capo sta la divinità originaria da cui dipendono le altre in filiazione più o meno diretta. Così la cosmogonia più famosa, quella eilopolitana, era formata da una enneade con a capo Atum, nato a sua volta da Nùn, l'oceano pri

mordiale. Altra sintesi cosmogonica importante era l'ottode di Ermopoli.

Ma queste elucubrazioni teologiche non erano comprensibili per il popolo che da tempo remoto aveva intessuto attorno alle divinità che gli erano più care una serie di affascinanti leggende in cui gli dèi, pur nella loro potenza, agivano spinti da sentimenti passioni umane. Fra tutte le leggende, quella che per il suo profondo significato e per la sua vitalità permette l'intera religione dell'E. fu la commovente vicenda di Osiride. Dalle testimonianze più antiche, nei Testi dell'E. Pirandii, sino alla tarda relazione pluricchiese, la leggenda di Osiride è incessantemente citata con ampie varianti, nella letteratura religiosa dell'E. In origine Osiride non era che un antichissimo sovrano divinizzato il quale, vittima di patetiche vicende, divenne successivamente protagonista di un mito

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tengono al gruppo a): AMMONIO (v.) o Amôn. - ANU (v.). Atum(v
agreste che celebrava con la morte e la rinascita di lui il perenne rinnovarsi della natura. Ma al tempo stesso Osiride era assurto a simbolo e garanzia dell'immortalità umana, cosicché egli rappresentò per gli Egiziani il prototipo del defunto rinato alla vita dell'Ortodromo.

Nell'ultimo periodo della civiltà faraonica non si ebbero grandi innovazioni nel campo religioso ma in molti casi un ritorno ad antiche forme di culto quali la retirolatria. Il dio Amon perdette quasi totalmente la sua influenza mentre assunse a grande importanza la dea Neith, protettrice della nuova capitale: Sais. L'avvento dell'età telematica segna un ulteriore irridismo nel campo religioso giacché i sovrani ellenistici, pur rispettando e onorando le antiche divinità, ne favoriscono l'assimilazione con quelle greche (Amon = Zeus; Horo = Apollo; Iside = Afrodite, ecc.). Ad importanza nazionale, poi, assunse per opera di Tolomeo II il dio Serapide, ben presto identificato con Osiride e Zeus. L'espansione del culto di Serapide e di Iside nelle grandi città del Mediterraneo, già iniziatasi in età telematica e continuata in età romana, segna il tramonto della religione dell'E. I misteri isiaici, come in genere quelli orientali, rappresentarono per il mondo ellenistico-romano un tentativo di rinnovamento spirituale attraverso nuove esperienze religiose dene di significato esoterico.

Il cristianesimo trova la religione egiziana agnostica, cosicché riesce facile a Tertulliano e a Clemente Alessandro confutare e mettere in ridicolo le credenze.

Il Pirandii divinità. — Le divinità maggiori possono distinguersi in: a) enocriche, b) cosmiche. Appar

tengono al gruppo a): AMMONIO (v.) o Amon. — Anubis (v.). — Atum (v.). — Baste, dea-gatta venerata a Bubasti; presenta il carattere di divinità gioiosa, protettrice della musica e della danza. — Hathor, dea raffigurata con il capo di vacca o con il capo umano sormontato dalle corna bovine tra le quali campeggia il disco solare (indizio quest'ultimo di assimilazione con divinità cosmica); principali luoghi del suo culto furono Aphroditopolis e Dendèra. — Horo (v.). — ABSIDE (v.). — Gumm, dio-ariete, adorato particolarmente a Elefantina. — Min, Piripio degli Egiziani rappresentato

tifallico e con il fla-gellum sollevato nell'atto di colpire: divinità locale di Coptos. — Muit, dea tebana, divenuta in seguito sposa di Amon. — Nephtys (N.b.t.ht. = La signora del palazzo), dea che reca sul capo il geroglifico del proprio nome, venerata a Diospolis Parva; nella leggenda di Osiride compare come sortella di Iside. — Neith, dea bellicosa il cui emblema era formato da due frecce incrociate sopra uno scudo; centro del suo culto era Sais. — Osiride (v.). — Ptah, il principale dio menfita, considerato come una delle divinità primordiali e raffigurato come un rozzo idolo arcano, con le mani che gli fuoriescono dal ventre. — Sajine (o Sakhmus = La possente), dea-leonesa venerata a Menfi e in una località del Delta. — Seth, dio che appare sotto forma di un animale non ben identificato (forse un ocapi o un levriere, in epoca più tarda lo si scambierà per un asino), originario di Ombos che dai tempi più antichi compare come avversario di Horo = di Osiride. Il suo carattere di divinità malvagia è dovuto soprattutto alla parte che sostiene nella leggenda di Osiride. — Sobek, dio-coccodrillo, proprio del Payyum e di Kôm-Ombo. — Thot (Phut), dio-ibis venerato a Hermopolis Magna ma originario del Delta; assimilato a divinità cosmica divenne altresì dio della luna. Patrono degli scribi e dei contabili, assume talora, si ignora per quale motivo, l'aspetto di un babbuino.

Principali divinità cosmiche b): Geb (pron. Gheb), il dio della Terra (in egiz. maschile) personificata; lo si immaginava steso supino. — Hacbi, il dio Nilo. — Nim, l'oceano primordiale dal quale erano nate tutte le cose e che circondava la terra. — Nuit, la dea del Cielo (in egiz. femm.) personificato, sposa di Geb; era raffigurata con i piedi e la ditta delle mani poggiate sulla terra = il resto del corpo sollevato ad arco al di sopra del marito. — Ra, il dio del sole, massimo fra le divinità cosmiche il quale, oltre alle due ipostasi di Atum e Hepri (dio-scarabeo), fu assimilato con un gran numero di divinità enocriche: basti ricordare Amon-Ra. Si immaginava che Ra' percorresse il cielo su due barche, una per il giorno e una per la notte, accompagnato da un corteggio di divinità mari. — Su, il dio dell'aria, cioè dello spazio fra Geb e Nut.

Fra le divinità minori sono da ricordare le dea Maat e Sasa, personificazioni astratte la prima della Verità, la seconda della Scrittura; tra gli animali sacri il celebre torello Api (Hp) ritenuto una incarnazione dell'anima di Ptah; tra i semidei Imhotep, divenuto nei bassi tempi il dio della medicina. Il popolo venerava inoltre una pletora di piccole divinità quali Bes, Tueris, Nefertum, ecc.

Infine, fattore politico della massima importanza, il faraone stesso era considerato un dio poiché connaturato della discendenza di Horo, il primo dio-sovrano che aveva regnato sull'E. intero. Nel caso di successione di una dinastia che non aveva legami diretti con la precedente, si elaboravano curiose leggende teogamiche per autenticare la discendenza divina.

III. Sacerdoti e culto

Il dio, considerato nella propria città come un sovrano, abitava nel tempio costruito in pietra solidissima. I templi arcaici, invece, dovettero essere, secondo le raffigurazioni a noi giunte, di materia molto fragile. Quelli che ancor oggi destano materiali per la loro imponenza, appartengono al Nuovo Regno (Luxor, Karnak) oppure all'età tolemaica (Den-déra, isola di Fille, Kôm-Ombô, ecc.). La «casa del dio», a partire dalla XVIII dinastia si componeva essenzialmente di un vasto cortile preceduto da un propileo, di una sala ipostila o vestibolo e del santuario vero e proprio, che racchiudeva un dedalo di vani adibiti alle diverse esigenze del culto, il Santa Sanctorum contenente il naso o taber-nacolo, sede della statua del dio. L'accesso al santuario, immerso sempre in una penombra data l'assenza di lucernari e di finestre, era riservato ai soli sovrani e sacerdoti: il popolo non poteva avanzare oltre il vestibolo.

La gerarchia sacerdotale si basava su tre classi: i «puri», addetti alle mansioni più umili, i «lettori», e i sacerdoti veri e proprii. I «servi del dio», tutti sotto la direzione di un gran sacerdote rappresentante del faraone che era il pontifex maximus. In molti templi v'era-no anche sacerdotesse addette alla danza, alla musica e al canto. Ogni giorno, all'alba, il gran sacerdote, aperto il Santa Sanctorum, aspergeva la statua del dio, indi provvedeva ad un'opera, imbellettarla e rivestirla di abiti nuovi. Successivamente deponeva su una tavola a ciò destinata, vivando solide il liquide: indi si ritirava per ché la divinità si rifocillasse. Il sacrificio e l'eloquenza erano estranei al culto. Tutto questo rito giornaliero era compiuto recitando un formolario giunto sino a noi. Nelle grandi solennità la statua del dio era mostrata ai fedeli dal terrazzo del santuario oppure recata processionalmente (a mezzo di una barca contenente il naso) in una cappella nelle vicinanze del tempio dove riceveva solenni e pubbliche offerte. Sotto il Nuovo Regno queste feste religiose raggiunsero uno sfarzo spettacoloso.

IV. I defunti e l'oltretomba

Uno degli aspetti più tipici della religione dell'E., già rilevato con meraviglia dagli scrittori dell'antichità classica, fu la costante sollecitudine verso i defunti. Essa scaturiva dal concetto per cui l'anima dell'uomo (da f.v.l.), pur abbandonando il corpo, non poteva sopravvivere alla decomposizione, tanto indissolubile era il legame che univa l'una all'altro. Di qui la costante preoccupazione di conservare quanto più a lungo possibile il cadavere mediante processi di mummificazione, e di renderlo inviolabile mediante una tomba inaccessibile. Il defunto inoltre conti-nuava a sottostare alle diverse necessità materiali della vita che aveva lasciato.

Naturalmente, nel corso della storia millenaria dell'E., si ovvì a queste esigenze in modo diverso, a seconda dei tempi e delle condizioni sociali dei singoli defunti. Nell'età preistorica una semplice fossa accoglieva il cadavere avvolto in pelli, le ginocchia e le braccia piegate. Al principio dell'età storica il cadavere era spesso perven-tivamente essiccato al sole e avvolto in stuoie o tele, mentre si innalzava sulla tomba, costruita in mattoni, una catasta di sassi destinati ad impedire l'accesso delle fiere. Il tipo delle tombe con la soprastruttura in blocchi squa-drati di calcare si protrasse per tutto l'Antico Regno nelle forme della piramide e della mastaba, con notevole sviluppo anche della parte sotterranea. Dal Nuovo Regno furono in uso gli ipogei scavati nella via roccia. Circa la mummificazione, benché i primi tentativi risalgano ad età molto remota, non fu raggiunta la perfezione che sotto il Nuovo Regno. Al cadavere venivano estratte le viscere ed il cervello indi lo si immergeva in un bagno di materie resinose in soluzione sodica, infine era interamente fasciato con uno spesso strato di lunghe bende impregnate di mira e aromi. La suppellettile funeraria costituita da uno o più sarcofagi, oggetti personali del defunto, mobili di vario genere, vasi, statue e utensili di uso comune, fu in ogni periodo ricchissima.

Riguardo alle credenze sulla vita d'oltretomba e ai concetti morali relativi tramandatisi dai Tosti delle Piramidi, dai Testi dei sarcofagi e dal Libro dei morti, V. DEET; LIBRO DEI MORTI.

Bibl.: Per una copiosa raccolta bibl. su tutti gli argomenti, cfr.: J. A. Pratt, Ancient Egypt, Nuova York 1925, pp. 238-257; id., Ancient Egypt, 1925-1971, 1925, pp. 183-192. Per gli studi più recenti l'ottima rassegna di J. Saint Faur Guntot, Bibliographia analyticale des religions de l'Egypte 1930-1931, in Rev. d'Hist. des Rel., 128 (1944), pp. 94-126; 129 (1945), pp. 101-134; 130 (1945), pp. 106-128; 131 (1946), pp. 145-160; 133 (1948), pp. 163-180. Un buono studio introduttivo recente con bibl.: J. Vander, La religion égyptienne (coll. Alma, 1), Parigi 1944; V. anche L. Speckers, Egypte, in DBS, II, coll. 815-437.

V. Il cristianesimo nell'E.

Il Vangelo si sparse in E. già nell'epoca aposto-lica. La ben fondata tradizione vuole che s. Marco l'Evangelista lo abbia predicato in quelle contrade dove fu martirizzato (62-68).

La struttura geografica e politica del paese favorì lo sviluppo di un governo ecclesiastico centrale, la cui sede naturalmente diventò la capitale Alessandria. Sul cristianesimo nei primi secoli e sul sorgere del patriarcato alessandrino V. ALESSANDRIA d'E.: 3. Storia del patriarcato di A.; 4. I Concilii di A.

Ad Alessandria già nel sec. II funzionava la famosa scuola, uno dei più importanti centri teologici della Chiesa (v. ALESSANDRIA d'E.: 2. La Scuola di A). La Chiesa in E. nei primi due secoli godette di una certa pace, mentre altrove infieriva la persecuzione. Nel sec. III e nell'inizio del IV anche in E. scoppiarono violente persecuzioni; così sotto Settimio Severo (202 seg.), Decio (250) e Diocleziano (304).

L'E. è la culla del monachismo orientale, così suoi centri di Tebide, Sette, Nitria e con le sue splendide figure di Paolo, Antonio, Paconio, Scenute e tanti altri (v. MONACHISMO). ARIANESIMO (v.) ebbe origine nell'E. e turbò la sua vita per quasi tutto il sec. IV. Il più fiero avversario di quell'eresia fu s. A'ANASIO (v.) vescovo di Alessandria (328-73). Il nestorianesimo, che non si introduce in E., trovò il suo più strenuo debellatore in S. Cirillo d'Alessandria (v.). L'E. con le sue c. cento diocesi, coi suoi eremi e cenobi e con l'illustre schiera dei suoi Padri rappresentò nei quattro primi secoli cristiani il settore più importante dell'Oriente per lo sviluppo del cristianesimo.

L'eresia opposta al nestorianesimo, il monofisismo, professato da Diocesoro, vescovo di Alessandria, causò in E. uno scisma che perdura fino ai nostri giorni. Questa eresia generò la Chiesa copta (v. COPTI) scismatica. Soltanto una piccola minoranza rimase cattolica. Anche questa minoranza dei melkiti cadde nello scisma, trascinata dall'esem-pio di Costantinopoli, in un'epoca difficile da stabilire.

Un movimento unionistico di una certa entità co-mincio tra i copti soltanto nel secolo scorso. I cattolici di rito bizantino e di lingua araba in E. nel 1773 furono sottomessi al patriarca melkita di Antiochia, che nel 1838 ottenne il privilegio personale di portare il titolo di patriarca di Alessandria. Così si hanno in E. 4 comunità cristiane originarie del paese stesso: i copti monofisiti, i Greci dissidenti (nortodossi), i copti cattolici ed i melkiti cattolici. Si aggiungono altre comunità di gruppi immigrati in E.: Armeni, Caldei, Siri, Maroniti, e Latini.

STATISTICA

Non cattolici:

| Copti | ... | 900.000 |
| Gregi ortodossi | ... | 110.000 |
| Protestanti | ... | 70.000 |
| ... | ... | 1.080.000 |

Cattolici:

Armeni 7.000
Caldei 1.600
Cappi 63.000
Melkiti 25.000
Latini 116.000
Maroniti 11.000
Siri 3.500
227.100

Ecco le diverse circoscrizioni ecclesiastiche dei cattolici in E.: Armeni: vescovato con un vescovo titolare di Alessandria; Caldei: vicariato patriarcale al Cairo; Cappi: patriarcato, sede Cairo; Melkiti: vicariato generale, Cairo; Latini: vicariati apostolici d'E. (Alessandria), del Delta del Nilo (Heliopoli, Cairo), del canale di Suez (Porto Said); Maroniti: Vescovato, Cairo; Siri: vicariato patriarcale, Cairo.

L'E. è paese tuttora prevalentemente musulmano (cn. 13 milioni). Dopo gli antichi periodi di persecuzioni l'E. è stato il primo paese musulmano a stabilire rapporti diplomatici con la S. Sede.

Nell'ag. 1947 il governo egiziano ne fece ufficiale domanda. Il papa Pio XII, in data 23 ag. 1947, nominò il suo antico delegato apostolico, internunzio in E. Reciprocamente il 17 ott. 1947 il primo ministro plenipotenzario di E. presentò al Papa le lettere credenziali.

La situazione in E. è relativamente buona. Ha suscitato però delle preoccupazioni e vive proteste il fatto che il governo recentemente cerchi di sopprimere più o meno la legislazione speciale delle comunità cristiane in materia familiare e matrimoniale.

Bibl.: Oltre alle bibliografie indicate nelle voci suddette, V. de Vries, Cattolicismo e problemi religiosi nel prossimo Ottobre, Roma 1944; Annuaire Catholique d'Egypte, Cairo 1946. Guglielmo de Vries

V. L'E. MUSULMANO.

La storia dell'E. musulmano può considerarsi divisa in due grandi periodi dall'occupazione francese (1798-1801), la quale segna l'inizio dell'intervento europeo e del movimento per l'indipendenza nazionale.

Nel primo periodo, dalla conquista araba all'occupazione francese (1640-1798), l'E. è retto successivamente: 1) dai governatori del califfato (1640-1868; 905-35); 2) dai dinastie formalmente o sostanzialmente autonome, insieme - salvo intervalli parziali o totali - alla Siria (1868-905; 935-137); 3) dai governatori (pasciali) dell'impero ottomano (1517-1798). Nel secondo periodo, dall'occupazione francese ai nostri giorni, le fasi progressive dell'indipendenza egiziana sono segnate dal governo della dinastia di Muhammad 'Ali con i titoli successivi di: 1) pasciali (1805-67); 2) khedive (1807-1914); 3) sultani (1914-22); 4) re (dal 1922 in poi).

I. DALLA CONQUISTA ARABA ALL'OCCUPAZIONE FRANCESE

I. I governatori del califfato (1640-1868; 905-35)

La conquista araba dell'E. avvenne sotto il comando di 'Amr b. al-'Aq. Pelusium cadde nel 640, Babilonia capitò nel 641, Alessandria nel 642 (successivamente sollevata, fu ripresa nel 646). La Pentapoli fu conquistata nel 643. Il successore di 'Amr b. al-'Aq. 'Abdallah b. Sa'd (645-56), estese la conquista al sud, giungendo fino a Dongola (652).

La conquista fu organizzata da principio militarmente, facendo capo al campo di al-Fustat, il futuro Cairo; fu lasciata alla popolazione indigena la propria amministrazione, esigendo tributi. Progressivamente però il paese andò arabizzandosi etnicamente e l'in

guisticamente, ed in modo parallelo si affermò gradualmente l'islamismo.

Dalla conquista fino all'1868, l'E. fu retto da governatori nominati dai califfi. Durante la guerra civile tra 'Ali e Mu'awijah, 'Amr b. al-'Aq. lo conquistò a quest'ultimo (658). L'anticaliffo 'Abdallah b. az-Zubajr l'occupò negli anni 683-84.

Dopo la dinastia dei Tülünidi (v. appresso), vi fu un breve ritorno di governatori dei califfi (905-35), e quindi riprese la serie delle dinastie autonome.

2. Le dinastie autonome (868-905; 935-137)

S. Soreno, in E. come nel resto del mondo islamico (v. ISLAM; l'espansione storica), in conseguenza dell'emigrazione dei califfato. Furono fondate da governatori o capi militari. Ad eccezione dei Fatimidi, prestarono omaggio formale ai califfi 'abbasi; i Mamelucchi ne accolsero i discendenti al Cairo, dopo l'uccisione dell'ultimo califfo di Bagdad (1298).

a) Tülünidi (868-905). Fondatore della dinastia il turco Ahmad b. Tülün, che riuscì ad affermare la propria autonomia dai Siria (v.). Tülünidi raggiunsero il massimo splendore sotto il figlio Muhammad, quindi decadere tra contese internate fino ad estinguersi.

b) Iftididi (935-69). Dopo il breve ritorno dei governatori del califfo, Muhammad b. Tughfondo la nuova dinastia degli Iftididi. Gli successori due figli, sotto la tutela dell'eunuco abissino Kafur, che divenne poi a sua volta sovrano. Gli Iftididi governarono sull'E. e la Siria, dove combatterono costantemente contro i Hamididi. Furono sopraffatti dai Fatimidi.

c) Fatimidi (905-137). È una dinastia s'illa di ramo islamista (v. ISLAM; TEODORO), sorta nell'Al-Firida del nord nel 909. I Fatimidi assunsero il titolo di califfi, in contrapposizione al califfato suunita dai Bagdad. Nel 969 Ghawhar, generale del califfo fatimida al-Mu'izz, conquistò l'E., fondando il Cairo. Furono pure conquistate la Mecca e Medina, Palestina (v.) la Siria meridionale; più lenta e contrastata fu la conquista del nord. D'altronde i Fatimidi perdevano l'Africa settentrionale (972). All'interno, essi organizzarono la persecuzione del sunnismo, culminante sotto al-Hakim (969-1021), noto peraltro per il favore accordato alla cultura. Poi iniziò la decadenza. I Mirdasidi si resero indipendenti ad Aleppo (1033); la conquista selgiudice di Damasco pose fine al dominio fatimida in Siria; Crociate (v.) a quello in Palestina. Le discorde interne portarono all'intervento generale curdo Sirkh, mandato dal sovrano di Damasco Nur ad-din. Il figlio di questi Salah ad-din (Salahdino, v.) depose nel 1171 la dinastia, ripristinando il sunnismo e l'omaggio fortuito a Bagdad, ed innalzando la nuova dinastia ajibide.

d) Ajibidi (1171-1250). Saladino (1171-123) occupò la Siria, la Mesopotamia, lo Jemen (per opera del fratello Tühränsah) e riprese Gerusalemme (1187). Alla sua morte il regno fu diviso in vari rami, sui quali esercitò non la supremația prima il fratello al-'Adil Sajf ad-din (Safadino) e poi il figlio di questo al-Kamil, alla cui presenza predicò s. Francesco. La lotta con i Crociati continuò con vicende alterne. All'interno, si affermarono progressivamente i militari turchi (mamluk, «schiavo», donde Mamelucchi), che nel 1250 presero il potere.

e) Mamelucchi (1250-1517). Sono divisi in due rami, Bahr (1250-1390) e Burgh (1390-1517). Costituirono una oligarchia militare, solo a tratti con carattere dinastico. I manggiori sovrani furono Bajbars, Qal'un, an-Naşir, Barquq, Qal'ibaj. Gli avvenimenti principali del loro governo: la vittoria sui Mongol (Ajin Calut, 1260), che tenne questi ultimi lontani dall'E.; la definitiva caccia dei Crociati (1291). Il periodo dei Mamelucchi fu florido per l'E., che costituiva la via del commercio fra l'Europa e l'India. Con la vittoria di Marg Dhibiq (1516), l'impero ottomano abbatté i Mamelucchi e ridusse l'E. a sua provincia (1517); tuttavia i Mamelucchi rimasero una classe importante e potente nel paese.

3. I governatori ottomani (1577-1708)

Gli Ottomani mandarono in E. dei pasciù, sostituendoli sovente a bilanciandone l'autorità con quella dei Mamelucchi. Negli ultimi tempi, questi riuscirono ad ottenere pasciù di loro gradimento. Salvo la rivolta di 'Alt Bej (1771), che s'impadroni per breve tempo dell'E. e della Siria, non vi sono in questo periodo fatti di rilievo. L'E. decade progressivamente.

II. DALL'OCCUPAZIONE FRANCESE AI NOSTRI GIORNI.
— I Francesi occuparono l'E. dal 1708 al 1801. Esplisi dagli Ottomani e dagli Inglesi, l'E. tornò sotto il governo turco. Nelle lotte interne che seguirono tra Turchi e Mamelucchi, emerse il comandante alba-nese Muhammad 'Ali, che nel 1805 fu riconosciuto come pasciù dagli Ottomani.

4. I pasciù (1805-67)

Muhammad 'Ali (1805-49) abbatte il potere dei Mamelucchi (eccidio del 1811); compi, in aiuto al sultano ottomano, Wahhabiti (v.), conclusa vittoriosamente (1819), ed intervenne contro la Grecia (1823-27). Conquistò il Sud-dan (1820-23). Quindi, ritenendosi non giustamente dominato dalla Porta, le mosse guerra (1831), battendo i Turchi a più riprese in Siria (1832, 1839). L'intervento delle potenze europee lo indusse ad accettare il fini del 1841, con cui riceveva il governo dell'E. a titolo ereditario. All'interno, Muhammad 'Ali organizzò moderatamente lo Stato con l'ausilio di europei, costituiti un esercito nazionale, compi opere di irrigazione e di coltivazione, promosse l'istruzione pubblica. Il successore 'Abbás I (1849-54) fu ostile ai consiglieri europei, ma con Sa'd (1854-63) l'influenza inglese e francese riprese, per affermarsi sotto Ismâ'il (1863-79), che nel 1867 ottenne dalla Porta il titolo di cheve (hediv) e quindi (1873) poteri sotto alcuni aspetti sovrani.

5. I hediviz (1867-1914)

Ismâ'il estese al sud lo Stato e continuò all'interno su grande scala l'opera di rinnovamento di Muhammad 'Ali. Nel 1869 fu aperto il canale di Suez. Tali imprese provocarono una crisi economica ed il conseguente intervento dell'Inghilterra e della Francia nell'amministrazione e nel governo. Nel 1879, su istigazione di queste potenze, la Porta depose Ismâ'il. Succedette Tawfiq (1872-92), sotto cui scoppiò nel 1881 la rivolta nazionalista di 'Arabi Pasciù. Questo evento, a quindi l'eccidio di europei avvenuto ad Alessandria nel 1882, motivarono l'intervento dell'Inghilterra, che occupò l'E. (1882) e ristabilì Tawfiq al potere. Nel frattempo, il Sudan era insorto sotto la guida del Mahdi (v. 1881-85); fu ripreso negli anni 1896-98 e sottoposto a condominio anglo-egiziano (1899). Gli Inglesi dichiararono temporanea l'occupazione dell'E.; ri-mase teoricamente la sovranità ottomana e il governo del cheve. In pratica il console inglese lord Cromer (1883-1907) ed i successivi controllarono l'E. In un can-venzione del 1904 la Francia consentì di non chiedere un termine all'occupazione inglese. A Tawfiq succedette 'Abbás II (1892-1914). In questo periodo il movimento nazionalista anti-britannico si organizzava ad opera di Mustafa Kâmil Pasciù (m. 1908).

6. I sultani (1914-22)

Allo scoppio della prima guerra mondiale, l'Inghilterra dichiarò il protettorato sull'E. e nominò un alto commissario. Fu posto sul trono Husain Kâmil con il titolo di sultan. Gli succedette nel 1917 Fu'ad. Alla fine della guerra, il partito nazionalista (wafid), diretto da Zaghl Pasciù, chiese l'indipendenza. Seguirono lunghe trattative, rivolte e repressioni. Nel 1922 l'Inghilterra riconobbe l'indipendenza dell'E., mantenendo però l'occupazione in attesa che fossero risolti i seguenti problemi: sicurezza delle comunicazioni inglesi; difesa dell'E.; protezione degli stranieri e delle minoranze; Sudan. Fu'ad assunse il titolo di re.

7. I re (dal 1922)

Nel 1923 fu promulgata la nuova costituzione, sul tipo di quella belga: il parlamento era formato dalla camera dei deputati, eletta a suffragio unif-versal, e dal senato, pure elettivo salvo due quinti di nomina

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(da E. Manneret de l'ilard, Les coniveats près de Sodde, I. Milane (908, 192. 3)
Eor'ro - Pianta del Convento Bianco (ricostruzione).

regia. Durante il regno di Fu'ad I (1922-35) si alternarono ministeri di varie tendenze; ma il wafid ebbe sempre il predominio, e la modifica della costituzione, approvata dal re nel 1930 ed intesa a ridurre il potere del parlamento, fu dovuta ritirare successivamente (1934). Le trattative con l'Inghilterra sulle questioni rimaste aperte portarono nel 1930 alle proposte Mac Donald: ritiro delle truppe inglesi sul canale di Suez; dominio inglese nel Sudan. Il wafid respinse le proposte. Nel 1936 salì al trono Fâriq. Nello stesso anno fu concluso un trattato con l'Inghilterra in base ai seguenti punti: fine dell'occupazione e nomina di un ambasciatore; alleanza ventennale di rinnovare; permanenza delle truppe inglesi sul canale di Suez finché non fosse riconosciuta la capacità dell'E. ad assicurare la difesa; condominio nel Sudan. Nel 1937 la conferenza di Montreux sancl la fine della giurisdizione capitolare per gli stranieri in E., con un periodo transitorio di 12 anni. Nella seconda guerra mondiale, l'E. ha posto territorio e basi a disposizione dell'Inghilterra, secondo l'alleanza; nel 1945 ha dichiarato guerra alla Germania, ottenendo l'ingresso nell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Nello stesso anno è stata costituita al Cairo, promossa dall'E., la Lega araba, importante organismo di collegamento tra gli Stati arabi del vicino Oriente. Dal 1946 i governi egiziani (in cui il movimento nazionalista ha avuto parte

meno dominante che nel periodo di Fu'ad) hanno rifiatato il problema dei rapporti con l'Inghilterra, chiedendo lo sgombero del canale di Suez e la sovranità sul Sudan. Il problema, portato nel 1947 dinanzi all'Organizzazione delle Nazioni Unite, non è stato ancora risolto. Gli Inglesi hanno nel frattempo favorito nel Sudan un movimento autonomista (al-Urnandi) ed emanato riforme costituzionali (1948). Nel 1949 è cessata, secondo il previsto, la giurisdizione capitale per gli stranieri.

Einai... A titolo introduttivo: C. H. Bucker, Egypte, in Encyclopédie de l'Islam, II, pp. 5-25: inoltre le voci della stessa enciclopedia sulle singole dimenze e personaggi (con ampia bibl.), e le parti relative all'E. nelle storie generali dell'Islam.

In generale: S. Lane-Ponte, A History of Egypt in the Middle Ages, Londra 1903; C. H. Bucker, Beiträge zur Geschichte egyptens unter dem Islam, Straubing 1902; Precis de l'histoire d'Egypte: II, H. Munier-C. Wiet, L'Egypte byzantine et musulmane, Cairo 1932, pp. 107-143; III. E. Combe-J. Bainville-L. Briault, L'Egypte ottomane, l'expédition française en Egypte et le règne de Mohammed-Ali, 1521-1524, iv, 1923; IV. A. Sammarco, Les règnes de 'Abbas, de Sa'di et d'Ismail (1548-1579), Roma 1935 (fondamentale); G. Hanouaux, Histoire de la nation égyptienne, IV-VII. Paris 1934-40; C. H. Pouthas, Histoire de l'Egypte depuis la conquête ottomane, 1911-1948.

Sulla conquista: A. J. Butler, The Arab conquest of Egypt and the last thirty years of the Roman dominion, Oxford 1903. Sui governatori del califato (commendazioni) Tullamidi e Dhi-didi: F. Wustenfeld, Die Statthalter von Ägypten zur Zeit der Chalfen, 4 voll., Göttingen 1875-76. Sui Tullamidi: Z. M. Hassan, Les Tulunides, Étude de l'Egypte musulmane à la fin du IXe siècle, Paris 1933. Surhi Hissid: Ibn Sa'di, Kutub al-maghrib fi thala al-maghrib, IV. Geschichte des Hüden und Früstärcischen Re-porthim, ed. reibaborazione con note e indici di K. L. Tallqvist. Leida 1896. Sui Färimidi: F. Wustenfeld, Geschichte der Fa-tiirden-Chalifen, Göttingen 1887; De l'acte O'Lawar, A short history of the Fatimid caliphate, Londra 1923; P. H. Mamour, Polemics on the origin of the Fatimi caliphs, iv, 1934. Sui Mamelucchi: W. Muir, The Mameluché et laure dynamis of Egypt, Londra 1896 (trad. araba. Cairo 1924); W. Niemeyer, Egypten zur Zeit der Mamluken, Berlino 1936. Dallioccupazione francese in poi: A. Hascuelver, Geschichte Ägyptens im 19. Jahrhundert, 1936-1944. Halle 1917. Sui Muhammad 'Ali: M. Sabry, L'em-pire égyptien sous Mohammed Ali et la question d'Orient (1811-1849), Paris 1930; A. Sammarco, H regno di Mohammed Ali.

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianco.

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(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris de Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianco.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris de Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianco.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Le couvents pris de Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianco.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Le couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa dal Convento Bianco.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Le couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa dal Convento Bianco.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Le couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa del Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano 1925, Tav. 13)

Eintre - Interno della Chiesa dal Convento Bianca.

(da U. Monneret de Villard, Les couvents pris du Sohadj, I, Milano

l'uso della cupola presentano anche quello dell'arco ovale a tre centri, anch'esso nettamente di tradizione asiatica, e delle colonne corte a forti secondo un modello assai lontano da quello classico. Lasciando la grande basilica costruita ai tempi dell'imperatore Arcadio (345-408) sulla tomba di S. Mena nella Maretotela, di un tipo d'importazione caratteristicamente mediterraneo, la corrente del tardo ellenismo siriano si palesa nella grande chiesa del convento Bianco (Deyr al-Abyad) presso Sohag costruita intorno al 430 dal conte bizantino Cacarius per il convento del grande monaco Seuute: è una basilica a tre navate con nartece con un santuario a cella tricora, cioè con tre absidi disposte a trifoglio, secondo una struttura caratteristica della Siria ove è usata non solo nelle chiese ma anche nelle grandi sale dei palazzi, come a Bosra o nel palazzo descritto negli Atti di S. Tomaso. Resto di indubbia provenienza siriana. Tale forma di santuario la si trova nello stesso periodo alla chiesa del convento Rosso (Deyr al-Ahmar) poco lontano dal convento Bianco e in quella costruita davanti alla facciata del tempio di Hator a Dendera. Alla stessa corrente ellenistica appartiene la basilica che sorgeva presso Armanat, distrutta all'inizio del sec. XIX ma della quale buoni ricordi rimangono fortunatamente nei rilievi degli scienziati francesi della spedizione d'E. dell'epoca napoleonica: questa basilica aveva due absidi contrapposte, ognuna di una delle estremità della navata centrale, tipo che si ripete nella basilica dei bagni presso il santuario di S. Mena e nelle costruzioni bizantine di Marsa Majrûh. Tutte queste chiese sono generalmente costruite in pietra da taglio accuratamente squadrata, con alte colonne monolitiche e con la navata assai ampia (quella del convento Bianco ha m. 12,50 d'apertura) il che richiede del legname di notevole squadratura per essere coperta. Tutte ciò presuppone dei potenti mezzi economici, soprattutto per il legname che doveva essere importato dalla Siria, non possedendo l'E. alberi a grande fusto utilizzabili per la costruzione. Si comprende dunque che esse siano fondazioni dei grandi signori bizantini che debbono aver chiamato gli architetti dal loro stesso ambiente più che da quello indigeno. Allo stesso gruppo di monumenti si riallacciano, con programmi più modesti, la chiesa del Deyr abû Hinnis (convento di S. Giovanni) presso Anitone e quella del convento di S. Apollo a Bâwît presso Deirût. Tutti questi edifici hanno le pareti interne riccamente decorate con nicchie di forme complicate e con colonnine dai fusti lavorati da ornamenti geometrici, una caratteristica anche questa che viene dalla Siria dove i più belli esempi sono forse in quelle colonnine rimpiegate in epoca musulmana per la costruzione della

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La divisione in periodi dell'arte cristiana d'E. è assai semplice. Un primo periodo paleo-cristiano, rappresentato da alcune catacombe della regione alessandrina, non ha alcuna caratteristica peculiare, ma rientra nel grande ciclo mediterraneo: l'arte cristiana propriamente egiziana può essere divisa in due periodi, con caratteristiche essenzialmente diverse. Il primo va dalle origini alla conquista musulmana (640-642), il secondo da tale momento fino ai nostri tempi.

I più antichi monumenti cristiani dell'E., dopo le catacombe sopra accennate, sono forse alcune tombe del cimitero di Ozyrhyhchus (al-Bahnasa), che presentano il tipo di piccole chiese ad una navata, provvista di abside, e i mausolei della necropoli di Bagawat nell'assi di al-Khârga, le prime costruite in pietra con strutture ellenizzanti, i secondi invece eseguiti in mattoni crudi secondo il tradizionale procedimento indigeno e per la massima parte a pianta quadrata coperta da cupola, cioè in una struttura assolutamente non ellenistica. Già da questi primi esempi si segna il dissidio sopra accennato. Queste tombe di al-Khârga (di cui però il massimo interesse sta nelle pitture che ne decorano le pareti) oltre

corte alla moschana di Diyarbakır. Quella parte delle pareti che non era ornata di sculture veniva completamente ricoperta da affreschi.

Un programma assai meno ambizioso è quello al quale si attiene l'ambiente indigeno. Sino dai primi tempi cristiani numerosi eremiti hanno popolato il deserto egiziano, e il più delle volte fissarono la loro residenza in antiche tombe dell'epoca faraonica: essi le trasformarono non solo in residenza ma anche in cappelle costruendovi ad intagliandovi delle nicchie che dovevano servire da abside. Esempi di una tale edilizzazione si trovano sparsi per tutta la valle del Nilo, ma forse i più interessanti ed i più facilmente accessibili sono fra le tombe di Benihasan e di Mir presso al-Qoşiya, una tomba di es-Selikh Sald non lontano da Malawi, la tomba di Pentche a Tell al-Amatra, quella di Ramses IV a Bibán al-Mulk e quelle portanti i numeri 8, 9 e 97 a Selikh 'abd el-Qurra nella crociera, più copoli tebana. Più a sud una tomba presso Esna è notevolissima per le pitture che ne decorano le pareti, disgraziatamente ancora inedite. Attorno a questi eremiti sorsero a poco a poco dei piccoli monasteri, dove la tomba trasformata in chiesa serviva come santuario per la comunità; le celle ed i magazzini sorsero nello

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spazio libero circostante e più tardi il tutto fu circondato da un muro e munito di una torre (fausaq) a difesa contro i predoni del deserto. Uno dei più completi esempi di questo tipo di monastero è dato da quello di Epiphania a Selikh 'abd al-Qurra: ma dal punto di vista liturgico il più importante è quello della valle delle Regne (Bibán al-Harim). Quivi fu costruita una seconda chiesa nel piazzale davanti alla grotta: essa è di pianta quadrata ed era coperta da una cupola: l'abside fu scriso nell'interno di un'antica tomba cristiana con una volta a botte in mattoni, probabilmente la tomba del fondatore e cioè quindi sopra al suo cadavere, segnando con ciò nettamente il carattere di altare-tomba.

Ma i cristiani non solo utilizzarono le antiche tombe faraoniche, ma presero possesso anche dei templi installando le loro chiese nell'interno di essi. Si noti però che mai pensarono di trasformare in chiesa il santuario propriamente detto ove si conservava l'immagine della divinità, ma utilizzarono invece solo i locali secondari, disgraziatamente gli studiosi moderni nel loro affrettato desiderio di mettere in luce le vestigia antiche, quasi sempre fecero scomparire le tracce di questa occupazione cristiana: uno dei rari casi ove esse si possono ancora bene studiare si ha ad es-Sebû'a in Nubia. Molte volte tali chiese erano installate nel vestibolo del tempio (Dendera, Edfu, Esna, Philae): a Karnak lo fu nella grande sala delle feste di Thutmosis III, dove le colonne recano ancora tracce di grandi figure di santi. Uno degli esempi più interessanti è quello della chiesa che fu installata nella seconda corte del tempio di Medinet Habu, di cui la struttura può essere esattamente ricostruita per mezzo dei rilievi eseguiti dal Wilkinson verso la metà del XIX sec. Ad ogni modo i cristiani raramente demolirono i templi antichi, ma si accontentarono di ricoprire d'intonaco i bassorilievi delle pareti, per poi tracciarvi le loro iscrizioni e le loro pitture.

Il più delle volte però costruirono le loro chiese ex nemo, in un terreno libero. I più interessanti esempi antierari al VI sec., andando da nord a sud, sono la chiesa di

Tapporisi nella Marcotide, quella di Tebtunis (Tell Umm el-Breigat) nel Faiyûm, le basilichete nel convento di S. Geremia a Saqqára, quella del Dayr Abû Fânâ a nord di Asmunein, la chiesa nel dromos del tempio di Medat-môd, la basilica ad ovest del tempio di Luqôr, una basilica a Selikh 'abd al-Qurra nella necropoli tebana, la chiesa presso la porta fortificata di Ramses III a Medinet Habû, quella di Tûd e la chiesa orientale di Philae, uno dei rari monumenti datati epigraficamente essendo stata costruita sotto il vescovo Teodoro fra il 525 ed il 578 a. Tutte queste chiese mancano sempre di atrio, ma quasi sempre hanno un nartace, qualche volta decorato con nicchie, come a Medamûd. Le porte d'accesso sono generalmente sulla facciata, ma in alcuni casi

ha l'ingresso aperto nelle pareti laterali (Bâwîr, chiesa occidentale di Philae, Selikh'abd al-Qurra) secondo una disposizione caratteristicamente siriana e mesopotamica. L'abbade non è mai libera e sporgente (salvo il caso nettamente bizantino di Abû Mînâ) ma è sempre nascosta dietro un muro piano. Tale abside presenta delle forme varie: a Bâwîr è costituita da un locale rettangolare che occupa tutta la larghezza della chiesa. Il tipo più diffuso è quello di un'abbide semicircolare raccolta di due locali quadrati o rettangolari, che sembrano aver servito da sagrestie, come in Siria. A Philae il locale meridionale serve da cassa di scala, e a Tûd vi sono invece due locali ad ogni parte dell'abbide e questo è preceduta da una travata rettangolare del tipo che si ha in Siria a Qalb Lauzeh. Qanawat. Alla basilica della di Selikh 'abd al-Qurra si ha invece un'abbide rettangolare racchiusa fra due camere quadrate, altra struttura caratteristicamente siriana. A Tapporisi si ha un abside semicircolare posta fra due camere quadrate ed un locale rettangolare stretto e lungo dietro l'abbide e comunicante solo con la camera settentrionale: struttura che si riconnette con parecchi esempi mesopotamici del Tur 'Abdûn e che si ritrova più tardi al convento di S. Simeone presso Aswân. Uno sviluppo di questa struttura si ha nella basilica dei bagni ad Abû Mînâ ove il corridoio fa veramente comunicare i due locali a fianco dell'abbide: esempi se ne hanno in Siria ad Hibis Niha e alla cosiddetta tomba di Asron sul monte Hôr, e sarà una delle caratteristiche dell'architettura cristiana della Nubia. Nelle chiese ad ingressi laterali il muro occidentale ha una grande nicchia rettangolare nel mezzo, che si direbbe un ricordo od una attrezzazione di un'abbide contrapposta a quella occidentale. Un caso unico ed interessantissimo ci è dato dalla basilica di Luqôr dove, in base ad alcuni elementi sussistenti e ad antichi rilievi è forse possibile restaurare un tipo di abside a deambulatorio. Il corpo della chiesa è generalmente diviso in tre navate da due file di colonne: ma in alcuni casi (basilica cimiteriale di Abû Mînâ, due basiliche a Saqqára, Dayr Abû Fânâ, le due basiliche di Medinet Habû, chiesa orientale di Philae) oltre alle due file di colonne longitudinali se ne ha una terza che corre parallelamente al muro della facciata, in modo che i collaterali girano attorno alla navata centrale anche verso occidente. È un tipo che si perpetuerà nel tardo medioevo alle chiese del Vecchio Cairo. Tutte queste chiese erano coperte con tetti in legname.

Il problema del battistero è in E. di assai difficile

comuni e topograficamente compatto è formato dai monasteri del Wādi en-Natrūn, cioè il Deyr Suryānī, Deyr Amba Bīšō, Deyr el-Barāmūs e Deyr Abū Maqār. Il più importante è il primo, ricostruito dopo il saccheggio e la distruzione dell'anno 817: la tradizione attribuisce la nuova fabbrica a due monaci di Takrit in Mesopotamia, Mattai e Abraham. Due sono le chiese principali del monastero: la più piccola, dedicata alla Vergine, riproduce un tipo di chiesa monastica caratteristica del Tūr 'Abdīn, cioè composta di un nartace rettangolare coperto da una volta a botte, di un coro anche esso rettangolare con asse nord-sud, pure coperto da volta a botte, e di un triplo santuario formato da tre camere rettangolari, di cui quella di mezzo è coperta da una cupola mentre le due altre hanno delle volte a botte di cui l'asse è perpendicolare a quello della volta del coro e del nartace. La grande chiesa del monastero, pur essa dedicata alla Vergine, è una basilica di cui il corpo è costituito da una larga navata fiancheggiata da due navatelle che girano anche lungo il muro occidentale, tutte coperte di volte a botte. Segue un coro rettangolare con asse nord-sud, diviso in tre travate di cui la centrale è coperta con una cupola e le due laterali da due semi-cupole, riproducendo una struttura che si trova nella chiesa della Vergine a Iḥāḥ in Mesopotamia: il santuario è analogo a quello della piccola chiesa.

All'estremità meridionale dell'E. si trovano due chiese, quella del monastero di S. Simeone ad Aswān e quella di es-Sikhah che hanno caratteristiche assai simili, in quanto il santuario è tribolato, avente una cupola al centro e tre semi-cupole sulle tre braccia, e la navata centrale è coperta con due cupole nel primo caso e con una sola cupola nel secondo. Sono due monumenti probabilmente della fine del x o del principio dell'xi sec. Un ultimo edificio di singolare importanza, databile al primo medioevo, è la basilichetta che sorge ad una cinquantina di metri a nord della tomba n. 25 di Qumrī Mūrāni nella necropoli tebana; è di quell'epoca che fu chiamato "eglise cloisonnée", cioè avente la divisione fra la navata e le navatelle fatta con muri pieni nei quali si aprono solo delle porticine, E il solo esempio di questo tipo sino ad ora noto in E. Fra i monumenti secondari si deve ricordare la chiesa del Deyr as-Suhadā (convento dei Martiri) presso Esna e un gruppo di edifici nella regione di Naqāda di Qamūla, specialmente quelle di al-'Adra e di Mārī Girgis al Deyr al-Magma', l'ultima delle quali mostra un sistema di volte parallelo su archi traversi secondo un tipo della Persia siziliana. Ma la struttura più diffusa nel basso medioevo è quella di un edificio rettangolare diviso da archi portati prevalentemente su pilastri in tanti quadrati, ognuno dei quali è coperto da una cupola: esse raggiungono persino il numero di 29 alla chiesa di Amba Pakhōm presso Madāmūd. L'esemplare più bello è forse quello del Deyr al-Mahāraq.

La scultura è stata concepita nell'E. cristiano come un sussidio decorativo dell'architettura non come avente una vita sua propria: la statuaria quindi scompare completamente. Scompare anche l'arte di lavorare le pietre dure (diorite, porfido ecc.) che era stata una specialità ed una gloria del paese: solo materiale ormai usato è il calcare, salvo che per le colonne ed i capitelli per i quali si sa ancora tagliare la sienite. E notevole e caratteristico dell'E. un largo uso della scultura in legno nella decorazione dei monumenti.

Per un primo periodo gli esempi più interessanti della scultura sono una serie di conche di nicchie a tinnani curiosamente frastagliati e con figure umane trattate con forte attenzione ed uso nettamente coloristico di spinti

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(da U. Mannaral de Fillard, Il monasfero di S. Simeone presso Aswän, Milano 160, 101, 171
Eurito - Abside centrale della chiesa del convento di S. Simeone presso Aswän.

contrasti di vuoti e pieni, con un sapiente bilanciarsi di masse e giochi di luce ed ombra con una visione nettamente barocca, che furono trovate principalmente ad Alnàs al-Madìna, l'antica Heracleopolis, ma di cui anche esempi interessanti provengono da altre località, specialmente al-Bahnasa. Sono sculture quasi tutte a soggetti pagani, e debbono quindi riconnettersi con quei ricchi e potenti gruppi signorili che dominavano il medio E., di coltura ellenistica ed ostili alla nuova religione. Stilisticamente queste sculture non sono se non la derivazione di una scuola caratteristicamente siriana e si riattaccano con altre della regione mabatea, specialmente con quelle trovate a Khirbet et-Tannur. Con la fine del V sec. e probabilmente con l'esaurirsi di questi gruppi pagani, questa scuola scomparse. Anche i più importanti esempi della scultura in legno sino al V-VI sec., alcuni pezzi da Bàwìt e soprattutto la bellissima porta in legno della primitiva chiesa di S. Barbarà al Vecchio Cairo (ora al Museo Capo), sono nella più pura tradizione ellenistica dell'arte di Alessandria o di Ant

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iochia. La scultura in avorio di cui si hanno tanti magnifici monumenti provenienti dalle officine di Alessandria e ne ha lasciato assai pochi che si possano attribuire con relativa certezza all'E. propriamente detto, con predominanza delle monumentale di contro al pittoresco ellenistico. I più notevoli sono quello del Louvre con la rappresentazione di S. Marco in cattedra fra i patriarchi suoi successori e il dittico in cinque parti proveniente da Murano ed ora a Ravenna che lo Strygowski ritiene prodotto dell'arte monastica dell'alto E. La scultura propria dell'E., povera nei monumenti figurati, assume invece una ricchezza ed una genialità d'invenzione straordinaria nelle opere decorative, capitelli, fragi, lastre d'incrostazione e persino stelle sepolcrali. Il repertorio dei motivi è di una abbondanza che esula da qualsiasi classificazione: la decorazione copre ogni qualsiasi elemento, con evidente tendenza a quell'orrore del vuoto che è una delle caratteristiche peculiari dell'arte orientale.

Anche la pittura parietale vi contribuisce largamente: si può dire che ogni parte dell'edificio religioso egiziano che non era ornato da rilievi scolpiti era ricoperto di pitture, le quali compiono quella funzione che nell'arte bizantina contemporanea avrà il museico. Questo è stato assai raramente impiegato in E.: il testo di Abù Sàlih (XIII sec.), così prezioso per lo studio dell'archeologia religiosa egiziana, non cita se non due esempi di museici figurati: il primo nella chiesa degli Apostoli al monastero di S. Arsenio ad al-Quair fondata dal patriarca melkita Eustazio (802-804), che rappresentava la Vergine con gli angeli ed i dodici Apostoli, e il secondo nella chiesa di S. Pacomio a Fàfù che non si sa cosa figurasse. Dato che Eustazio era melkita si può essere certi che l'opera da lui fatta eseguire era un prodotto d'artefici bizantini importati. Il solo museico oggi esistente in una chiesa d'E. si trova in una nicchia nel monastero di S. Antonio e rap

presenta una croce trionfale. Invece siamo largamente documentati sulla pittura parietale visto che degli amplissimi cicli si sono conservati. I più antichi sono quelli delle cappelle sepolcrali della necropoli di Baqawat nell'oasi di al-Khàrga (IV sec.?) di cui gran parte però, sia iconograficamente quanto stilisticamente si riconnette con l'arte alessandrina. Però vi si vedono già apparire molte delle caratteristiche che saranno poi peculiari della pittura egiziana, cioè l'uso larghissimo della frontalità, l'ordinamento simmetrico dei personaggi, una rappre-sentazione statica generalmente su di un solo piano, senza accenno di fondo o particolari d'ambiente, quello che generalmente si indica con il termine di «stile monumentale», caratteristico dell'espressione asiatica e di cui l'esempio risale alle pitture di Dura-Europos. I massimi esempi egiziani di questo stile ci sono dati dai cicli pittorici di Bàwìt e di Saqqàra. Quivi, se pur sussiste qualche traccia ellenistica nei fregi decorativi, la parte ornamentale e simbolica si affievolisce sempre più per far luogo alla pittura storica e il trattamento paesistico scompare per essere sostituito dalla rappresentazione monumentale. Un'altra caratteristica vi appare nettamente: il gusto del ritratto, di cui la tradizione risale al II-III sec., cioè a quella scuola d'artefici che esegui le tavolette sepolcrali del Faiyùm in pieno stile ellenistico, ma tradotta in forme monumentali. Questa tendenza al ritratto, che conduce a personalizzare ogni figura, applicata alla rappresentazione dei sacri personaggi conferisce anche alle immagini ideali del Salvatore, della Vergine, degli Apostoli, degli Evangelisti un carattere individuale e tende a cristallizzarne il tipo. È noto come queste tendenze artistiche avranno un profondo influsso sulla stessa arte bizantina e si può dire che la spinta vi è venuta dall'E. Iconograficamente la pittura egiziana dell'alto-medioevo mostra già sino da allora alcune caratteristiche che conserverà per secoli: p. es., l'uso di rappresentare quasi tutti i santi locali a cavallo, quasi come guerrieri vincitori degli spiriti del male.

Dopo le grandi pitture di Bàwìt e di Saqqàra che rappresentano, allo stato delle nostre conoscenze, il momento di maggior splendore dalla pittura egiziana dei primi secoli, si è male documentati sino verso il sec. XI, quando si palesa un nuovo influsso, quello dell'arte arcaica. Una grande colonia, ricca e potente, di Armeni si era allora formata in E.: in essa vi sono anche degli artisti. È allora ad un pittore armeno che si deve la decorazione della grande concia di abside del Convento Bianco. Localizzata sembra soltanto al convento dei Siriani al Wàdìt an-Natrùm (Deyr Suryàni) è una corrente di pitture siriane, di alto valore artistico e ancora insufficientemente studiate. Nell'abside meridionale del corso sono

rappresentate l'Annunciazione e la Natività e le iscrizioni sono in siriaco, salvo il nome di Giuseppe che è scritto in greco: nell'asbide occidentale, al fondo della navata, vi è l'Assunzione con i nomi di Gesù, degli apostoli Andrea e Simon Pietro, del Sole e della Luna scritti in siriaco, mentre l'ultimo è riprodotto anche in coperto: nell'asbide settentrionale del corso è rappresentata la morte della Vergine con il nome del Cristo scritto in siriaco. Si pensa che queste pitture siano databili dell'epoca del superiore del monastero Mosè di Nisibis (907-44) al quale forse si devono anche gli stucchi del santuario di stile mesopotamico. La pittura egiziana del basso medioevo non ha più alcun valore di arte, come non lo ha la pittura di icone, di cui le più antiche a noi note non danno d'epoca anteriore al Quattrocento.

La miniatura è un'arte anch'essa largamente diffusa in E. All'inizio il grande sviluppo gli è dato da Alessandria con una serie magnifica di manoscritti che ci sono noti, se non tutti in originali, almeno in copie assai antiche che mostrano il maggior trionfo dello stile pittoresco alessandrino: ma già con le varie copie della Topografia di Cosma Indicopleute vi si vede penetrare lo stile monumentale. Di contro l'E. con i frammenti su papiro della Cronaca alessandrina, forse dell'inizio del v sec., ci ha lasciata un'opera di ben diversa tendenza e dove più chiaramente si mostra il carattere indigeno, penetrato di vecchie tradizioni orientali. E sono queste che definitivamente trionfano quando alla fine del v sec. si può dire che l'arte ellenistica d'Alessandria scomparse. Noi disponiamo di una serie numerosa di manoscritti figurati che permettono di seguire esattamente lo sviluppo della miniatura egiziana, in quanto sono per la massima parte datati, con sottoscrizioni di scribi e di pittori e dei quali il più delle volte è assai facile determinare il luogo di esecuzione. E si può così ben seguire una tendenza caratteristica, quella cioè di abbandonare poco a poco la tecnica di una vera e propria pittura per andare verso quella di un disegno a penna campito di colori. Il capolavoro della miniatura propriamente indigena dell'E. è dato dal manoscritto copto 13 della Biblioteca Nazionale di Parigi, a forti influenze mesopotamiche, del XII sec.: Ma nello stesso periodo vediamo formarsi un'altra scuola di artisti che risentono fortemente, specie nella decorazione, della contemporanea arte musulmana: il capolavoro di questa tendenza è quel tetraevangelio in due volumi, di cui uno è conservato all'Istituto cattolico di Parigi e l'altro al Museo Copto del Cairo. E questa scuola che prende il sopravvento e durerà sino al sec. XVII, però con lavori sempre più scadenti. La storia della miniatura egiziana è ancora da scriversi.

Nelle arti minori quella che ci ha lasciato il più gran numero di documenti è la decorazione delle stoffe, di cui le secche sabbie egiziane hanno salvato interessantissimi esemplari. Quelle con decorazione tessuta in lana sono eseguite con tecnica identica a quella degli arazzi francomunichi che è documentata in E. sino dall'alta antichità, di cui sono esempi i frammenti col nome di Amenhotep II (ca. 1300 a. C.) e di Thutmosis IV (ca. 1466 a. C.), tecnica analoga a quella di alcuni frammenti trovati in tombe greche della Crimea del III o IV sec. C. In E. i luoghi dei più abbondanti ritrovamenti (Saqqara, Arsinoe, Akhmim, Antinoe, Arimat, Havarah, ecc.) sono sparsi per tutto il paese, il che mostra la diffusione di procedimenti sempre simili. La decorazione costituisce generalmente delle fasce, clavi, e incrostazioni quadrate o rotonde, rotae. La tessitura cristiana non è dunque tecnicamente se non la continuazione inalterata della tessitura pagana e sola differenza vi è nei motivi rappresentati. In epoca relativamente avanzata si osserva però qualche variazione tecnica, avvicinandosi a quella dei brotchi. Si hanno però anche delle stoffe decorate con tecniche completamente diverse: sono delle tele nelle quali l'ornamento è ottenuto con la colorazione secondo un procedimento (già ricordato da Plinio) che molto si avvicina a quello del batik. La tela con le scene bacciche trovata da Gayet ad Antinoe ne è il più bello esempio pagano non posteriore al sec. IV-V, quella con Daniele del Museo di Berlino è il più cospicuo fra quelli cristiani. Vi sono anche tele decorate con motivi stampati con blocchi di legno intagliati. Infine bisogna ricordare gli esempi di tessitura in seta trovati nelle tombe egiziane, specialmente ad Akhmim e ad Antinoe, di cui alcuni sono certamente dei prodotti delle officine locali, mentre altri si dimostrano importanti dalla Siria, dalla Persia sassanide e forse anche dall'Asia centrale.

Un'industria infine specificamente egiziana è quella delle incrostazioni d'avorio nel legno: le porte del convento dei Siriani di Wadi en-Naqrma ce ne offrono forse il più bello esempio. La ceramica dell'E. cristiano, per quanto interessante, non è mai assunta a produzioni di vera arte.

Bibl.: Per la distinzione giuridica Alessandria-E. si veda H. J. Bell. Alexandria and Aegyptum, in Journal of Roman Studies, 36 (1948), pp. 126-132. Sullo studio dei monumenti cristiani d'E. si ha un grandissimo numero di lavori, nessuno però che abbracci l'intero soggetto: il meglio è riferito alle bibliografie: U. Monneret de Villard, Saggi di una bibliografia dell'arte cristiana d'E., in Bull. del R. Ist. di arch. e storia dell'arte, 1 (1924), pp. 20-32 e Gli studi sull'architettura cristiana d'E. 1920-40, in Orientalia christiana periodica, 7 (1941), pp. 247-92. Ugo Monneret de Villard.

VII. ORDINAMENTO SCOLASTICO DELL'E.

Il Ministero della pubblica istruzione, il Ministero degli affari sociali e il Ministero della guerra e della marina si sono proposti di collaborare per eliminare l'analfabetismo, la piaga maggiore che ostacola la organizzazione della vita politica e culturale.

È resa obbligatoria l'istruzione dai 12 ai 18 anni per i giovani e dai 12 ai 15 anni per le ragazze. Esistono 1949 scuole maschili e 728 scuole femminili e numerosi corsi obbligatori per i membri della polizia delle forze armate. Diverse organizzazioni private e privati hanno fondato piccole scuole chiamate maktab dove vengono istruiti ragazzi e ragazze nella lettura del Corano, nella scrittura e matematica. I datori di lavoro sono obbligati dalla legge a far istruire i propri dipendenti. Oltre alla lotta contro l'analfabetismo il governo egiziano si preoccupa della formazione della classe dirigente ed a questo scopo ha ridotto l'insegnamento delle lingue straniere, elevando dall'anno 1940 l'insegnamento della lingua araba che è la lingua ufficiale. In tutte le scuole deve essere coltivato il sentimento pararabo e la religiosità musulmana. Nelle scuole private è vietato d'insegnare agli allievi dottrine religione diverse dalla loro convinzione religiosa. L'insegnamento dell'arabo non è obbligatorio in quelle scuole private (inglesi, francesi, italiane) e greche, dove il numero degli allievi egiziani è inferiore al 15%.

L'istruzione egiziana comprende i giardini d'infanzia; le scuole elementari chiamate kuttab (divise in governative, private sotto l'esposizione governativa diretta e straniere sotto ispizione governativa indiretta); le scuole secondarie e le università. L'Università islamica al-Azhar fondata il 21 giugno 1972 dal generale Gawhar sotto i Fajimidi: imprime lo spirito religioso e politico a tutto il mondo dell'islam; l'Università Fu'ad I fondata al Cairo nel 1908 e l'Università Faruq I fondata ad Alessandria il 2 aug. 1942.

Esistono inoltre le scuole della Chiesa copta che comprendono 12 scuole per ragazzi e 4 scuole per ragazze del tutto insufficienti per 850.000 fedeli. La Chiesa copta unita con nelle tre diocesi di Alessandria, di Ermopolis e di Tebe 31 scuole per ragazzi, i scuola per ragazze, i Petit séminaire e i Theological seminary per 20.000 fedeli. - Vedi tavv. XI-XIV.

Bibl.: Bollettino di legislazione scolastica comparata, a cura del Ministero della pubblica istruzione, 2 (1942), pp. 175, 181, 201, 276, 336, 405, 410, 467, 547; 7 (1943), p. 70.