DIASPORA

DIASPORA. - Il termine διασπορά («disseminazione», «dispersion») ricorre 7 volte nella Bibbia greca (Deut. 28, 25 [cod. B]; Ps. 146, 2; Judt. 5, 19 [Volg. 23]; II Mach. 1, 27; Io. 7, 35; Iac. 1, 1; I Pt. 1, 1) e eccetto l’ultimo testo citato, che sembra alludere all’insieme dei cristiani («nuovo Israele») dispersi tra le nazioni pagane, indica, come nell’uso del giudaismo ellenistico, l’insieme degli Israeliti «disseminati» fuori della Palestina. Anche Giacomo, scrivendo «alle dodici tribù della d.», intende indirizzarsi ai Giudei convertiti al cristianesimo, di persi fuori della Palestina.

Un’idea dell’immensa diffusione degli Ebrei nella d. è data da Act. 2, 5: «Fra i Giudei residenti a Gerusalemme [in occasione della Pentecoste] c’erano uomini di ogni nazione di sotto il cielo». Questi, udendo i cristiani parlare in varie lingue, si domandavano: «Come va dunque che il diama parlare ciascuno nel nostro proprio linguaggio nato? Alcuni siamo Parti, Medici, Elamiti; altri abitanti della Mesopotamia, della Giudea (forse si deve leggere «India») o della Cappadocia, del Ponto o dell’Asia [proconsolare], della Frigia o della Panfilia, dell’Egitto o delle parti della Libia Cirenaica; altri Romani avventizi, Giudei o proseliti; altri Crettesi ed Arabi; eppure tutti quanti li udiamo parlare delle grandezze di Dio nei nostri linguaggi» (ibid. 2, 8-11). Gli Oracoli sibillini (verso il 140 a. C.) scrivono che «tutta la terra e tutto il mare è pieno» di Giudei (III, 271).

Pure riconoscendo l’iperbole nelle citazioni qui riferite, si dovrà ammettere che la fitta rete di comunità della d. che avvolgeva non solo il mondo romano, ma si estendeva oltre la Mesopotamia e la Persia, fu provvidenziale per la diffusione del cristianesimo. Gli Ebrei della d., che nella prima Pentecoste cristiana furono testimoni dei prodigi, portarono nel mondo le prime scintille della fede nel Messia venuto. Nelle loro missioni gli Apostoli, s. Paolo in particolare, si rivolgevano dapprima ai Giudei, poi ai pagani (Rom. 1, 16). Tra le cause che diedero origine e sviluppo alla d. giudaica si ricordino, oltre alle ragioni commerciali, le deportazioni compiute dagli invasori della Palestina e le fughe per sottrarsi alle oppressioni nemiche.

I. IN ASSIRIA, MEDIA, BABILONIA

Nel 732 a. C. Thelethphalasar III (Pal.) deportò nell’Assiria e nella Media numerosi abitanti delle regioni settentrionali del regno d’Israele (II Reg. 15, 29); dopo la conquista di Samaria (722 a. C.) Sargon accrebbe il numero degli esuli (II Reg. 17, 6; 18, 6). Nella sua iscrizione nel tempio di Horsabad parla di 27.290 Israeliti deportati.

Dal 603 al 581 a. C. (specialmente nel 587, quando cadde Gerusalemme) Nabuchodonosor II deportò in Babilonia molti abitanti del regno di Giuda con i profeti Daniele, Ezechiele ed il re Iechonia (II Reg. 23, 24-25, 21; Dan. 1, 1; Ez. 1, 1-3).

Con l’editto di Ciro ritornarono in parte, sotto la guida di Zorobabel (538 a. C.); altri rientrarono in Palestina un secolo dopo con Esdra e Neemia, ma molti Ebrei che avevano riacquistato la libertà preferirono rimanere in Babilonia sotto l’amministrazione di un esilarca (re’š galtūhā). Ivi si dedicavano al commercio, senza trascurare l’istruzione religiosa. Fino dal sec. V a. C. funzionava a Nippur (al tempo di Artaserse I e di Dario II) una specie di banca ebraica «Murašu e figli». La scuola rabbinica babilonese, che ebbe tra i maestri il celebre Hillel, fiorì fino all’alto medioevo. Da queste regioni gli Ebrei si diffusero gradualmente in tutto il mondo orientale. I Giudei della Babilonia e della Media ebbero da Alessandro Magno il permesso di vivere secondo le loro leggi; furono favoriti dai Seleucidi, anzi Antioco il Grande, convinto della loro fedeltà, trapiantò 2000 famiglie di queste regioni nelle inquiete terre della Lidia e della Frigia (Giuseppe Flavio, Antiq. Iud., XII, 3, 4).

II. IN SIRIA E NELL’ASIA MINORE

Fin dall’857 a. C. il re Achab ottenne di stabilire a Damasco delle «piazze» commerciali per gl’Israelti (I Reg. 20, 34). Molti Ebrei si stabilirono in Siria all’epoca dell’ellenismo, specialmente dopo la fondazione di Antiochia (301 a. C.). Ivi ottennero di vivere secondo le loro costumanze; conservarono tali privilegi anche sotto i Romani. A Damasco avevano parecchie sinagoghe (Act. 9, 2).

La presenza di numerosi Ebrei nell’Asia Minore è attestata da Filone (Leg. ad Caium, 33), da Giuseppe Flavio (Antiq. Iud., XIV, 10; XVI, 6), da Cicerone (Pro Flacco, 28), da molti decreti di Cesare e di Augusto con privilegi per gli Ebrei di quelle province, nonché dal racconto dei viaggi missionari di s. Paolo (Act. 13, 13-14, 28 ecc.).

III. IN EGITTO E IN CIRENIACA

Si sa da Geremia (capp. 42-44) che molti Ebrei si rifugiarono in Egitto durante le invasioni di Nabuchodonosor. Alcuni si erano stabiliti a Patros, nell’alto Egitto. Psammetico si era giovato di soldati ebrei nella campagna contro l’Etiopia. Ad Elefantine esisteva una forte colonia ebraica, la cui vita ci è attestata da celebri papiri del sec. V a. C. Ivi sorgeva un tempio ebraico. Anche a Leontopoli è ricordato un tempio ebraico nel sec. II a. C. Si vede che la legge dell’unità del santuario si riteneva valida solo per la Palestina. Moltissimi Ebrei si stabilirono ad Assiria, d’Egitto dopo che il fondatore (Alessandro Magno) concesse loro diritti pari a quelli dei Macedoni. Ivi tra il 250 e il 150 a. C. pubblicarono la versione greca della Bibbia detta dei «Settanta». Secondo Filone (In Flaccum, 6) dopo la battaglia di Azio v’era in Egitto un milione di Ebrei. Erano governati da un proprio entarca con un proprio senato (gherusia).

IV. IN EUROPA (MACEDONIA, GRECIA, ROMA)

S. Paolo trovò proseuche e sinagoghe dei Giudei a Filippi, Tessalonica, Berea, Atene, Corinto. È noto da Filone e Giuseppe Flavio che esistevano colonie ebraiche nelle isole Eubea, Creta, Cipro e nelle minori dell’arcipelago Egeo.

A Roma la maggiore immigrazione di Giudei si ebbe nel 63 a. C., quando Pompeo, dopo aver conquistato Gerusalemme, condusse nella capitale numerosi schiavi ebrei. Molti di questi vennero presto liberati, anche perché non si adattavano al culto e al vitto dei padroni pagani. Anche prima del 62 dovevano risiedere colonie di Ebrei a Roma, donde inviavano offerte per il Tempio di Gerusalemme. Dimoravano prevalentemente in Trastevere. Subirono alterne vicende: favoriti da Cesare, perseguitati ed espulsi da Tiberio e Claudio, riuscivano costantemente a ritornare ottenendo privilegi. In Roma,

come nel resto dell'Impero, godevano libertà di culto, amministrazione finanziaria propria, esenzione dal servizio militare.

La d. ebraica continua ancora nel mondo, anche dopo la costituzione del nuovo Stato di Israele. S. Paolo piange sulla incredulità degli Ebrei e ne predice il ritorno alla casa del Padre (Rom. 9-11).

Bibl.: I. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., I, Torino 1913, pp. 318-48 (ristampa 1932); J. Juster, Les Juifs dans l'Empire romain, Parigi 1914; A. Causse, Les dispersés d'Israël, ivi 1929; J. Vandervort, Dispersion, in DBs, II, coll. 432-45. Per Roma cf. J.-B. Frey, Les communautés juives à Rome, in Rech. de Science, rel. 20 (1930), pp. 269-97; 21 (1931), pp. 129-68; id., Le judaïsme à Rome aux premiers temps de l'Eglise, in Biblica, 12 (1931), pp. 129-56. Cf. anche anon., s. V. in Encil. Ecc., II, p. 511 sqq.; J. Hastings, D., in Dict. of the Bible, V, pp. 91-109. Pietro De Ambroggi

Il termine d. viene anche modernamente adoperato ad indicare lo stesso fenomeno, a base religiosa, che si verifica, quando gruppi di una determinata credenza si vengono a trovare sparsi, come minoranze, entro o fuori della loro propria nazione originaria, mantenendo relazioni e contatti con le autorità religiose centrali. Si ha così una d. protestante, suddivisa in altrettante d. minori, a seconda delle diverse loro formule di fede: una d. sciamatica, e una d. cattolica, formata dalle minoranze cattoliche sparse in nazioni o territori protestanti, scismatici o pagani; la d. cattolica crea parecchi problemi importanti e complessi e talora fatali per la Fede (matrimoni misti, apostasie, indifferenza, educazione religiosa rilassata, minor frequenza ai Sacramenti, diuturna privazione di sacerdote).