DIAVOLO

DIAVOLO. - Invisibile potenza personale, menzionata nella Bibbia, che dirige le forze del male, in contrasto ai disegni di Dio e a danno dell'uomo.
DIAVOLO. - Invisibile potenza personale, menzionata nella Bibbia, che dirige le forze del male, in contrasto ai disegni di Dio e a danno dell'uomo.

Il termine è la traduzione greca (δ ἑκάστῳ) del-ebraico haš-šātān («l'avversario») Satana (v.); è passato nel latino cristiano (Volgata diabolus), nelle lingue neonatime e nelle germaniche (ingl. devil, ted. Teufel), poi nelle slave. È sempre al singolare, poiché designa «il nemico» per antonomasia, che combatte il bene e la vita. Διχθόλος, «che disunisce» ispirando odio o invidia, significa generalmente «accusatore» (δάχθόλη, da δάχθάλλω «accusare» [Lc. 16, 1], è l'«accusa», per lo più calunniosa [Platone, Apol., 18d-24a, 33a; Eutychr., 3b], e può assumere il senso più largo di «aggressione» [Num. 22, 32]) e «calunniatore». Nei Settanta corrisponde al šātān (I Par. 21, 1; Iob, 1, 6-12; 2, 1-7; Ps. 108, 6; Zach. 3, 1-2) designante l'avversario dei servi di Dio; ma quando šātān, senz'articolo, indica un nemico umano (I Sam. 29, 4; II Sam. 19, 22; I Reg. 5, 4 [ebr. 18], e cf. 11, 24.23.25), è tradotto ἐπίσουλος «insidiatore». Διχθόλος traduce šār e σόρēr («nemico»: Aman) in Esth. 7, 4 e 8, 1. Mentre la Volgata del Vecchio Testamento traslittera 5 volte satan, i Settanta accolgono σατάν solo in I Reg. 11, 14.23. Διχθόλος ricorre anche in Sap. 2, 24 (origine de «la morte nel mondo») e I Mach. 1, 36.

L'invisibile nemico era concepito come la spia che accusa gli uomini presso Dio e li «tenta» per farli condannare (Iob 1, 6 sqq.; I Par. 21, 1; Zach. 3, 1-2). La letteratura talmudica e midhrāsica ignora la caduta degli angeli, posta invece in molto rilievo dall'apocalittica. Il Talmud (Šabbāth jer., 5b) e il Midhrās rabbā (su Ex. 21, 7; ecc.) presentano il šātān come «accusatore» degli uomini.

Nel Nuovo Testamento il d. o Satana è il capo degli angeli decaduti o demóni (v.), che fomenta il male e la perdizione (Mt. 25,41; II Cor. 12,7; II Pt. 2,4; Ind. 6; Apoc. 9,11; 12,7 - 9).

Il termine vi è usato 39 volte in questo senso tecnico di nemico di Dio e dei suoi fedeli, eccetto 3 casi in cui διαβάλλω (plural) è l'attributivo «accusatore» (I Tim. 3,11 [detrahentes]; II Tim. 3,3 e Tit. 2,3 [criminator]; cf. s. Policarpo, 5,2). Ricorre anche 36 volte 6 σατανάζ (Mt. 4,1 a diabolò = Mc. 1,13 a satana; Volgata sempre satanas e mai satan), oltre le voci affini οί δαίμονες (Mt. 3,1) e τό δαίμον (63 volte, 27 al singolare ma 36 al plural; 53 volte nei Vangeli). In Apoc. 12,9 e 20,2 l'essere «chiamato d. e satana» dragone (v.); ibíd. 12,10 è qualificato etimologicamente «l'accusatore (ό κατηγορος) dei fratelli nostri (=cristiani) che li accusa (ό κατηγορον) dinanzi a Dio giorno e notte». La funzione escatologica del d. è di perdere gli uomini al supremo giudizio; il d. è άντίδωρος «l'avversario in tribunale» (I Pt. 5,8). Intanto tenta gli uomini e li inganna per impedire la loro unione con Dio; frustra le vie di Dio per la salvezza degli uomini (Mt. 13,19.30). Onde l'opposizione tra «i figli del d. e «i figli di Dio» (Io. 8,44.47 [Giuda d. 6; 7,1; I Io. 3,8; 10,1]; i primi compiono le «opere del d.» (Act. 13,10) che si riassumono nell'impostura o seduzione (Io. 8,44; I Tim. 4,2; Apoc. 12,9; 20,9; cf. Act. 5,3-4), con cui alla verità è giustizia si sostituisce il peccato (Rom. 1,25-27; Iac. 5,19). Il cristiano viene «resistere al d.» (Iac. 4,7; I Pt. 5,8) con l'intera armatura» (Eph. 6,11), che il d. è «il capo di questo mondo» (Io. 12,31; 14,30; 16,11), è «il dio di questo secolo» (II Cor. 4,4).

Presso i Padri, ό δαίμολος o diabolus (sempre al singolo, come nella Bibbia) è il capo degli angeli ribelli (Ter-tulliano, Apol., 22 sg., e De anim., 35; s. Agostino, Sermo 197 de temp.; ecc.); è il nemico di Cristo e dei suoi fedeli (s. Ignazio, ed. A. Lelong, Parigi 1910, p. XLII; s. Policarpo, 7,1) e i martiri ne sostengono gli assalti (Passio s. Perpetua, 3 sg., 10,18,20 sg.); cf. Romano il Melode (ca. 500), ed. G. Cammelli, Firenze 1930, pp. 228-30 (δαίμολος è l'anticristo, p. 228), 272,278,ove usa oi δαίμονες al plural. Mentre d. rimane un appellativo, ό σατανάζ assume un significato più sacro e tende a diventare nome proprio (cf. Rom. 16,20; s. Ignazio, Ad Eph., 13,1). S. Bonaventura attribuisce ai demoni l'ufficio di «accusatori» (De ss. Angelis, serm. 5).

La forma zabulus (forse contaminata da beelzebul) fu frequente presso i Latini, da s. Cipriano a s. Ildefonso (sec. VIII) e fino a Orderico Vitale (sec. XII): cf. C. Du Cange, Glossarium med. et inf. lat., ed. L. Henschel, VI, Parigi 1846, p. 929.

Bibl.: H. Cremer, Biblisch-theologisches Wörterbuch des neutestam. Griechisch, 11a ed. di J. Kögel, Stoccarda-Gotha 1923, pp. 187-89; W. Foerster e G. von Rad, Δαβαλλω δαίμονες, in G. Kittel, Theologisches Wörterbuch zum Neuen Täu, II, Stoccarda 1935, pp. 69-80; J. Chaine, Les Épîtres catholiques, Parigi 1939, pp. 183-85, 309-11. Sulle varie concezioni intorno al d. e ai demoni agli inizi dell'era cristiana: J. Smith, De daemoniacis in historia evangelica, Roma 1913, pp. 117-74; J. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., III, T. Torino 1914, pp. 119-31; L. Jung, Fallen Angels in Jewish, Christian and Mohammedan literature, Filadelfia 1926, - Sul d. nei mirti nordici i 3 voll. della collez. FF. Communicatio edites for the Folklore Fellows, Helsinki; J. de Vries, The Problem of Loki, (XLIII, 1), 1933; V. Höttges, Typenverzeichnis der deutschen Riesen- und riesischen Teufelsagen (LI, 1), 1937; W. Ruben, Ozean der Märchenströme, I: Die 25 Erzählungen des Dämones (Vetälaupancavimstai) (LV, 2) 1944; G. Manacorda, La sfera e il tempio, 2a ed., Firenze 1935, pp. 19-21, 78-116. - Sul d. nella fantasia letteraria e popolare: M. Praz, La morte, la carne e il d. nella letteratura romantica, Milano-Roma 1931; S. Samek-Lodovisi, Lo specchio dei diavoli e delle streghe, in Le vie d'Italia, 44 (1938), pp. 212-21. R. Schneider, Dämonen und Verklärung, Vienna 1947. Sul d. nel pensiero razionalista attuale: M. Garçon e J. Vinchon, Le diable. Etude historique, critique et médicale, Parigi 1926; A. Tilliger, Filosofia delle morali, 3a ed., Roma 1944, pp. 234-40.

Antonino Romeo