DRAGONE

DRAGONE. - Mostro (mitico) che nell'Oriente antico simboleggiava le forze cosmiche ostacolanti la vita e il benessere umano; diavolo (v.) o satana in Apoc. 12-13 e 20, 2. Fiera terribile, rintanata per lo più negli abissi acquosi, era concepita come un immane rettile o serpente.

Il termine greco (δράκων, da δέρχομαι «guardo fisso»), ricorre 26 volte nella versione biblica dei Settanta (Volg. draco), ove traduce 12 volte l'ebr. tannin (2 volte tannim: Ex. 29, 3; 32, 2), 5 volte lišejáthán (v. LEVITAZIONE), 2 volte náhás («serpente»), le altre volte a torto tan «sciacallo» (anche in Lam. 4, 3, Volg. lamiae), kēphír «leoncino», péthen «vipera», 'attúr «becco». I Settanta usano δράκων altre 8 volte: Esth. 1, 1 e 10, 3 c (Volg. 11, 6; 10, 7); Sap. 16, 10; Eccl. 25, 16 (Volg. 23); Dan. (Bel et draco, Volg.) 14, 22-27, ove si tratta del culto del serpente a Babel.

Il tannin (da tnn «protendersi in lungo») era un mostro marino o cetaceo (Gen. 1, 21 è tradotto κῆτος; ma Aquila, Simmaco, Teodozione: δράκων; Ps. 148, 7; cf. Iob 7, 12; Is. 27, 1), o un pauroso serpente (Ex. 7, 9-12; Deut. 32, 33; Ps. 91 [90], 13). Questo mostro diventa, in passi poetici, l'immagine delle potenze del male, unito talora a ráhabh «ferocia», che designa anch'esso un mostro marino: Is. 51, 9 (Dio spezza ráhabh, trafigge tannin, poi prosciuga téhóm; manca nei Settanta), Iob 26, 12 sg. (Dio spezza ráhabh e cattura náhás). Come ráhabh, tannin indica per metafora il nemico politico (l'Egitto: Is. 27, 1; Ex. 29, 3; 32, 2), o in generale le forze nemiche incontenibili dagli uomini, cui recano pericolo e morte (Is. 51, 9; Ier. 51, 34; Iob 7, 12; Ps. 74 [73], 13; 91 [90], 13). Dio non uccide il d., ma lo ferisce o cattura e su di lui dimostra la sua potenza; il d. è creatura di Jahweh (Gen. 1, 21; Ps. 104 [103], 26: leviathan nel mare), cui deve temere (Ps. 148, 7). Nemico degli uomini, il tannin (o il leviathan, o il náhás) non appare mai come diretto nemico di Dio, a differenza del d. di Apoc. 12-20.

Da Ex. 7, 9-15 risulta l'equivalenza tra tannin e náhás (Volg.: vv. 9-10 coluber, vv. 12 e 15 draco). Náhás è tradotto δράκων in Am. 9, 3 (nel mare) e Iob 26, 13, mentre altrove è reso ὄφις «serpente», anche

Gen. 3, 1-14, ove P. Joion propone di intendere «d.» o un rettile (cf. P. F. Ceuppens, De historia primaeva, Roma 1934, pp. 166-79).

Anche i greci intendevano δράκων come enorme serpente, da Omero (Il., XII, 202) a Pausania (II, 28, 1); i tragici usano il femminile δράκων per le erinni: ἄδου δράκων (Euripide, Iph. Taur., 286; Eschilo, Eumen., 128).

Dai testi di Rás Samrah risulta che tra i Fenici di Ugarit erano noti (sec. XV ca. 2. C.) i d. tnn e ltn (= tannin e lišejáthán). Il d. doveva rappresentare le forze elementari della natura che minacciano l'uomo: per lo più l'insidia nascosta nelle acque, mentre il serpente con il suo veleno appariva affine alla terra sia in Babilonia sia in Egitto (cf. s. Epifanio, Haer., 45, 1). Nell'India era temuto il nága «serpente» che poteva divinizzarsi o antropomorfizzarsi; il principale «re dei serpenti» (nāgarāga) è Šeṣa o Ananta «il serpente

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(da Wšpert, Sarajevo, tnn. 107, n. 1) DRAGONE - Daniele dà l'offa al d. Frammento di sarcofago (sec. iv). Francia, Castello di Grozon (Ardèche).
infinito», sovrano del mare universale «che è disteso nell'acqua» e porta la terra sul capo o sui molti suoi capi (R. Goossens, p. 415). Questo d. fu detto da Ctesia (fr. 27) σκώληξ «verme» (cf. Dante, Inf., VI, 22: «Cerbero, il gran vermo»; XXXIV, 108: Lucifero è «il vermo reo»). I Greci (cf. R. Goossens, pp. 428-35) conobbero il «re dei serpenti», ὁ βασιλίακος τῶν δρχεώνων. Onde il «basilisco» corrisponde a serpenti velenosi (ebr. péthen e 'ep'ēh) nei Settanta (Ps. 90, 13; Is. 59, 5 [Volg. regulus]); nella Volg. 1 volta basiliscus (Ps. 90, 13) e 6 volte regulus; Aquila ha βασιλίακος (per δράκων) in Deut. 32, 33 e Is. 59, 5 (con ἐχίδναι), Simmaco in Is. 30, 6. R. Goossens gli identifica l'ἀδοντοδράκων (cf. Sap. 16, 10). Il βασιλίακος ha 7 teste, in Pistis Sophia, 88, 34.

Il leviathan ha molte teste (Ps. 74 [73], 14: «d.» in Settanta e Volgata), e altri mostri ibridi e terrificanti compaiono nei passi poetici o allegorici del Vecchio Testamento: le 4 bestie di Dan. 7, 3-8, il becco di 1 e 4 corna (Dan. 8, 5-22), ma si tratta di meri simboli non identificabili con il d. Negli apocrifi ricorre il d. come equivalente di Satana o della morte, o di loro strumenti: Ps. Salom., 2, 25-31 (potenza pagana [Pompeo] di cui è rilevata la ὑπερηγένια e ὄβρις); Apoc. Baruch gr., 4 (ventre del d. è l'Ade); Od. Salom., 22, 5 (7 teste del d. che ha «radici» e «seme»; vers. 7 è «calunniatore» o diavolo). Midhrafim e Talmud identificano il «serpente» di Gen. 3, 1-14 con Satana, chiamato «serpente antico» (Siphre Deut., 32, 33), «serpente invidioso» (Sanhedhrin, 59 b; Sōjāh, 9 b), con corna e piedi (Gen. rabbá', 19, 1).

Il d. biblico non presenta affinità con il mitico d. babilonese. Secondo l'interpretazione di molti moderni, in Babilonide si concepiva l'origine del mondo come una lotta contro il caos, qualche volta personificato in un mostro. È certo che Enlil di Nippur era venerato come soggiogatore del d. e artefice del mondo; la città di Babel, raggiunta la supremazia, al posto di Enlil mise Narduk, la cui lotta contro Tiāmat per la creazione del mondo è narrata dall'Enuma elis, poema recitato ad ogni capo d'anno. Ninurta (Nin-ib) figlio del dio Enlil, era celebrato come vincitore del d. Ogni città babilonese celebrò il suo dio come vincitore del d., trasformando in d. il dio della città sconfitta.

Similmente in Egitto, il nefasto Seth-Typhon (serpente o coccodrillo) fu vinto dal giovane dio del sole Horus, figlio della dea Isis perseguitata da Seth. Gli Hittiti celebravano il dio Tešup per la sua vittoria sul

61. - ENCICLOFEDIA CATTOLICA. - IV.
serpente Ilujankā. Gli Indiani narravano del d. Vṛtrā vinto da Indra; i Persiani del d. serpentiforme Azhi-Dahāka nemico degli uomini. Nella mitologia greca, Apollo uccise il d. Python, draco ingenu figlio della Terra (B. Allo, L'Apoc., pp. 189 sg. e 197 sg.); Ercole uccise il d. figlio di Tryphon che custodiva i pomi d'oro degli Esperidi, oltre l'idra di Lerna; per il d. di Asklepios, cf. Macrobio, Saturnal., 1, 20. Macrobio (loc. cit., 9) informa: «Phoenices... draconem finxerunt in orbem redactum, caudamque suam devorantem, ut appareat mundum et ex se ipso ali et in se resolvi».

Abusando di qualche immagine poetica biblica, H. Gunkel (seguito da A. Jeremias, H. Gressmann, ecc.) afferma che la creazione e la provvidenza divina sono concepite, nella Bibbia, come una lotta contro il caos personificato, e accosta il d. al tēhām, che identifica con Tiāmat; intende (oltre tauniu e leviathan) rāhabh, bēhēmāth (v.) e tēhām, che pure non sono mai tradotti špākav dagli antichi, come riflessi del mito babilonese della lotta di Marduk contro il d. La tesi di H. Gunkel ha tuttora vari seguaci. Ma anche ammesso che i Babilonesi avessero una concezione metafisico-dualistica dell'origine del mondo,

espressa dalla lotta contro il d., esposta poi a fondo da M. Witzel, nella Bibbia non se ne trova traccia. Nulla permette di affermare che il tauniu e il leviathan vi partecipino a un dramma della creazione o vi rappresentino il caos. Il tēhām «abisso» non vi appare mai come un mostro vivente; è il mare immenso, visto poeticamente, che Dio limita e contiene. È poi falso identificare il d. con Tiāmat, e quindi la lotta contro il d. con la creazione; il d. vinto da Marduk (poi da Nabū) era il mūruštu, misto di leone, serpente e uccello, raffigurato sulla porta del tempio d'Ištar a Babel; in molti cilindri e incisioni babilonesi figura tale d., spesso con corna, talora con diademi.

F. Boll (seguito da W. Bousset, A. Loisy, ecc.) dà al d. un'origine astronomica ellenistica; lo confuta bene J. Freundorfer; per altro si poneva talora un nesso tra d. e costellazioni (Iob 3, 8: leviathan nel cielo). L'errore di questi critici è di cercare sensi precisi e derivazioni ideologiche nei documenti antichi in cui si esprime vagamente l'allegoria del pericolo e del male, ricca di variazioni nelle saghe di tutti i tempi e anche nella figurazione poetica moderna, da Dante a Calderón, a Goethe, a C. Brentano. La lotta d'un dio o eroe contro un mostro o d. fu un tema comune a tutti i popoli, ove la poesia e l'apocalittica hanno potuto attingere.

Nell'Apocalisse il d. è il simbolo principale, AGNELLO (v.), di cui è il nemico capitale, conducente tutte le lotte, aperte o occulte, contro Lui e i suoi santi (B. Allo, L'Apoc., p. LXX); è identificato (12,9) al «serpente antico» (di Gen. 3, 1-15), diavolo (v.) satana (v.).

Il punto culminante del libro è il cap. 12, in cui appare il d. «Segno grande», una Donna («Ecclesia»: Vittorino di Pettau; «civitas Dei»: s. Agostino; senso secondario: Maria S.ma) ammantata dal sole, con la luna per sgabello, con corona di 12 stelle, sta per par-

torire; ma di contro appare «un altro segno»: un gran d. color di fuoco (cf. Euripide, Iphig. Taur., 1245: αἰνωτὸς βράκων; Plutarco, Is. et Osir., 22: τὸν Τύρωνα ... πυρρόν) con 7 teste (opposte ai «7 spiriti di Dio»: 1, 4; 3, 1; 4, 5; 5, 6) coronate e 10 corna (Dan. 7, 7). È un re: «il capo di questo mondo» (Io. 16, 11, ecc.). Vinto in cielo dall'esercito angelico, il d. è caduto «con i suoi angeli» in terra, ove affronta la Donna per divorarne il neonato (futuro re universale, rapito al trono di Dio); la Donna fuggè, portata dalle «due ali della grande aquila (Dio)», nel deserto per 3 anni e mezzo (finché il d. non sarà debellato alla parousia), mentre i

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(fot. Anderson) DRAGONE - Particolare del S. Giorgio che combatte il d. Opera di Carpaccio (1502-1511) - Venezia, chiesa di S. Giorgio degli Schiavoni.
santi plaudono alla caduta del d. (cf. Lc. 10, 18; Io. 12, 31), il quale fa «guerra ai rimasti del seme della Donna» (Apoc. 12, 1-17). È, in forma più drammatica, «l'ostilità» descritta in Gen. 3, 15 (J. Bover, p. 325 sg.) tra il serpente (il špākav dei vv. 3-9, 13, 16 sg., è detto ἔφις «serpente» nei vv. 9 e 14 sg.) e la Donna, il cui «seme» (già in Gen. 3, 15) è perseguitato da Satana (cf. Esth. 10, 6-8 [LXX, 3 c-8]; due d. si affrontano, e il fiume della persecuzione scompare (Apoc. 12, 15 sg.).

Il d. combatte la Chiesa Anticristo (v.) biforme (Apoc. 13, 1-18); ma è sconfitto: «il d., il serpente antico, che è Diavolo e Satana» è legato per mille anni (20, 2: cf. J. Ph. Vogel, p. 199: il «re dei serpenti» Sesa è appeso la testa in già per mille anni). Cf. Io. 12, 31; Rom. 16, 20; Hebr. 2, 14. Anche in I Pt. 5, 8 il diavolo è un d. che «divora». Il d. qui non ha nulla di comune con il tauniu, meno ancora con Tiāmat come vuole H. Gunkel, che sostiene l'origine babilonese di Apoc. 12; non è un mostro cosmico o mitico, ma è una potenza spirituale malefica, Satana (v.), perpetuo principio del male.

Il d. rimase tra i cristiani metafora frequente del diavolo (Passio s. Perpetuae, 4); nei papiri magici è spesso menzionato (K. Preisendanz, 4, 994: θεῖ ἁγῶν ... κατέγων βράκωνα; cf. II Thess. 2, 6). Ma i naturalisti si preoccupavano di descrivere, oltre il basilico o «regulus» (Plinio, VIII, 21 [33]; s. Isidoro di Sev., Erymel., XII, 4, 6: «rex serpentium»); il d. in natura: s. Isidoro, loc. cit. 4-5, «draco maior cunctorum serpentium, sive omnium animantium super terram»; s. Alberto Magno, De animalibus, XXV: «dracones indici»; cf. Physiologus, IV, 155 sg. Ulisse Aldovrandi raccolse tale «scienza» in Serpentium et draconum historiae libri duo, Bologna 1640.

BIBLI: H. Gunkel, Schöpfung und Chaos in Urzeit und Endzeit. Eine religionsgeschichtliche Untersuchung über Gen. I und Apoc. Ioh. 12, Gottinga 1895 (ristampa 1921), pp. 29-86, 173-398; M.-J. Lagrange, Etudes sur les religions sémitiques, Parigi 1903, pp. 336-38; F. Boll, Aus der Offenbarung Johannis: hellenistische Studien zum Weltbild der Apokalypse, Lipids-Berlino 1914; M. Witzel, Der Drachenhämpfer Ninih (Kreisschriftliche Studien), 2, Fulda 1920; A. Deimel, Der Drachenh. Ninih, in Biblica, 2 (1921), pp. 461-74; id., Der Drachenhampf bei den Babyloniern u. die hl. Schrift, in Orientalia, 5 (1922), pp. 26-42; J. Hehn, Zur Paradieseschlange, in S. Merkle-Pretschrift zu seinem 60. Geburtstag, Düsseldorf 1922, pp. 137-51; J. Bover, El capítulo XII del Apocalypse y el cap. III del Génesis, in Estudios eclesiásticos, 1 (1922), pp. 319-36; E. Ruffini, Il mito babilonese del d. e la S. Scrittura, in Le conferenze al Laterano, IV, Roma 1923, pp. 133-77; L. Gry, Les chapitres 11 et 12 de l'Apo-

calypse, in Revue biblique, 31 (1922), pp. 203-14; B. Allo, A propos d'Apoc. 11 et 12, ibid., pp. XLVIII-LI, 174-99, 307-309; E. Lohmeyer, Das 12. Kapitel der Offenbarung Joh., in Theologische Blätter, 4 (1925), coll. 285-91; F. Hommel, Ethnologie und Geographie des Alten Orients, Monaco 1926, pp. 121, 125, 215-219, 224, 247, 404-07; J. Ph. Vogel, Indian serpent-lore or the nâgos in hindu legend and art, Londra 1926; H. Gressmann, Altorientalische Texte zum Alten Test., Berlino-Lipsia 1926, pp. 138-41; id., Altorientalische Bilder zum A. T., ivi 1927, pp. 106-17; P. Joilon, Le grand dragon, l'ancien serpent (Apoc. 12, 9 et Gen. 3, 14), in Recherches de science rel., 17 (1927), pp. 444-46; C. Rüsch, Mulier, draco et bestia in Apoc. 12, in Virbum Domini, 8 (1928), pp. 271-74; E. Landett, Dragons et génies, Parigi 1928; A. Freundorfer, Die Apokalypse des Apostels Joh. und die hellenistische Kosmologie und Astrologie (Biblische Studien), 23, 11, Friburgo in Br. 1920, pp. 124-146; B. Renz, Der orientalische Schlangendruck, Augusta 1930; W. Foerster, Die Bilder in Offenbarung 12f. und 12f., in Theologische Studien und Kritiken, 104 (1932), pp. 279-310; id., Ἀφύσων (= ἄρθρα, ὄφρα), in G. Kittel, Theol. Wörterbuch zum Neuen Test., II, pp. 384-86; R. Lehmann-Nitsche, Der apokalyptische Drache (Apok. 12), in Zeitschrift für Ethnologie, 63 (1933), pp. 193-230; R. W. Schütz, W. Foersters Erklärung der Bilder in Offenbarung Joh. 12f. u. 12f., in Theol. Studien u. Kritiken, 105 (1933), pp. 456-66 (contro W. Foerster); A. Delatte e C. Josserand, Contribution à l'étude de la démonologie byzantine, in Mélanges J. Bides, I (Annuaire de philologie et d'histoire orientales, 2 [1934, 1]), pp. 207-32; R. Goossens, Les nâgos et le basilic dans le monde gréco-romain, ibid., pp. 415-449; P. Humbert, A propos du « serpent » du mythe de Môt et Abba, in Archiv für Orientforschung, 11 (1936), pp. 235-37; id., Etudes sur le récit du paradis et de la chute dans la Genèse, Neuchâtel 1940, p. 78; E. D. van Buren, The dragon in ancient Mesopotamia, in Orientalia, 15 (1946), pp. 1-14; J. Coppens, La connaissance du bien et du mal et le péché du Paradis, Gembloux-Lovanio 1948, pp. 36, 89-131. Sul d. nei papiri magici e negli scrittori posteriori; H. van Herwerden, Lexicon grecum suppletorium et dialecticum, I, 2ᵃ ed., Leida 1910, p. 403; J. H. Moulton e G. Milligan, The vocabulary of the greek Testament, Londra 1914-29, p. 170; K. Preisendanz, Die griechischen Zauberpapyr, I-II, Lipsia-Berlino 1928-31, passim. Sul d. (= Satana) nel folklore greco medievale e moderno; B. Schmidt, Das Volks leben der Neuerische, Lipsia 1871, p. 190; P. Pradel, Griechische und süditalienische Gebete, Brachsbrungen und Rezepte des Mittelalters, Giessen 1907, p. 86; C. Josserand, Anædota Atheniensia: I. Textes grees relatifs à l'histoire des religions, Liegi 1927, p. 235. Antonino Romeo

ARCHEOLOGIA. - Il draco magnus venerato dai Babilonesi fu fatto scoppiare da Daniele mediante una focaccia (Dan. 14, 22-26). La scena, sconosciuta nella pittura cimiteriale, viene invece rappresentata più volte in sarcofagi cristiani di Roma, d'Italia, delle Gallie e d'Africa. Il profeta, spesso assistito da un angelo, è rappresentato nell'atto di offrire la focaccia al draco il quale ha la forma di serpente, talvolta con una cresta (galeatus) e si erge da terra o si protende da un albero al quale è attorcigliato.

In qualche esempio (Verona e Grozon, Wilpert, Sarcofagi, I, p. 150, 2; tav. 197, 1) si trova anche il tempio e, vicino al profeta, un'ara o accesa o rovesciata, ovvero una fiaccola rovesciata (ibid., 197, 5). Il profeta Daniele prefigura in questa scena Cristo, mentre il draco è il « serpens antiquus qui vocatur diabolus et satanas, qui seducit universum orbem » (Apoc. 12, 9).

BIBL.: Wilpert, Sarcofagi, II, 255-56. Enrico Josi
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“DRAGONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 1117. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/dragone.