AGNELLO

AGNELLO. - Nato dell'ariete e della pecora, a cui simbologia si presenta così immediata allo spirito

no, matt

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Aghello - Croce monogrammatica tra due a. Sarcofago (sec. vi). Ravenna, S. Apollinare in Classe.

no, mattutino e vespertino, detto 'alat ha-tämid (Num. 28, 6. 10. 15. 23 sg. ; Volg. holocauttum iuge o sempiternum) e semplicemente tämid nel Giudaismo posteriore (Dan. 8, 11-13; 11, 31; Mišnāh); tale
utino e vespertino, detto 'olat ha-tamid (Num. 28, 6. 10. 15. 23 sg.; Volg. holocaustum iuge o sempiternum) e semplicemente tamid nel Giudaismo posteriore (Dan. 8, 11-13; 11, 31; Misnäh); tale rito è prescritto in Ex. 29, 38-42 e Num. 28, 3-4. 6.8. Come in questi passi, kebbés è spesso accompagnato dalla qualifica ben-sanah («figlio») di un anno: cioè di oltre 7 giorni (Ex. 22, 30; Lev. 22, 27) e di non più di un anno. L'a. doveva essere inoltre, per l'olocausto, tamid « perfetto » o senza difetto (Settanta aumooç, Volg. immaculatus): Lev. 1, 3; 3, 6; Num. 28-29: 15 volte; cf. Lev. 4, 3-32; 5, 15. 18). Questo appellativo tamid (« immacolato »: cf. I Pt. 1, 19) si trova anche a Ugari (ntum tm; Syria 10 [1929], tav. 61, n. 1).

La legge precisa il rito dell'a. offerto in sacrificio « pacifico » (Lev. 3, 7-11) e « per il peccato » (Lev. 4, 32 [kebbés: Volg. de pecoribus]). 35). In tutte le feste e sacrificio (v.) la Legge mosaica prescriveva l'immolazione di agnelli (cf. Gen. 4, 3-4; Num. 6, 12; I Sam. 7, 9; I Reg. 8, 63, ove è usato il termine generico sön: 120.000; ecc.). Nel tamid del sabato, gli agnelli erano 2 la mattina e 2 la sera (Num. 28, 9 sg.). Altri olocausti d'a. « perfetti » erano prescritti: 7 nelle neomenie, 7 oltre il tamid in ogni giorno del settenario pasquale (Num. 28, 11. 19-24); 7 nel capodanno (Num. 29, 2-4), 9 in tutto a Pentecoste (Lev. 23, 18 sg.; Num. 28, 27), 7 oltre il tamid nel giorno dell'Espiazione (Num. 29, 8-11); nei Tabernacoli il numero giornaliero saliva a 14, ma solo 7 l'ottavo giorno (Num. 29, 13-36). Altri sacrifici di a. erano ingiunti alla puerpera purificata (Lev. 12, 6-8) e al guarito di lebbra (Lev. 14, 10-24: due a. e un'agnella). Ogni anno il culto ufficiale obbligatorio, a nome della nazione, richiedeva l'immolazione di 1093 a. (o capretti), oltre quelli offerti nei sacrifici privati. I più preferivano l'a., più pregato e più espressivo, ma in molti sacrifici vi si poteva sostituire il capretto, non più bianco. Così per l'a. pasquale (cf. II Par. 35, 7): « Il vostro a. (seh) dev'essere perfetto (tamid)... prendetelo dagli a. (kebbásim) o dalle capre » (Ex. 12, 5, la Volgata iuxta quem ritum tolletis et haedum è inesatta; cf. Deut. 14, 4). L'A. pasquale (v. Pasqua), ordinato da Dio nell'esodo dall'Egitto (Ex. 12, 2-11; Num. 9, 2-14; Deut. 16, 1-7) preservò col suo sangue, di cui furono spalmate (« in segno ») le porte (Ex. 12, 7. 13. 22 sg.; tutta la casa era così consacrata come un altare), le famiglie d'Israele dallo sterminio dei primogeniti. Maschio e perfetto (tamid, V. 5; come per gli olocausti: Lev. 1, 3), si immolava dal padre di famiglia (più tardi dai leviti Esd. 6, 20; II Par. 30, 17; 35, 6) nell'atrio del santuario il 14 del 10 mese (nisän) a sera, e il sangue ne era versato (dopo l'erezione del santuario) ai piedi dell'altare. Poi lo si consumava arrostito (disteso su due legni che formavano una croce, senza spezzarne le ossa Ex. 12, 46; Num. 9, 12; cf. Io. 19,

36), in gruppi di dieci a venti, e nulla doveva rimanere (i resti erano bruciati).

Flavio Giuseppe narra (Bell. Jud., VI, 9, 4) che, prima della distruzione del secondo Tempio, furono immolati in una Pasqua 256.500 a.; ma già W. M. De Wette rilevava l'esagerazione di tale cifra (Lehrb. der hebr.-jud. Archäologie, 1814; 4a ed. 1864, § 218). Il Talmud bab. (Pesahim 6b) giunge a numerare (per la stessa epoca) 1.200.000.

L'a. pasquale era un vero sacrificio: è detto zébah (Settanta 8vota; Ex. 12, 27; 23, 18; 34, 25) o qorbân (Num. 9, 7, 13) con il verbo hiqrib, termini tecnici per esprimere i sacrifici. Il carattere sacrificale risulta anche dall'espressione pésah lè-fahvekh «pasqua sacra a J.» (Ex. 12, 11, 48; Lev. 23, 5; Num. 9, 10, 14; Deut. 16, 1 sg.; II Par. 30, 1, 5; ecc.), e dal rito del sangue versato dal sacerdote ai piedi dell'altare degli olocausti (Lev. 17, 3-6; II Par. 30, 16; 35, 11). Perciò Filone (Vita Mos. 3) e Flavio Giuseppe (Antiq. Jud. II, 14, 6; 11, 4, 8; Bell. Jud. VI, 9, 3) chiamano l'a. pasquale 8vqa e 8vota (cf. 8vota in Mc. 14, 12; Lc. 22, 7; I Cor. 5, 7). sacrificio (v.) ad una delle categorie comuni della Legge mosaica; era insieme espiatorio e «pacífico» (F. X. Kortleitner, Archaol. Biblica, Innsbruck 1917, pp. 264-66).

Perché sacrificio, l'a. pasquale doveva essere ucciso a Gerusalemme, e il rito è cessato nel giudaismo con la distruzione del Tempio. Oggi il padre di famiglia al posto dell'a. dà l'afqómen (v.), che alza dicendo, prima di distribuire: Zéker lqorbân pésah («ricordo per il sacrificio pasquale»).

Una creatura così familiare fornì varie immagini agli scrittori biblici. Lo sgambettare degli a. in primavera figura il tripudio d'Israele liberato dall'Egitto (Sap. 19, 9) cui s'associa la natura inanimata (Ps. 113 [114], 4, 6; cf. Mal. 4, 2 [ebr. 3, 20]; i vitelli).

Timido e innocente, dal manto ordinariamente bianco, «senza difetto» (támim) come lo esige il rituale, l'a. è nella Bibbia, come nelle altre letterature, simbolo d'innocenza e di mitezza, in opposizione all'astuzia e alla violenza. È l'opposto del lupo (Eccli. 13, 21 [ebr. 17a]; cf. Mt. 10, 16; cf. Orazio, Epod. IV, 1; Fedro, ecc.). La cessazione di quest'opposizione istintiva caratterizzava l'eco messianico (Is. 11, 6; cf. 65, 25). Debole, inesperto e bisognoso di guida e protezione (cf. l'apologo di Nathan II Sam. 12, 3-4), l'a. esige come correlativo il pastore (cf. Dante, Par. IX, 131 sg.; X, 94; XXIX, 106). Il Messia sarà pastore sollecito degli uomini, gregge senza guida (cf. Mt. 9, 36; Mc. 6, 34; I Pt. 2, 25; Num. 27, 17), sarà il Buon Pastore (Io. 10, 2-16; cf. Lc. 15, 4-6; Mt. 12, 12; 18, 11 sg.) che affida a Pietro i suoi agnelli (Io. 21, 15; τα ἀρνά μου).

Il giusto, semplice e retto, che non sospetta le insidie e i tradimenti, perseguitato da furbi nemici, è «come un a. (kébhes) inoffensivo trascinato al macello» (Jer. 11, 19). L'immagine caratterizza il «servo di Jahweh» dolosamente e pazientissimo «a. (seh) condotto al macello e silenzioso» (Is. 53, 7).

Negli apocrifi giudaici perdura l'allegoria biblica degli a. (= i fedeli) sotto il Pastore (= Dio): Henoch 83-90; Ps. Salom. 8, 14 sg. Ma sembra dovuto ad influsso cristiano l'A.-Redentore nei Testamenta XII Patriarch.: «Da Giuda e Levi sorgerà per voi l'a. di Dio (δὰ ἀμνὸς τοῦ Θεοῦ) che salva le nazioni con la grazia» (Test. Ioseph 19).

Nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista addita Gesù come Agnello di Dio (δὰ ἀμνὸς τοῦ Θεοῦ) per indicare, oltre la sua innocenza e mitezza, la sua qualità di vittima espiatoria «che toglie il peccato del mondo» (Io. 1, 29, 36; per il peccato, connesso con la morte, cf. Num. 9, 13b). L'articolo che precede il titolo di A., il modo preciso (ἔξι «ecco») col quale il Battista applica tale appellativo a Gesù, dimostra che egli impiega una figura largamente nota come riferentesi al Messia. Il Battista dà valore messianico e soterologico alla formola (cf. Io. 1, 30-34), che allude al duplice a. quotidianamente sacrificato nel Tempio, e specialmente all'a. pasquale la cui immolazione doveva avvenire di lì a poco (Io. 2, 13), e al sacrificio espiatorio del «servo di Jahweh» (Is. 53, 7; cf. Act. 8, 32). L'Evangelista dà sommo rilievo al rito pasquale di Gesù (Io. 13, 1-3; 31-33; cf. 18, 28) per poi sottolineare il realizzarsi in lui del tipo dell'a. pasquale (Io. 19, 33-36). La figura, esprimente la purificazione morale dal peccato mediante l'immolazione, applicata a Gesù come appellativo caratteristico, poggia sul simbolismo naturale (fontano sulle qualità dell'anima) ed insieme positivo (derivante dal Vecchio Testamento che collega l'idea d'olocausto con l'a., di liberazione e salvezza con l'a. pasquale).

L'Evangelista Giovanni ci tramandò il suggestivo titolo del Salvatore che apprese «in dall'inizio» al momento della sua vocazione (Io. 1, 36; cf. I Io. 1, 1; 2, 24) e ne fece il fulcro scenico dell'Apocalisse, ove il simbolo vivente dell'A. (= Gesù) ricorre 128 volte (sempre τὸ ἀρνάμων). Si è opinato (C. F. Burney, seguito in parte da I. Rohr, Der Hebräerbrief u. die geh. Offenbarung des hl. Joh., 4a ed., Bonn 1932, p. 92) che τὸ ἀρνάμων risponda all'armatico ταλβὸ equivocante tra il senso di «giovane» e di «agnello». Ma Giovanni «vede» Gesù come A. La figura domina tutta l'Apocalisse da 5, 6 («A. ... come sgozzato») in poi. L'A. immolato e vincitore è il raccordo tra i due sommi eventi salvifici: la Redenzione compiuta e il Giudizio finale; l'A. porta seco la prima ed esercita il secondo. All'A. guardano cielo e terra: troneggia in cielo (5, 6; 7, 17; 21, 1, 3) e sul monte (14, 1), è tempio e luminare del cielo (21, 22, 24) e i santi, salvati dal suo sangue (7, 14; 12, 11), partecipano al banchetto delle sue nozze (19, 7; 9; 21, 9). Semplice e mite, l'A. lotta e trionfa contro la Bestia astuta e potente (l'Anticristo è un anti-a.: 13, 11) e vince coi suoi santi (12, 11; 17, 14), anch'essi immacolati (ἀμνῶν: 14, 5).

I Sinottici tacciono il simbolo A. = Gesù, che ritorna solo in I Pt. 1, 19 («Cristo A. immacolato [ἀμνῶν] e incontaminato ci ha redenti col suo sangue prezioso»). S. Paolo (I Cor. 5, 7) vede Gesù figurato nell'a. pasquale. Questo senso tipico dell'a. pasquale è poi affermato da tutta la tradizione: s. Giustino (C. Tryph. 40,

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(fea. Sansoini)
Agnello - Agnus Dei - argenteo a sbalzo dell'acheropita (sec. xv) - Roma, Sancta Sanctarum.

111 [cita

AGNELLO - Cristo Buon Pastore con duplice rappresentazione degli Apostoli, di cui una in forma di a. Sarcofago (sec. IV) - Museo Lateranense.

Is. 53, 7]: PG 6, 561. 732), Tertulliano (Adv. Marciani, 4, 40 [cita Is. 53, 7]; 5, 7: PL 2, 490 sg. e 518), Origen (Hom. 2 in Lev.; Hom. 23 in Num.; Hom. 12 in Ier.; In Io. tom. 10, 11-13; PG 12, 421. 752; 13, 396; 14, 328-430; Tract. de libris SS. Scripturarum, ed. P. Batiffol, Parigi 1900, pp. 96-103), s. Cipriano (Ad Demetrianum 22: PL 4, 580), e Lattanzio, s. Girolamo, s. Ambrogio, s. Agostino, s. Gregorio Naz., s. Cirillo Aless., s. Leone M., s. Gregorio M., s. Tommaso (Sum. Theol. 1^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^1^1^1^1^1^1^1^1^1^1^1^1^1^1^1^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2^2), q. 73, a. 6: la più espressiva figura dell'Eucaristia nel Vecchio Testamento).

Tra i cattolici M.-F. Lagrange, seguito da F. Ceuppens, nega che l'appellativo «a. di Dio» implichi, in bocca di Battista, la morte espiratrice, perché tale concetto sarebbe stato ignoto a lui e ai suoi uditori. Ma la generalità degli eseguiti credenti (fra i recenti F. S. Porporato e A. Médébielle) rivendica tale significato, chiaramente avvertito da tutta la tradizione cattolica.

I Padri generalmente accostano ed unificano espressamente il tipo dell'a. pasquale, «l'a. di Dio che toglie il peccato del mondo» e l'oracolo di Is. 53, 7 (Origene, In Io. tom. 10, 13: PG 14, 336). E dipingono Gesù come «A. di Dio» cioè Vittima purissima e mansueta che s'imola per salvare gli uomini peccatori: Origene (In Io. tom. 6, 32-35: PG 14, 289-93), Eusebio (Demonstr. Evang., 10: PG 22, 717), s. Agostino (In Io. tr. 4, 10-11; tr. 7, 5-6 [«sanguine agni victus est leo»]; tr. 120, 3: PL 35, 1410. 1439 sg. 1953), s. Giov. Crisostomo (In Io. hom. 17, 1: PG 59, 109), s. Cirillo Aless. (In Io. 2: PG 73, 192). Dante (cf. Par. XVII, 33) applica il titolo «A. di Dio» all'Imperatore (Epist. VII, a Enrico VII) ch'egli invoca come «Redentore».

La speculazione teologica ha dedotto dal simbolo notevoli conclusioni per il dogma della Redenzione. Qualche acattolico esagera anche, come S. N. Bulgakov (L'Agneau de Dieu. Sur l'humanité divine, Parigi 1933).

L'arte figurativa cristiana presenta Gesù come A., ispirandosi principalmente ad Apoc. 5, 6-14 e 7, 9-17.

La liturgia cattolica, specialmente nel tempo pasquale, ha frequenti allusioni all'a. pasquale. L'appellativo «a. di Dio» è fin dai primi secoli riferito a Gesù nel linguaggio liturgico per significare la vittima immacolata per la redenzione del mondo. Così nella Messa di rito romano, nel Gloria e dopo la frazione dell'ostia, e quando il sacerdote prima della Comunione, mostra nell'ostia ai fedeli il Signore. Così nelle liturgie di s. Giovanni Crisostomo, dopo il lavabo, mentre il sacerdote infigge la lancia nella parte destra del sigillo e quando fa il segno di croce sul pane; quando taglia il pane in quattro parti, dopo l'adorazione (cf. Liturgia s. Joh. Chris., Venezia 1687, p. 433). Nella liturgia di s. Marco, l'appellativo ricorre alla terza orazione del bacio di pace e nell'adorazione all'inchino del capo (Missale Alex. s. Marci, ediz. di Gius. L. Assemani, Roma 1754, pp. 53, 71).

Bibl.: F. Meinecke, Symbol des apokalyptischen Christus-Lamm, Strasburgo 1908; F. M. Blanc, L'Agneau de Dieu, Roma 1913; M.-J. Lagrange, E

v. selon st

Jean, Parigi 1925, pp. 40-41; L. Pirot, Agneau pascal, in DBs, I, coll. 153-59; F. S. Porporato, Ecc. Agnus Dei (Io. 1, 29), in Verbum Dom., 10 (1930), pp. 329-37; P. Federkiewicz, «Ecc. Agnus Dei», ibid., 12 (1932), pp. 41-47, 83-84.

S. 117-20, 156-60, 168-71; F. Sole, Gesù - A. di Dio nel pensiero di Giov. Batt., in Scuola Catt., 60 (1932, 1), pp. 359-70; id., Gesù A. di Dio nell'interpretazione della liturgia e dell'arte cristiana, ibid., 60 (1932, 11), pp. 353-64; J. Schildknecht, Ecc. Agnus Dei, in Benediktin, Monatschrift, 14 (1932), pp. 120-30; A. Medebielle, in DBs, III, coll. 205 sg.; J. Jeremias, 'Αμνός τοῦ Θεοῦ-παρθέντος in Zeits. f. d. neuestem. Viss., 39 (1935), pp. 115-23; E. Barnekol, Kempt Paulus Christus als Passalhamm? Der Urtext vom I Kor. 5, 7 ohne die nachpaulimusche Passahdenung in Theol. Jahrbuch, 7 (1939), pp. 65-68; F. Ceuppens, Theologia biblica, III: De Incarnatione, Roma 1939, p. 12; P. Jouan, L'Agneau de Dieu, in Nouvelle Revue Théol., 67 (1940), pp. 318-21; P. Samain, L'Agneau de Dieu qui ôte les péchés du monde, in Rev. Dioc. Tournai, 1 (1946), pp. 165-70; E. E. May, Ecc. Agnus Dei: I. philological and exegetical approach to John 1, 29,36, Washington 1947.

Antonino Romeo

2. Archeologia cristiana

L'a. è ricordato spesso, con la pecora, da Gesù Cristo nel vangelo, a indicare figuratamente il gregge del buon pastore, cioè i suoi fedeli; dove è difficile voler mantenere la distinzione di pecore in significato di apostoli e vescovi, da a. in significato di semplici fedeli. Tale è pure il senso delle pecore e degli a. che l'arte paleocristiana fin dalla fine del sec. II pone accanto al mistico pastore, a rappresentare sia la Chiesa militante sia quella trionfante.

Ma più squisita e feconda fu la simbologia dell'a. applicata a Cristo, già nel Vecchio Testamento figurato nell'a. pasquale e da Isaia descritto espressamente come tale, specialmente nella trasfigurazione apocalittica dell'agnus stans tamquam occisus davanti al trono di Dio, qui occisus est et redemit nos Deo in sanguine suo (Apoc. 5). Questa concezione trovò grande uso nell'arte cristiana dal IV sec. in poi, sia nella scultura cimiteriale dei sarcofagi, sia nelle più solenni composizioni bibliche in musica o pittura. In questa stessa arte gli a. (dodici generalmente) che muovono verso Gesù significano gli apostoli o anche i fedeli tutti. Singolare il Giunio Basso (v.), ove sugli estradosì degli archi della zona inferiore l'artefice ha scolpito sei composizioni bibliche in cui tanto Gesù quanto gli altri attori sono rappresentati da a. Il Concilio Trullano del 692 raccomandò di sostituire la rappresentazione di Gesù stesso a quella dell'a. nimbato o crociato sul monte o sul trono; ma non trovò ascolto, almeno in Occidente. Finalmente non è da dimenticare che talora sulle lapidi funebri l'a. è una semplice allusione al nome del defunto (ad es. di una Probata, essendo l'a. detto in greco πρόβατον), o all'età tenera e innocente di esso. Per l'a. pasquale

V. PASQUA

Vedi Tav. XXXII.

Bibl.: Cf. gli articoli agneau e Lamm nei dizionari di archeologia cristiana del Martigny, del Kraus e del Cabrol; F. Gerke, Der Ursprung der Lämmerallergien in der altchristlichen Plastik, in Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft, 33 (1934), p. 160; F. van der Meer, Maiestas Domini. Theophanies de l'Apocalypse dans l'art chrétien, Roma 1938; A. Ferrara, in La Civiltà Cattolica, (1938, 11), p. 445-55.

Antonio Ferrara