PASQUA

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PASQUA. - Festa maggiore degli Israeliti e dei cristiani. Fu istituita da Mosè per commemorare l'esodo d'Israele dall'oppressione egizia; presso i cristiani designò la solennità commemorativa della Passione e Risurrezione di Gesù.

I. LA P. EBRAICA. -

I. Istituzione, prescrizioni legali

La parola P. è il greco πάσχει dei Settanta, dall'ebraico

(Pesàhim, VIII, 1). In questo caso si invitavano anche amici e vicini, per potere consumare l'agnello: ai tempi di Flavio Giuseppe i commensali dovevano essere più di 10 e non oltre 20 (Bell. Ind., VI, 9, 3). I pellegrini formavano una famiglia, come nel caso di Gesù e degli Apostoli (Mt. 26, 17-19), e veniva loro offerto un ambiente da persone consentiti. Solo i circoncisi potevano prendere parte al banchetto pasquale (Ex. 12, 43-49). Quelli che fossero impediti da impurità legale dovevano celebrare la P. il mese seguente (Num. 19, 10-12). Dell'agnello pasquale non doveva avanzare niente per il giorno seguente: ogni avanzo doveva essere bruciato (Ex. 12, 10). Non si doveva romperne neppure un osso (ibid. 12, 46; Num. 9, 12). Durante il banchetto il padre di famiglia doveva spiegare ai suoi il senso della festa (Ex. 12, 26-27; cf. 13, 8, e Pesàhim, X, 4-5).

2. La cena pasquale

Alcune particolarità della celebrazione pasquale appaiono anche dal racconto della cena celebrata da Gesù nell'ultima sua P. e dalla descrizione della cena negli scritti talmudici.

Dopo la lavanda delle mani (o prima, secondo altre scuole rabbiniche) si mesceva un bicchiere di vino misto con acqua. Del primo bicchiere sembrano doversi intendere le parole riportate da Lc. 22, 17: "prendetelo e dividetelo tra voi." Dopo l'influsione dell'acqua nel vino, seguiva la benedizione del vino e poi della festa, secondo la scuola di Hillel; invece, secondo la scuola di Sammaj, prima della festa poi del vino: forse è indicata questa benedizione nella parola di Lc. 22, 17: "res grazie." Dopo la benedizione il calice passava e tutti ne bevevano (ordinariamente però ciascuno aveva il proprio bicchiere: F. Nötscher, p. 357, nota 1).

Si portava poi sulla tavola l'agnello pasquale. Prima di questo pare che nell'ultima cena di Gesù debba collocarsi la disputa tra gli Apostoli, originata dal posto che occupavano sui letti disposti a forma di triclinio attorno a Gesù (non si mangiava più la cena pasquale in abito e atteggiamento di pellegrini; tutti, anche i più poveri, avevano il diritto di stare a giocare, come i signori). L'altro fatto che ebbe luogo prima della cena legale fu la lavanda dei piedi, per sostituire forse la purificazione delle mani solita a farsi da principio.

Dopo il primo bicchiere si portavano in tavola i cibi pasquali: i pani azzimi, le erbe amare (lattughe, ramolacci e simili), l'agnello arrostito, l'acqua salata, hârôseth (v.), densa marmellata di datteri, fichi e altri frutti bolliti con aceto. Il padre di famiglia, lavatesi di nuovo le mani, prendeva un poco di erbe amare, le intingevano nel hârôseth e, ringraziando per i frutti della terra, le mangiava. Invitati da lui i commensali facevano altrettanto. Poi uno (il più giovane, un fanciullo) interrogava il padre sul senso della festa, e il padre ne spiegava allora il simbolismo (cf. Ex. 12, 26-27). Seguiva Hallel (v.): si cantavano i salmi 113-114 (112-113, 1-8): era il ringraziamento per la liberazione dall'Egitto, poco prima rievocata. Si beveva allora il secondo bicchiere e aveva principio il vero pranzo. Di nuovo tutti si lavavano le mani, e il padre di famiglia, spezzati i pani azzimi e postevi sopra delle erbe amare, li porgeva ai commensali, dopo pronunziata sul pane e sulle erbe una benedizione. Tutti allora mangiavano dei pani e delle erbe, e solo dopo questo delle altre vittime festive (dette hâghâhâh, dal verbo hâghâhâh = celebrare una festa) e dell'agnello pasquale: questo si doveva mangiare tutto, come era prescritto in Ex. 12, 9-10. Si svolgeva allora un allegro convito. Benché non sia detto espressamente, è molto verosimile che Gesù si sia attenuto al cerimoniale d'uso. Dei colloqui avvenuti durante la cena, non è rimasto che l'annunzio del traditore, che uscì dalla sala durante la cena legale. S. Giovanni nota che l'occasione ne fu il pezzetto di pane intinto nel hârôseth e datogli da Gesù (Io. 13, 30). Ai ritmi della cena legale Gesù aggiunse i riti con cui istituì l'Eucaristia. Non appare in qual punto preciso abbia consacrato il pane. Della consacrazione del calice è detto espressamente che fu dopo la cena (Lc. 22, 30; I Cor. 11, 25). Forse la consacrazione del pane sostituì l'ultimo boccone dell'agnello pasquale, con cui finiva il banchetto; allora precedette immediatamente la consa-

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crazione del calice. Questa coincise, pare, con il terzo bicchiere, che, finita la cena e lavate le mani, si mesceva, unendovi la preghiera di ringraziamento dopo il cibo: esso veniva perciò detto «calice della benedizione» (chiamandolo così s. Paolo conferma l'ipotesi che il calice consacrato fosse il terzo: I Cor. 10, 16). Gesù aggiunse alla consacrazione del calice le parole: «Io non berrò più d'ora innanzi di questo frutto della vite, fino a quel giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel Regno del Padre mio» (Mt. 26, 29). Dal che pare che in quella cena non si sia versato il quarto bicchiere, come si faceva d'ordinario. Versato il quarto bicchiere si recitava la seconda parte del Hallé, cioè i salmi 115-118 (113, 9-117). Questo fu fatto anche da Gesù e dai suoi («detto il cantico»: Mt. 26, 30). Finito il Hallé si beveva il quarto bicchiere. Così i quattro bicchieri (che tutti insieme non dovevano essere più di mezzo litro, e forse anche meno) segnavano i quattro punti salienti del convito pasquale: la prima benedizione, la spiegazione del senso della festa, il ringraziamento dopo il pranzo e la lode finale.

Il vino usato era rosso; il vino bianco non era stimato. Il banchetto non doveva prolungarsi oltre la mezzanotte, in ossequio alla legge che al mattino non doveva rimanere nulla della vittima pasquale (Ex. 34, 25).

3. La festa degli assimi e l'offerta del primo manipolo. Alla festa di P. era strettamente unita la festa degli assimi, che incominciava il 15 nisán: «sette giorni mangerete assimi; fin dal primo giorno togliere il lievito dalle case vostre, poiché chiunque dal primo al settimo di mangerà alcunché di fermentato sarà reciso da Israele» (Ex. 12, 15; 16-20; Lev. 23, 4-8). Si incominciava a mangiare gli assimi al banchetto dell'agnello (ibid. 8). Nel primo e nel settimo giorno erano tenute sacre adunanze ed era vietato il lavoro (ibid. 16; Lev. 23, 7-8). Ogni giorno venivano offerte vittime, specificate in Num. 28, 19-22.

Riguardo all'offerta del primo manipolo che si doveva fare nel Tempio dopo la P., «il secondo giorno del sabato» o «nel giorno dopo il sabato» (Lev. 23, 11), c'era differenza di opinione tra i farisei e i sudducci. I farisei videro senz'altro in quel «sabato» la solennità del 15 nisán e offrirono il manipolo il 16 nisán, in qualsiasi giorno della settimana esso cadesse. I sudducci, con più ragione, intesero quel «sabato» per un vero sabato e offrirono il manipolo sempre nel giorno successivo, in qualunque giorno del mese esso capitasse. Tale prassi fu soppiantata da quella dei farisei. Ma questo portò i boetosiani a procurare fraudolentemente che il 16 nisán cadesse nel primo giorno della settimana. Il manipolo era della prima mietitura, cioè di quella dell'orzo, che in Palestina, sul litorale e nella pianura lungo il Giordano suole essere in apr. L'offerta significava la consacrazione della mietitura a Dio. Pentecoste (v.) si offriranno i frutti della mietitura già finita, cioè i due pani.

4. Carattere sacrificale; la P. nel Nuovo Testamento. «L'immolazione dell'agnello pasquale oltre che commemorativo aveva anche carattere sacrificale: «E se avviene che i vostri figli vi dicano: Che rito è questo vostro?», voi direte: È sacrificio di P. per il Signore» (Ex. 12, 26 sg.).

In questo passo, come anche ibid. 34, 25 (cf. 23, 18), si adopera la parola zebhâh che indica un vero sacrificio. Anche in Num. 9, 7-13 si parla di una offerta di sacrificio: si usa la parola qorbân e il verbo qârabh nella forma hiph'îl (hiqribh). Sap. 18, 9, alludendo all'agnello pasquale, dice che «in segreto facevano sacrificio i pii figli dei buoni». Lo scannare la vittima toccava ai padri di famiglia (Ex. 12, 3-6); solo quando essi non erano puri i leviti li sostituivano in ciò (II Par. 30, 17) (cf. anche per l'obblizione di altre vittime, in cui lo soggiornare era atto non riservato ai sacerdoti, Ex. 29, 22). Ma l'atto propriamente sacrificale, cioè lo spargere il sangue della vittima intorno all'altare, era riservato ai sacerdoti (II Par. 29, 22; Lev. 1, 11; 3, 2-8). Ora per l'agnello pasquale nella celebrazione della P. sotto Ezechia i sacerdoti «spargavano il sangue ricevendolo dalla mano dei leviti» (II Par. 30, 16). Lo stesso avvenne nella celebrazione della P. sotto Iosia (ibid. 35, 11). C'è ragione di credere che questo fosse il rito ordinario: così viene descritto nella Misnâh.

Sul carattere sacrificale dell'immolazione dell'agnello pasquale si agnello (v.), rilevata da s. Paolo (I Cor. 5, 7). Nel sacrificio della Croce, che non fu seguito dallo spezzamento delle gambe, s. Giovanni vide adempiuto quello che era stato prescritto (Ex. 12, 46): «Né esso alcuno ne romperete» (Io. 19, 36).

Oltre il simbolismo dell'agnello è stato rilevato spesso un altro aspetto figurativo della P., cioè l'Esodo degli Ebrei come figura dell'esodo cristiano, cioè della liberazione dal peccato (cf. La vie spirituelle, marzo 1951, tutta dedicata a Pâques, Exode des Chrétiens).

Nel Nuovo Testamento, nâqya significa per lo più la festa pasquale ebraica: Mt. 26, 2 e paralleli (cf. 14, 1; Lc. 22, 1; cf. Lc. 2, 41; Io. 2, 13, 23; 6, 4; 11, 55; 12, 1; 18, 39; 19, 14; Act. 12, 4; Hebr. 11, 28). Ha però talvolta senso di cena pasquale, come in Mt. 26, 18 sg.; Mc. 14, 16; Lc. 22, 8, 9, 13. Con il senso di cena pasquale, o meglio di agnello pasquale, si trova nell'espressione: «Mangiare la P.» (Mt. 26, 17; Mc. 14, 12-14; Lc. 22, 11, 15; Io. 18, 28). Esclusivo è il senso di agnello pasquale nell'espressione «immolare la P.»; così Mc. 14, 12: «Nel primo giorno degli azzimi, giorno in cui immolavano la P.» (cf. Lc. 22, 7) e nel testo di s. Paolo sul Cristo-agnello (I Cor. 5, 7).

Nella vita di Gesù si trova menzionata la festa di P.; una volta nella sua vita di Nazareth (i suoi parenti andavano a Gerusalemme ogni anno per la festa di P.: Lc. 2, 41); tre volte da s. Giovanni nella sua vita pubblica: Io. 2, 13 è la prima P.; ibid. 6, 4 è la seconda P. (rimane incerto se la «festa» di 5, 1 sia la P., anche se fosse certo criticamente l'articolo); finalmente è menzionata la terza e ultima P. ibid. 11, 55; 12, 1. Il significato dell'ultima P. è stato la liberazione dalla schiavitù del peccato per mezzo del sangue dell'agnello, che ha sostituito per sempre e abolito il rito della P. giudaica. I cristiani celebravano la nuova P. nel giorno della Risurrezione del Cristo, con la quale fu compiuto il mistero della loro Redenzione, ossia del loro acquisto da parte di Dio come suo popolo, come già il popolo nella liberazione dall'Egitto veniva come fatto suo da Dio (cf. Ex. 19, 5).

Bibl.: F. X. Kortleiner, Archaeologia Biblica summarium, Innsbruck 1906, pp. 92-97; H. Lesètre, Pâque, in DB, V. coll. 2094-2106; M. Hagen, Pascha, in Lexicon Biblicum, III, pp. 514-19; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, Torino 1914, pp. 243-51; L. Pirot, Agneau pascal, in DBs. I (1928), coll. 153-59; F. Nötscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940, pp. 355-58.

II. La P. CRISTIANA. -

3. Significato

La P., commemorazione della Risurrezione di Gesù Cristo, è la più antica e solenne festa dei cristiani, principio e centro dell'anno ecclesiastico, una festa di data molto belle, celebrata nella prima domenica dopo il plenilunio dell'equinozio primaverile, cioè non prima del 22 marzo, e non più tardi del 25 apr. Questa data decide l'anno ecclesiastico: l'inizio della Settaguesima e della Quaresima, le altre feste mobili (Ascensione, Pentecoste, ecc.), il numero delle domeniche dopo l'Epifania e dopo Pentecoste; anticamente e nel medioevo questo calendario si notava in una pergamena affissa al cero pasquale.

4. Origine della P

La P. cristiana ha le sue radici nella tradizione apostolica; non perpetua la festa ebraica, ma la compie con il suo contenuto puramente cristiano.

PASQUA - Risurrezione di Cristo. Maestro di Vysši Brod (Hohenfurt), ca. 1350. Praga, Galleria nazionale.

della Redenzione operata da Cristo con la morte e Risurrezione. Della solennità pasquale nel tempo apostolico non si hanno notizie certe. Le prime testimonianze sicure provengono dalla famosa «questione pasquale» (secc. II e III), quando non si trattava d'introduzione della P., ma soltanto del tempo della celebrazione. La festa stessa era universale in tutta la Chiesa; questo fatto suppone una tradizione antichissima e apostolica, che si manifesta nella interpretazione autentica e classica della trasformazione cristiana dell'antica festa ebraica, data da S. Paolo (I Cor. 5, 7). La P. ebraica e quella cristiana stanno in parallela connessione riguardo alla data e alla tipologia.

3. Il significato del mistero in Oriente e in Occidente. Del mistero celebrato nella P. si distinguono due momenti differenti, quello teorico-teologico dei primi tre secoli cristiani e quello più storico-reale dal sec. IV. Il primo, quello teorico-teologico, celebrava la redenzione operata da Cristo con la Passione, morte e Risurrezione; la Passione e la morte nella tristezza e nel lutto del digiuno, la Risurrezione nella gloria della celebrazione eucaristica. Nella vigilia notturna della prima luce del giorno si compiva il «Transito» (la P.), cioè finiva il digiuno e si celebrava l'Eucaristia. La Chiesa asiatica celebrava questo «transito», la P., la sera del 14 nisán, in qualunque giorno occorresse, come gli Ebrei, opponendo così il compimento cristiano al tipo ebraico e accentuando più la morte del Signore come transito alla Risurrezione, cioè celebrando assieme con la morte anche il mistero della Risurrezione di Cristo in una comune solennità. La Chiesa occidentale invece celebrava la Passione e la morte del Signore, anch'essa nel lutto del digiuno, ma finiva il digiuno alla domenica, il giorno del Kyrios (del Signore elevato in gloria), per celebrare la P., dando più forte accento alla Risurrezione di Cristo. Sin dal sec. IV si dette ai singoli giorni della Settimana Santa il nome corrispondente al corso degli avvenimenti storici secondo l'uso della Chiesa di Gerusalemme, descritto da Eteria nel suo itinerario: al giovedì si commemorava l'Eucaristia, al venerdì la Passione. La P. si celebrava nella notte seguente al sabato aliturgico; era l'unico sabato dell'anno nel quale in Oriente si digiunava. La domenica seguente divenne la solennità della Risurrezione.

Dai primi Padri si dava il nome di P. soltanto al giorno della Passione e morte del Signore e il digiuno precedente si chiamava «pasquale», derivando dal greco πάσχειν = patire. S. Cipriano cominciò però a chiamare P. anche il giorno della Risurrezione, nome che è poi rimasto alla festa della Risurrezione. Da questa festa la parola P. divenne sinonimo di festa e solennità maggiore (p. es., P. Epiphaniae, P. Pentecostes, nella Spagna P. floridum la Domenica delle Palme), e anche P. di un santo. Perciò si dice P. magnum o P. Resurrexitio per distinguerla dalle altre feste pasquali. I Greci parlano anche oggi del Venerdì Santo come della P. della Crocifissione (πάσχα σταυρώσου) e dalla domenica seguente come della P. della Risurrezione (πάσχα ἀνστάσμου).

Particolarità della P. era la veglia, «Madre di tutte le veglie cristiane» (s. Agostino, Sermo. 219: PL 5, 1088). La notte pasquale era santissima e solennissima; le chiese e le case erano illuminate, per ordine dell'imperatore Costantino (Eusebio, Vita Constant., IV, 22, 2), anche le strade. Era una «pannuchia», tutta la notte, già al tempo di Tertulliano, si passava in letture sacre e preghiere. In quella notte santa i neofiti ricevevano il Battesimo e la Cresima, assistevano per la prima volta con i fedeli alla celebrazione dell'Eucaristia; si benedicevano i sacri oli (Ippolito, Traditio Apostolica, 21, ed. B. Botte, Parigi 1946, p. 49). Questa notte solennissima, conservata fino ad oggi nella Chiesa orientale e spostata nella Chiesa occidentale, dal sec. IX, verso la mattina, è stata ripristinata dal 1951. S'inizia con la benedizione del fuoco, della nuova luce del coro pasquale, CRISTO (v.) EXULTET (v.), lucernario della Notte Santa; segue la lezione delle profezie, 12 o 6 o 4, come adesso nel nuovo Ordo, con i relativi cantici. Dopo il bianco nel Lumen Christi e nell'Exultet ritorna il violaceo del lutto pasquale; poi la benedizione del Fonte e l'amministrazione del Battesimo; nel rito nuovo ripristinato c'è la rinnovazione delle promesse battesimali; segue la Messa pasquale, in vesti bianche, con il transito dal lutto alla gioia nel triplice canto dell'Alleluja. Era dapprima l'unica Messa della grande solennità al chiudersi della «pannuchia». Ma quando la veglia si iniziò la sera del sabato, al tempo di s. Gregorio I, fu introdotta la Messa del giorno con il Vangelo di s. Marco, nella quale si canta la bella sequenza Victimae, attribuita a Wipo (m. ca. il 1050). Altra particolarità della P. è l'ottava che si chiude con l'ora di Nona del sabato in Albis. Ogni giorno di questa ottava ha il suo formulario proprio con la stazione propria; nelle orazioni e lezioni si accenna sia alla Risurrezione sia al Battesimo; i neofiti assistevano nelle loro vesti bianche; dopo il vespro c'era una processione solenne. Erano 7 giorni festivi, ma dopo il sec. X rimasero tali solo i primi due giorni dopo la domenica; sotto Pio X furono soppressi anch'essi, restando festivi solo nell'offi-ciatura liturgica.

Particolare poi della festa pasquale sono i 50 giorni che la seguono, detti Quinquagesima paschalis, fino alla Pentecoste, che cade appunto il giorno cinquantesimo dopo P.; essi formavano anticamente la festa della Risurrezione che si iniziava subito dopo la P. della veglia. In questo tempo tutto l'Ufficio è pervaso da un sentimento di letizia; l'Alleluja si aggiunge a tutti i responsori, versetti e antifone dell'Ufficio; si ripete nella Messa più e più volte. In segno di letizia non ci si inginocchiava durante le preghiere. Nei Sacramentari e in tutti i Capi-

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(fol. don Bivara)
Pasqua - Risurrezione di Cristo. Maestro di Vysó Bred (Hohenfurt), ca. 1330. Praga, Galleria nazionale.

tolari del sec. VII-VIII è segnalata la Pascha annotatum, festa celebrata il lunedì dopo la domenica in Albis, per ricordare ai battezzati della P. dell'anno precedente la loro iniziazione alla Fede.

Usi particolari della P. sono: la benedizione delle case con l'acqua benedetta nella veglia pasquale; si portava a casa anche il nuovo fuoco benedetto per cuocere i cibi pasquali. Vengono benedetti prima di essere mangiati i cibi vietati nella Quaresima: carne (agnello pasquale, già nel Sacramento di Bobbio [VIII sec.]), a Roma nel sec. IX e uova (a Roma non prima del sec. XI), ecc.

5. Questione pasquale

Nei sec. II-III si discusse circa le due differenti date della celebrazione della P.; nell'Asia, seguendo l'esempio di s. Giovanni e di s. Paolo, la P. si celebrava nel giorno della morte di Cristo, al 14 nisán, in qualunque giorno della settimana cadesse (i seguaci di quest'uso furono poi chiamati «Quartodecimani» [v.]), nell'Occidente invece si celebrava P. sempre alla domenica seguente il plenilunio primaverile. Già s. Policarpo di Smirne, al tempo del papa Aniceto (ca. 150), tentò senz'effetto una conciliazione di queste due usanze; la contesa culminò verso il 190 al tempo del papa Vittore I e del vescovo Policarpo d'Efeso. Per l'intervento di s. Ireneo di Lione fu evitato il pericolo di uno scisma. Gli Asiatici adoperarono a poco a poco l'uso romano. Un'altra differenza venne dal diverso computo per determinare il plenilunio, onde non avere la P. comune con gli Ebrei. I Romani usavano un ciclo di 80 (o di 16) anni, detto di Ippolito, con la P. fra il 25 marzo e il 21 apr.; gli Alessandro invece un ciclo di 19 anni, attribuito ad Anatolio, con la P. fra il 22 marzo e il 25 apr. Al Concilio Niceno (325) fu decisa la domenica come giorno di P.; toccava al patriarca d'Alessandria di annunciarne ogni anno il giorno. Finalmente Dionigi il Piccolo, nel 525, eseguitò un nuovo computo in base al ciclo alessandrino, con la P. fra il 22 marzo e 25 apr.; quel computo fu accettato a poco a poco dappertutto, meno che dai Bretoni e dagli Irlandesi, che ritennero il loro computo di 80 anni sino alla fine del sec. VIII. Per l'opuscolo Computus de Pascha, attribuito a s. Cipriano, V. voce relativa.

RUB.: K. A. H. Kellner, L'anno ecc., Roma 1914, pp. 37-49; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 248-252; O. Casel, Art und Sinn der ältesten christl. Osterfeier, in Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, 14 (1934), pp. 1-78; C. Callewaert, La Pâque chrétienne primitive, in Sacris Erudiri, Steenbrugg 1940, pp. 452-56; M. Righetti, Man. di stor. liturg., II, Milano 1946, pp. 166-200; A. Bugnini, Decretum de solemni vigilia paschali instauranda (cum comment.), in Ephem. Liturg., 65 (1951), Supplementum pp. 1-48; Ch. Mohrmann, Pascha, Passio, Transitus, ibid., 66 (1952), pp. 27-52.