PASQUA. - Festa maggiore degli Israeliti e dei cristiani. Fu istituita da Mosè per commemorare l'esodo d'Israele dall'oppressione egizia; presso i cristiani designò la solennità commemorativa della Passione e Risurrezione di Gesù.
I. LA P. EBRAICA. - 1. Istituzione, prescrizioni legali. - La parola P. è il greco πᾶγχ dei Settanta, dall'ebraico


PASQUA - Uccisione dell'agnello, unzione delle Porte, passaggio del Mar Rosso: gli ebrei stanno tra le due onde. Miniatura del sec. XII - Trois, Cattedrale, Archivio. Emolet. 3.
pésah « passaggio », allusione al passaggio di Jahweh nell'Egitto per colpire i primogeniti degli Egizi, risparmiando le abitazioni degli Israeliti. « Un tal giorno sarà per voi un ricordo, e voi lo festeggerete qual festa per il Signore; quale statuto perpetuo, per tutte le vostre generazioni, lo festeggerete » (Ex. 12, 11-14).
La prima volta fu celebrata la P. quando Israele fu liberato dall'Egitto (Ex. 12). Il rito osservato allora fu osservato sempre, eccetto qualche particolare. La festa comprendeva due parti: la prima era la manducazione dell'agnello pasquale la sera del 14 o 15 nīsān; la seconda era la festa degli azzimi, che durava sette giorni. Ogni famiglia di Israeliti si procurava verso il 10 del mese di nīsān un agnello (o un capretto: ibid. 12, 5), lo conservava fino al 14 o 15 nīsān e la sera lo immolava. La sera stessa doveva essere arrostito e mangiato con erbe amare e pani azzimi.
Il pane era azzimo, perché i padri non avevano avuto allora il tempo di farlo lievitare (ibid. 12, 39; Deut. 16, 3), le erbe amare in memoria dell'amarezza della loro vita nell'Egitto (Pēsāhīm, X, 5). Si doveva mangiare in fretta (Ex. 12, 11; Deut. 16, 3), con i lombi cinti, i calzari ai piedi, il bastone in mano, in atteggiamento di chi sta per partire. Del sangue dell'agnello si dovevano tingere il frontone e i due stipiti della porta (Ex. 12, 23). Sembra che questo uso non si sia conservato: in Deut. 16, dove la legislazione sulla P. viene rinnovata, non se ne fa cenno e non aveva più ragione d'esistere. L'immolazione dell'agnello più tardi si compiva solo nel tempio (ibid. 16, 2.5-6; II Par. 35, 5-6.11) e il sangue veniva sparso ai piedi dell'altare. G. Felten giustamente suppone che dopo ciò l'agnello si portava via, e veniva arrostito in ciascuna famiglia. Nella solenne festa pasquale che seguì la riforma di Iosia i leviti stessi si incaricarono della cosa (II Par. 35, 13). Le altre vittime che si immolavano, pecore e buoi (cf. II Par. 35, 7-9), erano permesse per accrescere la gioia della festa e per il caso che l'agnello non bastasse a saziare tutti i commensali.
Secondo altre prescrizioni secondarie, erano obbligati a parteciparvi gli uomini, sotto pena di essere recisi dal popolo (Num. 9, 13). Le donne non erano obbligate, ma vi partecipavano soprattutto quando la famiglia era piccola
(Pēsāhīm, VIII, 1). In questo caso si invitavano anche amici e vicini, per potere consumare l'agnello: ai tempi di Flavio Giuseppe i commensali dovevano essere più di 10 e non oltre 20 (Bell. Iud., VI, 9, 3). I pellegrini formavano una famiglia, come nel caso di Gesù e degli Apostoli (Mt. 26, 17-19), e veniva loro offerto un ambiente da persone conoscenti. Solo i circoncisi potevano prendere parte al banchetto pasquale (Ex. 12, 43-49). Quelli che fossero impediti da impurità legale dovevano celebrare la P. il mese seguente (Num. 19, 10-12). Dell'agnello pasquale non doveva avanzare niente per il giorno seguente: ogni avanzo doveva essere bruciato (Ex. 12, 10). Non si doveva romperne neppure un osso (ibid. 12, 46; Num. 9, 12). Durante il banchetto il padre di famiglia doveva spiegare ai suoi il senso della festa (Ex. 12, 26-27; cf. 13, 8, e Pēsāhīm, X, 4-5).
2. La cena pasquale
Alcune particolarità della celebrazione pasquale appaiono anche dal racconto della cena celebrata da Gesù nell'ultima sua P. e dalla descrizione della cena negli scritti talmudici.Dopo la lavanda delle mani (o prima, secondo altre scuole rabbiniche) si mesceva un bicchiere di vino misto con acqua. Del primo bicchiere sembrano doversi intendere le parole riportate da Lc. 22, 17: « prendetelo e dividetelo tra voi ». Dopo l'infusione dell'acqua nel vino, seguiva la benedizione del vino e poi della festa, secondo la scuola di Hillēl; invece, secondo la scuola di Semmaj, prima della festa poi del vino: forse è indicata questa benedizione nella parola di Lc. 22, 17: « rese grazie ». Dopo la benedizione il calice passava e tutti ne bevevano (ordinariamente però ciascuno aveva il proprio bicchiere: F. Nötscher, p. 337, nota 1).
Si portava poi sulla tavola l'agnello pasquale. Prima di questo pare che nell'ultima cena di Gesù debba collocarsi la disputa tra gli Apostoli, originata dal posto che occupavano sui letti disposti a forma di triclinio attorno a Gesù (non si mangiava più la cena pasquale in abito e atteggiamento di pellegrini; tutti, anche i più poveri, avevano il diritto di stare a giacere, come i signori). L'altro fatto che ebbe luogo prima della cena legale fu la lavanda dei piedi, per sostituire forse la purificazione delle mani solita a farsi da principio.
Dopo il primo bicchiere si portavano in tavola i cibi pasquali: i pani azzimi, le erbe amare (lattughe, ramolacci e simili), l'agnello arrostito, l'acqua salata, e finalmente il ḥārōISBOSETH (v.), densa marmellata di datteri, fichi e altri frutti bolliti con aceto. Il padre di famiglia, lavatesi di nuovo le mani, prendeva un poco di erbe amare, le intingeva nel ḥārōseth e, ringraziando per i frutti della terra, le mangiava. Invitati da lui i commensali facevano altrettanto. Poi uno (il più giovane, un fanciullo) interrogava il padre sul senso della festa, e il padre ne spiegava allora il simbolismo (cf. Ex. 12, 26-27). Seguiva la prima parte dell'inno detto Hallēl (v.): si cantavano i salmi 113-114 (112-113, 1-8): era il ringraziamento per la liberazione dall'Egitto, poco prima rievocata. Si beveva allora il secondo bicchiere e aveva principio il vero pranzo. Di nuovo tutti si lavavano le mani, e il padre di famiglia, spezzati i pani azzimi e postevi sopra delle erbe amare, li porgeva ai commensali, dopo pronunziata sul pane e sulle erbe una benedizione. Tutti allora mangiavano dei pani e delle erbe, e solo dopo questo delle altre vittime festive (dette ḥaghīghāh, dal verbo ḥāghagh « celebrare una festa ») e dell'agnello pasquale: questo si doveva mangiare tutto, come era prescritto in Ex. 12, 9-10. Si svolgeva allora un allegro convito. Benché non sia detto espressamente, è molto verosimile che Gesù si sia attenuto al cerimoniale d'uso. Dei colloqui avvenuti durante la cena, non è rimasto che l'annunzio del traditore, che uscì dalla sala durante la cena legale. S. Giovanni nota che l'occasione ne fu il pezzetto di pane intinto nel ḥārōseth e datogli da Gesù (Io. 13, 30). Ai riti della cena legale Gesù aggiunse i riti con cui istituì l'Eucaristia. Non appare in qual punto preciso abbia consacrato il pane. Della consacrazione del calice è detto espressamente che fu « dopo la cena » (Lc. 22, 30; I Cor. 11, 25). Forse la consacrazione del pane sostituì l'ultimo boccone dell'agnello pasquale, con cui finiva il banchetto; allora precedette immediatamente la consa-
crazione del calice. Questa coincise, pare, con il terzo bicchiere, che, finita la cena e lavate le mani, si mesceva, unendovi la preghiera di ringraziamento dopo il cibo: esso veniva perciò detto «calice della benedizione» (chiamandolo così s. Paolo conferma l'ipotesi che il calice consacrato fosse il terzo: I Cor. 10, 16). Gesù aggiunse alla consacrazione del calice le parole: «Io non berrò più d'ora innanzi di questo frutto della vite, fino a quel giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel Regno del Padre mio» (Mt. 26, 29). Dal che pare che in quella cena non si sia versato il quarto bicchiere, come si faceva d'ordinario. Versato il quarto bicchiere si recitava la seconda parte del Hallél, cioè i salmi 115-118 (113, 9-117). Questo fu fatto anche da Gesù e dai suoi («detto il cantico»: Mt. 26, 30). Finito il Hallél si beveva il quarto bicchiere. Così i quattro bicchieri (che tutti insieme non dovevano essere più di mezzo litro, e forse anche meno) segnavano i quattro punti salienti del convito pasquale: la prima benedizione, la spiegazione del senso della festa, il ringraziamento dopo il pranzo e la lode finale.
Il vino usato era rosso; il vino bianco non era stimato. Il banchetto non doveva prolungarsi oltre la mezzanotte, in ossequio alla legge che al mattino non doveva rimanere nulla della vittima pasquale (Ex. 34, 25).
3. La festa degli azzimi e l'offerta del primo manipolo. — Alla festa di P. era strettamente unita la festa degli azzimi, che incominciava il 15 nísán: «sette giorni mangerete azzimi; fin dal primo giorno toglierete il lievito dalle case vostre, poiché chiunque dal primo al settimo di mangerà alcunché di fermentato sarà reciso da Israele» (Ex. 12, 15; 16-20; Lev. 23, 4-8). Si incominciava a mangiare gli azzimi al banchetto dell'agnello (ibid. 8). Nel primo e nel settimo giorno erano tenute sacre adunanze ed era vietato il lavoro (ibid. 16; Lev. 23, 7-8). Ogni giorno venivano offerte vittime, specificate in Num. 28, 19-22.
Riguardo all'offerta del primo manipolo che si doveva fare nel Tempio dopo la P., «il secondo giorno del sabato» o «nel giorno dopo il sabato» (Lev. 23, 11), c'era differenza di opinione tra i farisei e i sadducei. I farisei videro senz'altro in quel «sabato» la solennità del 15 nísán e offrirono il manipolo il 16 nísán, in qualsiasi giorno della settimana esso cadesse. I sadducei, con più ragione, intesero quel «sabato» per un vero sabato e offrirono il manipolo sempre nel giorno successivo, in qualunque giorno del mese esso capitasse. Tale prassi fu soppiantata da quella dei farisei. Ma questo portò i boetosiani a procurare fraudolentemente che il 16 nísán cadesse nel primo giorno della settimana. Il manipolo era della prima mietitura, cioè di quella dell'orzo, che in Palestina, sul litorale e nella pianura lungo il Giordano suole essere in apr. L'offerta significava la consacrazione della mietitura a Dio. Pentecoste (v.) si offriranno i frutti della mietitura già finita, cioè i due pani.
4. Carattere sacrificale; la P. nel Nuovo Testamento. — L'immolazione dell'agnello pasquale oltre che commemorativo aveva anche carattere sacrificale: «È se avviene che i vostri figli vi dicano: Che rito è questo vostro?», voi direte: È sacrificio di P. per il Signore» (Ex. 12, 26 sg.).
In questo passo, come anche ibid. 34, 25 (cf. 23, 18), si adopera la parola zábhāh che indica un vero sacrificio. Anche in Num. 9, 7-13 si parla di una offerta di sacrificio: si usa la parola qorbān e il verbo qārabh nella forma hiph'il (hiqribh). Sap. 18, 9, alludendo all'agnello pasquale, dice che «in segreto facevano sacrificio i più figli dei buoni». Lo scannare la vittima toccava ai padri di famiglia (Ex. 12, 3-6); solo quando essi non erano puri i leviti li sostituivano in ciò (II Par. 30, 17) (cf. anche per l'oblazione di altre vittime, in cui lo sgozzarle era atto non riservato ai sacerdoti, Ex. 29, 22). Ma l'atto propriamente sacrificale, cioè lo spargere il sangue della vittima intorno all'altare, era riservato ai sacerdoti (II Par. 29, 22; Lev. 1, 11; 3, 2-8). Ora per l'agnello pasquale nella celebrazione della P.
sotto Ezechia i sacerdoti «spargevano il sangue ricevendolo dalla mano dei leviti» (II Par. 30, 16). Lo stesso avvenne nella celebrazione della P. sotto Iosia (ibid. 35, 11). C'è ragione di credere che questo fosse il rito ordinario: così viene descritto nella Miñāh.
Sul carattere sacrificale dell'immolazione dell'agnello pasquale si agnello (v.), rilevata da s. Paolo (I Cor. 5, 7). Nel sacrificio della Croce, che non fu seguito dallo spezzamento delle gambe, s. Giovanni vide adempito quello che era stato prescritto (Ex. 12, 46): «Né esso alcuno ne romperete» (Io. 19, 36).
Oltre il simbolismo dell'agnello è stato rilevato spesso un altro aspetto figurativo della P., cioè l'Esodo degli Ebrei come figura dell'esodo cristiano, cioè della liberazione dal peccato (cf. La vie spirituelle, marzo 1951, tutta dedicata a Pâques, Exode des Chrétiens).
Nel Nuovo Testamento, wāqīx significa per lo più la festa pasquale ebraica: Mt. 26, 2 e paralleli Mc. 14, 1; Lc. 22, 1; cf. Lc. 2, 41; Io. 2, 13-23; 6, 4; 11, 55; 12, 1; 18, 39; 19, 14; Act. 12, 4; Hebr. 11, 28). Ha però talvolta senso di cena pasquale, come in Mt. 26, 18 sg.; Mc. 14, 16; Lc. 22, 8-9, 13. Con il senso di cena pasquale, o meglio di agnello pasquale, si trova nell'espressione: «Mangiare la P.» (Mt. 26, 17; Mc. 14, 12-14; Lc. 22, 11-15; Io. 18, 28). Esclusivo è il senso di agnello pasquale nell'espressione «immolare la P.»; così Mc. 14, 12: «Nel primo giorno degli azzimi, giorno in cui immolavano la P.» (cf. Lc. 22, 7) e nel testo di s. Paolo sul Cristo-agnello (I Cor. 5, 7).
Nella vita di Gesù si trova menzionata la festa di P.; una volta nella sua vita di Nazareth (i suoi parenti andavano a Gerusalemme ogni anno per la festa di P.: Lc. 2, 41); tre volte da s. Giovanni nella sua vita pubblica: Io. 2, 13 è la prima P.; ibid. 6, 4 è la seconda P. (rimane incerto se la «festa» di 5, 1 sia la P., anche se fosse certo criticamente l'articolo); finalmente è menzionata la terza e ultima P. ibid. 11, 55; 12, 1. Il significato dell'ultima P. è stato la liberazione dalla schiavitù del peccato per mezzo del sangue dell'agnello, che ha sostituito per sempre e abolito il rito della P. giudaica. I cristiani celebrarono la nuova P. nel giorno della Risurrezione del Cristo, con la quale fu compiuto il mistero della loro Redenzione, ossia del loro acquisto da parte di Dio come suo popolo, come già il popolo nella liberazione dall'Egitto veniva come fatto suo da Dio (cf. Ex. 19, 5).
II. LA P. CRISTIANA. — 1. Significato. — La P., commemorazione della Risurrezione di Gesù Cristo, è la più antica e solenne festa dei cristiani, principio e centro dell'anno ecclesiastico, una festa di data mobile, celebrata nella prima domenica dopo il plenilunio dell'equinozio primaverile, cioè non prima del 22 marzo, e non più tardi del 25 apr. Questa data decide l'anno ecclesiastico: l'inizio della Settuagesima e della Quaresima, le altre feste mobili (Ascensione, Pentecoste, ecc.), il numero delle domeniche dopo l'Epifania e dopo Pentecoste; anticamente e nel medioevo questo calendario si notava in una pergamena affissa al cero pasquale.
2. Origine della P. — La P. cristiana ha le sue radici nella tradizione apostolica; non perpetua la festa ebraica, ma la compie con il suo contenuto puramente cristiano

3. Il significato del mistero in Oriente e in Occidente
Del mistero celebrato nella P. si distinguono due momenti differenti, quello teorico-teologico dei primi tre secoli cristiani e quello più storico-reale dal sec. IV. Il primo, quello teorico-teologico, celebrava la redenzione operata da Cristo con la Passione, morte e Risurrezione; la Passione e la morte nella tristezza e nel lutto del digiuno, la Risurrezione nella gloria della celebrazione eucaristica. Nella vigilia notturna della prima luce del giorno si compiva il « Transito » (la P.), cioè finiva il digiuno e si celebrava l'Eucaristia. La Chiesa asiatica celebrava questo « transito », la P., la sera del 14 nísán, in qualunque giorno occorresse, come gli Ebrei, opponendo così il compimento cristiano al tipo ebraico e accentuando più la morte del Signore come transito alla Risurrezione, cioè celebrando assieme con la morte anche il mistero della Risurrezione di Cristo in una comune solennità. La Chiesa occidentale invece celebrava la Passione e la morte del Signore, anch'essa nel lutto del digiuno, ma finiva il digiuno alla domenica, il giorno del Kyrios (del Signore elevato in gloria), per celebrare la P., dando più forte accento alla Risurrezione di Cristo. Sin dal sec. IV si dette ai singoli giorni della Settimana Santa il nome corrispondente al corso degli avvenimenti storici secondo l'uso della Chiesa di Gerusalemme, descritto da Eteria nel suo itinerario: al giovedì si commemorava l'Eucaristia, al venerdì la Passione. La P.si celebrava nella notte seguente al sabato aliturgico; era l'unico sabato dell'anno nel quale in Oriente si digiunava. La domenica seguente divenne la solennità della Risurrezione.
Dai primi Padri si dava il nome di P. soltanto al giorno della Passione e morte del Signore e il digiuno precedente si chiamava « pasquale », derivando dal greco πάσχειν = patire. S. Cipriano cominciò però a chiamare P. anche il giorno della Risurrezione, nome che è poi rimasto alla festa della Risurrezione. Da questa festa la parola P. divenne sinonimo di festa e solennità maggiore (p. es., P. Epiphaniae, P. Pentecostes, nella Spagna P. floridum la Domenica delle Palme), e anche P. di un santo. Perciò si dice P. magnum o P. Resurrectionis per distinguerla dalle altre feste pasquali. I Greci parlano anche oggi del Venerdì Santo come della P. della Crocifissione (πάσχα σταυρώσιον) e dalla domenica seguente come della P. della Risurrezione (πάσχα δυνατόσιον).
Particolarità della P. era la veglia, « Madre di tutte le veglie cristiane » (s. Agostino, Serm. 219: PL 5, 1088). La notte pasquale era santissima e solennissima; le chiese e le case erano illuminate e, per ordine dell'imperatore Costantino (Eusebio, Vita Constant., IV, 22, 2), anche le strade. Era una « pannuchis », tutta la notte, già al tempo di Tertulliano, si passava in letture sacre e preghiere. In quella notte santa i neofiti ricevevano il Battesimo e la Cresima, assistevano per la prima volta con i fedeli alla celebrazione dell'Eucaristia; si benedicevano i sacri oli (Ippolito,
Traditio Apostolica, 21, ed. B. Botte, Parigi 1946, p. 49). Questa notte solennissima, conservata fino ad oggi nella Chiesa orientale e spostata nella Chiesa occidentale, dal sec. IX, verso la mattina, è stata ripristinata dal 1951. S'inizia con la benedizione del fuoco, della nuova luce del cero pasquale, CRISTO (v.) EXULTET (v.), lucernario della Ponte Santa; segue la lezione delle profezie, 12 o 6 o 4, come adesso nel nuovo Ordo, con i relativi cantici. Dopo il bianco nel Lumen Christi e nell'Exultet ritorna il violaceo del lutto pasquale; poi la benedizione del Ponte e l'amministrazione del Battesimo; nel rito nuovo ripristinato c'è la rinnovazione delle promesse battesimali; segue la Messa pasquale, in vesti bianche, con il transito dal lutto alla gioia nel triplice canto dell'Alleluja. Era dapprima l'unica Messa della grande solennità al chiudersi della « pannuchis ». Ma quando la veglia si iniziò la sera del sabato, al tempo di s. Gregorio I, fu introdotta la Messa del giorno con il Vangelo di s. Marco, nella quale si canta la bella sequenza Victimae, attribuita a Wipo (m. ca. il 1050). Altra particolarità della P. è l'ottava che si chiude con l'ora di Nona del sabato in Albis. Ogni giorno di questa ottava ha il suo formulario proprio con la stazione propria; nelle orazioni e lezioni si accenna sia alla Risurrezione sia al Battesimo; i neofiti assistevano nelle loro vesti bianche; dopo il vespro c'era una processione solenne. Erano 7 giorni festivi, ma dopo il sec. x rimasero tali solo i primi due giorni dopo la domenica; sotto Pio X furono soppressi anch'essi, restando festivi solo nell'officiatura liturgica.
Particolare poi della festa pasquale sono i 50 giorni che la seguono, detti Quinquagesima paschalis, fino alla Pentecoste, che cade appunto il giorno cinquantesimo dopo P.; essi formavano anticamente la festa della Risurrezione che si iniziava subito dopo la P. della veglia. In questo tempo tutto l'Ufficio è pervaso da un sentimento di letizia; l'Alleluja si aggiunge a tutti i responsori, versetti e antifone dell'Ufficio; si ripete nella Messa più e più volte. In segno di letizia non ci si inginocchiava durante le preghiere. Nei Sacramentari e in tutti i Capi-
tolari del sec. VII-VIII è segnalata la Pascha annotinum, festa celebrata il lunedì dopo la domenica in Albis, per ricordare ai battezzati della P. dell'anno precedente la loro iniziazione alla Fede.
