PATER NOSTER

PATER NOSTER. - Preghiera insegnata da Gesù agli Apostoli, detta perciò Oratio dominicalis. È la preghiera per eccellenza del cristiano, modello e tipo d'ogni altra.

La formola è consegnata nella duplice redazione di Mt. 6, 9-13 e Lc. 11, 2-4. Il testo di Matteo è adottato dalla Chiesa fin dai tempi apostolici (cf. Didaché, 8, che vi aggiunge la nota dossolga, entrata anche in alcuni codici dei Vangeli: «poiché tua è la potenza e la gloria nei secoli»). Amen è il «sigillo» (S. Girolamo), entrato nella Volgata dall'uso liturgico. La recensione di Luca è più breve: comincia con la semplice invocazione, «Padre»; manca la terza petizione («sia fatta la tua volontà...»), e l'ultima («liberaci dal male»), che è complemento della precedente. La recensione di Matteo, come la più completa, e, a giudizio dei critici, la più vicina a un originale semitico, riproduce nella sostanza la formola testuale di Gesù. L'Evangelista l'ha inserita nel Discorso della Montagna. La Luca ha meglio osservato la circostanza storica (dopo l'episodio di Betania), premettendo l'episodio che diede occasione all'insegnamento: «E avvenne che, mentre era in un certo luogo pregando, appena terminò, uno dei suoi discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare, come pure Signor, venni insegno ai suoi discepoli"».

La preghiera s'inizia con un'elevazione: «Padre nostro, che sei nei cieli». S. Agostino fa risaltare la nota sociale e fraterna: «oratio fraterna est: non dicit, Pater meus, sed... omnes videlicet una oratione complectens» (Ep., 130). Soprattutto viene rilevato il tono di filiale confidenza nel sentimento profondo della paternità divina, che nella religione cristiana domina e assorbe tutti i rapporti della creatura con il Creatore. Segue il corpo della preghiera, diviso in due parti: la prima comprende tre invocazioni o aspirazioni che hanno per oggetto la gloria di Dio stesso; la seconda in quattro domande espone le necessità temporali e spirituali della creatura.

1° parte. - Le prime tre invocazioni rispecchiano in bella simmetria i sentimenti dell'amor filiale verso il celeste Padre. Vi si invoca: 1) che «il suo nome sia santificato», cioè benedetto, venerato, stimato dappertutto come santo; che Dio sia da tutti conosciuto e amato come il Sommo Bene e la fonte d'ogni perfezione; 2) che «il suo regno venga», si stabilisca e si dilati dappertutto la sovranità della sua potenza, nell'ossequio delle menti e delle volontà, e del suo amore, con la larga diffusione della divina Grazia, e questo regno unisca gli uomini nella verità, nella giustizia, nella pace; 3) che «si adempia la sua volontà» - condizione e misura della dilatazione del regno - «come in cielo così in terra»: che la giusta e santa volontà del Padre sia adempia sulla terra dagli uomini con la stessa prontezza e perfezione con cui è eseguita nel cielo dagli spiriti angelici, i fedeli esecutori dei divini voleri (Ps. 102, 20). Nella triplice progressiva invocazione è il riconoscimento della triplice prerogativa di Dio nei confronti della creatura: Padre amantissimo e benefico, Re glorioso e universale, Padrone supremo e assoluto; ed insieme è l'impegno a cooperare per l'attuazione di così nobili finalità.

Delle tre invocazioni la più profonda e misteriosa è la seconda (A. Vitti, in Biblica, 23 [1942], p. 204 sg.). La sua interpretazione dipende dal significato che si attribuisce al «Regno di Dio» (v.), nozione complessa, la cui realtà unica si presenta sotto molteplici aspetti, che si riducono sostanzialmente a tre: individuale o ascetico-mistico (il trionfo della divina Grazia nell'anima e nella vita del cristiano), ecclesiologico o anche missionario-sociale (la diffusione della conoscenza di Dio e l'osservanza della sua legge nel mondo, il trionfo e l'esaltazione del Regno di Dio in terra, la Chiesa), ecclesiologico (la finale manifestazione della gloria di Dio nel trionfo della sua giustizia e nella glorificazione degli eletti). L'interpretazione piena è quella che non esclude una unifica i molteplici aspetti particolari nella unitaria visione spirituale: «ut sit Deus omnia in omnibus (I Cor. 15, 28).

2° parte. - Seguono le domande da parte della debolezza e dell'indigenza umana.

In primo luogo si domanda al Padre il nutrimento per la vita, il pane: ma nel pane, base dell'alimentazione umana, sono inclusi i bisogni materiali d'ogni specie, tutto ciò che riguarda la vita corporale; per riflesso la domanda può estendersi alla vita spirituale che pure necessita del suo nutrimento. È di ogni giorno («dacci oggi») e vuol essere un perenne riconoscimento della provvidenza di Dio e del suo supremo dominio sulla vita umana, come anche dell'assoluta dipendenza della creatura da lui. «Pane nostro quotidiano» (greco ἐπὶ σοφίον): epiteto che non ricorre altrove nella S. Scrittura, né è mai usato nella letteratura classica, ma solo nella lingua ellenistica koine (sono stati trovati recentemente alcuni esempi in testi popolari). Discusso è il suo significato (F. Zorell, Lexicon graecum N. T., 2a ed., Parigi 1931, coll. 489-91), come si rileva anche dalla diversa versione della stessa parola nella Volgata: supersubstantialem (Mt. 6, 11), e quotidianum (Lc. 11, 3). A questi due sensi si riducono le varie interpretazioni raccolte fin dall'antichità: a) la prima intende ἐπὶ σοφίον quale sinonimo di ἐπὶ σοφίον», dal participio ἐπὶ σοφίον (sott. ἐπὶ σοφίον), che significa il giorno imminente o di domani, o anche il giorno che incomincia, quindi il pane «per la giornata»; così più o meno, con Atanasio, Crisostomo, Gregorio Nisseno, Cirillo Alessandrino, molti interpreti antichi e recenti e parecchie versioni (quotidianum, antica latina; «di domani» o «dell'avvenire» sabbia, Evangelio degli Ebrei; «perpetuo», siriaca curteniano-sinaitica, gotica e armena; «di ciascun giorno», etiope; b) la seconda interpretazione deriva l'epiteto dal sostantivo ἐπὶ σοφίον (sussistenza, sostanza), cioè indispensabile per sussistere, quindi «necessario»: così Origene, Cirillo Gerosol., Giuliano, Teofilatto, Eutimio, e molti recenti cattolici e acattolici, con la Pésitta. Quest'interpretazione sembra

la più attendibile, tanto più che la quotidianità è già espressa nell'avverbio σήμερον « oggi » (Lc. 11, 3 χάριν ήμερον « per ogni giorno ») : un epietto dello stesso senso sarebbe una tautologia. Il termine latino superstitionale ha fatto pensare al pane soprannaturale, quindi al pane eucaristico (così, dopo s. Irenco, molti scrittori a cetici) : ma un tale significato nel contesto non può essere che secondario.

« Rimetti a noi i nostri debiti » : si scongiura il Padre misericordioso di accordarsi il perdono dei nostri peccati » (così Lc. 11, 4), formidabile debito che non può essere soddisfatto se il Signore stesso non lo condona. Ma per ottenere da Dio il condono, vi è una imprescindibile condizione (cf. Mt. 6, 14-15, monito conclusivo della preghiera), il reciproco condono dei debiti, ossia delle offese, il perdono fraterno. Niente di più naturale e doveroso, in una petizione di tanta importanza, che la protesta di questo generoso perdono che Gesù richiede sincero ed esplicito nell'atto stesso dell'invocazione del perdono divino : « come anche noi rimettiamo ai nostri debitori ». È una specie di patto : e se l'uomo vi manca, nullo è l'effetto della preghiera (s. Agostino). E qui espresso l'impegno formale dell'uomo di fronte al grande comandamento della carità verso il prossimo.

Le ultime due domande (in sostanza una sola, come osserva il Crisostomo) riguardano il futuro : ricordando a Dio i pericoli ai quali siamo esposti, se ne invoca la liberazione per il raggiungimento del fine, che è la santità della vita e la salvezza dell'anima. « Non c'indurre in tentazione », cioè in ogni occasione di peccato a cui l'uomo è esposto per l'inanzi fragilità e per varie cause esterne. « Non c'indurre » è un rude semitismo che, penetrato anche nelle versioni, va rettamente inteso : « non permettere che soccombiamo alla tentazione », cadendo nella colpa a cui la tentazione è incentivo ; non chiediamo di essere esenti dalla tentazione, ma di uscire vittoriosi (s. Agostino). « Ma liberaci dal male » : παντοῖος (come il latino malo) può intendersi tanto al neutro (il male) quanto al maschile (il maligno per antonomasia, Satana) : è prevalso il primo significato, intendendo il male in tutta la sua estensione : male fisico e male morale, quindi anche l'autore è istigatore di ogni male, il diavolo.

In questa formula, la profondità euguglia la semplicità. S. Cipriano (De Orat. Dom.: PL 4, 535) echeggia Tertulliano che la definisce « totius Evangelii breviarium » (De Oratione : PL 1, 1255) ; S. Tommaso la chiama oratio perfectissima, perché assomma tutte le domande di una buona preghiera (Sum. Theol., 2a-2a, q. 83, a. 9). Perciò ha sempre avuto un posto preminente nella pratica cristiana e nella liturgia. La Didaché (8) inculcava di recitarle tre volte al giorno ; S. Cipriano attesta che era (publica nobis et communis oratio) del suo tempo, o come dice Tertulliano, oratio legitima et ordinaria.

Nell'antico catecumenato vi era uno speciale rito detto traditio o spiegazione del P., che avveniva nella feria 4ª dopo la IV Domenica di Quaresima ; e nel Battesimo, al termine del rito, lo stesso neofita recitava il P. : ed anche oggi il P. viene recitato, insieme col Credo, dal sacerdote e dal padrino, o dal battezzando stesso se è adulto. Messa (v.) di tutti i riti ha il suo posto nel Canone, uso che risale probabilmente all'età apostolica, secondo la testimonianza di Gregorio Magno (Ep. IX ad 9h. Syrac. e di Girolamo (Adv. Pelag., III, 15). Parimenti nell'Ufficio divino, nei Sacramentali e in tutte le sacre funzioni il P. è al posto d'onore.

L'originalità del P. è stata contestata in tempi recenti da alcuni razionalisti e da numerosi scrittori ebrei (J. J. Wetstein, E. Stapfer, J. Nork, A. Wünsche, H. Hamburger, J. Lightfoot, G. Friedländer, G. Klein, D. De Sola, C. G. Montefiore, ecc.). Scrive Friedländer : « La preghiera del Signore è tutta giudaica... tutte le frasi e tutte le domande sono state desunte da fonti giudaiche » (The Jewish sources of the Sermon of the Mount, Londra 1911, p. 163). E si allegano, oltre l'apocrifo Testamento dei XII Patriarchi (nel quale sono evidenti tracce di interpolazione cristiana), frasi slegate di rabbini dei secc. III-IV, alcune invocazioni della nota preghiera giudaica Shemoneh Eresh («...perdonaci, Padre nostro... liberaci per il tuo nome...», si re su di noi...) e del Qaddis, dossologia in uso nelle sinagoghe (testo aramaco in A. Dalman, Die Worte Jesu, trad. francese in Rev. biblique, 24 [1915], p. 557 sg.). In quest'ultimo documento (vv. 1, 2, 4) sono accenni alla santità del nome di Dio, allo stabilirsi del suo Regno e al compimento della sua volontà, che fanno pensare alle tre prime domande del P. (anche A. Harnack ravvisò in queste tre prime invocazioni un tono marcatamente giudaico, fino ad espungere come additizie, insieme con l'ultima, dalla forma originale della preghiera di Gesù). Esagerando le analogie, David De Sola (The old jewish aramaic prayer the Kaddish, Lipsia 1909), conclude senz'altro per la dipendenza letteraria del P. dal Qaddis. Ma va rilevato innanzitutto che il Qaddis è un centone, composto di pezzi di varie età, come è ammesso dai critici, e i vv. 1, 2 e 4, sopra citati, certamente non sono anteriori all'era cristiana (una delle principali frasi ricorre per la prima volta in R. Joseph, tannaia del sec. II). D'altra parte non fa meraviglia che nel mare magnum degli scritti rabbinici s'incontrano qua e là, dispersi e frammentari, termini ed espressioni in qualche modo analoghi con le formole del P. È certo però che in nessun luogo si trovano riunite così sublimi invocazioni in una formula di preghiera semplice e concettosa qual è P., in netto contrasto con la prolissità delle formule rabbiniche. Soprattutto è diverso lo spirito, e quindi la portata ed il significato. Il commento e l'interpretazione del P. sono da cercarsi nel Sermone della Montagna. Pensieri di così grande elevatezza morale, non trovano riscontro né nella Sémoneh 'esrêh né nel Qaddis né in altre formule giudaiche di preghiera. Anche la seconda domanda, che è apparsa a qualcuno « la più giudaica di tutte le petizioni del P. », risulta, ad un attento esame, perfettamente conforme al pensiero originalissimo di Cristo sulla natura del Regno messianico, regno spirituale e trascendente, che è l'eredità dei poveri, dei mansueti, dei pacifici, dei misericordiosi (Mt. 5, 3 sg.). Del resto per alcune domande del P. valgono i paralleli con il Vecchio Testamento (per il Nome di Dio : Lev. 22, 32; Is. 29, 23; Ez. 36, 23; per il Regno : Ps. 21, 29; 103, 19; Abd. 21; Tob. 13, 1, ecc.), dal quale pure discendono, frammiste a molta scoria, le rare felici espressioni dei testi rabbinici.

Il luogo dell'insegnamento del P. è additato da una tradizione che risale al sec. IX in un santuario presso la cima del Monte degli Olivi, ove fin dal sec. IV una grande basilica, detta Eleona, consacrava il ricordo degli insegnamenti di Gesù agli Apostoli (con speciale riferimenti al discorso escatologico pronunciato su questo nome : cf. Mt. 24, 3). Per quanto l'Evangelista abbia lasciato indeterminato il luogo (Lc. 11, 1 « in un certo luogo ») e la voce della tradizione non sia molto antica (G. Perrella, I Luoghi Santi, Piacenza 1936, pp. 218-28), tuttavia la circostanza storica ci porta assai vicino a quella località. Difatti, se il P. fu insegnato poco dopo l'episodio di Betania, che immediatamente precede (Lc. 10, 38 sg.), è molto probabile che ciò avvenisse nei pressi della stessa borgata, vicino alla vetta dell'Oliveto.

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