MESSA

MESSA. - È il sacrificio della Nuova Legge, nel quale, sotto le specie sacramentali, è offerta la stessa vittima del Calvario, Gesù Cristo, per riconoscere il supremo dominio di Dio e per applicare ai fedeli i meriti acquistati sulla Croce.

La parola missa equivale a missio (= «congedo»); casi analoghi si hanno in offensa-offensio, collecta-collectio, oblata-oblatio (cf. Ch. Du Cange, s. V. in Glossarium, ed. L. Favre, V. Parigi 1938, p. 412). Dal sec. IV il rito di congedare i catecumeni prima dell’Offertorio diede il nome a tutto il complesso delle cerimonie, in cui si compie il Sacrificio eucaristico. S. Agostino con la parola missa accenna esplicitamente al congedo rituale: «Ecce post sermonem fit missa catechumenis, manebunt fideles» (Sermo 49, 8: PL 38, 324). S. Ambrogio fu forse il primo a usare la voce missa nel significato attuale (Ep. 20, 4: PL 16, 995). Altre spiegazioni correnti del termine M. sembrano infondate (cf. K. Kellner, L’anno ecclesiastico, trad. II. di A. Mercati, Roma 1914, pp. 73-80; G. Brinktrine, La S. M., trad. II. di G. Sölch e A. Pintonello, 1914, pp. 11-12; G. F., Quel est le sens étymologique du mot Messe : revuoi ou repos sacré?, in L’ami du clergé, 59 [1949], pp. 293-95). I Greci indicano il sacrificio dell’altare con moustavvytz («azione misterica»), i stouptz («azione sacra»), i astouptz («azione pubblica»).

Sommario: I. La M. nella teologia dogmatica. - II. La M. nella teologia morale e nel diritto. - III. La M. nella liturgia di rito orientale. - IV. La M. nella liturgia di rito orientale. - I canti della M.

I. La M. nella teologia dogmatica.

Sommario: I. L’indole sacrificiale della M. - II. La natura del Sacrificio della M. - III. La M. nell’economia della salvezza.

I. L’indole sacrificiale della M

I. Erroi

L’esagerato spiritualismo delle sette medievali si risolve in una decisa negazione della M. come rito sacrificiale. Già nel Concilio di Arras (1023), Gerardo, CAMBIO (v.), condannò «novam haereses sectam» che respingendo tutto il sistema sacramento negò anche l’indole sacrificiale dell’Eucaristia (PL 142, 1271-78). Nel secolo seguente Pietro di Bruis venne stigmatizzato da Pietro il Venerabile come un denigratore del popolo cristiano, a cui sottraeva la gloria del Sacrificio eucaristico (Contra Petrobrusianos: PL 189, 787-89).

All’inizio del sec. XIII gli Albigesi formularono la loro negazione in una concisa frase, riportata da Durando

Article illustration
Messa - L'Ultima Cena. Dipinto di Tiziano ( 2ᵃ metà sec. xvI) - Madrid, Escuriale.

principalmente il manoscritto Laurenziano orientale 387 scritto a Merdin nel 1299, quello del British Museum add. 7170 del 1216-20 e il Vaticano sirjaco 559 eseguito nel 1220 al monastero di Mar Matrai. Le loro bell

di Mende: « Nec Christus nec Apostoli eam (Missam instituerunt)» (Rationale divinorum officiorum, IV, 1, Lione 1672, p. 88). Il Concilio di Costanza condannò una proposizione, ove Wycliff aveva condensato le negazioni medievali: « Non est fundatum in Evangelio, quod Christus Missam ordinaverit» (Denz-U, 585).

Nel sec. XVI i protestanti, nel non celato desiderio di abbattere la maggior difesa del papato (« Triumphata Missa, puto nos totum Papam triumphare»: Luther Werke, ed. Weimar, X b, p. 220), avanzarono speciosi argomenti biblici per scuotere la fede nell'origine divina della M. Lutero fece leva sulla parola testamentum usata da Cristo nell'Ultima Cena: « Non enim Christus cum conderet testamentum, illud obtulit Deo Patri» (De captivitate babylonica, ed. Weimar, VI, p. 523). Melantone, muovendo dall'inciso di Hebr. 10, 14: « Una oblatione consummavit in sempiternum sanctificatos», concluse per l'unicità assoluta del sacrificio della Croce e la conseguente negazione della M.: « Sola igitur Christi mors fuit sacrificium... non alia opera levitica aut postea secuta» (Loci theologici communes, Basilea 1561, p. 416). Zuonglio, ponendo nella definizione di sacrificio l'idea di una immolazione fisica e cruenta, ritenne d'esserci facilmente sbarazzato della M.: « Christus illic tantum offertur ubi patitur, sanguinem fundit... Christus non potest ultra mori, sanguinem fundere, ergo Christus ultra offerri non potest» (Adv. H. Emserum antibolon, in Opera omnia, I, Zurigo 1928, p. 142). Calvino, conservando all'Eucaristia l'idea di ricordo (memoria) del sacrificio del Calvario, respinse con parole di fuoco la M.: « Horrenda abominationis caput fuit... quum pestilentissimae errore totum paene orbem obcaecavit Satan, ut crederet Missam sacrificium esse» (Instituti relig. christ., IV, 18). Questa dottrina dei primi novatori divenne ufficiale nelle diverse confessioni protestanti, non esclusa l'anglicana (cf. Confessio Westmonasteriensis prima, a. 31). Non mancarono tuttavia, specialmente in Inghilterra, assertori isolati dell'indole sacrificale della M., p. es., Grabe e Leibnitz (sec. XVIII), Gore, Frankland, Warfield, Goetz, Herbert (sec. XX). All'inizio di questo secolo due scrittori cattolici, F. Renz (Die Geschichte des Messopferhergriffs oder der alte Glaube und die neuen Theorien über das Wesen des unblutigen Opfers, 2 voll., Monaco 1901-1902) e soprattutto F. Wieland (Mensa und Confessio. Studien über den Altar der altchristlichen Liturgie, 2 voll., 1906) sostennero idee analoghe a quelle protestanti. Secondo il Wieland il Nuovo Testamento conosce il solo sacrificio della Croce, di cui l'Eucaristia è una figura. Soltanto al sec. II s. Irene introdusse l'idea di un'obla zione, mentre nei due secoli precedenti l'Eucaristia fu considerata una semplice orazione.

Il protestantesimo liberale e il razionalismo, con la tattica nuova, hanno tentato di eliminare tutto il fenomeno eucaristico (v. EUCARISTIA). Occorre accennare a due teorie direttamente rivolte a spiegare, per evoluzione, la comparsa di un rito sacrificale legato all'Eucaristia. Secondo G. P. Wetter (Altchristliche Liturgien, 2 voll., Gottinga 1921-22) all'alba del cristianesimo la cena eucaristica era una celebrazione domestica, preparata dall'uno e dall'altro dei fedeli. Sviluppati la primitiva comunità, si sentì il bisogno che tutti i fedeli contribuissero al comune banchetto. L'offerta dei viveri fu presto arricchita di un cerimoniale e accompagnata da commoventi preghiere. In seguito il rito dell'offerta, per diverse cause, lentamente scomparve, ma rimasero le formole liturgiche, che furono applicate al pane e al vino, ormai unici elementi superiori del primitivo convivio e, sotto l'influsso della concezione misterica, si cominciò a ritenere che ai due elementi fosse legata la presenza del Corpo e del Sangue di Gesù. Così nacque la M. cattolica.

Secondo H. Lietzmann (Messe und Herrenmahl. Eine Studie zur Geschichte der Liturgie, Bonn 1926) due furono i tipi primitivi di liturgia: quello palestinese (rappresentato dalla Didaché e dall'anafora di Serapione), non avendo rapporto alcuno con l'Ultima Cena, è considerarsi come la ripetizione dei pasti ordinari che Gesù prendeva con i suoi discepoli. Nelle agapi fraterne, presto introdotte dagli Apostoli dopo la morte del Maestro, si credette che fosse spiritualmente presente il Signore; poi, sotto l'influsso dell'ellenismo, la cena fu ritenuta un sacrificio. Il tipo paolino (rappresentato da I Cor. 10 e II c. dalla Traditio Apostolica di Ippolito) è in diretta relazione con l'Ultima Cena, in cui Gesù, spezzando il pane, simboleggia l'imminente strazio cui sarebbe stato sottoposto il suo Corpo. I discepoli rinnovarono il rito come ricordo della Passione di Cristo e, sotto l'influsso dei misteri ellenici, ritennero di unirsi misticamente alla vittima divina, che in seguito credettero presente. Questa concezione si diffuse in tutte le regioni dell'apostolato paolino e prevalse nella Chiesa romana, originando la M. come è oggi conosciuta nel cattolicesimo.

2. Dottrina cattolica

Il Concilio di Trento (sec. XII, cann. 1-4), fissò il pensiero della Chiesa nelle cene e lapidarie formole, con le quali condannò tutte le sfumature dell'errore protestante: can. 1: « Se qualcuno dirà che nella M. non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio o che questa oblazione non sia altro che cibarsi di Cristo, sia scomunicato»; can. 2: « Se qualcuno dirà che con quelle parole: Fate questo in memoria di me (Lc. 22, 19; I Cor. 11, 24), Gesù Cristo non costituì sacerdoti gli Apostoli e non ordinò che essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo Corpo e il suo Sangue, sia scomunicato»; can. 3: « Se qualcuno dirà che il Sacrificio della M. è soltanto di lode e di ringraziamento o nuda commemoratione del sacrificio della Croce e non veramente propiziatorio, oppure che giova soltanto a chi se ne ciba e che non si deve offrire per i vivi e i defunti, per i peccati, pene e soddisfazioni ed altre necessità, sia scomunicato»; can. 4: « Se qualcuno dirà che con il Sacrificio della M. si bestemmia il santissimo Sacrificio della Croce o che a quello si detrae, sia scomunicato» (Denz-U, 948-51). Queste definizioni sono precedute e seguite da altri numerosi documenti del magistero ecclesiastico (cf. Denz-U, 424, 430, 435, 441, 464, 698, 1045, 1528, 2049; Lcoc XII, encicl. Mirae caritatis [18 maggio 1902]; Pio XII, encicl. Mediator Dei [20 nov. 1947]).

3. Prove della dottrina cattolica

L'indole sacrificale del rito eucaristico è affermata più volte nei documenti della Rivelazione.

a) Scrittura. — Nel Vecchio Testamento i Padri hanno riscontrato figure (p. es., l'agnello pasquale: Ev. 12, 17; Deut. 16; 17) e allusioni (p. es., Ps. 21, 23; « adorabunt et manducabunt»; Is. 19, 19; « in illa die erit altera Domini in medio terra»; Dan. 3, 39; 12, 11) al Sacrificio eucaristico. Oggi si considerano vere profezie della M. due testi, sui quali si è concentrata l'attenzione della Chiesa e dei teologi: Ps. 109, 4: « Tu sei sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech». Il salmo, che da tutti è ritenuto messianico, afferma tre cose: Cristo è sacerdote e pertanto offre il sacrificio; egli compirà questa funzione sacerdotale per sempre; la sua offerta sacrificale sarà fatta secondo il rito di Melchisedech. In Gen. 14, 18, secondo il testo ebraico, si legge: « Melchisedech, re di Salem, offrì pane e vino ed era sacerdote dell'Altissimo e lo (a Abramo) benedisse». È certo che la parola ebraica hôşî (« protulit») può indicare sia l'offerta sacrificale, sia l'offerta di viveri per un pasto ordinario; però l'inciso « et erat sacerdos Altissimi » suggerisce l'idea di una oblazione sacrificale di pane e vino, fatta da Melchisedech per la vittoria di Abramo, tanto più che la menzione del sacerdozio di Melchisedech per spiegare l'ulteriore frase « et benedixit ei » sarebbe stata superflua, poiché nel concetto semitico la benedizione non era riservata ai sacerdoti. Questa interpretazione è accolta dalla Volgata, dal Canone della Messa romana e dai SS. Padri con consenso unanime. Tale profezia si può ritenere pienamente verificata soltanto nell'ipotesi che la M. sia un vero sacrificio; infatti solamente nella quotidiana offerta del pane e del vino consacrato

Cristo appare sacerdote, che offre perpetuamente un sacrificio secondo il rito di Melchisedech.

Malachia (sec. v a. C.), riprendendo la tiepidezza dei sacerdoti del Vecchio Testamento, che offrivano roba di scarto (animali ciechi, zoppi), così si esprime: «Io non sono contento di voi, dice il Signore degli eserciti, io non accoglierò più il sacrificio dalle vostre mani, poiché dall'Oriente all'Occidente il mio nome è grande fra le genti e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un'oblazione pura, poiché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti.» (Mal. I, 10-11). In questa profezia si parla di un vero sacrificio (come risulta dalla terminologia magia): «Adolture; magia: «offerture»; minah: «oblatio», che sarà offerto nell'età messianica, caratterizzata dall'abrogazione del levitismo («non esiti mi voluntà in vobis... et munus non susciti, dalla università») dalla università («ab ortu enim solis usque ad occasum magnum est nomen meum in gentibus et in omni loco sacrificatur») e dalla santità («offertur nomini meo oblatio mundus»). La visione profetica, che sotto l'arco immenso della gloria di Jahweh scorge l'aurora dei popoli uscenti dall'ombra per offrire all'unico Dio un sacrificio puro, ha il suo compimento perfetto nella M., che da ogni punto della terra e da tutte le stirpi è offerta come «hostia immaculata» al Signore.

Il Nuovo Testamento offre indizi certi e apodittiche testimonianze. Nell'Ultima Cena Gesù compì un vero sacrificio quando disse che il suo Corpo era «dato» («Hoc est corpus meum, quod pro vobis datur»: Lc. 22, 19) e il suo Sangue era «versato» («Hic est Sangius meus Novi Testamenti, qui pro multis effunditur in remissionem peccatorum»: Mt. 26, 28), poiché nello stile biblico queste due espressioni, anche separatamente prese (per la traditio corporis cf. Is. 53, 12; Mt. 20, 28; Rom. 8, 32; Gal. 1, 4; 2, 20; Eph. 5, 25; I Tim. 2, 6; Tit. 2, 14; Hebr. 10, 10; per l'effusio sanguinis cf. Rom. 3, 25; 5, 9; Eph. 1, 7; I Cor. 14, 20; Hebr. 9, 7; I Pt. 1, 19; I Io. 1, 7) indicano sempre un'immolazione sacrificale. Né si può ritenere che il Signore volesse alludere all'imminente sacrificio della Croce (come il testo della Vulgata: effundetur [Mt. 26, 28]) potrebbe far pensare), poiché il participio presente («δώδεκεν»: «datur»; ἐκχυνομένην: «effunditur») si riferisce a quanto avveniva nel momento in cui Gesù parlava. Proprio in quell'istante Cristo diede l'ordine di rinnovare quel rito sacrificale: «Hoc facite in meam commemorationem» (Lc. 22, 19; I Cor. 11, 24). La Chiesa pertanto, ripetendo il gesto eucaristico del suo fondatore, compie un vero e proprio sacrificio, quello stesso che offrì Gesù.

Questa interpretazione sacrificale dell'Ultima Cena viene efficacemente confermata da altre espressioni del contesto: Lc. 22, 19: «Quod pro vobis datur: τῷ ὑπὲρ ὑμῶν διδόμενον: il Corpo del Signore non viene soltanto offerto in cibo ai discepoli (in illis), ma anche dato per loro (pro illis)»: evidente allusione al carattere sacrificale del rito. Il testo di Lc. 22, 20: «Calix novum foedus est in Sanguine meo, qui pro vobis effunditur: τῷ πιστήσῳ ἡ κανὴ διὰδήκειν ἐν τῷ αἵματι μου, τῷ ὑπὲρ ὑμῶν ἐκχυνομένην, sopratutto nella sua costruzione greca, indica che il Sangue è versato in quanto contenuto nel calice eucaristico. Nello stesso inciso si considera stabilita la Nuova Alleanza nel Sangue eucaristico, con manifesta allusione ad Ex. 28, 8: «Hic est sanguis foederis, quod pepigit Dominus vobiscum: Le due Alleanze sono viste nella prospettiva sacrificale dell'effusione del sangue delle vittime. In questo stesso sfondo l'Eucaristia è considerata come la nuova Pasqua, la quale, nel Sangue dell'unico Agnello che toglie il peccato del mondo (Io. 1, 29), fa cessare gli innumerevoli sacrifici della Legge.

S. Paolo affianca le testimonianze evangeliche: I Cor. 10, 20-21: «Quae immolant gentes, daemonii immolant et non Deo. Nolo vos socios fieri daemoniorum: non potestis calicem Domini bibere et calicem daemoniorum; non pote

Article illustration
(let. Alinari)
Messa - Ultima Cena. Bassorilicvo in rame smaltato di Limoges (sec. xirt). Parigi, Musco di Cluny.

stis mensae (πράξεις: «altare») Domini participes fieri et mensae daemoniorum». L'Apostolo, stabilendo un'antitesi tra i riti pagani e quelli cristiani, riconosce presso entrambi l'esistenza di un sacrificio, «per mensam altare utrobique intelligens» (Concilio di Trento, sess. XXII, cap. 1: Denz-U, 939).

Un'altra trasparente allusione al Sacrificio della M. è in Hebr. 13, 10: «Habemus altare, de quo edere non habent, qui tabernaculo deserviunt» infatti il realistico verbo φαγεῖν («manducare») porta spontaneamente il pensiero all'altare eucaristico, dove realmente la vittima è consumata, piuttosto che all'altare della Croce, la cui vittima può dirsi mangiata soltanto metaforicamente (cf. Teodorico da Castel S. Pietro, La Chiesa nella lettera agli Ebrei, Roma 1945, pp. 225-30).

b) Tradizione. — La Chiesa, ubbidiente al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me» (Lc. 22, 19; I Cor. 11, 24), subito celebrò l'Eucaristia a Gerusalemme (Act. 2, 42), a Troade (ibid. 20, 7-11), a Corinto (I Cor. 10-11) e in tutti i luoghi delle sue conquiste. Fin dall'inizio UPANISAD (v.) di cerimonie e di preghiere, nelle quali, in forma semplice, venne espressa la fede comune rivive l'indole sacrificale del culto eucaristico: la Didaché (14, 1-3) affermò che τα λάσας τοῦ ἔσται

è il sacrificio (γουσία) predetto da Malachia. S. Giustino ne fornì la prima descrizione liturgica (I Apollo, 65-67), s. Ippolito (Traditio apostolica) il primo canonico romano (oblatio Ecclesiae), Serapione (Eucologio) la prima anafora orientale («sacrificium»: οουσία; «obtulimus»: προσευχήμαι).

I SS. Padri, in accordo con la tradizione liturgica e con i dati neotestamentari, offrono una testimonianza particolareggiata sull'indole sacrificale del L'Eucaristia e sui suoi elementi costitutivi. Ritengono infatti che la M. è:

α) un vero e proprio sacrificio: s. Irenaeus (Ado. haeres., 4, 18, 1-2 [PG 7, 1024-25]: «Ecclesiae oblatio... sacrificia in populo [Indiaco], sacrificia in Ecclesia»); s. Ippolito (In Danielem, 22 [PG 10, 656]: «Sacrificium de libamen, quod ubique locorum offertur Deo»); Tertulliano (De oratione, 19 [PL 1, 1182-83]: «Ara Dei, participatio sacrificii»); s. Cipriano (Ep., 63, 1 [PL 4, 397]: «Sacrificium verum et plenum»; «Summum verumque sacrificium... verissimum et singulare sacrificium»); s. Agostino (De civitate Dei, 10, 20: PL 4, 298; De spiritu et littera, 11: PL 4, 211).

β) predetto e prefigurato nel Vecchio Testamento: Didaché, 14, 1-2; s. Giustino (Dial. cum Tryphone, 1, 117: PG 6, 746); s. Irenaeus (Ado. haeres., 4, 17, 5: PG 7, 1023; ibid., 4, 18 [PG 7, 1024]: «Oblationes enim et illic, oblationes autem et hic»); s. Cipriano (Ep., 63, 4 [PL 4, 38]: «Christus obtulit hoc idem quod Melchisedech obtulerat, idest panem et vinum, suum scilicet Corpus et Sanguinem»); s. Agostino (De Civitate Dei, 17, 20 [PL 4, 556]: «Id enim sacrificium successit omnibus illis sacrificiis Veteris Testamenti, quae immolabantur in umbra futuris»).

γ) istituito da Gesù Cristo nell'Ultima Cena: s. Irenaeus (Ado. haeres., 4, 17, 5; 18, 1 [PG 7, 1023-24]: «Christus... Novi Testamenti novam docuit oblationem, quam Ecclesia ab Apostolis accipiens in universo mundo offert Deo... Ecclesiae oblatio, quam Dominus docuit offerre in universo mundo»); s. Cipriano (Ep., 63, 1 [PL 4, 373]: «Christus, Dominus et Deus noster, sacrificii huius auctor et doctor»); Eusebio di Cesarea (Demonstr. evang., 1, 10 [PG 22, 90]: «Eiusque rei [Passionis] memoriam, ut nos ipsi Deo pro sacrificio offerremus, instituit»).

Oltre a ripetere questi dati della fede semplice (ψυχής, πίστις), i Padri, specialmente quelli del periodo aureo, abbozzarono una theologia sacrificialis, nella quale si armonizzano tutti gli elementi della Rivelazione:

α) Cristo, realmente presente sotto le specie del pane e del vino (v. Eucaristia) è il sacerdote e la vittima del Sacrificio eucaristico: s. Efrem (ed. Th. J. Lamy, S. Ephrem sermones et hymni, I, Malines 1882, p. 660): «Ipse altare et agnus, victima et sacrificator, sacerdos et sacra»); s. Agostino (De civitate Dei, 10, 20 [PL 4, 298]: «Christus sacerdos est, ipse offerens, ipse et oblatio»).

β) come sacerdote offre invisibilmente: s. Gregorio Nissense (In Christi resurg. oratio, 1 [PG 46, 611]: «Christus arcano sacrificii genere, quod ab hominibus cerni non poterat, seipsum pro nobis hostiam offert et victimam immolat, sacerdos simul existens et agnus Dei»). L'opera misteriosa dell'Offente divino appare esternamente attraverso l'oblazione sensibile dei suoi ministri: s. Cipriano (Ep., 63, 14 [PL 4, 385]: «Utriusque ille sacerdos pro nobis eius Christi vero fungitur, qui id quod Christus fecit imitatur et sacrificium verum et plenum tunc offert in Ecclesia Deo Patri, si sic incipiat offerre secundum quod ipsum Christum videat obtulisse»); s. Ambrogio (Enarr. in Ps., 38, 25 [PL 14, 1051-52]: «Sequimur, ut possumus, sacerdotes, ut offeramus pro populo sacrificium... quia etsi nunc Christus non videtur offerre, tamen ipse offertur in terris quando Corpus Christi offertur; immo ipse offerre manifestatur in nobis, cuius sermo sanctificat sacrificium, quod offertur»).

γ) come vittima è nuovamente immolato incurante mystica, in Sacramento, in mysterio: Tertulliano (De pia dicitia, 9 [PL 2, 1050]: «Rursus mactabitur Christus»); s. Gregorio Nazianzeno (Ep., 171 [PG 37, 279]: «Quando incruenta sectione secaveris Corpus et Sanguinem dominicum, vocem adhibens pro gladio»); Gregorio Nissense (In Christi resurg. oratio, 1 [PL 4, 611]: «In cena iam arcana et non aspectabili ratione Corpus erat immolatum»); s. Ambrogio (De officiis, 1, 48 [PL 16, 94]: «Nunc Christus offertur, sed offertur quasi homo, quasi recipiens passionem... hoc in imagine»); s. Cirillo di Gerusalemme (Catech., 23, 10 [PG 33, 1118]: «Christum mactatum offerimus»); s. Giovanni Crisostomo (De sacerdotio, 3, 4 [PG 48, 642]: «Cum videris Dominum immolatum et iacentem»); s. Cirillo di Alessandria (De adoratione in spiritu et veritate, 10 [PG 68, 707]: «Christus... mystice sacrificatus a nobis et pro nobis offertur»).

S. Agostino compendia in una frase, pregna di contenuto, l'insegnamento patristico: «Nonne semel immolatus est Christus in seipso? Et tamen in Sacramento omni die populis immolatur» (Ep., 99, 9: PL 33, 363).

L'immolazione incruenta e sacramentale rappresenta la morte cruenta del Calvario e ne rinnova perennemente la memoria: s. Cipriano (Ep., 63, 17 [PL 4, 387]: «Passionis eius mentionem in Sacrificii omnibus facimus, Passio est enim Domini Sacrificium quod offerimus»); Eusebio di Cesarea (Demonstr. evang., 1, 10 [PG 22, 90]: «Eiusque rei memoriam... instituit»); s. Ambrogio (De fide ad Gratianum, 4, 10 [PL 16, 641]: «Quotiescumque Sacramenta sumimus... mortem Domini annuntiam»); Serapione di Thumius (sec. IV; Ambrogio eucharistica, 4, in C. Kirsch, Enchiridion historiae ecclesiasticae, 5ª ed., Friburgo in Br. 1941, n. 479: «Propterea et nos similitudinem mortis [τὸ ὀρθόλυμα τῶν δυνάμεων] celebrantes, panem obtulimus»); s. Agostino (De Trinitate, 3, 4 [PL 42, 873]: «Corpus Christi et Sanguinem... rite sumimus in memoriam pro nobis dominicae Passionis»).

Alla fine del sec. VI, s. Gregorio Magno, adunando tutti gli elementi della Tradizione, costruì una sintesi particolarmente felice: «Haec victima... illam nobis mortem Unigeniti per mysterium reparat, qui licet resurgens a mortuis iam non moritur et mors ei ultra non dominatur (Rom. 6, 9), tamen in semetipso immortaliter et incorruptibiliter vivens, pro nobis iterum in hoc mysterio sacrae oblationis immolatur... Hoc sacrificium... Passionem Unigeniti Filii semper imitatur» (Dial., 4, 58: PL 77, 425).

c) Scolastici. — Attraverso s. Isidoro di Siviglia e il ven. Beda (Hom. 14 in dominica tertia post Theophaniam: PL 94, 75), l'idea gregoriana giunse al sec. IX e prestò il fianco a diverse interpretazioni. Amalario di Metz (Liber officialis, 3, 24-35, in Amalarii Ep. opera liturgica omnia, ed. J. M. Hanssens, II, Città del Vaticano 1948, pp. 337-368), ponendo l'accento sull'inciso «Passionem imitatur», vide nelle cerimonie della M. una suggestiva rievocazione del dramma del Calvario in tutti i suoi particolari; invece Floro di Lione, insistendo sul «morte reparat», affermò che nella M. «non tam verbis quam mysterii» (Expositio Missae, 63: PL 119, 54) si rinnova la morte di Croce. La controversia, appena accennata nei due liturgisti, prese più vaste proporzioni presso due distinti teologi: Pascasio Radberto, tenace assertore del realismo eucaristico, sostenne che Gesù «in mysterio veraciter immolatur» (De Corpore et Sanguine Domini, 2, 3: PL 120, 1274), mentre Ratramno di Corbie ritenne che nell'Eucaristia «fideliter reconditur in memoria, quod pro nobis eius (Christi) caro crucifixa et vulnerata sit» (De Corpore et Sanguine Domini, 33-34: PL 121, 141; ibid., 49: PL 121, 169).

Il simbolismo di Ratramno, che nella sua origine e primo sviluppo rimase probabilmente nell'àmbito dell'ortodossia, al sec. XI, Tours (v.), sfociò nella negazione della reale presenza e nella conseguente soggettivazione assoluta del Sacrificio (cf. Berengario, De S. Coena, ed. W. H. Beekkamp, Aia 1941, passim).

Allora, per opera di eccellenti teologi (Lanfranco di Bec, Guitmondo di Aversa, Gregorio di Bergamo, Algero di Liegi), il realismo tradizionale, nella linea di Pascasio Radberto, fu tenacemente rivendicato e nel secolo se-

in fìnem usque saeculi permaneret... novum Pascha instituit seipsum ab Ecclesia per sacerdotes sub signis visibilibus immolandum» (Denz-U, 938).

II. LA NATURA DEL SACRIFICIO DELLA M

Fino alle negazioni del protestantesimo nessuno aveva studiato di proposito l'intima natura del Sacrificio eucaristico. Quando, sotto la spinta delle circostanze, i teologi vi si accinsero, il Concilio di Trento, raccogliendo i dati della Rivelazione spiegata dai Padri e dagli scolastici, pose alcuni principi destinati ad essere la stella polare di ogni ulteriore indagine. Dopo aver stabilito implicitamente (sess. XII, capp. 1-2; Denz-U, 939-40) che il Sacrificio della M. si realizza nella consacrazione delle due specie, precisa: a) che in quell'atto centrale della liturgia si verifica una immolazione incruenta, numericamente distinta da quella del Calvario: «In hoc divino sacrificio quod in Missa peragitur idem ille Christus continetur et incruente immolatur, qui in ara crucis semel seipsum cruente obtulit» (sess. XXII, cap. 2; Denz-U, 940); b) che l'immolazione eucaristica rappresenta e rievocata quella cruenta della Croce: «Quo cruentum illud semel in Cruce peragendum repraesentaretur eiusque memoria in finem usque saeculi permaneret» (ibid., cap. 1; Denz-U, 938); c) che l'immolazione della M. è sacramentale poiché «sub signis et symbolis»: «Seipsum sub signis visibilibus immolandum... sub eurandum rerum (panis et vini) symbolis offerent» (ibid., cap. 1; Denz-U, 938).

La via era segnata, ma non fu da tutti seguita. Vicino al filone tradizionale dell'immolazione «sub signis et symbolis» ebbero un grande sviluppo teorie e sistemi che, attaccandosi ad una parte sola della complessa dottrina sacrificale, o ne esagerarono la portata o ne sminuirono il contenuto.