DITICO

DITICO. -

I. ARTE

Da 8c = due volte e ntòsseiv = piegare. Venivano chiamate con questo nome due tavolette o valle unite da un lato mediante una cerniera o una cordicella o degli anelli in modo da potersi ripiegare l'una sull'altra. Servivano per la scrit

tura: perciò le facce interne erano lisce e spalmate di cera, mentre quelle esterne avevano spesso ornamenti intagliati, scolpiti o sbalzati a seconda che le tavolette erano di avorio, di legno, di metallo.

In epoca più avanzata le facce interne dei d., divenuti oggetto di devozione, recarono la rappresentazione a rilievo o dipinta di immagini sacre.

Durante la tarda età imperiale si usò far dono di d. in occasione di fausti avvenimenti ed in modo particolare per celebrare l'elezione dell'imperatore e l'entrata in carica dei consoli. Naturalmente in questi casi i d. erano di materia preziosa, AVORIO (v.) e ornati nel miglior modo possibile.

Il largo uso che si fece dei d. destinati ai consoli, oltre che da una disposizione limitativa dell'a. 384, è testimoniato dal numero cospicuo di esemplari giunti a noi. Il consolo, cui era destinato il d., rivestito degli abiti propri della sua dignità, campeggia generalmente al centro della faccia principale ed è raffigurato o in piedi o seduto sulla «sella curulis» con lo scettro nella sinistra e la «mappa circensis» nella destra alzata nell'atto di dare il segnale dell'inizio dei giochi. Ai due lati, specie nei d. del sec. VI, si trovano le personificazioni di Roma e di Costantinopoli; in alto, in una «tabula» per lo più «ansata», è il nome del console; in basso, in genere, una scena di vario soggetto. Sembra che questo tipo di d. abbia avuto come centro originario di produzione Alessandria d'Egitto.

Molti d. consolari appartenenti a chiese cattedrali debbono la loro conservazione all'essere stati donati, a partire dal sec. V, dai magistrati ai vescovi, i quali li usarono o come coperture di evangeliani o per scrivervi serie di nomi a fine liturgico.

Fra i più antichi d. eburnei si ricorda quello dei Nicomachi e Simmachi, eseguito forse a Roma fra il 376 e il 394 in una tecnica che riflette i modi tradizionali della plastica ellenistica, e le cui valle sono oggi divise tra il Museo di Cluny di Parigi e il Victoria and Albert Museum di Londra. Ad esso collegato stilisticamente, ma forse di qualche tempo posteriore, è il d. di Rufo Probiano, vicario di Roma, conservato nella biblioteca reale di Berlino. Riflette ancora i modi della plastica ellenistica anche il d. di Anicio Probo, console nel 406, conservato nella cattedrale di Aosta, quello con le Marie al Sepolcro della collezione Trivulzio a Milano e l'altro con Storie di S. Paolo al Bargello di Firenze ugualmente del sec. V, mentre il d. di Felice, console nel 420 (Parigi, Biblioteca Nazionale), mostra nella esecuzione alcuni intenti pittorici propri della più avanzata plastica romana di quei tempi. Nel d. di Asturio, console nel 449 (Darmstadt), sono invece evidenti gli stessi intenti stilistici perseguiti nel d. di Rufo Probiano. Mentre il d. di Boezio, console nel 487, conservato nel Museo Cristiano di Brescia mostra un più deciso allontanamento dall'antico decoro formale in un desiderio di nuova espressività, d'altro canto, lì, non raggiunta.

I d. ora ricordati vennero lavorati tutti in officine italiane e mostrano con sufficiente chiarezza l'evolversi della plastica di quei tempi presso di noi.

È invece quasi sicuramente prodotto orientale il d. conservato nella cattedrale di Monza, da ascriversi alla fine del v o al principio del sec. VI e che si dice raffigurò Galla Placidia, Ezio e il piccolo Valentiniano. Appartengono inoltre tutti ad officine orientali, tranne quello di Oreste (Victoria and Albert Museum di Londra), i d. consolari del sec. VI riflettenti i modi della tarda tradizione plastica orientale: così quello di Arelindo (506), l'altro di Clementino (513) e quello di Anastasio (517), consoli a Costantinopoli agli inizi del sec. VI.
Il d. eburneo di Rambona lavorato in Italia e che è della fine del sec. IX (Museo Cristiano Vaticano) nella incertezza del taglio e nella faticosa composizione riflette con evidenza i modi della plastica di quei tempi.

Allora, come si è detto, i d. divennero soprattutto oggetti di devozione e quindi non deve far meraviglia se le figurazioni di alcuni d. consolari siano state

trasformate in figurazioni cristiane. Così, ad es., nella cattedrale di Monza si conserva un d. (sec. VI), in cui si vede chiaramente che ad uno dei due personaggi rappresentati è stato trasformato (probabilmente nel sec. IX) lo scettro in un bastone sormontato da una croce; in alto si legge la scritta SCS Gregor(ius); la mano destra però sorregge ancora la mappa. Il personaggio figurato sull'altra valva non ha subito tanti adattamenti, ma è stato indicato con le parole DAVID REX.

D. assai riccamente intagliati si usarono anche nei secc. XII e XIII nell'Oriente bizantino ed assunsero più tardi la forma di iconi, finendo con l'essere considerati come veri e propri oggetti di devozione secondo un uso che fu continuato in Europa dagli scultori del periodo gotico.

Durante l'età románica e quindi fin nel sec. XV fu pure frequente in Europa l'uso di immagini sacre e quindi anche di ritratti dipinti su tavolette collegate tra loro da cerniere. Numerosi esempi ce ne ha lasciato l'arte fiamminga, ma furono anche frequenti nella scuola pittorica dell'Italia orientale (Marche-Rimini-Venezia) e in quella sese (Simone Martini: d. della Madonna col Piccolo Gesù e la Pietà, museo Horne, Firenze).

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II. LITURGIA

Le valve interne dei d. servivano nell'uso liturgico per registrare i nomi dei santi, dei vescovi, benefattori della Chiesa vivi e morti, che si dovevano recitare nei Memento dei vivi o dei de-

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