ICONOCLASTIA

ICONOCLASTIA. - Eresia di coloro che contrastarono il culto delle immagini di Gesù Cristo e dei santi, specialmente nei secc. VIII-IX.

SOMMARIO: I. Sintesi storica. - II. Dottrina degli iconoclasti. - III. Esito delle persecuzioni iconoclaste.

I. SINTESI STORICA

La parola iconoclasta significa letteralmente spezzatore di icone o di immagini sacre, dipinte o scolpite, raffiguranti Gesù Cristo, la B. Vergine, i santi. La storia ha applicato tale nome a quei fanatici nemici dell'uso e del culto delle immagini che comparvero nell'Impero bizantino durante i secc. VIII-IX. Capi degli iconoclasti furono gli imperatori bizantini in persona, i quali si adoperarono con la violenza ad abolire non soltanto il culto ma anche il semplice uso delle immagini. Vengono pure chiamati iconomachi o nemici delle immagini, per quanto tra l'uno e l'altro termine ci sia una notevole differenza. Sappiamo, infatti, esservi stati degli iconomachi che tolleravano o anche approvavano l'uso delle sacre immagini e ne avversavano soltanto il culto religioso: si può dire perciò che tutti gli iconoclasti sono degli iconomachi, ma non è esatto dire il contrario, che cioè tutti gli iconomachi siano degli iconoclasti.

L'i. bizantina fiorì nel sec. VIII, ma già prima la storia deve registrare molti iconomachi e persino qualche iconoclasta propriamente detto. Anzi, pur dopo cessato il movimento iconoclastico bizantino,

vi furono in Occidente dei terribili iconoclasti (v. IMMAGINI, culto delle).

La storia della i. si svolge in due tempi, nettamente distinti tra di loro; tra essi intercorre un periodo di tranquillità in cui ebbe luogo il VII Concilio ecumenico, secondo di Nicea (787), che definì la questione dogmatica relativa al culto dovuto alle immagini sacre.

Fu l'imperatore Leone III l'Isaurico il primo che dichiarò guerra alle immagini nel 725, se non proprio con un decreto esplicito, almeno con un complesso di dichiarazioni e di disposizioni che lasciavano trasparire molto chiaramente la sua mentalità al riguardo. Gli storici si sono posti questo quesito: per quale motivo l'Imperatore scatenò una così violenta tempesta? Alcuni l'attribuiscono all'influsso del giudaismo e dell'islamismo; altri, invece, fanno notare che Leone aveva trascorso la sua giovinezza ed età matura ai confini orientali dell'Impero, in mezzo a popolazioni e soldatesche già infette di paulicinasimo manicheo, nemico per istinto di ogni rappresentazione materiale. Questa è la spiegazione più probabile. Ad essa si deve aggiungere il fatto di reali abusi introdotti nel culto delle immagini e la mania riformatrice che il « basileus » manifestava in parecchi campi.

Ch. Diehl e L. Bréhier hanno però dimostrato che l'imperatore Leone ha voluto con l'i. comprimere l'influsso dei monaci.

Leone si sforzò in primo luogo di guadagnare al proprio punto di vista qualche vescovo. Vi riuscì difatti con Teodoro di Efeso, Tommaso di Claudiopoli e Costantino di Nacolia, ma fallì in pieno con il patriarca di Costantinopoli, s. Germano, il quale fu costretto a dare le dimissioni e lasciare il posto al sincello Anastasio (17 genn. 729). Due giorni dopo, nel quartiere della Calchia, l'immagine di Cristo fu sfregiata. Il sacrilegio provocò una sommossa subito soffocata nel sangue. L'episcopato bizantino, senza opporre grande resistenza, piegò il capo

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ICONE - I. con l'immagine del Battista (sec. XIII) - Venezia, Museo di S. Marco.
(fot. Alinari)
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ICONOCLASTIA - Tipo di decorazione proveniente da prototipi iconoclastici, secondo Zabughin, Miniatura del cod. Vat. gr. 354 f. 17° contenente il Tetraevangelo scritto da Michele Monaco (949) - Biblioteca Vaticana.
alla volontà dell'Imperatore e l'i. divenne la dottrina ufficiale. I patriarcati melchiti di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, che non dipendevano dal «basileus», rimasero fedeli all'ortodossia, la quale fu difesa con eloquenza da Giovanni di Damasco e Giorgio di Cipro in discorsi rimasti celebri. Il papa Gregorio II (715-31) appena venne a conoscenza della nuova cresia, protestò energicamente presso l'Imperatore. Il successore, Gregorio III (731-43), fece altrettanto e nel Sinodo romano del 1 nov. 731 proclamò la legittimità del culto delle immagini. La risposta dell'Imperatore non si fece attendere. Non soltanto confiscò le rendite della Chiesa di Roma nelle province imperiali, soprattutto in Sicilia, ma pose alle dipendenze del patriarcato di Costantinopoli tutte le sedi vescovili del patriarcato di Roma che si trovavano in territorio bizantino. Altrettanto fece con le sedi vescovili del patriarcato melchita di Antiochia.

Alla sua morte, che avvenne nel 740, salì al trono il figlio, Costantino V, detto il Copronimo. Fino al 752 egli si mostrò relativamente moderato nel suo zelo iconoclasta. La rivolta del generale Artavasdo che, sostenuto dai fedeli rimasti nell'ortodossia, era riuscito in un anno e mezzo ad occupare Costantinopoli (giugno 741-nov. 742), aveva reso Costantino prudente. Nel 752 ritenne ormai giunto il momento opportuno di riunire in concilio tutto l'episcopato bizantino per far approvare ufficialmente la dottrina iconoclasta. Il Concilio, preparato accuratamente con piccole assemblee tenute qua e là, si riunì il 10 febbr. 754 nel palazzo imperiale di Jeria nei sobborghi di Costantinopoli e chiuse i suoi lavori il 28 ag. nella chiesa di S. Maria della Blacherne. Ivi fu letta la definizione dogmatica o l'600; di questo vero e proprio conciliabolo che osò fregiarsi del titolo di ecumenico, nonostante l'assenza degli altri patriarchi orientali e del Papa. Sottoscritta da ben 338 vescovi, tale definizione condannava l'uso e il culto delle immagini, pur conservando il culto di intercessione, diretto alla Vergine e ai santi.

Nonostante tale definizione, il popolo, e soprattutto i monaci, non si sottomisero. Costantino V allora attuò contro di essi una violenta persecuzione. L'esilio, la prigione, la tortura: tutto fu adoperato contro gli iconofili. Ci furono moltissimi martiri. Contemporaneamente, le

immagini vennero fatte a pezzi, gli affreschi ricoperti di calce, i musaici distrutti, le illustrazioni dei manoscritti bruciate o stracciate, le chiese dei monasteri sconsacrate. Un decreto emanato verso la fine del 764 impose a tutti i sudditi dell'Impero il giuramento di rinunciare alle immagini. Dimenticando le stesse decisioni del Concilio di Jeria, il «basileus» se la prese pure con il culto di intercessione reso alla Vergine e ai santi, facendo gettare le loro reliquie in mare. Spingendo il suo fanatismo laicizzatore all'estremo, diede la caccia finanche alla parola «santo» (ἔγιος) e la fece togliere dappertutto, anche dalle denominazioni geografiche e topografiche. Lo stesso fece contro la parola «monaco». Chiamava i monaci: «questi sciagurati». Per sopprimere tale «genia maledetta», stabilì la pena di morte per tutti quei superiori che accogliessero novizi.

Sotto il successore di Costantino, Leone IV, che regnò appena 5 anni (775-80), la persecuzione venne in parte mitigata. Dopo, la vedova di Leone, Irene, assai sollecita del culto dei santi, prese in mano le redini del governo in luogo del suo unigenito, Costantino VI, di appena sei anni. Essa lavorò abilmente a preparare la restaurazione del culto delle immagini e a far cessare lo scisma esistente contro Roma e i patriarcati melchiti. Il 29 ag. 785 inviò una delegazione a proporre al papa Adriano I la convocazione di un concilio ecumenico. Il Papa approvò pienamente la proposta. Fece partire dei legati e il 17 ag. dell'anno successivo fu possibile aprire il Concilio a Costantinopoli nella chiesa dei SS. Apostoli. Ecco però scoppiare improvvisamente una rivolta dei soldati iconoclasti. Irene si vide costretta a rimandare il Concilio. Essa poté tuttavia disarmare le truppe ribelli, e richiamare, quindi, subito i legati e i vescovi che si erano già messi in viaggio. Il luogo del convegno però non fu più Costantinopoli ma Nicea. Colà si celebrò il VII Concilio ecumenico che anatematizzò l'i., spiegò e definì il culto reso alle immagini sacre, difendendone la legittimità contro le obiezioni degli avversari. La definizione di Nicea fu proclamata a Costantinopoli, in una ottava ed ultima sessione, dinanzi ad Irene e suo figlio nonché dinanzi al popolo ed al presidio militare.

Pur battuto a Nicea, il partito iconoclasta era ancora forte ed attendeva l'occasione propizia per prendere la rivincita. Tutto fu calino fino all'813, allorché l'armeno Leone Bardas, mediante una rivolta militare, fu proclamato «basileus» con il nome di Leone V. Per far piacere ai soldati, ai quali doveva la corona imperiale, Leone non tardò un istante a riaccendere la lotta contro le immagini. Il patriarca s. Niceforo, zelantissimo difensore dell'ortodossia, dovette dare le dimissioni (13 marzo 815) e cedere il posto ad un notorio iconomaco, Teodoto Melisseno Cassiteras, il quale non ebbe altra premura che di condannare il Concilio del 787 e ridar vita alle decisioni di Jeria con un Sinodo di tre sessioni. Si scatenò immediatamente una persecuzione contro gli iconofili, assai più violenta di quella fatta sotto Costantino V. I vescovi furono cacciati e sostituiti con altri, i monasteri chiusi ed i monaci dispersi, i fedeli gettati in mare, rinchiusi in sacchi, o sottoposti a dura flagellazione fino a morirne, o imprigionati, o esiliati; ecco quanto avvenne sotto il regno di Leone l'Armeno che morì ucciso nell'820. Gli successe Michele II il Balbuziente (820-29), il quale si mostrò meno brutale. Fece ritornare gli esiliati e liberare i prigionieri, ma non andò più in là di questo. Le immagini restavano sempre proibite. Sotto l'imperatore Teofilo (829-42) si ebbe una nuova persecuzione. Numerosi confessori furono imprigionati e crudelmente torturati: famoso il caso dei due fratelli Teodoro e Teofane, sulla fronte dei quali un carnefice incise ben 12 versi giambici (836). Soltanto alla morte di questo «basileus» (842), si poté vedere quello che si era visto alla morte di Leone IV: una Imperatrice reggente, favorevole alle immagini, la quale ne restaurò il culto con prudenza: Teodora, vedova di Teofilo, la quale si sbarazzò del patriarca iconoclasta Giovanni VII e lo sostituì con s. Metodio, uomo di polso e di prudenza. Il giorno 11 marzo 843, prima domenica di Quaresima, si poté finalmente celebrare con tutta pompa il trionfo definitivo dell'ortodossia con una festa che è ri-

masta fino ai nostri giorni, con il nome di « Festa dell'Ortodossia ». Non vi si risparmiano gli anatemi contro tutti gli eretici e si rende triplice memoria eterna ai difensori della vera fede.

II. DOTTRINA DEGLI ICONOCLASTI

Riguardo alla dottrina degli iconoclasti abbiamo scarse notizie, essendo stati distrutti i loro scritti. La fonte più importante che ci è giunta è la definizione o l'60% del conciliabolo di Jeria (754), riportata e confutata negli atti del VII Concilio ecumenico (Mansi, XII, 208-352). I nemici delle immagini fanno appello ora alla Scrittura, ora alla Tradizione, ora al ragionamento teologico. Secondo essi, il culto delle immagini è una vera e propria idolatria, contraria al primo precetto del Decalogo: « Non ti farai scultura né immagine alcuna di ciò che è nel cielo in alto o nella terra in basso ecc. ». (Et. 20, 4).

Tentano poi di scoprire negli scritti dei Padri tutto ciò che può essere di sostegno alla loro tesi. Le citazioni sono spesso mutile, non interpretate nel loro contesto, talvolta interpolate a bella posta o addirittura fittizie. Soprattutto contro l'immagine di Cristo fanno valere il seguente ragionamento che, secondo loro, non lascia alcuna scappatoia agli iconofili: « Poiché Gesù Cristo è nello stesso tempo Dio e uomo, dipingendo la sua umanità, o la separate dalla divinità: e allora siete dei veri nestoriani e dividete il Cristo; o altrimenti siete dei monofisiti, perché cercate di circoscrivere la divinità che non può essere circoscritta e la fate scomparire nell'umanità ». Essi inoltre hanno pensato che la sola immagine, la sola rappresentazione autorizzata del Cristo, che è veramente degna di adorazione, è quella che si ha nell'Eucaristia mediante la consacrazione del pane e del vino. Così dicendo, si riferiscono alla vecchia espressione patristica che si legge tuttora nella Messa di s. Basilio, e che chiama le oblate: immagine del corpo e del sangue di Gesù Cristo. In ultimo espongono, a sostegno della loro tesi, gli abusi nei quali cadono certi iconofili. Una lista di tali abusi si può leggere nella lettera di Michele il Balbuziente a Ludovico il Pio scritta nell'824 (Hefele-Leclercq, IV, 42). Ma pur ammesso che siano veramente avvenuti questi abusi, non sono poi tanto gravi. Il maggiore consisteva nel prendere le icone come padrini nel Battesimo.

Costantino Copronimo, come s'è visto, aveva attaccato non soltanto il culto delle immagini della Vergine e dei santi, ma anche il culto delle loro reliquie e aveva negato loro il potere di intercessione. Non pare che i teologi iconoclasti abbiano condiviso il pensiero di Costantino su questo punto. Il Concilio di Jeria aveva chiaramente messo in salvo il culto di intercessione.

III. ESTO DELLE PERSECUZIONI ICONOCLASTE

Il movimento iconoclasta finì con il dar luogo ad un effetto del tutto opposto a quello che avevano sognato i suoi promotori. Piuttosto che far scomparire il culto delle immagini, servì a farlo radicare maggiormente nel cuore dei Bizantini e a spingerlo fino all'esagerazione.

Per quanto riguarda l'arte religiosa, bisogna dire che il movimento iconoclasta ha distrutto dei capolavori inestimabili, ai quali ha sostituito un'arte profana, tutta fatta a base di ornamentazione animale, floreale e geometrica. Questo stesso tentativo però ebbe un'esistenza effimera. La paura tuttavia di passare per idolatri - accusa che gli iconoclasti facevano facilmente agli iconofili - rese gli artisti molto timidi nel rappresentare Gesù Cristo, la Ver-

gine e i santi. Non soltanto essi abbandonarono la scultura, ma anche nella iconografia il loro genio creatore fu quasi spento dalla preoccupazione di fare non un'immagine fiorita dalla fantasia ma un semplice ritratto del prototipo. Questo spiega certi modelli stereotipati imposti dalla tradizione.

Per quanto riguarda la storia generale, le persecuzioni suscitate dagli iconoclasti produssero il doloroso effetto di approfondire sempre più il solco di divisione tra l'Oriente e l'Occidente nel campo religioso e di preparare la scisma definitivo. Per la loro durata e la loro violenza, esse abituarono i Bizantini a vivere separati da Roma. I papi d'altra parte cominciarono a guardare con avversione questi imperatori eretici e persecutori, incapaci per di più di difenderli contro la pressione dei barbari, e pertanto volsero i loro occhi alla potenza politica dell'Occidente, rappresentata da Pipino il Breve e da Carlomagno. Ciò che essi vivamente sentirono e che costituirà l'oggetto delle loro proteste durante i secoli, fu la spoliazione e lo smembramento a vantaggio di Costantinopoli del patriarcato romano in Oriente decretato da Leone Isaurico nel 732. - Vedi tav. XCV.

BIBL.: Fonti per la storia e la dottrina dell'eresia iconoclasta: Atti dei Concili relativi all'i, in Mansi, XII-XIV; D. Serruys, Les actes du Concile iconoclaste de l'an 815, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 (1903), pp. 345-51; gli atti tradotti in francese da Leclercq, in Hefele-Leclercq, III, 1217-21; Cronache di Teofane e dei suoi continuatori: PG 105-109; di Leone il Grammatico, ibid. 108; di Niceforo, ibid. 100; di Giorgio il Monaco, ibid. 110. - Fonti varie: J. Pargoire, L'Eglise byzantine de 517 à 847, 3ª ed., Parigi 1923, pp. xiv-xv, passim; S. Giovanni Damasceno, I tre discorsi sulle immagini: PG 94, 1232-1420; S. Germano di Costantinopoli, Epistula ad Thomam episcopum Claudiopalens: Mansi, XIII, 108 sg.; S. Niceforo, Antirhetici, I-III: PG 100, 205-333; st Teodoro Studita, Antirhetici et epistolae, ibid. 99. - Letteratura: L. Maimbourg, Histoire de l'hérésie des iconoclastes, Parigi 1674; K. Schwarzlose, Der Bilderstreit, Gotha 1890; A. Touzard, La persécution iconoclaste d'après la correspondance de st Théodore Studite, Parigi 1897; E. Marin, Les moines de Constantinople, ivi 1897; A. Lombard, Constantin V empereur des Romains, ivi 1902; L. Bréhier, La querelle des images, ivi 1904; J. Pargoire, L'Eglise byzantine de 517 à 847, 1ª ed., ivi 1905, pp. 253-280, passim; L. G. Tixeront, Histoire des dogmes, III, 2ª ed., Parigi 1912, pp. 434-73; C. Emereau, Iconoclasme, in DThC, VII, coll. 575-95; L. Bréhier, in Fliche-Martin-Frutaz, V, Torino 1945, pp. 449-89 (con ampia bib.).
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“ICONOCLASTIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 897. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/iconoclastia.