IMMAGINI, CULTO delle. - È l'onore reso alle i. sacre, cioè alle rappresentazioni dipinte o scolpite di Gesù Cristo, di Maria Vergine e dei santi. Lo stesso onore è tributato alle rappresentazioni di esseri incorporei: Dio Padre, la Trinità, lo Spirito Santo, gli Angeli. Rientra spesso nel culto delle i. quello reso alla Croce, alle reliquie, al libro del Vangelo, agli oggetti consacrati, perché non differisce essenzialmente dal primo. Si tratta di un culto relativo, tale, cioè, che non si riferisce all'immagine o all'oggetto sacro per se stesso, ma piuttosto alla persona rappresentata o a Dio (v. CULTO).
I. STORIA. - Occorre distinguere tra l'uso delle i. e il culto che si dà loro. La storia ricorda uomini che hanno favorito l'uso e combattuto il culto delle i. Nella Chiesa, l'uso ha preceduto il culto, il quale non si è sviluppato che lentamente. L'uso risale alle origini. Il Vecchio Testamento pareva contrario tanto all'uso che al culto delle i., come sembra dedursi da Ex. 24, 4: « Non farai i. o figura alcuna né di ciò che si trova nell'alto dei cieli, né di ciò che si trova sulla terra e di ciò che si trova nel profondo degli abissi ». In realtà, tale proibizione non fu mai assoluta, per lo meno in un determinato periodo; si pensi, p. es., ai cherubini dell'arca dell'alleanza e al serpente di bronzo (Ex. 25, 18; 37, 7-9; Num. 21, 8-9; Reg. 7, 25). È nel tempo successivo all'esilio, soprattutto nell'epoca dei Maccabei, che il giudaismo comincia a proscrivere qualsiasi i. per timore dell'idolatria.
Le molteplici pitture delle catacombe, le sculture dei sarcofagi cristiani, alcune statue del Buon Pastore
dicono chiaramente che la Chiesa ha usato le i. fin dalle origini. Tertulliano parla dell'i. del Buon Pastore esistente sui calici (De pudicitia, 7, 10) ed Eusebio di Cesarea dice di aver visto con i propri occhi le i. dipinte dei ss. Pietro e Paolo e di Gesù (Hist. eccl., 7, 18). Soltanto poche voci isolate, appoggiandosi all'autorità del Vecchio Testamento, disapprovano tale uso; si fa il nome di Clemente Alessandrino, di Tertulliano, Minacio Felice, Arnobio e Lattanzio. Il Concilio di Elvira (305 ovvero 306) dice nel can. 36: « Placuit pictura in Ecclesia esse non debere, ne quod colitur et adoratur in parietibus depingatur ». In una lettera a Costanza, sorella di Costantino, Eusebio respinse le i. per paura dell'idolatria (cf. A. Pitra, Spicilegium Solesmense, I, Parigi 1852, pp. 383-86; Eusebio, Hist. eccl., VII, 18). Si è pensato per molto tempo che s. Epifanio fosse del medesimo parere in una lettera diretta a Giovanni di Gerusalemme, di cui non si possiede che una traduzione latina, attribuita a s. Girolamo. C'è però motivo di credere che tale lettera sia stata manipolata dagli iconoclasti (cf. Mansi, XIII, 292). Nel secc. IV e V l'uso delle i. si riscontra dappertutto. Per quel che riguarda il culto propriamente detto, esso si manifesta principalmente intorno alla Croce. Per le i. specifiche di Gesù Cristo, della Vergine e dei santi, le testimonianze sono molto più rare. Bisogna arrivare ai secc. VI e VII per trovare testimonianze del tutto esplicite. Risalgono a quest'epoca le i. acheropite (v.): a tali i. si presta indubbiamente una speciale venerazione. Verso la fine del sec. VI, Leonzio, vescovo di Neapolis in Cipro, nel suo cinquantesimo discorso apologetico contro i giudei, difese i cristiani dall'accusa di idolatria e tracciò già le prime linee della teologia del culto della Croce e delle i. (PG 93, 1597-1609). In Occidente, il poeta Fortunato accenna ad una lampada che arde dinanzi all'i. di s. Martino. S. Gregorio Magno biasima il vescovo di Marsiglia, Sereno, il quale ha avuto l'ardire di spezzare le i. per allontanare dal popolo il pericolo della idolatria (Epist., 11, 13). In altro luogo, lo stesso Santo parla della venerazione alla Croce e alle sacre i. (Epist., 9, 6). A muover guerra all'uso e al culto delle i. furono soltanto i Giudei e le sette manichee, p. es., i pauliciani dell'Asia Minore. Ad essi bisogna aggiungere alcuni teologi monofisiti del primo periodo: Filosseno di Mabbùg, Severo d'Antiochia, Pietro Fullone, i quali, peraltro, non furono seguiti dalle Chiese monofisite, che hanno mantenuto il culto delle i. alla maniera dei Bizantini (cf. M. Jugie, Theologia Orientalium dissidentium, V, Parigi 1935, pp. 577-83). Quando nel 726 scoppiò la prima persecuzione iconoclastica, nella Chiesa, vigeva dappertutto non soltanto l'uso ma anche il culto delle i., il quale invero aveva già dato luogo a qualche abuso.
Le persecuzioni iconoclastiche (v. ICONOCLASTIA) ebbero delle ripercussioni in Occidente. Appena apparve l'eresia, fu condannata nei Concili di Roma del 731 e del 769. Anche nel Sinodo tenuto a Gentilly (769) se ne fece parola. Una vera e propria controversia relativa al culto delle i. ebbe origine soltanto sotto Carlomagno dopo il II Concilio di Nicea (v. CARIOCINESI, LIBRI). Il papa Adriano I dovette prendere la difesa del Concilio a dimostrarne l'ortodossia, ma i teologi franchi forse non rimasero convinti. È certo che, alcuni anni dopo, i vescovi franchi fecero lieta accoglienza alla lettera scritta dall'imperatore bizantino Michele il Balbuziente a Luigi il Buono (824). L'imperatore Michele era un iconomaco moderato. Respingeva il culto delle i., ma ne accettava l'uso. I vescovi franchi, con il beneplacito di papa Eugenio II (824-27), vollero tenere un'assemblea a Parigi nell'825, allo scopo di esaminare il problema del culto. I documenti che inviarono a Roma, li rivelano ostinati avversari del culto. Essi biasimarono tanto il Concilio di Nicea che il papa Adriano, e accettarono le tesi dei libri carolini. A questo punto scoppiò il furore iconoclasta di Claudio, vescovo di Torino, uno spagnolo dalla mente ristretta, che fece distruggere Croci ed i. e se la prese anche con il culto dei Santi e delle loro reliquie. L'opera che scrisse per giustificare la sua condotta fu confutata
dal monaco Dungal di S. Dionigi e da Giona vescovo di Orléans, la cui dottrina si avvicina alla definizione di Nicea, la quale fu accolta integralmente in Francia soltanto dopo l'VIII Concilio ecumenico (869-70), che la confermò nel suo terzo canone.
Durante il medioevo come nei tempi moderni, il culto delle i. ed anche semplicemente il loro uso, hanno avuto degli avversari talvolta non meno accesi degli iconoclasti bizantini. In Oriente i bogomili, affini ai pauliciani; in Occidente Pietro ed Enrico de Bruys, i wielciffiti e gli ussiti disprezzavano le i., soprattutto la Croce. Anche i protestanti fecero guerra alle i. e le distrussero; si distinsero i calvinisti ai quali si deve la rovina di numerosi e preziosi tesori dell'arte cristiana. Contro di loro, il Concilio di Trento proclamò nuovamente la legittimità del culto delle i.
In Oriente, dopo la lotta iconoclasta, e fino ai giorni nostri, soprattutto in Russia, il culto delle iconi ha preso uno sviluppo straordinario, che si può ritenere eccessivo. Mentre le statue sono proibite, abbondano le i. dipinte e sono oggetto di culto non soltanto nelle Chiese, ma anche nelle case private e un po' dovunque. Molto più moderato si è manifestato l'Occidente. Molte i. non sono oggetto di culto propriamente detto e sono usate come ornamento e come mezzo istruttivo: p. es., gli affreschi, i musaici, le vetrate dipinte. Certe iconi antiche sono oggetto di particolare venerazione e soprattutto le statue di Nostro Signore, della Madonna e dei Santi.
II. DOTTRINA
Che l'uso delle i. sia legittimo ed utile, è una verità d'ordine sperimentale, che non ha bisogno di dimostrazioni. Di i. ci si serve continuamente tanto nella vita famigliare che nella vita sociale, come dimostrano i monumenti ed i ritratti dei re, dei grandi uomini, dei parenti. Non si vede pertanto perché debba essere vietato servirsene nel campo religioso e dipingere o scolpire l'i. del Figlio di Dio fatto uomo, della sua Madre, dei Santi. L'uomo è composto di materia e di spirito; ha bisogno delle cose sensibili e materiali per elevarsi alla conoscenza e all'amore del mondo spirituale e invisibile. L'i. risponde alla triplice funzione di ornamento, decorando i luoghi del culto; di insegnamento, portando l'illetterato e l'ignorante alla conoscenza degli episodi della storia sacra, delle ve-rità insegnate dal catechismo e richiamando alla mente di tutti queste stesse verità; di incitamento alla pietà: infatti la vista di un'i. suscita sentimenti di rispetto, di venerazione, di amore, di confidenza verso la persona che rappresenta e con la quale ci mette in relazione.
La natura poi del culto propriamente detto che si rende alle i. in quanto tali, è stata definita in tre concili ecumenici: nel II Concilio di Nicea
(787), nel IV di Costantinopoli (869-870) e in quello di Trento. La definizione di Nicea dice: «Decidiamo di riprendere le sacre e venerande i. di Gesù Cristo, della sua santa Madre, degli Angeli e dei Santi... di render loro rispetto e onorifico culto (τιμητικὴ τροχόλησιν); non certamente il culto di vera e propria latria che conviene soltanto a Dio, ma quell'onore che si dà all'i. della preziosa e vivifica Croce, ai Vangeli e agli altri oggetti sacri. Infatti l'onore che si rende all'i. ricade sul prototipo e colui che dà venerazione all'i., dà venerazione alla persona che essa rappresenta» (Mansi, XIII, 377-80). Il Concilio di Trento confermò la stessa dottrina in questi termini: «Imagines Christi, Deiparae Virginis et aliorum sanctorum in templis praesertim habendas et retinendas eisque de-

(fot. Biblioteca Vaticana)
Il culto di cui le i. sono oggetto è, dunque, un culto relativo, che non si limita alla materia di cui essa è fatta, ma si riferisce all'originale, nel senso che i segni esterni di venerazione che si danno all'i., interiormente sono diretti all'originale; ed è proprio per quest'ultimo che si onora l'i. Non vi è alcun caso, in cui tali segni esteriori di venerazione dati all'i. possano definirsi atti di adora-
zione, sia pure di adorazione relativa. È vero che s. Tommaso e molti altri teologi dopo di lui parlarono proprio di adorazione relativa, per quanto riguarda la Croce e l'i. del Salvatore. Ma questa terminologia è pericolosa e la Chiesa non l'ha mai consacrata nei suoi documenti ufficiali. Secondo i Padri, difensori del culto delle i., l'adorazione, la latria propriamente detta è sempre assoluta e si riferisce soltanto a Dio. Secondo la definizione del Concilio di Nicea, non c'è diversità di natura tra il culto che si rende alla Croce ed alle i. del Salvatore e quello che si rende alle i. dei Santi. Che gli scolastici abbiano usato l'espressione «adorazione relativa», dipende dal fatto che essi ignorarono la definizione del Concilio di Nicea e vissero prima del Concilio di Trento. Del resto, la differenza esistente fra loro e gli antichi Padri è più formale che sostanziale. Quando ci si trova dinanzi all'i. di Gesù si può fare astrazione da essa e comportarsi come se l'originale di quell'i. fosse presente in persona. L'i. allora rappresenta una semplice occasione per rendere al Salvatore il culto di adorazione che è sempre un culto assoluto.
Il culto delle i. è di per sé lecito e utile, ma non necessario. La Chiesa potrebbe anche, per ragioni particolari, sopprimerlo momentaneamente. Se l'ha difeso con tanto vigore contro gli iconoclasti, è soltanto perché costoro l'accusavano di errore e di idolatria.
III. DIRITTO CANONICO
Per poter essere oggetto di culto è necessario che le i. non rappresentino alcunché di contrario alla fede e ai buoni costumi; che siano conformi a quanto è riferito, riguardo a ciò che raffigurano, nella S. Scrittura e nella tradizione, e non invalitae, nel qual caso non possono venir esposte senza approvazione dell'Ordinario; che non si allontanino, infine, nelle vesti e nei colori, dalla disciplina approvata dalla Chiesa (CIC, cann. 1279 e 1399, 12). Esse non possono essere scolpite nel pavimento. Le i. stampate, con o senza preghiere aggiunte, devono avere la previa approvazione ed autorizzazione dell'autorità ecclesiastica (cann. 1385 § 1, n. 3; 1386 § 2).La benedizione solenne delle i. da esporre alla pubblica venerazione è riservata all'Ordinario, il quale può tuttavia delegare qualsiasi sacerdote (can. 1279 § 4).
È permessa l'incensazione e la benedizione delle i. durante la sacre funzioni, e l'apposizione, dinanzi ed esse, di luci e di ornamenti. Come è noto, le i. esposte nelle chiese debbono essere velate dal Sabato precedente la Domenica di Passione fino al momento del Gloria il Sabato Santo, eccetto quella del Concifisso che si scopre nella Messa dei Presantificati, il Venerdì Santo.
Norme speciali sono poi stabilite per le i. preziose (per antichità, valore artistico e per il culto ad esse tributato), che non possono essere restaurate senza il consenso scritto dell'Ordinario (can. 1280), né essere alienate o trasferite in perpetuo in altra chiesa senza il permesso della S. Sede (can. 1281 § 1).