CULTO (lat. Cultus, da colere = coltivare, onorare).
I. NOZIONI GENERALI
È nel suo significato più vasto l'espressione del sentimento interiore con cui l'uomo riconosce l'eccellenza di un altro essere; può quindi dirsi un atto di stima. A questa espressione fondamentale di stima, il c. a. in senso proprio, aggiunge anche il sentimento della inferiorità e della soggezione dell'uomo che fa un atto di c. nei confronti dell'essere, che è oggetto del c. stesso. Il c. risulta fondato pertanto sulla grandezza di un essere che viene onorato precisamente per questa sua grandezza e sui diritti che essa gli conferisce.Si comprende quindi subito che, poiché la ragione del c. è l'eccellenza di un essere, ci dovranno essere tante forme di c. quanti tipi di eccellenze, formalmente diverse, possono esistere. Sotto questo profilo noi possiamo subito distinguere un c. religioso e un c. profano. Con il c. religioso noi intendiamo di riconoscere tutte quelle grandezze che hanno per termine diretto Dio o si riferiscono direttamente a Dio (Dio, Gesù Cristo, i Santi, le reliquie, le autorità ecclesiastiche...); con il c. profano intendiamo riconoscere tutte quelle altre forme di grandezza che non sono Dio e non si riferiscono direttamente a Dio (la patria, i genitori, gli eroi nazionali, gli uomini illustri, le autorità civili...). Il c. religioso è dunque l'espressione concreta dei doveri della virtù morale della religione, mentre il c. profano è l'espressione dei doveri della virtù, della pietà e dell'osservanza (v. CIANRESI, GIAPPONESI, MALABARICI).
Comunemente, quando si parla di c. se ne riserva il termine al c. religioso, e con il termine c. si suole indicare anche, più brevemente, la religione. Onde si parla di c. ammessi o tollerati (Statuto Alberto, a. 1; Legge 24 giugno 1929, n. 1159, a. 1, 2); di legislazione sui c. di ministro del c. ecc... Il pensiero cattolico sul c. religioso può essere così esposto nelle sue linee fondamentali.
II. LE VARIE SPECIE DI C
I. Latria. Poiché il fondamento ultimo del c. è la grandezza di un essere, ecco che noi istruiti dalla ragione e dalla fede, conosciamo in Dio la grandezza impartecipata ed impartecipabile di primo principio e di fine ultimo ditutte le cose. Dio dovrà dunque essere il termine di un c. che gli sarà esclusivo, che già dall'antico fu chiamato latina. Il termine italiano di adorazione non traduce esattamente il termine latina, perché esso lo si vede talvolta usato anche nei riguardi della Madonna, ed è usato anche nei riguardi del papa (triplice adorazione dei cardinali dopo la elezione).
C. di latria è dovuto alla S.ma Trinità, alle singole persone della S.ma Trinità, a N. S. Gesù Cristo, anche sotto le specie sacramentali (can. 1255 § 1), alle singole parti della sua umanità, per l'unione ipostatica (perciò dalla Chiesa è stato approvato il sacro c. dell'Uomo-Dio, del Cuore S.ma di Gesù, del Preziosissimo Sangue, delle Cinque Piaghe), mentre per motivi non dogmatici, ma pratici, di cui la Chiesa è giudice, non è stato approvato il c. del Volto Santo o della Faccia di Cristo (Decreto della S. Congregazione del S. Uffizio, 4 maggio 1892) ed è stata proibita l'introduzione del c. al Capo di N. S. Gesù Cristo (S. Uffizio, 18 giugno 1938: AAS, 30 [1938], p. 226-27).
2. Iperdulia
Tra tutti i santi, in Maria S.ma, istruiti dalla Rivelazione, noi troviamo una santità posseduta in un grado superiore a quella di qualsiasi santo e la divina maternità. La santità della Madonna, come grazia di Cristo, solo quantitativamente, non qualitativamente differisce da quella di tutti gli altri santi; la divina maternità le è propria ed esclusiva. La B. Vergine sarà quindi il termine di un culto particolare, detto di iperdulia, sia per la sua singolare santità, sia per la sua divina maternità (can. 1255, § 1, 1276).3. Dulia
Nei santi si trova la santità, cioè il martirio o la pratica eroica di tutte le virtù cristiane, frutto della grazia soprannaturale, cosicché in essi si riflette in modo particolare la santità essenziale di Dio Creatore. I santi saranno perciò, a motivo di questa vita divina che si rivela particolarmente in loro, termine di un c. che trova la sua ragione d'essere nel c. di latria, perché la grandezza venerata nei santi è la particolare manifestazione della perfezione divina e perciò è un c. subordinato al c. di latria che fu chiamato c. di dulia (can. 1255, § 1, 1276).Il c. di iperdulia e di dulia alla Madonna e ai santi è, per così dire, una forma speciale del c. religioso, sia perché il c., come religione, è dovuto solo a Dio, sia perché la B. Vergine ed i santi sono venerati solo in quanto uniti a Dio, e Dio in essi manifesta la sua virtù. Perciò è un c. che non termina ulteriormente ai santi o alla Madonna ma a Dio, proprio come si esprime la liturgia: «Sanctorum memoriam colimus, Domine, Te magnificamus...».
4. C. assoluto e relativo. - Questo c. di latria, di iperdulia e di dulia, se termina direttamente a Dio, alla B. Vergine o ai santi, è detto assoluto; se termina ad una rappresentazione (immagine) di Dio, della B. Vergine o dei santi, oppure ad una reliquia, è relativo (can. 1255, § 2).
Così, p. es., il c. di latria relativo si deve alla S. Croce e agli strumenti della Passione, alle immagini di Dio e di Cristo (Concilio Tridentino, sess. XXV, de invoc. Sanct. et s. imag.: Denz-U, nn. 984-86). Lo stesso c. di latria relativo si deve forse alle reliquie che restassero del Sangue di Cristo, non più pertinenti all'unione ipostatica e al sangue che fosse fluito miracolosamente dalle ostie consacrate, perché non è che un segno del vero sangue di Gesù Cristo.
La legittimità del c. delle immagini ed anche delle reliquie fu già definita dal Concilio Ecumenico Niceno II nel 787 (Denz-U, nn. 302-305; V. ICONOCLASTIA). Il c. particolare a determinate immagini, p. es. della B. Vergine (immagine miracolosa, taumaturga ecc.), è stato difeso da Pio VI nella condanna degli errori del Sinodo di Pistoia, ed è giustificata sia dalla pratica della Chiesa, sia dalla liberalità della Divina Provvidenza, che, come afferma s. Agostino, «nec in omnibus memorii Sanctorum ista fieri voluit, qui dividit propria unicuique prout vult» (Denz-U, n. 1570; CIC 1255, § 2).
Per i diversi termini a cui è rivolto il c. (Maria Vergine, Croce, reliquia, santi, ecc.) V. le voci relative.
5. C. interno e c. esterno. - Poiché il c., nella sua più intima ragione, è un atto di stima, per esigenza di sincerità, perché non si risolva in un atto di ipocrisia, deve essere un atto delle potenze interne dell'uomo, dell'intelletto e della volontà, cioè deve essere interno. Ma siccome l'uomo è anima e corpo, e tutto quello che veramente è nell'uomo si riflette anche nelle potenze esterne, non solo come manifestazione, ma ancora in quanto dalle potenze esterne riceve un potenziamento, il c. ha da essere anche esterno, il che è inoltre giustificato dal fatto che Dio è creatore dell'anima ed anche del corpo.
6. C. privato e pubblico. - L'uomo, considerato come individuo, essendo una creatura di Dio, è obbligato ad un c. interno e ad un c. esterno; questo c., che ogni singolo rende a Dio, è il c. privato.
La società umana che deriva la sua ragione d'essere dalla esigenza della vita sociale che Dio ha posto nell'uomo è pure tenuta ad un c. che sarà pubblico e sociale. Questo c., per esigenza di cose, dovrà essere un c. autoritario (reso cioè a Dio da chi legittimamente è deputato a rappresentare tutta la società e come tale può stare di fronte a Dio in nome e per conto della società stessa) ed esterno, proprio perché si tratta di una società di uomini. La interiorità (che si è già detta essenziale del c. di Dio), poiché non possiamo cercarla nella società che in se stessa è un'astrazione, la dovremo cercare nei singoli, in quanto uno dei doveri della società è anche quello di favorire lo sviluppo della virtù della religione nei cittadini. Quando l'uomo e la società sono elevate a un ordine superiore alle esigenze della propria natura, il loro c. diviene soprannaturale. In concreto Dio ha stabilito fin dalle origini dell'uomo un c. religioso corrispondente al piano della Grazia, che ha ottenuto la sua forma definitiva nel c. pubblico della Chiesa.
«Il c. se reso in nome della Chiesa da parte di persone legittimamente deputate a questo scopo e mediante atti da rendersi per istituzione della Chiesa solo a Dio, ai santi e ai beati dicesi pubblico; diversamente privato» (can. 1256).
Il c. pubblico a riguardo dei santi canonizzati è autorizzato dovunque e in modo assoluto; a riguardo dei beati è solo permesso con limitazioni relative sia ai luoghi come anche agli atti (can. 1277, § 1-2), mentre a riguardo dei servi di Dio, anche già ravelabili, è vietato. Il c. privato (non è detto occulto) può essere prestato a chiunque goda fama di santià o è ritenuto martire.
Per necessità di cose il c. pubblico, come anche il c. esterno rimane sotto l'autorità della Chiesa. La S. Sede s'è riservata, come causa maggiore, l'ordinamento della liturgia e l'approvazione dei libri liturgici (can. 1257), l'approvazione di nuove litanie (can. 1259, § 2), la conferma dei santi patroni (can. 1278), la canonizzazione dei beati e la beatificazione
dei servi di Dio (can. 1999 § 1). E sua è prima di tutto la vigilanza sugli abusi. I più recenti interventi della S. Sede in questo campo sono la proibizione della Devozione all'amore annientato di Gesù e il Rosario delle SS. Piaghe di N. S. Gesù Cristo (S. Uffizio, 12 dic. 1939: AAS, 32 [1940], p. 24), la proibizione dell'associazione: la Crociata mariana (S. Uffizio, 8 marzo 1941: AAS, 33 [1941], p. 69).
Agli Ordinari nei can. 1255-1321 sono concesse amplissime facoltà sia di controllo che di ordinanza.
Il c. di Dio ossia il riconoscimento e l'omaggio alla grandezza di Dio si esprime dapprima nell'adorazione, quasi una contemplazione della grandezza di Dio nei confronti della limitatezza della creatura, e nel ringraziamento. A questi sentimenti si aggiunge l'interpretazione (ossia la domanda di favori) che sgorga dalla convinzione della propria limitatezza, e, dopo il peccato, la propiziazione, ossia la domanda di perdono. I vari atti di c., necessariamente (non però tutti con uguale intensità), debbono esprimere tutti e quattro questi sentimenti; ciascuno di essi poi mette l'accento su qualcuno in particolare: così mentre la lode sottolinea di più l'adorazione, la preghiera sottolinea maggiormente l'impezzazione. Solo il sacrificio esprime per sua natura egualmente tutti e quattro i sentimenti del c. divino, sebbene le particolari intenzioni di chi celebra o fa celebrare possono fissarsi sul ringraziamento (Missa pro gratiam actione) o sulla propiziazione (Missa pro remissione peccatorum) ecc.
Gli atti principali di c. sono: il sacrificio, l'adorazione, la lode, il giuramento, lo scongiuro, il voto, le offerte, le decime. Possono diventare atti di c. anche l'elemosina o atti di altre virtù se nelle intenzioni di chi le compie sono destinati al c. di Dio.
Il c. esterno si concreta in formole, atti e gesti di cui è difficile dare una classificazione completa. Si ricordano tra i principali: l'edificare chiese od altari, il collocare in una chiesa delle immagini, il dipingere un servo di Dio in un determinato atteggiamento (con raggera o con l'aureola), la genuflessione, l'inchinio, lo star a braccia aperte in forma di croce, l'incensazione, le processioni, le benedizioni, le consacrazioni, l'accender lumi, il portar doni votivi, ecc...
Il sistema delle diverse formole, dei diversi atti e dei diversi gesti con cui si rende concreto il c. di Dio nella Chiesa cattolica, considerato però non dall'esterno, cioè nell'ordinamento dei riti e delle cerimonie, ma dall'interno cioè come c. di Dio da parte del corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, è la liturgia (Pio XII, encicl. Mediator Dei, 20 nov. 1947: AAS, 39 [1947], pp. 528-29).
Nel CIC la parte 3a del I. III, intitolata de culto divino, contiene varie altre norme giuridiche su c.: di esse, che costituiscono i can. 1255-1321, si parla nelle voci relative alle materie ivi disciplinate (v. soprattutto ALTARE; CHIESA; COMUNICAZIONE NELLE COSE SACRE; EUCARISTIA; GIURAMENTO; LITANIE; LITURGIA; MUSICA SACRA; PROCESSIONE; QUARANTORE; RELIOUIE; SUPPELLETTILE SACRA; TABERNACOLO; VOTO).
III. ORIGINE E SVILUPPO DEL C. CRISTIANO. - Come il regno d'Israele aveva un ordinamento sociale ed un cerimoniale liturgico, anche il Regno di Dio, cioè la Chiesa, la quale oltre che un corpo mistico è anche un corpo sociale, esigeva un suo ordinamento liturgico. A differenza del Vecchio Testamento, nel Nuovo il Divino Maestro si accontentò di pochi elementi sostanziali, lasciando che le particolarità fossero poi fissate secondo i tempi, i luoghi, le genti diverse: «Pregate insieme, predicate, battezzate, celebrata la mia memoria», e poche altre ingiunzioni che la Chiesa stessa conformò secondo i bisogni particolari dei singoli e secondo le esigenze della vita sociale.
Gli Apostoli, benché si recassero ancora al Tempio e vi prendessero occasione per predicare, tenevano le adunanze dei primi credenti nelle case, vi rinnovavano la cena del Signore distribuendo il pane eucaristico, leggevano le Scritture, impartivano i necessari insegnamenti, presiedevano la preghiera comune.
Non vi si facevano più i sacrifici; i quali del resto cessarono presso gli Ebrei, come le altre cerimonie, quando nel 70 d. C. il Tempio fu distrutto. Inoltre a differenza degli Ebrei, per i quali il giorno consacrato a Dio era il sabato, i fedeli tennero come festivo domenica (v.) a ricordo della Risurrezione di Cristo. Come gli Ebrei celebravano in primavera la loro Pasqua a ricordo della liberazione della servitù dell'Egitto e continuarono a celebrarla pur dopo la loro dispersione; anche nelle adunanze cristiane si celebrò nella medesima stagione la Pasqua a ricordo della Passione e Risurrezione del Cristo, liberatore degli uomini dalla servitù del peccato.
Si poneva in tal modo il primo nucleo dell'anno ecclesiastico, e superate alcune difficoltà, provocate da usanze particolari createsi nella provincia dell'Asia (v. QUARTODECIMANI), si ebbe a tal proposito una usanza concorde e costante.
Nonostante le persecuzioni, nei secc. II e III si ebbe un graduale progresso nelle forme esterne nel culto che già andava svolgendo per lo più in edifici a ciò particolarmente destinati. Già la Didaché (90-100), Clemente Romano negli ultimi capitoli della epistola ai Corinti (96-98) e s. Ignazio (107) nelle lettere ci danno particolari importanti sulla sacra sinassi e sulla gerarchia che succedette al regime apostolico. Persino Plinio, propretore in Bitinia, nella sua celebre lettera a Traiano ce ne ha lasciato qualche indicazione sommaria. Seguono man mano s. Ireneo, s. Ippolito, Tertulliano, s. Cipriano e gli autori citati da Eusebio nella sua storia, che ci offrono nuovi particolari in corrispondenza appunto al costante sviluppo della propaganda e della vita interna, e ci illuminano sul progressivo ordinamento del catecumenato e dei riti battesimali, sull'organizzazione e sulla evoluzione dei gradi gerarchici e le loro attribuzioni. Si cominciava già a tenere in venerazione le memoria ed il sepolcro di coloro che maggiormente avevano illustrato col sapere e col martirio le singole chiese.
Ma tutto questo ebbe un più largo sviluppo dopo la pace concessa alla Chiesa con l'Editio di Costantino nel 1313; le chiese ampie e magnifiche, le schiere dei fedeli che aumentavano di continuo, l'ordinamento gerarchico che si faceva più complicato, esigevano non solo prescrizioni più precise, ma anche forme esteriori più evolute. L'anno ecclesiastico si arricchiva ormai della festa della Pentecoste e della commemorazione della comparsa di Gesù
Cristo nel mondo (Natale ed Epifania), mentre il c. della Vergine, pur incluso nella memoria dei misteri del Salvatore, acquistava un rilievo del tutto particolare, che doveva condurre all’istituzione di feste speciali. Salmodie, processioni, cerimonie diverse si aggiunsero a rendere più solenne la semplicità primitiva, provocando critiche non solo degli intellettuali pagani, ma anche da parte di cristiani che, come Vigilanzio, meritarono il biasimo di s. Girolamo e di s. Agostino.
Quando si avvertì che non c’era più pericolo di confusione con gli ebrei e con i pagani, entrarono nell’uso comune termini (come pontefice, sacerdote, altare, ecc.) che non potevano più dare occasione ad equivoci, e si adottarono per il culto l’incenso, le asserzioni con acqua, le unzioni con oli, gesti che avevano già un significato sacrale e che potevano benissimo contribuire a rendere più augusto il loro significato simbolico. Furono invece proibite usanze che potevano servire a pratiche superstizie; e non si può certo dire che la lotta contro talune forme culturali eterodose sia costata poca fatica ai capi della Chiesa. Così si ammiserò nel tempio cristiano non solo pitture o musicai parietali di significato simbolico e storico, ma anche la venerazione delle immagini del Redentore, della Vergine, dei santi: fu anche accolto, almeno nel sec. IV, il canto sacro nella Chiesa, grazie appunto alle attrattive che esercitava, sebbene fosse servito nelle cerimonie ebraiche e pagane. Esso seppe rivestire pensieri cristiani ed assumere un tono chiesastico che trovò la sua perfezione nel canto gregoriano: perfezione che, come le arti figurative, era destinata ad un costante progresso. Né per questo si deve parlare, come si è fatto da certa scuola, di una dipendenza formale del cristianesimo dall’ebraismo e dall’idolatria, o di una contaminazione da essi prodotta nel cristianesimo stesso, ma di una coincidenza dovuta al fatto che alla mente religiosa dell’uomo alcune forme di culto si presentano spontanee e come tali si tramandano attraverso le generazioni. Nel cristianesimo infatti queste forme furono accolte più per forza di cose che in grazia di speciali prescrizioni; e poiché non si poteva variare all’infinito intorno al nucleo primitivo e sostanziale, esse passarono di chiesa in chiesa con vicendevoli scambi, finché non ebbero raggiunta una tale maturità di espressione plastica da ammettere in seguito ben limitate modificazioni e aggiunte.
IV. IL C. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. — Il c. come manifestazione del sentimento religioso si riscontra in tutte le religioni perché in tutte il senso della divinità presente (sensus numinis) piega l’individuo, ed il gruppo a cui appartiene, alla venerazione e insieme alla richiesta di quanto occorre alle sue varie necessità; nel concetto di colere infatti, sia esso relativo a un campo, a una persona, alla divinità, è sempre sottinteso l’intento di ottenere un beneficio dall’azione compiuta.
1. C. e magia. — La somiglianza che si rileva in più di un caso tra talune cerimonie religiose e qualche pratica magica non deve far concludere alla identità iniziale di religione e magia perché esse sono distinte l’una dall’altra in grazia di due criteri fondamentali: a) uno sociale: la religione compie i suoi riti in funzione e a vantaggio del gruppo sociale e li compie dirigendosi, in persona di chi ha l’investitura sociale del gruppo stesso (re, sacerdote, ecc.), alla Potenza superiore che ha la capacità di esaudire le richieste che le sono rivolte; mentre la magia, attraverso lo stregone o mago o fattucchier, opera in virtù dei poteri che questi possiede, a servizio di interessi privati e spesso in danno altrui; b) uno individuale, in quanto l’uomo religioso piega le ginocchia e giunge le mani perché, conscio della propria debolezza, si dirige all’Essere che egli sa potente e placabile; mentre il mago si sente in possesso di una forza capace di dominare quella della natura e pertanto ordina e non prega.
2. C. e mito. — Essendo l’uomo dotato di ragione, l’atto di c. ha sempre una giustificazione intellettuale che lo legittima, suggerita da motivi fantastici sulla base di accostamenti esteriori, non dovuti ad argomenti razionali, o a ricerca erudita o a osservazione scientifica. Il mito è pertanto complemento necessario del c. in quanto ne giustifica il cerimoniale, ne spiega il motivo alla mente dell’individuo e del gruppo di cui unifica l’azione, e ne rinnova pericolosamente l’efficacia rendendolo vivo e attuale quando, in coincidenza con i ritmi stagionali o con le varie circostanze della vita sociale, occorre rinnovare l’azione sacra un tempo sperimentata efficace (v. MILETO).
3. C. e simbolo. — Le cerimonie del c. hanno un valore non soltanto realistico, ma soprattutto simbolico, relativo alle Potenze soprannormali con le quali si vuole entrare in relazione. Un’immersione nel Gange non è un bagno di pulizia ma intende raggiungere attraverso quelle sacre acque un fine spirituale; il pasto rituale del canguro totemico presso gli Arunta (Australia centrale) non vuole essere l’allegra conclusione di una escursione nella foresta, ma intende rinnovare, attraverso l’ingestione dell’animale sacro, la provvista di santità del gruppo e richiamare, con le danze e i canti allusivi, la storia mitica della tribù. Occorre tener presente questo fondamentale valore simbolico del rito per evitare che questo venga abbassato a uno strano e inconcludente scimmiottamento della realtà.
Gli elementi culturali di una religione si possono raggruppare intorno a quattro punti: a) i luoghi del c., cioè, nella sua più larga accezione, il santuario, che va dalla radura limitata da alberi nel folto di una foresta o da uno spiazzo all’aperto recinto da rozze pietre, su su fino al tempio più sontuoso; b) le persone cioè il sacerdozio nelle sue più varie categorie e funzioni, dallo stregone-medico capace di soddisfare a tutte le esigenze della comunità al sacerdozio investito delle funzioni specifiche di sacrificante, indovino, esorcista, dottore, e così via; c) i tempi, cioè il calendario sacro che dà un ritmo religioso alla vita del gruppo e gli permette di rinnovare a data fissa, che nelle religioni naturali coincide con il ritmo delle stagioni, la sua provvista di energia religiosa; d) i riti, cioè tutti quei gesti e movimenti e formole mediante le quali il gruppo o l’individuo si mette in contatto con le potenze superiori.
a) I luoghi. — Il luogo dove la divinità si manifesta al gruppo sociale deve essere un luogo speciale, sottratto all’uso profano e partecipe della sacralità propria del dio, di guisa che chi si accosta al medesimo senza le dovute disposizioni ne rimane punito, mentre chi vi accede in stato di purità rituale ne riceve
incremento di benedizione. La scelta del luogo è determinata in genere dall'aspetto naturale: la radura suggestiva di un bosco, la vicinanza di una fonte, la presenza isolata di un albero, di un tumulo o rialzo di terreno, di una roccia o di una grotta; aspetto che suggerisce, oltreché la presenza, anche la qualità del dio. Il primo tipo di santuario sarà dunque un recinto sacro, fatto di pietre o di alberi che delimita lo spazio riservato alla divinità separandolo dall'uso profano. Esso lo si trova dappertutto sotto vari nomi: è il cromlech dei preistorici, la varia palizzata dei primitivi, il haram degli Arabi, il hērem degli Ebrei, il tēmenos o peribolos dei Greci, il sacellum dei Romani, il cosiddetto «cimitero» delle chiese rurali cristiane. Prescrizioni rigorose regolano l'accesso a questo recinto: non vi si può cacciare né far legna perché è riservato alla divinità; né esercitare la giustizia umana o catturare chi cerchi in esso un rifugio perché chi vi penetra entra in possesso della divinità e perciò è sacro (sacer, tabù) e inviolabile.
Nel mezzo del recinto sacro si trova in genere una pietra, più o meno quadrata o conica, che è considerata come l'incorporazione della divinità: perciò vi si versa sopra l'olio delle libagioni o il sangue delle vittime. Ma il più delle volte il luogo sacro non si limita a un recinto a cielo aperto. Nel mezzo di esso sorge un edificio coperto e chiuso, nel quale la divinità rappresentata da un oggetto sacro o da un simulacro che la raffigura abita come nella sua casa. Solo i sacerdoti possono entrarvi in quanto sono i servi speciali del dio: il popolo ne rimane escluso ed assiste dall'esterno allo svolgimento del rituale. Nelle grandi monarchie dell'Oriente, dove all'accertamento politico corrisponde un analogo accertamento religioso, i templi assumono una grande importanza economica: hanno annessi molti edifici per l'amministrazione dei beni, per l'alloggio del personale addetto ai vari servizi; presso i Greci e i Romani invece il tempio è isolato in quanto solo dimora del dio senza edifici amministrativi, dato il minor numero di inservienti e la diversa organizzazione del sacerdozio.
Fanno eccezione a questa regola le religioni di mistero perché in esse il luogo sacro non è solo dimora del dio ma anche luogo di riunione dei fedeli che a lui si sono votati; e le religioni storiche dovute a un fondatore o riformatore perché il luogo sacro diventa il centro di convegno per gli adepti che vi si radunano per sentire commentare l'insegnamento del fondatore e compiere quegli atti di c. che egli ha imposto alla comunità. Il tempio del buddhismo mahāyānico sviluppatosi specialmente in Cina e nel Tibet, la moschea musulmana, la chiesa cristiana sono luoghi di riunione dei fedeli e non soltanto dimora esclusiva della divinità.
L'edificio sacro, una volta costruito, prima di essere adibito al suo ufficio ha bisogno di una cerimonia speciale, cioè della dedicazione la quale mentre lo separa dall'uso profano lo dedica e consacra espressamente alla divinità. Così, il magistrato romano dedicava il tempio tenendone con una mano lo stipite durante tutto il tempio in cui pronunziava la formula di dedicazione; nella liturgia cristiana la dedicazione della chiesa si fa compiendo la circumambulazione esterna ed interna della medesima e deponendo sotto l'altare maggiore le reliquie di un santo martire, a sacra tutela dell'edificio.
b) Le persone. - Come il santuario così il sacerdozio ha un valore sociale in quanto il sacerdote è l'in
termediario ufficiale tra il gruppo e la divinità. Nei nuclei primitivi le sue funzioni si fondono con quelle di capo del gruppo (re-sacerdote, re-strigone) in quanto sono soprattutto i suoi poteri magici, la sua capacità di interpretare la volontà degli dèi quelli che servono al gruppo cui preme avere assicurata una buona caccia, un buon raccolto, l'incolumità del bestiame, l'immunità da epidemie, la buona riuscita di una guerra. Le funzioni di re e di sacerdote cominciano a separarsi a mano a mano che, sviluppando la vita cultuale del gruppo, se ne sviluppano le esigenze e il cerimoniare sacro con una maggiore specificazione delle varie funzioni. Si hanno così nelle religioni naturali tre tipi fondamentali di sacerdoti: il sacrificatore, l'escortista e l'indovino (v. SACERDOZIO).
c) I tempi. - I tempi sacri sono quelli fissati dal calendario r.c. giosso e che comunemente prendono il nome di feste. In ogni gruppo umano l'importanza delle feste è grande perché servono a rinnovare la coesione del gruppo orientandone il pensiero e l'azione verso un'unica direzione e a richiamare alla memoria le idee e i fatti dai quali il gruppo riconosce il beneficio della sua esistenza.
Dati i due elementi, cultuale e nozionale dei quali consta ogni religione, anche nella celebrazione delle feste si ritroverà: 1) un insieme di ritmi (danza, processioni, banchetti, formole) mediante i quali il gruppo esprime la sua unità di sentimenti ed effettivamente la vive; 2) una serie di idee o nozioni (credenze, miti, leggende) che spiegano il significato della festa e giustificano agli occhi del gruppo il motivo della sua coesione e della sua azione sacra.
La festa porta come conseguenza una sospensione delle occupazioni ordinarie, sospensione accompagnata per maggiore evidenza da cambio di vesti, da ritmi preparatori (digiuni, purificazioni, tregua di Dio) da celebrazioni di gare, giochi, fiere e mercati.
E poiché la vita dei gruppi umani è regolata dall'avvicendarsi delle stagioni che determinano i tempi della caccia e il ritmo delle occupazioni agricole, la serie delle feste segue nelle religioni naturali, sia tribali, sia nazionali, le vicende dell'anno agricolo. Sul calendario stagionale s'intestano sempre feste e commemorazioni relative agli eventi della storia del gruppo, e ai grandi personaggi che li hanno diretti. Tali sono nel calendario ateniese le Panatene e le Apature e nel romano il Regifugium e i Popifugia nonché le Pallide nelle quali al significato pastorale si è aggiunto quello civile della fondazione di Roma. Lo stesso si dica del calendario lunare degli Ebrei in cui alla festa agricola della Pasqua si è aggiunto il ricordo dell'uscita degli Ebrei dall'Egitto e di quello, pure lunare, dei musulmani che commemora la nascita di Maometto, la sua ascensione, ecc. Nel cristianesimo il calendario religioso prescinde da quello civile ed è tutto regolato su la vita del divino Fondatore dall'Avvento, che ne prepara la nascita, alle domeniche dopo la Pentecoste che ricordano l'espansione nel mondo della chiesa da lui fondata. Per tutte queste questioni V. CALENDARIO.
d) I riti. - Circa la definizione e la classificazione dei riti V. PREGHIERA; RITO; SACRIFIZIO.
V. CULTO POPOLARE
È il complesso delle forme tradizionali con cui il popolo esprime il suo sentimento e il suo innato gusto artistico nella partecipazione ai riti della Chiesa e alla vita religiosa in genere. Tali forme vanno dalle più semplici alle più grandiose e complesse. In molti paesi cattolici sulle porte delle case di campagna si osserva una crocetta di legno; in mezzo ai campi di grano tenero o sopra i covoni delle messi vien posta una croce fatta con semplici canne o con spighe intrecciate. Intorno alle immagini s'ascrè che stanno a capo del letto (o anche in cucina) i contadini sogliono porre rami d'ulivo benedetto. I pastori dipingono a sinopia sul vello delle pecore il monogramma di Maria. Sulle porte o dentro le stalle non manca mai l'immagine di s. Antonio abate. In alcune regioni le opere principali dei campi non si compiono senza tradizionali riti e canti sacri, con invocazioni alla Madonna e ai santi protettori, diversi secondo i luoghi. Immagini della Madonna del Fuoco, di s. Giorgio, e di s. Antonio sono dipinte sui grandi carri agricoli della Romagna e di altre regioni. Così nella vita marinara, dalla cerimonia del battesimo della barca a quella della benedizione del mare, infinite sono le circostanze e le forme in cui il c. popolare si manifesta: immagini di santi, di Madonna e della S. Famiglia sono dipinte sui fianchi delle barche, cui spesso si attribuiscono i nomi di personaggi sacri, a invocazione protettiva.Di particolare interesse e significato è l'offerta degli ex-voto, specialmente delle tavolette dipinte ov'è raffigurato l'episodio miracoloso per cui l'offerente rende grazie alla Vergine o al santo invocato. Così, il popolo, accanto alle orazioni insegnatagli dalla Chiesa, conosce e ripete anche delle sue proprie preghiere che presentano in forma piana e facilmente ricordabile e comprensibile i concetti e gli insegnamenti della dottrina cristiana, o rievocano episodi della vita di Cristo e dei santi, o esprimono il sentimento e la fede degli umili con particolari forme di devozione. Commovente e significativo l'omaggio dei fiori, ceri, lampade alla Madonna sulle facciate delle case, agli angoli delle vie, ecc.
Manifestazioni originali ed espressive del c. popolare si hanno pure in occasione dei pellegrinaggi ai santuari, con l'adorante di fiori e immaginette sacre i bastoni usati per il lungo cammino, con il percorrere tratti di strada o salire scale del santuario in ginocchio, con canti e inni ed altre manifestazioni di fede che raggiungono talora aspetti di acceso misticismo o anche di trasnordante entusiasmo. Importanti sotto questo riguardo sono le feste patronali, con la gara tra i fedeli o i membri di confraternite per l'onore di portare la statua del santo, con luminarie, bande, girandole, e così via. Ma le forme più originali e grandiose possono osservarsi in occasione delle diverse feste calendaria secondo il circulum anni. Pieno di poesia è l'uso di cospargere di fiori le strade o gettare fiori dalle finestre quando passa la processione, come a Marta (Bolsena) in occasione della festa della «Barabbata». In taluni luoghi, come a Genzano e a Torre del Greco, l'infiorata a acquista il carattere di una vera opera d'arte con la creazione di un tappeto floreale che occupa tutta una via e presenta ammirevoli effetti cromatici e decorativi. Elementi di c. popolare si manifestano pure nello svolgimento delle processioni, con il vestire da angeli i bimbi, con l'adorante di fiori, di nastri, di medagliette, di offerte la statua del santo o della Madonna, e con altri semplici modi a seconda delle usanze locali.
Altrettanto dicasi per tutte quelle manifestazioni che sono conosciute come «reliquie viventi del dramma sacro». Manifestazioni assai antiche sono pure i fuochi per s. Giovanni Battista, s. Giuseppe, l'Ascensione, i falò per s. Antonio abate, le fiaccolate per l'Assunta e simili. Alcune di tali manifestazioni assurgono ad una spettacolare grandiosità specialmente con i carri sacri a forma di campanili, di candelieri, di gigli o anche di grandi barche: essi raggiungono talvolta proporzioni colossali.

a forma di campanili, di candelieri, di gigli o anche di grandi barche: essi raggiungono talvolta proporzioni colossali.
Il Van Gennep afferma che «il c. popolare e il c. ufficiale si muovono su due piani differenti». Ma nella maggioranza dei casi si constata che si tratta piuttosto di elementi integrativi e complementari attraverso i quali le classi umili manifestano la loro partecipazione, con i sentimenti e con la fede, ai riti della Chiesa. Non già che talvolta non sia dato rilevare qualche eccesso o qualche travisata sopravvivenza di forme rituali pre-cristiane, ma appunto la Chiesa provvede a regolare queste manifestazioni permettendone l'estrinsecarsi quando servono a tenere viva e salva la fede nell'animo del popolo, senza oltrepassare i limiti fissati dalle norme liturgiche.