QUARTODECIMANI

QUARTODECIMANI. - Con questo nome vengono designati i seguaci dell'antico computo ebraico, che poneva la festa di Pasqua al 14 nisán (mese lunare di marzo), qualunque fosse il giorno della settimana in cui venisse a cadere. Quest'uso, ristretto quasi esclusivamente alla provincia proconsolare dell'Asia, era contrario alla prassi di Roma, che fin dal tempo di papa Sisto assegnava la domenica successiva alla suddetta celebrazione.

Di qui ebbe origine la cosiddetta «controversia pasquale», che non riguardava soltanto la data della Pasqua, ma anche la durata del digiuno e del significato principale della solennità: mentre i fedeli dell'Asia intendevano ricordare soprattutto la morte del Signore, altrove invece, specialmente a Roma, si dava maggior risalto alla risurrezione. Papa Vittore (1899-99) decise di troncare la questione e dietro sua domanda si radunarono concili in tutta la Chiesa. Eusebio ebbe presenti le risposte inviate dai Concili delle province della Palestina, del Ponto e della lontana Osorene (Edessa), come pure le lettere scritte in questa occasione da Bacchillo di Corinto e Ireneo di Lione. Tutte queste risposte erano favorevoli alla data romana, salvo quelle dei Concili dell'Asia, dove Policrate, vescovo di Efeso, incitava alla resistenza, scrivendo al Papa: «Siamo noi che celebriamo il vero e genuino giorno (della Pasqua), senza aggiungere né togliere nulla... in conformità al Vangelo, senza variare nulla, gli alla regola della fede... Sono vissuto sessanta-cinque anni nel Signore; sono stato in rapporto con i fratelli di tutto il mondo, ho letto tutta la Scrittura e non mi lascio intimorire da spauracchi, perché uomini più grandi di me hanno detto: occorre obbedire prima a Dio che agli uomini» (Eusebio, Hist. eccl., V, cap. 24). Allora Vittore prese la grave decisione di staccare dalla comunione ecclesiastica, come eretiche «ὡς ἐπιστολός οὖς ἐπιστολός» che le Chiese dell'Asia. Ma Ireneo, giudicando eccessiva questa misura, scrisse al Pontefice una lettera, in cui lo esortava rispettosamente alla mitezza dimostrata dai suoi precedenti: «Fra i presbiteri (i vescovi di Roma) che prima di Sotero furono a capo della Chiesa governata ora da te, cioè Aniceto, Pio, Igino, Telesforo, Sisto, nessuno praticò le osservanze asiatiche né permise ai propri sudditi di eseguirle; ma ciò nonostante essi erano in relazioni pacifiche con quelli che provenivano dalle Chiese dell'Asia» (Eusebio, loc. cit.). Si ignora ciò che il Pontefice risolvesse, ma è certo che le Chiese asiatiche accolsero l'uso romano praticandolo fin dagli inizi del sec. IV.
Questi avvenimenti attestano altamente il primato del vescovo di Roma.

BIBL.: Eusebio di Cesarea, Hist. eccl., V, cap. 23-25; PG 20, 489-10; L. Duchesne, Stor. della chiesa antica, I, Roma 1911, pp. 157-61; Fliche Martin-Frut. II, pp. 84-87; G. Bardy, La théologie de l'Eglise de st Clément de Rome à st Irénée, Parigi 1945, pp. 201, 210-15. Emanuele Chietini