RICCI, SCIPIONE DE'

RICCI, SCIPIONE de'. - Vescovo di Pistoia ed il più insigne rappresentante del giansenismo italiano; n. a Firenze il 9 genn. 1741, m. in confino
RICCI, SCIPIONE de'. - Vescovo di Pistoia ed il più insigne rappresentante del giansenismo italiano; n. a Firenze il 9 genn. 1741, m. in confino

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(per cortesia del Superiore della Raccolta del Gesù)

RICCI, MATTEO - Ritratto eseguito immediatamente dopo la morte da fr. Emanuele Jennenhoei o Pereira, S. I. e portato a Roma nel 1614 dal p. Nicola Trigault, S. I. - Roma, Residenza del Gesù.

a Sciacoe; indi nel 1595 a Nanchino e poi a Nanciam; nel 1598 di nuovo a Nanchino, poi a Pechino, indi ritornò a Sciacoe. Nel 1601 si fissò definitivamente a Pechino. Nel 1597 era stato eletto superiore della missione, dove si conquistò il favore e la stima della Corte e dell'Imperatore Wanli.

Alla sua morte, la cristianità contava 2000 convertiti, di cui 400 a Pechino; tra di essi molti della nobiltà e della classe dirigente. Si devono ricordare Paolo Siu, collaboratore del R. nella redazione dei suoi libri cinesi e futuro cancelliere dell'Impero, fondatore della cristianità di Sciangai (diede il suo nome al sobborgo di Zikawai). Leone Li, che ottenne poi dalle autorità il dono di un terreno per la sepoltura del R., e Michele Yang, che ospitò, a costo della sua vita, i Padri durante la persecuzione. Sul suo sepolcro, a Sciaia (fu il primo straniero non ambasciatore ad essere sepolto in Cina), fu collocata una pietra tombale (dove si ricordava la memoria del defunto) e forse anche l'iscrizione del prefetto di Pechino, Uainiuscia, e finalmente nel 1650 l'iscrizione lapidaria attuale.

I principi sui quali il R. impostò la sua opera straordinaria furono semplici, conformi allo spirito delle direttive lasciate da s. Ignazio e agli ordini dati dal p. A. Valignano: massima simpatia e rispetto dei valoris spirituali e intellettuali dei Cinesi, conoscenza la più perfetta possibile della lingua, uso della scienza per un fine apologetico, apostolato della penna e della conversazione, cura delle classi colte, da cui dipende il governo del popolo, primato concesso alle virtù soprannaturali (cf. P. D'Elia, L'uomo più strano della Cina, in Ecclesia, II [1952]). pp. 477-81). Se ne ha una chiara testimonianza nella sua attività letteraria; oltre alle lettere numerose e alle memorie, egli compose più di 20 opere, in cinese, di apostologia, matematica, astronomia (cf. l'elenco in P. D'Elia, Fonti Ricciane, III [indice], pp. 239-43); di cui si citano le principali: Dell'amicizia, Conversazioni catechistiche, Solido trattato di Dio, Dottrina cristiana, Dieci paradossi, Trattato dei quattro elementi, Trattato sul cielo e sulla

RICCI, MATTEO - L'imperatore cinese Wanli, protettore del R. durante la sua permanenza in Cina.

ecclesiastico e politico a Rignana presso Firenze il 27 dic. 1809.

La sua formazione giansenistica deriva in parte dal ambiente in cui passò la sua giovinezza: prima a Roma, dove nella casa ospitale di mons. Giovanni Bottari strinse relazione ed amicizia con i principali giansenisti, illuministi ed eruditi italiani; poi a Pisa dove l'indirizzo filosofico-scientifico risentiva l'influenza cartesiana e naturalistica, e quello teologico, tutto permeato dalla dottrina dei celebri agostiniani Norsi e Berti (insegnanti in quella Università), era, insieme all'insegnamento del diritto e della storia ecclesiastica, aperto alle novità dello storicismo illuministico e del gallicanesimo degli appellanti francesi; a Firenze, infine, dove il dè R., nel 1772 coadiutore canonicale in S. Maria del Fiore e poi vicario generale della arcidiocesi, completò la sua educazione per contatto spirituale ed epistolare non solo con l'abate francese conte Dupac de Bellegarde, aderente alla Chiesa scismatica di Utrecht, ma con l'illuminista Giovanni Lami, di cui leggeva Le novelle letterarie, e con i rigoristi toscani e gli anticurialisti della Corte granducaie fiorentina. Quando nel 1780, il 15 ag., fece il suo solenne ingresso come vescovo delle diocesi riunite di Pistoia e Prato, aveva già preparato, su disegno degli amici appellanti francesi e dei vescovi scismatici di Utrecht, il suo programma di riforma. L'aiutarono in questo lavoro alcuni professori del Portico teologico di Pavia, fra i quali Pietro Tamburini, che aveva conosciuto a Roma presso il Bottari, e Vincenzo Palmieri. Ma si può dire che tutti i giansenisti italiani e i simpatizzanti del giansenismo, o semplicemente tutti gli spiriti inquieti e desiderosi di novità al di fuori dell'obbedienza romana, si misero in contatto personale o epistolare con il vescovo di Pistoia, rendendosi suoi collaboratori. Amico di Leopoldo, ambizioso e pressato da insistenti sollecitazioni in Italia e all'estero, mise mano ad una riforma radicale della disciplina e degli studi. Riforma incredibile, che abbraccia insieme l'amministrazione dei beni ecclesiastici mobili e immobili e la revisione liturgica del Breviario e del Messale; l'istituzione di una accademia ecclesiastica dedicata a s. Leopoldo in omaggio al sovrano, e traduzioni di opere e di opuscoli religiosi, scritti per lo più da appellanti francesi spesso anonimi; e infine una innovazione di testi catechistici con l'istituzione di riviste, di pubblicazioni periodiche e fondazione di case editrici.

Tutta questa attività riformatrice che egli attuò e cercò di attuare nelle sue diocesi si ritrova nei 57 punti di riforma ecclesiastica, i quali costituirono la base del Sinodo ch'egli celebrò a Pistoia (v.). Ma già da tempo il popolo con il suo buon senso insieme al clero delle due diocesi di Pistoia e Prato e delle altre diocesi toscane (i vescovi toscani Sciarelli e Pannini) appoggiavano più o meno apertamente l'opera del dè R.) aveva iniziato una opposizione così forte e violenta alle riforme, che il vescovo pistoiese dovette, dopo una serie di memorabili tumulti nella città e nelle campagne, fuggire da Pistoia nottetempo (1790) e infine dimettersi (1791). La partenza di Leopoldo dalla Toscana per l'Austria aggravò la situazione del vescovo e dette modo alla contro-riforma di preparare un piano di condanna. Tale condanna venne il 28 ag. 1794 con la bolla Auctorem Fidei redatta dal card. Gerdil, con l'aiuto di illustri e prudenti teologi e giuristi della Curia romana. Questa bolla costituisce la pietra tombale del giansenismo italiano ed europeo. Ma già i tempi sono cambiati; la Rivoluzione Francese fa tabula rasa di tutte le controversie anche di carattere religioso, e il giansenismo resta appena latente nelle anime di alcuni spiriti inquieti ed insoddisfatti. Anche quella provvisoria fiducia che dè R. pose nel clero costituzionale francese, quasi in una rivincita morale delle sue riforme ecclesiastiche, ben presto fallì. Grégoire, Mouton, Clement, preti costituzionali e suoi personali amici ed ammiratori, non riuscirono che a concedergli un benvenuto durante l'invasione delle armate francesi in Italia. In un tumulto popolare del 1799 subisce la prigionia: relegato prima nel monastero di Passignano, poi nel convento di S. Marco dove gli piace assimilare la sua sorte a quella del Savonarola, nel 1801 è, infine, confinato a Rig

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(101. Fides)
Ricci, Matteo - Tomba del p. M. R. - Pechino.

nana nel Chianti. Qui trascorre gli ultimi anni di vita nello studio dei Padri, raccogliendo il suo voluminoso epistolario, componendo alcuni libretti di devozione e le sue Memorie. Si sentiva un superstite delle «ruines du Port-Royal», un confessore esiliato, un martire; e riandava con il pensiero a Quesnel, a Saint-Cyran, ad Arnauld, alle grandi figure del giansenismo francese quasi per conformarsi a loro anche nella morte. Uno dopo l'altro i suoi amici erano scomparsi nella morte o sopraffatti dalla violenza degli avvenimenti politici. Pressato dalle amorevoli sollecitazioni dell'arcivescovo fiorentino, dei suoi parenti, degli amici, e della stessa corte granducale, il 9 maggio 1805 s'incontrò con Pio VII a Firenze, nelle cui mani rimise una sottomissione. Se non avesse in quegli anni scritto le Memorie si sarebbe forse creduto alla sincerità di tale sottomissione; invece bisogna riconoscere che l'ambizione, l'ipocrisia e la doppiezza dello studente romano e del canonico fiorentino lo accompagnarono sino ai margini del sepolcro. Firmò l'abiura ma «puramente e semplicemente» com'ebbe a scrivere nelle Memorie. Dirà di non aver voluto «dichiararsi reo di una colpa che non aveva commesso», di «non aver condannato che errori ed eresie quali erano le proposizioni secondo le qualifiche». Fu dunque una sottomissione ipotetica, un «sacrificio grammaticale». Per questo, dopo la morte, godè simpatie tra gli epigoni del Risorgimento italiano come «veggente» e quindi martire degli «intrighi» romani, e antipatie anche troppo mordaci tra gli storici ecclesiastici. Ebbe quindi varia e discutibile biblio-grafica. Certo la sua figura morale non si leva su da una onesta mediocrità.

Privo di una soda formazione teologica, s'abbandonò più a riforme liturgiche, disciplinari ed ecclesiastiche che a novità teologiche, avvelenando

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RICCI SCIPIONE - RICETTIZIE CHIESE

di uno spirito scismatico ed ereticale anche riforme, allora premature, ma che in seguito il tempo doveva giustificare e la Chiesa favorire ed attuare, come il ritorno ad una pietà liturgica attraverso le traduzioni del Messale e di preghiere riguardanti particolari funzioni, una maggiore semplicità del culto in tempi in cui si minacciava di ridurre le chiese in teatri, un senso di illuminata pietà che doveva dirigere tutte le azioni della vita in una più adeguata attuazione dei doveri ecclesiastici e religiosi. Così il comune voto di riforma del Breviario e di revisione della agiografia sacra, il desiderio di un culto purificato dei elementi superstiziosi e di un più oculato e critico senso della storia, il favore dato alla cultura e alla educazione intellettuale della gioventù, una adeguata e giusta distribuzione di beni e di onorari ecclesiastici, il sentimento vivo della parrocchiatia, della Comunione «infra Missam» ecc. costituiscono oggi l'aspirazione e il lavoro fecondo della Chiesa. Ma il de' R., anteponendosi al Papa, peccò di episcopalismo. Dando ai suoi parroci diritti di giurisdizione divina, peccò di parrocchismo. Dette poi a Cesare quello che aveva sottratto a Dio e avulso dalla Chiesa, inaridì ogni sua benefica attività.

BIBL.: opere: Memorie di S. de' R. vescovo di Pistoia e Prato scritte da lui medesimo e pubblicate con documenti, a cura di A. Gelli, 2 voll., Firenze 1865. Studi: J. Carreyre, Pistoia, Svy- node de, in DTHC, XII, coll. 2134-2230; N. Rodolico, Gli amici e i tempi di S. dei R., Firenze 1920; B. Matteucci, S. de' R. Saggio storico teologico sul giansenismo italiano, Brescia 1940 (contenne un esauriente ed aggiornato indice bibliografico).