PROCESSIONE

PROCESSIONE. - Da pro « avanti » e cedere « camminare », è in generale il procedere cerimonialmente, in pubblico, a passi misurati, di un gruppo che precede o segue un simulacro o un personaggio illustre.

I. NELLA LITURGIA CATTOLICA

La p. è una supplica solenne fatta in onore e lode di Dio o dei santi, in ringraziamento, in penitenza e in espiazione, specialmente in tempi di calamità. È un atto tanto di omaggio verso Dio, quanto di esaltazione del sentimento religioso (CIC, 1290 § 1). Le p. si chiamano anche litaniae, rogationes, supplicationes.

L'ordine della p. è disposto dal Rituale romano (tit. IX): la Croce apre sempre il corteo, seguita dal popolo (due a due) e clero secondo l'ordine gerarchico; si cantano salmi e inni (s. Agost., De civ. Dei, 22, 8) e si recitano preghiere apposite, in alcune regioni od occasioni accompagnate da danze e gesti ritmici (p. es., la famosa p. danzante di Echternach in onore di s. Willibrordo, il martedì di Pentecoste); oltre la Croce si portano altri simboli sacri, stendardi, reliquie, statue, ecc. Si distinguono p. indipendenti da altri atti liturgici, come le litanie, le p. eucaristiche, i pellegrinaggi, quella del ricevimento del vescovo

al suo ingresso o nella visita pastorale e p. congiunte a funzioni liturgiche, come le p. stazionali, dei ceri, delle palme, al fonte battesimale. Vi sono p. ordinarie, che ricorrono ogni anno in alcune feste o in certi giorni (dei ceri, delle palme, le litanie, ecc.), o straordinarie, che vengono indette per circostanze particolari in occasione di una calamità o di un ringraziamento.

P. religiose erano e sono in uso presso tutti i popoli (v. sotto). Prima della pace costantiniana i cristiani avevano soltanto quelle funebri; alla fine del sec. iv a Gerusalemme, come si narra nella Peregrinatio di Eteria (CSEL, 39, cap. 24 sg., pp. 71-101), le p. commemorative degli avvenimenti della vita di Cristo a Gerusalemme, Betlemme, ecc. erano già molto sviluppate. S. Ambrogio (Ep. 22 ad sor.) e s. Agostino (Conf., IX, 7) descrivono p. in occasione della traslazione di reliquie. A Roma si introducono le litanie dette maggiori (v. ROGAZIONI) in sostituzione della festa pagana in onore di Robigo (25 apr.). Parte integrante della vita liturgica sono le p. stazionali, riprese e riordinate da Gregorio I, nelle feste anniversarie dei martiri, specialmente nei maggiori giorni festivi dell'anno ecclesiastico e in quelli feriali della Quaresima. Nelle quattro più antiche feste mariane (Natività, Annunciazione, Purificazione e Dormizione o Assunzione) si faceva una grande p. con fiaccolata da S. Adriano al Foro fino a S. Maria Maggiore. Nella liturgia della Messa si formavano le 3 p. cerimoniali dell'entrata del celebrante (Introitus), delle offerte dei fedeli all'Offertorio e della Comunione; si aggiungeva poi quella per la lettura del Vangelo. Nei tempi di pubbliche calamità si introducevano p. straordinarie di penitenza (famosa quella del 591 ordinata da s. Gregorio Magno). Per impetrare la benedizione celeste sui frutti della campagna, oltre quelle delle rogazioni minori, si facevano altre p. attraverso i campi con 4 stazioni per cantare gli inizi dei 4 Vangeli, ciascuno nella direzione di uno dei quattro punti cardinali; in alcune regioni poi si facevano a cavallo con il S.mo Sacramento o con una reliquia del Preziosissimo Sangue (Blutritt di Weingarten in Germania). La più solenne di tutte è la p. eucaristica della festa del Corpus Domini e in occasione dei congressi eucaristici sia nazionali che internazionali,

P. grandi e pittoresche si fanno in Spagna, famosa quella, p. es., del Rosario o quella della durata di 10-12 ore nella Settimana Santa a Siviglia e in altre città spagnole. In Germania fiorirono negli ultimi anni le p. penitenziali notturne fatte da uomini durante la Quaresima.

BIBL.: L. Eisenhofer, Handbuch der balt. Liturgh, I. Friburgo in Br. 1932, pp. 263-64; G. Schreiber, Wallfahrt und Volkstum, Düsseldorf 1934; H. Garcia, La Semana Santa de Madrid en el siglo XVIII, Madrid 1935; G. Schreiber, Volk und Volkstum, Monaco 1936; id., Deutschland und Spanien, Düsseldorf 1936; B. Kötting, Peregrinatio Religiosa... in der alten Kirche, Münster 1950; M. Righetti, Man. di star. liturg., I, 2ª ed., Milano 1950, pp. 332-41. Pietro Siffrin

II. DIRITTO CANONICO

Nell'attuale disciplina della Chiesa le p. si distinguono in ordinarie e straordinarie; le prime sono legate a giorni fissi dalla liturgia o da consuetudini locali, come quelle della festa della Purificazione della B. Vergine, della Domenica delle Palme, del giorno del Corpus Domini, delle Rogazioni; le seconde vengono indette in circostanze speciali di carattere pubblico, come sarebbero le p. di penitenza per implorare la cessazione di un flagello, in caso di peste, guerra, fame, siccità, ecc. (Caeremon. Episc., lib. II, capp. 16, 21, 32, 33 n. 8 sg.; Rituale Romanum, tit. IX, cap. 1, n. 8; CIC, can. 1290 § 2). Le p. si distinguono ancora in pubbliche, a cui propriamente conviene la definizione data sopra a norma del can. 1290 § 1, e private, che o si fanno in edifici privati o da persone private senza vera convocazione di tutto il popolo fedele. A queste ultime si accomunano quelle che sono fatte dal clero e fedeli, addetti ad una particolare chiesa o che vengono condotte per le vie dai regolari o «frattelloni» (cf. S. R. Rota, 3 febbr. 1922; AAS, 14 [1922] p. 397). Si distinguono poi in teoforiche e non teoforiche.

Anche questa forma di culto pubblico è disciplinarmente regolata dal CIC (cann. 1290-95), che tratta delle p. in genere e in specie della p. del Corpus Domini. Solo il Papa ha il diritto di indire p. pubbliche, sia ordinarie che straordinarie, per tutta la Chiesa; mentre gli Ordinari locali possono permettere nelle loro rispettive diocesi le p. straordinarie e trasferire o anche abolire le ordinarie, fatta eccezione della p. eucaristica permessa dal CIC anche ai regolari durante l'ottava del Corpus Domini.

Il Rituale Romanum (tit. IX, capp. 6-14) indica le seguenti p. straordinarie per causa di pubblica utilità: 1) per chiedere la pioggia; 2) la serenità; 3) per scongiurare una tempesta; 4) per propiziazione in tempo di carestia; 5) di mortalità o di peste; 6) di guerra; 7) o di qualsiasi altra calamità; 8) per ringraziamento; 9) per traslazione di reliquie.

Tranne che fruiscono di particolari privilegi (come i Domenicani per le p. fatte nella 1ª domenica di ott.), i religiosi, anche esenti, dipendono dal vescovo per le p. condotte fuori delle loro chiese e dei loro chiostri (can. 1293). Ma se mancano di chiostro, possono liberamente incedere processionalmente anche nella via contigua al convento o alla chiesa (S. Congr. dei Riti, 27 luglio 1628). Tanto maggiormente hanno necessità della licenza dell'Ordinario, per condurre p., i Capitoli, i parroci, i rettori di chiese, le confraternite e tutti gli altri enti morali diocesani, cui è espressamente vietato di introdurre nuove p. e trasferire o sopprimere quelle già esistenti senza il permesso del vescovo, con il quale anzi devono cooperare per sradicare, in caso, abusi o cattive abitudini. Le facoltà dell'Ordinario al riguardo non vengono meno di fronte a consuetudini o a prescrizioni immemorabili in contrario: perché a lui solo spetta la sorveglianza disciplinare del culto (S. Congr. dei Riti, Tarent., 3 febbr. 1922). Ai parroci compete il diritto di guidare e ordinare qualunque p. ordinaria pubblica nell'ambito delle rispettive parrocchie, anche se indetta da regolari, tranne quella eucaristica, organizzata da costoro nell'ottava del Corpus Domini e condotta fuori di chiesa (can. 467, 7; Commiss. per l'interpretazione del CIC, 12 nov. 1922; AAS, 14 [1922], p. 395; 17 [1925], p. 582).

Alle p., sia ordinarie che straordinarie, di carattere pubblico, devono prendere parte tutte le famiglie religiose maschili; mentre alle p. proprie di una chiesa particolare

sono tenuti solo i chierici beneficiati o comunque addetti al servizio della medesima (can. 1294). Spetta all'Ordinario il diritto e il dovere di prescrivere a norma delle leggi disciplinari e liturgiche tutto ciò che riguarda l'ordine di precedenza fra le persone partecipanti, il luogo, il tempo e le cerimonie o riti da osservarsi nelle p., onde sia raggiunto lo scopo di simili manifestazioni di culto.

In Italia, quando si svolgono fuori dei luoghi destinati al culto, le p. sono soggette all'autorizzazione dell'autorità di Pubblica Sicurezza (art. 25 T. U. Leggi P. S. 18 giugno 1931, n. 773).

BIBL.: B. Oletti, Synopsis rerum moralium et iuris pontificii, Roma 1912, coll. 3148-54. Cf. inoltre i vari commenti al CIC e S. Goyenèche, An verbi significatio «clasatra» in can. 1293 eadem sit ac septa, in Comm. pro relig., 6 (1925), pp. 23-24; E. Benedetti, Diritti del parroco sulle p., in Perfice munus, 1 (1926), pp. 234-39; A. Mancini, Processiones in alieno territorio, in Palestra del clero, 6 (1927), pp. 583-84; J. Garcia F. Bayon, Processiones parroquiales, in Illustr. del clero, 25 (1931), pp. 209-201; P. Vito, Il parroco e le pubbliche p., in Palestra del clero, 13 (1934), pp. 555-57. Luigi Fini

III. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE

La p. si trova in tutte le religioni perché sempre gli uomini sperimentano il bisogno di onorare le loro divinità, di supplicarle in caso di necessità, di implorarne il perdono in caso di falli commessi. Essa, pertanto, oltre a un omaggio reso alla divinità è anche un'esaltazione del gruppo il quale dal suo procedere ordinato con canti, danze, preghiere, gesti ritmici, spesso con vesti e distintivi uniformi, sente rafforzata la sua compagine religioso-sociale.

Anche i primitivi praticano la p. È nota, grazie alle descrizioni di missionari ed esploratori, quella che gli Arunta australiani chiamano inticiuma e che, con altro nome, è praticata anche presso altre tribù. Essa consiste nel procedere processionalmente verso il luogo dove si ritiene abbia sede l'antenato totemico della tribù e nel provocare a scopo di fecondità la dispersione di frammenti di pietre di quel luogo che si crede ricco di potenza fertilizzante.

In Cina e in Giappone i riti processionali sono frequenti e pittoreschi. In Babilonia la p. era di tipo onorario e consisteva nel recare in giro per la città la statua del dio seduto su di un trono e preceduto dalla sua corte. In Egitto la p. era anche più entusiasmante perché in quella circostanza il simulacro del dio, sempre gelosamente rinchiuso nel penetrare più intimo del santuario, veniva posto su di un carro a forma di barca e, se la p. procedeva sul Nilo, sacerdote e popolo accompagnavano il simulacro dalla sponda con danze, cantici e luminarie che Erodoto descrive (II, 59-63).

In Grecia p. solenni erano: quella delle Panatenze raffigurata nel fregio del Partenone, quando tutte le classi della città salivano al tempio per offrire un peplo ad Atena; quella che precedeva l'inizio dei giuocchi d'Olimpia, formata dai magistrati della città, dai sacerdoti, da rappresentanti delle varie città che si recano ad offrire a Zeus un solenne sacrificio sull'Altis. Per le p. in Roma V. POMPA.

Nelle religioni misteriche le p. avevano una parte notevolissima. eleusini (v.) era celebre quella che riportava da Atene ad Eleusi le «cose sacre». Nei misteri isiaci grandiosa era la p. che accompagnava il simulacro della dea dal suo tempio alla riva del mare, al riaprirsi della navigazione (navigium Iisidi, del 5 marzo, descritta con colori smaglianti da Apuleio [Metam., XI, 8 agg.]). Alla chiusura delle feste pubbliche di Cibele, in Roma, il 27 marzo, una solenne accompagnava il simulacro della dea dal suo tempio del Palatino al fiumicello Almone sull'Appia dove aveva luogo la lavatio della statua argentea della dea. - Vedi tav. II.

BIBL.: K. Prüm, Religionsgeschichtl. Handbuch, Friburgo in Br. 1943, V. indice. Nicola Turchi

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“PROCESSIONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 64. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/processione.