LITANIE. -
I. GENERALITÀ
Il vocabolo (da λιτανεία «preghiera») ha il senso generale di preghiera ed ancor più quello di supplica o preghiera d'intercessione. Stilisticamente appare come una formola concisa mediante la quale l'assemblea cristiana si unisce alla preghiera del ministro sacro partecipandone intimamente le sante intenzioni.Tale pratica si divulgò ben presto in Oriente ed Occidente, divenendo subito la prece dei fedeli. Se ne volle vedere una traccia nella lettera I di s. Paolo a Timoteo (2, 1-3) e di s. Clemente Romano ai Corinti (cf. G. Morin, in Analecta Maredostana, 2 [1914], pp. 54-57); ne parla pure Giustino (I Ap., capp. 65-67). Molti altri testimoniano sin dal sec. IV per la sua esistenza ovunque e per il suo posto preciso nella Messa, immediatamente prima dell'Offertorio. La prece si chiudeva con il bacio di pace scambiato fra tutti i presenti. Nei formulari conservati nei monumenti liturgici si nota come nella varietà delle formole persiste uno schema, probabilmente l'iniziale, comune, semplice, preciso, accanto ad una forma stilistica comune, costituita da una esortazione o invitatorio con frasi stilizzate («preghiamo Dio per... affinché...») cui l'assemblea rispondeva con la formola greca Kyrie eleison o l'altra latina Domine miserere. Lo schema poi era composto regolarmente da due gruppi: a) preghiera per la Chiesa, per le persone della gerarchia ecclesiastica (vescovo, presbiteri, diaconi) le vergini e le vedove; b) preghiere per l'imperatore o il re e la pace del mondo; per le persone poste nelle afflizioni e nei pericoli: infermi, viaggianti, naviganti, esiliati, carcerati, condannati «ad metalla», ecc. Del resto la uniformità di stile e di schema era affermata già da s. Prospero d'Aquitania verso il 440 (PL 51, 245). Prova che erano veramente di ogni giorno sono le Orationes solemnes del Venerdì Santo, pur se con tal giorno non hanno alcun rapporto. Papa Gelasio (492-96) diede una formola nuova (Deprecatio Gelasiana) ed un posto nuovo alla vecchia Oratio fidelium, mosso probabilmente da motivi di maggior rispondenza alla costituzione della Chiesa alla fine del sec. V. La formola è stata trasmessa da Alcuino; il posto nuovo fu all'inizio della Messa
prima delle letture. S. Gregorio Magno introdusse altre novità: conservò la Deprecatio Gelasiana soltanto per i giorni solenni, forse perché lunga, facendola tralasciare nelle Messe quotidiane nella parte deprecativa (la 1ª) conservando la supplicativa (Kyrie eleison), introducendo egli stesso, o, forse meglio, fissando l'uso di alternarla con il Christe eleison. Ma lo sviluppo fortissimo, in questi secoli (VI-IX), dei riti offertoriali, il ricordo che in essi si introdusse degli offerenti, la menzione che si faceva nel Canone dei nomi delle persone appartenenti alla gerarchia ecclesiastica e politica e di quella maggiormente da ricordarsi nella celebrazione delle singole Messe, provocarono la scomparsa (i documenti dal sec. VI al IX non ne parlano più) nel rito romano dell'Oratio fidelium, di cui rimase il solo ricordo nel Kyrie cantato prima del Gloria in excelsis per la forma introdotta da Gelasio, e nell'Oremus, recitato senza seguito d'orazione prima dell'Offertorio, per quella primitiva: così almeno pensò il Duchesne (Origines du culte chrétien, 5ª ed., Parigi 1925, p. 175), non seguito dal Bishop e Wilmart (Le génie du rit romain, ivi 1920, pp. 88-90), che ritengono tale Oremus ricordo di una preghiera dopo il Vangelo conservata ancora nel rito ambrosiano. Il quale ha conservato per le domeniche quaresimali due formole, alternantesi, dell'Oratio fidelium subito dopo l'ingresso (Introito) dalle caratteristiche arcaiche, come dimostra l'analisi della melodia, e la presenza di una preghiera per i condannati «ad metalla», pena abolita nel 230. Il posto occupato oggi contrasta con le testimonianze del sec. IV che la collocano prima dell'Offertorio e deve essere frutto della riforma operata a Roma da Gelasio I.
Tanto nel rito romano come nell'ambrosiano la Oratio fidelium ebbe una versione, ad opera di influssi gallicani, che può dirsi salmodica, perché le antiche petizioni brevi e concise, ma di fonte ecclesiastica, furono sostituite da altre con le stesse caratteristiche, ma di fonte biblica prevalentemente salmodica, e in tale veste nuova introdotte nell'ufficioaria nelle «piccole ore».
II. L. MAGGIORE. - Era una processione che si compiva a Roma da S. Lorenzo in Lucina a S. Pietro. Partecipandovi il papa e la intera corte pontificia acquistò un carattere tale di solennità sopra le altre processioni che già ai tempi di Gregorio Magno (PL 77, 1329) era detta l. maggiore. Compiuta il 25 d'apr. (per questo saranno pure chiamate l. o processioni di S. Marco), era la versione cristiana delle processioni pagane compiute in primavera nelle campagne per impetrare dagli dèi, poi da Dio per intercessione dei santi, la buona riuscita delle seminazioni. Quella pagana percorreva la Via Flaminia e giunta ad un boschetto nei pressi di Ponte Milvio, il flamen Quirinalis sacrificava a Robigus gli intestini di un cane e di una pecora. Secondo G. Belet (Ration. div. off., cap. 123), papa Liberio (352-66) convertendola in cristiana conservò l'itinerario e sostituì il sacrificio con una stazione in S. Pietro. La processione aveva un tono festivo mutato in penitenziale nel medioevo; alla fine del sec. XII aveva un carattere ancora di grande solennità e si svolgeva dal Laterano al Vaticano.
Per i soliti influssi romani la l. maggiore fu copiata in altre città. Per Milano ne parlano un diploma del 957 e Beroldus nel sec. XII (ed. Magistretti, p. 122), con una processione dell'arcivescovo e del clero dal Duomo a S. Vittore e poi nell'attigua cappella di S. Gregorio, per cui venne chiamata l. maggiore, titolo già posseduto dalle l. triduane. Se a Roma ed a Milano la processione scomparve (a Milano oggi si svolge in Duomo come semplice rito) rimase invece nelle campagne.
III. L. MINORI. - La loro istituzione è attribuita a s. Mamerto, vescovo di Vienne nel Delfinato, il quale, narra Gregorio di Tours (Hist. Franc., II, 34), verso il 470, in seguito ad un terremoto ed altre calamità, «appropinquante Ascensione Domini, in-
dixit jejunium triduanum in populo cum gemitu et contritione» accompagnandolo con una processione che stazionava in diverse chiese delle città. Era questa una forma di penitenza e propiziazione già praticata e, lungo i secoli, altre ne verranno organizzate. Ma forse per la gravità delle disgrazie, che spiegherebbero altresì l'aver introdotto giorni penitenziali nel gioioso periodo pasquale; ovvero per l'accurata organizzazione, questo triduo divenne consuetudine tanto che qualche decennio dopo Cesario d'Arles (m. nel 543) poteva dire: istos tres dies regulariter in toto mundo celebrat Ecclesia (Sermo 173) anche se, di fatto, alla fine del sec. VII erano ancora sconosciute in Inghilterra, in Germania ed a Roma dove furono introdotte da Leone III (795-816). Nel sec. VIII stanno ormai nell'Ordinario liturgico di tutte le chiese principali (cattedrali e plebane soltanto; le parrocchie urbane e le rurali dovevano convenire rispettivamente al duomo ed alla pieve).
Nelle singole Chiese al rito generale si aggiungevano cerimonie particolari. M. Righetti (Storia liturgica, II, Milano 1947, p. 205) ricorda l'uso in Liguria di portare nelle tre processioni uno stendardo con un drago in tre raffigurazioni succedentesi nei tre giorni e illustranti la sua sconfitta (1 cum cauda erecta; 2 cum cauda aliquantulum inclinata; 3 cum cauda pianissima). A Padova uguale costume, ma nel terzo giorno lo stendardo era gettato in un canale. A Milano invece il carattere penitenziale era affermato nel primo giorno dalla distribuzione di cenere sulle teste del clero e dei fedeli e dal pellegrinare poi a piedi nudi e con cilizi. Nelle lunghe processioni, che in alcuni luoghi duravano sino al tardo pomeriggio, si cantavano salmi, più tardi (sec. VII 7) mutati in antifone, alcune delle quali in onore dei misteri e dei santi ai quali erano dedicate le chiese dove si stazionava, anche per concedere un po' di riposo e per dar tempo a qualche lettura. A Rouen, Milano, Vercelli, Genova si aggiungeva una Messa ma soltanto nella parte dei catecumeni; nell'ultima chiesa si celebrava poi quella dei fedeli.
In alcune Chiese si assegnarono i tre giorni ad altro periodo. Il Concilio di Gerona nel 517 aveva stabilito che la Spagna celebrasse le l. negli ultimi tre giorni della settimana di Pentecoste; a Milano nei primi tre giorni della settimana dopo l'Ascensione, ancora tuttavia in tempo pasquale, quando, secondo la dottrina di s. Ambrogio, non doveva essere praticato alcun digiuno; per questo motivo s. Arialdo combatté la cosa come una novità, ma forse non lo era ed appariva a lui come tale, soltanto perché caduto da tempo per trascuratezza. Poiché è leggendaria l'introduzione a Milano delle l. ad opera di s. Lazzaro in occasione delle invasioni di Attila, si è pensato a s. Eusebio, basandosi sopra una testimonianza del sec. XVI e ad altra molto più vaga del sec. XIII; comunque non si può uscire dal periodo del secc. V-VII. Gli itinerari vennero poi adattati alle modifiche urbanistiche: più note quelle dell'arcivescovo Odelperto nel sec. IX, dell'arcivescovo Ottone nel 1284, di s. Carlo nel sec. XVI.
Talvolta diedero motivo a disordini condannati in molti sinodi, i quali tuttavia raccomandarono sempre vivamente la pia pratica che scomparve come processione quasi ovunque nel secolo scorso, rimanendo come preghiera dell'Ufficiatura.
IV. L. DEI SANTI. — Sono costituite da un formulario molto antico (alcuni elementi sono del sec. III) dell'Oratio fidelium che nel medioevo venne preceduto da un elenco di santi disposti con lo stesso criterio del Canone della Messa e la cui scelta si ispira alle memorie locali dei grandi martiri romani. Dapprima molto breve, come si conserva ancora nell'Ordo di St-Amand, ebbe poi un notevole sviluppo come già si rileva nel Sacramentario Gregoriano, contenuto nel cod. Ottoboniano 313 (sec. IX). Le altre Chiese e i celebri monasteri dell'antichità avevano ciascuno la propria l. costituita talvolta quasi completamente dai nomi dei santi le cui reliquie insigni o i ricordi erano vi custoditi. Ma la forma romana finì per prevalere e
imporsi definitivamente a tutte le Chiese occidentali, eccetto Milano, le cui l. sono costituite soltanto dai nomi dei santi, e che ha l'uso di cantarle nei riti del Batesimo e del funerale per invocare il loro aiuto nelle due tappe più importanti della vita.
V. L. LAURETANE. — Solo parlando impropriamente si può asserire che esse rimontano ai primi secoli cristiani. Soprattutto negli scrittori orientali sono frequenti gli elenchi di graziosi titoli a Maria S.ma, che costituirono un ricco materiale d'ispirazione. In un manoscritto di Magonza del sec. XII si legge: Letania de domina nostra Dei Genitrice Virgine Maria. Oratio valde bona cettidie pro quacumque tribitudine dicenda est. E la più antica recensione oggi conosciuta, seguita da altre del sec. XV, tutte ispirate come modello alle l. dei santi. Verso la fine del 1400 assumono forme nuove: soppresse le deprecazioni e le intenzioni particolari di preghiera, prendono la veste ed il nome che hanno per il posto distinto che ebbero sempre nel santuario di Loreto. L'autore e a data di composizione non sono conosciuti; il testo è ispirato alla S. Scrittura ed ai Padri. I primi documenti che ne parlano a Loreto sono del 1531, 1547, 1554; furono approvate ufficialmente da Sisto V nel 1587. A meglio garantire la loro stabilità ed inalterata conservazione, con tre decreti (del 1631, 1821, 1839) la S. Congregazione dei Riti proibiva qualunque aggiunta, senza il permesso della S. Sede; Benedetto XV durante la prima guerra mondiale introdusse l'invocazione: Regina pocis, ora pro nobis e Pio XII, in occasione della definizione dogmatica della Assunzione della Vergine: Maria in coelum assumpta (AAS, 42 [1950], p. 795). L'introduzione e la chiusura, uguali a quelle dei santi, ricordano la prima origine della l. Furono scritte, dal sec. XVI, altre l. della Madonna, qualcuna anche dopo la proibizione di Clemente VIII nel 1601; ma ebbero breve durata e quasi nessuna risonanza, fuorché le «l. nuove» nel 1575 a Loreto, che pure incominciarono il loro declino quando se ne tentò la divulgazione ovunque, chiesta a Gregorio XIII e non concessa.
VI. L. DEL S. CUORE. — Alcuni accenni di esse si trovano negli scritti di s. Margherita Alacoque. Ella ne conobbe due forme: quella composta da suor Joly della Visitazione di Dijon ca. il 1686, tradotte e pubblicate in latino nel 1689; quelle della madre de Soudeilles, superiore della Visitazione di Moulins, comprese a stampa nel 1687. Una terza fu composta dal p. Croiset ed inserita nella seconda edizione del suo La devozione al Cuore di Gesù. Seguirono altre, ma tutte indistintamente ebbero carattere di devozione privata. Al card. Perraud, vescovo di Autun, sembra attribuirsi l'iniziativa per un'approvazione ufficiale, presentando un'ultima redazione di 33 invocazioni desunte in gran parte dalle l. precedenti e disposte in ordine voluto. Furono approvate dalla S. Congregazione dei Riti con decreto del 27 giugno 1898.
VII. ALTRE L
Le l. degli agonizzanti dell'Ordo commendationis animae (v. ANIMA, RACCOMANDAZIONE dell'); le l. del S.mo Nome di Gesù approvate da Leone XIII il 16 genn. 1886 (Acta S. Sedis, 18 [1885-86], pp. 509-11); le l. di s. Giuseppe approvate da Pio X il 18 marzo 1909 (AAS, 1 [1909], pp. 290-92).id., La prece universale, ibid., pp. 60-74; E. Campana, Maria nel culto, I, Torino 1946, pp. 610-36; G. Roschini, Mariologia, I, Roma 1948, pp. 102-104; J. Gajard, La prière litanique Divinor pacis, in Rev. créatorienne, 27 (1948), pp. 4-16; M. Righetti, Storia liturgica, III, Milano 1949, pp. 76-79, 170-74, 242-47, 527, 542. Enrico Cattaneo