LINGUA LITURGICA

LINGUA LITURGICA. - Idioma ammesso ufficialmente in un determinato rito liturgico.

I. NOZIONI

La parola umana, con tutto il suo valore di precisa espressione di pensiero e di volontà, esercita nella liturgia cattolica una funzione preponderante, divisa tra tutti i partecipanti alle diverse cerimonie: celebranti, preti assistenti, ministri, cantori, astanti, ai quali appartiene, secondo le norme stabilite dalla Chiesa, di pronunciare o di ascoltare la medesima parola, con l'intendimento più perfetto possibile del suo significato.

Ma nell'adempire questa funzione, la comunità agisce per rispetto alla Chiesa, a Cristo-Uomo, a Dio stesso, a modo di una causa « strumentale », e, sotto questo triplice aspetto, le parole liturgiche, pronunciate dagli uomini, sono veramente parole della Chiesa, di Cristo, di Dio. Non fa quindi meraviglia che alla Chiesa

e, più esattamente, alla Chiesa Romana, madre e maestra di tutte le altre, sia riservato il diritto di determinare un particolare di tanta importanza, quale è la lingua nella quale la parola rituale si deve esprimere. È liturgica la lingua, ed essa sola, che la Chiesa costituisce o riconosce tale. Una l. l. può essere morta o viva, dotta, letteraria o volgare, non solo a seconda dell'uso che se ne fa fuori del culto, ma anche per le sue stesse forme, le quali, a loro volta, possono presentare, nella lingua volgare, aspetti più o meno colti. Per rispetto poi alla regione dove è usata, una l. l. sarà nazionale, o forestiera di origine e nazionale solo per adozione, oppure totalmente straniera, perché rimasta del tutto estranea all'uso volgare. Infine una l. l. può essere naturale, o essere invece più o meno artificiale, vale a dire più o meno rimaneggiata per adattarsi meglio alla sua particolare destinazione. Del resto ogni l. l. subisce fino ad un certo punto tale adattamento, senza che questa stilizzazione raggiunga mai quella subita dalle altre cose liturgiche (gesti, vasi, edifizi ecc.).

II. L. L. IN USO. - Le lingue attualmente in uso nei diversi riti occidentali ed orientali, tanto cattolici quanto dissidenti, sono queste: 1) In tutti i riti: l'ebresica per alcune parole, quali alleluia, omen, hosanna, ecc. 2) Nei tre riti occidentali tuttora vigenti, il romano, l'ambrosiano e il toletano (o mozarabico): la latina, tranne in poche formole greche, quali Kyrie o Christe eleison, il triagion del Venerdì Santo, l'Epistola ed il Vangelo della Messa papale solenne, che si cantano successivamente in latino ed in greco. Altre eccezioni più importanti sono elencate nella parte storica. 3) Nel rito greco bizantino-costantino-politano, cattolico o dissidente: principalmente la lingua greca, ma anche l'araba, sola o con la greca, la turca, l'albanese, l'ungherese. Nel rito melchita cattolico: principalmente, o quasi esclusivamente, l'araba. Nel rito slavo-bizantino cattolico e dissidente: la lingua slavonica ecclesiastica, rutena o russa, con i caratteri cirillici, ma anche insieme con quest'ultima, presso i dissidenti, il bianco-russo, il bulgaro, il cèco, l'estone, il finlandese, il lettone, il polacco, l'ucraino, e, nelle missioni interne e esterne della Chiesa russa, il cinese, l'eschimese, il giapponese, l'hindù, l'inglese, il tartaresco, il tedesco e qualche altra minore. Inoltre il georgiano e il rumeno, ambedue soli, ma con qualche diversità tra il rumeno cattolico e il dissidente. 4) Nel rito armeno cattolico e dissidente: la lingua armena antica, con qualche rara parola greca quali: orthio, proschume, prosedhess ecc. 5) Nel rito siro: la lingua siriaca, come lingua principale, insieme con l'arabo nella Chiesa siro-cattolica; con l'arabo, il turco o il curdo nella Chiesa giacobita; con il malaiam presso i Malancaresi cattolici e dissidenti del Malabar. 6) Nel rito maronita: la lingua siriaca principalmente, con l'arabo. 7) Nel rito caldeo e nel malabarese: la lingua siriaca, insieme con il siriaco moderno nel primo rito, presso i dissidenti. 8) Nel rito copto: la lingua copta, insieme con l'araba, oltre molte formole greche. 9) Nel rito etiopico: la lingua ge'ez esclusivamente (per maggiori particolari e documentazione relativa cf. A. Raes, Introductio in liturgiam orientalem, Roma 1947, pp. 207-27).

Lingue totalmente morte sono l'armena, la copta, l'etiopica o ge'ez, la georgiana, la greca, la siriaca, la slavonica; lingua morta è anche la latina, benché rimasta largamente in uso nei documenti del supremo magistero e governo della Chiesa e nell'insegnamento delle scienze ecclesiastiche. Di queste otto lingue, esclusivamente nazionali sono: l'armeno, il copto, il ge'ez e il georgiano; parzialmente nazionali e parzialmente straniere le altre quattro. Il latino si può considerare come lingua ugualmente nazionale in tutte le nazioni latine, fuori e dentro l'Italia, come dimostra il fatto che, dopo l'abbandono della lingua greca, le antiche liturgie gallicane o ispaniche non conobbero mai altre lingue che la latina. Tutte e otto queste medesime lingue furono al tempo della loro ammissione nella liturgia lingue vive, ma letterarie o almeno colte. L'arabo, il cinese e l'inglese liturgico, senza essere lingue morte, non sono tuttavia lingue volgari o parlate, ma dotte o letterarie. Sono però nazionali, almeno nel senso largo della parola. Tutte le altre l. l. odierne sono più vicine alle lingue parlate, ed hanno un carattere più nazionale.

III. LE ORIGINI

Si può tenere per certo che finché dimorarono a Gerusalemme, gli Apostoli e, con loro, la comunità dei primi cristiani, celebrarono ordinariamente i sacri riti nella lingua aramaica nazionale, e di essa si servirono anche le altre comunità giudaico-cristiane della Palestina sino al loro sterminio verso l'anno 70. Nelle altre province dell'Impero romano e nelle regioni estere, nelle quali presto si propagò il culto nuovo, questo si celebrò dovunque nella lingua greca chiamata coiol, cioè comune, e si può affermare che per due secoli la Chiesa cattolica ebbe per opera degli Apostoli una sola lingua liturgica principale, come ebbe un unico calendario (il giudaico) e una sola forma cerimoniale.

Questo stato di cose si modificò progressivamente, quando dalle grandi città il cristianesimo cominciò a diffondersi anche nelle città minori e nelle campagne; allora penetrarono nell'uso liturgico delle Chiese orientali l'armeno, il copto, il siriano; in quelle della Chiesa africana e delle altre Chiese occidentali, il latino. La rapida, totale, universale e definitiva vittoria di questo si deve al fatto che, per la divisione sempre più profonda tra l'Impero orientale e occidentale, esso era diventato, in tutta l'estensione di questo, la lingua della civiltà (cf. G. Bardy, La question des langues dans l'Église ancienne, I, Parigi 1948). Era poi, dalla fine del sec. IV, la l. i. di Roma e di Milano. In tutte le Chiese, le parti del formulario liturgico per prime espresse nelle diverse lingue volgari, furono quelle che per la loro natura si dovevano e potevano semplicemente tradurre, e che importava particolarmente di rendere intellegibili a tutti, vale a dire quelle tratte dalle Scritture Sacre. Per le altre parti il cambiamento, molto più profondo, consistette generalmente nella sostituzione alle antiche di nuove formole in lingua letteraria.

IV. CONCESSIONI PER LA MESSA

Mentre gli altri riti latini restarono totalmente chiusi ad ogni ammissione di nuove lingue, il rito romano, per cagione della sua universalità, si dovette, già nella stessa Roma, mostrare più accondiscendente. Di queste concessioni, la più notevole per il suo aspetto religioso, nazionale e politico, per le sue vicende drammatiche e tuttora molto oscure, per la sua importanza e durata, fu certamente quella della lingua slava con la scrittura glagolitica, fatta in favore degli slavi della Grande Moravia e della Pannonia. Amnessa come lingua secondaria da Adriano II (870) per la lettura dell'Epistola e del Vangelo, proibita iteratamente da Giovanni VIII (aa. 873, 879; PL 126, 850) nella celebrazione della Messa stessa, approvata poco dopo quasi senza restrizioni dal medesimo (a. 880; PL 126, 904-906), la lingua slava con la sua scrittura glagolitica fu infine nuovamente e del tutto vietata da Stefano V (aa. 885-87; PL 129, 803-804). Nella Boemia tuttavia e nella Dalmazia, l'uso della lingua slava antica, o slavonica, con la scrittura glagolitica, si è mantenuto con alternative di progressi e di regressi, di soppressioni e di ripristinamenti, fino ad oggi, ma solo come un privilegio locale riservato a determinati centri o chiese (S. Congregazione dei Riti, 13 febbr. 1892; 5 ag. 1898; 14 ag. 1900; Osservatore romano, 13 giugno 1920; V. JUGOSLAVIA, V. Liturgia).

Un'altra concessione, che avrebbe potuto avere per la conversione della Cina un'influsso decisivo, se fosse stata attuata, fu quella che, secondo il parere favorevole del S. Ufficio (26 marzo 1615), Paolo V fece ai missionari gesuiti di Pechino, permettendo loro di celebrare l'intera liturgia romana in lingua cinese mandarinale (Collect. S. Congregat. de Prop. Fide, 1907, I, 70 in nota). Tra le varie ragioni, che impedirono l'esecuzione del singolare privilegio, la minore non sembra essere stata l'esitazione di altri missionari, anch'essi Gesuiti, ma animati forse in questo da soverchio attaccamento alla propria nazione. Già negli anni 1670-75 il siciliano p. Luigi Buglio aveva compiuto il complicato e gigantesco lavoro di tradurre in cinese tutto il Messale e il Rituale romano, più una grande parte del Breviario (cf. L. Pfister, Notices biographiques et bibliographiques sur les Jésuites de l'ancienne mission de Chine, I, Sciangai 1932, p. 240 [cf. Enc. Catt., III, coll. 189-90]), ma reiterati passi fatti presso la Congregazione di Propaganda Fide (istituita nel 1622) e presso lo stesso Papa (1661, 1667, 1673, 1676-78, 1681-88,

1695-98; cf. L. Pfister, op. cit., pp. 120; 310-11; 336; 360; 406-407) dai missionari gesuiti ed altri, per ottenere il rinnovamento del privilegio del 1615, restarono senza effetto. La concessione di Paolo V ebbe forse un certo precedente in una facoltà analoga, concessa, a quanto sembra, al celebre missionario francescano Giovanni di Montecorvino, che Clemente V (1307) costituì primo vescovo di Pechino (Raynaldus, Annales ecclesiastici, ad ann. 1305, XIX-XX; ann. 1307, XXIX-XXX). Ai missionari domenicani in Grecia Bonifacio IX (1389-1404) permise di celebrare la Messa nella lingua greca liturgica (Collectio Lacensis, II, 538). L'associazione armena dei « Frati Unioni », affiliata al medesimo Ordine, celebrò durante tutto il tempo della sua esistenza (1330-1794) la liturgia domenicana nella lingua armena classica (Orientalia cristiana, I [1923], pp. 232, 240; S. Ufficio, 6 sett. 1713; M. A. V. d. Oudenrijn, Annotationes bibliographicae Armeno-Dominicanae, Roma 1921, pp. 42-47; Collectio Lacensis, II, 538). Della medesima lingua si servirono anche i missionari carmelitani dell'Armenia nel Prefazio ed in altre parti della Messa, ma il permesso di estenderne l'uso a tutta la Messa fu loro denegato (S. Ufficio, 30 genn. 1627; Collectanea S. Congregationis de Propaganda Fide, Roma 1907, I, n. 33, p. 11). Invece ai missionari della Georgia, pochi anni più tardi, fu concesso il privilegio di celebrare la Messa in georgiano o in armeno, se quest'uso dovesse giovare potentemente alla conversione di quella gente (S. Ufficio, 30 apr. 1631; Collectio Lacensis, II, 502). Il permesso di adoperare il georgiano venne rinnovato nel secolo successivo in favore dei missionari cappuccini, ma solo per la lettura dell'Epistola e del Vangelo (S. Ufficio, 10 febbr. 1757). Ancora ai missionari carmelitani della Persia fu concesso « per la consolazione di quei popoli recentemente convertiti » di celebrare una Messa ogni giorno nell'arabo classico (S. Congr. de Prop. Fide, 17 apr. 1624; Collectio Lacensis, II, 501-502). Ad uso dei Malabaresi, per la celebrazione privata della Messa, il III Concilio di Goa (1585; sess. III, decr. 7) e il Concilio di Diamper (1599; c. CXXIII, decr. 4) prescrissero la traduzione in siriano del testo della Messa romana. Dalla fine del secolo scorso (4 febbr. 1895) gli Etiopici cattolici si servono provvisoriamente del Pontificale e del Rituale romano, tradotti in ge'ez. Già dal principio del sec. XV, i Cèchi adoperavano largamente la lingua nazionale nelle cerimonie liturgiche; per concessione di Benedetto XV questa usanza venne regolata e legittimata (Osservatore romano, 13 giugno 1920). Quanto agli antichi testi greci, slavi o georgiani delle Messe, dette di s. Gregorio o di s. Pietro, è difficile determinare in che misura essi servirono ad legittimare uso liturgico (M. H. W. Codrington-P. de Meester, The Liturgy of St. Peter, Münster 1936).

V. NEL RITUALE

Mentre le suddette concessioni concernono quasi esclusivamente la Messa, del Rituale romano esse fanno rarissimamente menzione. Questo libro infatti, per la natura dei suoi riti, e perché non ebbe esistenza prima del 1614, né edizione tipica prima del 1925, né fu mai imposto alle altre Chiese latine, ammise, insieme con molti adattamenti a consuetudini regionali, anche l'impiego secondario di parecchie lingue volgari. Anzi, recentemente alle diocesi della Francia (28 nov. 1947) e della Germania (21 marzo 1950; esistevano già concessioni particolari anteriori) la S. Sede concesse un Rituale proprio, a modo di supplemento al Rituale romano, nel quale, in misura più o meno larga, è ammesso l'uso delle lingue volgari. Recentemente è stata concessa la facoltà di pronunciare in lingua volgare le formole del rinnovamento delle promesse battesimali nella nuova vigilia pasquale (AAS, 43 [1951], p. 136).

Nel 1941 e nel 1942 è stata concessa alle missioni della Nuova Guinea, Cina, Giappone, Indochina, India, Indonesia e Africa la facoltà di tradurre e di usare il Rituale romano in lingua volgare, riservando il latino solo per le formole essenziali. Le traduzioni sono compiute da una Commissione sotto la presidenza del Rappresentante pontificio locale e da essa approvate « ad decennium ». Nel 1949 alla Cina è stato permesso l'uso del cinese mandarinale anche nella S. Messa, ad ecce-

zione del Canone, che deve essere recitato in latino (cf. S. Paventi, La Chiesa missionaria. Manuale di missionologia dottrinale, Roma 1949, p. 388).

VI. NELLE CHIESE ORIENTALI

La moltiplicazione delle lingue nazionali nelle liturgie orientali è un fatto troppo complesso perché se ne possa compendiare la storia in poche righe (cf. A. Raes, Introductio in liturgiam orientalem, Roma 1947, pp. 219-27). Tuttavia nel riammettere le Chiese dissidenti dell'Oriente nel grembo della Chiesa cattolica, la Sede Romana, anziché proibire le l. l. proprie ai diversi riti, volle che rimanessero integralmente, ma esclusivamente, praticate.

VII. LA QUESTIONE DI PRINCIPIO

Ma se la Chiesa romana, nella ammissione nel culto liturgico di lingue nazionali e volgari, si è ripetutamente dimostrata accondiscendente, quando vere necessità o grandi vantaggi spirituali sembravano richiederlo, sulla questione dei principi invece essa si è sempre dimostrata intransigente. Per essa: 1) non si può tenere per un errore contrario alla natura dei riti sacri l'impiego, anche esclusivo, nella liturgia, particolarmente nella Messa, di lingue inintelligibili dal popolo; 2) è contrario invece alla natura della l. l. il servire di espressione o di strumento a passioni politiche o nazionalistiche; anzi le l. l. dovrebbero servire, quanto è possibile, di legame soprannazionale tra le comunità cattoliche, e tra le medesime e la suprema autorità della S. Sede; 3) una dignità propria ed una particolare attitudine all'uso liturgico si devono riconoscere alle lingue antiche, oggi più o meno morte, ma consacrate per un uso liturgico di molti secoli.

Questa fu certamente la mente del Concilio di Trento di fronte alle pretese dei primi riformatori (sess. XXII, cap. 8 e can. 9; cf. H.-A.-P. Schmidt, Liturgie et langue vulgaire. Le problème de la langue liturgique chez les premiers Réformateurs et au Concile de Trente [Analecta Gregoriana, LIII], Roma 1950). Era pure quella di Clemente XI (Bolla Unigenitas; 13 sett. 1713) e di Pio VI (cost. Auctorem fidei, 29 ag. 1794) nella condanna dei principi espressi dai giansenisti, come quella di Pio X nel denegare al clero di Hajdu-Dorogh l'uso della lingua ungherese nella liturgia (AAS, 4 [1912], pp. 430, 433). Gli stessi cann. 819 e 1257 del CIC non fanno altro che esprimere le disposizioni tridentine ed altrettanto si deve dire dell'insegnamento dell'encicl. Mediator Dei in materia.

VIII. PARTECIPAZIONE ATTIVA E LINGUA VOLGARE

Oggi nella Chiesa occidentale la questione della l. l. si presenta sotto un aspetto in gran parte nuovo e suscita in vastissime parti della eris lanità - sarebbe un gran danno ignorarlo - un profondo e vitale interesse. Conviene o no, per rendere possibile ai fedeli la partecipazione attiva alle cerimonie liturgiche, introdurre nella loro celebrazione l'uso della lingua volgare, e, nel caso affermativo, in quale misura converrebbe farlo? Non è compito, né diritto nostro sciogliere questo arduo e delicatissimo problema, ma ci si limita a proporlo il più chiaramente possibile, lumeggiandone alcuni aspetti.

Sarebbe commettere un gravissimo errore, anche dogmatico, il pretendere che l'uso della lingua volgare è essenziale al culto liturgico per il motivo che questo attingerebbe la sua propria efficacia dal fatto di essere l'opera di una comunità. In realtà, come si è detto sopra, questa efficacia, tutta soprannaturale, proviene al culto liturgico, come tale, unicamente dal fatto che esso è opera di Dio, di Cristo e della Chiesa. Ma è pur vero che a celebrare gli « uffici » liturgici a nome e per deputazione della Chiesa, a nome e per virtù di Cristo, non s'adoperano i soli sacerdoti e i loro ministri, ma le comunità intere dei presenti, e se il compiere le azioni sacramentali è cosa riservata ai « ministri » di quei Sacramenti, esse, però, non solo hanno spesso per termine uno o più degli altri partecipanti alla sacra funzione, ma si indirizzano espressamente a loro. Di più queste medesime azioni sacramentali, particolarmente quella del Sacrificio eucaristico, sono compiute dal celebrante anche a nome degli altri presenti, e ad esse questi si associano, oltre che per la loro presenza ed attenzione, anche per mezzo dei riti secondari. Ora, se sotto il loro primo aspetto le funzioni liturgiche richiedono una lingua, per quanto è possibile, sacra, ieratica, immutabile

ed una, sotto l'altro aspetto, invece, esse richiederebbero innegabilmente l'uso di lingue intelligibili e parlabili da tutti i partecipanti, vale a dire delle lingue volgari.

Quest'antitesi non sembra avere altra soluzione che quella, già ripetutamente ammessa nella pratica della S. Sede, di un uso parziale delle lingue volgari, limitato cioè a quelle funzioni, che hanno carattere più distinto di « ufficio », con i loro inviti e saluti, preghiere collettive, esorazioni ed istruzioni, lezioni, canti corali, mentre alle funzioni o parti di funzione con indole più sacramentale e sacerdotale si manterrebbe invece l'uso della lingua latina.

Con questa soluzione infatti si conserverebbero alle parti più ieratiche della liturgia, la maestà e la segretezza che ispirano quei sentimenti di fede e di riverenza che sono il fondamento del culto cristiano ed insieme si procurerebbe a tutti gli astanti la possibilità di partecipare attivamente, con interesse e devozione, alle celebrazioni liturgiche. Questo invero sembra in questi tempi nostri un modo efficace di ritenere nella fedeltà alle sacre funzioni quelli tra i fedeli che non le hanno ancora disertate, e, possibilmente, di ricondurvi coloro i quali, in grandissimo numero purtroppo, le hanno già più o meno totalmente abbandonate. Occorre cioè ridestare in tutti il sentimento che la liturgia non è la faccenda del solo clero, alla cui esecuzione i fedeli sono costretti di assistere, ma anche cosa loro, nella quale hanno da prendere, con intelligenza e gusto spirituale, una parte a loro tutta propria. Il carattere collettivo della liturgia romana non deve essere solo una realtà, ma una realtà concreta e sensibile, aperta alle comuni esperienze.

Ma per quanto felice possa apparire la suddetta soluzione del gravissimo problema, non conviene per altro nascondere le sue insufficienze, i sacrifici irreparabili che esige, i pericoli che non può mancare di cagionare i carattere superficiale ed arbitrario della distinzione; inelegante ibridismo; inefficacia a rendere il formulario liturgico pienamente intelligibile; menomazione della nobile gravità e concisione, della letteraria bellezza di molte formole; ripudio quasi totale delle tradizionali melodie gregoriane e di un immenso tesoro di musiche religiose; impossibilità, per molte formole, di una versione letterale, e, dunque, pericolo di travisamenti dottrinali; accresciuta divisione tra nazioni e razze; rovina delle grandiose manifestazioni liturgiche nei congressi e convegni internazionali dei cattolici; rallentamento delle relazioni di affetto e di devozione tra le Chiese cattoliche del mondo e la Chiesa Madre di Roma.

BIBL.: Innumeri sono gli scritti in argomento, ma manca finora uno studio esauriente, tutt'insieme dottrinale, storico e aggiornato. Si ha qualche indicazione bibliografica in H.-A.-P. Schmidt, op. cit., p. 12, nn. 3 e 4. Le principali riviste liturgiche, in particolare la Ephemerides liturgicae, forniscono informazioni sul movimento di opinione nei diversi paesi pro o contro la lingua volgare. Le pubblicazioni in materia sono periodicamente elencate nelle medesime riviste e più metodicamente in Archiv für Liturgiewissenschaft Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, Liturgisches Jahrbuch, Revue d'histoire ecclésiastique (Bibliographie). Un'ampia e diligentissima rassegna dei recenti documenti, pubblicazioni, movimenti e avvenimenti nel campo liturgico presenta, per opera di H.-A.-P. Schmidt e sotto il titolo di Liturgica, il Katholiek Archief, 6 (1951), pp. 297-332 (pp. 329-332, una lista di 53 riviste liturgiche di diversi paesi, con tutte le indicazioni occorrenti). Giovanni Michele Hanssens
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“LINGUA LITURGICA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 831. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/lingua-liturgica.