LINGUISTICA. — Il linguaggio è un'attività complessa, nella quale concorrono fattori fisici, psichici e spirituali in modo così armonico e impegnativo da farne la manifestazione più universale e più tipica della natura umana (il parlare è facoltà esclusiva dell'uomo e non esiste popolo, di cultura anche la più primitiva, che ne sia privo).
Per tale sua indole, il linguaggio può essere guardato da punti di vista diversi ed essere quindi oggetto di diverse discipline. La fisiologia studia la voce articolata nel suo meccanismo di produzione ed ha a fianco la fonetica sperimentale, che indaga più particolarmente i valori acustici in rapporto alla fonazione. La psicologia studia l'atto linguistico nei suoi momenti psichici, estendendo il suo
esame dalla posizione del singolo di fronte al complesso dei segni fonici che si offrono al suo esprimere (l'impressione, le modalità del rapporto che media contenuto della coscienza e forme linguistiche, la ricezione in chi ascolta) alle modifiche inconsci che si operano nel sistema: rientra nell'ambito della psicologia l'indagine particolare del l'assunzione del suono a significato, cioè della costituzione del simbolo, e perciò anche il problema, se problema c'è, dell'origine del linguaggio. La sociologia è pure interessata nello studio del fatto linguistico, soprattutto per quel che riguarda il valore generale del simbolo nell'economia della vita relazionale e l'importanza del dato linguistico nella costituzione di gruppi e di ceti. La filosofia studia il linguaggio dal punto di vista della sua validità conoscitiva; specialmente la logica è impegnata nella determinazione del rapporto che esiste fra concetto e valore semantico, fra pensiero e espressione.
Le discipline anzidette considerano il linguaggio nei suoi aspetti generali di facoltà umana, cioè nella sua universalità. Si tratta di discipline che, avendo per oggetto aspetti singoli della natura umana, sono necessariamente portate a considerare nell'attività linguistica la manifestazione di quell'aspetto. Il complesso dei loro apporti, integrato dai risultati forniti dalla I. generale (v. sotto), viene talvolta organizzato in una disciplina filosofica autonoma, la filosofia del linguaggio, la quale si propone come oggetto l'origine, le modalità, la validità delle forme simboliche.
Il linguaggio è la facoltà propria dell'uomo di obiettivare in simboli fonici il moto della coscienza: con questa obiettivazione, che traduce in rappresentazione ogni momento interiore, è strettamente legato il comunicare, che appare come l'aspetto pratico più rilevante dell'esprimere. Dal punto di vista psicofisico il linguaggio appartiene all'ordine dei fatti motori; ma la motivazione che più lo qualifica è l'intenzionalità dell'esprimere è ciò lo colloca in primo piano nel quadro dei fatti finalistici. La rappresentazione, la quale è condizione inderogabile per l'obiettivo, viene dal contenuto della coscienza, e dell'intuizione che vi ha posizione centrale, avviene attraverso forme conoscitive, cioè mediante segni di valore universale, i quali, grazie a reciproca determinazione, nell'organizzazione della frase sono resi adatti all'espressione del particulare. Il complesso dei segni ed il modo di determinare il rapporto formano la lingua, complemento tecnico dell'atto linguistico, assolutamente indispensabile poiché senza lingua non c'è linguaggio. La necessità di essa è insita nella storicità dell'atto linguistico, cioè nella concorrenza dell'esprimere e dell'intendere.
Come tutte le attività umane che trascendono la pura fisicità, il parlare si concreta in forme obiettive, le quali costituiscono la proiezione concreta del linguaggio, come si determina nel tempo e nello spazio. La lingua, dunque, l'universale concreto, storico, in cui il singolo, in quanto partecipe di una storicità (e non può non esserlo, perché un individuo isolato non esiste, come non esistono comunità che non siano composte d'individui), si pone nell'atto stesso che parla. Non vi è, pertanto, fra il sistema che costituisce l'oggettivo, la socialità come comunemente e piuttosto impropriamente si dice, e che rappresenta la necessità, il limite proprio della forma, e il parlare, che rappresenta la soggettività e quindi la libertà, alcuna effettiva contrapposizione, poiché l'individuo come parlante non può sottrarsi a quel limite e il sistema a sua volta non ha altra realtà se non nella libertà del parlante, il quale ne traduce in atto la funzionalità che vi dorme. L'esigenza dell'esprimere, che è soggettività, imprime sempre al sistema atteggiamenti e vibrazioni, che possono lasciare del tutto intatta la struttura, ma possono talvolta tradursi, ove l'impulso sia vigoroso in rapporto a una diminuita qualificazione distintiva del sistema stesso, in variazioni profonde e durature, capaci di integrarlo in un'unità sostanzialmente nuova. La lingua, pertanto, mentre da una parte è una struttura che obbedisce alla legge interna della propria funzionalità, dall'altra è fuori da ogni staticità, poiché come funzione è forma di momenti soggettivi.
La I., o glottologia o scienza del linguaggio, ha
per scopo lo studio delle lingue come struttura e come mutamento. Essa è, pertanto, una disciplina essenzialmente storica, sia perché si occupa di un fatto di ordine finalistico, sia perché il suo oggetto si concreta e delimita, oltre che nello spazio, nel tempo. Essa deve necessariamente riportarsi alla natura umana, la quale è per l'appunto ciò che si determina in storia, e perciò deve rifarsi soprattutto alla fisiologia e alla psicologia; ma ciò nulla toglie all'autonomia che le viene dalla precisa individuazione del suo oggetto, cioè un determinato sistema linguistico nella sua struttura funzionale, nel suo formarsi e nel suo trasformarsi.
A questo compito, che la costituisce in scienza, la considerazione del fatto linguistico è giunta solo nei nostri tempi, dopo aver attraversato una lunga vicenda di deviazioni e di errori. Presso i Greci e gli Indiani la lingua fu studiata a scopo didattico e normativo, non senza buoni risultati: già la stessa scrittura alfabetica importava una analisi fonematica di sorprendente accurateness e lo studio del congegno morfologico assai complesso metteva in chiara evidenza la categoria grammaticale. Eppure presso i Greci, da cui discende la tradizione occidentale dell'analisi linguistica, da un lato lo studio delle forme grammaticali viene incluso e assorbito in un'esigenza di razionalità, in cui categoria logica e categoria grammaticale s'identificano, dall'altro l'analisi del segno lessicale è resa vana dalla pretesa gnoseologica, che cerca di scoprire in esso una verità naturale, cioè una funzione ontologica. Si ebbe, quindi, una sistematica dei segni in funzione sintattica, ispirata a criterio esclusivamente logico, la quale ancora sopravvive e fa parte integrante della nostra mentalità grammaticale; ma fu trascurato il dato formale, al punto che gli analogisti pretendevano che le categorie grammaticali, riflesso fedele delle categorie logiche, fossero espresse sempre da identici elementi morfologici. La ricerca etimologica, d'altra parte, frantumando arbitrariamente il vocabol, alla scoperta di elementi primi indicanti verità primordiali, e arstando perciò completamente dal dato storico, si precluse la via al raggiungimento dell'unico vero (ἐτοῦμα) raggiungibile, cioè il momento creativo, comunque momento di «parola» (v. sotto), che sempre fornisce alla lingua (e questa lo dimentica: il segno in essa è arbitrario) il significante per un certo sapere.
Nei secc. XVII e XVIII il razionalismo ebbe profondi riflessi nella valutazione del fatto linguistico. Esso reagì con Leibniz contro la grammatica cosiddetta «harmonica», la quale partendo dal presupposto che l'ebraico fosse il modello e l'archetipo di tutte le lingue, portava nell'analisi delle strutture i criteri più strani, come quelli di addizione, sottrazione, trasposizione e inversione delle lettere (si operava con le lettere e non con i suoni). Ma allo stesso tempo in cui riconosceva che il sistema linguistico è un complesso di segni legati reciprocamente dalla necessità funzionale, negava ad esso ogni autonomia, creando una «grammatica generale», il cui scopo era quello di comporre in unità gli schemi grammaticali, di solito ricavati dalla lingua latina, con quelli della logica formale. Oggi una siffatta tendenza grammaticale è rivalutata, sia da parte della I. generale di indirizzo strutturale (e già dal De Saussure), sia da parte della cosiddetta logistica che si propone, muovendo dal linguaggio, di trovare un mezzo di espressione più adeguato (il simbolismo matematico) al procedere del pensiero logico. In realtà la grammatica razionale fu del tutto improduttiva, per il misconoscimento in essa implicito della natura della lingua, la quale, pure obbedendo alla generale logicità inerente al sistema perché tale, è forma non della pura attività logica, ma di tutto il moto della coscienza. Così Giambattista Vico poteva agevolmente rimproverare ai famosi grammatici Giulio Cesare Scaligero e Francesco Sanzio di procedere «come se i popoli che si ritrovarono le lingue avessero prima dovuto andare a scuola di Aristotele, con i cui principi ne hanno ambedue ragionato» (Scienza nuova, ed. Nicolini, I, p. 124). D'altra parte il Vico, come dopo di lui la corrente neodialetistica, cadde nell'opposto errore
di considerare la lingua come prodotto di attività estetica, mentre questa, come la logica, rappresenta solo una parte di quel moto integrale della coscienza di cui la lingua è forma.
Un'indagine veramente scientifica del linguaggio, perché fondata sullo studio storico di lingue e gruppi di lingue, incomincia solo nei primi decenni del sec. XIX; ed è da mettere in rapporto con due circostanze di natura diversa: da un lato, la conoscenza del sanscrito che diede impulso a ricercare la parentela genetica di un importante gruppo di lingue, dall'altro, l'orientamento di pensiero per cui alla concezione meccanica e razionalistica delle strutture linguistiche si sostituisce quella romantica della «forma organica». La nozione di «forma individuale» applicata da Leibniz alla vita organica fu trasportata da Herder nel campo delle creazioni umane e vi fu assai produttiva, perché consentì una nuova mediazione fra soggettività ed oggettività, fra il particolare e l'universale: nel campo del linguaggio essa condusse a rinunciare alla pretesa di ricercare oltre l'accidente delle singole lingue una lingua perfetta e razionale e a giustificare invece la molteplicità di esse come variazioni di forma, in cui si attua l'essenza del linguaggio. Legittimata l'autonomia della lingua come «forma organica», fu agevole introdurre e rilevare in questa la nozione di sviluppo: a ciò fortemente contribuì il riconoscimento della parentela della maggior parte delle lingue dell'Europa fra loro e con l'inizio e l'inizio. Mediante la comparazione, si costituì la nozione di una comunione linguistica arioseuropea, alla base della quale si pose una lingua capostipite, da cui le lingue storiche si sarebbero sviluppate. In questo periodo la storicità del fatto linguistico non è ancora dissociata dalla nozione di sviluppo organico; anzi tale storicità prende appunto corpo in un naturale processo di sviluppo, dominato dallo stesso carattere di necessità, da cui appare dominata la vita organica. Secondo Fr. Bopp, che a ragione è considerato il fondatore della I. (il suo scritto Über das Conjugationssystem der Sanskritsprache in Vergleichung mit jenem der griechischen, lateinischen, persischen und germanischen Sprachen è del 1816 e la sua Vergleichende Grammatik comincia a pubblicarsi nel 1833), «le lingue sono da considerare come corpi della natura organica, che si formano secondo determinate leggi, si sviluppano portando in sé un interno principio vitale, muoiono, a poco a poco». Più tardi A. Schleicher, al quale va dato il merito di avere, attraverso la comparazione fonetica, dato una fisionomia più precisa all'unità arioseuropea (il suo Compendium der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen è apparso in prima edizione il 1864) afferma che «le lingue vivono come tutti gli organismi naturali; non agiscono come l'uomo e perciò non hanno storia alcuna, in quanto s'intenda questa parola nel suo più stretto e proprio significato». Pertanto la lezione più stretta storica naturale dell'uomo è il suo compito è «di mettere in luce le leggi secondo le quali le lingue nel corso della loro vita si modificano, poiché senza conoscenza di esse non è possibile intendere nemmeno le forme delle presenti lingue». Tale concezione è certamente un riflesso della concezione hegeliana della storia: questa, secondo Hegel, è volontà consapevole, libertà che si dà la realtà che le è propria; lo Schleicher assume che nello sviluppo della lingua non c'è consapevolezza, non c'è libertà; esso quindi non può essere oggetto di storia, bensì di sistematica. La dottrina darwiniana dell'evoluzione non manca d'influenza in seguito lo stesso Schleicher, che parla di lingue, dialetti, parlare locali come di specie, sottospecie, sottospecie primarie e secondarie e simili: le diverse varietà vengono, com'è ovvio, spiegate per progressivo svolgimento e differenziazione, dovuti alle necessità di adattamento all'ambiente.
In questa concezione dello sviluppo organico il divenire delle lingue è ricondotto a una necessità interna, ma vi è margine per una certa libertà, analoga a quella di una pianta che cresce secondo le sue leggi, ma la cui crescita non è prevedibile, perché è il risultato dei mutvoli rapporti fra la sua vitalità e l'ambiente. Nella concezione successiva, dominata dal positivismo, tale margine di libertà viene assai ridotto, poiché lo sviluppo organico è considerato come risultato di cause di ordine fisico o, al più, di forze psichiche operanti secondo leggi di stretta meccanicità. Manifestazione culminante di questa concezione fu la fede nella «ineccedibilità» delle leggi fonetiche, cioè nella perfetta regolarità del mutamento dei suoni, sino a quando non intervengano fattori estranei di ordine psichico a turbarne il libero sviluppo.
La storia della legge fonetica è la storia della I. nell'ultimo quarto di secolo, segnata da numerose mirabili conquiste, che hanno fatto assurgere gli studi linguistici, in tutti i settori, e specialmente in quello arioseuropeo e romano, a dignità di scienza. Alla concezione del mutamento fonetico, sottoposto a una legge di regolarità analoga a quella che si osserva nei fenomeni naturali, condussero da un lato il rivolgimento in senso positivista che la cultura europea subì a partire dalla seconda metà del sec. XIX e dall'altro le numerose scoperte, le quali, portando a una più rigorosa e quasi completa sistemazione del fonetismo arioseuropeo, determinarono la convinzione che i processi fonetici fossero di ordine meccanico. Tutta la ricerca s'informa a questo principio, che è così formulato nella introduzione alle Morphologische Untersuchungen, iniziate da K. Brugmann e H. Osthoff a Lipsia nel 1878, I, p. 13: «Ogni mutamento fonetico, in quanto si compie meccanicamente, si svolge secondo leggi ineccepibili, cioè la direzione dello spostamento fonetico in tutti i membri di una comunità linguistica... è sempre la medesima e tutte le parole, nelle quali, in eguali circostanze, appare quel suono sottoposto a mutamento, vengono investite senza eccezioni dal mutamento». Il gruppo dei linguisti che fece sue questo assioma e lo applicò nella ricerca con grandi risultati, che trascendono la bontà teoretica di esso, prese il nome di «neogrammatici».
Il principio della legge fonetica già presso i suoi seguaci subiva pericolose incrinature, per il fatto stesso che non si poteva fare a meno di ammettere che costanti interventi di ordine psicologico (assimilazioni e dissimilazioni, incroci e analogie) davano origine a numerose eccezioni; si che anche fra coloro che nella ricerca applicavano il metodo positivo, la validità del principio era posta in discussione (Ascoli, Schuchardt, Paul). Il sempre maggiore riconoscimento del dato psicologico, prima sotto l'aspetto della psicologia collettiva (Wundt), poi sotto quello della psicologia individuale, avviò il problema del linguaggio a porsi nei suoi giusti termini, quelli, cioè, del rapporto fra il soggetto e l'oggetto, fra l'individuare e il collettivo; ebbero così origine due diversi indirizzi, quello idealistico e quello sociologico, i quali rispettivamente pongono l'accento sull'uno o sull'altro dei due poli. Intanto, lo stesso mutamento della nozione di «legge» avvenuto nel campo delle scienze naturali e soprattutto il riconoscimento che il linguaggio appartiene all'ordine dei fatti finalistici facevano più chiaramente intendere quel che è effettivamente la legge in I., cioè un semplice schema conoscitivo di variazioni. Così anche la ricostruzione dell'arioseuropeo comune, fatta con metodo comparativo e alla quale veniva attribuito un valore assoluto, come di lingua realmente esista, apparve nella sua giusta luce di schema delle concordanze che si osservano nelle lingue storiche del gruppo, tenuto conto delle modificazioni intervenute nei singoli sviluppi.
Nel quadro della reazione neorealistica al positivo il fatto linguistico venne ad assumere una posizione di particolare rilievo. Considerato nella sua soggettività, esso venne a trovarsi sullo stesso piano dell'arte e con essa identificato, onde la I. generale venne ad identificarsi con l'estetica: «Ogni individuo che esprime una impressione spirituale, crea intuizioni, produce forme di linguaggio» (K. Vossler). Tale concezione, tuttavia, non poteva ignorare l'incontestabile fatto che la lingua esiste come dato collettivo ed è strumento di comunicazione, cioè, una creazione collettiva condizionata da bisogni pratici; e perciò essa pure è costretta a distinguere nella sua «stilistica», che guarda a quel che v'è d'incondizionato e di originale nelle forme del linguaggio, e una grammatica storica che guarda a quel che v'è di condizionato e di comune (Vossler). Poiché le innovazioni hanno origine da singoli parlanti, che trovandosi in una certa
situazione soggettiva e in un certo ambiente storico fanno opera di creazione, è necessario procedere dalla stilistica, che è la scienza dell'espressione individuale, e quindi passare alla sintassi, alla morfologia e alla fonetica; ma la vera e propria scienza del linguaggio è la stilistica, dato che l'essenza del linguaggio è attività interiore, intuizione. Eppure, la lingua in tanto è suscettibile di descrizione, in quanto è essa pure sviluppo, giacché esiste come strumento di rapporti sociali in costante mutamento. La grammatica storica mostra come la creazione linguistica sia limitata «da certi stati, da certi bisogni, da certe tendenze collettive dell'anima dei popoli».
L'opposto indirizzo gravita sull'aspetto oggettivo del linguaggio, cioè sulla lingua, e muove dalla sociologia. Per esso la constatazione che il linguaggio è fatto individua le vere, ma è irrilevante come tutte le proposizioni evidenti (Meillet). Nella dottrina di F. De Saussure, lo studioso che ha dato alla L. un complesso di principi molto originale e fecondo anche se non organico (il Cours de linguistique générale pubblicato postumo nel 1916 è redatto su appunti di discepoli), proprio dell'individuo è il bisogno di esprimersi, ma la possibilità di farlo con la parola è data dal mezzo fornitogli dalla società, cioè dalla lingua. Questa è un prodotto sociale, risultato da convenzione spontanea, ed è costituita da un complesso di segni arbitrari, nel senso che non vi è alcun legame di necessità fra il complesso fonico significante e la cosa designata: i segni non sono, cioè, risultato di espressività naturale, ma debbono la loro esistenza all'uso collettivo e il loro valore è in rapporto al sistema di opposizioni e di correlazioni di cui fanno parte. La 1. vera e propria studia non la «parola», cioè l'attività del singolo, dalla quale ha pure inizio ogni innovazione, bensì la «lingua», cioè l'organizzazione convenzionale di segni della quale egli si serve. Tale studio è «sincronico» in quanto studia il sistema nella sua funzionalità attuale, la somma delle convenzioni d'uso nella reciprocità del congegno, «disegno» in quanto considera le modificazioni cui esso va soggetto, in seguito allo squilibrio che sempre si verifica nel rapporto fra il segno e l'idea. Di gran lunga più importante è lo studio sincronico, perché mira a mettere in luce il sistema nella sua entità funzionale, nella validità con cui si pone a tutta la massa dei parlanti; mentre la considerazione diacronica, la quale deve lasciare fuori l'innovazione e la sua causa perché rientrano nell'ambito della «parola» e perciò non appartengono alla lingua, deve limitarsi a registrare i mutamenti; e questo può fare quasi soltanto nei riguardi dei mutamenti fonetici, i soli che vengano lentamente acquisiti; sia i mutamenti fonetici, sia i fatti di analogia si fondano sull'attualità del sistema, i primi come variante sincronica, i secondi come prodotto del peso che il sistema come unità, solidarietà ha nella coscienza del parlante.
La dottrina del De Saussure, più coerentemente espressa nei riguardi della considerazione sincronica, ha avuto il grande merito di riportare l'attenzione sulla funzionalità che è interna alla lingua e la rende sistema autonomo. Da essa deriva anzitutto, in quanto si fonda su una considerazione statica del sistema, l'indirizzo fonologico, che si propone di chiarire il congegno di opposizioni e di correlazioni in cui il fonema assume il suo valore. Trasportata tale considerazione nel campo della sintassi, da un lato si è imposto l'impegno di chiarire il rapporto fra il momento soggettivo e il sistema, attraverso l'indagine stilistica; dall'altro, è sorta la necessità di ridurre a schemi conoscitivi la funzione sintattica dei singoli sistemi e ciò ha richiamato a nuova vita il problema già affrontato dalla grammatica razionale, se non sia possibile classificare tale funzione in schemi di validità universale.
Tali sono gli indirizzi oggi prevalenti nel campo della linguistica, con tendenza a definirsi in scuole (di Praga, di Ginevra, di Copenhagen). Accanto a tali indirizzi, che gravitano tutti sulla considerazione sincronica (nel cui ambito rientra anche la geografia linguistica in quanto si limiti alla constatazione), continua ad affermarsi sempre vitale e produttivo l'indirizzo storico, che vuole il fatto «lingua» inquadrato nella realtà complessa della vita della comunità, come s'individua nello spazio e nel tempo. Non è possibile limitare l'osservazione delle lingue alla loro funzionalità di sistema, sacrificando l'interesse storico il quale è inderogabile di fronte a un fatto umano di così vasta portata com'è il linguaggio. Tuttavia, la legittimazione teorica dell'impostazione storica della linguistica non può ripercarsi nella nozione dello sviluppo organico o del modo meccanico bensì solo in quella del rapporto soggetto-oggetto, individuale-universale, che è alla base di ogni realtà umana.
L'intervento del soggetto, implicitamente assunto nell'indagine stilistica anche quando il sistema viene considerato staticamente, costituisce il presupposto di quella dinamica, che fa della lingua un fatto di storia. L'opposizione sussurriana fra considerazione sincronica e considerazione diacronica non può certamente soddisfare, perché le varianti, che determinano il mutamento incessante e continuo del sistema, sono in verità sincroniche: si può avere piuttosto una considerazione statica e una dinamica della lingua e in base ad esse distingue, da una parte, la grammatica o l. strutturale e, dall'altra, la storia. La stilistica viene ad avere posizione mediana, dato che essa dal sistema come struttura guida al sistema come divenire. Il momento soggettivo inserisce, per dir così, la lingua nella storia, sottraendola a una valutazione strettamente tecnica, grammaticale, a cui la storia è vorrebbe riservarla. Infatti, dietro il soggetto con la sua creatività sul piano linguistico, vi è tutta la storicità di cui ciascun parlante partecipa; onde l'innovazione, che teoricamente si può puntualizzare come fatto individuale, è condizionata da una situazione oggettiva, in cui operano fattori diversi. Mentre la grammatica storica si limita a registrare la diversità tra due fasi linguistiche staticamente considerate (secondo una nota osservazione dello Schuchardt posa e movimento non costituiscono opposizione nel campo delle lingue: solo il movimento è reale, solo la posa è percepibile), la storia ha il compito di indagare la causa delle innovazioni o almeno di accertare le circostanze in cui esse si compiono. Fattori geografici, contatti culturali, eventi e circostanze di ordine politico, organizzazione sociale, vita relazionale e pratica, attività spirituale in tutti i suoi aspetti, etici, artistici, religiosi, costituiscono il presupposto di ogni nuova esigenza espressiva, in relazione al sistema già dato; e condizionano l'adesione collettiva per cui il fatto di «parola» diventa fatto di «lingua», cioè nuovo elemento del sistema. Le indagini sulle modalità e le cause dei mutamenti fonetici, sulle innovazioni, che possono essere rivolgimenti, nell'espressione del rapporto sintattico, le ricerche etimologiche, che cercano di stabilire il momento e le circostanze, in cui un segno viene assunto a designare un sapere e come il sapere, che è contenuto semantico del segno, si trasformi, costituiscono una parte assai rilevante, e certo la più nobile, della 1. come scienza.
Accanto alle indagini su singole lingue o gruppi di lingue c'è anche posto per una disciplina di carattere generale, la quale, raccogliendo le fila delle osservazioni fatte nei vari campi, cerchi di fissare le modalità universali dello sviluppo linguistico, in rapporto alle cause che lo determinano. A questo arduo settore compete il nome di «1. generale».