JUGOSLAVIA. - Stato dell'Europa meridionale comprendente le parti centrale e nord-occidentale della regione balcanica, con l'aggiunta di più o meno estesi lembi delle finitime zone, alpina, subalpina e pannonica.
I. GEOGRAFIA
La Federativna Narodna Repubblica Jugoslavija (F. N. R. J.) risulta costituita da 6 Repubbliche, delle quali la Serbia racchiude due province autonome: Voivodina e Kosovo-Metohija. La statistica ufficiale del 15 marzo 1948 è la seguente:
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**JUEGOSLAVIA** (Parigi 1950)
- Re croato, scultura del sec. XI, conservata nel battistero di S. Giovanni - Spalato.
| Popolazione | 1940 | 1950 |
| Repubblica Federate | 1.000.000 | 1.500.000 |
| Regioni autonome | 1.000.000 | 1.500.000 |
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La J. comprende territori molto diversi per caratteri fisici, climatici, fitogeografici, ecc. e per valore economico: con gli aspri massicci calcarei (carsici) della Croazia, della Bosnia e dell'Erzegovina contrastano le ferci piace lungo il Danubio ed i suoi affluenti, così come le bosche estreme propaggini alpine nulla hanno in comune con i bacini del Vardar e della Morava dove piccole conche si alternano con anguste gole; un posto a sé occupa poi nel paese il litorale adriatico, frangato di isole, ricco di porti, ma segregato dall'interno per mezzo dell'elevata muraglia delle Alpi Dinariche. Più dei 4/5 del paese sono occupati da monti e colli, ove il popolamento rimane piuttosto rado; il resto da fondi vallivi e da bassopiani, in prevalenza nei settori settentrionale e nordorientale. Oltre 3/4 del territorio scola al Danubio; carattere continentale messo in evidenza anche dal clima che presenta in complesso forti escursioni termiche, gli inverni tanto più rigidi, le estati tanto più calde e le precipitazioni tanto meno copiose man mano ci si avvicina al bacino pannonico. Anche in questo caso la fascia costiera e l'Istria fanno spicco sul resto della J. per il loro carattere più o meno francamente mediterraneo.
La popolazione, secondo la statistica ufficiale (15,8 milioni di ab.) è assai poco omogenea: oltre i 4 gruppi slavi fondamentali, Serbi (41,5%), Croati (24%), Sloveni (9%), Macedoni (5,1%), etnicamente Bulgari), la statistica riporta ancora due gruppi slavi, gli ortodossi Montenegro (2,7%) e i musulmani della Bosnia-Erzegovina (5,1%), dei quali i primi sono etnicamente serbi, i secondi croati. Le minoranze (12,6%) sono le seguenti: Albanesi (4%), Ungheresi (3,1%), Valacchi (in Serbia: 0,7%), Turchi (0,6%), Italiani (0,5%), Slovacchi (0,5%), Zingari (0,5%), Romeni (in Vojvodina, 0,4%), Bulgari (0,4%), Tedeschi (0,4%), Čechi (0,2%), Ucraini (0,2%), Rusci (0,1%), Ebrei (0,04%), Polacchi (0,03%), ecc. La proporzione degli alloggi è diminuita dopo il 1945 specie causa dell'espulsione in massa dei Tedeschi, ma è aumentata per quanto concerne gli Italiani con l'anesione alla J. dell'Istria. Delle città, solo 5 oltrepassano i 100 mila ab. (oltre quelle elencate nella tabella, Subotica, che ne ha 113 mila) e appena altre 7 i 50 mila ab.
Poco meno di 1/3 della J. è rivestito di foreste (Carinola, Stiria, Slavonia, Dinari, Bosnia), convertito presso a poco nella stessa misura in arrivo (30,8%) e per ca. 1/4 coperto di prati naturali e di pascoli. Agricoltura, allevamento e silvicoltura sono le occupazioni prevalenti della popolazione. La prima dà cereali (più granoturco che grano), patate, frutta (prugne e mele), vino (Dalmazia) e prodotti destinati all'industria (tabacco, barbabietola, canapa, luppolo, ecc.), e non meno vario è il secondo, in cui prevalgono ovini (6,4 milioni di capi), suini (2,8) e bovini (2,5). Le foreste (7,8 milioni di ha.) rappresentano un'altra specie fonte di reddito, alimentando tutta una serie di industrie fiorenti (segghe, cartiere, mobilità, distilleria, ecc.). Tra le risorse minerarie primeggiano il carbon fossile, il ferro (Bosnia) e il rame (Serbia), ma non mancano il petrolio (Croazia e Montenegro), né il piombo, lo zinco, le bauxiti, il manganese ecc. Cospicuo anche il potenziale idroelettrico. L'industria, ancora sproporzionata alla potenzialità del paese, ha compiuto notevoli progressi, specie nel campo metallurgico-meccanico; i rami più attivi sono quelli che lavorano i prodotti alimentari. Anche le comunicazioni (11,2 mila km. di ferrovia) attendono un impulso decisivo, che metta in valore l'ottima posizione del paese all'incrocio delle grandi vie N.-S. (Pannonia-Moravie-Egeo) ed O.-E. (Sava-Danubio).
II. STORIA
Alla caduta dell'Impero austroungarico il Sabor (la Dieta croata) sciolse con l'atto del 29 ott. 1918 i rapporti storici ed i legami giuridici che fino allora univano la Croazia, Slavonia e Dalmatia all'Austria e all'Ungheria proclamando sul rispettivo territorio lo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi. Un gruppo di politici, il Narodno Vijeće, valendosi di una delega del Sabor non del tutto costituzionale e parlamentare, attuò l'unione del nuovo Stato con la Serbia e con il Montenegro (1° dic. 1918) sotto la dinastia dei Karagjorgjević.La nuova formazione, denominata Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS), fu poi internazionalmente riconosciuta dal Trattato di Versailles, nonostante la protesta inviata dal popolo croato alla Conferenza della pace. La elaborazione e promulgazione della Costituzione del Vidovdan (28 giugno 1921) non riuscì a conciliare l'iniziale contrasto serbo-croato, che andò invece accendosi. Accanto alle rivendicazioni dei Macedoni e dei Montenegro, i Croati, vedendo violati gli impegni solennemente presi dai Serbi (dichiarazione di Corfu del 20 luglio 1917), si sentirono delusi nelle loro secolari aspirazioni religiose e nazionali e continuarono a respingere l'idea di convivenza statale con i Serbi. Gli Sloveni, al contrario, furono meno ostili alla collaborazione con i Serbi. Il capo croato Stjepan Radić cercò di portare la questione sul suo vero terreno, cioè davanti alla Società delle nazioni. L'incomprensione degli ambienti internazionali lo spinse nel 1925 al tentativo di collaborazione con Belgrado. Il 20 giugno 1928 un deputato serbo abbatté a rivoltellate due deputati croati nel Parlamento e ferì Radić, il quale in seguito morì (8 ag.). Seguì l'abrogazione della Costituzione, il nome dello Stato fu modificato in J., il re Alessandro instaurò il regime dittatoriale (1929). Ucciso il re a Marsiglia (9 ott. 1934), la reggenza fu assunta dal principe Paolo. Nel marzo 1941, in seguito al colpo di Stato del generale Simović, indirizzato contro il Patto tripartito, venne proclamato re il principe ereditario Pietro. Nell'apr. 1941 il crollo dell'esercito jugoslavo dinanzi alle armate dell'Asse e l'insurrezione dei Croati condussero alla disgregazione politica e giuridica della J. L'artificioso organismo si disciolse nei suoi elementi costitutivi. I Croati ripristinarono lo Stato indipendente di Croazia. Dopo la seconda guerra mondiale il capo del partito comunista jugoslavo, J. Broz Tito, proclamò il 29 nov. 1945 la Repubblica federale popolare jugoslava (F. N. R. J.). Le correnti ostili al comunismo furono in parte soppresse nel corso della lotta partigiana, in parte ridotte al silenzio dopo la fine della guerra. Nel corso del 1948 il regime comunista jugoslavo è entrato in aspro conflitto con il Kominform e con il governo dell'U.R.S.S., che ha esercitato una forte pressione sulla J. per ridurla all'obbedienza. L'urto tra l'U.R.S.S. e la J. ha spinto quest'ultima ad avvicinarsi sul piano della politica estera alle potenze occidentali, pur non deflettendo sul piano della politica interna dalle linee fondamentali di tutti i regimi comunisti dell'Europa orientale.
Per la storia anteriore al 1918, V. CROAZIA; MACEDONIA; MONTENEGRO; SERBIA; SLOVENIA.
III. CONDIZIONI GIURIDICHE DELLA CHIESA
Con la fondazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (1918), si impose il problema dei cattolici i quali
costituivano quasi il quaranta per cento dell'intera popolazione. Furono avviate, già nel 1922, trattative con la S. Sede, onde giungere alla conclusione di un Concordato, che fu firmato solo il 25 luglio 1935 da parte dell'allora cardinale segretario di Stato Pacelli e del ministro jugoslavo della Giustizia e dei culti Auer. Dinanzi all'opposizione della sedicente Chiesa ortodossa il governo jugoslavo non procedette però alla ratifica del Concordato stesso. La condizione giuridica della Chiesa nella Repubblica federativa jugoslava è delineata nell'art. 25 della Costituzione, in vigore dal 1946, che dice: «La libertà di coscienza e la libertà religiosa sono garantite ai cittadini». La Chiesa (non s'intende soltanto la cattolica) è separata dallo Stato. Le comunità religiose, il cui insegnamento non si oppone alla Costituzione, sono libere di esercitare le loro funzioni religiose e di celebrare il loro culto. Le scuole religiose destinate alla formazione dei sacerdoti sono autorizzate, ma restano sotto il controllo generale dello Stato. Ogni abuso della Chiesa e della religione per fini politici, ogni organizzazione politica a base religiosa è interdetta. Lo Stato può aiutare materialmente le comunità religiose.
In realtà, il principio della libertà religiosa, affermato nell'articolo, va inteso nel complesso delle altre disposizioni costituzionali, che ad esso in varia maniera contrastano, e soprattutto deve essere interpretato alla luce dei fatti. Questi provano all'evidenza che il regime di separazione, proclamato nella Carta costituzionale, si è trasformato, fin dagli inizi della nuova Repubblica, in regime di persecuzione.
Continuamente minacciata e violata è la libertà personale degli ecclesiastici e dei religiosi. Clamorosi furono il processo e la condanna ai lavori forzati dell'arcivescovo di Zagabria, mons. A. Stepinac, nell'ott. 1946. Ma se egli è la vittima più illustre, non è la sola. È stato pure condannato al carcere il vescovo di Mostar, mons. P. Čule. Il vescovo di Lubiana, mons. Gr. Rožman, e l'arcivescovo di Sarajevo, mons. G. Šarić, esuli dalla patria, non possono raggiungere le loro sedi. L'amministratore apostolico di Banja Luka, mons. Čekada, è stato espulso dal territorio della Bosnia-Erzegovina, nel quale si trova quella sede vescovile. Gli altri vescovi, ridotti ormai a
(da Hrvatska Enciklopedija, II, Zagabria 1941, tav. f. t.)
Zagabria, Accademia di scienze ed arte.
otto da diciannove che erano, sono sistematicamente impediti nei loro contatti con i fedeli. Nei primi mesi del 1950 il numero dei sacerdoti arrestati superava i 400. Oltre a ciò le autorità governative s'intromettono nella vita interna della Chiesa, pretendendo, ad esempio, di entrare in merito alla nomina dei vescovi e alla provvista di tutti gli uffici ecclesiastici. In molte diocesi sono stati confiscati i registri parrocchiali, e le autorità si rifiutano di dare certificati di battesimo, di matrimonio, ecc., anche se servono entro i confini della Repubblica. Sono stati occupati o confiscati gran parte dei seminari maggiori e minori. Il governo ha appoggiato o addirittura ispirato movimenti secessionisti tra il clero, come il Segretariato promotore dei Preti sloveni, aderenti al Fronte della liberazione, di cui la S. Sede ha condannato il bollettino ufficiale.
Gravissima è la condizione dell'insegnamento religioso. Nelle scuole statali l'istruzione religiosa è formalmente abolita nelle classi superiori, e praticamente soppressa in quelle inferiori. Tra il 1945 e il 1947 sono state inoltre soppresse tutte le scuole cattoliche elementari e medie. Grave è la condizione della stampa cattolica, le cui tipografie sono state tutte confiscate.
Le associazioni cattoliche non esistono più; esse furono soppresse dagli stessi vescovi, non appena si seppe che l'OZNA (polizia segreta) aveva l'ordine di compilare le liste dei membri delle società cattoliche, il che appariva come un chiaro segno di persecuzione. Parimenti le opere caritative cattoliche, compresa la benemerita Caritas di Zagabria, sono state soppresse. Moltissime suore sono state espulse da ospedali e istituzioni di cura, spesso di loro proprietà.
Già il 20 sett. 1945, in una lettera collettiva ai fedeli, i vescovi lamentavano, tra l'altro, la forzata espropriazione dei possedimenti della Chiesa, senza risarcimento alcuno. L'applicazione della riforma agraria alle proprietà ecclesiastiche negli a.a. 1945-46, accompagnata dalla soppressione di ogni congrua governativa o contributo comunale, ha impoverito le parrocchie al punto da rendere difficile il sostentamento dei sacerdoti, ed impossibile la ricostruzione delle chiese danneggiate o distrutte durante la guerra, o anche solo di rifornirle degli arredi sacri saccheggiati o perduti. Seminari, in quanto non soppressi, e mense vescovili sono state ridotti alla più dura indigenza. Enormi tasse sono imposte talora agli edifici ed alle proprietà ecclesiastiche, così da renderne impossibile il pagamento; donde il pretesto per scacciare sacerdoti e religiosi e confiscare i pochi beni rimasti. La confisca di case religiose è continuata senza soste nel corso di questi anni.

costituivano quasi il quaranta per cento dell'intera popolazione. Furono avviate, già nel 1922, trattative con la S. Sede, onde giungerc alla conclusione di un Concordato, che fu firmato solo il 25 lug
Per quanto riguarda la stessa libertà di culto, va ricordato che molte chiese sono state chiuse o trasformate in case del popolo. In Erzegovina gli abitanti cattolici sono stati violentemente deportati dai loro villaggi, dove le chiese furono distrutte, per essere trasferiti in regioni abitate dagli eterodossi, in cui non esiste alcuna chiesa e senza che fosse consentito ai sacerdoti di seguire i propri fedeli. Inoltre, per l'uccisione, l'incarcerazione e l'esilio di molti sacerdoti, l'esercizio del culto è diventato impossibile in un grande numero di chiese, specialmente in Croazia.
Non sfugge alla pressione antireligiosa il sacramento del Matrimonio. Nella Repubblica federativa jugoslava è obbligatorio il matrimonio civile, e solo dopo di esso è lecito compiere il rito religioso. Non è raro che i contraenti, dopo il matrimonio civile, siano spinti a non compiere quello religioso sotto l'insinuazione e l'aperta minaccia che il regime non potrebbe avere fiducia in chi insistesse a volere la cerimonia sacra. Anche gli altri Sacramenti, Battesimo e Cresima, e l'assistenza ai malati sono oggetto di questa campagna intimidatoria.
La Repubblica federativa jugoslava è l'unica, tra le nazioni dell'Europa orientale sotto il regime comunista, che mantenga relazioni diplomatiche con la S. Sede.
IV. ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA
L'organizzazione ecclesiastica della J. comprende 21 diocesi, delle quali si dà qui l'elenco secondo l'Annuario pontificio del 1951:1. Immediatamente soggette
Arcidiocesi: Antivari, Bar; Belgrado, Beograd; Zara. Diocesi: Cataro, Kotor; Fiume; Lavant, Maribor, Marburg; Lesina, Hvar; Lubiana, Ljubljana, Laibach; Ragusa, Dubrovnik; Scopia, Skoplje, Úsküb; Sebenico, Šibenik; Spalato, Splits; Macarsca, Makarska; Veglia, Krk.2. Metropolitane
a) Vrhbosna, Sarajevo, con le suffragane: Banjaluka, Mostar (con unito il titolo di Duvno) e con l'amministrazione delle sedi unite di Marcana e Trebigne; b) Zagabria, Zagreb, Agram, con le suffragane: Crisio, Križevci, Kőrös, Kreutz (per i cattolici di rito bizantino), Segna, Senj, Zengg, con l'amministrazione perpetua di Modrussa, Sirmio, Srijem (con il titolo unito di Bosnia, Diakovar, Djakovo).3. Vescovati
Parenzo e Pola (sedi unite) è suffragane di Gorizia e Gradisca in Italia.4. Amministrazioni apostoliche
Bačka; Banato jugoslavo.V. LITURGIA
In J. esistevano e persistono ancora parecchie differenze liturgiche, riguardanti i riti stessi e le lingue sacre. Oltre il rito bizantino-slavo, in uso — con le varianti etniche e liturgiche — presso gli «ortodossi» dissidenti e i greco-cattolici, anche presso i romano-cattolici, specialmente croati, si trovano non poche originalità e varietà liturgiche. La maggioranza dei Croati appartiene al rito romanolatino, ma già dai tempi dei ss. Cirillo (m. nel 869) e Metodio (m. nel 885) prese radici presso di essi anche il rito romano-slavo o glagolitico, estendendosi, attraverso i secoli, con varia fortuna e intensità quasi dappertutto dove vivevano i Croati cattolici.Nel rito romano-slavo le cerimonie del rito romano si svolgono nella recensione croata della lingua paleoslava ecclesiastica, scritta in lettere glagolitiche (v. SCRITTURA). Adesso si pratica questo rito nelle diocesi di Segna e di Veglia (eccetto la Cattedrale), in molte parrocchie delle diocesi di Dalmazia e nella provincia croata del Terz'ordine regolare di S. Francesco. Nel protocollo finale del Concordato con la J. del 25 luglio 1935, la S. Sede confermava l'uso del glagolitico «nell'ampiezza e nelle forme riconosciute dai pontefici Leone XIII e Pio X» e «non si opponeva» a ciò che i vescovi potessero permettere l'estensione «nelle parrocchie di lingua slava... laddove ciò corrisponda allo unanime desiderio dei fedeli». Il Concordato però non fu ratificato. Pio XI approvò (9 marzo 1927) la nuova edizione del Messale romano-slavo in caratteri latini; soltanto nel canone è conservata anche la vecchia scrittura glagolitica. I sacerdoti glagoliti recitano il Breviario romano in latino.
Quanto al rito romano-latino, sono da notare le seguenti particolarità: 1) la diocesi di Zagabria aveva dai suoi inizi (1094) fino al 1800 un suo proprio rito, con interessanti libri liturgici; alcuni resti del rito perduano qua e là ancora; 2) ab innemorabili in parecchie diocesi croate si cantavano, nelle Messe solenni, l'Epistola ed il Vangelo in croato, ed inoltre era in uso la versione croata del Rituale romano, tradotto da B. Kašić, nel 1640, pubblicato dalla S. Congregazione di Propaganda Fide. Benedetto XV (17 apr. 1921) permise che questi due usi liturgici venissero estesi a tutte le diocesi croate e slovene. La nuova versione ufficiale croata del Rituale romano apparve a Zagabria (1929) e la slovenia a Lubiana (1932).

Per quanto riguarda la stessa libertà di culto, va ricordato che molte chiese sono state chiuse o trasformate in case del popolo. In Erzegovina gli abitanti cattolici sono s
VI. LETTERATURA
I. La letteratura croata
La civiltà croata fin dalle sue origini ricevette un’impronta cristiana che ha conformato l’intera sua fisionomia nazionale e politico-culturale; perciò anche la letteratura, in quanto parte della sua cultura generale, rispecchia il sentimento religioso, profondamente radicato nell’animo del popolo.Gl’inizi della letteratura presso i Croati si ricollocano all’attività dei ss. Cirillo e Metodio, i quali nel sec. IX inventarono la scrittura slava (glagolitica) e conferirono dignità letteraria ad un antico dialetto macedone, generalmente detto paleoslavo. L’attività degli apostoli slavi fu continuata presso gli Slavi meridionali dai loro discepoli quando vennero espulsi dalla Moravia. Altri influssi contemporanei, specie per la letteratura antica croata, provengono probabilmente dalla Macedonia attraverso l’attuale Montenegro (il croato V. Jagić, famoso slavista [1838-1923], si è occupato in modo particolare delle questioni cirillo-metodiane e le sue opere sono fondamentali per questi problemi). Il passaggio dal paleoslavo alla lingua nazionale croata cominciò a sentirsi già dal sec. XII; ben presto furono tradotti nella pura lingua popolare vari manuali di preghiere. L’iscrizione di Baška (Baščanska ploča, ca. 1100) è forse il più antico monumento della lingua nazionale croata.
Contemporaneamente a questa attività di traduzioni appaiono i primi verificatori croati anonimi.
È da rilevare che la letteratura croata fino alla rinascita letteraria è scritta in tre dialetti: čakavo, kajkavo e štokavo (i tre dialetti croati sono caratterizzati dal pronome interrogativo «che cosa: ča, kaj e što»), e che perciò ha un carattere regionale (litorale croato con Istria, Dalmatia, Ragusa, Bosnia, Slavonia, Croazia settentrionale). Al poetare religioso, scritto soprattutto in dialetto čakavo e con caratteri latini, si riallaccia il periodo dalmato-raguseo della letteratura croata e poi quello delle altre regioni. Per il suo sviluppo sono determinati soprattutto questi tre fattori: l’eredità della letteratura croato-glogolitica, la poesia popolare e gli influssi stranieri, in prevalenza quelli italiani e classici. Una delle figure più interessanti di questo periodo è Marco Marulić di Spalato (1450-1524), filosofo, poeta, teologo, pittore, storico, tipico rappresentante di una autentica universalità cristiana. La sua Giuditta segna la nascita della letteratura artistica croata; è un’opera epica a carattere eroico-religioso, ispirata dalla difesa del mondo cristiano contro i Turchi. Inoltre, sotto il nome di Marcus Marullus, egli scrisse parecchie opere in latino, con le quali uscì dai modesti confini della sua patria; lo sforzo maggiore del poeta è diretto ad insegnare le virtù cristiane.
Per quanto i poeti del sec. XVI si avvicinano alle gioie della vita mondana nelle loro composizioni pastorali (P. Zoranić, Le montagne; P. Hektorović, La pesca), nelle poesie (N. Nalješković) e nei drammi (M. Držić, Dundo Maroje; A. Lucić, La schiava), tuttavia essi non solo mitigano la concezione alquanto leggera che hanno della vita con una coscienza patriottica e sociale, ma, superando le proprie delusioni amorose, spiritualizzano alla fine la loro poesia, rivolgendosi alla infinita bontà divina.
Il più notevole scrittore di questo tempo è il benedettino Mavro Vetranović (1482-1576), che nei drammi ecclesiastici, nelle poesie religiose e specialmente nel poema Pilgrim si occupa di temi didattico-morali, spiegando allegoricamente le verità cristiane e i misteri della fede.
I soggetti maggiormente trattati nella letteratura croata della restaurazione cattolica erano la vanità della vita terrena e il processo che il peccatore deve superare per ottenere la Grazia perduta. Esempi particolarmente adatti a simili temi erano il figlio prodigio della Bibbia (M. Magdalenić), la Maddalena penitente (S. Djordjić), i salmi penitenziali (S. Budinić), i quattro novissimi (G. Jurjević) e le virtù cristiane in genere (Kavanjin ed altri). Gli altri poeti di quest’epoca intensificano l’opera nazionale-zatrici della coscienza, della lingua e della letteratura (B. Kašić, gesuita e lo scrittore della prima grammatica croata [1604], J. Mikalja) e predicano le Crociate contro i Turchi (Vl. Menčetić, P. Zrinjski). Ma la restaurazione cattolica, accanto al programma tracciato dal Concilio di Trento — mirante ad improntare della visione cristiana tutta la vita pubblica e privata — aveva imposto ai Croati anche il difficile compito di avvicinare alla Chiesa romana i Balcani ortodossi e possibilmente tutto l’Oriente russo, e in tal modo unire tutti gli Slavi in una sola famiglia cattolica; così nacque una abbondante letteratura che si occupa della questione orientale (J. Krizanić, A. Kanižić). Ma colui che ha impersonato meglio questo periodo è Ivan Gundulić (1588-1638 di Ragusa), il più grande poeta della vecchia letteratura croata; egli compose opere di profonda ispirazione religiosa pervase dal sentimento della nullità delle gioie mondane (Pianto del figliuol podigo), dalla vanità della gloria terrena e dalla lotta contro i Turchi (Osman), superando tutti i suoi precedessori e contemporanei con la sua ispirazione spontanea e dedizione vigorosa, ravvivata dal dinamismo della sincerità del sentimento. In questa nobile gara si distinsero particolarmente i Francescani di Bosnia, Slavonia e Dalmatia (S. Matijević, P. Posilović, L. Ibršimović, I. Bandulović, I. Ančić), scrittori di opere di edificazione cristiana, tra i quali occupano il primo posto: fra’ Matija Diković (1553-1631), con i suoi racconti popolari di carattere didattico-religioso, scritti in pura lingua popolare, miranti a tener viva la fede degli avi durante il doloroso periodo della schiavitù turca; fra’ Andrea Kašić-Mošić (1704-1760), poeta e filosofo, il quale, in una sua indovinata raccolta di poesie popolare, ha voluto dare un’aurea leggenda dell’eroismo dei popoli slavi (in primo luogo dei Croati) nella loro secolare lotta contro la Mezzaluna.
La rinascita letteraria e politico-culturale croata, promossa già da P. R. Vitezović, storiografo e poeta (1632-1713) e compiutasi nella prima metà del sec. XIX per opera di T. Brezovački, P. Štos, I. Derkos, J. Drašković e L. Gaj, mirante a fondere le varie letterature provinciali e a stabilire l’unità nazionale di tutte le regioni etniche croate (Bosnia, Erzegovina, Croazia, Dalmatia e Slavonia, Bačka) gettando così le basi della moderna e contemporanea letteratura artistica croata, fu un movimento consono ai principi cristiani. Il poeta che interpretò meglio questo organico programma per il raggiungimento di una vigorosa comunità spirituale del suo popolo fu Ivan Maranić (1814-90), autore del poema eroico La morte di Smail-aga Čengić, vero gioiello della letteratura croata; è un poema tutto permeato del più vivo sentimento religioso: il suo autore vedeva nel cristianesimo la soluzione dei problemi metafisici, morali e sociali. Tra i grandi contemporanei di Mažuranić (D. Demetar, A. Nemčić, S. Vraz, M. Bogović, L. Botić, G. Martić), Preradović eccelse per profondità di pensiero e di sentimento e per la plasticità del suo stile; nel poema I primi uomini egli espresse le sue idee filosofico-religiose, e nelle altre poesie sviluppò il suo patriotismo in pan-slavismo, per arrivare — secondo la sua visione ottimistica — alla fratellanza cristiana universale. Il creatore del romanzo storico croato, A. Šenoa (1838-81), sebbene sostituisca talvolta la fantasia romantica al puro credo cristiano, è rimasto tuttavia aderente alla fede tradizionale degli avi, entusiasmandosi per figure ideali di sacerdoti ed esaltando la religione come custode della verità e dello spirito umanitario. Dopo la morte di Šenoa, segue una pleiade di notevoli realisti croati, i quali offrono un panorama variopinto e interessante della loro patria: Ks. S. Gjalski, chiamato il ‘Turgenev croato, descrive la piccola nobiltà della sua provincia nativa; E. Kumičić e V. Novak, realisti e romantici nello stesso tempo, narrano le lotte fra la patriarcale vita locale, moralmente pura, ed il pericoloso dilagare delle passioni politiche e di germi antinazionali; J. Kozarac, acuto osservatore, è preoccupato del torpore morale della ricca e fertile Slavonia; A. Kovačić e J. Leskovar dipingono la vita delle classi borghesi cittadine e paesane. Fra gli scrittori musulmani si distinguono Safvet beg Başagić e Edhem Mulabdić. Alla fine del sec. XIX si erge
la ribelle figura di S. S. Kranjčević (1865-1908): questo inquieto poeta del dolore universale che ha aperta la strada «al di là del bene e del male» è pur sempre in certo qual modo uno spirito cristiano. Dopo la poesia della libertà di Harambaišić, l’artismo di Matoš e di Vi- drić, i drammi e i romanzi di Ogrizović, Begović, Vojnović, Šimunović, Krleža e Cesarec, caratterizzati da indifferen- tismo religioso, nonché da un ardente nazionalismo (op- pure dal socialismo), si affermarono nei primi decenni del sec. XX il vescovo A. Mahnić, i critici letterari Lj. Marako- vić e P. Grgec per arginare le correnti antireligiose, fon- dando riviste (Hrvat- ska Straša, Leič, Hrvatska Prosjekta) e mobilitando nu- merosi giovani lette- rati croati, allo scopo di rinsaldare in tutte le sfere della vita nazionale lo spirito cattolico. Gjuro Ar- nold, che nella lotta fra i moderni e i «conservatori» si di- chiara apertamente per una cultura cri- stiana, è un poeta che si distingue per la spontaneità della sua lirica affettiva; allo stesso gruppo appartiene il sacer- dote J. Hranilović, poeta di sentimenti semplici e sin- ceri, ai quali corrisponde una chiara versificazione. Un convertito, Marin Sabić, sebbene uscito dalla scuola di Kranjčević, passa, in séguito, al misticismo: è com- movente la sua sincerità, specie quando canta la quieta vita familiare. I sentimenti religiosi e patriottici sono al centro della poesia del vescovo croato I. E. Šarić che si ispira a motivi biblici, classici e popolari. Il più grande rappresentante della poesia contemporanea croata Vladimir Nazor (1876-1949), fecondissimo e poliedrico poeta, in opposizione alla «decadenza» nella letteratura, esalta le energie sane dei proavi (Legende slave) e dopo aver dato un’aureola alla storia croata (I re croati) passa a scrutare il proprio mondo spirituale, finendo per ispi- rarsi a un netto sentimento cristiano nella ricerca del l’umiltà francescana. La sua collaborazione politica e let- teraria con il comunismo negli ultimi anni della sua vita (1942-49) si può difficilmente conciliare con le concezioni ideologiche sostenute nelle opere precedenti. In contrasto con la vitale poesia di Nazor, più calmo, cordiale e sug- gestivo è D. Domjanić, che scrisse nel dolce dialetto del suo paese nativo poesie delicate e musicali, esprimenti la pura e semplice fede dei suoi conterranei. Pari a Nazor per le sue qualità artistiche, profondo analizzatore, M. Cihlar Nehajev (1880-1931) ha espresso nel monumentale romanzo psicologico I lupi una elevata parola sulla mis- sione della Croazia. Scrittore di spiritosi aforismi e di ingegnosi bozzetti è F. Mažuranić. Il rappresentante del moderno romanzo d’ispirazione cattolica fu V. De- želić senior. Ha voluto, un po’ come Sienkiewicz, esal- tare il passato eroico e cristiano, dedicando inoltre la sua attività all’educazione cristiana della gioventù. Lo seguono M. Kovačević, autore di romanzi realistici di san- vigore, e due critici letterari ispiranti al Brunettiere: Č. Jakša e A. Petravić. Pieno di ardore mistico e migliori di tutti i suoi contemporanei, perfetto nella forma e bi- blico nel contenuto è il sacerdote I. Poljak, a cui si avvi- cina l’espansivo poeta-sacerdote M. Pavelić, combinando magistralmente l’elemento mistico con quello patriottico. La corrente impressionista è rappresentata da F. Galović, poeta dei campi e dei boschi. Inoltre G. Kostelnik, D. Dujmulić, B. Škarić, F. Rožić, A. Čičić, P. Tvrt- ković sono tutti poeti di grande rilievo nella letteratura moderna, ma tutti li supera Z. Šprajcer con i malin- conici accordi delle sue poesie piene di desiderio verso le gioie celesti. Tutta melodia è la poesia di L. Kne- žević, serena e sincera quella di J. Benac e di fra’ Bono Zec. Di verso scorrevole e di spontanea ispirazione sono i canti di T. Alaupović, che con tolleranza cristiana invita alla concordia i Croati bosniaci di differenti confes- sioni religiose. Delicato di corpo al pari che d’animo, Djuro Sudeta ha lasciato versi estremamente suggestivi; serafi- camente amava la vita e mutava il rimpianto di doverla lasciare presto nella gioiosa visione della giovinezza eterna. La poesia lirica contemporanea è carat- terizzata da un rac- cogimento intimo e dal primato dell’e- lemento spirituale (T. Ujević, Lj. Wies- ner, A. B. Šimić, V. Majer, V. Vlaisa- vljević, O. Delorko, A. Bonifatić, D. Ce- sarić, G. Krklec, S. Trontl, D. Tadj- anović, F. Alifević, N. Šop, A. Kolić, C. Skarpa, I. Horvat, I. Lendić, V. Kos e numerosi altri). La prosa contem- poranea croata cerca la propria espres- sione in una chiara e costruttiva visione del mondo, analiz- zando il lato psicologico e i problemi del paese. Quanto al dramma, il suo sviluppo si ricollega alla fondazione del teatro nazionale di Zagabria, della cui organizzazione e funzione spetta il gran merito a S. Miletić e A. Šenou. I nomi di maggiore rilievo nel campo drammatico sono in primo luogo I. Vojnović (Dubrovacka Trilogija), poi M. Begović e M. Krleža; accanto a questi è da citare M. Ogrizović (Hasanaginca), A. Muratbegović e altri. La novella moderna d’ispirazione cattolica è rappresentata da V. Violić, V. Blažinić, L. Katić, A. Matasović, N. Su- botić, J. Andrić, ma soprattutto da fra’ E. Matić (pseud. Narcis Jenko), vigoroso nella concezione, sicuro nel con- durre l’azione e maestro dello stile. Belle pagine intorno alla vita del poeta e santo di Assisi ha lasciato l’anima france- scana di I. Kršnjavi, mentre V. Deželić junior prende a soggetto dei suoi romanzi le vite di Cirillo e Metodio e di S. Girolamo, volendo dimostrare il tradizionale attacca- mento dei Croati alla civiltà cristiana di Roma. Nel mo- derno romanzo croato si distinguono anche alcune donne: J. Truhelka, che introduce una nota autobiografica nei suoi lavori dedicati all’educazione cristiana della gioventù; S. Jurkić, eccellente talento di Bosnia, che ha conquistato il mondo femminile con i suoi romanzi e le sue leggende di squisita bellezza e delicatezza, ravvivate da alta con- cezione per i principi morali e cristiani; S. Košutić, anima sensibile e di fine gusto, che con grazia tutta par- ticolare vede il fine più alto dell’attività personale nel raccoglimento intimo con Dio; I. Brlić Mažuranić, che ha lasciato i migliori racconti per i fanciulli di tutta la letteratura croata. La novella realistica e psicologica è coltivata da A. Nametak, V. Kaleb, L. Perković, ed il romanzo da A. Bonifatić, Z. Remeta, M. Švel, E. Čola- ković, S. Kolar, A. Nizeteo. Ma Mile Budak (1889-1945) supera tutti gli scrittori contemporanei di prosa per la sua elementare forza creativa, per la ricchezza della lingua e per la sua contemplazione dell’esistenza umana entro alla prospettiva della luce eterna. La vita letteraria croata dopo la sua rinascita nel sec. XIX è strettamente legata alle istituzioni nazionali: Matica Hrvatska (1842), Jugoslavenska Akademija (1867), Društvo sv. Jeronima (1868), Društvo Hrvatskih Knji- ževnika ed alcune altre. Le principali riviste letterarie: Hrvatsko Kolo (rassegna), Vienac, Savremenik, Hrvatska Prosjekta, Hrvatska Revija. Fra i più noti critici e storici
letterari figurano: M. Rešetar, B. Vodnik, F. Fancev, B. Livadić, M. Nehajev, M. Kombol, A. Haler, A. Barac, Lj. Moraković.
5. La letteratura serba
Mentre i Croati si orientarono verso la cultura occidentale-cattolica, i Serbi aderirono alla civiltà ortodossa-bizantina; essi adottarono l’alfabeto cirillico come scrittura nazionale e mantennero la lingua paleoslava nella produzione letteraria che fino al XVIII sec. rimase legata alla Chiesa, in modo che la letteratura divenne cultura religiosa. La letteratura serba comincia con Sava Nemanjić (m. nel 1235), il fondatore della Chiesa autocefala serba, il quale scrisse una calorosa biografia di suo padre Stefano. La vita religiosa e culturale serba di questo periodo è in generale espressione della vecchia ortodossia bizantina e la produzione letteraria si riduce all’imitazione di Sava nella composizione di ariete biografie di «santi» nazionali, di cronache, traduzioni e trascrizioni di testi sacri.L’Umanesimo e il Rinascimento non ebbero repercussione in Serbia e furono ignorati. Solo l’illuminismo europeo con il dotto avventuriero D. Obradović (1742-1811) segnerà una svolta nella cultura e nella letteratura serba; egli scrisse varie opere di edificazione intellettuale e lasciò un’interessantissima autobiografia piena di umanità e di amore evangelico. Però lo slavo ecclesiastico si mantenne ancora nelle poesie di due buoni moralisti J. Vujić e L. Mušicki i quali consideravano la letteratura come mezzo di istruzione. Toccherà a Vukš S. Karadžić (1787-1864), geniale autodidatta e famoso raccoglitore della poesia popolare, bandire dalla letteratura la vecchia e consacrata (ma ormai incomprensibile) lingua slava, e sostituirla con la viva lingua popolare; per consolida, ne scrisse una grammatica, ne compose un dizionario e tradusse in essa il Nuovo Testamento. Nello spirito della riforma linguistica di Vukš e nello spirito del romanticismo che favorì un serbismo particolare, P. P. Njegoš (m. nel 1851) compose il suo capolavoro e poema epico Il serbo della montagna, in cui descrisse in modo stupendo la «Notte di S. Bartolomeo» dei Montenegroi musulmani. Meno profondo, ma più spontaneo e cordiale è B. Radićević che, lirico nell’anima e sotto l’ispirazione della poesia popolare, creò affascinanti poesie goliardiche, non scevre di una cupa malinconia. Nella poesia lirica e patriottica di G. Jakšić si rispecchiava la natura bollente e la suscettibilità del poeta. Il lirico del romanticismo serbo più noto è Z. J. Jovanović (1833-1904), poeta di delicata sensibilità, profonda intuizione e facile parola che riuscì particolarmente ad esprimere le gioie e i dolori della vita familiare; non meno apprezzate sono le sue poesie per i fanciulli.
Il caposcuola del realismo serbo J. Ignatović è un osservatore della vita ironica ma indifferente; i suoi romanzi a sfondo sociale difettano di profondità di analisi nei conflitti spirituali. Lo seguono K. Trifković, scrittore di ben riuscite commedie umoristiche, e M. Glišić, creatore del racconto realistico e strenuo difensore di una morale patriarcale. Realista e romantico nello stesso tempo L. Lazarević ha lasciato poche novelle, ma tra le più belle della letteratura serba; esse sono scritte in forma perfetta e colorite di un delicato lirismo. Anche J. Veselinović ideazizza la sana ed onesta vita rusticana. Attraverso numerose novelle ed un romanzo umoristico, S. Matavulj descrive il mondo montenegrino e belgradese. Tra i realisti serbi i quali guardano con geloso entusiasmo le vecchie forme della vita consacrate dalla tradizione, sferzando con moda e ironia e satira le nuove idee progressiste, rientra il più grande umorista serbo S. Sremac. S. Ranković, realista e pessimista, con elevata concezione del romanzo psicolo
gico, descrive la vita provinciale senza chiudere gli occhi davanti ai mali morali e sociali che contiene in sé. Senza largi respiri, ma sereno e immediato, S. Čorović si distinse nelle sue novelle come ottimo ritrattista di tipi e caratteri nazionali. M. Uskoković, di natura sensibile e caratterizzato da un sentimentalismo tipicamente slavo, trattò con successo caratteri presi dal moderno mondo intellettuale serbo. Ma come il più originale e rappresentativo narratore del realismo serbo è da ricordare B. Stanković (1876-1927); nato al confine del mondo greco, turco e slavo, egli riuscì a travasare nei suoi personaggi tutti i difetti e pregi derivanti dall’incrocio di questi differenti elementi razziali, in una predominante nota erotica. Ottimo noveliere fu anche P. Kočić che ebbe particolare successo nella satire politiche e sociali. I. Čipko, entusiasta della vita primitiva e adoratore della natura selvaggia, con il rismo poetico descrive le forze elementari della natura e dell’uomo. B. Nušić provò il suo talento nei più svariati generi letterari, ma alla fine – ed egregiamente – si affermò nella commedia. Il riformatore della moderna poesia serba V. Ilić, innamorato delle bellezze classiche, introduce nelle sue melodie poesie l’intimità personale e l’eleganza della forma, liberando in tal modo la poesia serba dall’eccessivo attaccamento alla poesia popolare. Il nazionalista serbo A. Šantić divenne il più popolare bardo moderno non solo con le sue poesie patriottiche a sfondo sociale e cristiano, ma specialmente come poeta di nostalgici accordi per la giovinezza che passa portando con sé l’ottimismo e l’idealismo della vita. Due poeti serbi che assimilarono l’arte dell’Occidente, voltando le spalle al predominante influsso russo, furono J. Dušić e M. Rakić.
6. Poesia popolare croata e serba
Il vanto della letteratura serba e croata è la ricchissima poesia popolare epica e lirica. Per quanto molti elementi ne siano comuni, tuttavia c’è una poesia popolare croata (scritta in tutti e tre i dialetti) ed una poesia popolare serba. Il primo che ne abbia informato i circoli letterari europei fu l’abate Alberto Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia (1774), che pubblicò il testo croato e la traduzione italiana della bellissima ballata Hasanaginca (La sposa di Hasan-aga), di provenienza croata (gruppo dialettale ikavo). Un certo numero ne tradusse in italiano N. Tommaso nella sua antologia Canti toscani, corsi, greci, illirici (Venezia 1841). Pubblicati in parte nel sec. XIX, questi canti fecero subito il giro del mondo; infatti, dopo i classici poemi dell’antichità, non s’era forse visto nulla di più spontaneo. Il candore delle poesie liriche popolari trova soltanto qualche analogia con alcuni passi dell’antologia greca. Il tema epico generale della lotta contro i Turchi non diede però vita ad una vera e propria epopea, ordinata e compiuta, ma ad una serie di canti staccati, che celebrano i singoli momenti di questa secolare lotta e vanno raggruppati secondo il loro soggetto e i principali personaggi in vari cicli. Fra i cicli della poesia popolare serba, il più bello e più diffuso è quello che tratta della battaglia di Kosovo. I canti del ciclo di Kraljević Marko sono tutti di schietta e potente ispirazione, selvaggia e gentile insieme. Le sue azioni sono informate alle idee e al sentimento del suo popolo di cui possiede in forte grado vizi e virtù. I canti che hanno per soggetto le gesta degli ajuški sono compenetrati da un misto d’umanità e di violenza, di lealtà generosa e di inganni audaci. E il più ricco di tutti i cicli; se ne distinguono particolarmente quelle poesie che cantano le imprese romantico-eroiche degli Uscocchi di Senj (Segna), poi quelle dedicate al famoso guerriero Mijat Tomić e a Sibinjanin Janko.Le raccolte più complete sono quelle di V. Karadžić «Srpske Narodne Pjesme», 9 voll., Belgrade 1891 sgg.; e quelle edite dalla Matica Hrvatska sotto il titolo «Hrvatske Narodne Pjesme», 10 voll., Zagabria 1896 sgg.
9° ed., Belgrade 1931; M. Deanović, Les influences italiennes sur l'ancienne littérature yougoslave du littoral adriatique, in Rev. litt. comparée, 1934; A. Cronia, Antologia serbo-croata, Milano 1934; L. Salvini, Poeti croati moderni, Zagabria 1942; S. Ježić, Hrvatska književnost od početka do danas (1100-1941), Zagabria 1944; M. Kombol, Povijest hrvatske književnosti do narodnog preporoda, Zagabria 1945; A. Cronia, Poesia popolare serbo-croata, Padova 1949; F. Trogrančić, Letteratura medieval degli Slavi meridionali, Roma 1950.
7. La letteratura slovena
La cultura degli Sloveni è strettamente connessa con la loro cristianizzazione. I primi missionari cristiani fra gli Sloveni furono tuttavia stranieri. I primi documenti scritti sono i cosiddetti Monumenti di Frisinga (971-1025 d. C.). Essi comprendono una formola generale di confessione che era recitata ad alta voce dal sacerdote durante la predica e che il popolo ripeteva, una predica sul peccato e sulla penitenza ed una formola di confessione generale pubblica.Il secondo documento scritto sloveno appartiene alla prima metà del sec. XV (Manoscritto di Stična). Del sec. XV sono altri due importanti manoscritti sloveni, connessi con la liturgia: il primo si chiama Manoscritto di Celovec, dalla località in cui è conservato (Celovec è il nome sloveno di Klagenfurt); il secondo è il Manoscritto di Cividade.
Nel sec. XVI la riforma di Lutero raggiunse anche gli Sloveni. Ai protestanti non importava lo sviluppo della lingua slovena, bensì la diffusione della loro religione.
Primož Trubar (1588-86), scolaro del vescovo triestino Pietro Bonomo, fu il principale propagatore del protestantesimo fra gli Sloveni. Egli pubblicò nel 1551 i primi due libri sloveni: l'Abecedarium ed il Catechismus. I libri furono stampati con i caratteri gotici. Nel 1555 Trubar ristampò i due libri con i caratteri latini. Anche la sua successiva produzione è di carattere religioso.
Trubar volle dare agli Sloveni il più gran numero di testi e forse perciò non ne curò troppo la forma. Alla forma dedicò invece maggiore importanza uno scrittore di più ampie vedute e di maggior sensibilità: tale era Sebastjan Krelj (1538-67). Nel 1566 egli pubblicò la sua Bibbia per ragazzi. Nell'anno seguente uscì la sua Postilla slovena con la quale contribuì in maniera notevole a un miglioramento dell'ortografia slovena. Le riforme linguistiche di Krelj furono valorizzate nell'opera più importante del periodo protestante: nella Bibbia di Dalmatin. Jurij Dalmatin nacque intorno al 1547 e morì nel 1589. Nel 1576 pubblicò il suo primo lavoro, Passione, a cui -gigiusse un predica tradotta dal tedesco ed una poesia sulla Passione. Nel 1578 condusse a termine la traduzione della S. Scrittura. L'intera Bibbia, che è il suo lavoro più importante, fu pubblicata nel 1584.
Di questo periodo gli Sloveni hanno una sola opera cattolica, cioè il Catechismo cattolico, tradotto da Leonardo Parchernecker. Il libro fu stampato nel 1574 a Graz.
Nonostante l'intensa attività culturale dei protestanti, il cattolicesimo era troppo radicato fra il popolo per poter essere sradicato. Figura notevole nel campo cattolico sloveno è il vescovo di Lubiana Tomaž Hren (1560-1630). Il gesuita Janez Čandik compose il libro
Evangeli e lettere che uscì nel 1613. Janez Svetokrižki (Johannes a Sancta Cruce, 1645-1714) era un predicatore dotto e rinomato e lo ascoltavano grandi folle. Infine, nella prima metà del sec. XVIII numerosi sacerdoti sloveni si dedicarono all'attività letteraria.
La fine del sec. XVIII ha ravvivato con i suoi avvenimenti rivoluzionari la vita letteraria slovena.
Il monaco p. Marko Pohlin (1735-1801) è degno di nota per la intensa attività letteraria. Tra i suoi lavori di carattere religioso si ricordano il Libro di preghiere e I Santi Evangelii qua resimati. Pohlin è pure importante per vari suoi lavori grammaticali. Egli getta le basi della poesia slovena profana. Si ricorda pure il compagno monastico di Pohn, p. Janez Damascen (al secolo Feliks Dev, 1732-86).
Degna di nota l'opera letteraria del gesuita Ožbalt Gutsman (1727-90), per la sua attività grammaticale e per le sue prediche. A questo periodo appartiene anche il primo drammaturgo sloveno Anton Tomaž Linhart (1756-95), che scrisse la commedia Il giorno felice o Matiček si sposa, ispirata a Beaumarchais, ma piena di tipiche scene della vita campagnola slovena.

no felice o Matiček si sposa, ispirata a Beaumarchais, ma piena di tipiche scene della vita campagnola slovena.
Tralasciando alcuni altri nomi, si ricorda il primo poeta del rinascimento sloveno, il francescano p. Valentin Vodnik (1758-1819), pubblicista di valore. Il Cragolino felice, Rinascita dei miei connazionali, Il mio monumento, ecc. sono fra le sue più notevoli poesie. Storicamente importanti le poesie: Illiria rinata ed Illiria redenta.
Nel sec. XIX gli Sloveni si adeguarono sempre più alla cultura europea. Nel clima del romanticismo si afferma infatti il primo poeta di valore veramente europeo, Francč Prešeren. I primi romantici si entusiasmavano ancora principalmente per le ricerche scientifiche. È perciò del tutto ovvio che agli inizi primeggi un linguista, cioè Jernej Kopitar (1780-1844). Studiò giurisprudenza e si diede allo studio della slavistica a Vienna. Il suo primo lavoro è una grammatica a base scientifica: Grammatica della lingua slovena nella Carniola, Carniola e Svitla, edita nel 1808 e 1809. Notevole è pure il risultato delle sue ricerche nel campo della lingua veteroslava.
Parte degli Sloveni viveva in questo periodo sotto l'amministrazione francese, nella cosiddetta Illiria. Allora appunto la lingua slovena ottenne libera espansione nelle scuole elementari e medie. Gli altri Sloveni vivevano invece sotto l'Austria che, volendo cattivarsi le loro simpatie, aveva istituito nel 1811 la cattedra di sloveno presso la Facoltà di lettere dell'Università di Graz.
Dopo una impegnativa serie di grammatiche, vocabolari e studi linguistici, sorti nel clima del risorgimento letterario e del primo romanticismo, la giovane generazione cominciò a rivolgere sempre più il suo interesse alla poesia. Nel 1830 uscì un'antologia di poesie intitolata Ape slovena. L'antologia fu pubblicata una seconda volta nel 1831, quindi ancora nel 1832, 1834 e 1848. Redattore e collaboratore dell'antologia era Mihal Kastelec (1796-1868), bibliotecario della Biblioteca del Liceo di Lubiana. Fra i principali collaboratori dell'antologia Ape slovena era Matija Čop (1797-1835) molto versato nelle letterature europee. Ma la maggiore personalità dell'antologia fu appunto il poeta Francč Prešeren (n. nel 1800 a Vrba nella Carniola superiore, m. a Kranj nel 1849). Un accento au-
tobiografico presentano i sonetti amorosi: Dei nostri padri, Sopra il sole, ecc., che riecheggiano i sonetti del Petrarca. La delusione ed il dolore provati dal poeta negli anni in cui veniva a contatto con la dura realtà della vita, hanno trovato espressione negli immortali sonetti del dolore: nostalgia per l'amato borgo natio, paura dell'oscuro avvenire, impari lotta con l'avverso destino, desiderio di morte. La seconda parte dell'opera di Prešeren incomincia con la stampa del Serto dei sonetti nell'Illyriches Blatt nel 1834. Con il serbo dei sonetti la poesia slovena si arricchì di un vero capolavoro. Per onorare la memoria del defunto amico Čop il poeta scrisse Il Battesimo presso la Savica. L'opera comprende un'introduzione in terzine (79 versi) e il resto in stanze (424 versi) e si richiama alla cristianizzazione degli Sloveni. Dall'amore non ricambiato il poeta passa a trattare della sua missione poetica (Al poeta). Altre sue poesie imperitute sono: Il marinaio, Ma-dre illegittima, ecc.
Prešeren era uno spirito troppo originale e nuovo per essere pienamente compreso dai contemporanei; tuttavia le successive generazioni di poeti hanno dal più al meno attinto alla sua opera.
Quello che Prešeren ha fatto per la poesia slovena, ha compiuto il suo contemporaneo Anton Martin Slomšek (1806-62), che fondò nel 1851 la società «Družba Sv. Mohorja»: varie sue poesie sono d'ispirazione popolare.
Il 1848 è una data molto importante nella storia letteraria e politica slovena. Con la caduta dell'assoluto di Metternich venne meno la censura. Sorsero molte associazioni culturali e vide la luce il giornale tecnico-professionale Notizie agricole ed artigiane. Trattandosi dell'unico giornale sloveno esistente, le Notizie cominciarono a pubblicare anche articoli letterari, linguistici, etnologici, storici, ecc. Tra i collaboratori, si ricordano Jovan Vesel-Koseski (1798-1884), il sacerdote Franc Svetličić (1814-81), Miroslav Vilhar (1818-71), e Luca Jeran (1818-96), sacerdote che volle iniziare una letteratura slovena di netto orientamento cattolico.
Si cita ancora L. Toman (1827-70), che canta la libertà, la patria e Dio, Franc Cegnar (1826-91) che, fra altro, tradusse in sloveno i drammi dello Schiller, Matija Valjavec (1831-97) che poetò sotto il forte influsso dei canti popolari e scrisse alcune delle più belle leggende e favole slovene. Janez Trdina fu critico, narratore e raccoglitore di materiale folcloristico. Anton Janežič (1828-69) fu un letterato che contribuì notevolmente al risveglio nazionale sloveno.
La giovane generazione diveniva intanto di più in più esigente nelle richieste nazionali e culturali, mentre i «vecchi» erano istintivamente più conservatori e si contentavano, perciò, di esternare le loro vedute, ligi alla massima «tutto per la religione, per la patria e per l'imperatore». In letteratura i giovani ripudiavano l'utilitarismo e il tono pedagogico, esigendo un'arte pura, una critica severa e combattiva nelle questioni nazionali. Capo di questa corrente giovanile nel mondo lette
rario era Fran Levstik (1831-87), che si affermò come narratore ponendosi in certo qual modo a capo della vita letteraria slovena.
Levstik esercitò un grande influsso sul circolo letterario dei cosiddetti «Vajevci». Notevole fra costoro è Simon Jenko (1835-69); la sua poesia amorosa è delicata, le sue poesie patriottiche sono piene di sincerità; egli è soprattutto il poeta del dolore che si eleva per impetrare da Dio aiuto e consolazione. La sua raccolta poetica si chiude con un ciclo epico (Tesoro, Sera d'inverno, ecc.). La sua poesia Acanti è diventata l'inno nazionale sloveno. Fran Erjavec (1834-87) è osservatore fine della natura. Tra i suoi racconti si ricordano: Il terribile burrone o il figliolo adottivo del boscalo, Non è tutto oro ciò che luccica. Josip Stritar (1836-1923) è una delle personalità più notevoli nella letteratura slovena, specialmente come critico; fu redattore del primo giornale esclusivamente letterario Zvon (1870, 1876 fino al 1880). Educò la giovane generazione. Come scrittore oscillò fra romanticismo e realismo. Tra i suoi racconti si ricordano Il signor Mirodolski, una specie di parroco Walefeld di Goldsmith trapiantato su suolo sloveno.
Josip Jurčić (1844-81) è il classico del racconto popolare sloveno. Il suo scritto Serata fra i cacciatori al gliro caratterizza la tendenza romantico-realistica nella letteratura slovena. I suoi racconti s'intrecciarono successivamente di motivi storici (Il castello di Rojinje, Il soldato del monastero, ecc.). Si ricordano ancora il suo romanzo Il decimo fratello, nonché il dramma Veronika Desenice.
Nella seconda metà del sec. XIX si acuisce il dissidio fra la giovane e la vecchia generazione slovena e in certo qualmado si formano due correnti letterarie: ma fra le due correnti ci sono punti d'incrocio, come presso il sacerdote e poeta Simon Gregorčić (v.). I giovani letterari fondarono nel 1881 la rivista Ljubljanski Zvon (La campana di Ljubljana). Quasi contemporaneamente si cominciò a pubblicare a Lubiana la rivista Dom in Svet (La casa ed il mondo, 1888-1945), giornale destinato al popolo, ma che più tardi cominciò a gareggiare con il Ljubljanski Zvon. In questo periodo è molto intensa l'attività di due organizzazioni editrici; la Mohorjeva družba (Società di S. Ermacora), fondata dal vescovo Martin Slomšek e la Slovenska matica (Ape slovena) con i suoi ottimi annuari di studi storici, filologici e culturali.
Successore di Janežič e di Stritar quale organizzatore della vita letteraria slovena è Frančišek Levec (1864-1916). Di Janko Kersnik (1852-97), si ricordano le Lettere domenicali, le Riflessioni di Quaresima, La gente di Lutero, Morte in campagna, I due assessori, ecc.
Ivan Tavčar (1851-1925), liberale, si sentì attratto specialmente dal periodo luterano, che gli serve da sfondo nel lavoro Vita vitae meae (1882). Fonte d'ispirazione trovò anche nell'ambiente natio. Nel romanzo Cuori morti Tavčar descrive la società contemporanea. Le migliori
capacità artistiche del Tavčar si riscontrano nei suoi due ultimi lavori: Fiori d'autunno (1917) e La cronaca di Visoko (1919). Scrisse anche molte novelle, racconti e saggi. Fran Detela (1850-1926) è autore di racconti realistici, romanzi, satire e commedie. Fran Govekar (1871-1949) forma il ponte di passaggio dal realismo al naturalismo nella letteratura slovena. Le sue opere maggiori sono Sull'abisso ed il romanzo Alba. Anton Aškerec (1856-1912) è il maggior poeta epico sloveno. Di lui si ricordano Ballate e romanze e le Poesie nuove.
Degno di nota è anche il poeta e sacerdote Anton Medved (1869-1910), ottimo lirico e drammatico. Egli appartiene al gruppo di poeti cattolici collaboratori della rivista letteraria Dom in svet. Allo stesso gruppo appartiene anche il sacerdote Mihael Opeka (1871-1936). Molte sue poesie sono sortie l'influsso del suo soggiorno romano. Si ricordano poi il sacerdote J. E. Krek (1865-1917). I suoi racconti migliori sono: Dalla vita nuova e Le tre sorelle.
Grande impulso ha trovato la letteratura slovena con il gruppo della cosiddetta Slovenska moderna, i cui massimi esponenti sono: Ivan Cankar, Oton Županić, Dragotin Kette e Josip Muran-Aleksandrov. L'opera di Cankar (1876-1918) s'identifica con l'affermarsi della letteratura slovena sul piano veramente europeo. La lingua slovena raggiunge con lui notevole vigore espressivo. Scrittore preoccupato dai moderni problemi sociali, ne mico di ogni ipocrisia, si andò sempre più emancipato da ogni greto contenuto e sentì in crescente misura i valori nazionali e religiosi. Sarebbe da questo momento impossibile citare tutti i più notevoli nomi della letteratura slovena. O. Županić, il più grande poeta moderno sloveno, che riecheggiò in maniera originalissima alcune note comuni alla lirica occidentale del primo Novecento, sentì profondamente il fascino dei ricordi giovanili l'amarezza della vita. D. Kette e J. Muran-Aleksandrov furono due lirici di altissimo valore, morti in giovane età. Tra i più notevoli esponenti della letteratura slovena moderna si ricordano ancora, tra moltissimi altri, V. Molč, nella cui opera si delinea un ritorno al gusto classico; St. Majcen, drammaturgo, poeta e narratore; l'espressionista J. Lovrenčić; i narratori I. Pregej e F. Bevk, nonché Izidor Cankar, critico di notevole valore; in M. Kranjec e T. Seliškar si nota un orientamento naturalistico, materialistico e sociale. Nei decenni tra le due guerre mondiali il numero delle traduzioni dalle letterature straniere aumenta notevolmente. Gli anni di guerra interruppero questo felice sviluppo culturale. Sotto il nuovo regime instaurato in J. anche la letteratura è stata sempre più sottoposta - come negli altri paesi dell' Europa Orientale - alla pressione della ideologia oggi dominante.
VIII. ARTE
Nelle regioni che formano lo Stato jugoslavo le manifestazioni artistiche assunsero nel passato aspetti molto diversi a seconda delle vicende politiche e della posizione geografica.È stato trattato a parte delle strettissime relazioni che ebbe l'arte del litorale dalmata con l'Italia e particolarmente con Venezia (v. arte).
8. Arte croata
Si può seguire lo sviluppo secolare dell'arte croata, dividendola e studiandola secondo tre zone principali: la Dalmazia, la Bosnia e l'Erzegovina e la Croazia pannonica tra i fiumi Sava e Drava.La Bosnia-Erzegovina è stata nel passato, dal lato artistico, più povera; però sono da notare numerosi resti di basiliche paleocristiane (p.es., Zenica), accanto a questi, moltissimi monumenti sepolcrali, detti stecici o mramori, del periodo antecedente l'occupazione turca.
Nella Croazia pannonica, dopo la venuta e il Battesimo dei Croati, l'arte si sviluppa in varie forme per diversi secoli, sotto l'influsso dell'Occidente cattolico. Scarsi sono i monumenti artistici prima del periodo gotico, soprattutto a causa del travaglio politico dell'epoca e le continue guerre contro l'invasione ottomano. Avanzati romanici e del periodo della decorazione ornamentale a treccia, caratteristica per l'epoca della dinastia croata (secc. IX-XI), si trovano in diverse parti. Della primitiva cattedrale di Zagabria (fine secc. XI) non rimangono tracce, essendo queste scomparse del tutto. Il periodo gotico creò diversi monumenti di grande valore, fra i quali l'abbazia cistercense di Topusko, la chiesa di S. Marco a Zagabria, ricondotta al suo antico splendore nel 1937, e numerose altre chiese (Lepoglava, Remete, Crikvenica, ecc.). Il Rinascimento è passato senza lasciare tracce durevoli, e così al gotico succede senza transizioni il barocco. Sono di questo periodo la chiesa di S. Caterina a Zagabria (secc. XVII) e molte chiese parrocchiali e conventuali; degna di nota quella di Belec. Molto più tardi anche la Croazia passò un periodo d'influsso neoclassistico, cui reagì, tra gli altri, il vescovo Strossmajer, idando, dopo lunghi studi, la monumentale cattedrale di Djakovo, ove ha fuso felicemente il romanico al bizantino, simbolo dell'unione tra l'Occidente cattolico e l'Oriente ortodosso. Notevole di questo periodo anche la cattedrale di Sarajevo (architetto Vancaš).
Fra le pitture antiche risaltano gli affreschi della cattedrale di Zagabria (secc. XIII), e tra le più recenti quelli delle chiese di Belec e Hrašćina (pittori: L. Margrot, B. Bobić ed il più valente J. Ranger). Il passaggio dall'antico al moderno è rappresentato dai pittori V. Karas (m. nel 1858) e F. Quiquerez (m. nel 1893). Seguono pittori di valore come V. Bukovac (1855-1922), ottimo ritrattista, C. Medović (1859-1920), noto per le sue marine ed i soggetti storici e religiosi, B. Cikoš (1864-1931), di maniere accademiche, O. Iveković (m. nel 1932), con soggetti storici, I. Tišov (m. nel 1924), con motivi rustici, M. Cil. Crnčić (m. nel 1930), valente pittore di paesaggi, come pure F. Kovačević (m. nel 1929), e S. Raškaj (m. nel 1906). Con concetti e tecnica più moderna si affermano in seguito J. Račić (m. nel 1908) e M. Kraljević (m. nel 1913), ambedue scomparsi prematuramente, ai quali si può aggiungere anche V. Bećić (1886-1950).
Parecchi pittori croati contemporanei si sono affermati positivamente anche oltre i confini della loro patria, esponendo con successo nelle varie capitali europee. Da segnalare i più eminenti: E. Vidović, J. Kljaković (d. lui sono gli splendidi musei sulla facciata settentrionale del Collegio di S. Girolamo a Roma), T. Krizman, M. Uzelac, Lj. Babić, K. Hegedušić, J. Miše, O. Mujadžić, e poi gli ancor più giovani con indirizzi modernissimi: Režek, Tiljak, Šimunović, Parać, Motika, Likan, Kopač, Crnobori, Plančić, Postružnik, Šimat, Dučmelić, ecc.
Nella scultura, dopo I. Rendić (1849-1932), il Nostre della scultura croata moderna, seguono alcuni scultori di forte levatura, quali R. Frangeš-Mihanović, R. Valdec, I. Kerdić, T. Rosandić, F. Kršinić, A. Augustinić, ma sopra tutti si erge la grande figura di Ivan Meštrović (n. nel 1883), scultore ed architetto di fama mondiale.
Nel campo dell'architettura croata moderna, degno di nota V. Kovačić, la cui opera migliore è la chiesa di S. Biagio a Zagabria.
Nella musica croata si rileva innanzi tutto il ricchissimo folklore musicale, raccolto con grande cura da diversi musicisti (F. Kuhač, V. Žganec, B. Širola, I. Matečić). Dal 1827 la Croazia possiede il suo Conservatorio a Zagabria, e dal 1846 il Teatro dell'Opera. Dal 1906 esce la rivista di musica sacra Sveva Cecilija. Tra i migliori musicisti croati si enumerano: Lukačić (secc. XVI), V. Lisinski (m. nel 1854), compositore della prima opera croata Ljubav i zloba, eseguita a Zagabria nel 1846, F. Pintarić, I. Zajc, autore di alcune fra le più popolari opere croate, Bersa, Odak, Lučić, J. Gotovac, autore della più rinomata opera croata moderna (Ero), Lo sposo caduto dal cielo), eseguita in quasi tutte le capitali, K. Baranović, B. Papandopulo, K. Kolb ed altri.
9. Arte slovena
In Slovenia i primi monumenti artistici, oltre quelli del periodo romano, datano dal secc. X. Questi hanno un carattere primitivo, come, p. es., il cosiddetto Vojvodski prestol (Trono ducale) in Carinzia. Tale carattere si mantiene fino all'inizio del gotico; fa eccezione la basilica dei Cistercensi di Stična. Il periodogionare Garbič, Hajdrich, Ipavec, Jenko, Aljaš, Hladnik, Hribar, e i sacerdoti Satner, Premrl, Kimovec, ecc.
10. L'arte serba
In Serbia (Rascia, Macedonia) la massima fioritura artistica nel medioevo coincide con la potenza politica sotto la dinastia dei Nemanidi. La regione, posta a confine del mondo bizantino, è dominata da quella cultura, non senza infiltrazioni occidentali attraverso il litorale dalmata. Le numerose costruzioni monastiche, che vi sorsero fra il sec. XII e il XIV, mostrano fortissime influenze orientali, soprattutto nella Macedonia, dove nell'iconografia delle chiese prevale il tipo bizantino cruciforme con cinque cupole (chiesa di Staro Nagoricino, 1312-13); minori sono quelle influenze nella Rascia, dove è più frequente la pianta longitudinale (monastero di Stu-dencia, fine del sec. XII; chiesa di Žiča, degli inizi del sec. XIII; chiesa di Gračanica, compiuta prima del 1321, a imitazione della chiesa dei SS. Apostoli a Salonicco) e dove le forme occidentali prevalgono nella chiesa di Visoki Dečani costruita da un frate, Vito da Cattaro, nel 1327. Le varie influenze sono però elaborate con caratteri particolari: di compattenza di masse, nonostante le complicazioni iconografiche, e di maggiore slancio di altezza, per il saldo imporsi delle cupole su basi quadrate. La scultura fu del tutto subordinata all'architettura, limitandosi alla decorazione di fasce ornamentali con intrecci, animali e teste umane; anche qui prevalgono influenze bizantine nella zona più prossima alla Macedonia.Di eccezionale importanza sono i documenti della pittura di questo periodo, alcuni dei quali, scoperti ca. venticinque anni or sono dall'Okunev, hanno portato nuova luce alla conoscenza della cultura bizantino-slava. I cicli di affreschi dei monasteri di Mileševo (1236) e di Sopočani (ca. 1250) per la vivace tecnica impressionistica e per l'animazione drammatica delle scene, sapientemente composte con sicuro senso spaziale, si ricollegano a quel movimento neo-ellenista che già nel sec. XII si estese dalla Macedonia (convento di Nerez) al centro della Russia (Vladimir). Un crescendo d'intensità drammatica è in altri affreschi del sec. XIV (a Gračanica, affreschi con illustrazioni del calendario liturgico; a Staro Nagoricino, del 1317, dov'è la firma del greco Eutychios; a Markov Manastir, dove artisti locali traducono quei caratteri con impeto popolaresco); mentre quelli più antichi dei conventi di Studenica e di Žiča (sec. XII) riflettono invece l'indirizzo tradizionale dell'epoca dei Comneni.
Questa splendida fioritura è troncata dalla caduta dell'indipendenza serba nella battaglia di Kosovo (1389), a cui segue il lungo dominio turco. La pittura, rifugia-sta nei conventi, diviene un artigianato tradizionale; nessuna relazione con le forme locali ha l'architettura dei nuovi dominatori, che ebbero intensa attività costruttiva e lasciarono nella Macedonia (Skoplje, minareti del sultano Murat, del 1430, e di Gazi-Isa-Beg, del 1476) e in Bosnia (Sarajevo, moschea detta del Bey, del 1529) alcuni dei più importanti monumenti islamici di Europa.
I primi tentativi di un riavvicinamento all'arte europea in Serbia si iniziano nel nord, nella regione della Vojvodina, alla fine del '700, e si accentuano nell'800 insieme ai moti di indipendenza politica. Neoclassicismi e romanticismi penetrano dall'Occidente senza lasciare opere notevoli, e senza che si determini una scuola a caratteri locali. Il più conosciuto fra i pittori moderni, U. Predić, dipingeva soggetti religiosi e ritratti. Un ritrattista molto rinomato fu pure P. Jovanović. Alla fine dell'Ottocento si affermano N. Petrović, B. Popović, Glišić, Stefanović e Lj. Ivanović, acquafortista. Fra gli scultori sono degni di menzione Ubavčić, Jovanović e Roksandić. Dopo la prima guerra mondiale un grande influsso fu esercitato dalla scuola parigina, che si manifestò specialmente in P. Dobrović e M. Milunović. Prima della seconda guerra mondiale si distinsero Šumanović, Ličenovski, Martini, Bjelić, Radović, e fra gli architetti contemporanei specialmente Brašovan, Milić, Žlokočić, Kojić.
Nel campo musicale, nell'Ottocento, si distinsero Stan-ković e Mokranjac, come compositori e raccoglitori delle canzoni popolari. Fra i contemporanei più noti sono P. Konjović, Hristić, Paunović, Manajlović, Tajčević.

Jugoslavia - S. Ecc. mons. Luigi Stepinac, arcivescovo di Zagabria.
VIII. ORDINAMENTO SCOLASTICO
L'istruzione jugoslava è diretta da sei Ministeri della pubblica istruzione, che si trovano in Slovenia, Serbia, Montenegro, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia. Questi mirano a far scomparire totalmente l'analfabetismo mediante corsi professionali, università poglari e corsi speciali per analfabeti, di cui 486 sono in Bosnia-Erzegovina e 2109 in Macedonia.L'insegnamento del marxismo è obbligatorio in tutte le scuole jugoslave e costituisce la base della educazione. La Costituzione jugoslava tiene conto dei diritti dei gruppi delle minoranze etniche, permettendo ad esse la fondazione delle scuole delle minoranze etniche.
L'istruzione jugoslava è divisa in serba, slovena, croata, montenegrina, macedone e bosniaca-erozgojene ed è obbligatoria, gratuita e basata sul principio di coeducazione.
L'istruzione prescolastica comprende 413 scuole materne; la scolastica comprende 920 scuole elementari, 2903 scuole medie, 87 scuole magistrali, 265 licei a base scientifica, 321 scuole agricole, 20 istituti tecnici industriali e 125 scuole medie professionali. L'istruzione post-scolastica comprende le scuole per apprendisti, che sono obbligatorie per gli operai delle industrie. Queste scuole effettuano «corsi per gli innovatori del lavoro» e «corsi per i lavoratori d'assalto». L'istruzione superiore si impartisce nelle Università di Belgrado, Zagabria, Lituania, Sarajevo, Subotica e Skoplje, nelle 2 scuole superiori di pedagogia, in 2 accademie di belle arti, nell'Accademia di musica, nella Scuola di scienze commerciali e nel Conservatorio dello Stato.
L'istruzione del clero secolare cattolico si svolge in 10 seminari maggiori e in 12 seminari minor