ITALIA

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ITALIA. - Titolo con il quale per lungo tempo si è chiamata l'antica versione latina della Bibbia, Volgata (v.). Ora tale terminologia è sostituita con quella di «antiche versioni latine» o Vetus latina oppure con «versioni pregerominiane», perché non si può parlare di una traduzione latina completa e omogenea della Bibbia prima di s. Girolamo (v. LATINE, VERSIONI della BIBBIA).

La denominazione I. figura solo in un oscuro testo di s. Agostino, che, parlando delle versioni bibliche, afferma: «In ipsis autem interpretationibus, i ceteris praeferatur, nam est verborum tenacior cum perspicuitate sententiae» (De doctrina christiana, II, 15, 22: PL 34, 46). Secondo alcuni s. Agostino indicherebbe la superiorità del testo diffuso in Italia su quello africano; secondo altri, con scarsa verosimiglianza, la nuova versione di s. Girolamo. Taluni, infine, considerano la lezione i. come corruzione di illa, di usitata o di Aquila, magari supponendo una lacuna nel testo.

Bibl.: D. de Bruyne, L'I. de st Augustin, in Revue bénédictine, 30 (1913), pp. 294-314; id., Encore l'I. de st Augustin, in Revue d'histoire ecclésiastique, 23 (1927), pp. 779-835; A. Vaccari, Alle origini della Volgata. I. I. e Volgata, in Civ. catt., 1915, IV, pp. 21-36; id., Una «I. fenice negli scritti di s. Agostino, ibid., 1929, IV, pp. 108-117; F. Cavallera, St Augustin et le texte biblique: l'I. in Bull. de litter. ecclés., 7 (1915-16), pp. 357-371, 410-28; id., Encore l'I. de st Augustin, ibid., 29 (1928), pp. 109-126; B. Botte, L'I. in Bull. de litter. ecclés., 27-28. Anelio Penna

ITALIA. - La regione italiana corrisponde, nei suoi confini naturali, a quella parte di Europa che si stende a mezzodì dell'arco alpino, dalla foce del Varo al Quarnaro.

SOMMARIO: I. Geografia. - II. Storia civile ed ecclesiastica. - III. Organizzazione ecclesiastica. - IV. Condizione giuridica della Chiesa. - V. Letteratura. - VI. Arte. - VII. Ordinamento scolastico.

I. GEOGRAFIA.

La superficie della regione italiana si aggira sui 325 mila kmq. Quella dello Stato italiano, invece, qual'è uscito dalla seconda guerra mondiale, resta alquanto al di sotto di tale cifra (301.021 kmq.), non solo per effetto delle recenti mutilazioni sulle frontiere occidentali (Colle del S. Bernardo, Passo del Moncenisio, Valle Stretta, «territori di caccia» sulle testate dei fiumi Tinea e Vesubia, ed alta e media Val di Roja: in totale 710 kmq.) ed orientale

Article illustration

(Zara, Istria, media ed alta Valle d'Isonzo : 7390 kmq., senza contare i 783 kmq. dello Stato libero di Trieste), ma anche perché i confini politici del territorio d'arte guerra (310.190 kmq.) non coincidevano, neppur essi, con quelli naturali. Restavano e restano, pertanto, fuori dello Stato italiano, oltre quelli già accennati, lembi che geograficamente spettano alla regione italiana : il Principato di Monaco (1,5 kmq.), la Svizzera italiana (3933 kmq.), il Nizzardo e la Corsica (9409 kmq.), e l'Arcipelago di Malta (316 kmq.).

L'I., che occupa una posizione mediana tra le penisole sud-europee, è di queste la più piccola : della sua area un quinto spetta alla sua parte insulare, due quinti a quella propriamente peninsulare ed altrettanto alla continentale. Caratteristici della sua figura, rassomiglia spesso ad uno stivale, lo sviluppo della penisola obbligato ai paralleli e la forte sproporzione tra la sua lunghezza (1200 kmq.) e la sua larghezza, che è in media di 350 e 1,1' il continente e 150 in quella peninsulare. A quella stessa obliquità è poi dovuto il fatto che tale sproporzione si annulla quasi del tutto quando si considerino le coordinate esterne di latitudine (dal 47° 5' 30" N. della valle d'I. al 35° 20' 24" N. della punta di Cala Maluk nell'Isola di Lampedusa) e quelle di longitudine (dal 6° 22' 59" E. Greenw. della Rocca Chardonnett nelle Alpi Cozie al 18° 31' 18" E. del Capo d'Otranto) : la differenza è rispettivamente di 1° 36' 6" e 1° 58' 19". Sono evidenti i vantaggi dovuti alla posizione della penisola che, nel mezzo del Mediterraneo, tra i due bacini che lo costituiscono, fa figura di ponte fra le opposte sponde : essa si trova a metà distanza fra la porta naturale (Gibilterra) e quella artificiale (canale di Suez) di questo bacino, e quindi lungo le rotte di mare, di terra e dell'aria fra l'Atlantico nord-orientale e l'Europa occidentale di un lato, l'Africa settentrionale, l'Asia anteriore e meridionale e l'Australia dall'altro.

Nella plastica del territorio italiano prevalgono colline (40 %) e montagne (39,6 %). Le pianure ne occupano appena 1/5 in superficie : di queste l'unica che spicchi per le sue dimensioni e la sua complessa importanza geografica è quella padana, che Alpi ed Appennini chiudono da tre lati, e s'apre sull'Adriatico con un ampio orlo lagunare. Alpi ed Appennini, sebbene orografica, mentre saldati, differiscono non solo per la maggiore altezza media delle prime, di cui all'I. spetta solo il più breve e ripido versante interno, ma anche per le forme meno aspre dei secondi, dei quali, oltre alla presenza di altopiani (Abruzzi) e di zone vulcaniche (Antiappennini), è caratteristica la frequenza di più o meno ampi bacini intermittenti, che spesso corrispondono a laghi colmati. Il rilievo delle isole maggiori si può, in sostanza, ricondurre a quello dell'Appennino (Sicilia) anche se in Sardegna prevalgono aspetti più propriamente antiappenninici e la Corsica ricordi piuttosto le Alpi. In complesso, sia per la varietà di struttura e di forme che la loro complicata storia geologica ha determinato, sia per l'altro, anche su brevi spazi, di zone sollevate e depresse, o distinte per la natura delle rocce dominanti (tipica, p. es., sotto questo riguardo, la diffusione dei calari nelle regioni centro-meridionali), sia per la disposizione delle masse montuose rispetto ai mari periferici, sia in fine per le conseguenze che ne dissero nell'originale manto vegetale o si rivelano nelle particolari vocazioni economiche, il paesaggio italiano presenta una ricca gamma di sfumature. La compartimentazione regionale che ne risulta è assai più minuta di quanto non appaia alle 24 unità storiche che vi riconoscono tradizione e amministrazione : numerosi toponimi perpetuano ancora, nell'uso locale, la vitalità di distinzioni che bastano a caratterizzare lembi continentali (Monferrato, Brianza, Ca-dore), peninsulari (Lungiana, Mugello, Marsica, Cilento) ed insulari (Valdemore, Gallura, Balagna; sono scelti a caso, solo alcuni esempi) aventi ognuno una più o meno chiara individualità geografica.

Una tale compartimentazione richiama anche alle diversità climatiche, naturali, data la notevole estensione in latitudine del territorio italiano, seppure attenuate, per quanto concerne i regimi termici, dall'azione protettiva della barriera alpina e dall'influenza eguagliatrice del Mediterraneo. Tipi meno francamente marittimi si hanno nell'I. settentrionale, come conseguenza non tanto della continentalità di questa, quanto della vicina regione panonico-balcanica : notevole è perciò il contrasto termico tra il lato volto all'Adriatico, che più ne risente l'influsso, e quello sul Tirreno, beneficato dal tepidissimo dei venti occidentali. Quanto alle piogge, più abbondanti nelle Prealpi e nell'alto Appennino, meno nelle pianure e specie nel Mezzogiorno, il loro quantitativo medio annuo è dovuto su periore ai 500 mm. (e notevolmente più elevato nell'area alpina) e perciò adeguato, in genere, ai bisogni delle colture, quando se ne eccettuano alcuni lembi (Tavoliere delle Puglie). È tuttavia da rilevare che queste precipitazioni, mentre tendono a concentrarsi nella stagione estiva nell'I. meridionale e nelle isole (che perciò soffrono di una prolungata siccità estiva), presentano due massimi (autunno e tarda primavera) nel resto della penisola, ed un unico massimo estivo (con minimo invernale) lungo l'arco alpino.

Queste condizioni climatiche, insieme con la forma del territorio e la disposizione del rilievo, spiegano perché l'I. manchi di arterie fluviali notevoli, eccettuato il Po (65o km.; bacino 75 mila kmq.), l'unico paragonabile ai maggiori corsi d'acqua europei. L'incostanza dei regimi, le forti pendenze e perciò la scarsa navigabilità sono caratteri comuni a quasi tutti gli altri, e si accentuano nel Mezzogiorno e nelle isole. Numerosi, relativamente, i laghi, dei quali i maggiori si trovano lungo la chiostra alpina, nonché gli stagni costieri e le tipiche lagune (litorale veneto-romagnolo). Con la presenza di questi ultimi, che attestano di un insufficiente drenaggio delle acque nelle regioni costiere, va messa in rapporto la diffusione della malaria, che costituì a lungo la malattia endemica più perniciosa che abbia afflitto l'I.

Il territorio italiano, abitato dalla più remota antichità (almeno dal paleolitico medio), costituisce una delle zone europee di più alta densità di popolazione. Non meraviglia, perciò, che vegetazione e fauna originarie vi abbiano subito trasformazioni così profonde, da non essere riconoscibili se non in lembi e con forme residuali. Tanto la macchia mediterranea (associazione di alberi e arbusti a foglie persistenti, caratteristica delle regioni litorane e sub-litorane), quanto il bosco hanno quasi dovunque fatto luogo non solo alle colture, ma anche al pascolo, mentre molte aree acquitrinose od inondabili o, per contro, seppesero sono state conquistate anche esse all'agricoltura. Del resto, la trasformazione continua ai nostri giorni con le bonifiche, destinate a guadagnare sempre nuovi spazi alla crescente popolazione.

Negli ultimi cento anni questa è infatti più che raddoppiata. Il primo censimento ufficiale della popolazione del Regno d'I. (31 dic. 1861) accertò la presenza di 21,8 milioni di ab., corrispondenti, entro gli attuali confini, ad un totale di 25,6 milioni di anime.

La densità media della popolazione italiana (153 ab. a kmq.) è superata, in Europa, solo da quella del Regno Unito (207) e della Germania (193) : le più elevate cifre del Belgio (282) e dell'Olanda (293) si rapportano a basi territoriali comparabili con le nostre regioni. La popolazione vive, di regola, disseminata nelle campagne o raccolta in piccoli centri nelle regioni settentrionali e centrali; disertia invece la campagna e si agglomerava in grossi borghi ed in città nell'I. meridionale e nelle isole. Intorno al 1800, tuttavia, non vi erano in I. che 5 centri urbani con oltre 100 mila ab. (Napoli con 400 mila, Palermo con 200, Roma con 150, Venezia con 140 e Milano con 130) e fino a vent'anni fa nessuna delle nostre città superava il milione di ab. Oggi i comuni con più di 50 mila ab. sono 77 (di cui 65 capoluoghi di provincia) e 14 hanno una popolazione superiore ai 100 mila ab. (Messina, Verona, Taranto, Padova, Brescia, Livorno, Reggio Calabria, Ferrara, Cagliari, La Spezia, Parma, Modena, Bergamo, Reggio Emilia), 6 ai 250 mila (Palermo, Firenze, Bologna, Venezia, Catania e Bari), 2 ai 500 mila (Torino a Genova) e tre al milione (Roma [1.650 mila], Milano [1.287 mila] e Napoli [1.021 mila]).

\[\begin{align*}
& \text{for } \alpha \in \mathbb{R}, \quad \text{let } \alpha = \alpha_1 + i \alpha_2 \in \mathbb{C} \\
\end{align*}\]

\[\begin{array}{c}
\text{Fig. 1. Schematic diagram of the experimental setup.} \\
\text{1.} \\
\text{2.} \\
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\text{4.} \\
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| Numero dei comuni | Superficie territoriale al 1° genn. (komq.) | Popolazione residente | Numero dei comuni con popolazione superiore a | Valutazione al 1° genn. (1000 ab.) |
| Piemonte | 1178 | 25.414 | 3.418 | 135 | 152 | 2 | 1 | 3.423 |
| Val d'Aosta | 73 | 3.263 | 83 | 26 | 38 | — | — | 93 |
| Lombardia | 1458 | 23.801 | 5.836 | 245 | 289 | 5 | 1 | 6.268 |
| Trentino-Alto Adige | 282 | 13.602 | 669 | 49 | 57 | 1 | — | 696 |
| Friuli-Venezia Giulia| 204 | 7.634 | 837 | 110 | 134 | 1 | — | 922 |
| Emilia Romagna | 333 | 22.123 | 3.339 | 151 | 166 | 7 | 2 | 3.478 |
| I. settentrionale | 4338 | 119.630 | 19.216 | 161 | 184 | 19 | 6 | 5.20.259 |
| Toscana | 280 | 22.086 | 2.978 | 130 | 136 | 6 | 1 | 3.097 |
| Umbria | 91 | 8.472 | 723 | 85 | 89 | 2 | — | 793 |
| Marche | 245 | 9.692 | 1.278 | 132 | 139 | 1 | — | 1.338 |
| I. centrale | 982 | 58.332 | 7.634 | 131 | 137 | 9 | 1 | 2.8.504 |
| Abruzzi e Molise | 435 | 15.232 | 1.590 | 104 | 108 | 1 | — | 1.660 |
| Campania | 537 | 13.595 | 3.697 | 272 | 287 | 2 | — | 4.276 |
| Puglia | 247 | 19.346 | 2.642 | 137 | 142 | 3 | 2 | 3.155 |
| Calabria | 405 | 15.102 | 1.772 | 117 | 122 | — | 1 | 2.000 |
| I. meridionale | 1750 | 73.262 | 10.243 | 140 | 146 | 6 | 3 | 11.706 |
| Sicilia | 368 | 25.707 | 4.000 | 156 | 164 | 3 | 2 | 4.413 |
| I. insulare | 693 | 49.796 | 5.034 | 101 | 106 | 5 | 3 | 5.653 |
| Repubblica italiana | 7764 | 301.021 | 42.127 | 140 | 152 | 39 | 12 | 46.122 |
| Terr. libero di Trieste| 718 | 348 | 470 | | | | | 373 |

Poco meno del 50% della popolazione attiva vive di agricoltura (compresa la caccia e la pesca), un terzo di industria (compresi i trasporti e le comunicazioni), meno di un decimo di commercio (compreso il credito e le assicurazioni); il resto è occupato nelle pubbliche amministrazioni (4,3%), nell'economia domestica (3,6%), nelle arti libere e nel culto (1,5%), ecc. Questa suddivisione si riferisce al censimento 1936: cinquant'anni fa l'agricoltura assorbiva da sola i 3/5 e l'industria meno di 1/4 di quello stesso totale.

Appena il 7,8% della superficie territoriale dello Stato è improduttiva; la superficie agraria e forestale si ripartisce come segue: seminativi 43,2%, boschi e castagneti 18,6%, colture legnose specializzate 7,8%, incolti produttivi 5,1%, prati, prati-pascoli e pascoli permanenti 17,4%.

Il carattere mediterraneo dell'agricoltura italiana è messo bene in luce dalle sue produzioni meglio tipiche ed anche dalla scarsa specializzazione delle colture, essendo quelle erbacee di regola consociate alle arbore (gelso, vite, olivo, mandorlo, ecc.). La produzione cerealicola, per quanto relativamente notevole (secondo posto fra gli Stati europei, l'U.R.S.S., per il frumento, terzo per il grunturco), non copre il fabbisogno interno, si che le voci relative figurano di solito tra le più cospicue nelle importazioni. Vini ed oli alimentavano, in passato, una discreta corrente esportatrice, ma ormai i soli prodotti agricoli che facciano sentire il loro peso nelle esportazioni sono la frutta secca e gli agrumi, sebbene questi ultimi debbano ormai fronteggiare crescenti, fortunate concorrenze.

L'II. dispone di un modesto patrimonio zootecnico (in milioni di capi, 1948: 9,4 ovini; 7,9 bovini; 3,8 suini; 2,2 caprini; 1,6 equini), danneggiato inoltre dalle recenti due guerre. L'II. settentrionale era nota per il fiorente alle-vamento del baco da seta: il raccolto medio dei bozzoli superava, in tempi normali, i 300 mila quintali; ciò che le assicurava il primo posto in Europa per la produzione della seta.

Trascurabili le riserve forestali (il legname è una delle voci preminenti nelle importazioni) e modesto il beneficio tratto dalla pesca, di cui quella marittima limitata in sostanza alle acque nazionali.

L'ultimo grande conflitto mondiale ha colpito duramente l'industria italiana, che aveva compiuto, dopo il 1900, progressi cospicui, nonostante la posizione di inferiorità in cui si trova il territorio per la mancanza assoluta o la scarsezza delle materie prime indispensabili. Tra le fonti di energia, l'unica di cui l'II. abbondi è quella idroelettrica, che dispone di oltre un milione di impianti e produsse, in complesso, 20,8 milioni di Kwh nel 1949; ma, a parte la ineguale distribuzione regionale delle istalle, i grandi impianti di consumo interni (si importa energia dalla Svizzera) e non può essere sovvenuta se non in proporzioni minime da combustibili fossili (soprattutto ligniti) o liquidi (limitati all'Emilia), e dalla stessa pur notevole produzione di metano (236,2 milioni di mc. nel 1949). Fra i minerali metallici spiccano solo il mercurio, l'alluminio (mancanza totale, però, di criolite), il piombo e il magnesio.

Ciò inceppa grandemente l'espansione di una industria pesante pari al bisogno, e lo stesso si può ripetere, in sostanza, per gli altri rami d'attività (basti pensare alla mancanza di cotone), quando si eccettuano le industrie alimentari ed alcune di minor conto. Ciò nonostante, l'abbondanza di mano d'opera, la buona preparazione specifica delle maestranze, la tradizionale laboriosità ed ingegnosità del popolo italiano hanno consentito all'in

dustralia italiana di figurare tra le prime d'Europa, così per l'entità della produzione, come per il suo alto livello tecnico: soprattutto il ramo tessile (setifici, cotonine, fibre artificiali e lana), che nell'I. padano-veneta conta un poderoso complesso di impianti, non solo copriva il fabbisogno nazionale, ma dava vita ad una forte corrente esportatrice.

Il mirabile progresso dell'economia nazionale verificatosi nell'ultimo cinquantennio non poteva tuttavia impedire che la bilancia commerciale si chiudesse in passivo; deficit colmato tuttavia di regola con le rimesse degli emigranti, con le risorse dell'industria marittima, con i noli della marina mercantile e con gli interessi dei capitali impiegati all'estero. Normalmente il 60%, in valore, delle importazioni era assorbito nell'integratura dalle materie grezze e semilavorate necessarie alle industrie, il 20% da materie prime o prodotti alimentari ed il resto da manufatti. Nelle esportazioni ca. il 40% constava di prodotti finiti, il 30% di generi alimentari specializzati (vini, olii, agrumi, frutta ecc.), il 20-25% di materie semilavorate ed il rimanente di materie prime. La Germania era alla testa così dei clienti, come dei fornitori, seguita, a notevole distanza, dagli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia. Il recente dopoguerra ha indotto notevoli spostamenti: nel 1949 gli Stati Uniti hanno assorbito da soli il 35,3% delle importazioni, seguiti dalla Australia (5,6%), dall'Argentina (5,3%) e dalla Germania (4,4%), mentre nelle esportazioni tiene il primo luogo l'Argentina (12,3%); cui tengono dietro la Gran Bretagna (10,6%), la Francia (5,7%) e la Svizzera (5,5%).

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testa così dei clienti, come dei fornitori, seguita, a notevole distanza, dagli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia. Il recente dopoguerra ha indotto notevoli spostamenti: nel 1949 gli Stati Uniti hanno assorbito da soli il 35,3% delle importazioni, seguiti dalla Australia (5,6%), dall'Argentina (5,3%) e dalla Germania (4,4%), mentre nelle esportazioni tiene il primo luogo l'Argentina (12,3%); cui tengono dietro la Gran Bretagna (10,6%), la Francia (5,7%) e la Svizzera (5,5%).

Le comunicazioni interne dispongono di una rete stradale di oltre 170 mila km. (dei quali 21 mila di stradali e 42 mila provinciali), senza contare i 600 km., a cui autostrade (quasi tutte nell'I. settentrionale). Le ferrovie (23.222 km. nel 1942), molto danneggiate dalla guerra, sono tornate ormai, in sostanza, all'efficienza prebellica (21.643 km. nel 1950), mentre i trasporti automobilistici hanno avuto un notevole impulso e superano ormai le cifre dell'anteguerra. Per la sua marina mercantile, l'I. era nel 1939 al 6° posto del mondo quanto a tonnellaggio (3,5 milioni di tonn.), e ad uno dei primi per l'efficienza dei suoi servizi; posizione che, nonostante le perdite subite (tonnellaggio nel 1950 ridotto a 2,6 milioni di tonn.), il paese si avvia a riconquistare. Anche l'aviazione civile (41.033 km. di linee nel 1949) ha ripreso quota dopo la parentesi bellica.

Nel 1939 il controllo italiano si estendeva su di un territorio di oltre 3,5 milioni di kmq. con 14,3 milioni di ab.

| Territori | Superficie in kmq. | Popolazione | Dens. a kmq. |
| Albania | 27.538 | 1.064.000 | 39 |
| Sasono | 6 | 100 | 17 |
| Europa | 27.544 | 1.064.100 | — |
| Provincia libiche | 553.940 | 874.000 | 2 |
| Sahara libico | 1.205.600 | 51.000 | — |
| Africa orient. ital. | 1.725.330 | 12.165.000 | 7 |
| Africa | 3.484.870 | 13.090.000 | — |
| Isole ital. dell'Egeo | 2.682 | 122.400 | 46 |
| Asia | 2.682 | 131.200 | — |
| Totale | 3.515.096 | 14.285.300 | — |

Dell'Africa già italiana è ancora incerto il destino, Somalia (v.), restituita all'I. per deliberazione dell'ONU (21 dic. 1949), con il mandato di amministrarla in regime fiduciario e prepararne l'indipendenza.

Bnl.: G. Marinelli, La terra, IV, Milano 1897; T. Fischer, La penisola II. Saggio di coreografia scientifica, Torino 1902; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlino 1883-1902; G. De Lorenzo, Geologia e geografia fisica dell'I. meridionale, Bari 1904; G. Greine, J. Breslavia 1925; P. Gribaudi, L'I. Torino 1925; G. Pullè, L'I. continentale, Firenze 1925; id., L'I. peninsulare ed insulare, ivi 1926; N. Krebs, I. (Geographie des Welthandels, 1), Vienna 1926, pp. 815-68; O. Maull, I., in Länderkunde von Südeuropa, ivi 1929, pp. 133-298; E. Migliorini, s. V. ENOCH. Ital., XIX (1933), pp. 693-1063 (ricchissima bibliografia); H. Kanter, I., in Handbuch der geogr. Wissenschaft: Südeuropa, Berlino-Potsdam 1933, pp. 289-425; A. Marescahh-L. Visentin, Atlante agricolo dell'I., Novara 1935; Ass. Muri, I. Caratteri generali, Milano 1936; Comt. naz. II. per la geografia, La localizzazione delle industrie in I., Roma 1937; D. Gribaudi, Ambiente fisiogeografico ed ampiezza della proprietà terriera con particolari riguardo all'I., colore riguardo all'I., Roma 1940.

Torino 1939; A. Crispo, Le ferrovie italiane: storia politica ed economica, Milano 1940; Dizionario di politica, s. v., II, Roma 1940, pp. 591-681; G. Dainelli, Atlante fisico-economico di I., Milano 1940; F. Ercella, Distribuzione della temperatura in I., Roma 1942; V. GIURATI, Caratteristiche ambientali italiane, agraria, sociali e demografiche, ivi 1943; A. J. White, The evolution of modern I., 1939-1919, Oxford 1944; G. Volpe, L'I. moderna: 1815-1915, Firenze 1945; J. Thomas, The problems of I.: an economic survey, Londra 1946; G. Tremelloni, Storia dell'industria italiana contemporanea, Roma 1947; G. Vedovato, Il Trattato di pace con l'I., ivi 1947; G. Merlin, Le regioni agraria in I., Bologna 1948.

II. STORIA CIVILE ED ECCLESIASTICA.

29. GEOLOGIA

L'I. è l'immagine di un provvidenziale disegno, con la sua possente unità fisica, bene individuata entro la cornice di frontiere naturali, le Alpi e il mare, e collegata internamente dalle diramazioni dell'Appennino, e dalle numerose arterie fluviali che solcano in tutti i sensi la Penisola.

Formatasi nelle profondità marine nei lontanissimi millenni e sollevatasi primamente dalle acque con le rocce cristalline che formano l'intima ossatura del sistema alpino e con la zone calabro-sicula della catena appenninica, ricoperta poi dal mare e di nuovo riemersa con altre terre per alcun tempo saldate all'Africa, disgiunte in seguito per fratture, corrugamenti ed immersioni varie, colmata poi nella grande insenatura a pie' delle Alpi con depositi alluvionali, coperta qua e là da eruzioni vulcaniche, mentre i ghiacciai si fondevano e arretravano, l'I. si trova quasi definitivamente costituita con l'età quaternaria nel bel mezzo del Mediterraneo, come immenso molo lanciato a sud, nella direzione di Levante, e a nord collegata alla regione danubiana.

Tormento geologico, a cui sembra corrispondere uguali tormento nella sua vita storica, ove perennemente si alternano le emersioni e le immersioni, le fratture e le ricomposizioni di vita morale e politica, nel mondo contrastato della civiltà mediterranea e poi europea.

Ma il passato geologico d'Italia pesa ognora sul suo divenire storico, determinando costanti influssi non meno

sulla conformazione della civiltà che nella vita vegetale
ed animale. L’antichissima congiunzione con l’Africa in-
fluì sulla flora e la fauna primitiva dell’I.; la mediterra-
neità sugli scambi reciproci fra regione e regione; lo
sviluppo vulcanico sulla fertilità del suolo; la ricchezza
delle coste sulla vita marinara; la varietà delle regioni in-
terne sul fiorire del separatismo locale; ma per compenso
la frequenza delle valli incise da fiumi, agevola le comu-
nicazioni e i nessi anche fra regioni lontane.

30. IL NOME

È derivato all’I. da una tribù del più antico stadio indoeuropeo, situata in un punto del Bruzio (odierna Calabria) che prendeva il nome dal vitello (vitello vittiu: buc, toro), certo l’animale sacro del gruppo; dagli scrittori greci reso ‘Tziziz. Il nome andò estendendosi fino a Taranto (sec. IV), poi all’Italia centrale (sec. III) dall’Arno al Rubicone, e nella riforma amministrativa ordinata da Augusto raggiunse la cerchia delle Alpi dal Varo all’Arsa nella penisola istriana: « hacc est Italia diis sacra » (Plinio, Nat. hist., III, 5, 46). La provenienza del nome è confermata dal fatto che allo scoppio della guerra sociale (90-87 a. C.) provocata dagli Alleati Italici (Marsi, Sanniti, Lucani) per la parificazione dei diritti con Roma, fu dai ribelli scelto il toro come simbolo moneta e fu dato alla città di Corfinio, centro del moto insurrezionale, il nome di Italica.

Altri nomi dell’I. sono: Esperia, per la sua posizione
occidentale rispetto alla Grecia; Ausonia, forma grecizzata
di Aurunci, gente osca confinante con le colonie greche
dell’Italia meridionale; Eutria, per eponimia da un Eutrio
colonizzatore del paese; lo storico Antioco di Siracusa
(sec. V, in Dion. Alc., I 35, seguito da Aristotele, Polit.,
VIII, 1329 b) derivava il nome I. da un eponimo Italo.

31. LE PRIME GENTI

Anche l’I. ebbe, come tutti i popoli d’Europa, dopo l’età paleolitica e neolitica, una età neolitica poco dissimile da quella neolitica, iniziatrice della metallurgia con le prime leghe imperfette di rame e che precedette l’industria del bronzo, susseguita poi dall’età del ferro che, nel Mediterraneo, a differenza di altre re- gioni, cade in piena storia.

La sua posizione la fece il grande crogiuolo, dove
vennero a incontrarsi e a convivere tutti gli elementi
umani della grande civiltà mediterranea nella sua va-
rietà dolico-mesocefala del sud e brachicefala o alpina
del nord, con riti funebri diversi da luogo a luogo, dal più
antico dell’inumazione a quello dell’incinerazione. Per-
tanto, diverse civiltà preistoriche sono fiorite in Italia, ma
si debbono a genti per lo più innaturici e ascritte ad una
sola razza, quella mediterranea dolicocefala.

I discendenti di questa stirpe, che è mediterra-
nea, e che popola tutta la penisola e le isole conservando
l’avito costume della inumazione, sono noti con i nomi
di Liguri i quali, affini agli Iberi, erano diffusi nell’Italia
settentrionale, in parte dell’Italia centrale, in Corsica e in
Sardegna, a Malta e Pantelleria, con nomi locali diversi;
gli altri, nell’Italia meridionale, e autori, sembra, delle
prime ceramiche dipinte.

A queste genti neolitiche si sovrapposero, scendendo
per le Alpi Giulia dai paesi transalpini, gli Indoeuropei
in due ondate, una più antica (ca. 2500 a. C.) che
incinerava i suoi morti ed occupò buona parte della
penisola giungendo fino alla Sicilia orientale, l’altra più
recente (1500 a. C.), innumate, già in possesso del ferro.

Grazie a questa duplice immigrazione, senza entrare
in troppo minute distinzioni e suddivisioni, spesso di mate-
ria opinabile, la situazione etnografica dell’I. è la seguente:

A. Indoeuropei italici: 1. Latini, stanziati nel centro del
Lazio; Faliscì intorno a Civita Castellana. Ad est e a sud
del Lazio Equi nell’alta valle dell’Aine, Volsci dai Monti
Lepini al mare, Enrici sui territori di Ferentino e Anagni.

2. Italici del gruppo oscuro-umbro, detto anche umbro-
sabellico: Sabini (Safini), nei centri di Terni e di Rieti;
Umbri, stanziati nell’alto corso del Tevere; Marsi, nel
bacino del Fucino; Peligni, a ponente di questo bacino;
Picenti e Pretusi, sulla costa adriatica tra Ancona e Adria;
Vestini e Marrucini sulla costa medesima ai due lati del
Pescara; Campani, nella Campania; Sanniti, nel centro
montuoso, con capitale Boviano; Frentani sul versante

ITALIA -

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(Jot. Bremestampa, Torino)
Italia - Ponte Lunetto - Premosello (Novara).
Ponte Lunetto - Premosello (Novara).

dariatico del Molise; Lucani, dalla costa tirrena al Golfo
di Taranto; Bruzi nell’attuale Calabria.

B. Indoeuropei non italici: Greci della Magna Grecia
e della Sicilia; Celti nell’Italia settentrionale, suddivisi
nelle tribù degli Insubri, sui laghi Maggiore e di Como;
Cenomani, sui laghi di Iseo e Garda; Lingoni, a sud del
corso inferiore del Po; Boii, tra il Po e gli Appennini;
Sisoni nell’Adriatico tra Ravenna e Ancona; Siculi e
Sicani nella Sicilia orientale e media; Veneti, tribù illirica,
stanziati nella Venezia e nell’Istria; Iapigi, altra tribù
illirica stanziati nella Puglia e suddivisa nelle tre tribù
dei Dauni, Puglia settentrionale sotto il Gargano, Peccezi
a sud-est dei primi, Messapi nell’attuale penisola salentina,
un tempo denominata Calabria.

C. Popolazioni non indoeuropee: Liguri dalle foci del-
l’Arno al Ticino; Corsi; Sardi; Elimi, sulla punta occiden-
tale della Sicilia; Etruschi, tra l’Appennino e il Tirreno;
Fenici in taluni punti della costa della Sicilia occidentale
e in Sardegna.

32. INFLUSSI DI CIVILTÀ ESOTICHE: FENICI, GRECI,
ETRUSCHI. — Dal 1000 in poi, navi fenicie solcano il
Mediterraneo e, secondo Tucidide, precorrono i Greci
nel frequentare le coste della Sicilia, occupando i
promontori e le isole adiacenti. Ma nulla di fenicio venne
in luce dalle esplorazioni del versante orientale della Si-
cilia, a differenza di quello occidentale.

Ormne fenicie si trovano a Malta, ma non anteriori
al sec. VII, a Motia, a Solunto, a Panormo, specie in
questa ultima numitissima porta e punto d’appoggio nel
Tirreno per la espansione fenicia che dalla Sicilia si diffuse
in Sardegna. Nora pare fosse la più antica città dell’isola,
la più antica colonia fenicia, a cui succedette per impor-
tanza Cagliari. Ma scarso influsso ebbe sull’I. la cultura
fenicia, mancando di una propria originalità, e ridu-
cendosi ad un repertorio decorativo attinto dall’arte mi-
cenea. Di ben altra natura l’influsso greco, quando più
si intensifica, durante i secc. VIII e VII a. C., il movimento
coloniale ellenico. Furono i Greci, non i Fenici, che tra-
misero ai popoli d’I. l’uso della scrittura, con forme de-
rivate da vetusti alfabeti ellenici, e, con le scritture,

molto del loro sapere nella poesia, nella scienza e nel diritto, nella religione, nella filosofia.

Magna Grecia fu detta l'ampia regione da essi occupata e comprendente: il mezzogiorno della penisola dove le principali colonie furono Taranto, Sibari, Crotone. Taranto ebbe più lunga durata; Sibari, rimasta leggendaria per la mollezza dei suoi costumi, fu poi soggiogata da Crotone, famosa per i suoi atleti. In Sicilia la città più notevole per monumenti fu Siracusa, ma sono da ricordare anche Gela, Agrigente, Messina e, più a occidente, Segesta, Selinunte e Imera che Strabone considera come Magna Grecia. Nel continente, invece, Cuma fu una delle più ricche, costruita sopra uno scoglio vulcanico, attivismo approdo di mercanti che recavano i vasi della Grecia in cambio del grano; baluardo della civiltà italica e meditrice della civiltà ellenica verso i popoli dell'Italiana. Una colonia di Cuma fu Napoli, la città nuova. Rivali dei Greci furono i Cartaginesi, che solo Roma doveva espellere dall'Italiana.

Un terzo elemento etnico e culturale, anch'esso d'origine esotica è rappresentato dagli Etruschi. Se i Greci si tengono strettamente alla costa, preferendo le colline che si protendono sul mare, quasi a farsi scudo contro l'interno, e là fondano una città coloniale, dotandola di un porto, gli Etruschi invece entrano dalle fiori e dalle valli fluviali nella pianura aperta e si gettano subito all'interno della regione italica e cercano di costituire un centro di organizzazione territoriale, una capitale. Controversa la provenienza; chi li vuole di origine transmarina, che è la tesi più probabile; chi li fa derivare da regioni transalpine e discesi poi dalla valle del Po in Toscana. Pur la copertura di oscurità la lingua. Gli Etruschi si addensarono specialmente nel territorio degli Umbri compreso tra il Mar Tirreno, l'Arno e il Tevere, e vi si fissarono con una saldezza che non fu raggiunta altrove. In qual tempo è pure incerto. Chi segna il loro inizio tirrenico verso il 1000 a.C., chi tre secoli dopo. La nazione etrusca ebbe uno sviluppo magnifico e lussuoso, che fa pensare ad una civiltà molto raffinata e aristocratica. Al sec. VI appartennero le tombe degli Ori, squisitamente lavorate nei gioielli che le adornano, specie le tombe lungo il lago di Bolsena, presso Capodimonte. Ricca città di ampio perimetro fu Volterra; aveva muraglie ciclopiche, di cinque metri di spessore con 7 km. di contorno. L'Etruria era una dodecapoli, confederazione di 12 città, con un legame espresso da una riunione annuale in una località ove sorgeva il santuario comune.

33. L'INFLUSSO ETRUSCO SUI LATINI

Verso la fine del sec. VII gli Etruschi passarono il Tevere e bloccarono i primi villaggi di Roma: ciò, secondo la leggenda, che fu chiudere il periodo monarchico di Roma con tre re etruschi, autori dell'unione dei vari villaggi sulla sinistra del Tevere in una sola città.

Costruito da artefici etruschi fu il maggior tempio di Roma, dedicato alla triade Capitolina. Per la religione, V. TURCHIA, RELIGIONE degli. Non solo il tempio, l'abitazione, le tombe diedero gli Etruschi ai Romani e agli Italici anche l'orientazione del tempio e del reticolato stradale sul quale sono distribuite le case; usi e costumi, ludi funebri, gladiatori, insegne di potere come i fasci littorali, la costruzione delle mura e delle porte, l'arte architettonica e dell'ingegneria applicate alle opere pubbliche.

Nel sec. VI, espandendosi nel Lazio e verso il mare occuparono la Campania, ove Capua fu la città principale. Ma ancora più notevole lo stanziamento nella piana panda, che viene assegnato intorno al 500 a. C. Gli Etruschi della valle dell'Arno, risaliti i valichi appenninici, sarebbero sboccati nell'ampia pianura che popolano di città, alcune su palafitte: Adria, Mantova, Ravenna, Bologna, Rimini, Cesena, Modena, Parma, Piacenza. La poderosa invasione guerresca dei Galli rovinò tutto il lavoro di organizzazione intrapreso e condotto già avanti dagli Etruschi verso le Alpi, ritardando così il raggiungimento di questo confine naturale da parte dei popoli peninsulari unificati. Nel complesso la conquista etrusca si afferma in ampiezza più che in solidità. Confederazione di più città, ognuna con piena autonomia, non fascio di forze compatte; regime di città, come in Grecia; non Stato unitario, ma piccoli Stati.

Ecco invece l'opera di Roma: l'ascesa graduale, continua di una singola città che tutto accenna intorno a sé, con una politica rigidamente unitaria. È questo che dà ragione della scomparsa etrusca e dell'assorbimento di tutte le altre genti nella grande compagine romana, dopo la caduta del baluardo etrusco di Vico, che sorgeva di fronte a Roma, sulle sponde del Tevere.

34. IL PROBLEMA STORICO D'II

Anche nei più antichi tempi i popoli d'Italiana erano in una forma volontà di distinzione da luogo a luogo, nel governo, nei costumi, nei metodi di lavoro, nei riti secolari. All'unità geografica fa contrasto la varietà di vita e di genti. Il problema se sia possibile parlare di una popolazione italiana fusa da Roma con la sua opera di unificazione politica va risolto positivamente nel senso che Roma lasciò l'Italiana. L'idea di un'opera ricca di secoli anteriori; tanto è vero che le differenze regionali di dialetto, di costume, somatiche, sussistono ancora nell'Italiana. La stessa idea non annullano l'indole unitaria fondamentale della storia d'Italiana. Perché questa è stata facilitata dall'unità geografica del paese; dal fatto che quattro delle popolazioni in esso più ampiamente diffuse: Italici, Greci, Celti e Illiri, appartengono alla stessa stirpe indoeuropea, mentre i Latini, posti al centro della regione italiana, sulle rive di un fiume navigabile, al confine delle genti civili di Etruria e Campania, hanno creato un sistema politico che dopo aver assoggettato le genti ne ha facilitato la progressiva assimilazione.
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35. ROMA E LE SUE CONQUISTE

La fondazione di Roma si fa risalire al 754-753 a. C. Il primo periodo storico della città è quello regio (754-509), a cui successe la Repubblica, che durò fino al 23 a. C., e che costituì l'epoca più costruttiva della storia romana. L'ampliamento territoriale si accompagna a lotte di classe dovute a contrasti di interessi economici e alla volontà della pubbliche di essere giuridicamente equiparata ai patrizzi. La conquista dell'Italiana si fece poco meno di 300 anni e fu l'impresa più difficile.

La conquista d'Italiana fu forse attraente del Mediterraneo su Roma. Ma il coincidere con la maggiore potenza di Cartagine in queste acque, sul versante occidentale, dalla Spagna alla Sicilia, rese inevitabile il conflitto tra Roma e Cartagine. Dalle guerre puniche Roma uscì assai ingrandita territorialmente, dominando i due versanti del Mediterraneo quasi per intero. Con la sconfitta di Zama (508 a. C.) Cartagine perdette la Spagna e la Sicilia. Con l'inseguimento di Annibale in Oriente e dopo le vittorie contro Antioco e di Siria, Roma occupò la Macedonia e la Grecia, e si aperse le vie dell'Asia. Nel 146 a. C. aveva, incontrastato, l'impero del Mediterraneo.

Grave fu la lotta aperta dagli Italici contro Roma; avendo essi cooperato alle grandi conquiste di questa chiesero di essere pari ai Romani nei privilegi e nei diritti civili, che erano annessi alla condizione di cittadini romani entro l'ambito di Roma.

Spartaco solleva le masse degli schiavi; Mitridate, re del Ponto, sommuove l'Oriente; Catilina cospira contro il Senato; i pirati impediscono il traffico di mare. Già Roma sta provando anche la gravità della pressione germinata che agisce sulla linea delle Alpi e trabocca nella pianura padana. Crescono nei capi degli eserciti le attrattive di fortuna e gli stimoli a rischiare la sorte. Il potere non è più elemento d'ordine, ma preda di ambizioni; vi aspirano Cesare e Pompeo, come già Mario e Silla. Mentre Pompeo contende a Mitridate le terre d'Oriente, Cesare soggioga la Gallia, primo episodio della conquista dell'Impero. Il tentativo di accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso per dividersi il comando sulle terre della Repubblica, si traduce in un contrasto armato fra i primi due, dopo la morte di Crasso avvenuta in uno scontro con i Parti, e si risolve nella vittoria di Cesare, signore così assoluto di Roma.

Sebbene si atteggi a riformatore democratico, e con le sue leggi si definisca amico del popolo, la sua veste di dittatore quasi onnipotente ispira una cospirazione repubblicana che vedeva con lui in pericolo la vecchia forma di governo (marzo 44). Ma Bruto, che vuole essere il difensore della libertà, uccide Cesare, non il cesarismo. Un triumvirato fra Ottaviano, nipote di Cesare, Antonio e Lepido si concluse con la lotta fra Antonio ed Ottaviano e vide l'affermazione di quest'ultimo dopo la vittoria navale di Azio (31 a. C.).

9. L'Impero di Roma. Ottaviano, restaurando apparentemente la repubblica, diede vita ad un regime monarchico: il principato. Il territorio sottoposto a Roma fu diviso in 18 province: dieci senatori per le quali il Senato designava dei processi; le altre otto imperiali, governate direttamente da legati di Augusto; principale merito del regime imperiale fu il particolare interesse per le loro condizioni.

L'età imperiale segna il punto più alto dell'organizzazione di Roma nel suo massimo sviluppo di vita spaziale, costruttiva e monumentale.

Dai lidi dell'Atlantico l'Impero si spinse sino alle regioni prossime al Caucaso, e dal limite dei deserti africani sino a gran parte della Britannia, lasciando ovunque orme incancellabili di civiltà con le strade, i ponti, gli acquedotti, il senso di ordine e di disciplina, l'impero della legge, l'unità del diritto.

Fatto ancor più notevole l'affermarsi del cristianesimo che rovescia gli dèi locali, unifica le genti nel culto di un Dio solo, porta una rivoluzione nell'ordine morale, giuridico e sociale del mondo classico.

Ottaviano impone una tregua alle lotte di partito e proclama la pax romana. Nella politica estera mira a creare una linea di frontiera a protezione della romantà dalle invasioni barbariche; ma la linea Reno-Danubio non fu oltrepassata, se non per constatare la superiorità delle tribù germaniche muoventesi al di là di essa.

Il potere cesareo toccò il suo apogeo accostandosi alle tradizioni assolutiste dell'Oriente e dissolvendosi in un governo militare che, per la vastità dei confini, mal si reggeva sulla forza del proprio esercito. Così dovette ricorrere all'aiuto dell'elemento barbarico, accettando patti sempre più umilianti e pericolosi, mentre la società romana si assopiva nella servitù politica, esteriormente raddolcata dai giochi pubblici e mascherata agli occhi dei ricchi dal lavoro degli schiavi in numero crescente. Tuttavia lo spirito epicureo che si diffondeva nella società romana non distolse dallo studio di altri problemi di morale, e la cultura rielaborò il pensiero filosofico dell'Elfald, che aiutava le coscienze a meglio sentire la forza innovatrice del cristianesimo. La poesia assunse a dignità artistica con i grandi poeti del secolo d'oro. Lo stoicismo aiutava a tollerare la durezza del momento politico volgendo l'animo ad una accettazione rassegnata della stessa tirannide. Questa si acuì nei primi successi di Augusto; fu mitigata da bontà di opere, da anni di pace e da miglioramenti nella condizione degli schiavi, dei poveri, degli orfani, con gli imperatori Antonini.

Le funzioni pubbliche perdono il loro prestigio politico. I Romani abbandonano le vecchie cariche, la co

scienza civile illanguidisce e la partecipazione al governo non costituisce più un'ambizione per il cittadino.

Poi vicende politico-militari trasformano profondamente la compagine dell'Impero specialmente in seguito ai torbidi che ne misero in pericolo la compagine durante il sec. III. Si è maturata ormai la divisione in Occidente ed Oriente: il primo di lingua latina, il secondo in prevalenza di lingua ellenistica. Con ciò Roma cessa di essere il centro direttivo del governo e dell'amministrazione, che per l'Occidente è spostato per un momento a Milano ed a Treviri; Costantino nel 332 fonda Costantinopoli, la nuova Roma, che diventa la vera capitale dell'Oriente. A riformare l'esercito non bastano più le reclute d'It., vi contribuiscono tutte le province dell'Impero, e non basta: bisogna ricorrere ad ausiliari barbari che vi entrano in torre, prima di assalire l'Impero in forza come invasori. Essi hanno già in custodia qualche provincia. Teodosio deve cedere loro alcune terre della Balcania, nel 378 d. C., accogliendoli quali federati dell'Impero; i Goti montano la guardia sul Danubio.

Anzi, i loro barbari vorrebbero prolungare la vita dell'Impero, sostituendo i Germani ai Romani nell'esercito e negli organi superiori di governo: così pensa Ataulfo quando sposa Galla Placidia, la figlia di Teodosio. Il piano fallisce per opposizione di gruppi interni, gelosi della nazionalità romana, offesa da estranei contatti. Con gli inizi del sec. V l'Impero d'Occidente ripara a Ravenna come a luogo più sicuro; a Roma rimane il capo della Chiesa universale che con il rovinare delle istituzioni assurge a difendere del popolo italico. Il papa Leone I muove incontro al terribile Attila e ottiene che lasci incolume parte d'It., ritardandone il saccheggio. Ma la breccia è aperta. Roma stessa è più volte assalita e spogliata. I barbari non appaiono più come bande guerriere isolate, ma come masse di gente senza patria e senza terra che vogliono accasarsi sul ricco suolo dell'Impero.

Il tentativo riesce ad Odoacre, capo degli Eruli, che, deposto Romolo Augustolo, ultimo imperatore in Occidente, a cui dà una pensione annua, rinvia a Costantinopoli le insegne imperiali dell'Occidente per dare un aspetto concreto al fatto nuovo: la cessazione dell'autorità diretta dell'Impero in Occidente (476 d. C.).

L'I. è diventata un regno barbarico, che vuol dirsi ancora romano, a indicare i due tipi di sudditanza al sovrano. Odoacre inizia le tradizioni di Regnum contrapposte al vecchio Imperium, ma non osa dirsi rex Italiae; con maggior senso di rispetto alla supremazia dell'Oriente si dice rex in Italia.

La fortuna di Odoacre sveglia le ambizioni di Teodosio, re degli Ostrogoti, che, favorito dalla politica dell'Oriente di fiaccare i barbari con altri barbari, caccia Odoacre e costituisce a Ravenna un nuovo Regno. Ma invano gli sogni di mettersi nel solco della romanità e togliere il contrasto fra l'elemento barbarico e la civiltà romana; appena morto lui, quello tenta di soffocare questa, GIUSTINIANI, ORAZIO, (v.) riprende il sopravvento con il finire delle guerre gotiche, che seminarono di rovine tutta l'Italia. Il regime bizantino a sua volta viene sconvolto dall'invasione longobarda (568) con la quale, si può dire, ha principio il medioevo.

Bibl.: Di massima importanza sono le fonti epigrafiche e particolarmente il CIL soprattutto i voll. I, IV, V, VI, IX, X, XI, XIV, XV. P. Ducati, L'II. antica, Milano 1938; R. Paribeni, L'II. imperiale, ivi 1941; A. Pignani, Histoire de Rome, Parigi 1949, con ampie informazioni sulle ricerche più recenti.

36. IL CRISTIANESIMO IN I

Roma non intese imporre in I. e poi nell'Impero le sue specifiche forme religiose, né distruggere i culti tradizionali ed i santuari dei singoli luoghi con i quali erano strettamente congiunte le pubbliche manifestazioni della vita sociale degli abitanti. Era però fatale che con il prevalere dei nuovi ordinamenti politici avessero a decadere le tradizioni religiose locali: e con il loro progressivo cessare cessassero pure di costituire una forza sociale, per ridursi al più a semplici superstizioni personali. Vincolo comune e contras

segnò di legittimismo divenne il culto di Roma e dell'imperatore in quanto questi impersonava il potere governante; anche i nuovi collegi sacerdotali soppiantarono quelli propri di ciascuna città o regione. Ben presto però presero larga popolarità in seno alle diverse classi sociali i culti orientali di Iside, Cibele, Mitra, ecc. che le milizie, i mercanti, gli schiavi si presero cura di trasportare per ogni dove, creando talora capricciose contaminazioni di culti e credenze. Contro tutta questa eterogenea simbiosi di pratiche religiose, che si protrasse in I. sino al sec. IV ed oltre, il cristianesimo oppose la sua intransigenza spirituale fondata su una salda compagine di verità ed un preciso codice morale. Verso la metà del sec. I esso era già stabilito in Roma e di qui si allargò prima di tutto nel Lazio e nella Campania. Mancano purtroppo, quasi del tutto, i particolari che diano luce sulle fasi successive della diffusione, specialmente per le regioni del mezzogiorno e delle isole. Le tradizioni locali, per quanto tarde, tentano ricollegare l'origine delle loro Chiese con s. Pietro ed i suoi immediati discepoli; in ogni modo non si fa appello in alcun luogo ad apostoli d'altra provenienza. Naturalmente i centri maggiori si fecero alla loro volta centri di evangelizzazione e di organizzazione nelle città circostanti. In questa condizione si trovarono soprattutto Ravenna per l'Emilia, verso la fine del sec. II, Milano per la Liguria, verso il principio del III, ed un poco più tardi Aquileia per la Venezia ed Istria. Il fatto poi che numerose erano nelle regioni centrali d'I. le città e che esse erano fra loro indipendenti, fece sì che numerose vi fossero sin da principio le sedi vescovili a differenza delle regioni settentrionali dove le città erano in confronto poche. Si sa in ogni modo che nel 251 una sessantina di vescovi, se non tutti, almeno in massima parte, italiani, era presente ad un concilio a Roma; e poiché certamente non tutti i vescovi potevano esservi presenti, il numero delle sedi era superiore.

Con questa loro prima organizzazione le Chiese italiane superarono le persecuzioni imperiali. Anche a tale proposito mancano notizie particolari. I martiri, numerosi particolarmente a Roma e nei paesi circonvicini più profondamente cristianizzati, non mancarono nemmeno nelle altre regioni, specialmente durante l'Impero di Massimiano, ma mancano fonti storiche sicure, che offrano dati precisi e certi. Con la pace costantiniana il cristianesimo si estese in profondità, e nuove sedi vescovili si fondarono in tutte le province, sia per lo zelo dei romani pontefici, sia per lo spirito di proselitismo che dovette essere assai vivace. Né le lotte ariane, che ebbero certo il loro contraccolpo anche in I. (basti accennare al Concilio di Rimini del 359) e particolarmente a Milano ed Aquileia, ritardarono l'assistamento definitivo della nuova fede. Furono particolarmente s. Eusebio da Vercelli e poi s. Ambrogio da Milano che promossero il sorgere di nuove Chiese; altrettanto dovette avvenire per opera del vescovo di Aquileia nella Venezia e nelle contermini province transalpine. Però mentre per tutto l'alto medioevo non ci fu altra autorità intermedia fra i vescovi ed il papa, nell'II. cispapenninica, fra il IV ed il V sec. invece si costituirono nel settentrione le due grandi metropoli prima di Milano poi di Aquileia. A Milano fece capo la Liguria e poi la Rezia I, ad Aquileia la Venezia ed Istria, la Rezia II, il Norico e la Pannonia superiore. Ragioni politiche condussero nel sec. V inoltrato a costituire nell'Emilia la metropoli di Ravenna. I vescovi delle tre metropoli settentrionali si radunavano intorno ai loro metropoli; i vescovi invece dell'I. peninsulare e delle isole si radunavano regolarmente ogni anno intorno al romano pontefice, per trattarvi delle necessità correnti; solo occasionalmente si radunavano a Roma i rappresentanti dell'intero episcopato italico.

Le controversie riguardanti le dottrine pelagiane ebbero solo passeggere ripercussioni nel clero della Venezia; invece una grave frattura venne a crearsi nell'episcopato italiano alla metà del sec. VI, come conseguenza della condanna dei «Tre Capitoli» voluta dal Concilio di Costantinopoli del 553. Supponendo che si fosse menomata l'opera di s. Leone Magno, i vescovi dell'I. centrale e settentrionale protestarono contro l'Imperatore e contro papa Pelagio I. I vescovi della Tuscia e del Ravennate si piegarono. Quelli invece delle metropoli di Milano e di Aquileia diedero origine ad uno scisma che si estingueva per Milano sul principio del sec. VII, ma che per Aquileia durò tutto quel secolo e diede origine al patriarcato di Aquileia in territorio longobardo ed a quello di Grado nella regione rimasta soggetta all'Impero; nemmeno con l'estinzione dello scisma si poté ricostituire l'unità originaria della metropoli.

Alla gerarchia definitivamente organizzata si affiancò una nuova forza che non era da essa indipendente, ma acquistò ben presto uno sviluppo autonomo: quella del monachesimo. Introdotto in I. sull'esempio dell'Oriente dopo la metà del sec. IV, esso trovò seguaci nel clero che continuava a raccogliere intorno al suo vescovo, ma particolarmente fra i laici uomini e donne con un'organizzazione di prima incerta, oscillante fra la vita ermitica e quella cenobitica, cioè con vita comune. Fu s. Norcia (v.) che, durante le guerre gotiche, dall'alto di Montecassino compilò una Regula che dava assoluta preferenza al cenobitismo con l'ordinare comunità nelle quali accanto alla preghiera era reso obbligatorio il lavoro particolarmente agricolo. Diffusasi anche fra le genti barbariche, essa fu insieme una potente ravvicinatrice di spiritualità, in mezzo ad un mondo che minacciava di abbrutirsi negli odii e nella miseria morale e sociale, ed insieme di vita civile con il contribuire, grazie al lavoro ed alla fraternità convivenza, al progressivo rinascere di migliori rapporti economici e sociali. Più tardi al monachesimo benedettino si aggiunse anche quello di origine orientale che giunse sino a Roma ma ebbe particolare espansione nell'I. meridionale ed in Sicilia (v. DIO).

Così organizzata la Chiesa in I. affrontò le invasioni barbariche e lo sconvolgimento dei pubblici istituti che ne furono la conseguenza. Incominciava un compito nuovo accanto a quello affidato dal suo Divin Fondatore: quello di salvare le reliquie della civiltà e di sorreggere e dirigere i suoi sforzi verso i nuovi destini.

BIBL.: Oltre alle Storie generali della Chiesa, come L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, 3 voll., Parigi 1910-20; id., L'Eglise au VIe siècle, 1915, e Fliche-Martin-Frutaz, voll. I-V; per la bibli. particolare sui vari argomenti e personaggi della storia antica d'I., cf.: T. Hodgki, Italy and her invaders, 8 voll., Londra 1880-1900; C. Diehl, Essai sur l'administration byzantine dans l'exarchat de Ravenne, Parigi 1888; F. Savio, Gli antichi vescovi d'I., 3 voll., Torino 1899 - Bergamo 1932; A. Harnack, Missione e propagazione del cristianesimo, vers. II. di P. Marucchi, Torino 1906 (rist. Milano 1945); U. Moricca, Storia della letteratura latina cristiana, 3 voll., Torino 1923-34; Lanzoni; P. Batiffol, Le

1. 1. 1. 1. 1. 1. 1. 1. 1. 1. 1.

siège apostolique de St Damase à St Léon le Grand, ivi 1924; II. Lietzmann, Petrus und Paulus in Rom, 2a ed., Berlino 1927; J.-R. Palanque, St Ambroise et l'Emprise romain, Parigi 1933; G. Lucchesi, Note agiografiche sui primi vescovi di Ravenna, Faenza 1941; T. Grossi, S. Benedetto e la sua opera verso la Chiesa e la società, Torino 1943.

II. IL MEDIOEVO

La breve ricostituzione dell'unità italiana, sia pure sotto il dominio bizantino, con la sua capitale a Ravenna, è del tutto sconvolta dall'invasione dei Longobardi. Questi barbari, discesi (568) senza nessuna investitura imperiale, iniziano per conto proprio un'impresa che li porta a costituire un regno esclusivamente proprio con capitale a Pavia e con due appendici quasi autonome: i Ducati di Spoleto e di Benevento che occupano quasi tutto il dorsale montuoso dell'Appennino. Ma la loro ambizione non si ferma qui: rifattasi dagli sconvolgimenti intestini, puntano sulle città della Puglia e della Lucania dove s'incontrano con i Bizantini e poi anche con i musulmani; ma anelano pure alla conquista delle città della Campania; premono su Ravenna e la Pentapoli, e dalla Tuscia su Roma. Le popolazioni italiche, tuttavia, nonostante le eresie (monotelismo e questione delle immagini) che da Costantinopoli si tentava d'imporre anche con la forza, intendevano rimanere fedeli all'Impero, provvedendo magari con le proprie iniziative alla difesa; esso rappresentava sempre la civiltà contro gli ordinamenti barbarici e non si voleva che questi avessero a soppiantare la lex Romana. In questa reazione i romani pontefici erano alla testa, e nemmeno la conversione dei Longobardi mutò con loro i rapporti politico-nazionali, tanto che quando gli ultimi re longobardi, occupata già Ravenna, pensavano di avere in mano Roma, i papi, a difesa di quanto rimaneva ancora di romano, comprese le lagune venete e l'Istria, ricorsero, in pieno accordo con la nobiltà cittadina, all'intervento dei Franchi. Anche l'Impero d'Oriente non si mostrò contrario a quest'intervento, pensando che poteva riuscirgli utile cacciare i barbari con altri barbari, secondo la massima della politica bizantina. Ma Carlomagno che condusse i Franchi in I. nel 773 dispone diversamente: egli si proclamò re dei Longobardi, cioè del Regno settentrionale e dei due Ducati ed assicurò alla Sede Romana le istituite sancti Petri cioè i paesi che i Longobardi non avevano ancora occupati saldamente, mentre ai Bizantini rimanevano nel mezzodì i paesi ancora sottoposti al loro dominio. Nel Natale dell'8oo Leone III papa, obbedendo evidentemente ad una tradizione classica, ricostituiva con Carlomagno l'Impero d'Occidente con il concetto di avere un difensore qualificato per Roma e per la Chiesa d'Occidente, che in quel momento era quasi tutta compresa nel dominio di lui. Questi ormai, oltre che re dei Longobardi, diventa imperatore romano (qualifica che durerà sino agli albori del sec. xix), ma proprio in Roma e sue dipendenze egli non è veramente sovrano e la sua autorità s'incontra con quella del Papa; ciò non fu certo senza contrasti per lui ed i suoi successori. Si aprì così un brillante per quanto breve periodo, durante il quale si maturava il feudalesimo, si costituivano i grandi principati laici e poi anche quelli ecclesiastici, i grandi monasteri sorti ovunque allargavano la loro influenza. Principio inconsuoso: solo il cattolicesimo guidato dal pontefice doveva reggere le coscienze, informare le leggi, correggere le consuetudini, dirigere la conversione degli infedeli.

Un nuovo rigurgito di barbarie, dovuto al decadere del dominio franco ed all'invasione degli Ungheri, imperversò durante il breve periodo dei re nazionali; mentre i musulmani, conquistata la Sicilia, si infiltravano in tutta la penisola e a mala pena si potè tenere loro testa e cacciarne. I grandi feudatari, discordi fra loro, mirano a strappare al sovrano privilegi ed a rendersi il più possibile indipendenti; rendendo però debole il potere sovrano rendono più deboli se stessi, sia di fronte al nemico comune, sia di fronte ai propri soggetti che tendono a fare con loro quello stesso che essi fanno al sovrano, frazionando il possesso (e fu un bene), ma frazionando anche il potere, accrescendo l'arbitrio, mettendo sovente terra contro terra, castello contro castello. Vescovadi e monasteri con il ricevere doni di terre e con l'arricchirsi di esenzioni e di privilegi diventano anch'essi, in questo frazionamento di poteri, organismi secolareschi, si circondano di vassalli, si sostituiscono ai conti anche nel dominio sulle città; così avviene già con la fine del sec. ix di vescovi di Parma, Reggio, Arezzo, Trento, Novara, Vercelli, Aquileia. Altre sedi, come Milano, se non hanno diretto dominio sulle città, lo hanno, ed esteso, sui castelli, le valli, i fiumi, ecc. L'abbazia di Farfa (come quella di Montecassino al mezzodì) ha tanta potenza da osar contrastare anche con Roma. Tutto questo traeva man mano i prelati nell'orbita del sovrano al quale erano tenuti a prestare servizio e giuramento e dal quale ricevevano l'investitura dei feudali annessi al loro ufficio, creando una facile confusione fra lo spirituale ed il temporale. Ciò spingeva sovrani e principi infatti ad ingerirsi nelle cose interne della Chiesa, a nominare di proprio arbitrio vescovi ed abati, ad esigere per sé le decime. Gli antichi ordinamenti e concetti giuridici decadono; e si vedono alti uffici ecclesiastici affidati troppe volte a rozzi uomini d'arme e ad ambiziosi cortigiani, disposti a dissipare il patrimonio ecclesiastico a vantaggio di partigiani e vassalli, ben poco preoccupati della disciplina ecclesiastica; la simonia diventa usuale e anche i rapporti con la supremazia autorità ecclesiastica minacciano di piegare dinanzi alle cupidigia delle grandi famiglie cittadine ed alla pressione di quel mondo feudale che investe tutte le forze operanti, religiose e nazionali. Con i sovrani della casa di Sassonia si ricostituisce il S. Romano Impero al servizio ormai della nazione germanica e vi resta incluso anche il Regno italico del settentrione; ma invano quei sovrani tentano di far sentire il loro potere sul mezzogiorno che resta assai meno influenzato dagli ordinamenti feudali. Emanciparsi dalle stretteie feudali e creare nuovi, più civili rapporti sarà ormai il proposito sia dei pontefici sia della popolazione italiana, animata da spiriti e forze nuove. Più cosciente quello e più programmatico, trova la sua forza nel risveglio spirituale, dovuto in buona parte alle grandi riforme monastiche che si succedono via via sino a concretarsi con il movimento francescano sorto in I. al principio del sec. xiii, e con quello domenicano che trovò in I. la sua più propizia acclimazione; l'uno e l'altro raggiungono la più completa indipendenza dal sistema feudale. Quando questo è al suo colmo (metà del sec. xii), prende forza la riforma morale della Chiesa, la quale, con Gregorio VII, assume un aspetto anche giuridico nella lotta per le investiture, durata mezzo secolo, il cui risultato fu una più chiara precisazione della libertà e dei diritti della Chiesa. Tale lotta ebbe i suoi drammatici episodi in I. ed inutilmente vi consumarono le loro forze migliori gli imperatori della casa di Franconia. Intanto i Normanni riuscivano a formarsi un saldo regno unitario nell'I. meridionale, aggiungendovi ben presto la Sicilia riconquistata ai musulmani e trionfando sui diversi elementi regionali che tenevano diviso il paese. Il papato mantenne nell'I. centrale il suo dominio, assai più blando e meno organico di quello normanno. Al settentrione si profilano più drammatiche e complicate vicende per cui la riforma ecclesiastica procede di pari passo con i moti popolari di carattere sociale e politico insieme. Molteplici forze elaborano una età nuova, ricca di avvenire: le città marinare, Venezia, Genova, Pisa, Amalfi hanno il Mediterraneo come loro campo d'azione e, sotto la pressione di una più libera e vasta economia, tendono ad essere repubbliche indipendenti con un proprio campo di sfruttamento commerciale. Nelle città dell'interno, grazie a maestranze specializzate,

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a sapiente scambio di denaro, ad una borghesia accorta ed industrie, il Comune si organizza socialmente e politicamente al di sopra del potere del vescovo ed in opposizione ai feudatari del contado.

La città nega i vecchi tributi al Cesare d'oltralpe con orgoglio signorile e respinge i suoi messi come elementi estranei all'I. Scoppia la contesa fra le città che aspirano ad una vita propria e gli imperatori svevi che tentano di trattenerle entro la propria orbita di servitù. Sostenute dalla Chiesa, la quale mira a rendere più salda ed efficiente la libertà conquistata con la lotta per la inviolabilità, le città si stringono in lega, si fanno forti con i nuovi motto «libertas» e scrivono con gli Statuti cittadini la legge nuova d'I. L'Impero è battuto. La vittoria di Legnano rimuove le difficoltà allo sviluppo del Comune, creazione italiana, artefice di tutta la storia futura.

Il Comune è forza espansiva: conquista il contado, sottomette la feudalietà campagnola, signoreggia le grandi vie del commercio, crea intorno a sé unità politiche ed economiche sempre più vaste, prepara lo Stato moderno; ha una sua finanza, un suo esercito, dove è possibile anche una flotta mercantile; organizza leghe militari, combatte i Comuni, ha sogni di ampio dominio. Le esigenze di guerra accentrano i poteri, assopiscono le forme democratiche, aprono la via a piccole e a grandi dittature locali e regionali.

Di qui gli organismi più vasti e più complicati, si gronte e principiati, che fanno nascere il problema di un assetto politico più unitario e più sicuro nella pensione, tentando ora la soluzione federale (tale era l'idea di Cola di Rienzo), ora la soluzione unitaria con Gian Galeazzo Visconti a Milano e con Ladislao re di Napoli. Viene speranze, annullate da gelosie reciproche, da abitudini di libertà locali, da immaturità di coscienza nazionale ed ancor più da pareggio di forze tra i vari che aspirano a costituirsi un grande regno, onde i tentativi d'una parte vengono paralizzati da quelli della parte opposta. L'unità appare come un pericolo per la libertà. In tali condizioni non fu possibile giungere che ad un sistema di equilibrio politico che soltanto il prestigio personale di Lorenzo il Magnifico riuscì a prolungare.

Ma siffatto equilibrio, retto da piccoli espedienti e da compromessi fallaci, non poté produrre accordi durevoli. Nessuno degli Stati contraenti, Milano, Venezia, Firenze, Napoli... fu disposto a rinunziare alla propria autonomia e rimase diffidente dell'altro. Quando le grandi monarchie d'Europa, Francia e Spagna, militarmente più forti, accampando pretesi diritti gettaron i propri eserciti sulla penisola, questa non trovò che troppo tardi una forza di resistenza collettiva, e l'I. perdette la propria libertà.

BIBL.: Fonti: per il medioevo occupano il primo posto le opere di L. A. Muratori, Rerum Italicarum scriptores, 25 vol., Milano 1723-51 (una riedizione, voluta da G. Carducci, iniziata dal 1900, non ha ancora compreso tutto il materiale raccolto dal Muratori, mentre sono pubblicati alcuni voll. di accensioni), e Antiquitates Italicae medii aevi, 6 voll., Milano 1738-43. Inoltre: Historia patriae monumenta, edita iussu regis Caroli Alberti, 24 voll., Torino 1836-84; le Fonti per la storia d'I. (Roma 1890 seg.) e i Regesta chartarum Italiae (ivi 1907 seg.) dell'Istituto storico italiano per il medioevo; i Monumenta, le Miscellanee e i periodici delle Società e Deputazioni di storia patria (particolare) lamente importante la Miscellanea di storia italiana, della Deputazione di Torino (1862 seg.). che riguarda la storia di tutta la penisola); il Bullettino dell'Istituto italiano (1842 seg.). Alcuni testi vanno ricercati nella PL, altri nei MGH; altri ancora non sono nelle collezioni. Sono pure da consultare per i documenti imperiali J. F. Böhmert, Regesta imperii, voll. I-II, Innsbruck 1889-93 (2a ed. del I vol., ivi 1908); voll. V-VII, ivi 1881-88; voll. III, ivi 1887; per quelli pontifici: Jaffé-Wattenbach; Potthast; P. F. Kehr, I. pontificia, 8 voll., Berlino 1906-35.

Studi: F. Dahn, Urgeschichte der germanischen und romanischen Völker, 4 voll., Berlino 1881-88; F. Gregorovius, Storia della Città di Roma nel Medio-Evo, 4 voll., trad. II. Roma 1900; F. Chalandon, Histoire de la domination Normandie en Italie et en Sicile, Paris 1907; L. Halphen, Études sur l'administration de Rome au Moyen Age (751-1252), Parigi 1907; L. M. Hartmann, Geschichte Italien im Mittelalter, 3 voll., Gotha-Lipsia 1897-1911; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat Pontifical, Parigi 1911; L. Fliche, La Réforme Grégorienne, 2 voll., Lovanio 1924-25; F. Schneider, Rom und Morgenlande im Mittelalter, Monaco 1926; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, 2 voll., 2a ed., Roma 1931; G. Volpe, Il Medioevo, 2a ed., Firenze 1932; R. Morghen, La concessione dell'Impero romano-germanico e la tradizione di Roma da Carlo Magno a Federico II, in Rend. Acc. Lincei, sess. VI, vol. XIII, 1936; E. Jordan, L'Allemagne et l'Italie au XIIe et XIIIe siècles, Parigi 1939; G. Romano-A. Solmi, Le dominazioni barbariche in I. (395-888), 3a ed., Milano 1940; L. Salvatorelli, L'I. comminata dagli inizi del sec. XI alla metà del sec. XIV, 2 voll., ivi 1940; E. Garin, Il Rinascimento italiano, Milano 1941; G. Falco, La Santa Romana Repubblica. Profilo storico del Medio Evo, Napoli 1942; E. Dupré Theseider, L'idea imperiale di Roma nella tradizione del Medioevo, Milano 1942; L. Sorrento, Medievalia, Brescia 1943; Ch. Petit-Dutaillis e P. Guinard, L'Essor des états d'Occident, 2a ed., Parigi 1944; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1948; N. Valeri, L'I. nell'età dei Principi, Milano 1949; L. Salvatorelli, I. medievale, Milano 5. d.; R. Cessi, Regnum ed Imperium in I., Bologna 1949; G. Fasoli, I Re d'I., Firenze 1949; G. Mollat, Les Papes d'Avignon, 10a ed., Parigi 1950; L. Simeoni, Le Signorie, Milano 1950.

37. ETÀ MODERNA E CONTEMPORANEA

a) La conquista dell'I. - «Anno 1494: anno infelicissimo, anno primo degli anni miserabili», scriveva il Guicciardini, pur non celando il suo grande stupore per la ricchezza delle nostre città: robuste come organismi economici, maestre di arte e di scienza, centri cospicui di un nuovo movimento di civiltà, animate dalla protezione di pontefici e di signori.

Il contrasto che turbava Guicciardini era nell'esistenza di una superiorità civile dell'I., compromessa nel momento in cui l'I. stessa stava per divenire la più ambita preda delle grandi monarchie d'Europa, forti della propria unità politica.

L'I. è una costellazione di cinque maggiori Stati che faticosamente si bilanciano: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli; pure indipendenti sono alcuni Stati minori: Savoia, Mantova, Ferrara, Saluzzo, Modena, Genova; la Sicilia e la Sardegna, sono alla dipendenza degli Aragonesi di Spagna.

Frantumata e perciò debole, logorata da gelosie interne, incapace di accordi durevoli, l'I. diventa l'oggetto comune delle ambizioni delle giovani potenze, poiché I. vuol dire il più ricco tesoro di beni e di fortune mediterranee, strada aperta verso l'Asia e verso l'Africa; con numerosi porti, naviglio mercantile o da guerra, ricchezza bancaria e industriale, robusta riserva di uomini, di armi e di vettovaglie. Dapprima Francia e Spagna, poi Impero, Svizzera, Turchi, si prefiggono la conquista dell'I. o di una parte di essa.

b) Tentativi di re francesi. - La Francia elabora una politica italiana invocando vecchi diritti sulla Lombardia e sul Regno di Napoli, senza pensare più all'altra sponda. Abbandona le sue aspirazioni sull'Inghilterra: rinuncia anche alla espansione verso le Fiandre, la Germania e la Spagna per avere l'I. Carlo VIII, sebbene abbia preso il titolo di «re di Sicilia e di Gerusalemme», non aspira che al Regno di Napoli, quale erede degli Angioini.

Il suo governo disapprovato questa guerra: non vede quale sicurezza possa dare una terra tanto distante. Ma il suo amore di avventura lo sollecita come lo sollecita Ludovico il Moro, usurpatore di Gian Galeazzo e imparentato con il Re di Napoli; ancora più lo sospingono alla conquista i baroni napoletani, in conflitto con la corona. L'impresa non incontra resistenza per la superiorità dell'artiglieria di Carlo VIII. Valicato il Comenio nel sett. 1494, egli passa a Milano avendo ottenuto promessa di libero passaggio dal Duca, e si dirige verso Firenze; Pietro de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, gli fa omaggio, ma è costretto a lasciare la sua città dove il popolo è in fermento. Quando il Re vuol imporre alla Repubblica odiosi patti, si trova di fronte la minaccia di Pier Capponi e desiste dalle pretese. A Roma costringe ad accordi Alessandro VI. Il 22 febbr. dell'anno dopo entra in Napoli festeggiato dai baroni e prende possesso del reame. Al fulmine successo delle armi francesi risponde tosto una coalizione fra Spagna, Casa d'Austria,

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Venezia, Milano ed Alessandro VI: inizio di una politica di alleanza che nasce intorno al problema italiano; Carlo VIII, sopraffatto dalle forze della lega, si apre a stento un passaggio a Fornovo (6 luglio 1495) e ripara in Francia.

Nel 1498, moriva Carlo VIII senza discendenti. Gli succedeva il cugino Luigi XII (1498-1515) della Casa Valois d'Orléans. Già signore di Asti in I., assunse il titolo di re delle Due Sicilie e di duca di Milano, pretendendo al Milanese come erede di Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo. Egli si alleò con Venezia, a cui promise Cremona e Ghiaradadda, e affidò a Gian Giacomo Trivulzio, milanese, il comando delle sue truppe. Il Moro fuggì in Germania; ivi raccolse forze ma fu sconfitto a Novara e condotto in Francia dove finì i suoi giorni prigionieri. Luigi XII rimase signore di Milano. Di là, aggregatosi Cesare Borgia, il figlio di Alessandro VI che si era creato una propria signoria con alcune città delle Marche e di Romagna, mosse alla conquista di Napoli. Segreti accordi con Ferdinando di Aragona re di Spagna e di Sicilia, per una ripartizione del Regno, lo esporse a litigi per questioni di confini che gli costarono la rinuncia al Regno (1504). Napoli diventa, con la Sicilia, una provincia del Regno di Spagna.

I Veneziani, cresciuti in potenza con l'acquisto di Cremona, della Ghiaradadda e di alcuni porti delle Puglie e di città in Romagna, sembravano in procinto di avere in loro balia la penisola, per cui Machiavelli scriveva: «O la sarà una porta che aprirà loro tutta I. o le fa la rovina loro».

Morto Alessandro VI nel 1503 saliva al soglio pontificio Giulio II che per rivendicare le città di Romagna occupatagli aderì alla lega di Cambrai con il Cesare tedesco, Francia e Spagna a danno di Venezia (1508): questa, battuta ad Agnadello (1509), rinunciava al papa ed al re di Spagna i suoi nuovi possessi. Allora Giulio II si propose di cacciare i Francesi dall'I. con la forza di un'altra lega, detta Santa (8 ott. 1519). Vi aderirono gli Spagnoli, gli Imperiali, accanto a Inglesi e poi a Svizzeri e alla stessa Repubblica di Venezia. La penisola è nuovamente rimaneggiata. Massimiliano Sforza, figlio del Moro, ebbe il Ducato di Milano. La Repubblica di Firenze, che aveva partecipato per i Francesi, fu abbattuta e ricadde in mano dei Medici (ag. 1512). Parma e Piacenza furono cedute al pontefice Giulio II; gli Svizzeri presero Locarno e la Valtellina.

Nel 1515 Francesco I, successo al cugino Luigi XII sul trono di Francia (1515-47), ricuperava il Milanese con la battaglia di Marignano (13-14 sett.) e sottometteva Genova.

c) La contesa tra Francia e Spagna. — L'anno dopo a Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, succedeva il nipote sedicenne, che tre anni più tardi, in gara con Francesco I, era eletto imperatore. La vastità dei domini che Carlo V raccoglieva con la duplice corona di Spagna e di Germania soffocava da ogni lato la Francia, mentre i beni di oltre mare parevano conferirgli una sovranità mondiale. Francesco I osò contrastargli tanta potenza e la lotta combattuta in I. e in Francia, con il concorso dei maggiori Stati, durò 39 anni: dal 1520 al 1559, con sorte per lo più avversa ai Francesi e portò profondi rivolgenti nel sistema territoriale della penisola. Francesco I iniziò la guerra nel 1521. Un esercito ispano-tedesco conquistò Milano. Gli Svizzeri, al servizio della Francia, assalirono l'esercito imperiale presso Milano, alla Bicocca, ma furono battuti; anche Genova fu tolta alla Francia e la Lombardia fu data a Francesco II Sforza, fratello di Massimiliano. Francesco I dalla Francia calò in I. per il Moncenisio e rieduccò Milano (ott. 1524). Le truppe di Carlo si ridussero entro Pavia che fu assediata dai Francesi. Dopo 4 mesi di assedio si impegnò una battaglia campale (24 febbr. 1521) rovinosa per Francesco I, fatto prigioniero e condotto a Madrid. Tutto andò perduto. Gli Stati italiani sentirono il pericolo della potenza asburgica e si accostarono alla Francia (ag. 1525), seguiti dall'Inghilterra che partecipò anch'essa ad una politica italiana.

Riavuta la libertà, ecco Francesco I al centro di una lega ora contro gli Imperiali, insieme con il papa Cle

mente VII, i Veneziani, i Fiorentini e lo Sforza. Ancora una volta il papa appariva liberatore d'I. Ma le truppe della lega non ebbero fortuna. Roma fu assalita e messa a sacco dai lanzichenechi (1527); il Papa, riparatosi in Castel Sant'Angelo, dopo nove mesi riscattò con il denaro la sua città; frattanto la peste desolava l'I., la povertà e il dissolvimento colpivano tutti, dai contadini agli artisti, sbandati ed esuli. Una breve tregua segnata dalla pago di Cambrai (1529) rimetteva a Milano lo Sforza, a Firenze i Medici, mentre Carlo V, signore di Napoli, prendeva a Bologna la corona imperiale (21 febbr. 1530). Firenze, dove s'era restaurata la repubblica nel 1527, tentava di resistere al ritorno dei Medici, e per noi mesi sosteneva l'assedio degli Imperiali, difesa dalle fortificazioni di Michelangelo. Nell'ag. si arrese e i Medici rientrarono e vi stettero fino al 1737.

Il sacco di Roma e la capitolazione di Firenze chiudono il periodo aureo del Rinascimento. Nel 1520 moriva Raffaello, un anno dopo Leonardo, nel 1527 il Ma-chiavelli, nel 1533 l'Ariosto, l'anno seguente il Correggio, nel 1531 Andrea del Sarto. Letterati ed artisti si portano nelle corti straniere e vi diffondono le luci del loro genio. Il Rinascimento italiano diventa europeo, mentre va declinando nella sua terra d'origine. Incomincia l'età della Riforma.

Dopo i trionfi di Lutero in Germania, nel 1545 si apriva il Concilio di Trento (v. TRENTO, CONCILIO di). Innamorato nel 1536 il conflitto veniva ripreso. Francesco I, senza dichiarazione di guerra, con ingiustificata violenza, il 3 apr. entra in Torino, considerata base della resistenza degli Imperiali e nuovo punto di partenza per la conquista della Lombardia: il Piemonte restò in possesso di Francesco per 23 anni.

Nel 1556 Carlo V abdica lasciando al fratello Ferdinando I l'Impero, al figlio Filippo II i domini di Spagna; la Casa d'Austria non è più un blocco solo, ma è suddivisa nei due rami, d'Austria e di Spagna. La guerra prosegue, giunta alla sua sesta ripresa. Enrico II, successo al padre Francesco I nel 1547, rinnova la passata ostilità, ma per più breve tempo e con avverso destino. Filippo II si apre la via di Parigi con la battaglia di S. Quintino (ag. 1557). Il trattato di pace concluso a Cateau-Cambrès (1559) afferma il predominio spagnolo in I.: Lombardia, Napoletano, Sicilia, Sardegna e lo Stato dei Presidi (fortezze sul Mar Tirreno) rimangono in possesso della Spagna per un secolo e mezzo. Il Piemonte ritorna in parte ai Savoia, nella persona di Emanuele Filiberto, il combattente di S. Quintino con gli Imperiali. Il Ducato di Firenze, che fra poco sarà granducato, restava ai Medici ingrandito con il territorio senese.

d) Periodo spagnolo: attività e passività. — Questo periodo di guerra non fu tutto passività per l'I. Essa perdette uomini, terre, armi, ma non perdette mai il prestigio della propria superiorità intellettuale.

Il nuovo assetto è già un progresso: esso offre una maggiore omogeneità politica raccogliendo maggior numero di terre entro una stessa potestà statale.

Il regresso si attua nella vita economica e civile e nella produzione industriale e agricola; i migliori esulano, la nobiltà si ritrae dalle usate attività, la borghesia è soffocata dalla concorrenza straniera e dal movimento di affari transoceanici, dai quali rimane esclusa. Ma non dovunque è vita misera e provinciale; quel tratto d'I. che è ancora libera dallo straniero, rientra nella grande politica, riprende la vecchia contesa tra Francia e Spagna, approfitta di ogni fatto nuovo soprattutto per svolgere una politica autonoma. Per opera del Piemonte l'I. cessa di essere un elemento passivo della politica europea. Già con Emanuele Filiberto porta il suo peso sui destinati d'Europa; egli considera il suo Stato come «il bastione d'I.»; cerca uno sbocco al mare, comperando Onglia; impone l'uso della nostra lingua negli atti pubblici. Ancor più decisamente italiana è l'attività diplomatica e militare di Carlo Emanuele, che tenta un'azione concorde con la Francia di Enrico IV per scuotere la egemonia asburgica. Egli, più che sui possessi transalpini, preme sul versante padano, mirando a Milano; punta su Genova che però resiste; ma riesce ad acquistare

Finale; ottiene da Enrico IV il Saluzzese e possessi in terra francese. Combatte due volte per avere il Monferrato. Si oppone all'insediamento asburgico in Valtellina. La grande politica attira anche Venezia. Essa dà segni di forte vitalità nella lotta contro i Turchi a Lepanto, (1572) nella difesa, per quanto rovinosa, di Cipro e di Candia, nell'occupazione del Peloponneso che tenne dal 1699 al 1718.

La Toscana fa grandi sforzi per sfuggire al pericolo comune di decadenza e con il granduca Cosimo I (1537-1574) poi con Ferdinando I (1587-1609) ha momenti di fioritura commerciale e portuaria. Lo Stato della Chiesa, che divide i domini spagnoli del nord da quelli del sud, è un freno al dilagare della potenza madrilena. Tutto rivolto alla restaurazione del cattolicesimo, ritrova le forze di ordine e di disciplina che avevano fatto la grandezza del papato nel medioevo e si giova del Concilio di Trento (1545-53), dell'Ordine dei Gesuiti, come di altri Ordini e Congregazioni, del Tribunale supremo dell'Inquisizione a Roma per una sistematica lotta contro l'eresia che s'era presentata minacciosa anche in L'I. Diede ogni giorno il suo contributo a questa opera di restaurazione religiosa e visse ancora in solidarietà con la Chiesa, negando la propria adesione al protestantismo. Mentre il papato nutriva l'ideale di un umanesimo cristiano che non sacrificasse, come il vecchio umanesimo, il culto della virtù a quello dell'arte, i condottieri della riforma cattolica ponevano la perfezione morale al di sopra di ogni altra perfezione attuando proprio gli spiritualità cristiana, trasfusi in opere religiose e civili, non supposti dai capi luterani: scuole, orfanotrofi, ospedali, oratori per fanciulli, colonie di missionari in terre lontane, ecc.

e) L'

I. e le guerre di successione

La situazione interna d'I. muta radicalmente con le tre guerre di successione, spagnola, polacca, austriaca. La prima, conclusa con i trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), toglie alla Spagna i possessi in I., e assegna all'Austria il Milanese, con l'aggiunta del Mantovano tolto ai Gonzaga, nemici dell'Impero, di Napoli e della Sardegna; dà la Sicilia a Vittorio Amedeo II con il titolo regio; la seconda guerra (pace di Vienna 1718) assegna la Toscana al duca di Lorena, Francesco Stefano, essendosi estinti i Medici con Gian Gastone; toglie all'Austria Napoli e la Sicilia che trasferisce a Don Carlo di Borbone, lasciando all'Austria, con il Milanese, Parma e Piacenza; assegna Novara e Tortona al re del Piemonte Carlo Emanuele II; la pace di Aquisgrana (1748) che chiude la terza guerra riduce alla sola Lombardia il dominio austriaco in Italia, porta fino al Ticino il Regno sabaudo con l'alto Novarese e l'Oltrepò pavese.

Queste guerre trovarono il Piemonte preparato a giocare sul vecchio dualismo franco-auspicio, e a cercare fra gli stranieri un punto d'appoggio per connettersi con le forze d'Europa ed entrare attivamente nella vita internazionale.

Fra la prima e la seconda guerra cade l'avventura di Giulio Alberoni, il cardinale che fu primo ministro alla corte di Madrid, con il suo grandioso programma di togliere all'Austria le province d'I., per darle ai figli di Elisabetta Farnese che egli aveva unito in matrimonio con Filippo V di Spagna. Esito infelice: l'Alberoni fu licenziato.

Vittorio Amedeo dovette accettare la Sardegna in cambio della Sicilia, ceduta all'Austria. Nella guerra di successione polacca trovò un posto di combattimento Carlo Emanuele III di Savoia con la promessa del Milanese, negata e ridotta poi alla consegna di poche città.

Nella terza guerra, austriaca, lo stesso Re rinnova la sua collaborazione con la stessa posta di Milano, in cui si insedia per pochi mesi, vi si accosta poi con un altro passo innanzi, dopo la brillante vittoria dell'Assietta (1747). Un anno prima, Genova aveva cacciato gli Austriaci che si erano introdotti in Liguria.

f) Il periodo riformatore. — Ed ora cinquant'anni di pacco. La situazione territoriale rimane immutata, eccetto la perdita della Corsica, che Genova vendette alla Francia nel 1768 per liberarsi dei continui torbidi isolani. Pace feconda di avanzamenti ideali e reali. Non più molto di eserciti, ma di pensiero: studio di problemi economico-amministrativi; esame del problema d'I.: si comincia a delineare la necessità di una I. libera per potersi affiancare con le grandi potenze d'Europa. Il Muratori presenta la storia d'I. in un corpo organico. Il Vico sostiene l'intima autonomia nello sviluppo dei popoli, entro regole eterne.

Il Parini deplora l'ozio dei nobili; l'Alfieri la servitù d'I.: il Genovesi la disunione economica; il Bareti la divisione politica; il Verri l'intralcio delle barriere interne; il Filangeri la mancanza di colonie sull'altra sponda; il Beccaria l'inumanità del diritto penale e il monopolio della mano d'opera. Filosofi e letterati sospingono i governi d'I. ad attuare riforme che aumentino i prodotti dell'industria e della terra, riducano i privilegi di classe, adeguino il clero ai laici negli obblighi tributari, svincolino le terre dalla manomorta e il lavoro dai ceppi del corporativismo medievale; riforme che favoriscano i traffici sul sistema stradale e la navigazione interna. Si avverte l'inferiorità dei piccoli Stati entro la piccola economia di provincia. Si comincia a considerare l'I. su di un piano di interessi nazionali: ecco il progetto Galeani Napoleon del 1786 per un ordinamento unitario federale della penisola, per un accordo militare e commerciale tra tutti i suoi Stati. Egli invoca l'influsso morale di Roma e si augura il primato effettivo dei Savoia. Prima grande idea di una collaborazione nazionale, con a capo il pontefice, moderatore supremo di una politica sabauda su vasta scala.

Dei cinquant'anni di pace, profitta l'I. colta, anche per accogliere favorevolmente le novità dottrinali che matureranno con la Rivoluzione Francese.

Infatti la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino viene accolta nei cenacoli dei filosofi e nelle logge massoniche d'I. con entusiasmo: essa promuove la formazione di un partito democratico repubblicano, unitario secondo alcuni, federale secondo altri. Viene accolto ugualmente il principio della sovranità popolare di cui si apprezza il significato quale pubblica affermazione del diritto all'indipendenza dal dominio straniero; esso crea il «patriotismo», non più locale o culturale, ma nazionale e democratico.

BIBL.: Fonti: per l'età moderna non si hanno collezioni generali di fonti: il materiale, vastissimo, è disperso in raccolte molteplici. In edizioni monumentali come quelle dei diari di Marin Sanudo per Venezia, quelle che riguardano Firenze, Na-

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poli ecc. Si aggiungano carteggi di personaggi illustri, relazioni diplomatiche, discorsi politici, bollari di pontefici ecc. E non tutto di quanto si ha a stampa ha avuto un'edizione adeguata. Pastor; C. Morandi, Idee e formazione politiche in Lombardia dal 1784 al 1814, Torino 1927; N. Cortese, Stato ed ideali politici nell'11. meridionale nel'1700, Bari 1927; C. A. Jemolo, Il giansenismo in I. prima della rivoluzione, 1812; B. Croce, Storia dell'età barocca, 1929; A. Anzilotti, Movimenti e contrasti per l'unità italiana, 1930; F. Valsecchi, L'assolutismo illuminato in Austria ed in Lombardia, Bologna 1931; E. Fucet, Storia del sistema degli Stati europei dal 1942 al 1959, Firenze 1932; E. Walser, Gesammelte Studien zur Geistesgeschichte der Renaissance, Basilea 1932; A. Fanfani, Le origini dello spirito capitalistico in I., Milano 1933; F. C. Church, I riformatori italiani, trad. it., Firenze 1935; F. Chabod, Per la storia religiosa dello Stato di Milano durante il dominio di Carlo V in Lombardia, Bologna 1938; D. Cantimori, Ereti italiani del Cinquecento, Firenze 1939; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, 1940; G. Toffanin, Storia dell'Umanesimo, Bologna 1943; E. Pontieri, Il tranonto del baronaggio siciliano, Firenze 1943; E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Città del Vaticano 1945; H. Jedin, Katholische Reformation oder Gegenreformation?, Lucerna 1946; E. Codignola, Illuministi, giansenisti e giacobini nell'11. del Sec. V. Firenze 1947; M. Petrocchi, La controriforma in I., Roma 1947; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, Brescia 1949; F. Chabod, Gli studi di storia del Rinascimento, in Cinquanta anni di vita intellettuale, Napoli 1950, pp. 125-207; P. Taché Venturi, Storia della Compagnia di Gesù in I., Roma 1950; M. Petrocchi, Il tranonto della Repubblica di Venezia e l'assoluzione illuminato, Venezia 1950.

g) Il periodo francese. - Le logge massoniche si convertono in clubs giacobini. Al riformismo legale succede l'agitazione rivoluzionaria. Le nuove idee hanno già i loro affermatori a Napoli (1794), a Palermo (1795), a Bologna (1794). Napoleone passa le Alpi nel 1796 con promesse di libertà. Il partito dei novatori lusingato e credulo gli facilita la marcia. Egli viene a combattere l'Austria nella pianura padana per aprirsi la via di Vienna attraverso i valichi alpini.

Il re di Sardegna Vittorio Amedeo III accetta la guerra entrando nella prima coalizione a fianco dell'Austria, e ne è la prima vittima.

Bonaparte, battuti gli Austro-Sardi a Montenotte e a Millesimo, costringe Vittorio Amedeo III a cedere la contea di Nizza e la Savoia, le fortezze di Cuneo, Tortona, Alessandria. Il Piemonte è libera via di transito ai Francesi. Bonaparte entra in Milano il 12 maggio 1796 e punta su Mantova che capitola nel genn. 1797.

Questa prima guerra contro l'Austria si chiude con il trattato di Campoformio che dà ad essa il Veneto in cambio del Belgio per la Francia. Napoleone prosegue la campagna d'1. per la conquista dell'intera penisola, puntando anche su Roma.

Pio VI ha sconfessato quei sacerdoti francesi che avevano prestato il loro giuramento alla Repubblica: perciò la Francia ritiene ostile la S. Sede. Ostili sono anche le plebi d'1. Le vittorie dei sanculotti hanno infatti una risposta in senso conservatore nelle sommose rurali e urbane che vogliono difendere le proprie tradizioni e la propria Chiesa; le più clamorose furono le pasque veronesi, nell'anniversario dei Vespri Siciliani.

Bonaparte incoraggia i novatori ad insorgere contro i vecchi governi e istituisce una legione italica a cui viene consegnata la bandiera tricolore. Cade ovunque l'antico regime. Sorgono repubbliche regionali, italiane, ma tutelate dai comandi militari francesi e dai delegati di Bonaparte. Ecco la Confederazione Cispadana (7 genn. 1797: Parma, Modena, Ferrara, Reggio) che, ingrandita dalla Lombardia, divenne la Repubblica Cisalpina (18 luglio 1797); poi altre di ugual stampo, la Ligure, la Romana, con l'arresto del Papa (condotto in Francia prigioniero), quindi la Partenopea (24 genn. 1799), provocata dall'inutile intervento di Ferdinando IV per restaurare lo Stato della Chiesa; così pure la Toscana, trasformata nella Repubblica Etrusca; e da ultimo il Regno Sardo, ove Carlo Emanuele IV, succeduto a Vittorio Amedeo III, dovette rinunciare al Piemonte a favore della Francia, ritirandosi in Sardegna, come Ferdinando di Napoli si era ritirato in Sicilia.

La momentanea assenza di Napoleone dall'Europa, per l'impresa d'Egitto, riporta in Italia gli Austriaci al-

leati dei Russi (1799). È la reazione dei 13 mesi; cadono le repubbliche, risorgono i regni di prima. Ma con il ritorno di Napoleone, nuovo sovvertimento. La vittoria di Marengo assicura a lui il Piemonte e la Lombardia. Il primo è incorporato con Genova alla Francia, l'altra rinova la Repubblica Cisalpina, che di lì a poco, dopo i comizi di Lione, prende il nome di Repubblica Italiana. La Toscana con lo Stato dei presidi diventa Regno di Etruria per Ludovico I, genero del re di Spagna, in cambio di Parma e di Piacenza: il Papa e Ferdinando IV rientrano nei loro Stati.

Lo sviluppo dell'imperialismo francese, volto alla conquista d'Europa, muta ancora la carta d'1. La Repubblica Italiana diventa Regno d'1. (1805): viceré il figliastro di Napoleone, Eugenio di Beauharnais, ma con l'aggiunta di Parma, mentre Genova è annessa alla Francia. Nel 1806 il Regno è accresciuto della Venezia, ma i suoi domini sull'altra sponda sono annessi alla Francia con il nome di Provincie Illiriche.

Nel 1807 Toscana e Parma diventano dipartimenti della Francia, e Firenze capoluogo e sede di corte per Elisabetta, sorella di Napoleone.

Nel 1808 il Regno d'1. è accresciuto delle Marche per metterlo in comunicazione più diretta con il Regno di Napoli che da Ferdinando Borbone passa a Giuseppe Bonaparte; questi poi, fatto re di Spagna, lo cede a Giacobino Murat. Il 17 maggio 1809 Roma è dichiarata città dell'Impero e tutto il restante territorio pontificio diventa territorio francese. Pio VII è deportato a Savona.

Nel 1810 il Regno d'1. acquista ancora il Trentino e l'Alto Adige fino alla chiusa di Bressanone. Ma poco dopo tutto precipita insieme con la fortuna di Napoleone. Dei reggenti napoleonici, nel 1814, rimane in I. solo il Murat: ma egli invano tenta con il proclama di Rimini (marzo 1815) di mantenersi il Regno che è ripresto da Ferdinando IV.
Gli Austriaci entrano in Milano il 30 maggio 1814.

h) Restaurazione e fermenti liberali. - Il Congresso di Vienna decide le nuove sorti d'1. con l'atto finale del 9 giugno 1815; il Lombardo-Veneto è dato all'Austria; Genova è aggiunta al Piemonte; Modena e Reggio passano ad un arciduca austriaco, Francesco IV d'Este; il Granducato di Toscana a Ferdinando III di Lorena; il Regno delle due Sicilie a Ferdinando I di Borbone, già Ferdinando IV. Il Papa è reintegrato nei suoi domini, mentre l'Austria tiene presidio a Ferrara e si sforza di condurre la politica italiana.

Gli anni che seguono sono un continuo fermento di idee novatrici e un lavoro preparatorio della riscossa nazionale. La spinta è ancora la vicenda napoleonica. Erano passati vent'anni di contatti italo-francesi, fecondi anche nei loro quotidiani attriti.

La cruda esperienza smorzò le prime illusioni. Si cominciò a credere non più in una libertà elargita, ma guadagnata. I moti anti-napoleonici predisposti da una società segreta detta de' Raggi, preludio di quella carbona, e il famoso tentativo del generale cisalpino Lahoz per dare al misogallismo dell'Alfieri l'eloquenza delle armi, aveva già messo a prova la coscienza nazionale, addestrata ai proclami insurrezionali dello stesso Bonaparte. L'1. ora prosegue su quella strada, mettendo a profitto i risultati positivi della dominazione francese. Se la Francia aveva dato una vana illusione di libertà politica, aveva tuttavia, se non altro formalmente, promosso l'esercizio di una certa libertà civile ed amministrativa.

Così l'1. riprese l'opera interrotta dal Congresso di Vienna, ma con proprie iniziative. Ecco il primo Risorgimento che ha gli stessi uomini di ieri, gli ex-ufficiali italiani di Napoleone. L'ideale di indipendenza che ospita nelle società, sfocia nei moti costituzionali del 1820-21 e poi del 30-31 che si sperò erroneamente di coordinare con le insurrezioni straniere, prima di Spagna, poi di Francia. L'Austria si soffocò nel nascere. L'ultimo moto carbonaro, scoppiato nel 1831 a Modena, fu stroncato dal duca Francesco IV.
Tra queste distrette nasce il mazzinianesimo con il principio nuovo: la Repubblica unitaria. Mezzi d'azione:

l'iniziativa italiana, l'intervento del popolo, concezione della vita come una battaglia, accettazione della prova come un mezzo di risorgimento, armonia fra il pensiero e la azione. Meta prossima: la libertà dell'I. ma quale condizione essenziale per la libertà dell'Europa e del mondo. Meta ultima: Roma sede di un concilio teocratico- laico dei popoli per una fraternità senza confini e senza distinzioni di razza. Strumenti di propaganda: la Giovane Italia, che fu associazione e giornale.

L'idea rivoluzionaria acquistò terreno, ma l'attivismo di G. Mazzini si tradusse in un vano sacrificio di giovani vite. Nasce la critica al mazzinianesimo come questo l'aveva fatta alla carboneria. Si cercano altri mezzi. Vincenzo Gioberti guarda alla Chiesa. Con il suo «Primato degli Italiani» (1843) vuol preparare all'I. un pontefice che sia ispiratore della rivoluzione nazionale, attingendo dalla storia d'I. la tradizione di un papato sempre solidale con la causa italiana. È la premessa storica del partito neo-giulfo; espressione italiana di un movimento europeo, il romanticismo cattolico-liberale. Chateaubriand aveva scritto ca. 20 anni prima: «Le arti italiane ebbero Leo- ne X; non potrebbe avere un altro Leone l'italiana libera?». Mazzini confidava nel popolo. Ora si confida nel Papa e nei principi. Massimo D'Azeglio (1846) bia-sima i moti insurrezionali e sostiene la necessità di creare un'opinione pubblica nazionale intorno ai problemi economici d'I. per eccitare un'azione di governi in senso liberale e per creare l'accordo fra i principi e il popolo.

L'elezione di Pio IX (1846) parve realizzasse tali aspirazioni. Egli inizia il Risorgimento sopra il terreno della legalità e dell'azione statale. Le sue riforme trovano i principi d'I. disposti ad essere ugualmente riformatori. L'opinione pubblica invoca una costituzione. La si attende nel nome del nuovo Pontefice che eleva il grido fatidico: «Benedicto Gran Dio l'I.». Pio IX diventa un simbolo. Quando Vienna insorge, eccitata dalla rivoluzione di Parigi, Milano si solleva e combatte le sue cinque giornate per cacciare gli austriaci di Radetzky. Anche Venezia è in fiamme. Si invoca l'intervento del Piemonte, e Carlo Alberto delibera la guerra. Il 27 marzo del 1848 egli varca il Ticino e muove oltre il Mincio. La prima campagna d'in- dipendenza, con i contingenti militari affluenti da ogni Stato della penisola, di fatto anche dallo Stato pontificio, insieme con numerosi volontari, ha lieto inizio a Giotto e Peschiera, ma infausto epilogo a Custoza (23-25 luglio). L'abbandono dei principi, resi diffidenti dal fatto che il Piemonte non ne voleva sapere di giungere alla lega federativa, portò la dissoluzione. Radetzky rientra in Milano il 6 ag. e Carlo Alberto rientra in Piemonte. L'anno seguente, Carlo Alberto rientra la prova ma è nuovamente sconfitto a Novara (23 marzo 1849). Egli abbia in favore del figlio Vittorio Emanuele II e va esule ad Oporto, ovunque il 28 luglio.

Il neo-giulfismo non ebbe buona fortuna, sia per il mancato accordo fra i principi perché era temuta la suprema zia del Piemonte, sia per le mene sovvertitrici degli estremisti mazziniani. Dopo il 1849 si rinnovano le con- giure.

i) Cavour e il Piemonte. — Ma la questione italiana viene ripresa e monopolizzata dal Piemonte e la dà luce il Cavour che guarda a Parigi e a Londra. E da quelle capitali si guarda pure a Torino. L'intesa avviene sulla guerra di Crimea. Il Piemonte, richiesto di aiuti, vi partecipa, insieme con il franco-inglesi, contro la Russia. Nel Congresso della pace, a Parigi, Cavour raccoglie le prime simpatie internazionali. Sono i primi frutti della politica liberale europea. Poi l'incontro con Napoleone II a Plombières e l'impegno di una collaborazione francese alla guerra contro l'Austria. La seconda campagna d'indipendenza (1859) è rapida da Magenta a Solferino. La Lombardia è indipendente; rimane però ancora austriaco il Veneto. Ma Cavour raccoglie più ampie messe. Fa insorgere le popolazioni dell'I. centrale (Modena, Parma, Bologna, Toscana). Ne annette i territori con voto plebiscitario. Prevalle l'idea monarchica per opera della rivoluzione abilmente timoneggiata a favore della dinastia sabauda. Così quando la marcia dei garibaldini si arresta al Volturno, Cavour non lascia l'iniziativa anti-borbonica totalmente in balia del partito d'azione a sfondo mazziniano e sinistro. Teme la repubblica e per questo invia re Vittorio attraverso le Marche e l'Umbria ad incontrare Garibaldi, che cede all'esercito regio e si ritira a Caprera.

l) Il Regno d'I. — Il 14 marzo 1861 venne proclamato a Torino il Regno d'I., nel primo Parlamento nazionale composto di 214 senatori e 413 deputati, rappresentanti di tutte le regioni. Il 6 giugno moriva il Cavour che stava preparando diplomaticamente l'acquisto di Venezia e di Roma.

Dei due problemi, l'uno fu risolto da La Marmora mercé l'alleanza con la Prussia sollevata contro l'egemonia dell'Austria, quindi con una campagna del 1866 nel Veneto sia per terra (Custoza) sia per mare (Lissa). L'altro, dopo i tentativi garibaldini, stroncati dall'intervento sabaudo (Aspromonte) e dalle congiunte forze franco-pontificie a Mentana (1867), fu risolto grazie alla caduta di Napoleone III (1870); la sconfitta di Sedan dava libertà di azione al governo italiano che non si ritiene più vincolato dalla Convenzione di Sett. (15 sett. 1864), cui era seguito il trasporto della capitale da Torino a Firenze per la sorveglianza dell'inquieto garibaldinismo. Il 20 sett. 1870 le truppe italiane entrarono in Roma e Pio IX si rinchiudeva in Vaticano. All'unità nazionale mancavano ancora i territori di Trento, di Trieste e dell'Istria.

Restava ora, per il componimento dell'impresa nazionale, la sistemazione unitaria spirituale e materiale del giovane Stato, che di unitario aveva solo la conformazione esteriore. Una pesante mole di problemi gravava sul nuovo Parlamento, composto di una Destra e di una Sinistra corrispondenti alle due principali tendenze di tutti i moti nazionali: il partito moderato e il partito d'azione, i monarchici e i repubblicani. La soluzione del problema finanziario, primo in ordine di tempo, fu l'ultima benemerenza della Destra storica; il pareggio fu raggiunto nel 1876, anzi superato con l'avanzato di oltre 20 milioni; la rete ferroviaria e telegrafica, mezzi potenti di unione, erano raddoppiate.

In quell'anno la Destra cedette il governo alla Sinistra che a poco a poco aveva rinunciato al programma antimonarchico. Agostino De Pretis fu il primo dei vecchi repubblicani che indossò panni ministeriali, seguito poi da Cairoli, Crispi, Nicotera, Zanardelli. Si accentuò il regime di sovranità popolare. Ma la politica estera fu discorde dalla politica interna: questa si accostava alla Francia democratica con allargamenti graduali del suffragio elettorale; quella si stringeva agli Imperi centrali mediante la Triplice Alleanza (1887), risposta di Roma all'occupazione francese di Tripoli.

Il ministero Francesco Crispi tentò (1887-96) una politica militare a scopo coloniale, ma con tendenze dittatorie, sfociando nel disastro di Adua. Il partito socialista, sorto ufficialmente nel 1892, iniziò con Leonida Bissolati, sostenuto da Felice Cavallotti, un'aggrempia opposizione a qualsiasi avventura militare.

Il governo risponde con leggi eccezionali e numerosi arresti. Crispi dovrà dimettersi (9 marzo 1896), rassegnando il potere ad un uomo di Destra, il marchese di Rudini. Il 29 luglio 1900 l'eccidio di re Umberto segna il tramonto della vecchia I. e l'affermazione decisiva di un governo liberale e democratico, prima con Zanardelli, poi con Giolitti, dal 1903 al 1914. Corrono anni di forte incremento industriale sorretto dalla politica borghese dei grandi affari, con occhio anche alle classi operaie, quindi rispetto della libertà di sciopero, tutela degli emigranti, campagna contro la malaria, incremento al cooperativismo, alle case popolari, agli istituti di previdenza e di assistenza, di assicurazioni. Nell'economia generale, favorita la grande industria, le bonifiche, il credito agrario, le ferrovie. E mentre il partito socialista abbandona il suo programma, la socializzazione della proprietà, piegando verso un moderato riformismo di Stato, la Chiesa attenua le rivendicazioni del potere temporale, sicché gradualmente anche le masse cattoliche scendono in campo sul piano sociale e politico, contrapponendo all'agnosticismo liberale ed al materialismo marxista, la concezione cristiana della vita pubblica.

m) Leggi eversive contro la Chiesa. - Per quanto riguarda la politica nei confronti della Chiesa, essa fu ispirata, come già nel Regno sardo, al principio della separazione fra i due poteri. Questo voleva significare il motto cavurriano «libera Chiesa in libero Stato», la cui applicazione non poteva però non risolversi in misure contrarie ai diritti della Chiesa stessa. Si era cominciato sino dal 1848 con una legge contro i Gesuiti e le Dame del S. Cuore che furono sfrattati; e con lo stabilire che la differenza di confessione religiosa non fosse di ostacolo al godimento dei diritti civili e politici e all'ammissibilità alle cariche civili e militari. Con la legge Siccardi del 1850 furono assoggettate al giudice laico le contese del clero di carattere civile, le contestazioni beneficiarie e quelle riguardanti le proprietà della Chiesa ed i reati degli ecclesiastici, sopprimendo così il foro ecclesiastico; fu imposto il beneplacito regio perché le istituzioni religiose potessero acquistare nuove proprietà. Con altra legge del 1851 furono tassati i beni detti di «mano morta». Nel 1852 fu introdotto il matrimonio civile dinanzi alla pubblica autorità e tolto ogni effetto giuridico al matrimonio religioso, e fu reso valido anche il matrimonio in tal modo contratto da persone legate da Ordini sacri o da voti solenni. Con una legge del maggio 1855 fu tolta la personalità giuridica agli Ordini religiosi, non più riconosciuti come enti morali; furono abolite le collegiate ed i benefici senza cura d'anime e creata con i loro beni una Cassa ecclesiastica per i bisogni della Chiesa. I rivolgimenti politici del 1859-61, per cui tra l'altro furono tolte al Pontefice la Romagna, le Marche e l'Umbria e proclamato il Regno d'II. con capitale Roma, accrebbe i motivi di dissidio, tanto più che fu estesa a tutti i territori (ed anche al Veneto dopo il 1866) la legislazione piemontese, più o meno modificata secondo i luoghi, senza tener conto alcuno dell'autorità ecclesiastica. Leggi speciali nel 1866-67, completando quelle precedenti, ebbero per oggetto principale la soppressione delle Congregazioni religiose, senza impedire tuttavia che i membri dei singoli istituti continuassero la loro vita in comune, formando società private senza legale proprietà e riconoscimento. E come tali continuarono ad esistere o si organizzarono in seguito mettendo le proprietà che riuscirono a riscattare o ad acquistare sotto il regime di privato possesso. Solo alle parrocchie fu riconosciuto il diritto di possedere beni immobili; per gli Istituti riconosciuti quali enti morali, e precisamente la Chiesa romana come tale, le mense vescovili, seminari ed altri istituti per la formazione del clero, istituti per missioni, fabbricerie, fondazioni diverse per cura d'anime; fu stabilito che i beni da loro posseduti, o da ottenersi in seguito, fossero convertiti per opera dello Stato iscrivendo nel debito pubblico dello Stato stesso una rendita del cinque per cento a favore dell'ente proprietario. In questa conversione però il trenta per cento fu Fondo per il Culto (v.) che soppiantò in parte la Cassa ecclesiastica; ed altri gravami si aggiunsero a danno dell'asse ecclesiastico, oltre alle tasse ed alle imposte. Tutto questo, oltre che creare uno sconvolgimento

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(1ot. Bashrendt - Mlrono)

l'ralia - Paesaggio dolomitico e costumi di Selva. Val Gardena (Bolzano).
in tutto l'ordinamento ecclesiastico ed una sfiducia presso i cattolici nel nuovo regime, condusse all'allontanamento dei cattolici stessi dalla vita politica che si acuì con l'occupazione di Roma (1870), ROMAGNA (v.), e si giunse a tenere come regola di condotta il «non expedit», cioè l'importunità di eleggere e di essere eletti nelle elezioni politiche (di qui la massima: né eletti né elettori); inopportunità che fu ben presto autorevolemente interpretata come illicita. A Roma furono applicate le leggi in vigore nel Regno ed alle pubbliche relazioni fra Chiesa e Stato si intese provvedere con la Legge delle Guarantie (v.), del 13 maggio 1871.

Lo spirito laico prese nuovo coraggio dopo la costituzione del Regno unitario, grazie massoneria (v.); nel 1873 furono abolite le Facoltà teologiche nelle università, nel 1877 fu tolto l'insegnamento religioso nelle scuole secondarie, ed anche nelle scuole elementari fu man mano intralciato con prescrizioni spesso contraddittorie, tentando persino di escludere dall'insegnamento qualunque ministro del culto. Nel campo delle opere pie, tanto numerose e ben dotate, il governo si intromise con particolare accanimento per togliere ad esse ogni carattere religioso e per escludere in più casi i ministri del culto. Ciò avvenne particolarmente con la legge del 1890, per cui furono esclusi i preti dalle Congregazioni di carità istituite nei singoli comuni con i beni e le rendite di più benefattori e poste già sotto la sorveglianza della Chiesa. Questo trionfante laicismo, che si ammantava di patriottismo e mostrava sempre di temere un ristabilimento del potere temporale, giunse inoltre in nome della scienza a proclamare la Chiesa nemica del progresso e della libertà. Non fa meraviglia perciò che si creassero gravi difficoltà a quelle iniziative ed associazioni che si proponevano la difesa della secolare tradizione religiosa e che, in grazia della proclamata libertà, non si potevano ufficialmente impedire o sopprimere. Si procedette così fino alla prima guerra mondiale quando, grazie al lealismo dei cattolici ed alle benemerenze della S. Sede, si pensò che era pur pos-

sibile un'intesa dello Stato italiano, ed è con questo spirito che LATERANENSI PATTI (v.).

n) Il sec. XX. – L'inizio del secolo vide l'II sospinta verso una politica estera e coloniale che sbocciò nell'occupazione della Libia e del Dodecaneso (1912) e nella partecipazione italiana, caduti per la violazione austriaca gli impegni della Triplice Alleanza, guerra mondiale (v.). Questa, se restituì il paese quasi appieno nei suoi confini naturali ed etnici, segnò, con il depauperamento conseguente e con la difficoltà di reinserire nella vita di pace l'enorme numero di mobilitati, l'inizio di una serie di agitazioni; mentre a queste i governi tentavano di por fine con la concessione di varie provvidenze di ordine sociale e con il lasciar esaurire la spinta delle masse popolari (Giolitti) sorse, formalmente come forza rivoluzionaria non marxista, ma con indirizzo fortemente nazionalistico, il movimento fascista (v. FASCISMO; MUSSOLINI, BENITO).

La debolezza dei ministeri del tempo, la riluttanza dei Partiti popolare (v.) e socialista ad assumere le responsabilità del governo e la fatale ripugnanza del re ne proclamare lo stato di assedio, condussero alla cosiddetta «marcia su Roma» e alla presidenza Mussolini (28 ott. 1922).

Il fascismo al potere, dopo un periodo in cui sembrò voler condividere con alcuni partiti democratici la direzione della cosa pubblica, assunse, prendendo occasione dagli avvenimenti seguiti all'assassinio dell'on. Matteotti, la fisionomia di partito unico, sciogliendo o costringendo a sciogliere i partiti di opposizione, e proseguendo poi instancabilmente l'opera di eliminazione degli avversari politici (Tribunale speciale, ecc.). In politica interna si distinse con una serie di provvidenze a carattere sociale e, ad una sola, adeguate agli elementi e delle sue ideologie, spesso in contrasto con la dottrina della Chiesa, come è stato più volte rilevato da Pio XI (cf. in particolare la Non abbiamo bisogno, AAS, 23 [1931], pp. 285-312), con la conciliazione con la S. Sede (v. PATTI LATERANENSIS); in politica estera con atteggiamenti revisionistici del trattato di pace e con una tendenza espansionistica, specialmente in campo coloniale. Espressioni salienti di questa politica la guerra contro l'Etiopia (1936) e l'annessione dell'Albania (1939). L'isolamento nel quale venne a trovarsi l'II. spinge il governo fascista ad una stretta collaborazione con la Germania nazionalsocialista e con il Giappone, e alla conclusione di un trattato di alleanza militare (il cosiddetto «patto d'acciaio», 1939) in seguito al quale l'II. entrò in guerra il 10 giugno 1940 a fianco della Germania (v. GUERRA MONDIALE, I, II).

L'attività dei partiti antifascisti, che non avevano cessato, in I. e all'estero, di tener posto lo spirito di opposizione al fascismo, e l'andamento sfavorevole delle operazioni militari, mossero infine la Corona ad un atto di forza; prendendo occasione da una votazione del Gran Consiglio del Fascismo che aveva messo in minoranza Mussolini, il Re costrinse quest'ultimo alle dimissioni (25 luglio 1943), affidando la presidenza di un governo di elementi tecnici al maresciallo P. Badoglio. Tale governo si trovò nella necessità di proseguire per il momento la guerra a fianco della Germania e di negoziare contemporaneamente con le Nazioni Unite la cessazione delle ostilità. La notizia dell'avvenuta firma dell'armistizio di Casablanca, diffusa l'8 sett. 1943, diede luogo ad una reazione da parte tedesca, che si concluse, di lì a pochi giorni, con l'occupazione di una notevole parte dell'II. (fino a Napoli), con la liberazione del Mussolini e con la costituzione di opera di questo, nell'II. settentrionale, della cosiddetta Repubblica sociale italiana (28 sett. 1943).

Alcuni dei componenti del governo legittimo, al seguito del Re e del Principe ereditario, trovavano rifugio nell'II. meridionale. Dichiarata guerra alla Germania (13 ott. 1943), si otteneva che le Nazioni Unite, in considerazione anche della leale esecuzione degli obblighi armistiziali, accettassero la limitata collaborazione delle forze armate italiane, riconoscendo all'II. lo status di co-belligerante.

Nell'II. occupata dai tedeschi i Partiti antifascisti, costituiti in Comitato di liberazione nazionale, condussero una violenta lotta contro l'occupante ed i suoi satelliti fascisti; la storia della resistenza italiana ha eventi insigni ed oscuri, che videro uniti tutti coloro, sacerdoti, soldati, partigiani, che non volevano piegarsi alla prepotenza straniera ed indigena; i quali contribuirono, con il loro sacrificio, al conseguimento della liberazione totale, apportata dalla vittoria degli eserciti delle Nazioni Unite (apr. 1945).

Gli stessi Partiti avevano ottenuto dal re Vittorio Emanuele III l'impegno di ritirarsi a vita privata dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944); il figlio Umberto, con il titolo di Luogotenente generale del Regno, esercitò la prerogative regia fino all'abduzione paterna (9 maggio 1946). In seguito all'impegno ugualmente assunto dal re, il 2 giugno 1946 si svolsero le elezioni per decidere sulla forma istituzionale dello Stato; elezioni che diedero la maggioranza alla repubblica. L'Assemblea Costituente, nominata con votazione contemporanea, elaborò la Costituzione della Repubblica Italiana che venne promulgata il 27 dic. 1947 (v. REPUBBLICA).

Bibl.: P. De La Gorce, Histoire du Second Empire, vol. I, Parigi 1894-1904; A. Comandini, L'II. nei cento anni del sec. XIX, giorno per giorno illustrata, Milano 1900-29; I. Rinieri, La diplomazia pontificia nel sec. XIX, 2 voll., Roma 1902; P. Silva, Come si formò la Trilogie, Milano 1915; I. Raulich, Storia del Risorgimento politico d'I. (1815-59), 5 voll., Bologna 1920-1925; F. Meda, I cattolici italiani nella guerra, Milano 1921; M. Rosi, Storia contemporanea d'I. Dalle origini del Risorgimento alla conflagrazione europea, Torino 1922; G. Giolitti, Memorie della mia vita, Milano 1922; G. Salvemini, Dal Patto di Londra alla pace di Roma, Torino 1925; E. Vercesi, Il Vaticano, l'I. e la guerra, Milano 1925; G. Ambrosini, Partiti politici e gruppi parlamentari dopo la proporzionale, Firenze 1923; S. Ciliberazzi, Storia parlamentare, politica e diplomatica d'I. da Novara a Vittorio Veneto, 4 voll., Milano 1923-30; M. Rosi, Il popolo italiano negli ultimi due secoli, Roma 1924; A. Ferrari, L'esplosione rivoluzionaria del Risorgimento (1789-1815), Milano 1925; A. Luzio, La Massoneria ed il Risorgimento, 2 voll., Bologna 1925; P. Silva, La politica di Napoleone III e l'I. in Nuova riv. stor., 11 (1927); P. Orsi, L'I. moderna, storia degli ultimi 150 anni, 6a ed., Milano 1928; F. Hayward, Le dernier siècle de la Rome Pontificale, 2 voll., Parigi 1927-28; B. Croce, Storia d'I. dal 1871 al 1915, 3a ed., Bari 1928; M. Rosi, La formazione dell'I. contemporanea (1700-1928), Roma 1929; J. Gay, Un siècle d'histoire italienne. Les deux Romes et l'opinion francaise. Les rapports franco-italiens depuis 1815, Parigi 1931; G. Bourgin, La formazione dell'unità italiana, trad., Firenze 1931; A. Ferrari, La restaurazione in I. (1815-49), Roma 1931; P. Silva, L'I. fra le grandi potenze (1885-1914), Roma 1931; S. Jacini, Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma (1860-70), Bari 1931; G. Mollat, La question romaine de Pie VI a Pie XI, 2a ed., Parigi 1932; A. M. Ghisalberti, Gli albori del Risorgimento italiano (1748-1815), Roma 1931; A. Solmi, Napoleone e l'I., in Rend. Ist. Lomb., 66 (1933); G. Volpe, I rapporti diplomatici fra l'I. e l'Europa durante il Risorgimento, in Bull. of Int. Committee of Hist. Sciences, 5 (1933); G. Paladino, Roma. Storia d'I. dal 1861 al 1871, con particolare riguardo alla Questione romana, Milano 1933; I. M. Larocca, Il patrimonio degli Ordini religiosi in I. Soppressione ed incameramento, Roma 1936; S. Jacini, La politica ecclesiastica italiana da Villafranca a Porta Pia, Bari 1938; D. Moltè, Il caso di coscienza del Risorgimento italiano, Alba 1946; C. Sforza, L'I. dal 1914 al 1944 quale io la vidi, Roma 1944; F. Perticone, La politica italiana nell'ultimo trecentenario, 2 voll., Roma 1945; id., La Repubblica di Salò, Roma 1945; A. De Gasperi, Studi e appelli della lunga vigilia, Roma 1946; S. Jacini, Il regime fascista. Esame critico, Milano 1947; L. Salvatorelli, La politica internazionale dal 1861 ad oggi, Torino 1946; S. Bonorni, Diario di un anno (1943-44), Milano 1947; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in I. negli ultimi cento anni, Torino 1948; G. Volpe, L'I. moderna (1815-1915), 2 voll., Firenze 1943-49. Ettore Rota-Pio Paschini.

III. ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA.

L'organizzazione ecclesiastica dell'I. è costituita da 288 diocesi, le quali abbracciano: a) Roma; b) le 7 Sedi suburbicarie; c) le 18 Regioni conciliari. Si elencano le diocesi secondo l'Annuario Pontificio del 1951.

I. Roma

Vescovo di Roma è il Papa, Vicario di Gesù Cristo, successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale.

II. Sedi Suburbicarie: Albani, Frascati, Ostia, Palestrina, Porto e S. Rufina, Sabina e Poggio Mirteto, Vellerti.

III. Regione conciliare abruzzese: a) immediatamente soggette: arcidiocesi: L'Aquila; diocesi: Marsi, Penne-Pescara; Teramo e Atri, Trivento, Valva e Sulmona; b) Metropolitane: i) Chieti con la suffraganea: Vasto; 2) Lanciano con la suffraganea: Ortona.

IV. Regione conciliare beneventana: a) immediate soggette: Abbazia nullius di Montevergine; b) Metropolitana: Benevento con le suffraganee: Alife, Ariano, Ascoli Satriano e Cerignola, Avellino, Boiano-Campobasso, Bovino, Larino, Lucca; S. Severo; S. Agata dei Goti; Teleso e Cerreto San-Nita; Termoli.

V. Regione conciliare Calabrese: a) immediate soggette: arcidiocesi: Catanzaro, Cosenza; Rosano; diocesi: Lungro per gli Italo-Albanesi; Mileto; S. Marco e Bisignano; Squillace; b) Metropolitane: i) Reggio Calabria con le suffraganee: Bova, Cassano All'Onio; Gerace; Nicastro; Nicotera e Tropea; 2) S. Severina con la suffraganea: Cariati.

VI. Regione conciliare Campana: a) immediate soggette: arcidiocesi: Gaeta; diocesi: Aversa; abbazia nullius: Montecassino e Atina (prelatura); prelatura nullius: B.Ma Vergine Maria del S.Mo Rosario o Pompei; b) Metropolitane: i) Capua con le suffraganee: Cazzaro, Calvi e Teano; Caserta; Isernia e Venafro; Sessa Aurunca; 2) Napoli con le suffraganee: Acerra; Ischia; Nola; Pozzuoli; 3) Sorrento con la suffraganea: Castellammare di Stabia.

VII. Regione conciliare Emilia: a) immediate soggette: diocesi: Fidenza; Parma; Piacenza; Metropolitana: 1) Modena e Nonantola, con le suffraganee: Carpi, Guastalla; Reggio Emilia.

VIII. Regione conciliare Toscana: a) immediate soggette: arcidiocesi: Lucca; diocesi: Arezzo; Cortona; Montalcino; Montepulciano; Pienza; abbazia nullius: Monte Oliveto Maggiore; b) Metropolitane: i) Firenze, con le suffraganee: Colle Val d'Elsa; Fiesole; Modigliana; Pistoia e Prato; S. Miniato; Sansepolcro; 2) Pisa, con le suffraganee: Apuania; Livorno; Pescia; Pontremoli; Volterra; 3) Siena, con le suffraganee: Chiusi; Grosseto; Massa Marittima; Savona-Pitigliano.

IX. Regione conciliare Laziale: a) immediate soggette: diocesi: Aquapendente; Bagnoriggio; Civita Castellana; Orte e Gallese; Montefiascone; Nepi e Sutri; Tarquinia, già Corneto Tarquinia, e Civitavecchia; Viterbo e Tuscania, già Toscana; Altari; Anagni; Aquino, Sora e Pontecorvo; Ferentino; Segni; Terracina; Sezze e Priverno, già Piperno; Tivoli; Vercelli; abbazie nullius: S. Martino al Monte Cimone; S. Paolo fuori le Mura; Santi Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane; S. Maria di Grotta-Ferrara; Subiaco.

X. Regione conciliare Ligure: a) Metropolitana: i) Genova, con le suffraganee: Albenga; Bobbio; Chiavari; Luni (La Spezia); Sarzana e Brugnato; Savona e Noli; Tortona; Ventimiglia.

XI. Regione conciliare Lombardia: a) Metropolitana: i) Milano con le suffraganee: Bergamo; Brescia; Como; Crema; Cremona; Lodi; Mantova; Pavia.

XII. Regione conciliare Lucano-Salernitana: a) immediate soggette: arcidiocesi: Amalfi; diocesi: Campagna; Cava e Sarno; Melfi e Rapolla; abbazia nullius: S.Ma Trinità di Cava dei Tirreni; b) Metropolitane: i) Acerenza e Matera, con le suffraganee: Anglona-Turini; Potenza; Vercina; Vercelli; 2) Cosenza, con le suffraganee: Lacedonia; Muro Lucano; S. Angelo dei Lombardi e Bisaccia; 3) Salerno, con le suffraganee: Acerno; Diano-Teggiano; Marsico Nuovo; Nocera dei Pagani; Nusco; Policastro; Vallo di Lucania.

XIII. Regione conciliare Marchigiana: a) Immediate soggette: arcidiocesi: Ancona e Numana, già

Umana; Camerino; diocesi: Ascoli Piceno; Fabriano e Matelica; Fano; Jesi; Osimo e Cingoli; Recanati e Loreto; Treja; amministrazione apostolica: Loreto; b) Metropolitane: i) Fermo con le suffraganee: Macerata e Tolentino; Montalto; Ripatransone; S. Severino; 2) Urbino con le suffraganee: Cagli e Pergola; Fossombrone; Montefeltro; Pesaro; S. Angelo in Vado e Urbania; Senigallia.

XIV. Regione conciliare Piemontese: a) Metropolitane: i) Torino con le suffraganee: Acqui; Alba; Aosta; Asti; Cuneo; Fossano; Ivrea; Mondovì; Pinerolo; Salerno; Susa; 2) Vercelli, con le suffraganee: Alessandria; Biella; Casale Monferrato; Novara; Vigevano.

XV. Regione conciliare Pugliese: a) immediate soggette: diocesi: Foggia; Gravina e Irsina, già Montepeloso; Molfetta; Giovinazzo e Terlizzi; Monopoli; Nardo; Troia; prelatura nullius: Altamura ed Acquaviva delle Fonti; b) Metropolitane: i) Bari, con le suffraganee: Conversano; Ruvo e Bitonto; 2) Brindisi, con la suffraganee: Ostuni; 3) Manfredonia, con la suffraganee: Vieste; 4) Otranto, con le suffraganee: Gallipoli; Lecce; Ugento; 5) Taranto, con le suffraganee: Casellante; Orla; 6) Trani e Bari, con le suffraganee: Andria; Bisceglie.

XVI. Regione conciliare Romagnola: a) Immediate soggette: arcidiocesi: Ferrara; b) Metropolitane: i) Bologna, con le suffraganee: Faenza; Imola; Ravenna, con le suffraganee: Bertinoro; Cervia; Cesena; Comacchio; Forlì; Rimini; Sarsina.

XVII. Regione conciliare Sarda: a) Metropolitane: i) Cagliari, con le suffraganee: Iglesias; Nuoro, già Galtelli-Nuoro; Ogliastra; 2) Oristano, con le suffraganee: Ales e Terralba; 3) Sassari, con le suffraganee: Alghero; Ampurias e Tempio; Bosa; Ozieri.

XVIII. Regione conciliare Sicula: a) Immediate soggette: arcidiocesi: Catania; diocesi: Acireale; Piana degli Albanesi per gli Italo-Albanesi; prelatura nullius: S. Lucia del Mello; b) Metropolitane: Messina, con le suffraganee: Lipari; Nicosia; Patti; Monreale, con le suffraganee: Agrigento, Caltanissetta; 3) Palermo, con le suffraganee: Cefalù; Maestà del Vallo; Trapani; 4) Siracusa, con le suffraganee: Caltagirone; Noto; Piazza Armerina; Ragusa.

XIX. Regione conciliare Umbria: a) Immediate soggette: arcidiocesi: Perugia; Spoleto; diocesi: Amelia; Assisi; Città della Pieve; Città di Castello; Polignano; Gubbio; Nocera Umbria; Norcia; Orvieto; Rieti; Terni e Narni; Todi.

XX. Regione conciliare Veneto: a) Immediate soggette: arcidiocesi: Trento; diocesi: Bressanone; Udine; b) Metropolitane: i) Venezia, con le suffraganee: Adria; Belluno e Feltre; Chioggia; Concordia; Padova; Treviso; Verona; Vicenza; Vittorio Veneto; 2) Gori e Gradisca, con le suffraganee: Trieste; Capodistria.

BIBL.: Oltre alle opere particolari citate alle singole voci, cf. per l'irrisione: F. Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae, 2ª ed. a cura di N. Collet, 10 voll.; Venezia 1774-72 (v. TALLA SACKU; Cappelletti; P. Gams, Series episcoporum ecclesiae catholicae, Rabbiniana 1873; suppl., 2 fasc; ivi 1878-86; A. Groner, Die ißzeisen Italiens von der Mitte des 10. bis zum End des 12. Juh., Tubinga 1904 (tesi); P. F. Kehr, Italia Pontificia, 8 voll., Lipsia 1907-35; Lanzoni. V. inoltre l'opera, rimasta incompiuta, del p. F. Savio: Gli antichi vescovi d'1. dalle origini del 1900; I. Il Piemonte, Torino 1889; II. I, Bergamo, Brescia, Como, ed. postuma, inv. 1929; II. II, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia, ed. postuma, Pavia 1932; A. P. Frutaz, Le diocesi d'1. nei secoli V e VI, in Fiche-Martin-Frutaz, IV, pp. 617-22.

IV. Regione conciliare Emilia: a) immediate soggette: arcidiocesi: Modena e Novara; Vercina; Vercelli; 2) Cosenza, con le suffraganee: Lacedonia; Muro Lucano; S. Angelo dei Lombardi e Bisaccia; 3) Salerno, con le suffraganee: Acerno; Diano-Teggiano; Marsico Nuovo; Nocera dei Pagani; Nusco; Policastro; Vallo di Lucania.

XIII. Regione conciliare Marchigiana: a) Immediate soggette: arcidiocesi: Ancona e Numana, già

Patti Lateranensi e della norma costituzionale sopra ricordata, la Chiesa si presenti, di fronte all'ordinamento italiano, con i caratteri tipici attribuiti dal diritto canonico, e, quindi, innanzi tutto va ricordato il can. 100 § 1 che statuisce avere la Chiesa moralis personae rationem ex ipsa ordinatione divina.

3. Ciò nonostante, come si è detto, la dottrina dominante riconosce alla Chiesa cattolica la soggettività per il diritto pubblico italiano, desumendola, oltre che dai principi regolativi dell'ordinamento concordato ed in particolare dall'impegno contenuto nell'art. 1 del Concordato («l'I. assicura alla Chiesa il libero esercizio della sua giurisdizione in materia ecclesiastica»), da varie disposizioni di diritto positivo, con le quali sono presi in considerazione gli aspetti più rilevanti del potere di supremazia della Chiesa relativo al regolamento degli interessi religiosi.

Dagli artt. 1, 31 e 34 del Concordato e dall'art. 7 della Costituzione si ricava che lo Stato lascia libera la Chiesa di emanare norme giuridiche e che tali norme sono rilevanti anche per l'ordinamento italiano, purché non contraddichino con la regolamentazione posta dallo Stato. Ciò non esclude che, ove si riscontri la necessità d'un adattamento o adeguamento delle norme richiamate al diritto richiamate, siano stabilite norme aggiuntive o secondarie che, pur facendo capo, formalmente, alla volontà dello Stato, possano derivare o da autonomia de-determinatione di questo, o da impegni che esso Stato ebbe a contrarre nell'ordine esterno (concordati). Senza addentrarsi nella polemica teorica, tuttora viva fra gli scrittori, se il riconoscimento della potestà di governo della Chiesa (potestas iurisdictionis) assuma la figura tecnica del rinvio o della recezione o di un riconoscimento generale per le materie non regolate dal diritto statuale, sembra che si debba porre l'accento su una peculiarità del sistema concordatario, e cioè che i rapporti che si formano nell'ambito dell'ordinamento canonico, a differenza di quelli sorti negli ordinamenti stranieri (purché riguardino materie rimesse all'esclusiva competenza della Chiesa), si presentano per il diritto dello Stato come rapporti giuridicamente rilevanti, indipendentemente da un richiamo esplicito del diritto statuale medesimo. Così l'art. 31 del Concordato ammette una rilevanza degli atti canonici relativi all'erezione di nuovi enti ecclesiastici e sulla base di tale crezione seguirà il loro riconoscimento agli effetti civili. Ugualmente acquistano la capacità di produrre ulteriori effetti nel nostro ordinamento alcune manifestazioni di volontà o di conoscenza degli organi della Chiesa nell'esercizio del loro potere amministrativo: l'art. 5 del Concordato non solo dispone che il presupposto per la validità dell'atto di ammissione ad un pubblico impiego di un ecclesiastico è il «nulla osta» dell'Ordinarie diocesane, ma che «la revoca del nulla osta priva l'esclusivo della capacità di continuare ad esercitare l'impiego o l'ufficio assunto». L'art. 9 del Concordato precisa che «gli edifici aperti al culto sono esenti da requisizioni od occupazioni»; l'art. 10 che non si può «procedere alla demolizione di edifici aperti al culto, se non previo accordo con la competente autorità ecclesiastica»; l'art. 19 che «la scelta degli arcivescovi e dei vescovi appartiene alla S. Sede»; l'art. 21 che «la provvista agli uffici ecclesiastici appartiene all'autorità ecclesiastica»; l'art. 26 che «la nomina degli investiti dei benefici maggiori e minori e di chi rappresenta temporaneamente la sede o il beneficio ha effetto dalla data della provvista ecclesiastica».

In tutte le accennate ipotesi astratte l'ordinamento dello Stato prende direttamente in considerazione atti canonici che si ricollegano all'esercizio di potestà proprie ed esclusive della Chiesa.

4. Meritano poi considerazione specifica le norme che riconoscono piena efficacia in Italia alle manifestazioni di conoscenza (attestazioni) degli organi ecclesiastici nell'esercizio della potestas iurisdictionis (art. 8 della legge 27 maggio 1929, n. 847; art. 2714 cod. civ.; art. 29 lett. i, 30 ult. comma del Concordato), poiché, se l'attività certificativa è una tipica estrinsecazione della funzione amministrativa esclusivamente riservata ai pubblici uf-

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(1st. Exit)
Italia - Costiera amalfitana dai vigneti di Ravello - Positano.

fiscali dello Stato, è veramente indicativo che il diritto concordato abbia esplicitamente riconosciuto analoga efficacia probatoria agli atti posti in essere nell'ordinamento canonico da ufficiali ecclesiastici, atti che — com'è stato esattamente precisato — hanno un carattere unitario, per quanto diverso sia il rapporto canonico che, attraverso di essi, giunge a contatto con l'ordinamento statuale e per quanto diversi siano gli effetti che seguono a quel contatto (Giacchi).

5. È tuttora controverso in dottrina se la legislazione concordata abbia riconosciuto alla Chiesa una potestà giurisdizionale in senso proprio.

Premesso che non può sorgere dubbio sulla legittima facoltà della Chiesa di giudicare le controversie relative a rapporti d'indole ecclesiastica ed all'esercizio del potere disciplinare, il problema che ha diviso la dottrina laica è se l'esercizio di tale facoltà presupponga il riconoscimento da parte dello Stato di una vera e propria giurisdizione ecclesiastica. Il termine di giurisdizione va qui inteso in senso tecnico statuale e cioè «la funzione che ha per scopo l'attuazione della volontà concreta della legge mediante la sostituzione dell'attività di organi pubblici all'attività di privati o di altri organi pubblici» (Chio-venda). Una prima opinione osserva che, essendo principio fondamentale dell'ordinamento statuale l'unità della giurisdizione, se il legislatore italiano avesse inteso derogare a tale principio regolativo nei confronti degli enti ecclesiastici, avrebbe dovuto dichiararlo espressamente, emanando norme dirette a regolare i rapporti fra organi giurisdizionali statuali ed ecclesiastici ed, in particolare, i conflitti di giurisdizione, la litispendenza etc., laddove il legislatore non ha preveduto l'esistenza di una giurisdizione ecclesiastica nemmeno nei codici di procedura penale e procedura civile posteriori ai Patti Lateranensi.

L'orientamento prevalente della dottrina, peraltro, è nel senso di riconoscere una potestà giurisdizionale della Chiesa in senso stretto solo in materia matrimoniale, in base all'art. 34 del Concordato (comma 4, 5, 6) ed agli artt. 17 e 22 della legge 27 maggio 1929, n. 847, per cui il principio dell'unità della giurisdizione dello Stato non esclude che «per volontà dello Stato stesso, cui la giurisdizione appartiene relativamente al suo ordine giuridico, questa possa essere esercitata, con effetti anche nell'ordine statuale, non solo da giudici speciali anziché da giudici ordinari, ma anche da giudici extrastatuali o addirittura non statuali» (Del Giudice).

Sembra peraltro che il riconoscimento dell'autonomia della Chiesa (intesa come facoltà incondizionata di porre norme giuridiche nelle materie religiose non regolate dal diritto dello Stato) postuli il riconoscimento di tutte le attività inerenti all'esercizio dell'autonomia medesima e quindi anche della funzione, alla quale è demandata la potestà di applicare ai casi concreti le norme astratte. Particolarmente indicativo, per sostenere la tesi del riconoscimento della giurisdizione ecclesiastica in tutte le materie riservate all'autonomia della Chiesa, sembra essere l'art. 23, 2° comma, del Trattato che suona: «avranno senz'altro piena efficacia giuridica, anche a tutti gli effetti civili, in Italia le sentenze ed i provvedimenti emanati da autorità ecclesiastiche ed ufficialmente comunicati alle autorità civili, circa persone ecclesiastiche o religiose e concernenti materie spirituali o disciplinari».

6. Comunque si interpreti la riferita norma, inserita per evidente errore sistematico nel Trattato anziché nel Concordato, chiaro appare che lo Stato italiano, dopo il 1929, ha riconosciuto alla Chiesa una potestà disciplinare esclusiva che postula — innovando sostanzialmente il sistema dell'art. 17 della legge delle Guarentigie — l'obbligo dello Stato di dare esecuzione ai provvedimenti ed alle sentenze ecclesiastiche in materia e di dichiarare la propria incompetenza rispetto ad eventuali azioni proposte in questa stessa materia avanti ai tribunali civili.

Da quanto si è sommariamente esposto, risulta che il diritto positivo italiano vigente riconosce alla Chiesa cattolica la sua posizione, la sua struttura tradizionale e quindi la potestà di emanare norme giuridiche, di concedere, sopprimere o modificare diritti in materia ecclesiastica, di dare vita a concrete manifestazioni di vo-lontà e di conoscenza nell'esercizio della funzione amministrativa (potere di supremazia), di giudicare le controversie fra i suoi appartenenti, di accertare e punire le mancanze commesse dai suoi funzionari. Ne segue che la Chiesa si presenta, di fronte all'ordinamento giuridico italiano, come una persona di diritto pubblico con gli stessi caratteri e le medesime finalità attribuite dal-l'ordinamento canonico nel quale è sorta.

7. Problema connesso con quello circa la condizione giuridica della Chiesa in L., è se il vigente ordinamento riconosce la religione cattolica come religione dello Stato. Com'è noto, lo Statuto alberato del 1848, all'art. 1, san-civa espressamente che «la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato» e che «gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». Tale enunciazione è stata espressamente richiamata dall'art. 1 del Trattato Lateranense del 1929, il quale suona: «l'I. riconosce e riafferma il principio consacrato nel-l'art. 1 dello Statuto del Regno, nel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». Oltre a tale espressa dichiarazione, nel Concordato ed in altre leggi statuali posteriori sono contenute varie disposizioni dalle quali si desume una situazione giuridica di favore per la religione cattolica, anche se, come è stato autorevolmente osservato, si resti molto lontani dall'ideale di Stato cattolico vagheggiato dalla Chiesa. L'art. 36 del Concordato afferma che «l'I. considera fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica»; l'art. 29 lett. i vieta e punisce l'uso abusivo dell'abito ecclesiastico. Inoltre i già ricordati artt. 31 e 34 del Concordato indicano la profonda differenza di trattamento che viene fatta alla religione cattolica rispetto agli altri culti. Tale differenza emerge, altresì, dalla legge 16 genn. 1936, n. 77, che, all'art. 1, stabilisce come «il servizio dell'assistenza spirituale presso le forze armate dello Stato sia istituito per integrare la formazione spirituale della gioventù che fa parte delle milizie secondo i principi della religione cattolica», nonché dagli artt. 402-405 del codice penale, i quali prevedono e puniscono i delitti di vilipendio della religione dello Stato, le offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone e mediante vilipendio di cose e il turbamento di funzioni religiose del culto cattolico. L'art. 406, a conferma della accennata differenza di trattamento, stabilisce che i fatti sopra preveduti (fatta eccezione per il mero vilipendio) contro un culto cattolico sono puniti con una pena minore.

A seguito della emanazione della nuova Costituzione italiana, che ha abrogato lo Statuto del 1848 e che, agli artt. 8 e 19, non solo sancisce il principio della uguaglianza di tutte le confessioni davanti alla legge, ma precisa che «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pub-blico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume», è stato sostenuto da qualche autore e da qualche organo giurisdizionale l'abrogazione della norma che riconosce una religione dello Stato. A conferma di una tale opinione si è osservato che non fu, durante i lavori della Costituzione, presa in considerazione la proposta del deputato Gennaro Patricolo diretta a far dichiarare la religione cattolica «religione ufficiale della Repubblica» e che lo stesso on. De Gasperi (già allora Presidente del Consi-glio), nella seduta del 25 marzo 1947, affermò testualmente: «noi, se è necessario, al momento opportuno, siamo disposti a votare con voi per togliere dal codice penale qualsiasi umiliazione alle minoranze»: il che è stato interpretato nel senso che il contenuto dell'art. 1 dello Statuto sarebbe in contrasto con i principi programmati ed ideologici proclamati dalla Costituzione, la quale rappresenterebbe «un testo completo non inte-grabile col richiamo ad altri testi».

È stato obbiettivo che «il Trattato del Laterano con-ferì non all'art. 1 dello Statuto ma al principio consacrato in esso un'ulteriore e diversa validità, quella di norma giuridica internazionale» e che «agli effetti di questa nuova norma, per cui l'I. si obbligava verso la S. Sede

ITALIA

a trattare quella cattolica come religione ufficiale dello Stato, la permanenza in vigore della Statuto regio o la sua abrogazione anche totale divenivano circostanze sostanzialmente irrilevanti» (Lener). Lo stesso autore ha, poi, successivamente precisato che «nei Patti Lateranensi quel principio, già isolato, generico e ormai inutilmente solenne nello Statuto, viene integrato da una serie di determinazioni concrete, di applicazioni dirette e conseguenziali, che fanno della religione dello Stato anche un vero e complesso istituto giuridico, intorno al quale gravitano tutti gli altri istituti del nuovo sistematico ordinamento della materia ecclesiastica in I.».

La Corte di Cassazione, con decisione del 16 gennaio 1950, ha sancito il principio che «la Costituzione, pur proclamando l'eguale libertà di tutte le confessioni religiose, permette che i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica sono regolati dai Patti Lateranensi, con il che risulta costituzionalmente richiamato il principio stabilito nell'art. 1 del Trattato fra la S. Sede e l'I., per il quale la religione cattolica è la sola religione dello Stato».

Pur dovendosi rilevare come, anche di fronte all'accennato problema, la nuova Carta costituzionale mostrò una mancanza di organicità derivata dal fatto che gli opposti orientamenti politici non hanno trovato, nel traguardo legislativo, quella superiore sintesi che sola assicura l'enunciazione di principi programmatici univoci, esaminando il problema in discussione in base alle varie norme sopra ricordate ed in particolare al lume dell'art. 7 della Costituzione, non può disconoscersi che l'ordinamento positivo italiano ha preso in considerazione le religione cattolica come giuridicamente preminente su tutte le altre confessioni religiose e che, di conseguenza, l'art. 1 del Trattato, che ha assunto una enunciazione già contenuta nell'abrogato Statuto albertino, sia tutt'ora in vigore con tutte le relative conseguenze.

BIBL.: Per una impostazione generale sui vari problemi cf. A. C. Jemolo, L'amministrazione ecclesiastica, in Trattato completo di diritto amministrativo italiano, diretto da V. E. Orlando, Milano 1917; G. Lippert, Die Kirche Christi, Friburgo in Br. 1931; A. Oddone, La costituzione sociale della Chiesa e le sue relazioni con lo Stato, Milano 1932; A. Ottaviani, Institutiones iuris publici ecclesiastici, I, 2a ed., Roma 1935; L. De Luca, Considerazioni sull'autonomia e la pubblicità della Chiesa, Milano 1946. Sui singoli punti: S. Romano, Lezioni di diritto ecclesiastico, Pisa 1912, p. 34 sgg.; A. C. Jemolo, La natura e la portata dell'art. 1 dello Statuto, in Rivista di diritto pubblico, 1 (1913), p. 249 sgg.; O. Giacchi, L'ordinamento della Chiesa nel diritto italiano attuale, in Chiesa e Stato, Studi giuridici, II, Milano 1939, p. 17 sgg.; P. Gismondi, Il potere di certificazione della Chiesa nel diritto dello Stato, in Rivista di diritto giuridico, 1 (1913), p. 249 sgg.; V. GIUDICE, Manuale di diritto ecclesiastico, 7a ed., in Rivista di diritto giuridico, 1 (1913), p. 249 sgg.

e intellettuali così vaste, è grande; ma il cristiano non può dimenticare che il centro del mondo è l'uomo, l'uomo singolo, ad uno ad uno, non l'astratta idea dell'uomo, o il suo dominio sul mondo fisico. Il figlio di un mercante veneziano, Marco Polo, percorre tutto il continente eurasiatico ed avanzò in onori alla corte del monarca di più ampio Impero, Qubilai Khan, prima di tornare in Italia e mescolarsi alle guerre cittadine e soffrire la prigionia genovese. Ma il figlio di un mercante assiatico, respinte le tentazioni dell'avventura cavalleresca e della vita adorna, si crocifigge alla Croce di Cristo e proclama la perfetta letizia nella accettazione volontaria, e la libertà illimitata quando par più stretto il vincolo della pena corporea, e la fraternità di tutte le creature, figlie di Dio: il più vasto dominio tocca a Francesco d'Assisi.

Ed è suo il Cantico delle Creature: storicamente, il primo documento di una poetica in volgare italico che si riconosca diritto di universalità espressiva: che al culmine della preghiera liturgica, la dossolgia, proponga la formola semplicità e immensa di una frase dialettale: «Laudato si, mi Signore». Le scarse testimonianze anteriori di un linguaggio volgare adoperato a scopi letterari, a prescindere da quanto ci può essere di casuale nella sopravvivenza di questo o di quel documento (ma riconosciuto valore assoluto al caso si può fare statistica, non storia), testimoniato di una certa titubanza. Le altre letterature europee: Scandinavia, Francia, Provenza, si erano già espresse in opere memorabili: saga, epopea, lirica d'amore; e questa primogenita fra le nazioni d'Europa rimane ligia a quel latino che non appartiene a lei più che alle altre, ridotto ormai alla cifra di un linguaggio intellettuale, la «grammatica», stupendamente adatto alle esigenze della dottrina, ma anche per questo alieno da quel processo di individuazione che è della poesia. A stento si documentano, prima del Mille, nei placiti latini formale testimoniali, che per essere intese dovevano pronunciarsi in volgare e canti popolari e proverbi rammentati dai cronisti. Si tratta quasi sempre di una cultura latina, classica, scolastica, che s'apre occasionalmente alle espressioni di una cultura volgare e marginale. Le prospettive cambiano nel sec. XII, con il Ritmo di un giullare toscano, che in una corte vescovile chiede il dono di un cavallo, e, forse più tardi, con il Ritmo cassinese, che propone agli ascoltatori devoti il contrasto spirituale fra l'uomo d'Oriente, ascesa, e l'uomo d'Occidente, carnale. Vita militare e vita castellana hanno meno attenzione in I., dove la cultura si rivolge, invece, alla vita di gruppo e la civiltà è cittadina: per contro, l'equilibrio fra cultura latina e cultura volgare si realizza nella cerchia della vita ecclesiastica. Anche in questo senso l'inizio della nuova letteratura tocca al Cantico delle Creature, che chiama l'uomo, l'uomo solo, e per quello che è, non soccorso dalla classe a cui appartiene, ma dalla natura e dalla Grazia, alla partecipazione della vita universa, fra le altre creature che lodano Dio, per le quali egli par lo loda. E il segno dello stile, attraverso il quale si misura l'intensità della vita poetica, si definisce nel processo arduo della traduzione, dell'imitazione, della meditazione, sopra i testi scritturali.

Le arti figurative accorrono tumultuosamente a questo spazio aperto dal messaggio francescano; e per tutto il Rinascimento non si dimenticheranno più della loro giustificazione religiosa: tanto da ricordarsene anche più tardi, come di un paradiso perduto. La letteratura, per la prevalenza stessa in lei di quei valori intellettuali cui la scolastica riconosceva autonomia di metodo, procede ad acquisti più circostanti. E mentre si prolunga una letteratura francescana, latina e volgare dapprima, più tardi e poi ampiamente riassunta nella stupenda prosa dei Fioretti, mentre la partecipazione tumultuosa del popolo e delle compagnie confraternali alla vita religiosa si esprime nei canti dei Laudesi, lungo i «revivals» religiosi che pervadono tutto il Duecento, e si riassume nelle Laude di Iacopone da Todi, il volgare tenta nuovi acquisti. Qui non importano notizie di cronaca ed accertamenti critici, ma prospettive storiche, dove collocare le singole opere: perciò, dopo aver indicato il centro della nuova letteratura nella vita del popolo cristiano che esprime con le nuove parole la ricerca di Dio e la sua lode, si annotano altre ricerche e altre intese, spesso complementari di quella, perché ogni atto della vita umana veniva, in quel costume del Duecento italiano, inteso nella sua giustificazione trascendentale, e comunque non mai isolato nella superbia dell'autosufficienza. Moralismo e mimo si alternano: l'uno rispecchia l'esigenza della universalità, l'altro il gusto del particolare: specchio, anche questo incontro, della antitesi che animava tutta la civiltà d'Europa. Il moralismo appartiene piuttosto al settentrione d'Italia, e lo si vede audacemente e asceticamente atteggiato nell'opera di Uguccione da Lodi; inquietamente beffardo in quella di Gerardo Patecchio; prolungato sino alla fine del secolo nell'opera assai larga di intenzioni ed accorta nella resa stilistica di Bonvesin da la Riva. Il mimo, che sfugge quasi sempre a una documentazione letteraria, poiché fa centro all'improvvisazione di una recita che si piega alle occasioni esigenze di un'adunanza, e s'impersona nel corpo stesso dell'attore, è una costante di quella poesia. A un tecnico poco ricco ricorre Francesco d'Assisi, sia che affidi a fra' Pacifico, «re dei versi», di volgere a lode dell'Amer divino i canti profani detti per amore di donna, sia che intoni lui stesso canti in volgare di Francia e in volgare d'I.; e a un tecnico registico, quando istituisce il presepio di Greccio, avviando una forma di drammaturgia vulgata che si svilupperà fra i Laudesi. Il mimo accompaia, limita e sorveglia tutte le espressioni della poesia dotta, quasi chiedendo conto delle evasioni generici-zanti: non per nulla lo vediamo, nella silloge dei poeti siciliani o nel centro d'I. con Ruggeri Apuliese da Siena, introdurre il contrappunto ironico e realistico da cui saranno accompagnate le conquiste dell'alta lirica.

Perché di questa conviene ormai parlare, prima di osservare tutta la varia e molteplici vita riassunta nell'opera di Dante. L'esempio provenzale, di una poetica stupendamente modulata, esperta del costume di una società aristocratica, era efficacissimo: ma l'istanza mimica dell'osservare l'ambiente e di circoscriverlo, e di valutare concretamente, nel gruppo, la rispondenza della parola, conduce alla ricerca e alla definizione della cerchia. Federico II offre la sua corte: un ambiente ideale, beninteso: quei poeti si riferivano alla curia fredericiana come a ideal luogo di raccolta, di qualunque parte d'I. fossero. Ma i più autentici fra loro (caposcuola Iacopo da Lentini, detto il Notaro), promuovevano una superiore intesa, e nei modi della scuola provenzale cercavano una forma originale. L'invenzione stessa del sonetto, destinato ad essere, accanto e più che la canzone, la cornice prosodica e metrica di tanta lirica italiana, orienta il nuovo gusto verso un prezioso frammentismo psicologico, e guida ad assicurare valore all'intimità sentimentale per se stessa, indipendentemente dai canoni cortesi che solennizzavano la lirica d'amore. E attraverso l'esercizio poetico il linguaggio s'affina, si modula sul modello comprensibile del latino, che rimane lingua della dottrina e costante riferimento pur della letteratura volgare, oltrepassa il municipalismo, si conforma in una «koiné» nazionale. L'insegnamento di quella prima grande stagione siciliana della letteratura illustre non andò più perduto, anche quando, dopo la decadenza della dinastia sveva, il centro della cultura si spostò verso il settentrione. Intorno all'aretino Guttone del Viva si formò una scuola poetica attenta alla mediazione della dottrina e alla tradizione intellettuale: finché con Guido Guinizelli da Bologna i nuovi poeti si fanno consapevoli del loro destino, chiamati ad esprimere l'irracamente un amoroso dominio di tutta la realtà. L'ispirazione religiosa, che era rimasta sottintesa, si esprime esplicitamente nella nuova poesia, e il linguaggio d'amore è una forma d'officiatura, non del tutto profana, della verità eterna.

Nella canzone Al cor gentil repara sempre amore il primo Guido dichiara audacemente l'universalità dell'investitura amorosa, e già si prepara al giudizio davanti al trono di Dio; e il programma dello Stil Novo ne riceve direzione e senso. I fedeli d'Amore della scuola fiorentina, che si muove sulle sue orme (Dante lo chiama padre suo e degli altri migliori di lui rimatori d'amore)

e sull'esempio del secondo Guido Cavalcanti, offrono al popolo nuovo d'I., attraverso le invenzioni liriche, il bando di una vita aperta alla totalità delle presenze spirituali, religiosa e cristiana. Ma a conferma dell'ampiezza di tali esperienze che la lirica afferma audacemente nella direzione dello spirito religioso, quasi affrettandosi, nella cerchia del laicato, anzi del popol nuovo, alla verifica del messaggio francescano, e tenendo dietro con le forme della poesia profana (profana solo in quanto accetta il muovere verso la Rivelazione divina rispondendo a sollecitazioni umane), non dimenticheremo tre opere che dichiarano l'amplissima cerchia dove si muovono gl'interessi spirituali della nuova civiltà, al tramonto di quel secolo immenso. L'una è in latino, in quel latino dell'uso italico, pieno di locuzioni in volgare, e tutto volgare di sintassi, attento senza preoccupazioni intellettuali alla vicenda degli uomini e delle cose: il Cronicon di Salimbeni da Parma, frate francescano, che la ricchezza e l'allegrezza di una nuova vita aperta a un messaggio di gioia portata nello spettacolo della rissa funesta d'I. L'altro, in francese, è di un mercante, che sull'orme dei missionari francesi Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Rubruck, per giungere a Qubilai Khan, percorre tutta l'Asia, soggiorna in un Oriente di storiche meraviglie, riporta in Europa la notizia, ma più il senso di un immenso spazio umano che è dato all'uomo singolo di colmare: il Milione di Marco Polo. Ma in volgare è il terzo libro, il Novellino, una silloge di fatti, di leggende, di aneddoti, da ogni parte raccolti, che dal vasto mondo, dalle lontane, nel tempo e nello spazio, tutto riporta alla catena armoniosa nitidissima intelligenza fiorentina.

38. UMANESIMO E RINASCIMENTO

Anche il Novellino, dunque, come lo stilnovismo, riconduce a Firenze; e da così vasto orizzonte, dal frequentare tutta la vita e tutta l'esperienza del mondo, dal partecipare, attivamente concretizzando, a tutte le proposte degli universalismi medievali, ci si riduce, per decidere della nuova sorte della parole, ad un cerchio cittadino; ma civiltà cittadina è la civiltà d'I. Firenze non è una città egemonica: la sua potenza politica è mediocre, e anche la sua potenza economica è notevole piuttosto per la molteplicità e l'estensione che per la massa degli investimenti commerciali: del resto, nell'I. di allora tutto si svolge per energia di presenze spirituali, e per negare il calcolo delle forze, la misura aritmetica del reale. Quella città provinciale della marca di Toscana, decide, invece, di avere una parte immensa nel dramma dell'epoca. Vicinissima alla corte di Roma, dove, declinando il prepotere dei baroni della campagna, i Toscani si affermano sotto Niccolò III e Bonifacio VIII, e finanziariamente potente alla corte dei Capeti, ha una parte nel trasferimento della Curia ad Avignone: circostanza assai importante nella storia del Trecento italiano, in quanto favorisce indirettamente il tecnicismo filologico e il tecnicismo politico. E quando Enrico VII di Lussemburgo tenta una restaurazione imperiale, ancora sotto la mura di Firenze, inutilmente assediata dall'imperatore, si conferma quello che il particolarismo italiano sapeva già da Legnano e riscopre adesso con una decisione più chiara: che la nuova vita dovrà svolgersi intorno ad individui che poco tollerano le investiture astratte, cavalleresche e feudali, che chiedono di capire quel che sono e di vivere a proprio modo in una cerchia limitata e arditamente fino in fondo osservata. Da allora in poi, e finché la civiltà del Risancimento giunge alle sue conclusioni estreme, tutto quello che è destinato ad esser vivo in I. passa da Firenze, e vi si sperimenta, si atteggia e si ritrova, alla luce di quella viva intelligenza, in quel l'animato incontro di uomini contemplativi e attivi.

Né occorre ripetere quello che già era chiaro nella cultura delle origini, che nulla è vivo in Europa che non sia riosservato e accolto in I. Da allora in poi il messaggio della nuova civiltà, le nuove forme d'intesa stabilite fra la gente attraverso il linguaggio della parola e delle immagini, il nuovo costume che dietro le nuove parole si atteggia, s'irradiano da Firenze.

Ma Firenze decide come organismo politico, come sfera d'interessi pratici, come città, dove si celebra un linguaggio e un costume: il destino ultimo appartiene all'uomo solo; e l'epoca delle decisioni universali che fan capo alla scelta degli uomini soli è incominciata con Francesco d'Assisi, il Poverello. Chi davvero decide per Firenze, e in certo senso per tutti quelli che parlano una lingua che è ancora la sua, tutta viva di lui nelle intime latebre dei suoi nessi e nei riecheggiamenti più remoti del suo senso, e che dal suo immaginare, e dal ritmo del suo dramma abbiamo appreso, è Dante. E come il suo itinerario sarà dalla città terrena alla città infernale e alla città celeste, «da Firenze in popol giusto e sano», dalla l'esilio alla patria empirea, non solo il suo poema è copace dell'uomo e drammaturgia dell'universo, ma è cronaca fiorentina. Se tutta la vita del secolo convergeva a Firenze, tutta la vita di Firenze si individua in Dante. Tutta la vita, si badi: naturale e sovrannaturale; e Dante diventa il demiurgo di quella storia proprio e solo perché non si accontenta d'essere partecipe di storia, non torna da un'esperienza astratta ad una proposta astratta (come quelli che pretendono assicurare vita umana alla storia prescindendo dalla persona), non è soltanto una prassi o soltanto un intelletto; benché sia sovrabbondante in lui la misura della partecipazione attiva alle cose, e prodigioso sia il lume intellettuale; ma perché decide per una vita totale, soccorsa dalla Grazia e dalla ragione, e dalla Rivelazione ricondotta, attraverso l'esperienza di tutta la vita naturale e sovrannaturale degli uomini, al suo termine legittimo, la contemplazione di Dio. S'inzia infatti dalla Commedia nella civiltà d'I. la prevalenza della poetica della visione, con il rigoglio stupendo delle arti figurative; e ancora dalla Commedia, con quel suo possesso del mondo passato e presente e della ragione e della cultura antica, intesa come un vertice di eccellenza su cui è disceso nella pienezza dei tempi il messaggio di Cristo, promana il nuovo Umanesimo. Né poté più tardi esser mai dimenticata del tutto (neppure in tempi di classicismo retorico, quando si pensò che l'esercizio dell'arte bastasse a se stesso, neppure in tempi di realismo, quando compito della poesia fu creduto il registrare la realtà esterna) la poetica della persona, proposta da Dante che scorta l'uomo nel suo cammino della Croce verso la gloria di Dio.

Ecco giunto, dopo di lui che l'apre, il tempo in cui questa parola, Umanesimo, diventa esplicita. Se abbiamo serbato, nell'intitolare il paragrafo, l'endiaide tradizionale, Umanesimo e Rinascimento, non era già perché non bastasse la prima, a definire il moto della nuova civiltà. Ma anzitutto per intendere meglio che quest'epoca è capitolo di un perenne umanesimo cristiano, che si rifà al dogma dell'integrazione divina dell'umano con una chiarezza e una insistenza forse non conosciute né prima né dopo. In secondo luogo per non dimenticare che si tratta di un'applicazione parziale e complessa della meditazione paolina sul nuovo Adamo, che rinasce in Cristo e per Cristo: un capitolo di quell'immensa ansia di rinnovamento che nel secondo millennio investe tutta la vita. Infine per non trascurare l'in­dicazione tradizionale, che con la parola «umanesimo» indica più volentieri l'aspetto filologico di quel fenomeno storico che nella parola «rinascimento» (e «renovatio» e «reformatio») viene osservato in una accezione ontologica. Il dualismo del primo millennio, che talvolta era sfociato in una violenta opposizione manichea, è ottimisticamente

conciliato. Già il tomismo aveva ridato una dignità alla natura, seppure abbasata dal peccato, e aveva restituito alla ragione il diritto di giungere con i suoi mezzi, se non al possesso dell'essere, a una nozione intellettuale della verità, e alla filosofia antica la gloria di avere toccato le soglie della Rivelazione cristiana. Ma la nuova letteratura, e tutta la cultura che ne consegue, si dichiara disposta a rielaborare un'immagine dell'uomo nella pienezza della sua dignità riacquistata. Il programma è implicito in Dante: non diremo che sia senz'altro concordemente inteso e applicato dai letterati italiani: anzi, se vogliamo cercare una documentazione, affidata all'arte, di questa vasta tendenza, dovremo piuttosto seguir la vicenda della pittura e della scultura (e più della prima, per il carattere di immediata traduzione del dato della visibilità, che poteva apprendere da Dante). La cultura letteraria indugia a trarre conseguenze della poetica dell'Alighieri. Da un lato si prolunga in una ricerca più provveduta dell'espressione latina, in una miglior conoscenza archeologica dell'antichità, in un acquisto del mondo classico, un mondo di forme eccellenti, e finisce col dimenticare la complementarità originaria di cultura classica e di vita cristiana, quella intesa come «limbo» di questa, come attesa dignitosa, ma malinconica, della pienezza dei tempi: è l'umanesimo archeologico e filologico, inteso al documento o alla ripetizione del dato formale. Dall'altro lato Firenze mantiene la guida della cultura volgare, riducendo volentieri ogni novità alla misura di una sfera un po' pettegola e circoscritta di vita cittadina, o insistendo in un tecnicismo stilistico che vale non molto più di una tradizione artigiana. Per tutto il Trecento e per buona parte del Quattrocento, la letteratura fiorentina, quasi aggirando la seconda e la terza delle «tre corone» trecentesche, Petrarca e Boccaccio, si mantiene municipale (sia pur talvolta con la duttile grazia di Franco Sacchetti, autore di spigliatissime novelle e di garbatissime canzoni a ballo); e si equilibra nella discussione sulla preminenza del latino e del volgare; finché ritrova proprio nel suo municipalismo - quando l'umanesimo filologico ha compiuto la sua parabola - la libertà e l'ampiezza delle invenzioni geniali, negli ultimi anni del Quattrocento, con Luigi Pulci, con Lorenzo de' Medici, con Angelo Poliziano. Intanto il resto d'I., sempre orientandosi verso Firenze, va acquistando il senso della nuova letteratura.

14. - *ENCICLOPEDIA CATTOLICA*, - VII.
ITALIA - La distesa del Tavoliere delle Puglie.

vive preoccupazioni archeologiche e storiche, di Napoli, dove più attivo studio è la poesia, orientano le diverse preoccupazioni degli studiosi e assicurano la molteplicità degli indirizzi, con la concordia della pronta attenzione di tutti alla vita intellettuale di ognuno. Anche il meccanismo, che assicura alla letteratura e alla cultura (prima lasciate alla libera iniziativa delle città e degli Ordini monastici) la protezione talvolta pesante della corte e della politica, si diffonde in questo tempo: soluzione certo scricamente imponente del problema dei rapporti fra cultura diffusa e vita sociale. La stampa è il mezzo eseguito per moltiplicare la partecipazione alla scoperta culturale; le officine tipografiche dovranno fondare difendono testi religiosi e testi classici. La fondazione della nuova cultura e la proposta di una umanità che integra la Rivelazione cristiana con il tesoro dell'intelligenza antica si diffonde dall'I. in Europa.

Ma il dualismo dell'umanesimo filologico di stretta osservanza classicheggiante (dualismo di cultura pagana contrapposta alla Rivelazione cristiana; di forme classiche preferite alle forme di lingua volgare) non è che una fase polemica; ben altra ampiezza e importanza assume la proposta di disporre i due elementi per un processo di integrazione: l'uomo nuovo, se si accresce dei tesori della sapienza antica, non è che un cristiano più riccamente partecipato della vita. Lo si intende osservando come sia transitoria l'intransigenza dei seguaci della latinità pura: l'umanista pedante che si rifugia nel suo latino e nel suo greco per sottrarsi agli assalti del costume e della moralità contemporanea, diventa presto ridicolo; quando pur l'umanesimo filologico e filosofico non diventa una macchina incendiaria contro la società cristiana. In I. prevale un accordo di senso comune e di buon senso, che cercano di evitare la proposte estreme; né si può dimenticare, in I., che alla scoperta degli antichi si era giunti ad operare grandi poeti volgari, e che una ricca cultura volgare aveva preceduto una ricca cultura classicheggiante, non viceversa. L'agevolezza, onde la cultura fiorentina dell'ultimo Quattrocento riesce ad essere greca, latina e volgare nello stesso tempo, dimostra la direzione che la storia della cultura è per prendere; e le nuove invenzioni poetiche diventano anche più feconde a Ferrara, dove l'esistenza di una dinastia secolare, di tradizioni cavalleresche, e un certo arcaismo goticizzante promuovono su base anche più larga l'intesa del nuovo sincretismo. Alla corte di Ercole I., uno dei principi più provvidi e pensosi d'I., il gusto delle letture romanzesche, dei poemi e dei racconti di Francia, si dispone accanto alle letture dei classici, promosse da Guarino Veronese, maestro di classicità a tutta la cultura ferrarese; e i poeti estensi, dal Boiardo all'Ariosto, vanno riassumendo in armonia un sogno di amorosa e guerresca avventura.

In questi anni, fra l'impresa di Carlo VIII e il sacco di Roma, tra il 1494 e il 1527, accade la catastrofe della civiltà cittadina d'I. che, urlando contro i grandi Stati unitari guidati da una dinastia nazionale (Francia e Spagna), non riesce a salvare l'indipendenza. La crisi politica d'I. si accresce a dismisura nella crisi d'Europa, anzi del mondo: crisi religiosa, che divide la «politeia» cristiana, mentre il tradizionale nemico d'Oriente, l'islamismo, si organizza statalmente nell'eredità di Bisanzio; crisi economica, che le grandi scoperte geografiche, la scoperta dell'America, il passaggio marittimo alle Indie, il dominio oceánico europeo, sconvolgono ogni sistemazione tradizionale. L'I. si trova a capo della cultura europea, ma con la gravissima denuncia, promossa dai fatti, di una preparazione politica assolutamente inadeguata. Di più, si trova davanti a conseguenze imprevedute delle sue stesse parole; e subisce la sorte che tocca al suo eroe, a Cristoforo Colombo, che muove alla scoperta di nuove terre dove

propagare la fede di Cristo, e scatena la più gigantesca gara di egoismi che il mondo abbia mai visto, continenti interi aperti alla cupidigia di avventurieri senza freno e legge; che dai suoi viaggi torna incatenato, dopo che ha liberato tanto spazio; che mette al servizio della conoscenza umana l'esperienza della sua arte di navigatore del mare Oceano, e chiude senza volerlo il suo proprio paese in un lago interno, desolato dalle Notte dei pirati barbareschi. Poiché il suo destino è di vivere, l'I. vive; e anche nella letteratura, proprio in quegli anni di decadenza della nazione, fa la proposta di una cultura di popolo ed offre i frutti della sua civiltà cittadina e del suo umanesimo ad una civiltà nazionale. L'impulso della fantasia e della parola si moltiplica: i nuovi scrittori parlano al popolo della nazione, non più ai dirigenti di una città: la civiltà fiorentina diventa italiana. Niccolò Machiavelli tenta la fondazione di un tecnicismo politico che compia il miracolo di salvar l'I. dai barbari, rinuncia a la giustificazione trascendentale della vita politica come vita morale, fa un passo indietro serrando nei limiti di una prassi immanente le operazioni dello Stato, ma fa un passo avanti assegnando alla vita della nazione una dignità di fede e di speranza. Ludovico Ariosto, che Cervantes chiama poeta cristiano, in quel turbine di guerra sogna un'avventura ricomposta armoniosamente e provvidenzialmente in pace, accetta la vecchia eredità dell'Impero come una adorata cornice per condurre in porto i suoi guerrieri amorosi, ispira una generosa fiducia negli uomini, al di là del male e della rissa, spazia fantastica con per il mondo, e lo ricompone in pace nella dignità di una parola nobile e accorta. Baldassar Castiglione, che ambasciatore del Pontefice a Carlo V non ha potuto evitare il sacco di Roma e ne muore, propone il modello di una vita attenta ai gesti quotidiani ma gentile, capace di ricavare l'armonia e la dignità dalla perfezione con cui le piccole cose sono osservate e portate al loro natural termine.

Con loro la letteratura esce dai limiti dell'individuazione umanistico e cittadino dei grandi trecentisti: davvero la partenza di Erasmo da Rotterdam dall'I. segna una svolta nella storia della cultura europea. Ma nemmeno Erasmo, pur così solerte nell'opporsi alle deviazioni nazionalistiche di Lutero e nel salvare i valori cattolici della tradizione e della ragione, prevede che la prossima fase della cultura europea non tocca già ad una aristocrazia intellettuale che parli latino e sorvegli il costume e le credenze di tutti, mentre guida i capi responsabili, ma ai popoli con le loro esigenze di vita concreta, con i diversi linguaggi e i vari costumi. Per questa via s'incammina la cultura italiana; e suo antesignano è quel Teofilo Folengo che, umanista e filosofo, gentiluomo e frate, contrappone alle eleganze ciceroniane del Valla non più l'accorto sincretismo di Erasmo, ma la plebea vitalità della sua epopea maccaronica. I primi imitatori europei della letteratura italiana umanistica, anche di quella in volgare, dal marchese di Santillana a Goffredo Chaucer, dunque dal feudatario iberico al borghese d'Inghilterra benvisto alla corte del re, avevano procurato di apprendere moduli di più raffinata eleganza; ma certo non si erano permessi di uscire dai confini della letteratura medievale volgare: spasso di una vita di classe, entro i limiti di occasioni molto ben definite. Ma le nuove letterature dei loro popoli accolgono la parola e l'intenzione della letteratura italiana cinquecentesca, sia pur privata in parte delle eleganze native, ne accolgono il poema, il romanzo, la novella, il teatro, nell'espressione più immediata e più efficace: ne accolgono più volentieri le traduzioni vulgate che le forme originarie. Con qualche ritardo sull'I. del Cinquecento i popoli d'Europa si dirigono verso le letterature nazionali e popolari: la Spagna dapprima e poi l'Inghilterra: con un più lento processo la Francia, che ha da assimilare o da abbandonare l'immensa eredità della sua letteratura volgare medievale. Questo è il fenomeno più imponente della cultura d'Europa: il sorgere delle letterature nazionali sull'esempio della letteratura d'I. e il processo non è finito finché il Romantico non fa entrare nella cultura europea anche la Germania e la Russia.

La cronaca della letteratura italiana durante il Cinquecento

cento, da Machiavelli, Ariosto e Castiglione a Torquato Tasso, con il quale i nuovi modi dell’età barocca diventano esperienza consapevolmente sofferta, ha meno importanza, benché ne sia ricchissima l’antologia. Prevalenza di poligrafi: scrittori, spesso di mestiere, che propongono a un mercato librario assai attivo, e d’importanza europea, le opere che possono avere più fortuna. D’altra parte si hanno opere, come la Vita di Benvenuto Cellini, che paiono staccarsi affatto da ogni giustificazione storica, e riflettono il liberissimo estro di uno spontaneo atteggiarsi per diretto impulso di una ricca natura. Infine, per quel che è della cultura accademicamente sorvegliata, abbiamo le composizioni più circospette, elaborate secondo i canoni di una molto rigorosa didattica dell’arte, che si andava elaborando, anche in applicazione della nuova critica letteraria. Ma non sarebbe che parzialità o pregiudizio storiografico ripetere per la letteratura del Cinquecento la consueta accusa d’inerzia, di conformismo classichieggiante, di scarsa vita. Giudizio che ha lunga vicenda: dalla polemica protestante e illuminista, intesa a condannare ogni opera sorta nell’ambito della cultura della Riforma cattolica, alla polemica romantica, tutt’altro che propensa a chi accettava di definirsi nei moduli di un’intelligenza formale e di una tradizione classica, agli storiografi del Risorgimento che volentieri ponevano in rapporto la decadenza politica con la decadenza letteraria. Ma giudizio non più vero perché più ripetuto; e la vita della parola raramente fu così fervida come allora. La stessa contrapposizione di lingua e di dialetto l’attesta: quel pullulare di forme linguistiche particolari poté sorgere solo quando la lingua nazionale ebbe compiuto il suo processo evolutivo verso la stabilità e la dignità della codificazione letteraria. I dialetti sono un dono della letteratura del popolo-nazione: senza l’intenzione e il gioco dell’antitesi non avrebbero quel carattere di polemica, di avventura, di disinvoltura scoperta di una realtà minore. E, ancora a proposito di lingua, va osservato come proprio nell’esercizio stilistico dei poeti lirici – frettolosamente aggruppati nella designazione di petrarchesi, anzi, dal loro caposcuola, grande uomo di coltura, grande politico della letteratura, e teorico della lingua e dell’amor platonico, il veneziano Pietro Bembo, fondatore della classicità volgare, detti addirittura bemisti – lo schema del verso petrarchesco e il suo lessico siano rivolti a una invenzione sottilissima di poesia. Della Casa, Galeazzo di Tarsia, Tansillo, per giungere alle stupende invenzioni del Tasso, sono grandi poeti lirici, e definiscono squisitamente la verità di un’immagine che si muove per suggestioni d’incontri, raccolta in una meditazione arcana: né la lirica europea, tra Góngora e i sonetti di Shakespeare, intorno alla rivoluzione della Pleiade francese, sarebbe storicamente comprensibile senza di loro. Per altrettanto spazio, più frequentato dall’attenzione popolare, si rivolgono i novelliere: il Bandello offre innumerevoli temi alla narrativa e alla drammatica d’Europa; e lo Straparola inaugura la fiaba, preludendo a quelle avventure magiche che oltrepassano il Barocco in cerca del Romanticismo. E ancor dall’I. cinquecentesca si diffonde in Europa il sogno letterario e costumistico d’Arcadia, inaugurato da un napoletano, Sannazzaro (v.), vissuto nella catastrofe della dinastia aragonese e dell’indipendenza del Regno: un «luogo» più che una forma della letteratura, questa Arcadia, che dalla Spagna di Montemayor passa all’Inghilterra di Sidney e di Shakespeare, e getta anch’essa un ponte verso Rousseau e l’Europa romantica. Infine è qui, nell’I. del Cinquecento, che la storiografia della nuova Europa si fonda; dal Guicciardini, che nella vicenda delle guerre d’I. vede le premesse per una più complessa concezione dello statismo, alle curiosità romanesche dello storiografo d’Europa Giambullari. E dalla storiografia nasce la dottrina politica, come della storiografia e della dottrina politica si accresce la tecnica diplomatica: la soluzione umanistica della letteratura, incremento dell’uomo, vale ad assicurare alla pianta-uomo d’I. d’essere esemplare anche quando le condizioni politiche sono avverse; e italiana è la sistemazione pedagogica della cultura.

Infine, tre luoghi ideali sono indicati da questa cul

tura cinquecentesca, per servir di mediazione fra l’invenzione della parola e la riflessione del costume: la corte, il teatro e l’accademia. La corte, segno d’eccellenza del vivere e della condotta politica dello Stato, raccoglie rimonte eredità antiche e medievali, ma si codifica nell’I. rinascimentale, proprio mentre scade l’importanza degli Stati della penisola e introduce la civiltà cortigiana dell’Europa barocca e il modello della società aristocratica. Il teatro, più aperto all’attenzione popolare, rispecchia le esigenze di eleganza e di elezione della corte, che tanto concorre al suo formarsi, ma trasporta fra la gente le invenzioni dell’arte. Infine l’accademia siede a custodire la tradizione letteraria umanistica, cataloga le opere eccellenti andando intorno a loro le nozioni storiche e linguistiche che l’illuminano e trasceglie le forme esemplari e imitabili.

39. L’ETÀ BAROCCA

Durante l’età barocca la letteratura italiana pare distaccarsi dalla vita comune e proseguire in disparte la ripetizione dei motivi più suoi. L’unità intellettuale d’Europa, compito immenso assolto dal medioevo, era pur stata la premessa dell’Umanesimo; e l’egemonia culturale d’I., nei suoi secoli fecondi, aveva confermato quell’appartenenza. Ma declinando il Cinquecento, la cultura italiana, se viene ancora celebrata e ammirata, meno può da se stessa. Eppure non si può, dopo gli studi recenti che hanno tolto di mezzo la vieta concezione di una mortale decadenza italiana seguita al Rinascimento, congedare con un cenno frettoloso un’epoca che può essersi espressa in altre forme che le letterarie (il linguaggio architettonico e il linguaggio musicale si esercitano in un territorio assai più vasto che la stessa letteratura e la stessa pittura del Rinascimento: in realtà, hanno accolto in sé i temi elaborati in altre forme espressive), ma che si è svolta con stupenda coerenza e che ha consentito il ritrovamento di una intatta fecondità di vita spirituale, all’avvento dell’età romantica. Eccoci indotti a varcare i limiti del periodizzamento tradizionale. Finché si parlava di secentismo o addirittura di marxismo, si rinunziava certo a fare storia, ma ci si poteva considerare giustificati nella condanna: per accogliere in un’intelligenza unitaria le nuove invenzioni del linguaggio, è necessario uscire dalla convenzione politica e formalista di «decadenza», e allargare la prospettiva. L’età barocca s’avvia quan. lo letteratura cinquecentesca diventa, come s’è visto, popolare e nazionale; e finisce trapassando nel Romanticismo: benché l’intellettualismo illuministico ed enciclopedistico credesse di aver liquidato per sempre, in nome dei lumi e della ragione, i diritti della fantasia nell’aprirsi la strada, e illuminarla altrui, verso l’essere. E tuttavia bisogna riconoscere che in I. vien meno l’antica stupenda unità della ricerca artistica, così permeata di vita morale, per quel connaturarsi agevole del cristianesimo nel costume. Moralità e fantasia si distaccano: l’una sorveglia la vita di rapporto in una rigida norma del lecito e dell’illecito, e nell’osservanza della regola; l’altra si disfrena in un’avventura che rischia ad ogni passo di perdere ogni rapporto documentabile con la realtà.

Più universale d’ogni altra forma d’incontro, d’ogni altro ideal «luogo» per un’intesa fra la gente, è il teatro: che fin dalle sue origini par contenere in sé la necessità del suo destino e si orienta verso gli aspetti che l’età barocca vedrà codificati e diffusi. S’era cominciato con la commedia; e s’era appena giunti alla fondazione di un teatro vero e proprio, a stabilire un linguaggio e una consuetudine, quando i primi commediografi italiani, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Pietro Aretino, Angelo Beolco segnarono una strada che doveva essere percorsa per secoli. Se Ariosto comincia letteratissimo con la for-

mola aperta e sciolta dei Suppositi, dove i giuochi dei servi ricordano ancora i modi della giuleria, il Ruzzante, che proprio dalla giuleria incomincia, approda alla meditata continenza classicheggiante dell'Anconitana. Qui non ci tocca il catalogo delle commedie, dall'anonima degli Ingannati, fortunatissima in tutto il teatro di Europa, al Candelai di Giordano Bruno, traboccante di umori e di virulenza, dove l'autore invade la scena perseguitando le maschere dei suoi stessi fantasmi, con un eccesso, forse, di parola. La commedia letteraria si colorisce delle invenzioni artigiane dei comici dell'arte, che pur da quella hanno appreso lo schema e il rapporto dei personaggi seri e faceti, perché sia compreso il linguaggio mimico e possibile il giuoco dell'improvvisazione; e parallela all'ingresso dei comici napoletani nelle compagnie dell'arte, verso la fine del Cinquecento, è l'influenza esercitata dai commediografi napoletani, fra i quali il Della Porta. L'altra forma del teatro italiano dell'età barocca è vade dalla parola verso la musica, come la commedia eva de dalla parola verso il mimo; e se ne parla perché al contatto con la musica la parola o si snatura, o si arricchisce. Letterati come il Rinuccini, il Rosspigliosi, lo Zeno, testimonianze che il teatro in musica accetta il soccorso dell'intelligenza; e il poeta (in realtà librettista, perché l'interpretazione autenticamente poetica del soggetto tocca nel teatro dell'età barocca, al musicista) stabilisce un rapporto, fra la parola e la musica, che non può più essere dimenticato, se è vero che la parola «poetica», d'ora in poi, s'intride di musica, e diventa tutta canora: tale nel Settecento l'II. parrà al Burney. E infine la tragedia, che nel costume del teatro è sostituita dal melodramma, mantiene una sua tradizione letteraria. Opere tragiche notevolissime si stampano, più che non si recitino, lungo tutta quell'età: dall'Orazia dell'Aretino al Giulio Cesare del Pescetti, dalle tragedie di Federico della Valle, stupende di ispirazione religiosa e di profonda intensità di vita morale, all'Aristodemo del Dottori, alla Merope del Maffei, alle drammaturgie del Gravina, del Martello, del Conti. Appunto di drammaturgia è da parlare, cioè di costruzione riflessiva, di una proposta organica, affidata alla parola, senza troppo curarsi del viaggio che farà tra la gente, affidata alla fortuna scenica. D'altra parte, proprio questo atteggiamento della letteratura salva alla cultura italiana la possibilità di aprirsi, quando che sia, alle grandi drammaturgie letterarie d'Inghilterra, di Spagna, di Francia, che non avevano conosciuto la teatralità estrema, intimamente logica, del teatro dell'arte e del teatro dell'opera, ed erano rimaste più fedeli che gl'italiani alla missione della parola.

Proporremmo, per agevolare al sommario l'intelligenza di un mondo così complesso come quello che la letteratura italiana va promuovendo e illuminando, di guardare anche ad una distribuzione geografica della letteratura L'Umanesimo poteva tendere a svincolarsi dai legami troppo forti con i luoghi, ma la civiltà popolare del Barocco non può certo dimenticare, per l'astratta ragione, la concrta natura; e dalla natura vengono le immagini di cui la fantasia si nutre, immagini ora obbiosamente accettate, in una fiducia che il Rinascimento aveva raccomandato, ora sospettate, per un più scrupoloso controllo dei loro effetti. Il centro ideale della letteratura italiana si sposta ormai verso il mezzogiorno: l'Accademia napoletana aveva disposto una giustificazione culturalistica; al precursore Sannazzaro era toccato di indicare nella finzione d'Arcadia l'ideal luogo d'incontro fra letteratura e natura; e il gruppo «napoletano» dei lirici petrarchesi già porta nell'elaborazione dei temi petrarchesi una novità d'invenzione più liberamente abbandonata alle suggestioni del sentimento e dell'immagine. Della sua nascita sorrentina si rammenta certo Torquato Tasso, che il quadro biografico tradizionale risospinge sempre a settentrione, fra il padre bergamasco e le origini fiorentine della madre e il soggiorno prima beato e poi funesto di Ferrara. Ma anche qui la natura è più forte della cultura, se non occorra piuttosto dire che, attraverso i casi miserandi della vita tanto dolorosamente sofferta, il Tasso realizza quell'incontro di nativo impulso fantastico e di accademismo storico e razionalistico, che consente l'immensa fortuna della sua opera. Quella cultura, quell'accademismo, nonostante le prevenzioni e i dubbi, sapevano dunque aprirsi ai nuovi messaggi. Attraverso il Tasso i due grandi temi della nuova cultura diventano l'evasione arcadica e l'evasione eroica: Aminta, appunto, e Gerusalemme; ma l'evasione arcadica si compone in una squisita musicalissima cadenza di armonia elaborata, attraverso la quale si dimentica ogni suggestione di una natura irruente e tremenda, o addirittura diabolica, come appare in tante zone del naturalismo settentrionale; e nella gesta sacra intende il segno e la guida della Provvidenza: «e sotto i santi segni ridusse i suoi compagni erranti». La concezione idilliaca della natura resta ferma in attesa della codificazione arcadica: un Chiabrera, che toccò tutti i modi poetici, come per antologizzare, ne varia solo le esperienze formali; e la mescolanza di avventura romanzesca e di storia, la gran novità tassiana, attende addirittura il Romanticismo. Nel frattempo, attraverso Giambattista Marino e i marinisti, il centro dell'osservazione e della lettura della poesia si sposta dalla tradizione e dalla ragionevolezza alla fantasia: diversamente precorsi dai teorici del Cinquecento, fondatori delle nuove giustificazioni della letteratura, i lirici marinisti accettano che la parola poetica sia senz'altro metafora. Evidentemente questo passaggio, cioè la giustificazione della fantasia, e la convalida dell'arte, non in quanto si riduce, attraverso il processo delle variazioni, alla ragione, ma in quanto «inventa», attraverso la metafora, nuove rispondenze e scopre il regno prima celato delle «meraviglie», attende la teorizzazione vichiana. Tocca a Vico infatti riassumere, teorizzandoli, tutti i motivi validi della cultura barocca: e idealmente la congiunge al Romanticismo. Certo occorre abbandonare l'interpretazione, ormai desueta, che lo limitava nell'opposizione all'intellettualismo cartesiano, e quell'altra, più invalsa, che lo fa scoprire del moderno idealismo immanentista: per i risultati delle indagini moderne, del cattolicesimo Vico non si può mettere in dubbio l'atteggiamento di filosofo sapienziale e di storico della Provvidenza. Ma qui basti osservarlo come riassuntore di tanti temi salienti della letteratura italiana dell'età barocca: letteratura di

popolo, prevalenza del sentimentale e del fantastico, al-
lusività della metafora e vita storica dell'immagine: è
per lui che la storia accoglie anche la vita della fantasia.
Non si spingeva, intanto, la tradizione della let-
teratura solenne, spesso ridotta a maniera grande.
Suo centro è Firenze; e a Firenze fa capo il rispetto
per le forme autenticate e classicheggianti, la custo-
dia della purezza della lingua, un'immacolata e abba-
stanza irriflessiva concordia di letteratura e di ragione,
attuata diplomaticamente riconoscendo quanto v'era
di ragionevole nel tradizionale. A Firenze fa capo
la tradizione della lirica civile, intesa alla celebra-
zione degli argomenti solenni: il ferrarese Testi
e il pavese Guidi, intorno al fiorentino M. Filicaia. A
Firenze si mantiene la tradizione degli studi storici
o politici, e quella particolare concretezza di osser-
vazione acuta e circospetta che era l'eredità, diremmo
metodologica, degli storici fiorentini, protrattasi nei
politici veneti e piemontesi. Ma gli interessi si al-
lorgano, intanto, e se un arretino vissuto a Firenze,
il Vasari, diventa storico dell'arte, ancora al canone
ideale della storiografia toscana fanno capo i grandi
storici dell'età, pur nelle loro diversissime attitudini:
dal Baronio, padre della storia ecclesiastica (era
dell'Oratorio, infatti, vicinissimo a quel s. Filippo
Neri che con un'agevolezza stupenda e una mirabile
ingenuità di fede seppe nutrire la cattolicità con il
linguaggio dell'intelligenza fiorentina), al precursore
documentario del Muratori, il modenese Sigonio;
da Paolo Sarpi, pur così acceso di veemenze poli-
tiche nella sua storiografia polemica, e certo più
aperto alle tendenze dell'intellettualismo che ad
una problematica religiosa, all'altro storico del Con-
cilio di Trento, il documentarissimo e attentissimo
Sforza Pallavicino. F ancora a Firenze fa capo la prosa
scientifica, che si svolge organicamente in una inin-
termessa tradizione: se il favolismo e la scoperta
delle naturali meraviglie avevano, al declino del Ri-
nascimento, acceso la prosa ermetica di Leonardo,
intorno a Galileo Galilei si elabora una notazione
letteraria della scoperta scientifica, che val ben altro,
quanto ad acquisto della natura e a mirabile pic-
nezza d'arte, che le avventure arcadiche; fino al
Redi e al Magalotti, son questi gli idilliici e gli epici
della prosa scientifica. Eppure il quadro della cul-
tura toscana non sarebbe completo senza tener
conto di un accento regionale e municipale che ser-
ba quella cultura. La custodia della lingua e della
dizione fiorentina, affidata all'Accademia della Cru-
sca, non si priva mai dei giuochi e degli innocenti
spassi accademici; e l'erudizione letteraria e filo-
logica, tra il Borghini e il Salvini, mantiene un
tono di allegra sprezzatura; e il nipote di Michelan-
gelo, Buonarroti il Giovane, riassume con stupenda
duttilità la cultura granducale, così nella sua opera
di accademico come nelle mirabili commedie della
Tancia e della Fiera.

Altro discorso convien fare quando il centro della
prospettiva della storiografia letteraria si sposta verso
Milano: perché l'eredità del moralismo lombardo, che
aveva detto la sua parola nelle origini, ed era rimasto come
sommerso nella catastrofe politica del Ducato, risorge
con il declinare del dominio spagnuolo. Carlo Maria Maggi,
fra il Senato e le scuole di Brera, fra l'amicizia del Vico
e il panegirico del Muratori, segna e interpreta questo
rinnovamento: le cui espressioni più autentiche non sono
nella lingua e stile illustri, che pure il Maggi interpreta
con adeguata compiutezza, ma in dialetto. Il gusto della
cerchia circoscritta e dell'osservazione di costume non
andrà poi più smarrito, dopo l'esempio delle sue liriche
e delle sue commedie; e ne risentirà il Parini, pur fra gli
impegni solenni, accettati e perseguiti dalla sua musa
illustre. Parini, infatti, riesce a riportare fra la gente, ad
una concretezza ormai smarrita di osservazione e di analisi,
la tradizione più solenne della letteratura italiana. Per un
verso egli (che muove d'Arcadia, e che dalla trasformazione
stilistica e moralistica del cosiddetto rinnovamento sette-
centesco ha appreso tanto, e prosegue già dal Frugoni al
Bettinelli, al Cesarotti, percorrendo nella sua opera in-
stancabile e attentissima tutto lo svolgimento letterario
del Settecento) si ricollega all'accademismo della maniera
grande; ma per l'altro, « primo pittor del signoril costume »,
attende a quella realtà di cose viste, di notazioni circo-
spette, che con la maniera grande sembra e non è in con-
trasto: ché il contrasto si risolve nel Parini in animoso
giuoco comico. Né sarà da dimenticare, fra i temi che più
animano la società milanese del Settecento, le preoccupa-
zioni sociali, economiche e politiche di quell'attivis-
simo patriziato: intorno ai fratelli Verri, a Cesare Becca-
ria e al periodico Il Caffè si manifesta un nuovo fervore
di vita intellettuale, di responsabilità liberamente assunte;
e l'intellettualismo enciclopedistico, con le sue preoccupa-
zioni pratiche e il suo antiradizionalismo, vi predo-
minia. Parini si avvale di tutto; ed è pur sempre su un
ambiente così preparato che scenderà la rivelazione poe-
tica e storica e morale dei romantici.

Da tutte le parti si avverte l'insorgere di questa ener-
gica e attiva vita morale. Dunque è tramontata l'età ba-
rocca? e non è altro, questo rinnovamento settecentesco,
se non una fase del prevalente razionalismo, vittorioso
dopo la prevalenza del sentimento e della fantasia fra il
Cinque e il Seicento? Parrebbe di sì, a chi riflette che si
tratta pur sempre di un movimento di minoranze ari-
stocratiche e intellettuali, avverse al populismo e all'ir-
razionalismo barocco. In realtà, la poetica del sensismo è
molto più riducibile ad un proposito di conciliazione che
a una polemica: varrà infatti essa pure a preparare il
sentimentalismo romantico. Le monarchie assolute e i
principi riformatori anche in I. appoggiarono tale in-
tellettualismo e promossero larghe tendenze di cultura
enciclopedistica; ma restò un episodio, in I., tranne
che in sede politica. Principi illuminati, o direttamente,
come Carlo III di Borbone, o indirettamente, attraverso
i loro primi ministri, come il Bogino, il Du Tillot, il
Fossombroni, e letterati francesizzanti (da Ferdinando
Galiani a Melchiorre Cesarotti) o anglicizzanti e più tardi
germanizzanti (da Gastone Della Torre Rezzonico ad
Aurelio de' Giorgi Bertola) non osservavano certo la vita
delle moltitudini e il costume connaturato fra noi. Il cat-
tolicesimo durava al centro della vita sociale, e gli s'ac-
cordava il linguaggio musicale (l'avvento dell'opera buffa
significò una svolta importantissima nel teatro lirico, che
s'aperse per essa ad una sensibilità più fresca, a una os-
servazione più diretta, ed esercitò influenze predominanti
nel populismo romantico) e il linguaggio architettonico:
barocchi, anche nella riscoperta del reale minutamente
osservato, sono i grandi pittori veneti. La parola di Parini
(ci riallacciamo ancora a lui, per toglier di mezzo ogni
diaframma fra la varie forme dell'arte, in una prospettiva
storica che pur fa centro nella letteratura per intendere
la vita civile d'I.: « ut pictura poësis ») va dall'Arca-
dia della Vita Rustica alla descrizione romantica della
Notte che, preannunciando la nuova poesia, pur volge
indietro lo sguardo al romanzesco d'altri tempi « allor che
gli inciti avi eran duri ed alpestri... ». E quando gli stra-
nieri scendono in I., riscoprono il costume dell'età ba-
rocca, e stupiscono che così pronta armonia di vita in
così vivace estro del sentimento e dell'ingegno si rea-
lizzi senza lasciarsi prima disciplinare e ammonire dalla
mutua pedagogica dell'intellettualismo. La stessa Ar-
cadia, l'accademia romana che deduce colonie ovunque,
e che tutti i poeti aduna nelle sue sedi, e il bel mondo con
loro, con la sua eredità rinascimentale, con il suo languore
preromantico, dice come il vecchio, in I., fluisca blan-
damente nel nuovo, senza rivoluzionari clamori. Nella
agevole e poco impegnativa finzione pastorale essa pro-
seguiva il sincretistico programma classico-cristiano del
Rinascimento e accoglieva naturalisti e poeti, commedio-
grafi ed eruditi: una specie di immensa enciclopedia,

parlante anziché scritta, volta alla ricerca ragionevole di quanto del passato potesse essere utile al futuro, e ad accogliere in un costume signorilmente affabile persone bennate.

Infine, tornando al teatro, la letteratura italiana accetta questo, fra i suoi ideali luoghi d'incontro, per tentare vie nuove. E prima con Metastasio riassume in parole semplici e adorne quanta musica quella musicalissima e viltà aveva diffuso al vento, ogni angolo del paese echeggiando. Poi con Goldoni, che muove da un noviziato letterario ingenuo ed enfatico, finché s'accorge che la tradizione dei comici dell'arte può essere modificata solo dall'interno, attraverso un'attenzione accorta, che trasporti il giuoco mimico in una sfera di impegno morale, non conclamato né solennizzato, ma pure sincero e volenteroso, da di quel costume un'immagine animatissima, e riassume in una cadenza musicale, anche più sottile ed esperta che l'abbandono melodico del Metastasio, il senso di quella vita tra l'opera e i capricci. Ultimo, con l'ambizione di nuovi tempi eroici, l'Alfieri.

40. ROMANTICISMO

La letteratura dell'età barocca, in questi più vasti limiti dove la si colloca, aveva assolto compiti degni; e proposto un'assidua intesa fra la fantasia e il costume; e salvata e diffusa una tradizione poetica, serbando vive e attive le invenzioni artistiche e la concezione stessa umanistica della vita. Ma una crisi della cultura si avverte sempre più acuta negli ultimi decenni del Settecento, anche fra noi; par sospesa, mentre le guerre della Rivoluzione e dell'Impero fanno scomparire le ultime vestigia dell'Europa feudale e ripropongono una soluzione politica di quel nazionalismo popolare che pure era un atteggiamento diffuso dalla letteratura dell'età barocca in tutte le nazioni; infine sbocca nella polemica letteraria più vastamente partecipata e più importante per il costume e per la vita morale dell'Occidente dopo l'umanesimo letterario: del quale è pure, nel profondo, una integrazione. Il Romanticismo, che qui si tiene presente soltanto la prospettiva della storia della letteratura italiana, ha entrato dapprima in polemica con l'interpretazione intellettualistica e razionalistica della vita e della letteratura, principalmente rappresentata dalla cultura francese; proseguì promovendo il senso e il sentimento della vita dei popoli, custodita da quella poeticità profonda e ingenua che si negava alle letterature riflessive, e animò i movimenti nazionali dell'Europa ottocentesca; insorse contro le regole formali e contro la retorica, vedendo nel classicismo la codificazione accademica delle spontanee invenzioni dei poeti creatori, e affermò la libertà e la verità dell'arte. Non solo la codificazione classicista era battuta in breccia, ma lo stesso dualismo di costume e di fantasia, dove in I. si era fermata la poetica barocca, era superato nella ricerca di un impegno spiritualmente più vasto, dove la poesia fosse testimoniata di tutta la vita spirituale. Tuttavia, una polemica letteraria batte sulle proposte che sembrano più urgenti o che sono più facilmente comprensibili; e del vasto programma i romantici italiani, pur conoscendo le induzioni ultime della metafisica dell'arte, sostenero sopratutto il tema della letteratura popolare; e accettavano che l'I. fosse, come era, luogo d'elezione non più di accademicizzanti studiosi, alla ricerca dei canoni della astratta bellezza, ma di quanti vedevano nella poesia una intrinseca forma del vivere, la spontanea rivelazione di una ricca natura. Le conseguenze che si trassero in sede politica da questo atteggiamento erano ovvie; e Il Conciliatore, alla cui redazione davano opera, con altri, il Pellico, il Porro Lambertenghi, il Confalonieri, il Borsieri, il Di Breme, il Berchet (che aveva iniziato in I. la polemica romantica con la Lettera semiseria di Crisostomo) cadde ben presto in sospetto presso la polizia austriaca, che pure non aveva visto di malocchio, in un primo tempo, l'attenzione di questa nuova cultura lombarda alla giovane letteratura tedesca. La persecuzione politica travolse quei generosi nella prigionia dello Spielberg e nelle due vigiliere dell'esilio; e fu occasione che in un impegno più drammatico ritrovassero il senso cristiano della vita: che poteva essere stata, ai tempi della discussioni letterarie, solo un'attenzione disinvolta che reagiva al disinvolto scetticismo del sensismo. Anche per questa via la letteratura italiana si riproponeva al centro della vita morale e storica della nazione.

Ma una polemica letteraria lavora ad accettare la verità della poesia; e i romantici italiani avevano dietro di sé e accanto a sé i testi autentici di quel profondo rinnovamento di cui andavano in cerca; e anche del Concilia- tore l'animatore ideale era stato Manzoni, che pure, di proposito, sui giornali non scriveva: Manzoni che sta al vertice della nuova letteratura, e che con un'amplificazione del tutto retorica (ma che anche per questo gli sarebbe dispiaciato) può della letteratura italiana moderna essere considerato il fondatore. Fu Vittorio Alfieri ad iniziare in I. un movimento protoromantico che si doveva sviluppare, attraverso Foscolo, nell'umanesimo cristiano di Manzoni: anche se da talune conseguenze polemiche rimane immune quando, intento a un canone drammaturgico ideale, evade in una zona eccelsa di classicismo e di profetismo politico. Tocca a lui, comunque, per quel che la critica scerne di attivo nelle sue parole più vere, iniziarne nella letteratura italiana quel potente moto che l'individuazione sentimentale e operistico trasfigura in individualismo etico, e l'umanesimo formalistico della tradizione accademica in umanesimo integrale. Alfieri è in attesa: dei trasalimenti d'anima che si fanno lentamente luce nel tenebrore dei destini spietati e nella fiera forza delle volontà opposte, «nell'urto e nell'impeto degli affetti tremendi» come diceva, stupefatto e un po' scherzoso, Parini; di una letteratura consapevole che esalti la dignità dell'uomo-poeta; del «popolo italiano futuro». E l'attesa si colma, attraverso l'esperienza vitale dei poeti che dopo di lui, idealmente suoi discepoli, si dispongono in un attivo processo di interpretazioni. Tocca a Foscolo rituffare in una sfera storica più operosamente riassunta l'ideale uomo alferiano, e circondar di pietà e del senso dei grandi declini la vicenda degli eroi, oltrepassando di tanto, nel profondo, la molteplicità fervida e cordiale dell'opera letteraria di Vincenzo Monti, che pur reintrodusse, attraverso imitazioni ingegnose e la traduzione incomparabile, la lettura di Dante e di Omero. E tocca a Manzoni, che incomincia dove Foscolo finisce, dalla moralità e dalla storia, ripercorrere la vicenda degli uomini illuminandola della Rivelazione cristiana, e cercar sempre più nell'intimo gli ideali di libertà, di moralità e di verità, che s'eran prima affacciati alla vigilia poetica della giovinezza. La conversione segna, con gli Inni sacri, l'inizio di una osservazione del mondo sociale visto in quelle zone del sentimento e della vita religiosa che sfuggivano, prima, o eran trascurate; e le Osservazioni sulla morale cattolica, che risultano, oggi, necessaria mediazione fra gli Inni e le Tragedie da una parte, e I promessi sposi dall'altra, riconducono alla sua origine cattolica quel costume popolare italiano che tanta polemica protestante e illuminata aveva disprezzato, che il Romanticismo guarda con occhio tanto diverso. Ma Leopardi sembra interrompere quell'animo con- corde salire. La sua poesia s'affaccia, cominciando, ai sogni eroici e alle appassionate evasioni del melodramma, e la sua filosofia si organizza secondo gli schemi e i temi dell'intellettualismo settecentesco; ma ben altro spazio acquista quando, dopo la caduta delle illusioni, si restringe nel rifugio dell'idillio, nell'animo spazio, nei silenzi del cosmo e del destino umano, ansiosamente interrogati. La sua parola, quanto più si restringe nella forma cristallina, tanto più apprende; ed a confronto con il Man-

zoni si vede che il suo messaggio è di solitudine, mentre il messaggio di quello è la partecipazione, e l'uno sperimenta dall'intimo della parola quanto l'altro indaga e tenta dal mondo della vita morale. La letteratura italiana si orienta dopo Manzoni verso i termini complementari, ma ancora a lui riferibili, del Pellico e del Tommaseo: la tragedia spirituale di una libertà morale guadagnata nella schiavitù di una prigione generosamente sofferta, e l'acquisto animato e sensuoso dell'universo creato, nell'opera del Tommaseo poeta e narratore e storico e lettore.

La nuova cultura cresce sulla nuova letteratura: con un'attenzione ad una problematica religiosa che i vecchi tempi avevano ignorato; con una responsabilità storica e spirituale che oltrepassa tutte le cautele. Una nuova critica si forma e si esperimenta, via via perfezionando riflessivamente i suoi metodi: si riallaccia a Vico, e si accresce delle esperienze di tutte le letterature romantiche d'Europa. Anzi, l'impegno morale e nazionale della nuova letteratura conduce filosofi e politici a valutare attraverso il documento letterario la vita storica del popolo italiano che si tenta ora di comprendere nella sua interezza, e di scrutare nella sua fisionomia spirituale; Gioberti e Mazzini, Balbo e Settembrini, Cattaneo e Bonghi, per opporre alcuni nomi più noti in facili antitesi, hanno interessi teoretici e politici che si equilibrano e si integrano con lo studio e la pratica della letteratura. Nuove correnti, dall'hegelismo al positivismo, si avvicendano sulla prima antitesi proposta dall'umanesimo romantico, ma il centro della nuova critica e della nuova storiografia resta questo: un metodo di ricerca più esperto ritenne le grandi sillogi documentarie del Settecento di Mu

ratori e di Tiraboschi, e il medioevo, che i romantici consideravano come epoca d'elezione, è scrutato in ogni aspetto, ma sempre si ritorna ad integrare quelle proposte. L'opera di Francesco de Sanctis, che riassume la critica e la storiografia letteraria di tutto il secolo, scade dove si rassegna all'ondata hegeliana che sommerge per un breve tempo l'Europa, e dove ripete visti schemi storiografici dell'enciclopedismo, ma è incomparabilmente attiva dove tenta, nel testo, il segreto della persona. La sua eredità si propaga a temperare così l'assertorio positivismo degli epigoni ottocenteschi, intorno al D'Ancona, come il dogmatismo dei neo-hegeliani che, sul finir del secolo, sopravviene a tentare una nuova sintesi che al realismo dei positivisti sostituisca l'idealismo. Per questa prosecuzione della critica romantica, arricchita e non mai soverchiata da nuove esperienze, la cultura moderna si fonda sopra una consapevolezza più accorta delle esigenze della vita spirituale e acquista sempre più distesamente la verità che i poeti avevano chiuso nella sintesi della poesia, in attesa che il tempo rendesse esplicita la nuova parola. Manzoni e Leopardi diventano, assai più che nomi, i poli dove si raccoglie la vita della parola e, per essa, del costume: partecipazione pietosa dell'uomo solo alla vicenda di tutti; e solitudine immensa dell'uomo smarrito in un impenetrabile cosmo.

Un po' dispersa e avventurosa, a paragone di così alti impegni poetici e intellettuali, la letteratura minore dell'Ottocento; ma parve che non ci fosse tempo, nelle guerre del Risorgimento, per l'opera della poesia. Ed era pur vero che si trattava ormai di tradurre in termini di coesistenza politica e sociale quel più profondo tratto di realtà che la parola dei poeti rivelava; e che linguaggio e costume dovevano adattarsi e salire all'acquisto. La poesia patriottica era cominciata con un capolavoro: il Marzo 1821 di Manzoni: il bando del nazionalismo risorgimentale, con il suo accento religioso, anzi sacrale, una commozione rattenuta, una dignità stupenda di commozione e di ardire; era proseguita nelle poesie di Berchet, già più polemiche, e perciò legate alla situazione politica, più che capaci di trasformarla dominandola; abbondò via via procedendo nel secolo, via via allontanandosi dall'iniziale severità religiosa, e si disperse volentieri nelle accalimazioni e nell'avventura troppo facile e più precipitata che sofferta; finché alla fine del secolo, conclusasi la vicenda del Risorgimento, ritrovò nella lirica e nell'epica di G. Carducci, di G. C. Abba, di G. Marradi, e di C. Pascarella, di G. Pascoli e di G. D'Annunzio qualcosa della serietà profonda dell'ispirazione primitiva. Del resto un declino e una ripresa avviene per tutta la letteratura in genere. La lirica ha conosciuto appena le profondità leopardiiane e gli ardimenti di Tommaseo, e subito declina nei quadretti storici sapientemente inscenati e ambiziosamente celebrati di A. Aleardi; e Giovanni Prati fa spesso anche della pubblicistica in versi, quando rincorre le occasioni del momento. Solo a cominciare da Giacomo Zanella, che rivive con religioso accento il naturalismo scientifico del suo tempo, avvertì che si ritenne di nuovo la realtà nel profondo e nell'immenso; e, se la realtà si circoscrive con Vittorio Betteloni e con Emilio Praga, pur si impara a non dimenticare che l'esercizio poetico non è qualcosa di astratto, ma un lume di verità offerto dalla parola nel mondo. Così in Antonio Fogazzaro e in Arturo Graf, talvolta con ambizioni e velleità: così in Mario Rapisardi, con enfasi che vanamente tenta di riguadagnare dall'esterno il prodigio leopardiiano: finché in Giulio Salvadori, così umile e distaccato, dopo la conversione, dalle conventicole letterarie, la natura e la storia, che sono i due temi della lirica dell'Ottocento, si riassumono in senso del divino e in liturgia. Una simile linea storica vede lungo il secolo la narrativa: Manzoni riassume in sé l'evoluzione storica non diremo del genere, ma

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Italla - Panorama c teatro greco di Tsormina.

zoni si vede che il suo messaggio è di solitudine, mentre il messaggio di quello è la parteciperione, e l'uno sperimenta dall'intimo della parola quanto l'altro indaga e tenta dal mondo della vita morale. La letteratura italiana si orienta dopo Manzoni

sì del linguaggio narrativo: e impone lui quel passaggio dal romanzo storico al romanzo psicologico, al romanzo di costume, sino alle conquiste del verismo che Verga annoda, proponendo il nuovo canone di una letteratura impegnata in una valutazione totale e in uno sforzo di oggettivazione assoluta. Così Tommaso Grossi, Giuseppe Rovani, Ippolito Nievo, il Collodi, Anton Giulio Barrili, Luigi Capuana vi si distendono in una esperienza assidua e circostanziata, certo assai feconda. Al finir del secolo, fra Emilio De Marchi e Antonio Fogazzaro, l'osservazione di costume cede a una problematica moralmente spiritualmente attivissima. Il teatro, che era lentamente disceso dal palco alferiano per mescolarsi fra la gente sull'esempio di Goldoni (così, fra le tragedie di Giovambattista Niccolini e le commedie del Giraud, del Nota, del Bon), tenta anch'esso, ma meno francamente che la narrativa, una vasta e comunicativa espressività. Giacometti, Ferrari, Torelli, Giacosa, Giacinto Gallina con vergono all'esemplare teatro di Giovanni Verga, da cui si sviluppa il nuovo teatro realista di Marco Praga e di Roberto Bracco; e accompagnano (accompagnati, talvolta) l'opera degli interpreti, che fanno nostrane, cioè artigiane e talvolta dialettali, le invenzioni del teatro contemporaneo di Francia.

ratura d'arte e la letteratura di popolo, e voleva operare che parlassero al cuore e alla fantasia di tutti. Il Novecento lo ripropone, sia per lo scadimento della direzione borghese della società, sia per la necessità pratica di nutrire la sete di evasione fantastica delle moltitudini della civiltà di massa: cui del resto il romanzo o il dramma non bastano, sopraffatti dal cinematografo, che è traduzione visiva del romanzo, e dall'agonismo sportivo. La critica tenta di salvare i valori della forma e della persona morale, inattuali fra le moltitudini. L'ordine invernato s'è ormai capovolto, e se nella civiltà rinascimentale la riflessione critica era un fatto occasionale che teneva dietro, quando c'era, alla creazione artistica, già nella cultura romantica la critica si era assunta un compito di mediazione. Infine, occorre riconoscerlo, per la finezza dei mezzi di cui la critica letteraria dispone e per l'estensione anche statistica dei critici e delle opere di critica letteraria, a paragone d'altre forme di scrittura, sembra che neppur sopravviva la figura del narratore che non pensa ad altro che a scrivere romanzi e novelle, o del commediografo che guarda ai suoi personaggi e più non vuole: tal romanziere acclamato si scopre più accorto moralista e saggista, tal critico tenta nei romanzi e nei drammi esperienze che poi gli giovano nella saggistica e nella storiografia letteraria. E nella critica letteraria fissiamo l'opera di Benedetto Croce, traverso cui traguardare il vecchio e il nuovo, come punto di necessaria convergenza. L'umanesimo romantico italiano si riassume in Croce: benché egli resti al di qua della esigenza metafisica di spiritualità assoluta, che l'aveva animato; e benché la nuova enciclopedia storico-idealistica dove compone la nozione del reale, facendo centro, come è della nuova cultura italiana, ad una esperienza letteraria, rappresenti pur sempre il ramo discendente di una parabola. Ma la sua efficacia polemica, nel mutare in immanentismo idealistico l'immanentismo materialista dei positivisti, fu mirabile, anche se l'enciclopedia filosofica crociana si sottrae alle premesse dualistiche, desantissime e in certo senso aristoteliche, che avevano giustificato la prima Eteotica, e accetta la direzione promossa dall'idealismo di Giovanni Gentile. In mezzo secolo e più di fervido lavoro, pur nei confini di un pensiero che non ha altro cielo che quello fittizio e scenografico della storia, dipinto in mirabili prospettive, egli ha guidato la politica letteraria d'I., e assicurato alla propria dottrina e al proprio metodo una egemonia non infoconda, via via mutando e aggiornando la discussione, e lasciando che altri si attardasse (ma non piuttosto lo sopravanzava?) nelle premesse filosofiche della sua Eteotica come stesame dell'espressione e linguistica generale. Intanto egli provvedeva ad una sistemazione pubblicistica della letteratura della nuova I. e a quell'antologia dei poeti d'I. e d'Europa che s'accordavano, o venivano fatti accordare, con le regole della scuola idealistica. Prova della sua intransigenza culturale, modulata in sorridente arguzia e in superiore condiscendenza, il separatismo fra poesia e dottrina (anzi, sapienza!) imposto alla lettura di Dante, e, per toccar del secondo fondatore della cultura italiana, la deduzione da poesia a gnomica e ad oratoria proposta all'opera del Manzoni; o la cautela nell'evitare, si trattasse dell'età barocca o dell'età romantica, di riconoscere la centralità dell'esperienza religiosa e cattolica in quei nuovi orientamenti della cultura. Indiscutibile la verità dei suoi risultati positivi, in sede di lettura: ed era applicazione di un metodo umanistico; ma inevitabili gli astrattismi e i divieti insuperabili nelle proposte metodologiche e storiografiche: astrattismo e umanesimo, in posizioni che i suoi seguaci irrigidirono, rimasero a combattersi e si divisero il campo fin dai primi anni del secolo. Soprattutto a Firenze i nuovi letterati, avendo alla testa Giovanni Papini, fecero delle idee romantiche un'esperienza che altrettanto vasta la cultura italiana non aveva ancora fatta, e si lanciarono alla conquista ideale del mondo: Papini, proseguendo di acquisto in acquisto, risorse, dopo l'Uomo finito, e confessò la sua conversione nella Storia di Cristo; ma la magia delle «idee-forza» rimase ad attrarre pubblicisti e politici, molti credendo che anche il cristianesimo fosse un'idea appunto, anzi che una realtà: i nazionalisti, per esempio, che facevan capo al Corradini, con molte attinenze nel campo degli storicisti e dei futuristi. Per non infittire di nomi questa cronaca schematica, accontentiamoci di indicare come rappresentativi della pubblicistica letteraria negli anni della prima guerra mondiale, F. Marinetti, capo dei futuristi, e D. Serra, l'umbraille umanissimo iniziato di un nuovo metodo di lettura. Lo storicismo andava intanto alla conquista della cultura ufficiale, solennizzato, con accenti carducciani e dannunziani, nelle celebrazioni che prepararono le nuove imprese della nazione unitaria e nella propaganda che le sostenne, introdotto nella scuola dalla riforma Gentile, ed enciclopedisticamente ordinato nella seconda grande opera del Gentile, che fu l'Enciclopedia Italiana: dove lasciò intatta la fede trascendentale delle generazioni cristiane, poté aiutare di qualche occasione la reviviscenza religiosa di quegli anni: dove si circoscrisse in se stesso, immanentisticamente, si ridusse troppo spesso ad una raccolta araldica di pazienti ed emblemi di nobiltà, e sottrasse il popolo agli impegni e alle responsabilità di una autentica vita morale. La critica e la letteratura si ritrassero in disparte: d'Annunzio vivo e declinante, e mentre la politica fra le due guerre si rivolgeva alla soluzione dittatoriale, non era tempo di letterature letterarie. L'Accademia d'I., istituita nel 1926, doveva bastare, nonché alle legittime ambizioni, al riconoscimento ufficiale dell'importanza della cultura creativa e riflessiva. La critica apprendeva da Serra, morto sul Podgora dopo un testamento letterario in cui raccomandava la decisione individuale come ultimo termine per un giudizio di valore, lo studio della parola e dello stile: una discendenza carducciana che si ritrovò in Cesare de Lollis, che aiutò lo stilismo e il leopardiismo della Ronda (certo la rivista più significativa dell'immediato dopoguerra: vi promossero, fra gli altri, una nuova attenzione «neoclassica» ai fatti della lingua e dello stile, Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi, destinati naturalmente, come è delle esperienze letterarie feconde, a ritrovare ciascuno la sua strada e se stesso per vie diverse), che infine si organizzò in metodo critico più robusto e conseguente in Giuseppe de Robertis, e più tardi, con una complessa esperienza di metodi filologici, che lo riallacciano a esperienze di indagine e di metodo che qui non si toccano, come più scientificamente che letterariamente impegnate, in Gianfranco Contini. Ma apprendeva da Serra anche altro: cosicché molti che pas-

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sarano per le fasi dello stilismo non vi si fermarono (tutti gli uomini della Ronda, per esempio): lo studio dell'uomo, l'indagine del costume e della vita storica come occasione dell'uomo, la parola intesa come rivelazione del segreto individuale. Ed è stata questa la corrente più feconda della critica letteraria negli anni che, dopo la seconda guerra mondiale, dobbiamo pur chiamare anni dell'armistizio. Riccardo Bacchelli anche nelle sue pagine critiche si orienta verso questo moralismo, da cui trascorre allo spiritualismo esperto del più profondo messaggio della Rivelazione. Giuseppe Toffanin, il rinnovatore degli studi sull'umanesimo, s'avvale ancora di questo studio dell'uomo ricondotto alla sua specie eterna. Lo stesso Concetto Marchesi, lo storico della letteratura latina e delle grandi figure della classicità declinante, Seneca e Tacito, vi approda, seppur trovandovi in limite, anziché una liberazione. Vi fan capo, con preoccupazioni estesissime, P. Bargellini e F. Casnati, S. d'Amico e G. de Luca, uomini di diversissimo orientamento come di diversa provenienza, da S. Tilgher a N. Sapego a Zottoli. Il rigoroso filologismo critico ed erudito di Mario Casella, nei suoi studi romanzi, proprio in questa direzione indaga per le sue più acute sintesi dottrinali. Si può dire che tale umanesimo moralistico, inteso come esperienza centrale, e trascurando l'impoverimento polmico in cui lo esaurisce Luigi Russo, è stata una frequentissima occasione d'incontri fecondi: vi si riconoscono A. Momigliano e F. Flora, l'uno lettore di attenta penetrazione psicologica, l'altro di fantasia e di sensibilità accese, P. Pancrazzi non lo disdegna, mentre si irrigidisce nella sua circospetta cautela recensoria, e Angelini vi passa, divagando in una spiritualità effusa. Ma un moralismo può diventare apoftegmic, e si assume nelle sentenze e nell'esempio: non per nulla due degli scrittori più attivi della generazione anziana, Ugo Ojetti, venuto alla letteratura dal giornalismo, e Angelo Gatti, venuto dalla storia e autore di un romanzo Ilia e Alberto, che fu l'indice più esplicito delle nuove preoccupazioni religiose dell'armistizio, pagarono al moralismo un tributo finale, che pur rivela, in Sessanta, nelle Massime e caratteri la loro natura e i loro limiti. A far uscire da quel limite del moralismo la letteratura critica, valsero le sollecitazioni della letteratura francese (Claudel, Gide, Valéry, e le esperienze riassunte in Du Bos), della letteratura tedesca (fra la poetica di Rilke e la critica di Gundolf), della letteratura inglese e americana (in una vicenda più storica che polemica: le direzioni cattolicizzanti della letteratura anglo-americana, da Chesterton a T. S. Eliot, per fissare due termini posti e complementari) e infine della soluzione cattolica data dal russo Ivanov superando il simbolismo europeo attraverso il ritualismo (e Ivanov, convertito al cattolicesimo, è venuto a morire in I., dove per anni ha esercitato un'influenza tanto più profonda quanto meno accalorata e avvertita dai frettolosi politici della letteratura) vale soprattutto il movimento cosiddetto ermetico che raccolse: dove si rese avvertita e insopprimibile l'istanza dell'impegno totale dell'arte e della vita morale nell'esercizio della letteratura: dove, naturalmente, anche si adunarono intenzioni e abitudini diverse, nella concitabilità aspettante di quella rivista, Il frontespizio, che alla svolta dei nuovi anni esercitò un'efficacia paragonalabile a quella esercitata alla prima svolta dalla Ronda. Altri fece altrove la sua vigilia d'armi; e a far centro della indagine testuale un vastissimo mondo storico non riuniscano Oreste Macri e Luciano Anceschi; mentre Carlo Bo, il più attivo e conseguente, tuttavia ridispono in due direzioni le attenzioni ermetiche: la direzione dello spiritualismo, verso il segreto dell'anima, e la direzione del surrealismo, verso l'emblematico automatico che irrigidisce e disumana le suggestioni irrazionali del suboccidente. Il secondo dopoguerra pensò frettolosamente di eludere le responsabilità proposte dell'ermeticismo, e fece rifiorire la polemica dei pretesti letterari, rifiutando sulle posizioni dello storicismo o addirittura del positivismo: vanamente, benché la cronaca ne sia invasa, se ne avvalse il moralismo, che dell'ermeticismo era stato il precedente immediato; se ne avvalse, soprattutto, la concezione dell'umanesimo integrale, che si definisce nella poetica della persona e riconosce nella testimonianza della parola individuata, perseguita a ritroso nel segreto dell'anima, l'itinerario più autentico per la conoscenza dell'uomo concreto. Ed è non trascurabile episodio di quel processo ideologico che ha riproposto l'esperienza religiosa al centro dell'indagine culturale, confinando nell'astratto quello che alle generazioni o ora trascorse sembrava concreto: l'ipotesi scientifica per i positivisti, e la notizia storica per gli idealisti; e dimostrando concreto l'uomo partecipe dell'Essere.

All'intelligenza della nuova letteratura non si giunge senza circoscrivere nelle occasioni della storia e del costume, dopo aver disposto l'apparato di un metodo e di un'esperienza critica. La letteratura dell'armistizio si svolge lungo una vicenda funesta di anni smentori e vanagloriosi, sospesi su un abisso tanto più ignorato quanto più si faceva pompa di forza politica e di consapevolezza storica: mentre declina la sorte dei grandi Stati nazionali e la civiltà d'Europa, diffusa ormai sul pianeta, non ritrova più in Europa il suo centro. Eppure, in così precarie condizioni di vita, e mentre si addensano i segni premonitori della catastrofe, e nella distrazione di un costume ora chiuso alla difesa di un particolarismo grettolo, ora facilmente euforico nel piacere dell'improvvisazione, la cultura letteraria si afferma nella molteplicità delle opere e degli impegni. E qui cercheremo se nel vario rimescolarsi delle eredità prossime e delle sollecitazioni esterne della politica e della polemica, lungo gli anni dell'armistizio, venisse alla luce quella che crediamo che sia, e che pure ha da essere, la nuova letteratura.

Per cominciar dalla lirica, che suole esperimentare in purezza di colloquio l'incontro dell'anima e della parola, due correnti si erano alternate negli ultimi anni di pace, e si prolungarono attraverso la guerra nell'armistizio: quella dei crepuscolari, caposcuola Guido Gozzano, e quella dei futuristi, caposcuola Filippo Tommaso Marinetti: gli uni assorti in una penombra scorata a vivere di sentimenti ambigui e a lasciarsi morire (un'attitudine pascoliana, senza l'ardimento con cui Pascoli tentava l'universo e cercava la Fede), gli altri acclamati alla forza, al gesto, al senso, agli'idoli dell'ora (dietro un modello ancora dannunziano, ma respingendo la proposta di un esercizio dell'arte e le postreme indicazioni della prosa contemplativa e "notturna"). Le due scuole si prolungarono e si confusero: ritrovato il crepuscolarismo nell'opera di Marino Moretti, presto volosi dalla lirica alla narrativa, e novelliere e romanziere di assai largo impegno, e d'infinità varietà di figure, spesso scontrato e ironico, nei giuochi delle sue penombre; e il futurismo come esperienza preliminare di molti; da Papini ancora a Palazzeschi: che trovò la sua vena in un'ironia troppo spesso impietosa, potente di segno e vivida di dispetto. Gli autori dialettali - operando ancora nel ricordo e nella custodia della vita municipale la triste ottocentesca di G. B. Porta, G. G. Belli e S. Di Giacomo - proseguivano la loro strada: Trillussa contrapponendo le ironie della sua satira politica e di costume all'immobilità di Pascarella, che dopo l'epopea commossa e comica della Scoperta dell'America tentava in silenzio e vanamente quella della storia d'I.; più osservati, come poeti della dialettalità romana; ma ogni città d'I. aveva il suo. Ancora poetava Ada Negri, anch'essa passando dal socialismo delle prime battaglie ad uno spiritualismo sempre più cristianamente asserito. Angiolo Silvio Novaro ed Antonino Anile tentavano, l'uno in modo semplici e assorti, l'altro con più robusta misura di classicità, zone della vita religiosa; mentre F. Pastonchi celebrava all'infinito un magistero d'impronta dannunziana. Crescevano intanto nuovi poeti, di parole poche e di grandi echi, come Clemente Rebora, o di ambizioni remote, come Arturo Onofri: Dino Campana era passato come una stella cadente (e di ciascuno occorrerebbe seguire la parabola di vita: Rebora in un convento, Onofri verso l'esoterismo, Campana nella tenebra della follia: segno, comunque, che i facili programmi del positivismo e dell'edonismo erano dimessi, e che l'esercizio della parola diventava inchiesta di vita). Ma una nuova poetica si inizia, consapevolmente

ormai, con Giuseppe Ungaretti, il lirico della vita dell'uomo, che attraversò la riunità della guerra e della pietraia riscopre un senso universale di vita: anzi la Vita, se lo si segue nella sua parabola cristiana. Accanto a lui, in una diversa cadenza, e con inquietudini più o meno avventurose, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo accettano la poetica che si volle definire dell'ermetismo. Più liricamente effusi altri poeti, non così duramente impegnati come Ungaretti a decidere della vita sulla parola, Diego Valeri, Renzo Pezzani, Carlo Betocchi: non più condiscendenza ai facili incanti della melodia chiusa il ritorno di questi poeti a una più spiegata suggestione canora: anche Umberto Saba, che pure ha un giro lungo ed ampio di esperienze di poesia, ritorna su se stesso, assorto.

A queste esperienze di una liria: intenta al senso dell'assoluto, anche di chi si rifiuta di battere, quasi per timore di sentire l'uscio aprirsi, alla casa del Padre, convien rapportare le forme della narrativa. Ben inteso, l'esperienza è estensiva e orizzontale, anzi che intensiva e verticale; ed ha dietro di sé una tradizione narrativa ottocentesca non facilmente dimenticabile: conclusasi appunto con quell'antitesi Verga-Fogazzaro (l'uno intento all'acquisto del reale, l'altro a suggerire sentimentali evasioni nell'indistinto) che ripeteva l'altra antitesi fra la concretezza manzoniana e l'allusività della narrativa in versi e della narrativa psicologica. D'Annunzio aveva fatto del romanzo un altro modo della esaltante proclamazione di se stesso. Con diverse attenuazioni si ricollegavano a lui molti narratori di preziosa occasione, Luciano Zuccoli, Ugo Ojetti, Giuseppe Brunati, G. A. Borgese; ma Alfredo Panzini si opponeva a questi preziosismi, proprio dietro lo schermo di una raffinatezza stilistica e di una esperimentazione letteraria di tutti gli allievi di Carducci: fra i quali si prolungò fino a quegli anni Adolfo Albertazzi; ed anche Federico De Roberto vi giunse. Umberto Fracchia, Salvatore Gotta, Virgilio Brocchi, furono tra i romanziari più acclamati del primo dopoguerra: quando tuttavia, lavorando insieme in una vita letteraria ancor seguita dal fiducioso pubblico borghese, tutte le forme della letteratura potevano confluire nella narrativa: Massimo Bontempelli, con il suo realismo magico, accanto all'epigono dei macchiaioli e di Neri Tanfucio, Ferdinando Paoliere; più osservato Federico Tozzi, in direzione realistica, e Italo Svevo, con il suo psicologismo assorto e dolorosamente insistito: accanto al blando arcaismo in versi di Riccardo Balsamo Crivelli. Altri nomi che ritornarono forse con più frequenza nella memoria dei lettori sono Francesco Chiesa, il ticinese robusto interprete di paesaggi geografici e storici, e accanto a lui il conterraneo Giuseppe Zoppi; Michele Saponaro, Bonaventura Tecchi, Milly Dandolo, Bianca de Maj, Emilia Salvioni, e quindi la schiera degli scrittori che accostavano le forme narrative serbando diversi interessi, come G. B. Angioletti, Bruno Barilli, Francesco Lanza, Carlo Linati, Antonio Baldini, Orio Vergani, Curzio Malaparte: mentre i toscani Bruno Cicognani e Delfino Cinelli si impegnavano in forme più distese. L'impegno via via cresceva in chi giunse alla maturità artistica negli ultimi anni dell'armistizio: Corrado Alvaro e Gianna Manzini operavano lentamente e in profondità. Un riassunto potrebbe essere valido che di contro a Borgese dannunziano, a Panzini ironista e contraddittore proprio di quel costume, e al crepuscolare Moretti, osserva l'autentica ventura narrativa di Riccardo Bacchelli, il solo narratore che abbia tanta forza di fantasia e così nutrita esigenza di vita morale da percorrere una parabola compiuta: quindi valgono le deviazioni artistiche e comiche di Palazzeschi, di C. Zavattini, e più vicino a noi di G. Marotta, di V. Brancati, di Santucci. Di contro alle variazioni satiriche l'impegno un po' sentenzioso e circospetto dei neorealisti, fortunatissimi nel secondo dopoguerra, anche se il loro caposcuola, Alberto

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ITALIA - Veduta aerea degli scavi di Pompei.

Moravia, lavorò a cominciare dal primo e i più fecero le loro prime armi negli ultimi anni dell'armistizio; come Guido Piovene e Cesare Pavese e Vasco Pratolini.

A concludere la frettolosa e necessariamente confusa e manchevole rassegna, valga la letteratura drammatica, dove il primo armistizio vide l'opera di Luigi Pirandello, che concluse secoli di commedia e di teatralità diretta. Prima di lui e accanto a lui si erano disposti gli epigoni del versino e del teatro di poesia: lavorava, acclamato, Dario Niccodemi, e tacevano autori di più largo respiro, come Roberto Bracco, Marco Praga, Renato Simoni; mentre sul solco dannunziano, più tardi scostatose verso la santa del costume, stava l'acclamatissimo Sem Be-nelli. Toccava a Ercole Luigi Morselli la parabola dei ritorni alla terra e al focolare, dopo il volo dei sogni eroici. Forma tipica del teatro italiano dell'armistizio fu il grottesco: iniziato Luigi Chiarelli; ma ne risentirono anche autori diversi: P. M. Rosso di San Secondo, Enrico Cavacchioli, e con più varia attitudine Gino Rocca. Altra forma sperimentatissima quella del teatro intimista (come fu detto con formola insufficiente) di Cesare Vico Lodo-vici, Giuseppe Lanza, Fausto Maria Martini; e ricorderemo Alberto Colantuoni, Federico Valerio Ratti, Giovanni Cavicchioli. La cronaca prevale fino a Ugo Betti, che riuscì a riproporre drammi umani in una prospettiva moralmente più intesa, che quella d'uso nel teatro borghese ormai dissolto. Tut-tavia, al di là di questi nomi, e d'altri che si passano sotto silenzio per non chiudere in un giudizio provvisorio la loro ricerca, che ci sembra in pieno svolgimento, occorre ricordare che il teatro s'apre a scrittori che occasionalmente pur vi affidano parole prontamente e vastamente intese; come esemplarmente Riccardo Bacchelli; e che nel linguaggio teatrale le esperienze dei registi e le circostanze dei critici hanno anch'esse valore di indicazione: cronaca che a noi resta naturalmente vietata. Il moto dal novelesimo al simbolismo aveva accompagnato anche in I. la storia del teatro dell'anteguerra: l'emblematismo e il ritualismo con le parole più nuove: benché questa traccia storica (novellismo, simbolismo, emblematismo, liturgia) sia probabilmente riscontrabile in ogni opera degna.

Questa selva di proposte di nomi è troppo folta, e troppo a caso sfrondata: accadrà che il lettore d'oggi

non la percorra, continuamente intralciato e sviato; e che il lettore di domani, con più maturo giudizio, annodi a nomi qui sottintesi o taciuti un discorso più esplicito: è faticoso intendere la verità della parola e la razionalità della storia nella cronaca e nella chiaro dei contemporanei. Ma tra le conclusioni bisogna anche da un bilancio in abbozzo: si vorrebbe suggerire questi punti utili alla intelligenza della letteratura contemporanea: la parola sottratta alla sfera della libertà individuale, nelle due direzioni dell’astrattismo (l’immagine non dominata, che si sovrappone alla responsabilità morale e l’abolizione della propaganda (l’immagine che serve alla divulgazione e all’apologo di una situazione politica); e la parola che chiama intorno a sé il processo della vita morale, che impegna l’individuo e lo rivela, che ne confessa la creatività e la libertà, accrescendo il lettore: poetica della persona, da parte del poeta, che fa giudizio finale su se medesimo e sul mondo, poetando, ed esegesi, da parte del lettore, che chiama intorno alla parola la responsabilità di tutta la vita storica. Che la letteratura dei contemporanei, nonostante il frastuono della cronaca e la confusione delle lingue, si muova nella seconda direzione, dunque sulla traccia dell’umanesimo perenne, è certo.

BIBL.: Utile la Bibliografia del Ventennio, Roma 1942, 2a ed. 1943. Molto attenta ai problemi monografici la bibliografia. E. Falqui, Pezze di appoggio, Appunti bibliografici sulla letteratura italiana contemporanea, 2a ed. aumentata, Firenze 1904, con una “Seconda serie” pubblicata a Firenze nel 1942. Repertori: G. Casati, Scrittori cattolici viventi, Milano 1928; G. Prezzolini, Repertori, bibl. della critica letter. ital. dal 1907 al 1932, 2 voll., Roma 1936; e dal 1932 al 1942, 2 voll., Nuova York 1946; L’Italia e gli Italiani d’oggi, a cura di A. Codignola, Genova 1947 e il Città di Dizionario biografico degli italiani viventi, 5a ed., Roma 1948. Sintesi di letteratura contemporanea o silloge di saggi critici sono: C. Pellizzi, Le lettere italiane del nostro secolo, Milano 1929; F. Casati, Novecento, 1932; A. Gargiulo, Letteratura italiana del Novecento, Firenze 1940; G. De Robertis, Scrittori italiani del Novecento, 1940. Amplia bibl. per tutta la letteratura italiana in A. Momigliano, Problemi e orientamenti critici di lingua e letteratura italiana: I. Notizie introduttive e sussidi bibliografici, Milano 1948; II. Tecnica e teoria letteraria, 1948; III. Questioni e correnti di storia letteraria, 1949; IV. Letterature comparate, 1948.

VI. L’ARTE IN I.

Le manifestazioni artistiche dei popoli che fino dai tempi antichissimi abitarono i territori della penisola italiana sono strettamente collegate alle altre, proprie della civiltà che sotto aspetti vari fiori nel bacino del Mediterraneo. Così fino a quando la civiltà di Roma non fu essa medesima ad imprimere un proprio netto carattere a quelle manifestazioni, generando opere di architettura, scultura e pittura che chiaramente testimoniando della potenza creatrice di un popolo, certo fra i più artisticamente dotati.

I. DAL SEC. I AL VI. – Quando poi la civiltà dell’Impero di Roma, compiuto il ciclo del suo dominio, cedette di fronte al nuovo spirito che informava il cristianesimo, questo trovò nel genio artistico degli italiani alcune delle sue espressioni più nobili e significative. Tuttavia, prima che, agli inizi del sec. IV, con l’editto di Milano, venisse concessa la libertà del culto, più che di una vera e propria arte cristiana sarà opportuno parlare di un’arte dei cristiani. Infatti nelle più antiche pitture degli epoggi e delle catacombe cristiane, come nelle più antiche sculture aventi per soggetto figurazioni allusive alla nuova fede, i caratteri stilistici che le informano sono gli stessi delle contemporanee sculture e pitture aventi per argomento soggetti pagani.

Solo sul finire del sec. III ed al principio del IV, nelle pitture delle catacombe e nelle sculture, si può talvolta riconoscere una esasperata o patetica visione delle forme che lascia supporre come la nuova spiritualità abbia indirizzato alcuni artisti verso ricerche nuove.

Agli ideali dell’antico classicismo, che aveva posto la perfetta armonia delle membra umane quale termine ultimo di bellezza, vengono contrapposti nuovi ideali.

Ne deriva una visione allucinata, a volte frenetica, di una realtà in continuo divenire, e in ogni aspetto di quella realtà l’artista risolve il mondo dei suoi pensieri.

Si giunge così alla deformazione delle immagini, alla scomposizione dei piani e delle masse plastiche, ai crudi contrasti di forma e di colore, ad una drammatizzazione della forma e del colore che rispecchiano appunto l’agitazione convulsa del pensiero delle nuove idealità anticalasiche.

Si afferma una nuova visione antiacademica, antitufficiale della realtà.

A bene intenderle nei loro intimi valori, le più antiche architetture create in Italia quali luoghi di culto dai cristiani, dopo l’editto costantiniano, riflettono una situazione analoga. Fino al sec. IV la maestà di Roma si rispecchiava, per i popoli ad essa soggetti, non soltanto nella sua forza e nelle sue leggi, ma anche nella grandiosità e nella granitica imponenza dei suoi edifici. Accanto ad essi, pertanto, le magre essenziali strutture delle basiliche cristiane, elevate in Roma da Costantino, testimoniavano la presenza di nuovi o almeno distinti interessi sia nel campo della loro funzionalità, sia nel campo estetico (v. ARCHITETTURA; BASILICA; CHIESA). Qui va sottolineato il fatto, che nei vasti ambienti rettangolari preceduti o meno dal quadriprotetico, divisi nel loro interno in tre o cinque navate, erano esaltati valori essenzialmente cromatici e luministici, quei valori cioè che erano destinati a rimanere alla base degli ulteriori sviluppi dell’arte di tutto il medioevo. Sarebbe tuttavia un errore pensare che tali nuovi caratteri architettonici, affermatisi immediatamente nelle più antiche basiliche cristiane di Roma, come d’altronde anche in edifici similari contemporanei, e forse più antichi, dell’oriente, fossero in qualche modo consacrati nei loro peculiari aspetti da particolari ragioni che non quelle funzionali e spirituali, cui sopra s’accennava. Erano edifici per il loro tempo straordinariamente moderni e nei quali, rispetto alle forme tradizionali, era già efficacemente operante quel processo di semplificazione, di disinteresse per la opulenza un po’ enfatica delle antiche forme classiche che costituirà, fino al sorgere dell’età romanica, uno dei motivi dominanti della evoluzione delle nostre forme architettoniche.

È logico quindi che in edifici cristiani destinati ad altre funzioni o in edifici che sorgevano in provincie lontane dal più vivo centro di espansione culturale, spirituale e artistica, quale al principio del sec. IV era ancora Roma per l’I., venissero ancora con più tenacia conservati modi e forme architettoniche tradizionali.

Così nel S. Salvatore di Spoleto, che risale al sec. IV, nel S. Lorenzo di Milano, costruito fra il sec. IV e il V. Tuttavia è interessante notare come, anche negli edifici a sistema centrale, durante il sec. V fosse evidente quel principio di semplificazione cui sopra si accennava, come nella chiesa di S. Stefano Rotondo al Celio, formata da tre anelli concentrici. Su questi tre anelli grava direttamente in senso verticale, cioè non impostato su vòlte, il peso della copertura a tetto.

Roma nel sec. VI era già invasa da religiosi greci che introdussero elementi orientali nella cultura architettonica locale. Questa infatti, ancora perfettamente viva nelle chiese di S. Pietro in Vincoli e di S. Pancrazio, nella basilica di papa Pelagio, sorta presso la tomba del

martire Lorenzo, in luogo di una più antica costruzione verosimile, constantiniana, mostra di cedere il passo a modi e sensi architettonici più propriamente orientali, evidenti non solo nell'uso dei pulvini che sovrastano i capitelli del matroneo, ma più nella vivacità cromatica, che deriva all'interno dell'edificio dal complesso giuoco delle ombre e delle luci generato dal loggiato che ricorre, oltre che sulle pareti laterali, sul nartace interno e dalle archeggiature che dovevano essere anche nella parete absidale e ponevano in comunicazione l'interno della basilica con un luogo particolarmente sacro, verosimilmente la tomba del martire, nella prossima catacomba. Tale gusto per la vivacità dei giuochi d'ombre e luci, per il pittoresco architettonico, che in Roma avrà al tempo di papa Onorio I (625-38) la più nobile manifestazione nella chiesa di S. Agnese fuori le Mura, caratterizzata anche una complessa serie di costruzioni della Campania. Si tratta di un gruppo di edifici interessanti, quali la basilica di S. Felice a Cimitile, costruita da S. Paolino fra il 394 e il 402, quella ad essa contemporanea di S. Gennaro extra moenia a Napoli, costruita dal vescovo Severo, cui si deve anche l'altra di S. Giorgio Maggiore, mentre risale al sec. VI l'altra di S. Giovanni Maggiore. In questi edifici, che hanno le absidi ad archeggiature sorrette da colonne, o aperture che mettevano in comunicazione l'interno della chiesa con l'esterno o con un deambulatorio, ad es., nel battistero di S. Giovanni in Fonte, del sec. V, e nell'altro di Nocera dei Pagani, predomina, come nell'antica architettura tradizionale campana, un gusto tutto particolare per lo scenografico ed il pittoresco architettonico, caratteristica dei costruttori partenopei. Esso allora in Campania veniva in qualche modo corroborato con gli elementi del gusto orientale che anche il, come a Roma, giungevano quali riflessi della cultura artistica bizantina.

L'evoluzione della scultura durante i primi secoli della Fede presenta caratteri analoghi. Infatti, per intendere come dal fiero realismo del tempo dei Severi si possa giungere alle forme semplificate, alle espressioni astratte, alla spiritualità delle sculture dei secc. IV-V e VI, è necessario tenere presente il complesso dei fatti, appunto di ordine spirituale, che caratterizzano quell'età.

Ciò che si è detto delle pitture catacombali della fine del III e del principio del sec. IV, ha valore anche per la plastica. Così, mentre un gruppo di marmi anche di soggetto cristiano mostra una decisa fedeltà ai modi propri della tradizione veristica della plastica aulica ellenistico-romana, altra di quella tradizione decisamente si allontanano; e mentre i rilievi dell'arco dedicato in Roma all'imperatore Costantino già denotato il prevalere nella capitale di un gusto antiacademico ed anticlassico, il più tardo famoso sarcofago di Giunio Basso, prefetto di Roma, morto l'anno 359, mostra ancora la fedeltà a modi ellenistici tradizionali. Tenendo presenti tali idee sarà più agevole intendere il valore di molte sculture dei secc. IV e V, come di tanti rilievi di sarcofagi e delle gigantesche statue imperiali, la cui apparentemente deteriore fattura è in opposizione non solo alla classica bellezza del dittico eburneo dei Nicomaci e dei Simmaci (375-94) ma a quella del dittico di Anicio Probo che è, appunto come la porta di S. Sabina, della prima metà del sec. V, e dell'ancora più tardo cofanetto di Brescia. Erano opere, questi rilievi eburnei, destinate ad un ambiente per sua natura più legato alle tradizioni ed anche ai formalismi delle età trascorse (v. AVORIO).

D'altro canto, come nell'architettura, anche nella plastica il gusto per certe raffinatezze formali, per certi delicati pittoricismi, per certe espressioni tutte soffuse di sottile malinconia, va anche inteso, in alcune opere del V ed anche del VI sec., quale riflesso di un tipico aspetto della civiltà artistica bizantina nella quale uno degli elementi più operanti era la tradizione figurativa ellenistico-orientale.

Se l'oriente cristiano non ha conservato nessuna delle grandi decorazioni pittoriche eseguite durante il regno di Costantino e dei suoi immediati successori, a Roma e in altre città d'Italia restano numerosi musici ed affreschi che possono dare un'idea sufficientemente chiara dei diversi stati a traverso i quali passarono la cultura pittorica di quella età e le diverse tendenze che la caratterizzano fra il sec. IV ed il VI; da quando cioè il cristianesimo divenne religione ufficiale dell'Impero a quando l'arte bizantina estese i suoi influssi su tutto il mondo cristiano.

Il carattere ufficiale assunto col sec. IV dal cristianesimo e il bisogno di esprimersi in forme universalmente accolte e comprese, fece sì che quei su citati modi espressionistici ed anticlassici non potessero essere universalmente usati nella decorazione delle nuove chiese. È questa forse la ragione fondamentale per cui nelle decorazioni pittoriche e nei musicali del IV e del VI era parte, almeno, del sec. V, vennero usati di frequenza i modi stilistici dell'antica tradizione ellenistico-romana. Così nei musicali della volta analize del mausoleo di S. Costanza, così in quelli di una absidale del Battistero laterane, così nello stesso museo dell'abside di S. Pugenziana, ove, come nel museo, in un'absidio del dell'oratorio di S. Aquilino presso il S. Lorenzo a Milano (sec. IV-V), sono anche evidenti rapporti con l'arte orientale. Ritornano invece i modi più propri della pittura ellenistico-romana nel museo della chiesa romana di S. Sabina (412-32), mentre nella duplice serie dei musei di S. Maria Maggiore ricostruita da Sisto III (432-40), e verosimilmente del suo tempo, appaiono chiari i segni di un preciso dualismo. Infatti mentre i riquadri della navata maggiore riflettono modi della tradizione ellenistica, nella decorazione dell'arco trionfale, accanto ad un nuovo ritmo disegnativo fortemente scandito, si trovano una irruenza pittorica, un ardire nei violenti accostamenti di colori, una straordinaria ricchezza di fantasia accoppiate ad un ordine severissimo come in nessuna altra opera anteriore, tale da convincere che ci si trova realmente di fronte all'opera di un grande artista che sentiva in modo intensissimo il dramma della espressione formale della sua età. Tale dramma trova una ben diversa estrinsecazione nell'altro museo romano composto al tempo di Leone Magno (440-61) in S. Paolo. Esso, sebbene molto manomesso e restaurato, denota il prevalere di un gusto decorativo, i cui segni erano già anche a Roma in rilievi e pitture del sec. IV, e che nell'arte bizantina avrà la massima espressione. D'altro canto forme della tradizione ellenistico-romana, ancora più tardi, fra il 526 e il 530, trovavano la loro più tipica espressione nel museo dell'abside della chiesa dei SS. Cosma e Damiano, quasi che quel linguaggio tradizionale, proprio sul punto di trasformarsi, volesse accentuare alcuni dei suoi tipici caratteri. Tra il sec. IV e il VI dunque era a Roma un continuo alternarsi di modi pittorici. In Campania sembrano allora prevalere, più che altro, i modi ellenistici, ma nella regione giungeva anche il riflesso delle maniere pittoriche usate a quel tempo nell'Africa settentrionale. Così, mentre gli esempi più antichi delle pitture catacombali napoletane mostrano d'essere fedelmente connessi agli affreschi di Ercolano e Pompei, in quelle dei sec. IV e V dominano i riflessi dell'ellenismo orientale-gigante. Come avviene nei meravigliosi musei di S. Giovanni in Fonte e nelle pitture del S. Gennaro extra moenia a Napoli, da assegnare al sec. V.
Ma già a quel tempo i più chiari e luminosi riflessi della nuova civiltà artistica fiorita a Bisanzio si riverberavano su Ravenna (v. ARTE). Ravenna nel sec. V diviene la capitale artistica d'Italia. Già s'è detto che a Roma nel sec. V i valori di massa, tipici dell'antica architettura classica si risolvettero in valori cromatici di superficie. Tale fenomeno fin dal sec. V si accentua a Ravenna nei tre principali monumenti architettonici di quell'età che vi sono conservati: la basilica di S. Giovanni Evangelista, il mausoleo di Galla Placidia ed il battistero degli Ortodossi. Vi appare soprattutto, ove

si senta l'architettura di quegli edifici strettamente connessa alla loro decorazione cromatica, che annulla in certo modo la stessa perentoria logicità delle strutture ancora legate, come a Roma, alle forme tradizionali.

Caratteri analoghi sono in altre costruzioni ravennati del tempo di Teodorico, particolarmente nel S. Apollinare Nuovo, nel S. Apollinare in Classe, nella basilica di S. Vittore, in quella dello Spirito Santo e nel S. Andrea. Ma in altri edifici ravennati invece, ugualmente del sec. VI, appaiono caratteri più complessi e diversi. Tali edifici sono: il mausoleo di Teodorico, il battistero degli Ariani e la basilica di S. Vitale. Nel mausoleo di Teodorico, se da un punto di vista sono abbastanza chiari gli elementi che lo collegano alla tradizione romana, si deve ammettere che particolari modi tecnici e la stessa copertura monolite orientano a pensarlo opera di costruttori dalmati; mentre il fregio che ricorre al sommo già mostra la presenza di motivi propri della oreficeria barbarica. Il battistero degli Ariani, invece, pur esso a sistema centrale, e che nella sua disposizione originali era costituito da una zona perimetrale ottagonica circoscrivente un edificio a pianta terrasse, come ve ne erano anche a Roma, è un tipo di costruzione che, a Ravenna, si rivela, come osserva il Giovannoni, interessa anello di congiunzione fra i modi propri della architettura dei Romani e quelli della basilica di S. Vitale; altro importantissimo monumento ravennato di quella età, strettamente connesso, per i suoi caratteri, a precedenti e contemporanei edifici bizantini e particolarmente alla chiesa costantinopolitana dei SS. Sergio e Bacco.

Mostra ugualmente rapporti sia con la tradizione romana che con il gusto orientale la evoluzione della plastica ravennante dei secc. V e VI in una serie importantissima di sarcofagi scolpiti nei quali le immagini, rese con rigoroso senso plastico, hanno i corpi delicatamente modellati sotto le stoffe trasparenti, con un gusto non diverso da quello che si è osservato nel sarcofago di Giunio Basso, anche se a Ravenna sono più evidenti i rapporti con le forme ellenistico-orientali. In altri rilievi invece, come in molti capitelli ed in alcune transenne, è evidente una sempre maggiore avversione per la con- posita realistica del modellato; si comincia a par-lare per simboli, in rapporto con tutta una serie di nuovi valori spirituali resi più complessi dall'intel- lettualismo orientale e contrastanti con quelli dell'anti-chità che aveva esaltato l'uomo nella perfetta armonia della bellezza corporea.

Queste idee debbono essere tenute presenti anche per incedere i valori delle forme pittoriche che appaiono in una serie mirabile di musicali del sec. V e VI che decorano le pareti e le absidi delle chiese ravennati. I grandi nomi di Galla Placidia, di Teodo- rico, d'Amalassunta, di Giustiniano, di Teodora sono legati a quelle fantastiche decorazioni che ancora oggi a distanza di secoli danno il senso di ciò che dovette essere la Ravenna di quei tempi lontani, quando fra le sue mura e i suoi acquitrini si incontravano la vecchia persistente tradizione romana, il giovane sangue barbarico, i portati della nuova civiltà cristiana. Solo forse a considerare quei musicali, ad interrogarle i volti estatici dei Santi e dei misteriosi personaggi che vi appaiono con negli occhi uno smar- rimento nuovo, a scrutare l'animo, il senso della vita di quegli uomini e di quelle donne che ora appaiono in un empire miracolosamente irreale e pure vero, si può intenderne il dramma e sentire il bisogno di quella ricchezza, di tutto quell'oro, più forse che a traverso lo studio di tante altre manifestazioni e memorie di quei tempi lontani.

A Ravenna la civiltà artistica latina difende le sue ultime posizioni cercando ancora di assimilare nuovi elementi orientali, e non vi riesce. L'arte che giunge dall'Oriente è il riflesso di una corte ricchissima e fa-stosa, essa ha il fascino delle cose nuove e di ciò che è proprio dei più potenti; di più, essa viene da quell'Oriente donde giungono, con le tradizioni, le storie miracolose e le leggende, i temi delle loro rap-presentazioni grafiche, gli schemi iconografici e con essi i riflessi di una nuova psicologia che appare nella pittura prima che in qualsiasi altra forma d'arte.

Nei musicali che rivestono tutto l'interno del mausoleo di Galla Placidia si riconoscono facilmente elementi già noti nell'arte romana ed ellenistica dei secc. IV e V. Eppure quelle immagini già vivono in un mondo che non è più quello reale e determinato nel quale ci sia ora abi-tuati ad incontrarli; lo stesso si dica per le figure nella volta del battistero degli Ortodossi ove lo schema deco-rativo è anche strettamente legato a modi orientali. Ma è nei musicali del sec. VI di S. Apollinare Nuovo che il nuovo spirito che anima l'arte orientale sembra ormai dominante incontrastato nella duplice teoria di Santi e di Sante che lungo la parete della navata maggiore della chiesa, uscendo dalla città di Classe e dal Palazzo impe-riale di Ravenna, s'accostano, procedendo verso il pre-sbiterio, ai troni del Redentore e della Vergine, che così posti alle estremità delle due teorie servono come a bilan-care la composizione. Altri musicali nella zona superiore della stessa navata della chiesa mostrano diversi orien-tamenti più legati alla tradizione veristica dell'ulico classicismo, ma non riflettono certo con altrettanto po-tere il nuovo senso di vita che ormai dominava la civiltà di quel tempo. Ed ecco che in un'altra chiesa ravennante, nel S. Vitale, ad opera verosimilmente di artisti venuti dall'Oriente, il saggio Imperatore e la fatale Teodora appaiono circondati dalle loro corti in un ambiente, quello del presbiterio della chiesa, nelle cui decorazioni si riconoscono alcune fra le testimonianze più alte della civiltà figurativa riflessa dall'Oriente su Ravenna. Qui, nella decorazione absidale di S. Apollinare in Classe, in quella della cappella dell'arcivescovo e nei musicali che erano nel S. Michele in Africisco (poi trasportati a Berlino) ed in altre opere ancora, seppure in diverse gradazioni, appaiono nel sec. VI i diretti riflessi della cultura figurativa orientale.

Pur essendo molto numerosi i musicali ravennati giunti fino a noi, essi non rappresentano che una piccola parte di quelli che fra il sec. V e VI ador- narono le pareti e le absidi delle chiese della città e del territorio ove si estendeva il suo dominio po-litico e spirituale. Un altro splendido museico del sec. VI che può collegarsi ai ravennati è quello della cattedrale di Parenzo. Forse, se ce ne fossero stati conservati di più, sarebbe probabilmente possibile anche parlare, con maggiore fondamento di quanto non sia stato fatto finora, di una scuola pittorica ra-vennate, primo rigogliosissimo ramo dell'arte bi-zantina che allora aveva già iniziato il processo di conquista e di assorbimento dell'arte di tutta Europa.

2. DAL SEC. VII ALL'XI. - Le forme architettoniche che nel sec. IV, nel V e nel VI si erano evolute secondo una logica molto chiara, connessa ai nuovi orienta-menti spirituali del popolo italiano, dal sec. VI all'VIII quasi ovunque mostrano i segni di un ulteriore estremo impoverimento. Poi all'inizio del sec. IX per tutta I. corre come un brivido di rinnovamento che sembra preannunciare alcuni aspetti dell'arte roma-nica; tuttavia tale fioritura artistica nel sec. X nuova-mente si disperde, ma i suoi frutti con maggiore co-scienza verranno raccolti nell'XI e XII sec. Ad ogni modo, appunto fra il sec. VII e l'XI, particolarmente in tre centri italiani è possibile seguire l'evoluzione delle forme architettoniche: Roma, Ravenna e il suo territorio, la Campania.

A Roma, all'inizio del sec. VII, e propriamente al pontificato di Onorio I (625-38), va assegnata la costru-zione della chiesa di S. Agnese fuori le Mura che è fra

le più belle chiese romane dell'alto medioevo e ove appaiano molto vivi i riflessi dell'arte orientale; riflessi evidenti anche nella coeva chiesa dedicata ai ss. Quattro Coronati, trasformata in epoche successive. Ma nelle altre costruzioni che possono essere assegnate al sec. VII (S. Giorgio in Velabro) e all'VIII (S. Maria in Cosmedin) domina assoluto un senso di impoverimento e di riduzione al minimo necessario di quelle che erano state le belle forme architettoniche del sec. IV e V. sec. IX, durante il pontificato di Pasquale I (817-34), vengono edificate delle grandi chiese decorante con interessantissimi musici che riflettono un momento particolarmente felice per la cultura artistica romana, forse da porre in relazione con quel senso di rinnovata grandezza del potere papale collegato alla politica dell'età carolingia. Le chiese di S. Maria in Dormnica, di S. Prassede, di S. Cecilia in Trastevere e la successiva di S. Marco mostrano nell'ampio respiro delle navate maggiori, nella solennità delle proporzioni, nella eleganza degli elementi decorativi un gusto raffinato e sicuro per la bellezza formale, veramente eccezionali per quella età. Nella Campania invece, se pure non sia possibile in quei secoli, per la sacrezza delle testimonianze, parlare di una vera e propria evoluzione delle forme architettoniche, c'è da osservare come anche fra il sec. VII e l'VIII continui a prevalere quel gusto per lo scenografico e il pittoresco che i maestri campani dell'epoca paleocristiana avevano ereditato dagli architetti del periodo classico. Così nell'abside ad archieggiature della bisalichetta cimiteriale di Prata presso Avellino che è del sec. VII, così nella complessa chiesa a pianta centrale di S. Sofia a Benevento che va assegnata all'VIII; e così anche nella distrutta chiesa di S. Maria delle Cinque Torri di Cassino. Le stesse tendenze appaiono in due chiese da assegnare al sec. X: il S. Salvatore ed il S. Michele in Corte a Capua.

Molto interessante la evoluzione delle forme architettoniche nel territorio ravennate fra il sec. VII e l'XI. Allora infatti, cessati i diretti influssi orientali, nel corso di quattro secoli, vennero in maniera quasi autonoma svolti gli antichi temi in una lunga serie di costruzioni che per molti aspetti preludono alcuni caratteri dell'architettura romana.

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(1st. Anderson)

ITALIA - Monumento funebre a Maria di Calabria (sec. XIV). Napoli, chiesa di S. Chiara.

ncia dell'I. settentrionale. Fra le opere del sec. VII si ricordano le pievi di S. Pietro in Silvis presso Bagnacavallo, di S. Maria di Ronta e di S. Pancrazio presso Russi fra quelle dell'VIII, oltre i campanili ravennati di S. Giovanni Evangelista e S. Pietro Maggiore e la pieve di S. Pietro in Trento, mentre ad una età da porsi fra il sec. VIII e il X sono da assegnare le pievi di S. Vittore in Valle presso Cesena, la chiesa di S. Maria in Arcevoli presso S. Arcangelo di Romagna e la pieve del Tò presso Brighella. Si collega anche all'architettura del territorio ravennate la chiesa rotonda di S. Donato a Zara (801-804), che ha vivacissimi punti di contatto col S. Vitale di Ravenna, e il duomo di Torcello nelle parti che possono essere assegnate al sec. XI, nonché la badia di Pomposa presso Codigoro, soprattutto il suo campanile, fondato solo nel 1006: fra tutti gli edifici che si sono ricordati è certo il più bello, il più alto, il più forte, quello che può veramente simboleggiare in I. l'avvento di un navone senso di vita che non tarderà a rivelarsi nell'arte romanica.

Orientamenti sostanzialmente analoghi a quelli dell'architettura mostrano fra il sec. VII e l'XI anche le altre arti del disegno. Ciò sebbene nella pratica e nella pittura assumono compiti di decisiva importanza gli influssi barbarici (v. ARTE) nella prima e quelli bizantini (v. ARTE) nella seconda.

Prima ancora del sec. VII, anzi fino dal tempo di Teodorico, alcune opere di oreficeria ed alcuni fregi decorativi mostrano caratteri stilistici e motivi diversi da quelli tradizionali dell'arte classica. Infatti, oltre che nella tomba del grande Re goto a Ravenna, in tutta una serie di croci auree, di fibile, di dischi, di monili, rinvenuti nelle necropoli barbariche, ricorrono motivi decorativi nuovi. Essi sono espressi in forme estremamente rozze rispetto a quelle classiche, ma su queste, ormai esaurite e stanche, vanno decisamente prendendo il sopravvento, anche nei rilievi marmorei. Ciò che interessa i maestri di scalpello è essenzialmente il contorno, ormai destinato ad esprimere non una verosimiglianza fisica delle immagini ma essenzialmente un ritmo decorativo. Il rilievo divenuto piatto è quasi sempre molto rozzo. I marmi sembrano più incisi e scavati che scolpiti. Anche il repertorio delle rappresentazioni muta, e solo in alcune opere che si possono ritenere di carattere popolaresco, e quindi più legate alla vecchia tradizione, si trovano scene e figure che mostrano intenti illustrativi.

Il motivo tipico dei marmi databili fra il sec. VII e l'XI è la treccia, che serve in generale a limitare degli spazi nei quali ricorrono figurazioni stranamente stilizzate che non sempre si riuscirebbe a comprendere nel loro significato se non soccorresse una sorta di simbolistica tradizionale. Il termine di barbariche assegnato a queste sculture implica anche un giudizio. E sebbene in esse ricorrano, quali elementi formativi, sia il ricordo della tarda classicità che quello dell'arte bizantina e BARBARI (v.), e benché sia possibile riconoscere nelle diverse regioni caratteri diversi, sia pure determinati da consuetudini di mestiere, è innegabile una connessione di tali modi plastici fra i marmorari italiani e quelli degli altri territori del bacino del Mediterraneo. Si giunse così ovunque ad un basso livello comune, ad una sorta di primitivismo giustificato dalla comune ignoranza e dall'avversione alle rappresentazioni realistiche propria della mentalità orientale. Rilievi che abbiano tali caratteri e databili appunto fra il sec. VII e l'XI si incontrano in tutta I. Da ricordare tuttavia, particolarmente nel settentrione della penisola, quelli del museo di Pavia, gli altri del museo cristiano di Brescia, il gruppo veramente cospicuo di Cividade (ove alcuni marmi possono essere datati con esattezza fra il sec. VIII e il IX), una transenna del S. Co-

lombano di Bobbio, ecc. Nell'II. centrale il gruppo più ricco è nel Lazio, particolarmente a Roma: a S. Maria in Cosmedin, a S. Sabina, a S. Saba, a S. Clemente, a S. Giovanni a Porta Latina, a S. Marco, a S. Maria del Priorato, a S. Maria in Trastevere ecc.

La Campania anche durante questo periodo ha dato interessantissimi segni di una propria vitalità, sia elaborando motivi classici di tradizione locale comunque ricca di memorie classiche (Calvi-Cimitile-Napoli S. Aspreno), sia, verso il sec. XI, attingendo a schemi decorativi di gusto orientale (quasi sicuramente conosciuti attraverso le stoffe) i motivi con figure d'animali più o meno fanatistici di plutei e formelle (Sorrento, Museo Correale; Roma, Museo Barracco; Berlino, Museo Federico).

Frattanto, mentre nel meridione fra il sec. X e l'XI arrivano rinvigoriti influssi di classicismo orientale-gigante quasi sospinti dal nuovo rifiorire, dopo la contesa iconoclastica, dell'arte bizantina, nel settentrione della penisola le testimonianze di quel rifiorire penetrano attraverso il Veneto, venendo a contatto con la cultura carolingia (v. ARTE). Ed è a Milano che queste due correnti si incontrano generando una serie di capolavori, massimo fra tutti l'altare d'oro della basilica di S. Ambrogio firmato da un Magister Faber Tuoli-viniu al tempo del vescovo Angilberto II (824-89). Caratteri in certo senso analoghi, ma con decisa prevalenza di modi ellenistici, si ritrovano nel ciborio che sovrasta l'altare di Vuolvino, collegato anche ad opere più tarde, quali un secchiello eburneo dell'arcivescovo Goffredo (974-80) avorio (v.), e infine, nel sec. XI, al ciborio di S. Pietro a Civate.

Il regno di Giustiniano, le vittorie di Belisario e di Narsete, il generale diffondersi della spiritualità orientale e della cultura bizantina e infine le migrazioni provocate dalla lotta iconoclastica fecero si che in I., a Roma specialmente, durante il sec. VII e quindi nelle epoche successive, acquistassero deciso prevalere i modi della pittura bizantina che, venuta a contatto con i modi tradizionali italiani, assunse in I. nuova complessa varietà di aspetti.

Alcune di queste pitture infatti appaiono stilisticamente più prossime al puro linguaggio bizantino, altre molto da esso discoste. Così, mentre le immagini del museo assidue della chiesa di S. Agnese fuori le Mura (625-28) come quelle più antiche dell'arco trionfale di S. Lorenzo (578-90) ed altre ancora, pure del sec. VII, hanno con la bellezza il senso della «ufficialità» dell'arte bizantina in altre figurazioni romane si appesantiscono gli originali modelli calcando ombre e contorni e togliendo alle immagini quel senso di trascendenza, che ne era uno dei fascini maggiori. In altri casi invece, come nella decorazione absidale di S. Maria Antiqua, lo schema orientale è interpretato con i modi veloci e sicuri della pittura compendiaria della quale anche in Oriente si hanno testimonianze cospicue. Fin quando nel sec. IX, al tempo di Pasquale I (817-24), come s'è già notato nel campo architettonico, non si assiste ad una vera e propria fortuna d'arte romana testimoniata da una serie di musei che hanno caratteri propri in S. Prassede, in S. Cecilia in Trastevere, in S. Maria in Domnica e, poco più tardi, in S. Marco. Il colore vi trionfa assoluto e difficilmente vien fatto di ricordare che quelle immagini si dispongono secondo antichi e consacrati schemi figurativi.

Tutto qui è nuovo o almeno visto e realizzato con occhi e spirito nuovi. Novità che tuttavia è ben difficile mettere in rapporto sia pure alla lontana con la cultura carolingia, comunque nordica, i cui riflessi tuttavia nello stesso sec. IX appaiono a Roma in altre pitture della basilica sotterranea di S. Clemente, in una Assunzione della Vergine soprattutto, ove è una animazione drammatica, una violenza espressiva ben diversa da quella delle coeve e più antiche pitture popolareggianti romane.

Agitazione drammatica, violenza e potenza espressiva che con diversa intonazione riflettono anche alcune pitture del S. Vincenzo al Volturno ed altre della chiesa sotterranea di S. Crisogono a Roma, i cui modi prelu

dono quelli che saranno più propri dell'arte benedettina (v. ARTE). Per il sec. X sono molto scarsi i resti pittorici e di quasi sempre incerta assegnazione; le opere dell'XI invece già riflettono i caratteri del nuovo tempo che sorge, quello dell'età romana. Le varie intonazioni più o meno legate a forme tradizionali e popolareggianti o alle diverse gradazioni dell'arte orientale appaiono similmente, ma in opere di minore entità, nelle altre regioni italiane. Tuttavia una memoria a parte meritano le pitture di S. Maria foris portam a Castelseprio presso Varese da assegnare, forse, alla fine del VII o al principio del sec. VIII e riflettenti nella loro vivacità narrativa e nella sprezzante sicurezza ed eleganza caratteri propri della più schietta tradizione ellenistica, viva anche nelle miniature, del tipo di quella appunto trovata a Roma nei sec. VII e VIII, soprattutto nelle pitture della chiesa di S. Maria Antiqua.

3. L'ETÀ ROMANICA DEI SEC. XI-XIII. - Gli elementi dunque che in diversa misura, a seconda degli ambienti e delle età, operano nello sviluppo dell'arte in I., dal sec. IV all'XI, sono vari e molteplici. Alla base rimangono quelli della tradizione ellenistico-romana cui si sovrappongono e si fondono successivamente gli altri della cultura bizantina, dell'ellenismo orientale e della cultura nordica, sia inizialmente sotto l'aspetto di arte barbarica come, in un secondo tempo, di arte carolingia ed ottoniana. Ciascuno di questi elementi nel suo successivo trascorrere lascia una sorta di sedimento che arricchisce l'humus donde sboccia, in quel caratteristico rifiorire degli spiriti e della cultura che è proprio di tutta Europa e di gran parte dell'Oriente durante i sec. XI, XII e XIII, ROMAGNA (v.). Definire i vari aspetti che l'arte italiana assume durante l'età romana è compito quanto mai arduo; essa, ad ogni modo, non può essere intesa nei suoi più intimi valori senza tener conto come allora il popolo assunse ad elemento determinante nella stessa vita politica delle città, delle regioni, degli Stati che si erano venuti costituendo nella penisola. Di quel popolo e delle sue forze individuali ed organizzate, alimentate da valori spirituali e religiosi, l'arte romana è l'espressione più alta e legittima. È mentre il sentimento ed il culto della bellezza si diffonde ovunque, gli artisti appaiono soprattutto intenti ad una continua ricerca del nuovo e dell'originale potenziata dal risorto spirito naturalistico. Ed è la singolarità dell'individuo che trionfa

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(BA. Alinari)
Italia - La Vergine Assunta, Opera di Donatello e aiuti, Particolare del Monumento Brancacci - Napoli, chiesa di S. Angelo a Nilo.

anche se posta a servizio di una complessa e quasi
istintiva organizzazione civile e religiosa di cui le
grandi cattedrali in quella età costruite appaiono
la più caratteristica espressione.

Il campo delle arti in I. è allora estremamente
vario d'aspetti e di caratteri a seconda delle tradi-
zioni, dei precedenti culturali e dei contatti propri
agli uomini delle diverse regioni, talvolta delle di-
verse città. Tenuto presente questo, apparirà evidente
come nel caso particolare delle manifestazioni ar-
tistiche dell'età romanica quello che maggiormente
conti sia la potenza e la felicità dell'espressione degli
spiriti vitali che infiammano le coscienze.

L'architettura riacquista allora in I. una premi-
nenza assoluta sulle altre arti, anche perché tutte
ad essa subordina nella complessità della sua espres-
sione. Si è pozzati osservato come uno dei motivi
caratteristici dell'alto medioevo italiano sia costituito
dall'esaltazione di valori essenzialmente cromatici lu-
ministici in opposizione a quelli plastici dell'archi-
tettura degli antichi. Ma ecco che durante la nuova
età in alcune regioni italiane, quelle a più diretto
contatto con l'Europa centrale e settentrionale, ove
s'andavano preparando, nell'ambito delle stesse forme
romaniche, alcuni dei caratteristici aspetti dell'arte
gotica, avviene ciò che da determinati punti di vista
può apparire anche un ritorno a quei principi di
strutture a masse contrapposte propri dell'archi-
tettura antica. Ma nell'architettura romanica del-
l'I. settentrionale e del versante orientale dell'Ap-
pennino, a quei caratteri dell'arte antica altri se
ne aggiungono o sostituiscono. Perché nelle nuove
architetture lo spazio è come reso sensibile, chiuso
entro organiche forme di pietra. Alla chiara, lim-
pida opposizione delle masse plastiche propria del-
l'architettura antica si sostituisce una diversa orga-
nizzazione di elementi strutturali grevi e massicci.
E vengono costruiti edifici che assumono aspetto
accigliato e guerriero per l'uso costante di girare
vòlte su mattoni e pilastri di pietra bruna, per la com-
plessità delle piante, per l'uso di logge e matronei
che addensano, negli interni scarsamente illuminati,
profondità di ombre severe, per la vivace e compli-
cata decorazione plastica i cui elementi hanno le
più strane origini. In Toscana invece e nel Lazio, ed
in genere nelle regioni dell'altro versante dell'Appen-
nino che guarda il Tirreno, la cultura architettonica
conserva alla propria base i caratteri che aveva as-
sunto nei primi secoli del cristianesimo. L'amore cioè
per le chiare armonie spaziali, per gli allineamenti di
colonne e trabeazioni, per il riposante giro delle arcate
che s'inseguono verso le absidi, per le grandi liscie
pareti su cui pittori, intarsiatori e musicisti disten-
dono le loro belle fantasie cromatiche.

Se questa divisione in due distinte correnti può
essere valida per una schematica classificazione delle ma-
nifestazioni architettoniche italiane dell'età romanica,
basterà approfondire un poco questo esame per notare
immediatamente diversissime gradazioni ed anche con-
taminazioni, le più varie da regione a regione. E mentre
la Lombardia apparirà, fin dal sec. XI nell'I. settentrio-
nale, come il territorio ove più che in qualsiasi altro si
rivelano novità di intenti per l'uso costante di vòlte a
costoloni girate su pilastri a fascio - intenti manifesti nel
S. Ambrogio di Milano e ribaditi in altre chiese della
stessa città e in quelle paesi di S. Michele e S. Pietro
in Ciel d'oro, nel S. Abbondio (1091) e nel S. Fedele di
Como, il cui complesso schema ebbe larga eco anche fuori
d'I. e in tante altre che non è possibile annoverare -
in Piemonte, in Liguria, nel Veneto e nell'Emilia l'archi-
tettura assume caratteri, sebbene distinti, non diversi.

ITALIA

Article illustration
(104. Atsmati)
Italia - Angelo reggi-candelabro, scultura di Michelangelo. Arca di S. Domenico (1495) - Bologna, chiesa di S. Domenico.

- Angelo Reggi-candelabro, scultura di Michelangelo.
Arca di S. Domenico (1495) - Bologna, chiesa di S. Domenico.

In Piemonte, ove le forme lombarde vengono accolte
quasi pure nel S. Benigno a Fruttuaria, nella basilica di
S. Evasio a Casale Monferrato e nella stessa Sagra S. Mi-
chele presso S. Ambrogio, assumono qualche originalità
della decorazione di altri edifici, quali i SS. Nazario e
Celso a Montechiaro di Asti, mentre qualche diretto in-
flusso francese si nota qua e là, come nel S. Fede di Ca-
vagnolo Po e nell'abbadìa di Vezzolano.

Elementi lombardi ricorrono allora frequentissimi,
anzi ne formano quasi il fondamento, nell'architettura
romanica della Liguria. Così nel S. Paragonio di Noli;
ma a Genova nella Cattedrale, consacrata l'anno 1118,
nella chiesa di S. Maria in Castello ed in quella di S. Do-
nato accanto agli elementi lombardi sono anche chiari-
simi quelli d'origine toscana. E del tutto lombardeggianti
sono anche gli elementi costitutivi dell'architettura roma-
nica emiliana. Così a Modena nella Cattedrale architettata
nel 1099 dal lombardo Lanfranco, così nella cattedrale
di Ferrara compiuta nel 1135 e che conserva elementi
di forme modenesi, così in quelle di Parma e Piacenza,
le cui facciate sono caratterizzate dalle archieggiature
sovrapposte che contribuiscono ad alleggerirne l'aspetto.
Più vario il carattere dell'architettura nel Veneto ove, in
terraferma, a Verona, in S. Maria Antica, in S. Lorenzo,
in S. Zeno, iniziato nel 1120 e compiuto nel 1138, il
comune fondamento lombardo s'arricchisce per la ricerca
di valori pittorici e luministici, quali appaiono anche
nell'abbisde del Duomo. A Venezia frattanto, nella basi-
lica di S. Marco, è manifesto un deliberato orienta-
mento verso schemi bizantini. Così la grande chiesa,
ricostruita intorno al 1063 dal doge Domenico Contarini
in luogo di una costruzione molto più antica ed a schema
basilicale, ebbe la pianta a croce greca e cinque cupole,
come la chiesa dei SS. Sergio e Bacco a Costantinopoli.
Accanto al S. Marco sorgeva allora a Venezia anche il
campanile, ricostruito dopo il crollo del 1904, che ri-
chiama forme collegate a quelle lombarde, come l'esterno
del duomo di Torcello; ma anche l'interno di questa
chiesa, l'altra di S. Fosca pure a Torcello e il duomo

di Murano rivelano pur essi influenze orientali. E le influenze orientali, sia mescolate ad elementi emiliani e discendenti dal Veneto, come anche per diretto influsso giunte dal mare, appaiono anche nelle Marche accordano, così con particolari costruttivi ormai propri della tradizione lombarda. Così nella chiesa di S. Croce presso Sassoferrato, nel S. Vittore a Chiusi, nel S. Claudio al Chienti, nella bellissima S. Maria di Portonovo e in quello che può considerarsi il capolavoro architettonico della regione nel periodo romanico: il S. Ciriaco di Ancona, dove una intonazione di gusto schiettamente bizantino si unisce a modi che richiamano vivamente la tradizione lombarda. Questi, congiunti poi ad infiltrazioni umbre, abruzzesi, pugliesi e dalmate, appaiono ancora in altre costruzioni marchigiane, quali la S. Maria di Piazza, pure ad Ancona, decorata nel prospetto ad arcatelle da un maestro Filippo l'anno 1210.

In Umbria, nel cuore della penisola, frattanto, ugualmente penetrano anche gli elementi lombardi che vi si fondono con quelli della preesistente tradizione locale, che si rifaceva ad elementi paleocristiani, e ad altri derivanti dal Lazio e dalla Toscana. Così nel S. Gregorio a Spoleto iniziato nel 1079, nel duomo di Foligno e in quello di Assisi e nella cattedrale di Narni, mentre nel S. Pietro di Spoleto la divisione della fronte in riquadri adroni di sculture, che richiamano antichissimi motivi locali, mostra interesse per i valori pittorici che altre volte, come nel S. Felice a Narco, nella facciata della cattedrale di Spoleto, nella facciata minore del duomo di Foligno, nel S. Michele di Bevagna assumono vero dominio per la presenza di musei.

In Puglia sono ancora gli elementi di gusto lombardo a prevalere nel S. Nicola di Bari che, iniziato nel 1587 dal benedettino Elia e consacrato nel 1197, rimase la costruzione esemplare alla maggior parte degli edifici romanici pugliesi. Ma accanto ai lombardi appaiono anche elementi orientali, quali gli arcani dei fianchi e la "cortina" che nasconde le absidi. Si collegano al S. Nicola il duomo di Bari, la cattedrale di Bitonto, il duomo di Trani, la cattedrale di Ruvo.

Gli elementi orientali prevalgono invece nella Puglia marittima ove i caratteri dell'architettura lombarda sono come attenuati. Così nelle cattedrali di Taranto e di Otranto, dalle semplici forme basilicali, così negli edifici con la pianta a croce quali la cattedrale di Canosa, con sacrata nel 1101, coperta con cinque cupole, così nel mausoleo di Boemondo che sorge accanto a quella cattedrale, così nel duomo di Molfetta.

Le strettissime affinità che alcune chiese della Capitanata mostrano con alcuni aspetti della contemporanea architettura pisana non dipendono verosimilmente da inspiegabili influssi della Toscana, quanto da comuni derivazioni da modelli orientali, specie di Siria e Palestina. Così le archeggiature che rivestono all'esterno le cattedrali di Troia (1093-1125) e di Siponto (1171), il S. Basilio di Troia e il santuario di Monte S. Angelo. In Calabria ed in Basilicata frattanto ricorrono gli stessi elementi di cultura architettonica, sebbene siano più vivi quelli che denotano diretti rapporti con l'Oriente: S. Marco di Rossano, Cattolica di Stilo, S. Giovanni Vecchio presso Stilo, S. Maria di Tridetti.

L'architettura abruzzese, benché per tanti aspetti si ricolleghi a derivazioni lombarde in alcuni dei suoi monumenti più significativi, quali la basilica Valvense o di S. Pelino a Pentima, specie nel gusto per una ricca decorazione plastica, sembra dipendere dalla Puglia. Ma talvolta, come a S. Clemente a Casauria presso Torre de Passeri, intervengono elementi oltremontani.

Gli elementi che caratterizzano l'architettura siciliana del periodo romanico sono quello arabo e quello normanno, il quale ultimo, in forme abbastanza pure, si incontra anche in Calabria. Tra le costruzioni di schietto carattere arabo si indicano, in Sicilia, il S. Giovanni degli Eremiti a Palermo (1132) ed il S. Cataldo della stessa città, ambedue coronati da cupole emisferiche. S. Maria dell'Ammiraglio, "la Martorana", costruita da Giorgio di Antiochia nel 1143, riprende invece schemi bizantini anche se vi ricorrono elementi decorativi arabi, d'altronde intensissimi pure nella Cappella Palatina (ca. 1140). Nel duomo di Palermo, invece, cominciato a costruire nel 1185 dal vescovo inglese Gualtiero Offamilio, nella cattedrale di Cefalù (1131) e in quella di Monreale, fatta costruire da Guglielmo II fra il 1166 e il 1189, gli elementi arabi ed orientali mirabilmente si fondono con quelli normanni creando veri capolavori tra le manifestazioni più alte dell'architettura romanica italiana.

In Campania la chiesa abbaziale di Montecassino, eretta dal grande abate Desiderio e consacrata da Alessandro II nel 1071, secondo l'antico schema basilicale, a tre navate, fu modello a molte chiese della regione ove giunsero allora anche nuovi elementi orientali, o per diretti influsso o derivanti dalla Sicilia. Così nella chiesa del Crocifisso e nel duomo di Salerno consacrato nel 1085, così in quella di S. Angelo in Formis presso Capua, pure del sec. XI, così nel duomo di Caserta vecchia consacrato nel 1153, ove gli elementi arabi acquistano precisa determinate, come nel chiostro e nelle parti ancora originarie del duomo di Amalfi, nel duomo in S. Maria Gradillo e in S. Giovanni in Toro a Ravello ecc. ecc.

Nel Lazio durante l'età romanica si ebbero due principali centri di cultura architettonica, Roma e il Viterbo. A Roma un importante gruppo di costruzioni denota un preciso ritorno a forme simili a quelle delle più antiche chiese della città. Così S. Maria in Cappella del sec. XI, così S. Crisogono e S. Maria in Trastevere, del sec. XII, così il S. Lorenzo fuori le Mura del sec. XIII. Mentre in altre chiese quali S. Clemente, sec. XI-XII, e nei portici di S. Giorgio in Velabro, di S. Cecilia, di S. Lorenzo, dei SS. Giovanni e Paolo e nella serie dei numerosissimi campanili che sorgono accanto ai sacri edifici, da quello di S. Giovanni a Porta Latina all'altro di S. Silvestro, a quelli di S. Giovanni e di S. Maria in Cosmedin, s'affermano principi costruttivi connessi ad antica tradizione locale anche se ora assunti a nuova dignità di stile. Collegata al gusto tipicamente classicheggianti delle costruzioni ora rammentate è l'attività architettonica dei marmorari romani, COSMATI (v.). Così nella semidiruta S. Maria di Fàlleri (sec. XII) e soprattutto nel portico che Civita Castellana (v.). Autori ne furono Jacopo di Lorenzo e il figlio Cosma. Ai componenti di un'altra famiglia di marmorari, quella dei Vassalletti, si devono i due chiostri meravigliosi del Laterano e S. Paolo costruiti al principio del sec. XIII.

Tra le costruzioni più interessanti del territorio a nord di Roma, verso la Toscana, è il S. Flaviano di Montefiascone. Una chiesa del sec. XI a due ordini che nella pianta ricorda l'antico duomo d'Arezzo, mentre nell'alzato si raccorda a forme lombarde. Queste appaiono quasi pure nella chiesa di S. Maria in Castello a Tarquinia che è del sec. XII. Allora a Tuscania si costruivano due bellissime chiese: il S. Pietro, consacrato alla fine del sec. XI, e S. Maria Maggiore di qualche decennio più tarda, ma tanto l'una che l'altra completa nella decorazione posteriormente. Con maggiore unità stilistica si operava frattanto a Viterbo, dove il S. Giovanni in Zoccoli (sec. XI), la chiesa di S. Maria la Nova e la Cattedrale, nella solenne armonica divisione degli spazi, si collegano alle forme toscane.

È infatti durante l'età romanica che la Toscana, ove penetrano anche elementi architettonici lombardi, assume una precisa intonazione classicheggianti che per molti aspetti prelude il Rinascimento. Così a Firenze ove, ricostruito o adattato fra il sec. XI e il XIII il Battistero, compiuto fra il 1018 e il 1063 S. Miniato al Monte, costruita pure nel sec. XI la chiesa dei SS. Apostoli, iniziata nel 1093 la Badia di Fiesole ed elevate le chiese del S. Salvatore e S. Jacopo Sopr'Arno, vengono creati edifici di perfetta armonica unità ove gli allineamenti di colonne e pilastri, su cui girano serene archeggiature, i rivestimenti di marmi policromi a tarsia, i nitidi rapporti delle superfici, dei vuoti e dei pieni, la raffinata eleganza degli elementi plastici, denotano un rigore stilistico ed una precisa selezione di valori che rimarrà alla base della cultura architettonica fiorentina del Rinascimento.

Aspirazioni simili animano gli architetti pisani, più

pronti tuttavia ad accogliere anche elementi lombardi ed orientali. Così nel Duomo iniziato da Buschetto nel 1603, consacrato nel 1118 e quindi prolungato verso la facciata da Rainaldo nella seconda metà del sec. XII. Il Battistero, iniziato dal Diotalvi nel 1153, il campanile iniziato nel 1173 ed attribuito a Bonanno, e tutte le altre chiese pisane costruite fra il sec. XII e il XIII, risentono dell'influsso della meravigliosa Cattedrale. Le forme della quale si rifletterono, sia pure con varia intonazione a Pistoia nel S. Giovanni Fuorci, iniziato nella seconda metà del sec. XII e, sia pure in minor grado, nel S. Andrea e nel S. Bartolomeo in Pantano, nonché a Lucca, ove le forme pisane s'armonizzarono con quelle di origine lombarda e con le inflessioni, soprattutto cromatiche, che i pistoiesi avevano saputo dare alle pisane. Così nella cattedrale di S. Martino, ove nei primi anni del sec. XIII lavorava un Guidetto d'origine lombarda, e così in S. Michele in Foro dalla elegantissima facciata: un capolavoro. Alle forme delle chiese pisane, che si ritrovano anche ad Arezzo nella Pieve, s'intonano le chiese della Sardegna costruite fra il sec. XI e il XIV a schema basilicale e colonnate. Basti citare fra le più importanti il S. Gavino di Porto Torres e la S.ma Trinità di Saccargia.

In alcuni centri minori della Toscana alle forme dirette da Firenze, Pisa, Lucca, Pistoia altre si associano, talvolta di intonazione locale, quasi sempre accompagnate ad elementi lombardi. Così nelle pievi di Romena e Gropina, nella cattedrale di Sovana, a Badia ad Isola, e infine nella complessa badia benedettina di S. Antimo a Castelnuovo dell'Aba, iniziata nel 1118, ove ricorrono anche elementi d'origine oltremontana. L'intenso rinnovarsi della vita cittadina, politica e religiosa dell'età romantica influì anche decisamente sugli sviluppi dell'architettura civile di cui sono numerosissime le testimonianze nelle città e nei luoghi italiani. I grandi palazzi civici, le case delle maggiori famiglie, i grandiosi conventi, le mura e le stesse torri di difesa testimonianze allora un vivo interesse per la eleganza, la bellezza ed il pittoresco architettonico che si riflette anche su vasti complessi edilizi e sulle armoniche sistemazioni urbanistiche di vie e piazze. Così in Lombardia, in Toscana, nel Lazio e in tante città dell'Emilia, a Venezia, che allora configura il suo caratteristico aspetto più vicino a quello del favoloso Oriente che non dell'Europa, in Campania, ove Caserta vecchia è tutta un mirabile complesso romanico, così lungo la costiera amalfitana e poi in Puglia ed infine in Sicilia, ove a Palermo il Palazzo reale, la grande e la piccola Cuba e la Zisa, splendido luogo di delizie, testimonianze di raffinate gusto decorativo degli arabi volenterosamente accolto nella regione.

Segue un processo evolutivo analogo a quello dell'architettura anche la scultura dell'età romanica. Così mentre nella pianura padana, e in genere nelle regioni ad oriente dell'Appennino, si può indicare un gruppo d'opere collegate ai modi espressivi di tutta l'Europa centrale, in altri territori della penisola, ove erano più vive le forme e le tradizioni dell'antico classicismo, queste prevalgono in una coscienza imitazione dell'antico. In quegli ambienti, invece, ove l'arte ed il gusto d'Oriente, fosse esso ellenistico o bizantino o arabo addirittura, erano penetrati per i contatti politici e commerciali, gli elementi orientali vengono assorbiti e quindi ripressi con accenti individuali. Tendenza comune, ad ogni modo, una nuova manifesta volontà di esprimere con chiarezza i sentimenti atteggiando vivacemente le figure. Queste d'altro canto ora si staccano dai fondi in un graduale processo di affrancamento dalla architettura, per cui le sculture cessano di essere un assecondamento decorativo degli edifici per divenire statue, immagini, che, atteggiate con umani gesti, delle architetture sono il vivo commento.

Mentre si affermano tali tendenze cominciano a definirsi nell'arte italiana le prime grandi personalità artistiche. VILGELMO (v.), soprattutto a Modena, m

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(fol. Alinori)
Italia - Pulpito con sculture dei fratelli Fantoni (sec. xvili) nella chiesa di Alzano Maggiore (Bergamo).

Niccolò (v.); facciata del duomo di Ferrara [1135], Duomo e S. Zeno a Verona; e Guglielmo (S. Zeno) ne interpretano con accenti individuali i tipici motivi. Antelami (v.) che nella seconda metà del sec. XII nelle sue sculture di Parma e Borgo S. Donnino realizza in sintesi di visione le varie tendenze, le quali da tempo ormai andavano fermerando nella penisola, portandole a definitiva concreta forza formale. Tanto che, può dirsi, egli fu allora il maestro per tutta l'arte. Anche di chi non vide mai un'opera sua. Ed è veramente difficile determinare con precisione, nell'opera degli scultori attivi tra le fine del sec. XII e il principio del XIII, fin dove giunge fuori di Lombardia e d'Emilia il diretto o indiretto ricordo dell'Antelami. Certo giunse nella laguna veneta ove i maestri di scalpello fossero quelle forme vigorose ed altamente espressive con quelle dell'arte ellenistica e bizantina, generando un vero capolavoro nel portale mediano della basilica di S. Marco; ugualmente con accenti ove si possano riconoscere inflessioni di gusto lombardo ed orientale si espressero ancora nella prima metà del sec. XIII molti maestri che operarono lungo le coste dell'Adriatico, fino in Puglia, allora vivissimo centro di attività scultorea.

Quivi fin dal sec. XI erano stati elaborati con vigore di carattere popolareggiante elementi bizantini e musulmani (pergamo e cattedra del duomo di Canosa, opere rispettivamente di un Accetto e di un Romualdo [1078-1085]) e quindi anche forme di sapore classicheggiante e di accento nordico (cattedra del S. Nicola di Bari, 1088). Tali elementi vengono ancora svolti durante il sec. XII e il XIII ma con un graduale prevalere degli accenti classici determinato dai più frequenti contatti con l'Oriente ellenistico. Così nelle sculture absidali della cattedrale di Bari, in quelle della cattedrale di Ruvo, così a Castel del Monte, ed infine nel pergamo del duomo di Ravello scolpito da Nicola di Bartolomeo da Foggia nel 1272. I maestri di scultura s'irradiano allora dalla terra di Puglia ad annunciare nel nome dell'arte antica l'avvento di una nuova era, negli Abruzzi, nella Campania, fino sulle rive dell'Arno ove Nicola da Puglia

scandirà con risonanti accenti classici le sostanzioso forme della sua scultura.

Strettamente connesse con le forme pugliesi e lombarde furono quelle della scultura d'Abruzzo assumendo caratteri particolari per il predominio di un gusto decorativo vivo e lussureggiante. L'intaglio era rigido a trafori, ora piatto, ora unicato ed ispido, otteneva improvvisi effetti di plasticismo nei rosoni, nei fregi, nelle figure, dando anche veri capolavori, come nel ciborio di S. Clemente a Guardia al Vomano, nel ciborio e nel pergamino di S. Maria in Valle Porcelana presso Rosciolo, e nel mirabile pulpito di S. Clemente a Casauria (sec. xii), fieramente romanico nei riquadri classicheggianti ove domenano i rosoni ricchi di aggressiva evidenza plastica. Ed elementi pugliesi si possono cogliere anche in Umbria.

Anche in Sicilia, a parte i motivi di carattere arabo frequentati nella regione, l'intonazione essenziale della scultura fu conferita dal classicismo, sia derivato da una tradizione secolare rinvigorita dagli apporti dei maestri pugliesi e campani, sia importato da artisti dell'Oriente ellenistico. Così ebbero forme classiche i capitelli delle grandi chiese costruite dai re normanni, quelli del duomo di Monreale soprattutto, così i rilievi, i fregi e le figure del pergamo della Cappella Palatina a Palermo, mentre nel chiostro di Monreale accanto ai maestri locali operarono lombardi, romani, campani.

Le tendenze classicheggianti locali rafforzate dai contatti con la cultura ellenistico-orientale furono allora predominanti anche in Campania ove nel sec. xiii giunse il tempestivo apporto dei pugliesi, quale quello dei maestri attivi a Capua nel Castello di Federico II e di Nicola di Bartolomeo da Foggia a Ravello. Intanto anche in Campania un largo stuolo di musicisti ingioiellava, come in Sicilia e a Roma, pergami e amboni, iconostasi e candelabri con musica splendenti. Così nei pulpiti di Calvi e di Caserta Vecchia, di Sessa Aurunca, di Cava dei Tirreni, del duomo di Capua e di quello di Salerno. Nel Lazio l'attività degli scultori fu fra il sec. xii e il xiii così strettamente legata a quella architettonica che non è quasi possibile farne un esame a parte. Prevalgono ad ogni modo le forme classiche direttamente ispirate all'antico; talvolta, come nel candelabro per il coro pasquale a S. Paolo fuori le Mura, da marmi paleocristiani. E ciò non solo nei fregi, nei capitelli, nelle cornici, ma anche nelle non frequenti sculture a tutto tondo. Cosmati (v.) e dei Vassallett (v.) sono gli autori dei più caratteristici esempi di quelle sculture, ma accanto a loro è tutta una schiera di scultori che opera intensamente talvolta rifacendosi a motivi anche nordici, come in una lunetta che è a Capranica di Sutri nell'ospedale e nel più tardo portale di S. Maria Maggiore a Tresconia, o schiettamente neo ellenistici, come nel battistero di Grottaferrata, o di lontana ispirazione etrusca come spesso nel viterbese, nei capitelli e negli elementi decorativi del S. Flaviano di Montefiascone e del S. Pietro di Tuscania (sec. xi).

Anche in Toscana prevale nella scultura decorativa un gusto classicheggiante, ma di un classicismo ispirato quasi sempre all'arte neo ellenistico-orientale. Allora forti personalità di scultori, ricchi altresì di esperienze d'arte lombarda, e nei quali sembravano rivivere anche spiriti dell'antica arte etrusca, s'esprimevano in Toscana con accenti propri e di grande vitalità. Così Guglielmo, autore dell'antico pulpito della cattedrale di Pisa (1596-62), Bonanno pisano (v.), GRUAMONTE (v.) e Bidunio che operano a Pistoia, così l'autore dei putei di S. Miniatura Firenze, seguace di quel Guido Bigarelli che nel 1245 firmava il fonte battesimale di Pisa. Il Bigarelli era un lombardo, Guidetto (v.) che agli inizi del '200 operava a Lucca in Duomo e contrattava opere per la pieve di Prato. Frattanto giungeva NICCOLÒ (v.) detto Pisano che, nutrito nella sua terra di schietta cultura ellenistica, e contatto della vigorosa arte plastica che fioriva nei territori dell'antica Etruria maturava la pienezza delle sue capacità espressive ponendo i solidi fondamenti del rinnovarsi della scultura italiana.

Durante il periodo romanico, fra il sec. xi e il

xiii, la pittura italiana elaborò le premesse per affrancarsi dai concetti e dalle forme dell'arte bizantina che aveva largamente inciso sui suoi precedenti sviluppi. Tuttavia è subito da notare come allora, nel rifiorire della cultura e degli interessi per le cose dell'arte, con l'intensificarsi dei rapporti con l'Oriente, di cui sono chiari i riflessi anche nel campo dell'architettura e della scultura, sembrarono doversi rafforzare anche gli antichi legami nel campo della pittura. Infatti, come non avveniva da secoli, è fra il sec. xi e il xii che artisti orientali furono chiamati in I., nel Veneto, in Sicilia, in Campania a dipingere e comporre musica, mentre alcuni dei nostri maestri più grandi proprio sui solidi fondamenti della cultura pittorica orientale ponevano gli elementi fondamentali del loro linguaggio espressivo.

Ad ogni modo, per intendere l'apparente contrasto di una tale premessa è necessario rammentare come durante l'alto medioevo accanto alle manifestazioni pittoriche aule e ufficiali, tutte più o meno di intonazione bizantineggiante, avesse continuato a vivere in I. una corrente pittorica di intonazione popolareggiante che perseguita intenti narrativi. Ora avviene che durante il periodo romanico queste due correnti pittoriche principali, la aulica e la popolareggiante, tendono gradualmente a far collimare i loro interessi. E mentre i pittori di cultura aulica piegano, adattano e trasformano il loro raffinato linguaggio per indurlo ad esprimere concetti nuovi, i pittori popolareggianti affinano gli elementi del loro stesso linguaggio facendogli assumere nuova dignità di stile. Fin quando Giotto medesimo, scolaro del bizantineggiante Cimabue, non si avvarrà di quelle premesse «per rimutare l'arte del dipingere di greco in latino» (Cennini).

Fra il sec. xi e il xii i centri di cultura pittorica più vivi d'I. furono Roma e la Campania, il Veneto, particolarmente Venezia, e la Sicilia. In Roma fu intensissima l'attività dei maestri locali che crearono sul finire del sec. xi il loro capolavoro negli affreschi della chiesa oggi sotterranea di S. Clemente, mentre svolgevano una notevole attività nei territori limitrofi del Lazio, a Tuscania nel S. Pietro, a Castel S. Elia, a Tivoli ove il Salvatore famoso testimonia la raffinata eleganza cui era giunto quello stile di origine popolare. In Campania, dal centro di Montecassino si irradiarono frattanto nuove idee anche in fatto d'arte. Lo testimonianzo gli affreschi di S. Angelo in Formis presso Capua, della seconda metà del sec. xi, e le pitture di S. Vincenzo al Volturno da porre fra le manifestazioni più significative della cultura artistica benedettina (v. arte).

A Venezia l'immensa coltre di musica, che riveste la basilica di S. Marco annullando i valori plastici delle strutture, fu eseguita fra il sec. xi e il xiii e in massima parte è opera di artisti orientali (v. arte). Questi tuttavia ebbero nei pittori locali intelligenti e pronti seguaci che ne completarono le opere e ne ripetono le forme nei musica dei duomo di Torcello, in quelli del duomo di Murano, del S. Giusto di Trieste, dell'abside del S. Ambrogio di Milano.

Più raccolta nel tempo è l'attività dei musicisti bizantini che fra il 1140 e il 1200 c.a. operarono in Sicilia, a Palermo nella chiesa di S. Maria dell'Ammiraglio e nella Cappella Palatina, a Monreale nel Duomo, a Cefalù pure nel Duomo, a Messina e poi ancora a Palermo nelle stanze della Reggia di re Ruggero il Normanno e nel castello della Zisa (v. arte).

Durante il sec. xiii nel Lazio s'affermano i modi stilistici già definiti nel campo dell'arte popolare fra il sec. xi e il xii, ma hanno anche notevole sviluppo quelli aulici già impostati in una serie di grandiosi opere nuove quali la decorazione ad opera di artisti orientali della chiesa abbaziale di Grottaferrata e di maestri nostrani di quella delle absidi di S. Clemente e di S. Maria in Trastevere. Di più, agli inizi del sec. xiii nella stessa Roma operano con accenti nettamente orientali artisti chiamati da Venezia a decorare l'abside di S. Paolo.