ITALIA

ITALIA. - La regione italiana corrisponde, nei suoi confini naturali, a quella parte di Europa che si stende a mezzodì dell'arco alpino, dalla foce del Varo al Quarnaro.

SOMMARIO: I. Geografia. - II. Storia civile ed ecclesiastica. - III. Organizzazione ecclesiastica. - IV. Condizione giuridica della Chiesa. - V. Letteratura. - VI. Arte. - VII. Ordinamento scolastico.

I. GEOGRAFIA.

La superficie della regione italiana si aggira sui 325 mila kmq. Quella dello Stato italiano, invece, qual'è uscito dalla seconda guerra mondiale, resta alquanto al di sotto di tale cifra (301.021 kmq.), non solo per effetto delle recenti mutilazioni sulle frontiere occidentali (Colle del S. Bernardo, Passo del Moncenisio, Valle Stretta, « territori di caccia » sulle testate dei fiumi Tinea e Vesubia, ed alta e media Val di Roja: in totale 710 kmq.) ed orientale

(Zara, Istria, media ed alta Valle d'Isonzo : 7390 kmq., senza contare i 783 kmq. dello Stato libero di Trieste), ma anche perché i confini politici del territorio d'ante guerra (310.190 kmq.) non coincidevano, neppure essi, con quelli naturali. Restavano e restano, pertanto, fuori dello Stato italiano, oltre quelli già accennati, lembi che geograficamente spettano alla regione italiana : il Principato di Monaco (1,5 kmq.), la Svizzera italiana (3933 kmq.), il Nizzardo e la Corsica (9409 kmq.), e l'Arcipelago di Malta (316 kmq.).

L'I., che occupa una posizione mediana tra le penisole sud-europee, è di queste la più piccola : della sua area un quinto spetta alla sua parte insulare, due quinti a quella propriamente peninsulare ed altrettanto alla continentale. Caratteristici della sua figura, rassomigliata spesso ad uno stivale, lo sviluppo della penisola obliquo ai paralleli e la forte sproporzione tra la sua lunghezza (1200 km.) e la sua larghezza, che è in media di 350 nell'I. continentale e 150 in quella peninsulare. A quella stessa obliquità è poi dovuto il fatto che tale sproporzione si annulla quasi del tutto quando si considerino le coordinate estreme di latitudine (dal 47° 5' 30' N. della Vetta d'I. al 35° 29' 24' N. della punta di Cala Maluk nell'Isola di Lampedusa) e quelle di longitudine (dal 6° 22' 59' E. Greenw. della Rocca Chardonnette nelle Alpi Cozie al 18° 31' 18' E. del Capo d'Otranto) : la differenza è rispettivamente di 13° 36' 6' e 13° 58' 19'. Sono evidenti i vantaggi dovuti alla posizione della penisola che, nel mezzo del Mediterraneo, tra i due bacini che lo costituiscono, fa figura di ponte fra le opposte sponde : essa si trova a metà distanza fra la porta naturale (Gibilterra) e quella artificiale (canale di Suez) di questo bacino, e quindi lungo le rotte di mare, di terra e dell'aria fra l'Atlantico nord-orientale e l'Europa occidentale da un lato, l'Africa settentrionale, l'Asia anteriore e meridionale e l'Australia dall'altro.

Nella plastica del territorio italiano prevalgono colline (40 %) e montagne (39,6 %). Le pianure ne occupano appena 1/5 in superficie : di queste l'unica che spicchi per le sue dimensioni e la sua complessa importanza geografica è quella padana, che Alpi ed Appennini chiudono da tre lati, e s'apre sull'Adriatico con un ampio orlo lagunare. Alpi ed Appennini, sebbene orograficamente saldati, differiscono non solo per la maggiore altezza media delle prime, di cui all'I. spetta solo il più breve e ripido versante interno, ma anche per le forme meno aspre dei secondi, dei quali, oltre alla presenza di altopiani (Abruzzi) e di zone vulcaniche (Antiappennini), è caratteristica la frequenza di più o meno ampi bacini intermontani, che spesso corrispondono a laghi colmati. Il rilievo delle isole maggiori si può, in sostanza, ricondurre a quello dell'Appennino (Sicilia) anche se in Sardegna prevalgono aspetti più propriamente antiappennini e la Corsica ricordi piuttosto le Alpi. In complesso, sia per la varietà di struttura e di forme che la loro complicata storia geologica ha determinato, sia per l'alternarsi, anche su brevi spazi, di zone sollevate e depresse, o distinte per la natura delle rocce dominanti (tipica, p. es., sotto questo riguardo, la diffusione dei calcarni nelle regioni centro-meridionali), sia per la disposizione delle masse montuose rispetto ai mari periferici, sia infine per le conseguenze che ne discesero nell'originario manto vegetale o si rivelano nelle particolari vocazioni economiche, il paesaggio italiano presenta una ricca gamma di sfumature. La compartimentazione regionale che ne risulta è assai più minuta di quanto non appaia dalle 24 unità storiche che vi riconoscono tradizione e amministrazione : numerosi reponimi perpetuano ancora, nell'uso locale, la vitalità di distinzioni che bastano a caratterizzare lembi continentali (Monferrato, Brianza, Cadore), peninsulari (Lunigiana, Mugello, Marsica, Cilento) ed insulari (Valdemone, Gallura, Balagna; sono scelti a caso, solo alcuni esempi) aventi ognuno una più o meno chiara individualità geografica.

Una tale compartimentazione richiama anche alle diversità climatiche, naturali, data la notevole estensione

in latitudine del territorio italiano, seppure attenuate, per quanto concerne i regimi termici, dall'azione protettiva della barriera alpina e dall'influenza eguagliatrice del Mediterraneo. Tipi meno francamente marittimi si hanno nell'I. settentrionale, come conseguenza non tanto della continentalità di questa, quanto della vicina regione panonico-balcanica : notevole è perciò il contrasto termico tra il lato volto all'Adriatico, che più ne risente l'influsso, e quello sul Tirreno, beneficiato dal tepido soffio dei venti occidentali. Quanto alle piogge, più abbondanti nelle Preslpi e nell'alto Appennino, meno nelle pianure e specie nel Mezzogiorno, il loro quantitativo medio annuo è dovunque superiore ai 500 mm. (e notevolmente più elevato nell'area alpina) e perciò adeguato, in genere, ai bisogni delle colture, quando se ne eccettuino alcuni lembi (Tavoliere delle Puglie). È tuttavia da rilevare che queste precipitazioni, mentre tendono a concentrarsi nella stagione estiva nell'I. meridionale e nelle isole (che perciò soffrono di una prolungata siccità estiva), presentano due massimi (sututano e tarda primavera) nel resto della penisola, ed un unico massimo estivo (con minimo invernale) lungo l'arco alpino.

Queste condizioni climatiche, insieme con la forma del territorio e la disposizione del rilievo, spiegano perché l'I. manchi di arterie fluviali notevoli, eccettuano il Po (650 km.; bacino 75 mila kmq.), l'unico paragonabile ai maggiori corsi d'acqua europei. L'incostanza dei regimi, le forti pendenze e perciò la scarsa navigabilità sono caratteri comuni a quasi tutti gli altri, e si accentuano nel Mezzogiorno e nelle isole. Numerosi, relativamente, i laghi, dei quali i maggiori si trovano lungo la chiostra alpina, nonché gli stagni costieri e le tipiche lagune (litorale veneto-romagnolo). Con la presenza di questi ultimi, che attestano di un insufficiente drenaggio delle acque nelle regioni costiere, va messa in rapporto la diffusione della malaria, che costituì a lungo la malattia endemica più pernicioso che abbia affitto l'I.

Il territorio italiano, abitato dalla più remota antichità (almeno dal paleolitico medio), costituisce una delle zone europee di più alta densità di popolazione. Non meraviglia, perciò, che vegetazione e fauna originarie vi abbiano subito trasformazioni così profonde, da non essere riconoscibili se non in lembi e con forme residuali. Tanto la macchia mediterranea (associazione di alberi e arbusti a foglie persistenti, caratteristica delle regioni litoranee e sub-litoranee), quanto il bosco hanno quasi dovunque fatto luogo non solo alle colture, ma anche al pascolo, mentre molte aree acquirinose od inondabili o, per contro, steppose sono state conquistate anche essa all'agricoltura. Del resto, la trasformazione continua ai nostri giorni con le bonifiche, destinate a guadagnare sempre nuovi spazi alla crescente popolazione.

Negli ultimi cento anni questa è infatti più che raddoppiata. Il primo censimento ufficiale della popolazione del Regno d'I. (31 dic. 1861) accertò la presenza di 21,8 milioni di ab., corrispondenti, entro gli attuali confini, ad un totale di 25,6 milioni di anime.

La densità media della popolazione italiana (153 ab. a kmq.) è superata, in Europa, solo da quella del Regno Unito (207) e della Germania (193) : le più elevate cifre del Belgio (282) e dell'Olanda (293) si rapportano a basi territoriali comparabili con le nostre regioni. La popolazione vive, di regola, disseminata nelle campagne o raccolta in piccoli centri nelle regioni settentrionali e centrali; diserta invece la campagna e si agglomerano in grossi borghi ed in città nell'I. meridionale e nelle isole. Intorno al 1800, tuttavia, non vi erano in I. che 5 centri urbani con oltre 100 mila ab. (Napoli con 400 mila, Palermo con 200, Roma con 150, Venezia con 140 e Milano con 130) e fino a vent'anni fa nessuna delle nostre città superava il milione di ab. Oggi i comuni con più di 50 mila ab. sono 77 (di cui 65 capoluoghi di provincia) e 14 hanno una popolazione superiore ai 100 mila ab. (Messina, Verona, Taranto, Padova, Brescia, Livorno, Reggio Calabria, Ferrara, Cagliari, La Spezia, Parma, Modena, Bergamo, Reggio Emilia), 6 ai 250 mila (Palermo, Firenze, Bologna, Venezia, Catania e Bari), 2 ai 500 mila (Torino a Genova) e tre al milione (Roma [1.650 mila], Milano [1.287 mila] e Napoli [1.021 mila]).

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REGIONINumero dei comuni 1° genn. 1950Superficie territoriale al 1° genn. 1950 (kmq.).CENSIMENTO 21 APR. 1936Valutazione al 1° genn. 1950 (1000 ab.)
Popolazione residenteNumero dei comuni con popolazione superiore a
assoluta (1000 ab.)relative a kmq. di sup. totaleagraria e forest.50 mila ab.100 mila ab.250 mila ab.
Piemonte117825.4143.418135152213.423
Val d'Aosta733.26383263893
Lombardia145823.8015.8362452895116.268
Trentino-Alto Adige28213.60266949571696
Veneto58118.3853.5661942212213.855
Friuli-Venezia Giulia2047.6348371101341922
Liguria2295.4111.4672712871111.524
Emilia Romagna33322.1233.3391511667213.478
I. settentrionale4338119.63019.216161184196520.259
Toscana28022.9862.9781301366113.097
Umbria918.47272385892793
Marche2459.6921.27813213911.338
Lazio36617.1802.65515516213.276
I. centrale98258.3327.6341311379128.504
Abruzzi e Molise43515.2321.59010410811.660
Campania53713.5953.697272287214.276
Puglie24719.3462.642137142323.155
Basilicata1269.9875435457615
Calabria40515.1021.77211712212.000
I. meridionale175073.26210.24314014663111.706
Sicilia36825.7074.0001561643214.413
Sardegna32524.0891.0344345111.240
I. insulare69349.7965.0341011065315.653
Repubblica italiana7764301.02142.1271401523912946.122
Terr. libero di Trieste718348470373

Poco meno del 50% della popolazione attiva vive di agricoltura (compresa la caccia e la pesca), un terzo di industria (compresi i trasporti e le comunicazioni), meno di un decimo di commercio (compreso il credito e le assicurazioni); il resto è occupato nelle pubbliche amministrazioni (4,3%), nell'economia domestica (3,6%), nelle arti libere e nel culto (1,5%), ecc. Questa suddivisione si riferisce al censimento 1936: cinquant'anni fa l'agricoltura assorbiva da sola i 3/5 e l'industria meno di 1/4 di quello stesso totale.

Appena il 7,8% della superficie territoriale dello Stato è improduttiva; la superficie agraria e forestale si ripartisce come segue: seminativi 43,2%, boschi e castagneti 18,6%, colture legnose specializzate 7,8%, incolti produttivi 5,1%, prati, prati-pascoli e pascoli permanenti 17,4%.

Il carattere mediterraneo dell'agricoltura italiana è messo bene in luce dalle sue produzioni meglio tipiche ed anche dalla scarsa specializzazione delle colture, essendo quelle erbacee di regola consociate alle arboree (gelso, vite, olivo, mandorlo, ecc.). La produzione cerealicola, per quanto relativamente notevole (secondo posto fra gli Stati europei, toltane l'U.R.S.S., per il frumento, terzo per il granturco), non copre il fabbisogno interno, al che le voci relative figurano di solito tra le più cospicue nelle importazioni. Vini ed olii alimentavano, in passato, una discreta corrente esportatrice, ma ormai i soli prodotti agricoli che facciano sentire il loro peso nelle esportazioni sono la frutta secca e gli agrumi, sebbene questi ultimi debbano ormai fronteggiare crescenti, fortunate concorrenze.

L'I. dispone di un modesto patrimonio zootecnico (in milioni di capi, 1948: 9,4 ovini; 7,9 bovini; 3,8 suini; 2,2 caprini; 1,6 equini), danneggiato inoltre dalle recenti

due guerre. L'I. settentrionale era nota per il fiorente allevamento del baco da seta: il raccolto medio dei bozzoli superava, in tempi normali, i 300 mila quintali; ciò che le assicurava il primo posto in Europa per la produzione della seta.

Trascurabili le riserve forestali (il legname è una delle voci preminenti nelle importazioni) e modesto il beneficio tratto dalla pesca, di cui quella marittima limitata in sostanza alle acque nazionali.

L'ultimo grande conflitto mondiale ha colpito duramente l'industria italiana, che aveva compiuto, dopo il 1900, progressi cospicui, nonostante la posizione di inferiorità in cui si trova il territorio per la mancanza assoluta o la scarsezza delle materie prime indispensabili. Tra le fonti di energia, l'unica di cui l'I. abbondi è quella idroelettrica, che dispone di oltre un milione di impianti e produsse, in complesso, 20,8 milioni di Kwh nel 1949; ma, a parte la ineguale distribuzione regionale delle installazioni, è già insufficiente al consumo interno (si importa energia dalla Svizzera) e non può essere sovvenuta se non in proporzioni minime da combustibili fossili (soprattutto ligniti) o liquidi (limitati all'Emilia), e dalla stessa pur notevole produzione di metano (236,2 milioni di mc. nel 1949). Fra i minerali metallici spiccano solo il mercurio, l'alluminio (mancanza totale, però, di criolite), il piombo e il magnesio.

Ciò inceppa grandemente l'espansione di una industria pesante pari al bisogno, e lo stesso si può ripetere, in sostanza, per gli altri rami d'attività (basti pensare alla mancanza di cotone), quando si eccettuino le industrie alimentari ed alcune di minor conto. Ciò nonostante, l'abbondanza di mano d'opera, la buona preparazione specifica delle maestranze, la tradizionale laboriosità ed ingegnosità del popolo italiano hanno consentito all'in-

dustria italiana di figurare tra le prime d'Europa, così per l'entità della produzione, come per il suo alto livello tecnico: soprattutto il ramo tessile (setifici, cotonine, fibre artificiali e lana), che nell'I. padano-veneta conta un poderoso complesso di impianti, non solo copriva il fabbisogno nazionale, ma dava vita ad una forte corrente esportatrice.

Il mirabile progresso dell'economia nazionale verificatosi nell'ultimo cinquantennio non poteva tuttavia impedire che la bilancia commerciale si chiudesse in passivo; deficit colmato tuttavia di regola con le rimesse degli emigranti, con le risorse dell'industria marittima, con i noli della marina mercantile e con gli interessi dei capitali impiegati all'estero. Normalmente il 60%, in valore, delle importazioni era assorbito nell'anteguerra dalle materie grezze o semilavorate necessarie alle industrie, il 20% da materie prime o prodotti alimentari ed il resto da manufatti. Nelle esportazioni ca. il 40% constava di prodotti finiti, il 30% di generi alimentari specializzati (vini, olii, agrumi, frutta ecc.), il 20-25% di materie semilavorate ed il rimanente di materie prime. La Germania era alla testa così dei clienti, come dei fornitori, seguita, a notevole distanza, dagli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia. Il recente dopoguerra ha indotto notevoli spostamenti: nel 1949 gli Stati Uniti hanno assorbito da soli il 35,3% delle importazioni, seguiti dalla Australia (5,6%), dall'Argentina (5,3%) e dalla Germania (4,4%), mentre nelle esportazioni tiene il primo luogo l'Argentina (12,3%); cui tengono dietro la Gran Bretagna (10,6%), la Francia (5,7%) e la Svizzera (5,5%).

Le comunicazioni interne dispongono di una rete stradale di oltre 170 mila km. (dei quali 21 mila di strade statali e 42 mila provinciali), senza contare i 600 km., ca., di autostrade (quasi tutte nell'I. settentrionale). Le ferrovie (23.222 km. nel 1942), molto danneggiate dalla guerra, sono tornate ormai, in sostanza, all'efficienza prebellica (21.643 km. nel 1950), mentre i trasporti automobilistici hanno avuto un notevole impulso e superano ormai le cifre dell'anteguerra. Per la sua marina mercantile, l'I. era nel 1939 al 6° posto del mondo quanto a tonnellaggio (3,5 milioni di tonn.) e ad uno dei primi per l'efficienza dei suoi servizi; posizione che, nonostante le perdite subite (tonnellaggio nel 1950 ridotto a 2,6 milioni di tonn.), il paese si avvia a riconquistare. Anche l'aviazione civile (41.033 km. di linee nel 1949) ha ripreso quota dopo la parentesi bellica.

Nel 1939 il controllo italiano si estendeva su di un territorio di oltre 3,5 milioni di kmq. con 14,3 milioni di ab.

TerritoriSuperficie in kmq.PopolazioneDens. a kmq.
Albania27.5381.064.00039
Saseno610017
Europa27.5441.064.100
Provincie libiche553.940874.0002
Sahara libico1.205.60051.000
Africa orient. ital.1.725.33012.165.0007
Africa3.484.87013.090.000
Isole ital. dell'Egeo2.682122.40046
Tien-tsin8.800
Asia2.682131.200
Totale3.515.09614.285.300

Article illustration
ITALIA - Campanile di Courmayeur (sec. XII) - Aosta.
(fot. G. Bruckert, Aosta)
Dell'Africa già italiana è ancora incerto il destino, Somalia (v.), restituita all'I. per deliberazione dell'ONU (21 dic. 1949), con il mandato di amministrarla in regime fiduciario e prepararne l'indipendenza.

BIBL.: G. Marinelli, La terra, IV, Milano 1897; T. Fischer, La penisola II. Saggio di corografia scientifica, Torino 1902; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlino 1883-1902; G. De Lorenzo, Geologia e geografia fisica dell'I. meridionale, Bari 1904; G. Greine, I., Breslavia 1925; P. Gribaudi, L'I., Torino 1925; G. Pullè, L'I. continentale, Firenze 1925; id., L'I. peninsulare ed insulare, ivi 1926; N. Krebs, I. (Geographie des Welthandels, 1), Vienna 1926, pp. 815-68; O. Maull, I., in Länderkunde von Südeuropa, ivi 1929, pp. 133-208; E. Migliorini, s. v., in Enc. Ital., XIX (1933), pp. 693-1063 (ricchissima bibliografia); H. Kanter, I., in Handbuch der geogr. Wissenschaft: Südeuropa, Berlino-Potsdam 1933, pp. 289-425; A. Marescakhu-L. Visentin, Atlante agricolo dell'I., Novara 1935; Ass. Mori, I. Caratteri generali, Milano 1936; Comt. naz. II. per la geografia, La localizzazione delle industrie in I., Roma 1937; D. Gribaudi, Ambiente fisiogeografico ed ampiezza della proprietà terriera con particolare riguardo all'I.,

Torino 1939; A. Crispo, Le ferrovie italiane: storia politica ed economica, Milano 1940; Dizionario di politica, s. v., II, Roma 1940, pp. 591-681; G. Dainelli, Atlante fisico-economico di I., Milano 1940; F. Eredia, Distribuzione della temperatura in I., Roma 1942; V. GIURATI, Caratteristiche ambientali italiane, agrarie, sociali e demografiche, ivi 1943; A. J. White, The evolution of modern I., 1789-1919, Oxford 1944; G. Volpe, L'I. moderna: 1815-1913, Firenze 1945; J. Thomas, The problems of I.: an economic survey, Londra 1946; G. Tremelloni, Storia dell'industria italiana contemporanea, Roma 1947; G. Vedovato, Il Trattato di pace con l'I., ivi 1947; G. Merlini, Le regioni agrarie in I., Bologna 1948, Giuseppe Caraci

II. STORIA CIVILE ED ECCLESIASTICA.

1. GEOLOGIA

L'I. è l'immagine di un provvidenziale disegno, con la sua possente unità fisica, bene individuata entro la cornice di frontiere naturali, le Alpi e il mare, e collegata internamente dalle diramazioni dell'Appennino, e dalle numerose arterie fluviali che solcano in tutti i sensi la Penisola.

Formatasi nelle profondità marine nei lontanissimi millenni e sollevatasi primamente dalle acque con le rocce cristalline che formano l'intima ossatura del sistema alpino e con la zone calabro-sicula della catena appenninica, ricoperta poi dal mare e di nuovo riemersa con altre terre per alcun tempo saldate all'Africa, disgiunte in seguito per fratture, corrugamenti ed immersioni varie, colmata poi nella grande insenatura a pie' delle Alpi con depositi alluvionali, coperta qua e là da eruzioni vulcaniche, mentre i ghiacci si fondevano e arretravano, l'I. si trova quasi definitivamente costituita con l'età quaternaria nel bel mezzo del Mediterraneo, come immenso molo lanciato a sud, nella direzione di Levante, e a nord collegata alla regione danubiana.

Tormento geologico, a cui sembra corrispondere ugual tormento nella sua vita storica, ove perennemente si alternano le emersioni e le immersioni, le fratture e le ricomposizioni di vita morale e politica, nel mondo contrastato della civiltà mediterranea e poi europea.

Ma il passato geologico d'Italia pesa ognora sul suo divenire storico, determinando costanti influssi non meno

sulla conformazione della civiltà che nella vita vegetale ed animale. L'antichissima congiunzione con l'Africa influì sulla flora e la fauna primitiva dell'I.; la mediterraneità sugli scambi reciproci fra regione e regione; lo sviluppo vulcanico sulla fertilità del suolo; la ricchezza delle coste sulla vita marinara; la varietà delle regioni interne sul fiorire del separatismo locale; ma per compenso la frequenza delle valli incise da fiumi, agevola le comunicazioni e i nessi anche fra regioni lontane.

2. IL NOME

È derivato all'I. da una tribù del più antico stadio indoeuropeo, situata in un punto del Bruzio (odierna Calabria) che prendeva il nome dal vitello (vitelio vitilu : buc, toro), certo l'animale sacro del gruppo; dagli scrittori greci reso Trzklz. Il nome andò estendendosi fino a Taranto (sec. IV), poi all'Italia centrale (sec. III) dall'Arno al Rubicone, e nella riforma amministrativa ordinata da Augusto raggiunse la cerchia delle Alpi dal Varo all'Arsa nella penisola istriana : « hacc est Italia diis sacra » (Plinio, Nat. hist., III, 5, 46). La provenienza del nome è confermata dal fatto che allo scoppio della guerra sociale (90-87 a. C.) provocata dagli Alleati Italici (Marsi, Sanniti, Lucani) per la parificazione dei diritti con Roma, fu dai ribelli scelto il toro come simbolo monetale e fu dato alla città di Corfinio, centro del moto insurrezionale, il nome di Italica.

Altri nomi dell'I. sono: Esperia, per la sua posizione occidentale rispetto alla Grecia; Ansonia, forma grecizzata di Aurunci, gente osca confinante con le colonie greche dell'Italia meridionale; Enotria, per eponimia da un Enotrio colonizzatore del paese; lo storico Antioco di Siracusa (sec. V, in Dion. Alec., I 35, seguito da Aristotele, Polit., VIII, 1329 b) derivava il nome I. da un eponimo Italo.

3. LE PRIME GENTI

Anche l'I. ebbe, come tutti i popoli d'Europa, dopo l'età paleolitica e neolitica, una età encoltica poco dissimile da quella neolitica, iniziatrice della metallurgia con le prime leghe imperfette di rame e che precedette l'industria del bronzo, susseguita poi dall'età del ferro che, nel Mediterraneo, a differenza di altre regioni, cade in piena storia.

La sua posizione la fece il grande crogiuolo, dove vennero a incontrarsi e a convivere tutti gli elementi umani della grande civiltà mediterranea nella sua varietà dolico-mesocefala del sud e brachicefala o alpina del nord, con riti funebri diversi da luogo a luogo, dal più antico dell'inumazione a quello dell'incinerazione. Pertanto, diverse civiltà preistoriche sono fiorite in Italia, ma si debbono a genti per lo più inumatrici e ascritte ad una sola razza, quella mediterranea dolicocefala.

I discendenti di questa stirpe, che è mediterranea, e che popola tutta la penisola e le isole conservando l'avito costume della inumazione, sono noti con i nomi di Liguri i quali, affini agli Iberi, erano diffusi nell'Italia settentrionale, in parte dell'Italia centrale, in Corsica e in Sardegna, a Malta e Pantelleria, con nomi locali diversi; gli altri, nell'Italia meridionale, e autori, sembra, delle prime ceramiche dipinte.

A queste genti neolitiche si sovrapposero, scendendo per le Alpi Giulie dai paesi transalpini, gli Indoeuropei in due ondate, una più antica (ca. 2500 a. C.) che incinerava i suoi morti ed occupò buona parte della penisola giungendo fino alla Sicilia orientale, l'altra più recente (1500 a. C.), inumatrice, già in possesso del ferro.

Grazie a questa duplice immigrazione, senza entrare in troppo minute distinzioni e suddivisioni, spesso di materia opinabile, la situazione etnografica dell'I. è la seguente:

A. Indoeuropei italici: 1. Latini, stanziati nel centro del Lazio; Falisci intorno a Civita Castellana. Ad est e a sud del Lazio Equi nell'alta valle dell'Aniene, Volati dai Monti Lepini al mare, Ernici sui territori di Ferentino e Anagni.

2. Italici del gruppo osco-umbro, detto anche umbrosabellico: Sabini (Safini), nei centri di Terni e di Rieti; Umbri, stanziati nell'alto corso del Tevere; Marsi, nel bacino del Fucino; Peligni, a ponente di questo bacino; Picenti e Pretuzi, sulla costa adriatica tra Ancona e Adria; Vestini e Marrucini sulla costa medesima ai due lati del Pescara; Campani, nella Campania; Sanniti, nel centro montuoso, con capitale Boviano; Frentani sul versante

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ITALIA - Ponte Lunetto - Premosello (Novara).
adriatico del Molise; Lucani, dalla costa tirrena al Golfo di Taranto; Bruzi nell'attuale Calabria.

B. Indoeuropei non italici: Greci della Magna Grecia e della Sicilia; Celti nell'Italia settentrionale, suddivisi nelle tribù degli Insubri, sui laghi Maggiore e di Como; Cenòmani, sui laghi di Iseo e Garda; Lingoni, a sud del corso inferiore del Po; Boii, tra il Po e gli Appennini; Sènoni nell'Adriatico tra Ravenna e Ancona; Siculi e Sicani nella Sicilia orientale e media; Veneti, tribù illirica, stanziati nella Venezia e nell'Istria; Iapigi, altra tribù illirica stanziata nella Puglia e suddivisa nelle tre tribù dei Dauni, Puglia settentrionale sotto il Gargano, Pescezi a sud-est dei primi, Messapi nell'attuale penisola salentina, un tempo denominata Calabria.

C. Popolazioni non indoeuropee: Liguri dalle foci dell'Arno al Ticino; Corsi; Sardi; Elimi, sulla punta occidentale della Sicilia; Etruschi, tra l'Appennino e il Tirreno; Fenici in taluni punti della costa della Sicilia occidentale e in Sardegna.

4. INFLUSSI DI CIVILTÀ ESOTICHE: FENICI, GRECI, ETRUSCHI

Dal 1000 in poi, navi fenicie solcano il Mediterraneo e, secondo Tucidide, precorrono i Greci nel frequentare le coste della Sicilia, occupando i promontori e le isole adiacenti. Ma nulla di fenicio venne in luce dalle esplorazioni del versante orientale della Sicilia, a differenza di quello occidentale.

Orme fenicie si trovano a Malta, ma non anteriori al sec. VII, a Motia, a Solunto, a Panormo, specie in questa ultima munitissima porta e punto d'appoggio nel Tirreno per la espansione fenicia che dalla Sicilia si diffuse in Sardegna. Nora pare fosse la più antica città dell'isola, la più antica colonia fenicia, a cui succedette per importanza Cagliari. Ma scarso influesso ebbe sull'I. la cultura fenicia, mancando di una propria originalità, e riducendosi ad un repertorio decorativo attinto dall'arte micenea. Di ben altra natura l'influsso greco, quando più si intensifica, durante i secc. VIII e VII a. C., il movimento coloniale ellenico. Furono i Greci, non i Fenici, che trasmisero ai popoli d'I. l'uso della scrittura, con forme derivate da vetusti alfabeti ellenici, e, con le scritture,

molto del loro sapere nella poesia, nella scienza e nel diritto, nella religione, nella filosofia.

Magna Grecia fu detta l'ampia regione da essi occupata e comprendente: il mezzogiorno della penisola dove le principali colonie furono Taranto, Sibari, Crotone. Taranto ebbe più lunga durata; Sibari, rimasta leggendaria per la mollezza dei suoi costumi, fu poi soggiogata da Crotone, famosa per i suoi atleti. In Sicilia la città più notevole per monumenti fu Siracusa, ma sono da ricordare anche Gela, Agrigente, Messina e, più a occidente. Segesta, Selinunte e Imera che Strabone considera come Magna Grecia. Nel continente, invece, Cuma fu una delle più ricche, costruita sopra uno scoglio vulcanico, attivissimo approdo di mercanti che recavano i vasi della Grecia in cambio del grano; baluardo della civiltà italica e mediatrice della civiltà ellenica verso i popoli dell'I. centrale. Una colonia di Cuma fu Napoli, la città nuova. Rivali dei Greci furono i Cartaginesi, che solo Roma doveva espellere dall'I.

Un terzo elemento etnico e culturale, anch'esso d'origine esotica è rappresentato dagli Etruschi. Se i Greci si tengono strettamente alla costa, preferendo le colline che si protendono sul mare, quasi a farsi scudo contro l'interno, e là fondano una città coloniale, dotandola di un porto, gli Etruschi invece entrano dalle foci e dalle valli fluviali nella pianura aperta e si gettano subito all'interno della regione italica e cercano di costituire un centro di organizzazione territoriale, una capitale. Controversa la provenienza; chi li vuole di origine transmarina, che è la tesi più probabile; chi li fa derivare da regioni transalpine e discesi poi dalla valle del Po in Toscana. Pure coperta di oscurità la lingua. Gli Etruschi si addensarono specialmente nel territorio degli Umbri compreso tra il Mar Tirreno, l'Arno e il Tevere, e vi si fissarono con una saldezza che non fu raggiunta altrove. In qual tempo è pure incerto. Chi segna il loro inizio tirrenico verso il 1000 a.C., chi tre secoli dopo. La nazione etrusca ebbe uno sviluppo magnifico e lussuoso, che fa pensare ad una civiltà molto raffinata e aristocratica. Al sec. VII appartengono le tombe degli Ori, squisitamente lavorate nei gioielli che le adornano, specie le tombe lungo il lago di Bolsena, presso Capodimonte. Ricca città di ampio perimetro fu Volterra; aveva muraglie ciclopiche, di cinque metri di spessore con 7 km. di contorno. L'Etruria era una dodecapoli, confederazione di 12 città, con un legame espresso da una riunione annuale in una località ove sorgeva il santuario comune.

5. L'INFLUSSO ETRUSCO SUI LATINI

Verso la fine del sec. VII gli Etruschi passarono il Tevere e bloccarono i primi villaggi di Roma: ciò, secondo la leggenda, che fa chiudere il periodo monarchico di Roma con tre re etruschi, autori dell'unione dei vari villaggi sulla sinistra del Tevere in una sola città.

Costruito da artefici etruschi fu il maggior tempio di Roma, dedicato alla triade Capitolina. Per la religione V. TURCHIA, RELIGIONE degli. Non solo il tempio, l'abitazione, le tombe diedero gli Etruschi ai Romani e agli Italici: anche l'orientazione del tempio e del reticolato stradale sul quale sono distribuite le case; usi e costumi, ludi funebri, gladiatori, insegne di potere come i fasci littorii, la costruzione delle mura e delle porte, l'arte architettonica e dell'ingegneria applicate alle opere pubbliche.

Nel sec. VI, espandendosi nel Lazio e verso il mare occuparono la Campania, ove Capua fu la città principale. Ma ancora più notevole lo stanziamento nella pianura padana, che viene assegnato intorno al 500 a. C. Gli Etruschi della valle dell'Arno, risaliti i valichi appenninici, sarebbero sboccati nell'ampia pianura che popolarono di città, alcune su palafitte: Adria, Mantova, Ravenna, Bologna, Rimini, Cesena, Modena, Parma, Piacenza. La poderosa invasione guerresca dei Galli rovinò tutto il lavoro di organizzazione intrapreso e condotto già avanti dagli Etruschi verso le Alpi, ritardando così il raggiungimento di questo confine naturale da parte dei popoli peninsulari unificati. Nel complesso la conquista etrusca si afferma in ampiezza più che in solidità. Confederazione di più città, ognuna con piena autonomia, non fascio di

forze compatte; regime di città, come in Grecia; non Stato unitario, ma piccoli Stati.

Ecco invece l'opera di Roma: l'ascesa graduale, continua di una singola città che tutto accentra intorno a sé, con una politica rigidamente unitaria. Il questo che dà ragione della scomparsa etrusca e dell'assorbimento di tutte le altre genti nella grande compagine romana, dopo la caduta del baluardo etrusco di Vejo, che sorgeva di fronte a Roma, sulle sponde del Tevere.

6. IL PROBLEMA STORICO D'I

Anche nei più antichi tempi i popoli d'I. si presentano con una fiera volontà di distinzione da luogo a luogo, nel governo, nei costumi, nei metodi di lavoro, nei riti sepolcrali. All'unità geografica fu contrasto la varietà di vita e di genti. Il problema se sia possibile parlare di una popolazione italiana fusa da Roma con la sua opera di unificazione politica va risolto positivamente nel senso che Roma lasciò l'I. etnicamente come l'aveva ricevuta dai secoli anteriori; tanto è vero che le differenze regionali di dialetto, di costume, somatiche, sussistono ancora nell'I. odierna ma esse non annullano l'indole unitaria fondamentale della storia d'I. perché questa è stata facilitata dall'unità geografica del paese; dal fatto che quattro delle popolazioni in esso più ampiamente diffuse: Italici, Greci, Celti e Illiri, appartengono alla stessa stirpe indoeuropea, mentre i Latini, posti al centro della regione italiana, sulle rive di un fiume navigabile, al confine delle genti civili di Etruria e Campania, hanno creato un sistema politico che dopo aver assoggettato le genti ne ha facilitato la progressiva assimilazione.
BIBL.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, Torino 1907, spec. i capp. 2-5; A. Piganiol, Essai sur les origines de Rome, Parigi 1917, capp. 1-3; G. Pinza, Storia delle civiltà antiche d'I., Milano 1923; Fr. von Duhn, Italische Gräberkunde, I. Heidelberg 1924; H. J. Rose, Primitive culture in Italy, Londra 1926; G. Patroni, Le origini preistoriche d'I., Milano 1927; U. Rellini, Le origini della civiltà italica, Roma 1929; G. Devoto, Gli antichi Italici, Firenze 1931. Ettore Rota-Nicola Turchi

7. ROMA E LE SUE CONQUISTE

La fondazione di Roma si fa risalire al 754-53 a. C. Il primo periodo storico della città è quello regio (754-509), a cui successe la Repubblica, che durò fino al 23 a. C., e che costituì l'epoca più costruttiva della storia romana. L'ampliamento territoriale si accompagna a lotte di classe dovute a contrasti di interessi economici e alla volontà della plebe di essere giuridicamente equiparata ai patrizi. La conquista dell'I. richiese poco meno di 300 anni e fu l'impresa più difficile.

La conquista d'I. accrebbe le forze attrattive del Mediterraneo su Roma. Ma il coincidere con la maggiore potenza di Cartagine in queste acque, sul versante occidentale, dalla Spagna alla Sicilia, rese inevitabile il conflitto tra Roma e Cartagine. Dalle guerre puniche Roma uscì assai ingrandita territorialmente, dominando i due versanti del Mediterraneo quasi per intero. Con la sconfitta di Zama (202 a. C.) Cartagine perdette la Spagna e la Sicilia. Con l'inseguimento di Annibale in Oriente e dopo le vittorie contro Antioco re di Siria, Roma occupò la Macedonia e la Grecia, e si aperse le vie dell'Asia. Nel 146 a. C. aveva, incontrastato, l'impero del Mediterraneo.

Grave fu la lotta aperta dagli Italici contro Roma; avendo essi cooperato alle grandi conquiste di questa chiesero di essere pari ai Romani nei privilegi e nei diritti civili, che erano annessi alla condizione di cittadini romani entro l'ambito di Roma.

Fu questa la guerra sociale (91-88 a. C.) vinta dagli Italici che conseguirono la condizione di cittadini romani. L'I. a sua volta divise con Roma le sorti dell'Impero del quale costituì il centro e che contribuì a fondare.

8. TRASFORMAZIONI NELL'ORDINE MORALE E POLITICO

Profonda fu la rivoluzione nei costumi, promossa dai contatti con l'Oriente. Il mondo romano comincia a orientalizzarsi nelle abitudini di vita, deprimendo i vantaggi della cultura ellenica che aveva dato ai Romani senso di misura e di equilibrio e di armonia morale, nell'arte e nel pensiero.

L'ampiezza delle frontiere accresce le difficoltà della difesa e le occasioni di guerra. I pericoli crescono d'ora in ora, insieme con le occasioni di avventure militari e politiche.

Spartaco solleva le masse degli schiavi; Mitridate, re del Ponto, sommuove l'Oriente; Catilina cospira contro il Senato; i pirati impediscono il traffico di mare. Già Roma sta provando anche la gravità della pressione germanica che agisce sulla linea delle Alpi e trabocca nella pianura padana. Crescono nei capi degli eserciti le attrattive di fortuna e gli stimoli a rischiare la sorte. Il potere non è più elemento d'ordine, ma preda di ambizioni: vi aspirano Cesare e Pompeo, come già Mario e Silla. Mentre Pompeo contende a Mitridate le terre d'Oriente, Cesare soggioga la Gallia, primo episodio della conquista dell'Impero. Il tentativo di accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso per dividersi il comando sulle terre della Repubblica, si traduce in un contrasto armato fra i primi due, dopo la morte di Crasso avvenuta in uno scontro con i Parti, e si risolve nella vittoria di Cesare, signore così assoluto di Roma.

Sebbene si atteggi a riformatore democratico, e con le sue leggi si definisca amico del popolo, la sua veste di dittatore quasi onnipotente ispira una cospirazione repubblicana che vedeva con lui in pericolo la vecchia forma di governo (marzo 44). Ma Bruto, che vuole essere il difensore della libertà, uccide Cesare, non il cesarismo. Un triumvirato fra Ottaviano, nipote di Cesare, Antonio e Lepido si concluse con la lotta fra Antonio ed Ottaviano e vide l'affermazione di quest'ultimo dopo la vittoria navale di Azio (31 a. C.).

9. L'IMPERIO DI ROMA

Ottaviano, restaurando apparentemente la repubblica, diede vita ad un regime monarchico: il principato. Il territorio sottoposto a Roma fu diviso in 18 province: dieci senatorie per le quali il Senato designava dei proconsoli; le altre otto imperiali, governate direttamente da legati di Augusto; principale merito del regime imperiale fu il particolare interesse per le loro condizioni.

L'età imperiale segna il punto più alto dell'organizzazione di Roma nel suo massimo sviluppo di vita spaziale, costruttiva e monumentale.

Dai lidi dell'Atlantico l'Impero si spinse sino alle regioni prossime al Caucaso, e dal limite dei deserti africani sino a gran parte della Britannia, lasciando ovunque orme incancellabili di civiltà con le strade, i ponti, gli acquedotti, il senso di ordine e di disciplina, l'Impero della legge, l'unità del diritto.

Fatto ancor più notevole l'affermarsi del cristianesimo che rovescia gli dèi locali, unifica le genti nel culto di un Dio solo, porta una rivoluzione nell'ordine morale, giuridico e sociale del mondo classico.

Ottaviano impone una tregua alle lotte di partito e proclama la pax romana. Nella politica estera mira a creare una linea di frontiera a protezione della romanità dalle invasioni barbariche; ma la linea Reno-Danubio non fu oltrepassata, se non per constatare la superiorità delle tribù germaniche muoventesi al di là di essa.

Il potere cesareo toccò il suo apogeo accostandosi alle tradizioni assolutiste dell'Oriente e dissolvendosi in un governo militare che, per la vastità dei confini, mal si reggeva sulla forza del proprio esercito. Così dovette ricorrere all'aiuto dell'elemento barbarico, accettando patti sempre più umilianti e pericolosi, mentre la società romana si assopiva nella servitù politica, esteriormente raddolcina dai giochi pubblici e mascherata agli occhi dei ricchi dal lavoro degli schiavi in numero crescente. Tuttavia lo spirito epicureo che si diffondeva nella società romana non distolse dallo studio di alti problemi di morale, e la cultura rielaborò il pensiero filosofico dell'Ellade, che aiutava le coscienze a meglio sentire la forza innovatrice del cristianesimo. La poesia assurse a dignità artistica con i grandi poeti del secolo d'oro. Lo stoicismo aiutava a tollerare la durezza del momento politico volendo l'animo ad una accettazione rassegnata della stessa tirannide. Questa si acul nei primi successori di Augusto; fu mitigata da bontà di opere, da anni di pace e da miglioramenti nella condizione degli schiavi, dei poveri, degli orfani, con gli imperatori Antonini.

Le funzioni pubbliche perdono il loro prestigio politico. I Romani abbandonano le vecchie cariche, la co-

scienza civile illanguidisce e la partecipazione al governo non costituisce più un'ambizione per il cittadino.

Poi vicende politico-militari trasformano profondamente la compagine dell'Impero specialmente in seguito ai torbidi che ne misero in pericolo la compagine durante il sec. III. Si è maturata ormai la divisione in Occidente ed Oriente: il primo di lingua latina, il secondo in prevalenza di lingua ellenistica. Con ciò Roma cessa di essere il centro direttivo del governo e dell'amministrazione, che per l'Occidente è spostato per un momento a Milano ed a Treviri; Costantino nel 33a fonda Costantinopoli, la nuova Roma, che diventa la vera capitale dell'Oriente. A riformire l'esercito non bastano più le reclute d'I.; vi contribuiscono tutte le province dell'Impero, e non basta: bisogna ricorrere ad ausiliari barbari che vi entrano in torne, prima di assalire l'Impero in forza come invasori. Essi hanno già in custodia qualche provincia. Teodosio deve cedere loro alcune terre della Balcania, nel 378 d. C., accogliendoli quali federati dell'Impero; i Goti montano la guardia sul Danubio.

Anzi, i loro barbari vorrebbero prolungare la vita dell'Impero, sostituendo i Germani ai Romani nell'esercito e negli organi superiori di governo: così pensa Ataulfo quando sposa Galla Placidia, la Bglia di Teodosio. Il piano fallisce per opposizione di gruppi interni, gelosi della nazionalità romana, offesa da estranei contatti. Con gli inizi del sec. v l'Impero d'Occidente ripara a Ravenna come a luogo più sicuro; a Roma rimane il capo della Chiesa universale che con il rovinare delle istituzioni assurge a difensore del popolo italico. Il papa Leone I muove incontro al terribile Attila e ottiene che lasci incolume parte d'I., ritardandone il saccheggio. Ma la breccia è aperta. Roma stessa è più volte assalita e spogliata. I barbari non appaiono più come bande guerriere isolate, ma come masse di gente senza patria e senza terra che vogliono accasarsi sul ricco suolo dell'Impero.

Il tentativo riesce ad Odoacre, capo degli Eruli, che, deposto Romolo Augustolo, ultimo imperatore in Occidente, a cui dà una pensione annua, rinvia a Costantinopoli le insegne imperiali dell'Occidente per dare un aspetto concreto al fatto nuovo: la cessazione dell'autorità diretta dell'Impero in Occidente (476 d. C.).

L'I. è diventata un regno barbarico, che vuol dirsi ancora romano, a indicare i due tipi di sudditanza al sovrano. Odoacre inizia le tradizioni di Regnum contrapposte al vecchio Imperium, ma non osa dirsi rex Italiae: con maggior senso di rispetto alla supremazia dell'Oriente si dice rex in Italia.

La fortuna di Odoacre sveglia le ambizioni di Teodorico, re degli Ostrogoti, che, favorito dalla politica dell'Oriente di fiaccare i barbari con altri barbari, caccia Odoacre e costituisce a Ravenna un nuovo Regno. Ma invano egli sogna di mettersi nel solco della romanità e togliere il contrasto fra l'elemento barbarico e la civiltà romana; appena morto lui, quello tenta di soffocare questa, GIUSTINIANI, ORAZIO, (v.) riprende il sopravvento con il finire delle guerre gotiche, che seminarono di rovine tutta l'Italia. Il regime bizantino a sua volta viene sconvolto dall'invasione longobarda (568) con la quale, si può dire, ha principio il medioevo.

BIBL.: Di massima importanza sono le fonti epigrafiche e particolarmente il CIL soprattutto i voll. I, IV, V, VI, IX, X, XI, XIV, XV, P. Ducati, L'I. antica, Milano 1938; R. Paribeni, L'I. imperiale, ivi 1941; A. Pignoli, Histoire de Rome, Parigi 1949, con ampie informazioni sulle ricerche più recenti.

10. IL CRISTIANESIMO IN I

Roma non intese imporre in I. e poi nell'Impero le sue specifiche forme religiose, né distruggere i culti tradizionali ed i santuari dei singoli luoghi con i quali erano strettamente congiunte le pubbliche manifestazioni della vita sociale degli abitanti. Era però fatale che con il prevalere dei nuovi ordinamenti politici avessero a decadere le tradizioni religiose locali: e con il loro progressivo cessare cessassero pure di costituire una forza sociale, per ridursi al più a semplici superstizioni personali. Vincolo comune e contras-

segno di legittimismo divenne il culto di Roma e dell'imperatore in quanto questi impersonava il potere governante; anche i nuovi collegi sacerdotali soppiantarono quelli propri di ciascuna città o regione. Ben presto però presero larga popolarità in seno alle diverse classi sociali i culti orientali di Iside, Cibele, Mitra, ecc. che le milizie, i mercanti, gli schiavi si presero cura di trasportare per ogni dove, creando talora capricciose contaminazioni di culti e credenze. Contro tutta questa eterogenea simbiosi di pratiche religiose, che si protrasse in I. sino al sec. IV ed oltre, il cristianesimo oppose la sua intransigenza spirituale fondata su una salda compagine di verità ed un preciso codice morale. Verso la metà del sec. I esso era già stabilito in Roma e di qui si allargò prima di tutto nel Lazio e nella Campania. Mancano purtroppo, quasi del tutto, i particolari che diano luce sulle fasi successive della diffusione, specialmente per le regioni del mezzogiorno e delle isole. Le tradizioni locali, per quanto tarde, tentano ricollegare l'origine delle loro Chiese con s. Pietro ed i suoi immediati discepoli; in ogni modo non si fa appello in alcun luogo ad apostoli d'altra provenienza. Naturalmente i centri maggiori si fecero alla loro volta centri di evangelizzazione e di organizzazione nelle città circostanti. In questa condizione si trovarono soprattutto Ravenna per l'Emilia, verso la fine del sec. II, Milano per la Liguria, verso il principio del III, ed un poco più tardi Aquileia per la Venezia ed Istria. Il fatto poi che numerose erano nelle regioni centrali c'I. le città e che esse erano fra loro indipendenti, fece sì che numerose vi fossero sin da principio le sedi vescovili a differenza delle regioni settentrionali dove le città erano in confronto poche. Si sa in ogni modo che nel 251 una sessantina di vescovi, se non tutti, almeno in massima parte, italiani, era presente ad un concilio a Roma; e poiché certamente non tutti i vescovi potevano esservi presenti, il numero delle sedi era superiore.

Con questa loro prima organizzazione le Chiese italiane superarono le persecuzioni imperiali. Anche a tale proposito mancano notizie particolari. I martiri, numerosi particolarmente a Roma e nei paesi circinvoluti più profondamente cristianizzati, non mancarono nemmeno nelle altre regioni, specialmente durante l'Impero di Massimiano, ma mancano fonti storiche sicure, che offrano dati precisi e certi. Con la pace costantiniana il cristianesimo si estese in profondità, e nuove sedi vescovili si fondarono in tutte le province, sia per lo zelo dei romani pontefici, sia per lo spirito di proselitismo che dovette essere assai vivace. Né le lotte ariane, che ebbero certo il loro contraccolpo anche in I. (basti accennare al Concilio di Rimini del 359) e particolarmente a Milano ed Aquileia, ritardarono l'assestamento definitivo della nuova fede. Furono particolarmente s. Eusebio da Vercelli e poi s. Ambrogio da Milano che promossero il sorgere di nuove Chiese; altrettanto dovette avvenire per opera del vescovo di Aquileia nella Venezia e nelle contermini province transalpine. Però mentre per tutto l'alto medioevo non ci fu altra autorità intermedia fra i vescovi ed il papa, nell'I. cisapenninica, fra il IV ed il V sec. invece si costituirono nel settentrione le due grandi metropoli prima di Milano poi di Aquileia. A Milano fece capo la Liguria e poi la Rezia I, ad Aquileia la Venezia ed Istria, la Rezia II, il Norico e la Pannonia superiore. Ragioni politiche condussero nel sec. V

inoltrato a costituire nell'Emilia la metropoli di Ravenna. I vescovi delle tre metropoli settentrionali si radunavano intorno ai loro metropoliti; i vescovi invece dell'I. peninsulare e delle isole si radunavano regolarmente ogni anno intorno al romano pontefice, per trattarvi delle necessità correnti; solo occasionalmente si radunavano a Roma i rappresentanti dell'intero episcopato italico.

Le controversie riguardanti le dottrine pelagiane ebbero solo passeggere ripercussioni nel clero della Venezia; invece una grave frattura venne a crearsi nell'episcopato italiano alla metà del sec. VI, come conseguenza della condanna dei «Tre Capitoli» voluta dal Concilio di Costantinopoli del 553. Supponendo che si fosse mencomata l'opera di s. Leone Magno, i vescovi dell'I. centrale e settentrionale protestarono contro l'Imperatore e contro papa Pelagio I. I vescovi della Tuscia e del Ravennate si piegarono. Quelli invece delle metropoli di Milano e di Aquileia diedero origine ad uno scisma che si estingueva per Milano sul principio del sec. VII, ma che per Aquileia durò tutto quel secolo e diede origine al patriarcato di Aquileia in territorio longobardo ed a quello di Grado nella regione rimasta soggetta all'Impero; nemmeno con l'estinzione dello scisma si poté ricostruire l'unità originaria della metropoli.

Alla gerarchia definitivamente organizzata si affiancò una nuova forza che non era da essa indipendente, ma acquistò ben presto uno sviluppo autonomo: quella del monachesimo. Introdotto in I. sull'esempio dell'Oriente dopo la metà del sec. IV, esso trovò seguaci nel clero che continuava a raccogliersi intorno al suo vescovo, ma particolarmente fra i laici uomini e donne con un'organizzazione dapprima incerta, oscillante fra la vita eremitica e quella cenobitica, cioè con vita comune. Fu s. Norcia (v.) che, durante le guerre gotiche, dall'alto di Montecassino compilò una Regula che dava assoluta preferenza al cenobitismo con l'ordinare comunità nelle quali accanto alla preghiera era reso obbligatorio il lavoro particolarmente agricolo. Diffusasi anche fra le genti barbariche, essa fu insieme una potente ravvivatrice di spiritualità, in mezzo ad un mondo che minacciava di abbruttirsi negli odii e nella miseria morale e sociale, ed insieme di vita civile con il contribuire, grazie al lavoro ed alla fraterna convivenza, al progressivo rinascere di migliori rapporti economici e sociali. Più tardi al monachesimo benedettino si aggiunse anche quello di origine orientale che giunse sino a Roma ma ebbe particolare espansione nell'I. meridionale ed in Sicilia (v. DIO).

Così organizzata la Chiesa in I. affrontò le invasioni barbariche e lo sconvolgimento dei pubblici istituti che ne furono la conseguenza. Incominciava un compito nuovo accanto a quello affidato dal suo Divin Fondatore: quello di salvare le reliquie della civiltà e di sorreggere e dirigere i suoi sforzi verso i nuovi destini.

BIBL.: Oltre alle Storie generali della Chiesa, come L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, 3 voll., Parigi 1910-29; id., L'Eglise au VIᵉ siècle, ivi 1925, e Fliche-Martin-Fruts, voll. I-V; per la bibl. particolare sui vari argomenti e personaggi della storia antica d'I., cf.: T. Hodgki, Italy and her invaders, 8 voll., Londra 1880-1900; C. Diehl, Essai sur l'administration byzantine dans l'exarchat de Ravenne, Parigi 1888; F. Savio, Gli antichi vescovi d'I., 3 voll., Torino 1899 - Bergamo 1932; A. Harnack, Missione e propagazione del cristianesimo, vers. II, di P. Marucchi, Torino 1906 (rist. Milano 1945); U. Moricca, Storia della letteratura latina cristiana, 3 voll., Torino 1923-24; Lanzoni; P. Batiffol, Le

siège apostolique de St Damase à St Léon le Grand, ivi 1924: H. Lietzmann, Petrus und Paulus in Rom, 2ª ed., Berlino 1927; J.-R. Palanque, St Ambroise et l'Empire romain, Parigi 1933; G. Lucchesi, Note agiografiche sui primi vescovi di Ravenna, Faenza 1941; T. Grossi, S. Benedetto e la sua opera verso la Chiesa e la società, Torino 1943.

11. IL MEDIDENO

La breve ricostituzione dell'unità italiana, sia pure sotto il dominio bizantino, con la sua capitale a Ravenna, è del tutto sconvolta dall'invasione dei Longobardi. Questi barbari, discesi (568) senza nessuna investitura imperiale, iniziano per conto proprio un'impresa che li porta a costituire un regno esclusivamente proprio con capitale a Pavia e con due appendici quasi autonome: i Ducati di Spoleto e di Benevento che occupano quasi tutto il dorsale montuoso dell'Appennino. Ma la loro ambizione non si ferma qui: rifattisi dagli sconvolgimenti intestini, puntano sulle città della Puglia e della Lucania dove s'incontrano con i Bizantini e poi anche con i musulmani; ma anclano pure alla conquista delle città della Campania; premono su Ravenna e la Pentapoli, e dalla Tuscia su Roma. Le popolazioni italiche, tuttavia, nonostante le eresie (monotelismo e questione delle immagini) che da Costantinopoli si tentava d'imporre anche con la forza, intendevano rimanere fedeli all'Impero, provvedendo magari con le proprie iniziative alla difesa; esso rappresentava sempre la civiltà contro gli ordinamenti barbarici e non si voleva che questi avessero a soppiantare la lex Romana. In questa reazione i romani pontefici erano alla testa, e nemmeno la conversione dei Longobardi mutò con loro i rapporti politico-nazionali, tanto che quando gli ultimi re longobardi, occupata già Ravenna, pensavano di avere in mano Roma, i papi, a difesa di quanto rimaneva ancora di romano, comprese le lagune venete e l'Istria, ricorsero, in pieno accordo con la nobiltà cittadina, all'intervento dei Franchi. Anche l'Impero d'Oriente non si mostrò contrario a quest'intervento, pensando che poteva riuscirgli utile cacciare i barbari con altri barbari, secondo la massima della politica bizantina. Ma Carlomagno che condusse i Franchi in I. nel 773 dispose diversamente: egli si proclamò re dei Longobardi, cioè del Regno settentrionale e dei due Ducati ed assicurò alla Sede Romana le instituire sancti Petri cioè i paesi che i Longobardi non avevano ancora occupati saldamente, mentre ai Bizantini rimanevano nel mezzodì i paesi ancora sottoposti al loro dominio. Nel Natale dell'800 Leone III papa, obbedendo evidentemente ad una tradizione classica, ricostituiva con Carlomagno l'Impero d'Occidente con il concetto di avere un difensore qualificato per Roma e per la Chiesa d'Occidente, che in quel momento era quasi tutta compresa nel dominio di lui. Questi ormai, oltre che re dei Longobardi, diventa imperatore romano (qualifica che durerà sino agli albori del sec. XIX), ma proprio in Roma e sue dipendenze egli non è veramente sovrano e la sua autorità s'incontra con quella del Papa; ciò non fu certo senza contrasti per lui ed i suoi successori. Si aprì così un brillante per quanto breve periodo, durante il quale si maturava il feudalesimo, si costituivano i grandi principati laici e poi anche quelli ecclesiastici, i grandi monasteri sorti ovunque allargavano la loro influenza. Principio inconcusso: solo il cattolicesimo guidato dal pontefice doveva reggere le coscienze, informare le leggi, correggere le consuetudini, dirigere la conversione degli infedeli.

Un nuovo rigurgito di barbarie, dovuto al decadere del dominio franco ed all'invasione degli Ungheri, imperversò durante il breve periodo dei re nazionali; mentre

i musulmani, conquistata la Sicilia, si infiltravano in tutta la penisola e a mala pena si poté tenere loro testa e cacciarneli. I grandi feudatari, discordi fra loro, mirano a strappare al sovrano privilegi ed a rendersi il più possibile indipendenti; rendendo però debole il potere sovrano rendono più deboli se stessi, sia di fronte al nemico comune, sia di fronte ai propri soggetti che tendono a fare con loro quello stesso che essi fanno al sovrano, frazionando il possesso (e fu un bene), ma frazionando anche il potere, accrescendo l'arbitrio, mettendo sovente terra contro terra, castello contro castello. Vescovati e monasteri con il ricevere doni di terre e con l'arricchirsi di esenzioni e di privilegi diventano anch'essi, in questo frazionamento di poteri, organismi secolareschi, si circondano di vassalli, si sostituiscono ai conti anche nel dominio sulle città; così avviene già con la fine del sec. IX ai vescovi di Parma, Reggio, Arezzo, Trento, Novara, Vercelli, Aquileia. Altre sedi, come Milano, se non hanno diretto dominio sulle città, lo hanno, ed esteso, sui castelli, le valli, i fiumi, ecc. L'abbazia di Farfa (come quella di Montecassino al mezzodì) ha tanta potenza da osar contrastare anche con Roma. Tutto questo traeva man mano i prelati nell'orbita del sovrano al quale erano tenuti a prestare servizio e giuramento e dal quale ricevevano l'investitura dei feudi annessi al loro ufficio, creando una facile confusione fra lo spirituale ed il temporale. Ciò spingeva sovrani e principi infatti ad ingerirsi nelle cose interne della Chiesa, a nominare di proprio arbitrio vescovi ed abati, ad esigere per sé le decime. Gli antichi ordinamenti e concetti giuridici decadono; e si vedono alti uffici ecclesiastici affidati troppe volte a rozzi uomini d'arme e ad ambiziosi cortigiani, disposti a dissipare il patrimonio ecclesiastico a vantaggio di partigiani e vassalli, ben poco preoccupati della disciplina ecclesiastica; la simonia diventa usuale e anche i rapporti con la suprema autorità ecclesiastica minacciano di piegare dinanzi alle cupidigia delle grandi famiglie cittadine ed alla pressione di quel mondo feudale che investe tutte le forze operanti, religiose e nazionali. Con i sovrani della casa di Sassonia si ricostituisce il S. Romano Impero al servizio ormai della nazione germanica e vi resta incluso anche il Regno italico del settentrione; ma invano quei sovrani tentano di far sentire il loro potere sul mezzogiorno che resta assai meno influenzato dagli ordinamenti feudali. Emanciparsi dalle strettute feudali e creare nuovi, più civili rapporti sarà ormai il proposito sia dei pontefici sia della popolazione italiana, animata da spiriti e forze nuove. Più cosciente quello e più programmatico, trova la sua forza nel risveglio spirituale, dovuto in buona parte alle grandi riforme monastiche che si succedono via via sino a concretarsi con il movimento francescano sorto in I. al principio del sec. XIII, e con quello domenicano che trovò in I. la sua più propizia acclimatazione; l'uno e l'altro raggiungono la più completa indipendenza dal sistema feudale. Quando questo è al suo colmo (metà del sec. XI), prende forza la riforma morale della Chiesa, la quale, con Gregorio VII, assume un aspetto anche giuridico nella lotta per le investiture, durata mezzo secolo, il cui risultato fu una più chiara precisazione della libertà e dei diritti della Chiesa. Tale lotta ebbe i suoi drammatici episodi in I. ed inutilmente vi consumarono le loro forze migliori gli imperatori della casa di Franconia. Intanto i Normanni riuscivano a formarsi un saldo regno unitario nell'I. meridionale, aggiungendovi ben presto la Sicilia riconquistata ai musulmani e trionfando sui diversi elementi regionali che tenevano diviso il paese. Il papato mantenne nell'I. centrale il suo dominio, assai più blando e meno organico di quello normanno. Al settentrione si profilano più drammatiche e complicate vicende per cui la riforma ecclesiastica procede di pari passo con i moti popolari di carattere sociale e politico insieme. Molteplici forze elaborano una età nuova, ricca di avvenire: le città marinare, Venezia, Genova, Pisa, Amalfi hanno il Mediterraneo come loro campo d'azione e, sotto la pressione di una più libera e vasta economia, tendono ad essere repubbliche indipendenti con un proprio campo di sfruttamento commerciale. Nelle città dell'interno, grazie a maestranze specializzate,

a sapiente scambio di denaro, ad una borghesia accorta ed industrie, il Comune si organizza socialmente e politicamente al di sopra del potere del vescovo ed in opposizione ai feudatari del contado.

La città nega i vecchi tributi al Cesare d'oltralpe con orgoglio signorile e respinge i suoi messi come elementi estranei all'I. Scoppia la contesa fra le città che aspirano ad una vita propria e gli imperatori svevi che entano di trattenerle entro la propria orbita di servitù. Sostenute dalla Chiesa, la quale mira a rendere più salda ed efficiente la libertà conquistata con la lotta per la investitura, le città si stringono in lega, si fanno forti con il nuovo motto «libertas» e scrivono con gli Statuti cittadini la legge nuova d'I. L'Impero è battuto. La vittoria di Legnano rimuove le difficoltà allo sviluppo del Comune, creazione italiana, artefice di tutta la storia futura.

Il Comune è forza espansiva: conquista il contado, sottomette la feudalità campagnola, signoreggia le grandi vie del commercio, crea intorno a sé unità politiche ed economiche sempre più vaste, prepara lo Stato moderno; ha una sua finanza, un suo esercito, dove è possibile anche una flotta mercantile; organizza leghe militari, combatte i Comuni, ha sogni di ampio dominio. Le esigenze di guerra accentrano i poteri, assopiscono le forme democratiche, aprono la via a piccole e a grandi dittature locali e regionali.

Di qui gli organismi più vasti e più complicati, signorie e principi, che fanno nascere il problema di un assetto politico più unitario e più sicuro nella penisola, tentando ora la soluzione federale (tale era l'idea di Cola di Rienzo), ora la soluzione unitaria con Gian Galeazzo Visconti a Milano e con Ladislao re di Napoli. Vane speranze, annullate da gelosie reciproche, da abitudini di libertà locali, da immaturità di coscienza nazionale, ed ancor più da pareggio di forze tra i vari che aspirano a costituirsi un grande regno, onde i tentativi d'una parte vengono paralizzati da quelli della parte opposta. L'unità apparve come un pericolo per la libertà. In tali condizioni non fu possibile giungere che ad un sistema di equilibrio politico che soltanto il prestigio personale di Lorenzo il Magnifico riuscì a prolungare.

Ma siffatto equilibrio, retto da piccoli espedienti e da compromessi fallaci, non poté produrre accordi durevoli. Nessuno degli Stati contraenti, Milano, Venezia, Firenze, Napoli... fu disposto a rinunciare alla propria autonomia e rimase diffidente dell'altro. Quando le grandi monarchie d'Europa, Francia e Spagna, militarmente più forti, accampando pretesi diritti gettarono i propri eserciti sulla penisola, questa non trovò che troppo tardi una forza di resistenza collettiva, e l'I. perdette la propria libertà.

BIBL.: Fonti: per il medioevo occupano il primo posto le opere di L. A. Muratori, Rerum Italicarum scriptores, 25 voll., Milano 1723-51 (una riedizione, voluta da G. Carducci, iniziata dal 1900, non ha ancora compreso tutto il materiale raccolto dal Muratori, mentre sono pubblicati alcuni voll. di accessiones), e Antiquitates Italicae medii aevi, 6 voll., Milano 1738-43. Inoltre: Historiae patriae monumenta, edita iussu regis Caroli Alberti, 24 voll., Torino 1836-84; le Fonti per la storia d'I. (Roma 1890 sgg.) e i Regesta chartarum Italiae (ivi 1907 sgg.) dell'Istituto storico italiano per il medioevo; i Monumenta, le Miscellanee e i periodici delle Società e Deputazioni di storia patria (particolarmente importante la Miscellanea di storia italiana, della Deputazione di Torino (1862 sgg.), che riguarda la storia di tutta la Penisola); il Bullettino dell'Istituto italiano (1842 sgg.). Alcuni testi vanno ricercati nella PL, altri nei MGH: altri ancora non sono nelle collezioni. Sono pure da consultare per i documenti imperiali J. F. Böhmer, Regesta imperii, voll. I-II, Innsbruck 1889-93 (2ª ed. del I vol., ivi 1908); voll. V-VII, ivi 1881-98; vol. III, ivi 1887; per quelli pontifici: Jaffé-Wattenbach; Potthast; P. F. Kehr, I. pontificia, 8 voll., Berlino 1906-35.

Studi: F. Dahn, Urgeschichte der germanischen und romanischen Völker, 4 voll., Berlino 1881-98; F. Gregorovius, Storia della Città di Roma nel Medio-Evo, 4 voll., tre net. Roma 1900; F. Chalandon, Histoire de la domination Normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907; L. Halphen, Etudes sur l'administration de Rome au Moyen âge (351-1755), Parigi 1907; L. M. Hartmann, Geschichte Italiens im Mittelalter, 3 voll., Gotha-Lipsia 1897-1911; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat Pontifical, Parigi 1911; L. Fliche, La Réforme Grégorienne, 2 voll., Lovanio 1924-25; F. Schneider,

Rom und Romgedanke im Mittelalter, Monaco 1926; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, 2 voll., 2ª ed., Roma 1931; G. Volpe, Il Medioevo, 2ª ed., Firenze 1932; R. Morghen, La concezione dell'Impero romano-germanico e la tradizione di Roma da Carlo Magno a Federico II, in Rend. Acc. Lincei, sess. VI, vol. XIII, 1936; E. Jordan, L'Allemagne et l'Italie au XIIe et XIIIe siècles, Parigi 1939; G. Romano-A. Solmi, Le dominazioni barbariche in I. (393-888), 3ª ed., Milano 1940; L. Salvatorelli, L'I. comunale dagli inizi del sec. XI alla metà del sec. XIV, 2 voll., ivi 1940; E. Garin, Il Rinascimento italiano, Milano 1941; G. Falco, La Santa Romana Repubblica. Profilo storico del Medio Evo, Napoli 1942; E. Dupré Theseider, L'idea imperiale di Roma nella tradizione del Medioevo, Milano 1942; L. Sorrento, Medievalia, Brescia 1943; Ch. Petit-Dutaillis e P. Guinard, L'Essor des états d'Occident, 2ª ed., Parigi 1944; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1948; N. Valeri, L'I. nell'età dei Principati, Milano 1949; L. Salvatorelli, I. medievale, Milano s. d.; R. Cessi, Regnum ed Imperium in I., Bologna 1949; G. Fasoli, I Re d'I., Firenze 1949; G. Mollat, Les Popes d'Avignon, 10ª ed., Parigi 1950; L. Simeoni, Le Signorie, Milano 1950.

12. ETÀ MODERNA E CONTEMPORANEA

a) La conquista dell'I. — «Anno 1494: anno infelicissimo, anno primo degli anni miserabili», scriveva il Guicciardini, pur non celando il suo grande stupore per la ricchezza delle nostre città: robuste come organismi economici, masstre di arte e di scienza, centri cospicui di un nuovo movimento di civiltà, animate dalla protezione di pontefici e di signori.

Il contrasto che turbava Guicciardini era nell'esistenza di una superiorità civile dell'I., compromessa nel momento in cui l'I. stessa stava per divenire la più ambita preda delle grandi monarchie d'Europa, forti della propria unità politica.

L'I. è una costellazione di cinque maggiori Stati che faticosamente si bilanciano: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli; pure indipendenti sono alcuni Stati minori: Savoia, Mantova, Ferrara, Saluzzo, Modena, Genova; la Sicilia e la Sardegna, sono alla dipendenza degli Aragonesi di Spagna.

Frantumata e perciò debole, logorata da gelosie interne, incapace di accordi durevoli, l'I. diventa l'oggetto comune delle ambizioni delle giovani potenze, poiché l. vuol dire il più ricco tesoro di beni e di fortune mediterranee, strada aperta verso l'Asia e verso l'Africa; con numerosi porti, naviglio mercantile o da guerra, ricchezza bancaria e industriale, robusta riserva di uomini, di armi e di vettovaglie. Dapprima Francia e Spagna, poi Impero, Svizzera, Turchi, si prefiggono la conquista dell'I. o di una parte di essa.

b) Tentativi di re francesi. — La Francia elabora una politica italiana invocando vecchi diritti sulla Lombardia e sul Regno di Napoli, senza pensare più all'altra sponda. Abbandona le sue aspirazioni sull'Inghilterra: rinuncia anche alla espansione verso le Fiandre, la Germania e la Spagna per avere l'I. Carlo VIII, sebbene abbia preso il titolo di «re di Sicilia e di Gerusalemme», non aspira che al Regno di Napoli, quale erede degli Angioini.

Il suo governo disapprova questa guerra: non vede quale sicurezza possa dare una terra tanto distante. Ma il suo amore di avventura lo sollecita come lo sollecita Ludovico il Moro, usurpatore di Gian Galeazzo e imparentato con il Re di Napoli; ancora più lo sospingono alla conquista i baroni napoletani, in conflitto con la corona. L'impresa non incontra resistenza per la superiorità dell'artiglieria di Carlo VIII. Valicato il Moncenisio nel sett. 1494, egli passa a Milano avendo ottenuto promessa di libero passaggio dal Duca, e si dirige verso Firenze; Pietro de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, gli fa omaggio, ma è costretto a lasciare la sua città dove il popolo è in fermento. Quando il Re vuol imporre alla Repubblica odiosi patti, si trova di fronte la minaccia di Pier Capponi e desiste dalle pretese. A Roma costringe ad accordi Alessandro VI. Il 22 febbr. dell'anno dopo entra in Napoli festeggiato dai baroni e prende possesso del reame. Al fulmineo successo delle armi francesi risponde tosto una coalizione fra Spagna, Casa d'Austria,

Venezia, Milano ed Alessandro VI: inizio di una politica di alleanza che nasce intorno al problema italiano; Carlo VIII, sopraffatto dalle forze della lega, si apre a stento un passaggio a Fornovo (6 luglio 1495) e ripara in Francia.

Nel 1498, moriva Carlo VIII senza discendenti. Gli succedeva il cugino Luigi XII (1498-1515) della Casa Valois d'Orléans. Già signore di Asti in I., assunse il titolo di re delle Due Sicilie e di duca di Milano, pretendendo al Milanese come erede di Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo. Egli si alleò con Venezia, a cui promise Cremona e Ghiaradadda, e affidò a Gian Giacomo Trivulzio, milanese, il comando delle sue truppe. Il Moro fuggì in Germania; ivi raccolse forze ma fu sconfitto a Novara e condotto in Francia dove finì i suoi giorni prigioniero. Luigi XII rimase signore di Milano. Di là, aggregatosi Cesare Borgia, il figlio di Alessandro VI che si era creato una propria signoria con alcune città delle Marche e di Romagna, mosse alla conquista di Napoli. Segreti accordi con Ferdinando di Aragona re di Spagna e di Sicilia, per una ripartizione del Regno, lo esposero a litigi per questioni di confini che gli costarono la rinuncia al Regno (1504). Napoli diventa, con la Sicilia, una provincia del Regno di Spagna.

I Veneziani, cresciuti in potenza con l'acquisto di Cremona, della Ghiaradadda e di alcuni porti delle Puglie e di città in Romagna, sembravano in procinto di avere in loro balia la penisola, per cui Machiavelli scriveva: «O la sarà una porta che aprirà loro tutta I. o le fia la rovina loro».

Morto Alessandro VI nel 1503 saliva al soglio pontificio Giulio II che per rivendicare le città di Romagna occupategli aderì alla lega di Cambrai con il Cesare tedesco, Francia e Spagna a danno di Venezia (1508): questa, battuta ad Agnadello (1509), rinunciava al papa ed al re di Spagna i suoi nuovi possessi. Allora Giulio II si propose di cacciare i Francesi dall'I. con la forza di un'altra lega, detta Santa (8 ott. 1519). Vi aderirono gli Spagnoli, gli Imperiali, accanto a Inglesi e poi a Svizzeri e alla stessa Repubblica di Venezia. La penisola è nuovamente rimaneggiata. Massimiliano Sforza, figlio del Moro, ebbe il Ducato di Milano. La Repubblica di Firenze, che aveva partecipato per i Francesi, fu abbattuta e ricadde in mano dei Medici (ag. 1512). Parma e Piacenza furono cedute al pontefice Giulio II; gli Svizzeri presero Locarno e la Valtellina.

Nel 1515 Francesco I, successo al cugino Luigi XII sul trono di Francia (1515-47), ricuperava il Milanese con la battaglia di Marignano (13-14 sett.) e sottometteva Genova.

c) La contesa tra Francia e Spagna. — L'anno dopo a Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, succedeva il nipote sedicenne, che tre anni più tardi, in gara con Francesco I, era eletto imperatore. La vastità dei domini che Carlo V raccoglieva con la duplice corona di Spagna e di Germania soffocava da ogni lato la Francia, mentre i beni di oltre mare parevano conferirgli una sovranità mondiale. Francesco I osò contrastargli tanta potenza e la lotta combattuta in I. e in Francia, con il concorso dei maggiori Stati, durò 39 anni: dal 1520 al 1559, con sorte per lo più avversa ai Francesi e portò profondi rivolgimenti nel sistema territoriale della penisola. Francesco I iniziò la guerra nel 1521. Un esercito ispano-tedesco conquistò Milano. Gli Svizzeri, al servizio della Francia, assalirono l'esercito imperiale presso Milano, alla Bicocca, ma furono battuti; anche Genova fu tolta alla Francia e la Lombardia fu data a Francesco II Sforza, fratello di Massimiliano. Francesco I dalla Francia calò in I. per il Moncenisio e rioccupò Milano (ott. 1524). Le truppe di Carlo si ridussero entro Pavia che fu assediata dai Francesi. Dopo 4 mesi di assedio si impegnò una battaglia campale (24 febbr. 1521) rovinosa per Francesco I, fatto prigioniero e condotto a Madrid. Tutto andò perduto. Gli Stati italiani sentirono il pericolo della potenza asburgica e si accostarono alla Francia (ag. 1525), seguiti dall'Inghilterra che partecipò anch'essa ad una politica italiana.

Riavuta la libertà, ecco Francesco I al centro di una lega ora contro gli Imperiali, insieme con il papa Cle-

mente VII, i Veneziani, i Fiorentini e lo Sforza. Ancora una volta il papa appariva liberatore d'I. Ma le truppe della lega non ebbero fortuna. Roma fu assalita e messa a sacco dai lanzichenecchi (1527); il Papa, riparatosi in Castel Sant'Angelo, dopo nove mesi riscattò con il denaro la sua città; frattanto la peste desolava l'I., la povertà e il dissolvimento colpivano tutti, dai contadini agli artisti, sbandati ed esuli. Una breve tregua segnata dalla pace di Cambrai (1529) rimetteva a Milano lo Sforza, a Firenze i Medici, mentre Carlo V, signore di Napoli, prendeva a Bologna la corona imperiale (21 febbr. 1530). Firenze, dove s'era restaurata la repubblica nel 1527, tentava di resistere al ritorno dei Medici, e per 10 mesi sosteneva l'assedio degli Imperiali, difesa dalle fortificazioni di Michelangelo. Nell'ag. si arrese e i Medici rientrarono e vi stettero fino al 1737.

Il sacco di Roma e la capitolazione di Firenze chiudono il periodo aureo del Rinascimento. Nel 1520 moriva Raffaello, un anno dopo Leonardo, nel 1527 il Machiavelli, nel 1533 l'Ariosto, l'anno seguente il Correggio, nel 1531 Andrea del Sarto. Letterati ed artisti si portano nelle corti straniere e vi diffondono le luci del loro genio. Il Rinascimento italiano diventa europeo, mentre va declinando nella sua terra d'origine. Incomincia l'età della Riforma.

Dopo i trionfi di Lutero in Germania, nel 1545 si apriva il Concilio di Trento (v. TRENTO, CONCILIO di).

Intanto nel 1536 il conflitto veniva ripreso. Francesco I, senza dichiarazione di guerra, con ingiustificata violenza, il 3 apr. entra in Torino, considerata base della resistenza degli Imperiali e nuovo punto di partenza per la conquista della Lombardia: il Piemonte restò in possesso di Francesco per 23 anni.

Nel 1536 Carlo V abdica lasciando al fratello Ferdinando I l'Impero, al figlio Filippo II i domini di Spagna; la Casa d'Austria non è più un blocco solo, ma è suddivisa nei due rami, d'Austria e di Spagna. La guerra prosegue, giunta alla sua sesta ripresa. Enrico II, successo al padre Francesco I nel 1547, rinnova la passata ostilità, ma per più breve tempo e con avverso destino. Filippo II si apre la via di Parigi con la battaglia di S. Quintino (ag. 1557). Il trattato di pace concluso a Cateau Cambrésis (1559) afferma il predominio spagnolo in I.: Lombardia, Napoletano, Sicilia, Sardegna e lo Stato dei Presidi (fortezze sul Mar Tirreno) rimangono in possesso della Spagna per un secolo e mezzo. Il Piemonte ritorna in parte ai Savoia, nella persona di Emanuele Filiberto, il combattente di S. Quintino con gli Imperiali. Il Ducato di Firenze, che fra poco sarà granducato, restava ai Medici ingrandito con il territorio senese.

d) Periodo spagnolo: attività e passività. — Questo periodo di guerra non fu tutto passività per l'I. Essa perdette uomini, terre, armi, ma non perdette mai il prestigio della propria superiorità intellettuale.

Il nuovo assetto è già un progresso: esso offre una maggiore omogeneità politica raccogliendo maggior numero di terre entro una stessa potestà statale.

Il regresso si attua nella vita economica e civile e nella produzione industriale e agricola; i migliori esulano, la nobiltà si ritrae dalle usate attività, la borghesia è soffocata dalla concorrenza straniera e dal movimento di affari transoceanici, dai quali rimane esclusa. Ma non dovunque è vita misera e provinciale; quel tratto d'I. che è ancora libera dallo straniero, rientra nella grande politica, riprende la vecchia contesa tra Francia e Spagna, approfitta di ogni fatto nuovo soprattutto per svolgere una politica autonoma. Per opera del Piemonte l'I. cessa di essere un elemento passivo della politica europea. Già con Emanuele Filiberto porta il suo peso sui destini d'Europa; egli considera il suo Stato come «il bastione d'I.»; cerca uno sbocco al mare, comprando Oneglia; impone l'uso della nostra lingua negli atti pubblici. Ancor più decisamente italiana è l'attività diplomatica e militare di Carlo Emanuele, che tenta un'azione concorde con la Francia di Enrico IV per scuotere la egemonia asburgica. Egli, più che sui possessi transalpini, preme sul versante padano, mirando a Milano; punta su Genova che però resiste; ma riesce ad acquistare

Finale; ottiene da Enrico IV il Saluzzese e possessi in terra francese. Combatte due volte per avere il Monferrato. Si oppone all'insediamento asburgico in Valtellina. La grande politica attira anche Venezia. Essa dà segni di forte vitalità nella lotta contro i Turchi a Lepanto, (1572) nella difesa, per quanto rovinosa, di Cipro e di Candia, nell'occupazione del Peloponneso che tenne dal 1699 al 1718.

La Toscana fa grandi sforzi per sfuggire al pericolo comune di decadenza e con il granduca Cosimo I (1537-1574) poi con Ferdinando I (1587-1609) ha momenti di fioritura commerciale e portuaria. Lo Stato della Chiesa, che divide i domini spagnoli del nord da quelli del sud, è un freno al dilagare della potenza madrilena. Tutto rivolto alla restaurazione del cattolicesimo, ritrova le forze di ordine e di disciplina che avevano fatto la grandezza del papato nel medioevo e si giova del Concilio di Trento (1545-63), dell'Ordine dei Gesuiti, come di altri Ordini e Congregazioni, del Tribunale supremo dell'Inquisizione a Roma per una sistematica lotta contro l'eresia che s'era presentata minacciosa anche in I.

L'I. diede ogni giorno il suo contributo a questa opera di restaurazione religiosa e visse ancora in solidarietà con la Chiesa, negando la propria adesione al protestantesimo. Mentre il papato nutriva l'ideale di un umanesimo cristiano che non sacrificasse, come il vecchio umanesimo, il culto della virtù a quello dell'arte, i condottieri della riforma cattolica ponevano la perfezione morale al di sopra di ogni altra perfezione attuando prodigi di spiritualità cristiana, trasfusi in opere religiose e civili, non supposti dai capi luterani: scuole, orfanotrofi, ospedali, oratori per fanciulli, colonie di missionari in terre lontane, ecc.

e) L'

I. e le guerre di successione

La situazione interna d'I. muta radicalmente con le tre guerre di successione, spagnola, polacca, austriaca. La prima, conclusa con i trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), toglie alla Spagna i possessi in I., e assegna all'Austria il Milanese, con l'aggiunta del Mantovano tolto ai Gonzaga, nemici dell'Impero, di Napoli e della Sardegna; dà la Sicilia a Vittorio Amedeo II con il titolo regio; la seconda guerra (pace di Vienna 1718) assegna la Toscana al duca di Lorena, Francesco Stefano, essendosi estinti i Medici con Gian Gastone; toglie all'Austria Napoli e la Sicilia che trasferisce a Don Carlo di Borbone, lasciando all'Austria, con il Milanese, Parma e Piacenza; assegna Novara e Tortona al re del Piemonte Carlo Emanuele III; la pace di Aquisgrana (1748) che chiude la terza guerra riduce alla sola Lombardia il dominio austriaco in Italia, porta fino al Ticino il Regno sabaudo con l'alto Novarese e l'Oltrepò pavese.

Queste guerre trovarono il Piemonte preparato a giocare sul vecchio dualismo franco-asburgico, e a cercare fra gli stranieri un punto d'appoggio per connettersi con le forze d'Europa ed entrare attivamente nella vita internazionale.

Fra la prima e la seconda guerra cade l'avventura di Giulio Alberoni, il cardinale che fu primo ministro alla corte di Madrid, con il suo grandioso programma di togliere all'Austria le province d'I., per darle ai figli di Elisabetta Farnese che egli aveva unito in matrimonio con Filippo V di Spagna. Esito infelice: l'Alberoni fu licenziato.

Vittorio Amedeo dovette accettare la Sardegna in cambio della Sicilia, ceduta all'Austria. Nella guerra di successione polacca trovò un posto di combattimento Carlo Emanuele III di Savoia con la promessa del Milanese, negata e ridotta poi alla consegna di poche città.

Nella terza guerra, austriaca, lo stesso Re rinnova la sua collaborazione con la stessa posta di Milano, in cui si insedia per pochi mesi, vi si accosta poi con un altro passo innanzi, dopo la brillante vittoria dell'Assietta (1747). Un anno prima, Genova aveva cacciato gli Austriaci che si erano introdotti in Liguria.

f) Il periodo riformatore. — Ed ora cinquant'anni di pace. La situazione territoriale rimane immutata, eccetto la perdita della Corsica, che Genova vendette alla Francia nel 1768 per liberarsi dei continui torbidi isolani. Pace feconda di avanzamenti ideali e reali. Non più moto di eserciti, ma di pensiero: studio di problemi economico-amministrativi; esame del problema d'I.: si comincia a delineare la necessità di una I. libera per potersi affiancare

con le grandi potenze d'Europa. Il Muratori presenta la storia d'I. in un corpo organico. Il Vico sostiene l'intima autonomia nello sviluppo dei popoli, entro regole eterne.

Il Parini deplora l'ozio dei nobili: l'Alfieri la servilità d'I.; il Genovesi la disunione economica; il Baretti la divisione politica; il Verri l'intralcio delle barriere interne; il Filangeri la mancanza di colonie sull'altra sponda; il Beccaria l'inumanità del diritto penale e il monopolio della mano d'opera. Filosofi e letterati sospingono i governi d'I. ad attuare riforme che aumentino i prodotti dell'industria e della terra, riducano i privilegi di classe, adeguino il clero ai laici negli obblighi tributari, svincolino le terre dalla manomorta e il lavoro dai ceppi del corporativismo medievale; riforme che favoriscano i traffici sul sistema stradale e la navigazione interna. Si avverte l'inferiorità dei piccoli Stati entro la piccola economia di provincia. Si comincia a considerare l'I. su di un piano di interessi nazionali: ecco il progetto Galeani Napione del 1780 per un ordinamento unitario federale della penisola, per un accordo militare e commerciale tra tutti i suoi Stati. Egli invoca l'influsso morale di Roma e si augura il primato effettivo dei Savoia. Prima grande idea di una collaborazione nazionale, con a capo il pontefice, moderatore supremo di una politica sabauda su vasta scala.

Dei cinquant'anni di pace, profitta l'I. colta, anche per accogliere favorevolmente le novità dottrinali che matureranno con la Rivoluzione Francese.

Infatti la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino viene accolta nei cenacoli dei filosofi e nelle logge massoniche d'I. con entusiasmo: essa promuove la formazione di un partito democratico repubblicano, unitario secondo alcuni, federale secondo altri. Viene accolto ugualmente il principio della sovranità popolare di cui si apprezza il significato quale pubblica affermazione del diritto all'indipendenza dal dominio straniero; esso crea il « patriottismo », non più locale o culturale, ma nazionale e democratico.

BIBL.: Fonti: per l'età moderna non si hanno collezioni generali di fonti: il materiale, vastissimo, è disperso in raccolte molteplici, in edizioni monumentali come quelle dei diari di Marin Sanudo per Venezia, quelle che riguardano Firenze, Na-

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ITALIA - Grotte preistoriche ai margini del torrente Gravina - Matera.
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poli ecc. Si aggiungano carteggi di personaggi illustri, relazioni diplomatiche, discorsi politici, bollati di pontefici ecc. E non tutto di quanto si ha a stampa ha avuto un'edizione adeguata. Pastor: C. Morandi, Idee e formazioni politiche in Lombardia dal 1748 al 1814, Torino 1927; N. Cortese, Stato ed ideali politici nell'1. meridionale nel '700, Bari 1927; C. A. Jemolo, Il gianenismo in I. prima della rivoluzione, ivi 1928; B. Croce, Storia dell'età barocca, ivi 1929; A. Anzilotti, Movimenti e contrasti per l'unità italiana, ivi 1930; F. Valsecchi, L'assolutismo illuminato in Austria ed in Lombardia, Bologna 1931; E. Fueter, Storia del sistema degli Stati europei dal 1490 al 1559, Firenze 1932; E. Walser, Gesammelte Studien zur Geistesgeschichte der Renaissance, Basilea 1932; A. Fanfani, Le origini dello spirito capitalistico in I., Milano 1933; F. C. Church, I riformatori italiani, trad. it., Firenze 1935; F. Chabod, Per la storia religiosa dello Stato di Milano durante il dominio di Carlo V in Lombardia, Bologna 1938; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze 1939; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, ivi 1940; G. Toffanin, Storia dell'Umanesimo, Bologna 1943; E. Pontieri, Il tramonto del baronaggio siciliano, Firenze 1943; E. Dammig, Il movimento gianenista a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Città del Vaticano 1945; H. Jedin, Katholische Reformation oder Gegenreformation?, Lucerna 1946; E. Codignola, Illuministi, gianenisti e giacobini nell'1. del Seicento, Firenze 1947; M. Petrocchi, La controriforma in I., Roma 1947; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, Brescia 1949; F. Chabod, Gli studi di storia del Rinascimento, in Cinquanta anni di vita intellettuale, Napoli 1950, pp. 125-207; P. Tacchi Venturi, Storia della Campagna di Gesù in I., Roma 1950; M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia e l'assolutismo illuminato, Venezia 1950.

g) Il periodo francese. - Le logge massoniche si convertono in clubs giacobini. Al riformismo legale succede l'agitazione rivoluzionaria. Le nuove idee hanno già i loro affermatori a Napoli (1794), a Palermo (1795), a Bologna (1794). Napoleone passa le Alpi nel 1796 con promesse di libertà. Il partito dei novatori lusingato e credulo gli facilita la marcia. Egli viene a combattere l'Austria nella pianura padana per aprirsi la via di Vienna attraverso i valichi alpini.

Il re di Sardegna Vittorio Amedeo III accetta la guerra entrando nella prima coalizione a fianco dell'Austria, e ne è la prima vittima.

Bonaparte, battuti gli Austro-Sardi a Montenotte e a Millesimo, costringe Vittorio Amedeo III a cedere la contea di Nizza e la Savoia, le fortezze di Cuneo, Tortona, Alessandria. Il Piemonte è libera via di transito ai Francesi. Bonaparte entra in Milano il 12 maggio 1796 e punta su Mantova che capitola nel genn. 1797.

Questa prima guerra contro l'Austria si chiude con il trattato di Campoformio che dà ad essa il Veneto in cambio del Belgio per la Francia. Napoleone prosegue la campagna d'I. per la conquista dell'intera penisola, puntando anche su Roma.

Pio VI ha sconfessato quei sacerdoti francesi che avevano prestato il loro giuramento alla Repubblica: perciò la Francia ritiene ostile la S. Sede. Ostili sono anche le plebi d'I. Le vittorie dei sanculotti hanno infatti una risposta in senso conservatore nelle sommosse rurali e urbane che vogliono difendere le proprie tradizioni e la propria Chiesa; le più clamorose furono le pasque veronesi, nell'anniversario dei Vespri Siciliani.

Bonaparte incoraggia i novatori ad insorgere contro i vecchi governi e istituisce una legione italica a cui viene consegnata la bandiera tricolore. Cade ovunque l'antico regime. Sorgono repubbliche regionali, italiane, ma tutelate dai comandi militari francesi e dai delegati di Bonaparte. Ecco la Confederazione Cisapadana (7 genn. 1797: Parma, Modena, Ferrara, Reggio) che, ingrandita dalla Lombardia, divenne la Repubblica Cisalpina (18 luglio 1797); poi altre di uguali stampo, la Ligure, la Romana, con l'arresto del Papa (condotto in Francia prigioniero), quindi la Partenopea (24 genn. 1799), provocata dall'inutile intervento di Ferdinando IV per restaurare lo Stato della Chiesa; così pure la Toscana, trasformata nella Repubblica Etrusca; e da ultimo il Regno Sardo, ove Carlo Emanuele IV, succeduto a Vittorio Amedeo III, dovette rinunciare al Piemonte a favore della Francia, ritirandosi in Sardegna, come Ferdinando di Napoli si era ritirato in Sicilia.

La momentanea assenza di Napoleone dall'Europa, per l'impresa d'Egitto, riporta in Italia gli Austriaci al-

al·lesti dei Russi (1799). È la reazione dei 13 mesi; cadono le repubbliche, risorgono i regni di prima. Ma con il ritorno di Napoleone, nuovo sovvertimento. La vittoria di Marengo assicura a lui il Piemonte e la Lombardia. Il primo è incorporato con Genova alla Francia, l'altra rinnova la Repubblica Cisalpina, che di lì a poco, dopo i comizi di Lione, prende il nome di Repubblica Italiana. La Toscana con lo Stato dei presidi diventa Regno di Etruria per Ludovico I, genero del re di Spagna, in cambio di Parma e di Piacenza: il Papa e Ferdinando IV rientrano nei loro Stati.

Lo sviluppo dell'imperialismo francese, volto alla conquista d'Europa, muta ancora la carta d'I. La Repubblica Italiana diventa Regno d'I. (1805): vicerè il figliastro di Napoleone, Eugenio di Beauharnais, ma con l'aggiunta di Parma, mentre Genova è annessa alla Francia. Nel 1806 il Regno è accresciuto della Venezia, ma i suoi domini sull'altra sponda sono annessi alla Francia con il nome di Provincie Illiriche.

Nel 1807 Toscana e Parma diventano dipartimenti della Francia, e Firenze capoluogo e sede di corte per Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone.

Nel 1808 il Regno d'I. è accresciuto delle Marche per metterlo in comunicazione più diretta con il Regno di Napoli che da Ferdinando Borbone passa a Giuseppe Bonaparte; questi poi, fatto re di Spagna, lo cede a Gioacchino Murat. Il 17 maggio 1809 Roma è dichiarata città dell'Impero e tutto il restante territorio pontificio diventa territorio francese. Pio VII è deportato a Savona.

Nel 1810 il Regno d'I. acquista ancora il Trentino e l'Alto Adige fino alla chiusa di Bressanone. Ma poco dopo tutto precipita insieme con la fortuna di Napoleone. Dei reggitori napoleonici, nel 1814, rimane in I. solo il Murat: ma egli invano tenta con il proclama di Rimini (marzo 1815) di mantenersi il Regno che è ri preso da Ferdinando IV.
Gli Austriaci entrano in Milano il 30 maggio 1814.

h) Restaurazione e fermenti liberali. - Il Congresso di Vienna decide le nuove sorti d'I. con l'atto finale del 9 giugno 1815; il Lombardo-Veneto è dato all'Austria; Genova è aggiunta al Piemonte; Modena e Reggio passano ad un arciduca austriaco, Francesco IV d'Este; il Granducato di Toscana a Ferdinando III di Lorena; il Regno delle due Sicilie a Ferdinando I di Borbone, già Ferdinando IV. Il Papa è reintegrato nei suoi domini, mentre l'Austria tiene presidio a Ferrara e si sforza di condurre la politica italiana.

Gli anni che seguono sono un continuo fermento di idee novatrici e un lavoro preparatorio della riscossa nazionale. La spinta è ancora la vicenda napoleonica. Erano passati vent'anni di contatti italo-francesi, fecondi anche nei loro quotidiani attriti.

La cruda esperienza smorzò le prime illusioni. Si cominciò a credere non più in una libertà elargita, ma guadagnata. I moti anti-napoleonici predisposti da una società segreta detta de' Raggi, preludio di quella carbonara, e il famoso tentativo del generale cisalpino Lahoz per dare al misogallismo dell'Alferi l'eloquenza delle armi, aveva già messo a prova la coscienza nazionale, addestrata ai proclami insurrezionali dello stesso Bonaparte. L'I. ora prosegue su quella strada, mettendo a profitto i risultati positivi della dominazione francese. Se la Francia aveva dato una vana illusione di libertà politica, aveva tuttavia, se non altro formalmente, promosso l'esercizio di una certa libertà civile ed amministrativa.

Così l'I. riprese l'opera interrotta dal Congresso di Vienna, ma con proprie iniziative. Ecco il primo Risorgimento che ha gli stessi uomini di ieri, gli ex-ufficiali italiani di Napoleone. L'ideale di indipendenza che cospira nelle società, sfocia nei moti costituzionali del 1820-21 e poi del '30-31 che si sperò erroneamente di coordinare con le insurrezioni straniere, prima di Spagna, poi di Francia. L'Austria li soffocò nel nascere. L'ultimo moto carbonaro, scoppiato nel 1831 a Modena, fu stroncato dal duca Francesco IV.
Tra queste distrette nasce il mazzinianesimo con il principio nuovo: la Repubblica unitaria. Mezzi d'azione:

l'iniziativa italiana, l'intervento del popolo, concezione della vita come una battaglia, accettazione della prova come un mezzo di risorgimento, armonia fra il pensiero e la azione. Meta prossima: la libertà dell'I. ma quale condizione essenziale per la libertà dell'Europa e del mondo. Meta ultima: Roma sede di un concilio teocratico-laico dei popoli per una fraternità senza confini e senza distinzioni di razza. Strumenti di propaganda: la Giovane Italia, che fu associazione e giornale.

L'idea rivoluzionaria acquistò terreno, ma l'attivismo di G. Mazzini si tradusse in un vano sacrificio di giovani vite. Nasce la critica al mazzinianesimo come questo l'aveva fatta alla carboneria. Si cercano altri mezzi. Vincenzo Gioberti guarda alla Chiesa. Con il suo «Primato degli Italiani» (1843) vuol preparare all'I. un pontefice che sia ispiratore della rivoluzione nazionale, attingendo dalla storia d'I. la tradizione di un papato sempre solidale con la causa italiana. È la premessa storica del partito neo-guelfo; espressione italiana di un movimento europeo, il romanticismo cattolico-liberale. Chateaubriand aveva scritto ca. 20 anni prima: «Le arti italiane ebbero Leone X; non potrebbe avere un altro Leone l'italiana libertà?». Mazzini confidava nel popolo. Ora si confida nel Papa e nei principi. Massimo D'Azeglio (1846) biasima i moti insurrezionali e sostiene la necessità di creare un'opinione pubblica nazionale intorno ai problemi economici d'I. per eccitare un'azione di governi in senso liberale e per creare l'accordo fra i principi e il popolo.

L'elezione di Pio IX (1846) parve realizzasse tali aspirazioni. Egli inizia il Risorgimento sopra il terreno della legalità e dell'azione statale. Le sue riforme trovano i principi d'I. disposti ad essere ugualmente riformatori. L'opinione pubblica invoca una costituzione. La si attende nel nome del nuovo Pontefice che eleva il grido fatidico: «Benedite Gran Dio l'I.». Pio IX diventa un simbolo. Quando Vienna insorge, eccitata dalla rivoluzione di Parigi, Milano si solleva e combatte le sue cinque giornate per cacciare gli austriaci di Radetzky. Anche Venezia è in fiamme. Si invoca l'intervento del Piemonte, e Carlo Alberto delibera la guerra. Il 27 marzo del 1848 egli varca il Ticino e muove oltre il Mincio. La prima campagna d'indipendenza, con i contingenti militari affluenti da ogni Stato della penisola, di fatto anche dallo Stato pontificio, insieme con numerosi volontari, ha lieto inizio a Goito e Peschiera, ma infausto epilogo a Custoza (23-25 luglio). L'abbandono dei principi, resi diffidenti dal fatto che il Piemonte non ne voleva sapere di giungere alla lega federativa, portò la dissoluzione. Radetzky rientra in Milano il 6 ag. e Carlo Alberto rientra in Piemonte. L'anno seguente, Carlo Alberto ritenuta la prova ma è nuovamente sconfitto a Novara (23 marzo 1849). Egli abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II e va esule ad Oporto, ove muore il 28 luglio.

Il neo-guelfismo non ebbe buona fortuna, sia per il mancato accordo fra i principi perché era temuta la supremazia del Piemonte, sia per le mene sovvertitrici degli estremisti mazziniani. Dopo il 1849 si rinnovano le congiure.

i) Cavour e il Piemonte. — Ma la questione italiana viene ripresa e monopolizzata dal Piemonte e le dà luce il Cavour che guarda a Parigi e a Londra. E da quelle capitali si guarda pure a Torino. L'intesa avviene sulla guerra di Crimea. Il Piemonte, richiesto di aiuti, vi partecipa, insieme con i franco-inglesi, contro la Russia. Nel Congresso della pace, a Parigi, Cavour raccoglie le prime simpatie internazionali. Sono i primi frutti della politica liberale europea. Poi l'incontro con Napoleone III a Plombières e l'impegno di una collaborazione francese alla guerra contro l'Austria. La seconda campagna d'indipendenza (1859) è rapida da Magenta a Solferino. La Lombardia è indipendente; rimane però ancora austriaco il Veneto. Ma Cavour raccoglie più ampia messe. Fa insorgere le popolazioni dell'I. centrale (Modena, Parma, Bologna, Toscana). Ne annette i territori con voto plebiscitario. Prevale l'idea monarchica per opera della rivoluzione abilmente timoneggiata a favore della dinastia sabauda. Così quando la marcia dei garibaldini si arresta al Volturno, Cavour non lascia l'iniziativa anti-borbonica

totalmente in balia del partito d'azione a sfondo mazziniano e sinistro. Teme la repubblica e per questo invia re Vittorio attraverso le Marche e l'Umbria ad incontrare Garibaldi, che cede all'esercito regio e si ritira a Caprera.

ii) Il Regno d'I. — Il 14 marzo 1861 venne proclamato a Torino il Regno d'I., nel primo Parlamento nazionale composto di 214 senatori e 413 deputati, rappresentanti di tutte le regioni. Il 6 giugno moriva il Cavour che stava preparando diplomaticamente l'acquisto di Venezia e di Roma.

Dei due problemi, l'uno fu risolto da La Marmora mercè l'alleanza con la Prussia sollevatasi contro l'egemonia dell'Austria, quindi con una campagna del 1866 nel Veneto sia per terra (Custoza) sia per mare (Lissa). L'altro, dopo i tentativi garibaldini, stroncati dall'intervento sabaudo (Aspromonte) e dalle congiunte forze franco-pontificie a Mentana (1867), fu risolto grazie alla caduta di Napoleone III (1870); la sconfitta di Sedan dava libertà di azione al governo italiano che non si ritenne più vincolato dalla Convenzione di Sett. (15 sett. 1864), cui era seguito il trasporto della capitale da Torino a Firenze per la sorveglianza dell'inquieto garibaldinismo. Il 20 sett. 1870 le truppe italiane entrarono in Roma e Pio IX si rinchiudeva in Vaticano. All'unità nazionale mancavano ancora i territori di Trento, di Trieste e dell'Istria.

Restava ora, per il componimento dell'impresa nazionale, la sistemazione unitaria spirituale e materiale del giovane Stato, che di unitario aveva solo la conformazione esteriore. Una pesante mole di problemi gravava sul nuovo Parlamento, composto di una Destra e di una Sinistra corrispondenti alle due principali tendenze di tutti i moti nazionali: il partito moderato e il partito d'azione, i monarchici e i repubblicani. La soluzione del problema finanziario, primo in ordine di tempo, fu l'ultima benemerenza della Destra storica; il pareggio fu raggiunto nel 1876, anzi superato con l'avanzo di oltre 20 milioni; la rete ferroviaria e telegrafica, mezzi potenti di unione, erano raddoppiate.

In quell'anno la Destra cedette il governo alla Sinistra che a poco a poco aveva rinunciato al programma antimonarchico. Agostino De Pretis fu il primo dei vecchi repubblicani che indossò panni ministeriali, seguito poi da Cairoli, Crispi, Nicotera, Zanardelli. Si accentuò il regime di sovranità popolare. Ma la politica estera fu discorde dalla politica interna: questa si accostava alla Francia democratica con allargamenti graduali del suffragio elettorale; quella si stringeva agli Imperi centrali mediante la Triplice Alleanza (1887), risposta di Roma all'occupazione francese di Tripoli.

Il ministero Francesco Crispi tentò (1887-96) una politica militare a scopo coloniale, ma con tendenze dittatorie, sfociando nel disastro di Adua. Il partito socialista, sortì ufficialmente nel 1892, iniziò con Leonida Bissolati, sostenuto da Felice Cavallotti, un'agguerrita opposizione a qualsiasi avventura militare.

Il governo risponde con leggi eccezionali e numerosi arresti. Crispi dovrà dimettersi (9 marzo 1896), rassegnando il potere ad un uomo di Destra, il marchese di Rudini. Il 29 luglio 1900 l'eccidio di re Umberto segna il tramonto della vecchia I. e l'affermazione decisiva di un governo liberale e democratico, prima con Zanardelli, poi con Giolitti, dal 1903 al 1914. Corrono anni di forte incremento industriale sorretto dalla politica borghese dei grandi affari, con occhio anche alle classi operaie, quindi rispetto della libertà di sciopero, tutela degli emigranti, campagna contro la malaria, incremento al cooperativismo, alle case popolari, agli istituti di previdenza e di assistenza, di assicurazioni. Nell'economia generale, favorita la grande industria, le bonifiche, il credito agrario, le ferrovie. E mentre il partito socialista abbandona il suo programma, la socializzazione della proprietà, piegando verso un moderato riformismo di Stato, la Chiesa attenua le rivendicazioni del potere temporale, sicché gradualmente anche le masse cattoliche scendono in campo sul piano sociale e politico, contrapponendo all'agnosticismo liberale ed al materialismo marxista, la concezione cristiana della vita pubblica.

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“ITALIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 241. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/italia.