NORCIA

NORCIA. - Città e diocesi in provincia di Perugia (Umbria). Si compone di 8 comuni dei quali 3 in provincia di Macerata (Castel S. Angelo, Susita e Visso).

Si estende per oltre 110 kmq. con una popolazione di 28.000 ab., tutti cattolici, distribuiti in 102 parrocchie servite da 85 sacerdoti diocesani e 11 regolari; ha un seminario, 3 comunità religiose maschili e 16 femminili.

Antichissima città sabina; municipio romano dal 292 a. C.; patria dei Flavii Vespasii, dei Flavii Anici, di Sertorio. Fu contesa dai Goti, dai Bizantini, dai Longobardi e dai Franchi e saccheggia dai Saraceni; donata, nel 962, da Ottone I a Giovanni XII, divenne repubblica all'epoca dei Comuni, soffrì le lotte fra guelfi e ghibellini; poi i papi dettero il governo della città a prelati che assunsero la carica di prefetto. Nel 1798 fu soggetta al dipartimento del Trasimeno; dal 1809 al 1814 appartiene alla prefettura di Spoleto; tornò al governo pontificio dal 1814 al 1860, in cui venne annessa al Regno d'Italia.

Il primo vescovo è s. Stefano (ca. 495); dal sec. IX fu annessa alla diocesi di Spoleto; ma ristabilita nel 1820 da Pio VII, e primo vescovo fu mons. C. Bonano. È immediatamente soggetta alla S. Sede. Il vescovo ha il titolo di abate commendatario perpetuo di S. Eutizio.

Il Duomo, detto anche S. Maria argentea, sorge sugli avanzi di un edificio romanico; venne ricostruito nel sec. XIII e demolito dal terremoto del 1328; al sec. XIV appartiene il portale laterale. Venne rifatto nel 1560 e ancora nel sec. XVIII. La torre campanaria, demolita nel sec. XVIII, fu ricostruita nel 1859. L'interno è a tre navate. L'episcopio è sorto nell'antico monastero annesso alla chiesa, la quale ha nel suo lato destro il portico detto dei Mercanti, con le vecchie misure per i cereali.

La chiesa di S. Benedetto, che la tradizione afferma eretta sulla casa gentilizia di Euproprio, padre dei ss. Benedetto e Scolastica, fu costruita nel sec. VI e appartiene ai Benedettini dell'abazia di S. Eutizio fino al 1280, in cui la batte di Eutizio fu demolita nel 1344.

La Castellina fu fatta costruire da papa Giulio III, a laude della gloria di Dio, alla conservazione dello stato ecclesiastico, alla esaltazione dei buoni, alla confusione e perpetua disperazione dei tristi; così si legge in una delle lapidi dei torri, organi, singole e la rocca costruita dal Vignola sul luogo dove si ritiene sorgesse il tempio della Fortuna Argentea, poi trasformata in chiesa e demolita nel 1554 per il nuovo edificio. Ora vi risiedono uffici statali e la pretura. Nel sec. XIV il Comune recinse di alte mura la città, che era divisa in otto rioni.

Il Palazzo Municipale fu costruito nel sec. XIII; di quel tempo sussiste il portico a colonne poligonali che immette all'archivio notarile. Nella Sala dei quaranta osservatori della pace si conserva un'iscrizione funebre latina del romano Sefio, edile della plebe del III sec. a. C. L'aula del Consiglio, detta anche «Sertoriana», immette all'Archivio segreto che possiede documenti dell'inizio del sec. XIII. Nel Gabinetto del sindaco si conserva un prezioso reliquiario di s. Benedetto (1450). Enrico Josi.

L'ABBAZIA DI S. EUTIZIO. - In Valcastoriana presso N. Le origini rimontano al sec. V; s. Gregorio Magno celebra nei Dialoghi i fasti gloriosi di s. Spes, s. Eutizio e s. Florenzo, che per primi vi esercitano vita ascetica, attraverso al loro seguito numerosi imitatori e discepoli, e videro ben presto tutta la circostante plaga popolata di monasteri e di eremi, saliti in gran fama di santità.

La Congregazione di S. Eutizio ebbe dal IX al XIII sec. il suo massimo splendore. L'ex-imperatrice Ageltrude, vedova di Guido da Spoleto, l'arricchì di sostanze, Otonie III (996) e Corrado II (1027), Gregorio IX e Innocenzo IV la munirono di privilegi; dipendevano da essa oltre settanta chiese curate e benefici semplici; inoltre l'abbazia godeva dominio feudale su vari castelli e ville circostanti. Niccolò V nel 1451 la diede in commenda al card. D. Capranica; e questi vi restaurò la vita claustrale, che seguitò a fiorirvi fin oltre la metà del XVII sec. L'abate Scaramellotti di Preci arricchì la chiesa di un elegante coro in noce, con intagli e tarsie, di Antonio Seneca di Piediuvale (1519), e di una splendida arca marmorea per le reliquie dei ss. Spes ed Eutizio (1514). Passò quindi in commenda, e Pio VII, ripristinata nel 1820 la diocesi di N., ne costituì i vescovi e pro tempore a abati commendati perpetui. Molti dei codici di s. Eutizio, per interessanti mento di s. Filippo Neri, passarono alla Biblioteca Vallicelliana di Roma e ne formano il nucleo più prezioso. Dal Codice eutiziano Vall. B 63 proviene uno dei più antichi testi in volgare, la celebre formula penitenziale degli inizi del sec. XI. Molto probabilmente trae origine da s. Eutizio anche la celebre scuola medica precaria, specializzata nelle operazioni dei calcoli e di cataratte. La vetusta chiesa, ricostruita dall'abate Teodino I e compita nel 1190 dal marmorario maestro Pietro, ebbe ampliamenti e abbellimenti sotto l'abate Teodino II, il quale fra l'altro, nel 1236 ne fregò la facciata di uno splendido rosone.

Bibl.: S. Gregorio Magno, Dial., III, 15; IV, 10; PL 77, 247-57; 333-36; Acta SS. Martii, III, p. 177; Maii, V, p. 245; Iunii, I, p. 20; P. F. Kehr, Italia Pont., IV, Berlino 1909, p. 161; P. Pirri, L'Abbazia di S. Eutizio in Valcastoria, Castellano 1913; Cottineau, II, p. 266; Martyr. Romanum, pp. 115-16; 203-204; P. Pirri, La scuola miniaturistica di S. Eutizio in Valcastoria nel sec. X-XII, in Scriptorium, 3 (1949), pp. 3-10 con tavole. Per la formula penitenziale in volgare cf. G. Bertoni, in Studi medievali, 2 (1906-1907), pp. 588-89; P. Pirri, in Civ. Catt., 1936, I, pp. 324-35; S. Debenedetti, in Giorn. stor. della lett. ital., 109 (1937), p. 280

Il problema della «normatività» ha avuto storicamente varie soluzioni. positivismo (v.) nega la norma iv.1 della ragione, ETICA (v.) da scienza normativa a mera scienza constattativa o esplicativa di fatti (cf. L. Lévy-Bruhl, La morale et la science des moeurs, Parigi 1903). Nelle concezioni che, in dipendenza del criticismo kantiano, dell'idealismo, del romanticismo e del vitalismo, ritengono lo spirito pura libertà creatrice, la normatività è momento essenziale dell'attività dello spirito, che, ponendosi fini attuali, si limita, per superarsi attraverso l'azione. L'etica è quindi normativa, ma non scienza; ed è normativa soltanto in quanto è autodecuzione dello spirito alla propria libertà. B. Croce vede questa autodecuzione nella storiografia (storia come pensiero), che pone lo spirito nell'interesse attuale dell'attività creatrice (storia come azione: cf. La storia come pensiero e come azione, 4a ed., Bari 1943). La filosofia dei valori, nella sua posizione fenomenologica, considera la normatività della scienza come momento essenziale nello sviluppo del ciclo assiologico (cf. R. Polin, La création des valeurs, Parigi 1944). Alcuni contemporanei, riprendendo elementi già formulati dal Wundt e dal Fouillé (v.), tentano proporre un'etica come scienza teorica, che sia intermedia tra la normativa, che escludono, e la scienza dei costumi, che ritengono insufficiente (G. Gurvitch, Morale théorique et science des moeurs, 1937). Il pensiero cristiano è unanime nel riconoscere all'etica il carattere sia di scienza che di normatività: le n. infatti che stabilisce la ragione non provengono da un determinismo meccanico a fondo psichico-sociale, né sono pura creazione dello spirito; ma derivano da una conoscenza intellettuale del fine, del valore del fine, dell'ordine reale per raggiungere il fine, della concreta situazione presente con tutte le sue pressioni e tutte le sue possibilità. L'etica è scienza speculativa quindi, che suppone però le scienze positive dei costumi; ma è anche scienza pratica cioè normativa, perché il suo fine è il perfezionamento dell'intelletto pratico in ordine alla rettitudine dell'azione umana (cf. J. Maritain, Les degrés du savoir, 3a ed., 1934, pp. 618-26; 879-96).

Non si può dar ragione di qualsiasi attività senza una causa finale ultima: è la volontà del fine che pone l'ordinamento al fine. «Rationis est ordinare ad finem, qui est primum principium in agendis» (Sum. Theol., 1a-2a, q. 90, a. 1): la ragione cioè è normativa soltanto in quanto è ordinatrice al fine. Dio, causa prima, ordina ogni essere al fine: la sua ragione è insieme suprema normatività e assoluta. Le creature irrazionali partecipano la ragione divina nel determinismo fisico della loro attività. La persona umana, spirituale, dirige se stessa al fine, e quindi con la sua ragione partecipa la ragione divina, diventando anch'essa normativa e, la cui assolutezza e valore dipendono essenzialmente da tale partecipazione. È normativa (ragione in senso soggettivo) in quanto con l'intelletto ha l'abito dei primi principi morali (v. SINDERESI), con la scienza etica stabilisce il valore e contenuto dell'ordine naturale, con la scienza politica costruisce l'ordine positivo («politica est scientia maxime architectonica»: s. Tommaso, In I Eth., lect. 2, nn. 24-38), con la prudenza applica i principi universali, sia naturali che positivi, all'atto concreto. È n. (ragione in senso oggettivo) in quanto da principi generali della massima estensione, per un processo compositivo (Johannes a. s. Thoma, Log., II, q. 1, a. 4), a cui partecipano l'intelletto speculativo-pratico, l'induzione sperimentale e la deduzione filosofica, la volontà del fine e dei mezzi al fine, tutte le virtù intellettuali e morali (s. Tommaso, In I Eth. lect. 3, nn. 32-42), discende alla massima comprensione del giudizio della coscienza morale.

BIBL.: N. Kaufmann, La finalità dans l'ordre morale, in Rev. néos. de phil., 6 (1899), pp. 280-99, 352-70; V. CATHREIN, VIKTOR, Filosofia morale, trad. it., 2a ed., Firenze 1913; H. D. Noble, La vie morale d'après St Thomas d'Aquin. La coscienza morale, Parigi 1923; G. Renard, Le droit, l'ordre et la raison, 1914; S. Deploige, Le conflit de la morale et de la sociologie, 1925; M. S. Gillet, La morale et les morales, 1925; E. Elter, Norma moralitatis ad mentem D. Thomae, in Gregorium, 8 (1927), pp. 337-57; L. Lehu, La raison règle de la moralité d'après St Thomas d'Aquin, Parigi 1930; R. Le Senne, Ledevoir, 2a ed., 1931; Y. Simon, Critique de la connaissance morale, 1934; J. Maritain, Science et sagesse, 1935; J. Peghaire, Intellectus et ratio selon St Thomas d'Aquin, 1936).

V. Leclercq, Les grandes lignes de la philosophie morale, Laviano 1946; R. Le Senne, Traité de morale générale, 2a ed., Parigi 1947; vari autori, Fondazione della morale (Atti V Convegno di studi fra filosofici cristiani, Gallarate 1949), Padova 1950; A. Lalande, La raison et les normes, Parigi 1948.