TURCHIA. - La Repubblica turca, proclamata il 31 ott. 1923, è lo Stato uscito dalla dissoluzione dell'Impero Ottomano e dal risorgimento nazionale promosso da Mustafa Kemal dopo il Trattato di Sèvres (10 ag. 1920). Ridotta a territorio quasi esclusivamente asiatico, con un'appendice europea (la Tracia orientale, ampia poco più della Lombardia), che le conserva Costantinopoli (Istanbul) e perciò
TURCHIA - 1) Confini di Stato; 2) ferrovie; 3) rito armeno; 4) rito caldeo; 5) vicariato patriarcale caldeo; 6) rito bizantino; 7, 8, 9) rito siro; 10) vicariato patriarcale di rito melchita.
gli Stretti, non ha tuttavia dimesso la sua funzione di ponte fra Europa ed Asia, per la quale segna il passaggio dal Mediterraneo alla Transcaucasia, alla Mesopotamia ed all'altopiano iranico.
I. GEOGRAFIA
Il suo territorio, misurante in complesso 776.727 kmq. (dei quali 23.975 in Europa), la mette in contatto con Bulgaria, Grecia, Irán, Irag, Siria e Unione Sovietica, ma i confini non costituiscono quasi mai una netta e solida frontiera, anzi han lasciato dietro contestazioni e rivendicazioni tutt'altro che sopite. Questo territorio risulta in sostanza da un vasto altopiano, la cui elevazione media (700 m.) va aumentando da O. ad E., attraversato da vari dossi montuosi e di regola costituito da bacini chiusi; due serie di rilievi paralleli o quasi, alle coste settentrionali (M. Nero) e meridionale (Mediterraneo) lo segregano dalle influenze marittime, determinando un chiaro contrasto fra le regioni costiere e l'interno. Mentre le prime sono favorite da abbondanti o moderate (a S.) precipitazioni, e perciò rivestite di rigogliosa vegetazione o di macchia, l'altopiano interno e le montagne dell'Est (Armenia) sono aridi e stepposi, fatta eccezione delle brevi strisce prossime ai fiumi, che peraltro sono pochi e tutti a carattere torrentizio. Forte è anche il contrasto termico tra il clima mite, specie d'inverno, dei litorali, e quello rude e tipicamente continentali degli altipiani, dove il suolo è coperto per varie settimane dalla neve.Poco meno della metà (47,2%) della superficie terrestre è rappresentata da pascoli, ca. 1/7 da foreste, ed un po' più di 1/4 da atavici e colture legnose. L'interno è dominio della pastorizia: ma l'allevamento si volge essenzialmente agli ovini (26 milioni di capi) ed ai caprini (19 milioni); vi sono tuttavia 10 milioni di capi bovini e 3 di equini. In Anatolia notevole l'allevamento del baco da seta. Le colture cerealicole si vanno estendendo con l'irrigazione artificiale e danno buoni quantitativi di cereali. Nelle regioni marittime prevalgono tabacco, mais e nocciole lungo il Ponto; cotone, vite, olivo, agrumi ed alberi da frutta lungo il Mediterraneo. Varie e cospicue le riserve minerarie, la cui conoscenza è ancora imperfetta e lo sfruttamento agli inizi, fatta eccezione per il carbon fossile, che si estrae nella regione di Ereğli (4-5 milioni di tonn. negli ultimi anni). Per la cromite (Anatolia centrale) la T. occupa il secondo posto nel mondo; notevole anche la produzione di rame, di ferro, di zolfo, di manganese, di piombo e di zinco. In via di sfruttamento, fra l'altro, il mercurio, il molibdeno e l'antimonio. Però l'industria è ancora assai lontana dalle sue possibilità; tuttavia ha fatto molti progressi dopo il 1923: in alcuni rami (cemento) copre già il fabbisogno nazionale, mentre per altri le attrezzature si vanno ampliando notevolmente (tessili, vetrerie, ceramiche, carta, cuoio, chimiche) ed i quantitativi si fanno più cospicui anche per quanto riguarda le industrie pesanti.
La popolazione (20,9 milioni di ab., 27 a kmq. nel 1950) è abbastanza omogenea dal punto di vista nazionale e religioso. Delle minoranze etniche la più cospicua è quella curda (1,5 milioni di anime); vi sono poi, fra gli altri, più di 150 mila Arabi, più di 100 mila Greci (Costantinopoli), e forse altrettanti Armeni, e minori gruppi di Circassi, Lazi, Georgiani, Israeliti, ecc.
Dei centri urbani, Istanbul (1 milione di ab.), pur essendo il più popoloso e il più importante, ha ceduto ad Ankara (287 mila ab.), nel cuore dell'altopiano, la funzione di capitale dello Stato (1923). Smirne (Izmir) conta 230 mila ab., Adana 118 e Bursa 100 mila.
II. STORIA
Per le origini etniche, V. TURCO-MONGOLI.I. L'Impero ottomano e le sue origini
Nella seconda metà del sec. XIII i Bizantini della famiglia dei Paleologi (dal 1261) tenevano da Costantinopoli gli ultimi avamposti sul continente asiatico, ridotti a poco più dei confini della Bitinia; un'altra dinastia bizantina, quella dei Comneni, regnava a Trebisonda. Tutto il resto dell'Anatolia (eccettuata la Cilicia costiera ancora in mano degli ultimi re della Piccola Armenia) era in mano dei Turchi musulmani che l'avevano invasa dal sec. XI. Ma non v'era uno Stato turco unitario; i Seljuqidi, che da Conia avevano predominato per ca. un secolo e mezzo, erano stati ridotti a vassallaggio dai Mongoli, i quali avevano conquistato la Persia, abbattuto il Califfato di Bagdad (1258) e occupato l'Anatolia orientale e centrale. Nei territori marginali dello Stato seljuqide d'Anatolia s'erano formati molti emirati turchi: di Qaramân al sud
Turchia - 1) Confini di Stato; 2) ferrovie; 3) rito armeno; 4) rito caldeo; 5) vicariato patriarcale caldeo; 6) rito bizantino; 7, 8, 9) rito siro; 10) vicariato patriarcale di rito melchita.
(nella Cappadocia), che verso il 1300, con l'estinguersi dello Stato selgugide, aspirò ad assumere l'eredità; di Mentese (Caria), di Ajdin (regione del Meandro), di Sàrùhân (Magnesia), di Girmijân (Frigia), di Qarasi (Troade) dei Gandar (Palfagonia) e altri minori. Di questi emirati uno, che prese nome dal fondatore 'Osman, nella Bitinia, al confine con l'Impero di Bisanzio, prevale in una lotta durata oltre un secolo, dando origine all'Impero ottomano. Fu l'emirato 'Osman' (arabo 'O'man, nei cronisti bizantini Othoman, da cui il nome 'ottomano') il primo a dare consistenza considerevole all'emirato e a estenderlo fino a Brussa (nel 1326, che è ritenuto anche l'anno della sua morte). Il suo successore Othân (1326-62) occupò il resto della Bitinia: Nicea (Iznîq) nel 1321, Nicomedia (Izmîd) nel 1337, e passò in Europa conquistando la penisola di Gallipoli nel 1354.
Chi erano questi Turchi raccolti intorno alla famiglia di 'Osman'? Quando i sultani ottomani nel sec. XV si compiacero di sentir raccontare le origini della loro dinastia e del loro regno, si formarono leggende e genealogie che furono accolte poi nella storiografia aulica ottomana. Tra queste la più accreditata in seguito fu quella che fece la vicenda di 'Osman' da un Ertoğrul e questo da un Suleimân, principe turcomano della schiatta degli Oguz e precisamente della tribù dei Qajî, venuto in Anatolia da Mahan (Asia Centrale) al principio del sec. XIII per sfuggire alla pressione dei Mongol. La famiglia di 'Osman' si sarebbe stabilita ai confini della Bitinia nel sec. XIII come vassalla del sultano selgugide di Conia. Questa versione è in gran parte leggendaria; non si hanno notizie sicure degli antenati di 'Osman' e si deve escludere che siano venuti nel modo su spiegato dall'Asia centrale nel sec. XIII. Piuttosto è da ritenere che, comunque, un emirato di frontiera, il quale verso il 1300 era sotto il comando di 'Osman', si formò nel sec. XIII ai confini con la Bitinia e che l'ordinamento del nascente Stato non fu quello di una omogenea tribù degli Oguz, ma piuttosto di una signoria militare costituita da Turchi penetrati da tempo in Anatolia (invasione oguz, cioè selgugide del sec. XI) e da nativi turchizzati, animata dallo spirito cavalleresco e religioso dei conquistatori musulmani (i gazi e combattenti per la fede), antagonisti naturali del corpo degli akritoi e soldati di confine, stanziati dai Bizantini sulle loro frontiere). In questa loro situazione gli Ottomani, eredi delle tradizioni di conquista armata dell'islam, portarono a compimento nell'Anatolia e nella penisola balkanica la conquista che gli Arabi musulmani avevano tentato nei sec. VII-IX in Asia Minore e che i Bizantini e poi le Crociate avevano fermato determinando uno stato di equilibrio nei sec. XI-XIII.
La conquista di Adrianopoli (la data non è sicura, ma solo collocarsi nel 1361) e il trasporto ivi della capitale del Bussa nel 1368 sotto Murâd I (1360-89) diedero agli Ottomani il predominio nella Tracia. L'Impero bizantino era ridotto alla capitale, Constantinopoli, e alle immediate vicinanze; i Regni di Serbia e di Bulgaria diventavano vassalli degli Ottomani, i quali spingevano le incursioni anche nella Morea e in Albania. Il successore di Murâd Bajezid Jildirîm (1389-1402) diventò padrone di gran parte della penisola balkanica e assediò Constantinopoli una primavera nella 1391 e poi ancora nel 1395. Le forze unite dei principi cristiani, comandate dal re Sigismondo d'Ungheria, furono battute a Nicopoli sul Danubio (1396). Anche in Anatolia l'Impero ottomano s'estese, assorbendo alcuni degli emirati turchi e assoggettando altri, come il regno di Qaramân.
A questo punto l'invasione di Tamerlano da Oriente arrestò l'espansione ottomana e ne tardò di quasi mezzo secolo gli sviluppò. Bajezid fu sconfitto ad Ankara nel 1402 e morì prigioniero. Ritiratosi subito Tamerlano, gli emirati turchi da lui rimessi in potere dei loro Stati poterono reggersi qualche tempo fra le discordanze dei tre figli di Bajezid. Constantinopoli ebbe un periodo di sollievo; ma presto Mehmed I, affermato sul trono ottomano, riprese le conquiste in Anatolia e in Europa e suo figlio Murâd II (1421-44 e 1445-51) consolidò la potenza ottomana prendendo Salonicco (1430) e gran parte dell'Albania. Il figlio di lui Maometto II (1451-81) conquistò Constantinopoli (29 maggio 1453) mettendo fine all'Impero bizantino. Spenta quasi totalmente la tradizione politica e culturale di cui era stata centro per secoli, Constantinopoli (Istanbul) diventò uno dei principali centri religiosi, politici e culturali musulmani; il cristianesimo ortodosso sopravvisse in stato di sudditanza sotto i sultani, sempre più distaccato dall'Occidente cristiano, all'unione spirituale con il quale aveva aderito troppo tardi e senza grandi entusiasmi (Concilio di Firenze del 1439).
Con la presa di Trebisona (1461) e delle colonie genovesi di Caffa e della Tana gli Ottomani si assicurarono il possesso del Mar Nero; anche in Adriatico i Turchi occuparono basi importanti e nel 1480 minacciarono la penisola italiana con lo sbarco ad Otranto.
2. Il massimo sviluppo e la decadenza. Il massimo sviluppo dell'Impero ottomano fu opera di Selim I (1512-1520) e di suo figlio Solimano il Magnifico (1520-66). La conquista della Siria e dell'Egitto (1516-17), delle città sante musulmane di Mecca e Medina in Arabia, di Belgrade (1521), di Rodi (1522), dell'Ungheria (1526) e della Mesopotamia, la formazione di una flotta che dominò nel Mediterraneo orientale e centrale, la presa di Algeri (1516), Tunisi (1533) e Tripoli (1551) diedero ai sultani ottomani il possesso dell'Europa meridionale fino al Danubio, dell'Asia Minore e dell'Arabia e di quasi tutta l'Africa settentrionale ed essi si attribuirono e portarono di fatto il titolo di califfo imperatore dei musulmani. Loro antagonisti in Oriente furono i sovrani s'îti della Persia, in Occidente l'Impero d'Austria e Venezia, più tardi la Polonia e la Russia e talvolta l'unione degli Stati cristiani. Venezia si logorò nella difesa dei suoi possessi in Levante, perdendo successivamente Cipro (1571) e Candia (1645-69) e riuscendo però a salvare le Isole Ionie e la Dalmazia. L'Impero d'Austria vide minacciata Vienna una prima volta nel 1529 e una seconda nel 1683. Da quest'ultimo fallito tentativo contro Vienna si suol far datare la decadenza dell'Impero che peraltro già in altri scontri, come a Malta nel 1565 e a Lepanto nel 1571, aveva trovato un limite alla sua capacità di espansione.
Alla fine del sec. XVII e nel sec. XVIII l'Impero perdette i primi territori: l'Ungheria, la Serbia settentrionale, la Crimea. Nel sec. XIX lo sfaldamento avvenne in maggiori proporzioni perché agli attacchi esterni, specie della Russia, si accompagnarono le rivoluzioni interne e i movimenti nazionali. La Serbia, la Grecia (1821-30), la Romania, la Bulgaria si ricostituirono a Stati indipendenti, mentre l'Egitto otteneva (1841) completa autonomia e Tunisi allentava i legami con Costantinopoli.
Dall'inizio del sec. XIX l'Impero ottomano non fu più artefice di storia; forse soverchianti premevano ai suoi confini; l'Austria tendeva all'Egeo, la Russia a Costantinopoli e agli stretti; la conservazione dell'Impero ottomano fu per lungo tempo aiutata da Stati interessati a contrastare quelle mire; nella guerra di Crimea (1854-55) e nella guerra del 1877-78 la marcia dei Russi fu arrestata dall'intervento europeo. Le riforme (tanzîmât) iniziate nel 1839 non valsero a ridar vita all'Impero ottomano; la guerra balcanica del 1912-13 gli fece perdere la maggior parte del territorio europeo; la sconfitta nella prima guerra mondiale lo privò dei paesi arabi e mise in giuoco anche l'indipendenza del territorio prettamente turco. Il valore e la sagacia di Atatürk (1919-22) salvarono nel crollo dell'Impero ottomano lo Stato turco che, abolito il sultanato (2 nov. 1922), diventò la Repubblica di T. (29 ott. 1923). L'ultimo sultanato, Mehmed VI, lasciò Istanbul il 17 nov. 1922.
3. Ordinamento. L'Impero ottomano si affermò nei territori conquistati con una amministrazione precipuamente militare vivendo del lavoro dei popoli sottomessi e traendo da loro il nerbo delle sue truppe. Le rendite delle terre erano attribuite al sultanato, alla sua famiglia, ai ministri, ai capi militari e alle truppe territoriali con il sistema detto dei timâr e zi'âmet (redditi legati con obblighi militari). I giannizzeri, che estesero e poi difesero le conquiste, erano figli di cristiani ridotti in schiavitù e allevati per la guerra; dai loro ranghi uscivano i governatori, i generali e i ministri. Non esistette un'aristocrazia, non si formò una borghesia ottomana; soltanto le cariche re
TURCHIA - Stretto dei Dardanelli. Stampa di G. De Rossi (Roma 1699).
Igiose furono appannaggio della classe colta musulmana, che diede all'Impero la sua fisionomia di Stato teocratico musulmano. A. J. Toynbee (A study of history, Abridgment, Londra 1948, p. 177), annovera l'Impero ottomano tra le arrested civilizations, come esempio di civiltà insediate su territorio di conquista e incapaci di portare oltre un certo limite la valorizzazione delle loro capacità. La formazione di grandi Stati europei ai suoi confini e il sorgere dei movimenti nazionali resero insostenibile il mantenimento di un organismo in cui non s'era formata unità di cultura né coscienza di solidarietà statale e i diversi elementi etnici (millet «comunità») ricevevano impulsi esterni o si risvegliavano alle voci del loro passato. I nazionalisti dissidenti dei Serbi, dei Greci, dei Romei, dei Bulgari, degli Albanesi, degli Arabi precorsero di oltre mezzo secolo il nazionalismo turco dei dominatori.
Sotto l'aspetto religioso la formazione e la durata dell'Impero ottomano significarono un'espansione della fede islamica in Asia Minore e nella penisola balcanica; qui due terzi dell'Albania, gran parte dell'Epiro e della Macedonia, parte della Bulgaria (Vido, Rodope), della Romania (Dobruga) aderirono all'islam non tanto per effetto di persecuzione quanto per interessi locali e immigrazione di elementi turchi. Con la caduta dell'Impero, effettuato lo scambio delle popolazioni tra Grecia e Turchia (1923-24), l'elemento musulmano fu ridotto all'Albania e alla Tracia con scarse minoranze in Romania e in Bulgaria, a Cipro. Il rito cattolico latino si mantenne a Istanbul e nelle isole.
4. Storia contemporanea
Nata sulle rovine dell'Impero Ottomano, la Repubblica di T. (nel nuovo alfabeto turco-latino Türkiye Cumhuriyeti) fu proclamata dalla Grande Assemblea Nazionale di Ankara il 19 ott. 1923. I primi dieci anni della Repubblica furono un susseguirsi di riforme rivoluzionarie secondo la dottrina del kaimismo impersonata dal suo presidente Mustafa Kemal il quale, nell'importare i grandi mutamenti che scuotevano le fondamenta dello Stato e della società, si valeva del grande prestigio derivato dalla vittoriosa condotta della guerra d'indipendenza. All'abolizione del sultanato (1° nov. 1922) seguì l'abolizione del califfato (3 marzo 1924); la Costituzione del 20 apr. 1924 riconosceva l'islam come religione dello Stato, ma un emendamento del 1928 eliminò questa disposizione; l'indirizzo laico fu più espressamente sancito col successivo emendamento costituzionale del 1937. Il nuovo Codice civile (traduzione quasi integrale del Codice civile svizzero), entrato in vigore nel 1926, significò l'abbandono dello Statuto personale musulmano, con conseguente abolizione della poligamia ed equiparazione della donna all'uomo nel diritto successorio. Le innovazioni rivoluzionarie non toccarono solo la vita esteriore (abolizione del fez e obbligatorietà del cappello europeo, divieto delle vesti tradizionali per gli uomini di religione) e radicate abitudini secolari (abbandono del calendario musulmano per il calendario gregoriano nel 1925, festività della domenica in luogo del venerdì), ma incisero anche sul patrimonio culturale dei Turchi bruscamente avviati a una rapida occidentalizzazione. A ciò contribuirono profondamente l'abolizione della scrittura araba e l'introduzione dell'alfabeto turco latino («nuovo alfabeto turco» yeni türk harfleri) ordinata con legge del 3 nov. 1928. Ciò significava in definitiva voltare le spalle al passato, ignorare secoli di cultura arabo-turco-persiana, un patrimonio di idee espresso in una scrittura che a breve scadenza sarebbe rimasta indecifrabile alle future generazioni. Anche questa riforma fu portata alle estreme conseguenze e, se causò una profonda crisi culturale, non può dirsi sia stata priva di risultati positivi in quanto aiutò la diffusione dell'insegnamento elementare e risvegliò un movimento di riforma linguistica, che peccò di eccessi e stramberie ma ha giovato a rinnovare il patrimonio originale turco del linguaggio scritto.Il regime kemalista attese con successo anche ad impiantare le basi di un'economia nazionale indispensabile per l'effettiva indipendenza politica. Liberata dalle Capitolazioni con il Trattato di Losanna del 1923, la T. curò una propria organizzazione bancaria, favorì l'industria nazionale, costruì strade e ferrovie, liquidò i debiti contratti

Turchia - Stretto dei Dardanelli, Stampa di G. De Rossi (Roma 1699).
con il sorgere del Partito Democratico che si sviluppò rapidamente dal 1945 in poi e nel maggio del 1950 ottenne una forte maggioranza nelle elezioni politiche e conquistò il potere. Il Partito Democratico si propone gli stessi scopi nazionali e di politica estera del precedente partito, ma ha trovato miglior seguito nel paese per un atteggiamento più democratico e liberale, che ha già portato all’attenuazione di alcune esagerazioni delle disposizioni rivoluzionarie kemaliste in materia anche religiosa, come il divieto, ora ritirato, di recitare in arabo l’invito alla preghiera, e la riapertura di alcuni mausolei storici chiusi nel 1925.
III. SITUAZIONE RELIGIOSA
Per il periodo antico V. ANATOMIA; Cappadocia; Costantinopoli, patriarcato di. Nella T. moderna la religione cristiana ha subito un forte regresso, specialmente nell’Anatolia. Mentre avanti la prima guerra mondiale vi erano in Asia Minore 1.800.000 greci e 1.700.000 armeni ed anche altri gruppi relativamente numerosi di cristiani, oggi ne è rimasto ben poco.La Chiesa cattolica poteva nell’antica T. svolgere abbastanza liberamente la sua attività, anzitutto in numerose scuole, grazie alla protezione delle grandi potenze, in modo particolare della Francia. All’infuori di Costantinopoli l’attività missionaria è quasi interamente crollata. L’arrivo al potere dei kemalisti costò la vita a più di 200.000 cristiani che perirono nelle deportazioni o nei massacri. Il Trattato di Losanna firmato il 24 luglio 1923 decretò per i Greci lo scambio di popolazione: tutti i Greci, eccetto quelli domiciliati prima dell’ott. 1918 a Costantinopoli e dintorni, dovettero lasciare la T., mentre i Turchi furono obbligati ad emigrare dalla Grecia. Il Trattato di Losanna non presentava nessuna reale garanzia per i cristiani, che per conseguenza cominciarono dopo la firma ad abbandonare in massa la T. Già prima 170.000 cristiani avevano lasciato Costantinopoli dopo la vittoria dei kemalisti alla fine del 1922.
La ragione principale dell’ostilità della T. kemalista contro i cristiani stava nel fatto che essa voleva essere uno Stato nazionale ed indipendente e quindi intendeva eliminare possibilmente le minoranze, la cui protezione aveva nel passato offerto tante volte alle Potenze un comodo pretesto per ingerirsi nelle faccende della T. La posizione delle minoranze cristiane rimaste cambiò radicalmente in paragone con la vecchia T., essendo la nuova non più uno Stato musulmano teocratico, ma uno Stato moderno laico. In uno Stato musulmano i cristiani

con l'estero dal regime ottomano, condusse a compimento lo scambio delle popolazioni con l'uscita dall'Anatolia di ca. mezzo milione di Greci e l'impianto di un milione di Turchi profughi dalla Macedonia.
hanno necessariamente la propria legislazione in materia di matrimonio e famiglia, cioè il loro « Statuto personale ». Dopo la promulgazione nel 1925 del nuovo diritto civile, uguale per tutti, il Governo indusse le comunità cristiane a rinunciare « spontaneamente » al diritto ad uno Statuto personale garantito ancora dal Trattato di Losanna (art. 42). Segno esterno del carattere laico dello Stato doveva essere il divieto emanato nel 1934 di portare in pubblico abiti ecclesiastici (eccetto i capi supremi di comunità religiose). I cristiani furono fortemente pregiudicati nella vita sociale, il che causò una continua diminuzione della popolazione cristiana. Nel 1927 si contavano in T. 257.814 cristiani di cui 178.546 a Costantinopoli su una popolazione totale di 13.648.270, mentre nel 1950 erano rimasti soli 191.262 cristiani su ca. 19.000.000 di ab.
Cattolici di tutti i riti assommano ancora a 21.950, residenti in gran parte a Costantinopoli. Esistono le seguenti circoscrizioni ecclesiastiche: il vicariato ap. di Costantinopoli con 7700 fedeli, che comprende pure la maggior parte dell'Asia Minore eccetto i territori di Smirne e Trebisonda, poi il vicariato ap. di Asia Minore, con residenza a Smirne, con ca. 1000 cattolici e un territorio di 171.606 kmq., infine la missione sui turis di Trebisonda, eretta nel 1931, con 214 cattolici su un territorio di 189.440 kmq. Per i cattolici di rito orientale all'infuori di Costantinopoli (v. non esistono circoscrizioni proprie. Nessuno dei numerosi vescovi esistenti nell'Asia Minore nel tempo della vecchia T. è più provvisto. Ci sono ancora alcuni cattolici orientali ed anche dissidenti in Cilicia, ad Alessandretta e nell'angolo sud-orientale della T.: a Dijarbekir, Mardin e nel Tur 'Abdîn. Armeni si trovano dispersi a piccoli gruppi in varie città.
In questi ultimi anni il governo turco ha alquanto modificato la sua posizione verso la religione. Il ritorno a forme più democratiche di governo dopo la morte di Kemal Atatürk e il crescente pericolo del comunismo hanno indotto il governo ad una maggiore tolleranza. Nel febbraio 1949 fu introdotta l'istruzione religiosa facoltativa nelle scuole di Stato. Le scuole cattoliche hanno alquanto migliorato le loro condizioni e godono della fiducia anche degli cattolici. È sintomatico il fatto che la Chiesa « ortodossa » poté nella festa dell'Epifania 1952 compiere di nuovo la tradizionale cerimonia della benedizione del mare.
BIML: R. Janin, *La ruine des chrétiens de T. blan d'après guerre*, in *Echos d'Orient*, 22 (1923), p. 66 ssg.; M. Bourgoin, *La T. d'Atatürk*, Parigi 1936; G. de Vries, *La Chiesa nella T. moderna*, in *Civ. Catt.*, 1942, II, pp. 16-21, 92-97. Diverse cronache in *Echos d'Orient*, *Oriente Moderno* e *Proche Orient Chrétien*. Guglielmo de Vries
IV. LETTERATURA
La letteratura dei Turchi dell'odierna Repubblica di T. (dal 1923) e dell'Impero ottomano (dal 1300) ha lontane radici nella loro storia più antica che conviene ricordare, sia pure a grandi linee, fin dalle origini.La sede antichissima dei Turchi era nella regione montuosa del Tien-shan; di qui fin dai tempi preistorici essi si spinsero ad Oriente ai confini della Cina ed entro il suo stesso territorio, ad Occidente al Mar Caspio e al Mar Nero, e a sud nell'Iran e nell'India. Turchi erano gli Unni che premevano sulla Cina nei secc. IV-III a. C. e che poi fondarono un effimero impero fino in Europa (secc. IV-V d. C.). Più tardi notizie cinesi e bizantine descrivono nei secc. VI-VIII d. C. un vasto impero dei Turchi dell'Asia centrale i cui sovrani sono menzionati in iscrizioni in lingua turca trovate nell'odierna Mongolia, nella valle dell'Orkhon, datate dalla prima metà del secc. VIII d. C., nelle quali appare per la prima volta in turco il nome etnico Türk (corrispondente a T'uk'ü)
TURCHIA - Sarcofago ellenistico, detto delle « piangenti » - Costantinopoli, Museo.
dei Cinesi, Tööpxoi dei Bizantini). Le iscrizioni dell'Orkhon, in particolare alfabeto runico, oltre ad essere il più antico monumento linguistico dei Turchi, sono un documento letterario notevole per il racconto epico dei fatti di guerra e l'espressione dei sentimenti umani. I Türk o Göktürk veneravano un dio (turco) del cielo chiamato Tenri e altre divinità della terra e delle acque. Il loro regno terminò verso il 745 d. C. con il prevalere del popolo, pure turco, degli Uigur, i quali dominarono nell'odierna Mongolia fino all'860 d. C. e anche in seguito, fino al sec. XIII, costituirono aggregati etnici e politici più ad occidente in quello che oggi si chiama Turkestan orientale o cinese.
Gli Uigur, a differenza dei Göktürk, subirono l'influenza delle civiltà e delle religioni dell'Asia, specialmente del buddhismo e del manicheismo e anche del cristianesimo nestoriano. Da loro prende nome l'abbondante letteratura « uigurica » scoperta in manoscritti del Turkestan orientale alla fine del sec. XIX e all'inizio del sec. XX, in lingua turca, con alfabeti diversi, tra i quali prevalere l'uigurico derivato dall'aramaco attraverso il soggiacimento. Questa letteratura non è originale; per la massima parte è costituita da traduzioni di testi religiosi e morali buddhisti e manichei; è considerevole lo sforzo per l'adattamento della lingua turca ai concetti nuovi; ma spesso s'incontrano termini cinesi, sanscriti e iranici.
Una fase nuova nell'evoluzione letteraria dei Turchi comincia nel sec. X per il contatto con i musulmani e con la cultura arabo-persiana, nella quale s'inserisce rapidamente la maggior parte dei Turchi a seguito della conversione alla religione musulmana. Il primo popolo turco entrato in massa nell'islam nel sec. X fu quello misto di Qarluq, Türkmen, Oguz stanzato tra il Turkestan orientale e l'attuale Turkestan russo e dominato dalla dinastia dei Karahanidi (secc. X-XII). A un loro sovrano regnante a Kaşgar nel 1070 d. C. fu dedicato il poema *Kutadgu Bilik* (« La scienza che dà la felicità »), prolissa raccolta di insegnamenti politici, morali e religiosi, opera di Jūsuf Hājib (Jūsuf il ministro). Vi si incontrano vocaboli arabi e persiani, ma in proporzione ridotta; in seguito l'influenza arabo-persiana prevale e anche l'alfabeto uigurico cede all'uso dominante dell'alfabeto arabo.
La letteratura turca di ispirazione musulmana si sviluppa specialmente per opera di confraternite mistiche nel Turkestan; Ahmed Jesevi (m. nel 1166 c.a.) dà espressione al sentimento religioso in brevi poesie raccolte in un *dīvān* che ha avuto grande diffusione nell'Asia centrale fino a tempi recenti. Alla stessa corrente religiosa islamica appartengono il poemetto *Jūsuf ve Zu-

Turchin - Sarcofago ellenistico, detto delle "piangenti " Costantinopoli, Museo.
La scarsa attività letteraria dei Turchi nell'Asia centrale sotto il dominio russo e cinese si esprime ora in varietà moderne del turco orientale (uzbeco, türkî). 2) Nella regione del Caucaso e della Persia occidentale vive in molti dialetti il turco meridionale detto dzerî (una forma di turco oguz-turcomanno con influssi orientali), che si è affermato anche letterariamente nei canzonieri di Nesîmî, Habîbî (sec. xv), Hatâ'î (pseudonimo poetico di Ismâ'îl fondatore dello stato safawide in Persia) e Fuzûlî (sec. xvi) e ha avuto interferenze con il primo sviluppo della letteratura turca d'Anatolia. Nella letteratura dzerî va incluso il cosiddetto Libro di Dede Qorqut, anonima raccolta di racconti epici oguz o turcomanni, notevolissimi per potenza ed efficacia espressiva, fondati su antiche tradizioni ma redatti nella forma in cui ci sono noti nel sec. xv. 3) In Anatolia e nella Turchia europea, nel territorio dello Stato che dal 1300 si estese a formare l'Impero ottomano, assorbendo l'Impero di Bisanzio (1453) e il mamlûko di Siria e d'Egitto (1516), si è svolta per sei secoli la letteratura turca detta ottomana ('otmânlî'), distinta per particolarità di lingua (turco meridionale evolutosi fuori da influssi turchi orientali), ambiente, mescolanza di cultura ed elementi etnici.
I modelli arabi e persiani (questi soprattutto nella lirica, nei poemi romanzeschi e nella novellistica) sono prevalenti nella letteratura ottomana, che tuttavia non è del tutto priva di originalità. La lirica dottata, detta drûn edebijâtî «letteratura dei canzonieri», per la quale sono celebrati Bâqî (1526-1600), Nef'î (1582-1636) e Nedim (1681-1730), descrive in brevi componimenti, detti qasîde, la primavera o l'autunno, commemora uomini e fatti, loda ed esalta sultan e ministri largitori di benefizi; in altri brevissimi, detti gazel, svolge il motivo dell'amore con raffinata concettosità e artifici retorici, spesso adombrando nei simboli dell'amore (il vino, il cappiere, l'amata e suoi vezzi) una complicata figurazione dell'amore mistico che, se è sincero in Fuzûlî (sec. xvi) e pochi altri, non si riconosce agevolmente nella congerie degli imitatori. La schiettezza del sentimento religioso, fuori dalle metafore, resa più eloquente dalla semplicità della lingua vicina all'uso popolare, è caratteristica di pochi poeti come Jûnus Emre (sec. xiii-xiv) e altri che costituiscono una corrente distinta nella letteratura turca, la cosiddetta tekke edebiyâtî (letteratura dei conventi o delle confraternite); anch'essa però con il tempo degenera in eccessi e perde sincerità. Altra corrente letteraria è quella semidotta dei cantastorie o menestrelli (gli 'asîq) detta sâz â'irleri edebijâtî vicina al popolo per la lingua e destinata soprattutto al canto. Né è mai venuta meno, nello strato più profondo della tradizione, la vena della poesia popolare che ha spunti e motivi d'arte vera e genuina.
I poemi ottomani cantano i soggetti romanzeschi già trattati dai persiani (le imprese di Alessandro, gli amori di Jûsuf e Zulejâb, di Meghnûn e Lejîlâ) o espongono insegnamenti mistici (il Garîbâme di 'Asîq Pasciâ) o esaltano la vita del Profeta (risale-i mohammedijeh di Jazîgî-Ogû Mehmend, del sec. xvi). Un piccolo capolavoro di questo genere, semplice e di sentita religiosità, è il Melvidî di Sulejmân Ćelebi (m. nel 1421), ancor oggi recitato in Turchia. Quasi ultimo frutto della tradizione poetica mistico-romanzesca persiana è il poemetto Hûsn ve 'Asîq («Bellezza e Amore») di Šejb Gâlib (sec. xviii).
La prosa ottomana, molto artificiosa nella lingua e nello stile, annovera opere di storia, qualche trattato politico (uno notevole di Qoû Bej del sec. xvii), una bibliografia di Kâtib Ćelebî e un famoso viaggio (sejâhat-nâme) di Evlîjâ Ćelebî (ambedue del sec. xvii).
La più recente letteratura turca dal sec. xix fino ai nostri giorni è caratterizzata da un vieppiù stretto accostamento alle fonti del pensiero e dell'arte occidentali e in un certo senso attraversa le stesse fasi dell'evoluzione politica dell'Impero ottomano e della Repubblica di T. che sorge sulle sue rovine. Verso la metà del sec. xix, mentre l'Impero ottomano opera le riforme (tanşîmât) le quali però non lo salveranno dallo sfacelo per il distacco dei popoli sottomessi (Greci, Serbi, Bulgarî, Rome, Albanesi, Arabî), i Turchi apprendono le lingue

Turchia - Abdulhamit I. Ritratto ad olio, del periodo di transizione (fine del sec. xvili) - Topkspon, Museo.
straniere, anzitutto il francese, vengono a istruirsi in Europa, riformano le scuole, danno sviluppo alla stampa, acquistano coscienza della loro individualità etnica un tempo sommersa nella più ampia comunità islamica o ottomana. Primi affermatori del nuovo indirizzo sono Ahmed Vefiq Pascia (1823-91), Sinasi (1826-71), Namiq Kemal (1840-88), Semsuddin Sami Frašeri (1850-1904). Ma è ancora un periodo di predominante ispirazione orientale, almeno nella pura letteratura, della quale il più illustre maestro è per quel tempo 'Abd ul-Haqq Hamid (1852-1937).
In corrispondenza con la rivoluzione politica del 1908-1909 avviene al principio di questo secolo un ulteriore passo verso il rinnovamento delle fonti di ispirazione e dei mezzi di espressione; ne sono promotori il filosofo e poeta Zija Gök Alp (1876-1924), il novelliere 'Omer Seifuddin (1884-1920), la scrittrice Hâlide Edib, i romanziere Ya'qub Qadri e Rešâd Nûri, il poeta Mehmed Emin (1869-1924). S'introduce nella letteratura una forma di tipo occidentale, si danno saggi di opere di teatro (fino a un secolo fa ignoto ai Turchi come agli Arabi e ai Persiani) per imitazione o adattamento dei modelli europei, si rinnova la lingua. La riforma rivoluzionaria kemalista del 1923-38 porta la cultura turca alla definitiva occidentalizzazione, all'abbandono dell'alfabeto arabo per il turco-latin (1928), all'abolizione dell'insegnamento dell'arabo e del persiano, alla laicizzazione dell'insegnamento. Dell'effetto di queste riforme si può dire per ora soltanto che hanno sconvolto il campo letterario, hanno determinato una crisi culturale e spirituale e non sembrano escludere la conciliazione del presente con i valori non perituri del passato.
V. Arte
Da tempo si è reagito in T. all'opinione, diffusa nel mondo occidentale, che l'arte turca sia ISLĀM (v.), avendo ricevuto, più che fornito apporti ai centri della cultura musulmana, variamente individuati per le singole arti nell'Iran, in Siria, in Egitto, nella stessa India. Si sono indicate le fonti dell'arte turca nelle regioni stesse presso le quali hanno attinto tutte le altre civiltà medio-asiatiche del mondo moderno e documentati gli influssi turchi sull'arte degli altri popoli musulmani. Si dovrà riconoscere tuttavia che sono ancora scarsi i sussidi degli studi specializzati e la conoscenza dei documenti probanti, così che a tutt'oggi non è possibile esprimere sull'argomento un giudizio definitivo.La valutazione del genio artistico dei Turchi deve innanzi tutto tener conto della civiltà da essi espressa prima delle trasmigrazioni e della loro conversione all'islam. È certo che nelle prime sedi dell'Asia centrale essi raggiunsero un alto livello di cultura, con scambi frequenti e apporti alla civiltà scita e smarrita verso occidente, indù e cinese ad oriente. Il ciclo dei dodici animali simbolici raffiguranti i mesi dell'anno (topo, bue, tigre, lepre, drago, serpente, cavallo, montone, scimmia, uccello, cane e cinghiale), e il tema così frequente nei fregi scolpiti della lotta tra due animali selvaggi, sembra, ad es., che si debbano assegnare alla primitiva arte turca: da questa, variando i significati, sono poi passati a tutte le civiltà figurative dell'Asia, compresa la bizantina.
Naturalmente, dopo la conversione, il contenuto ideologico e le prescrizioni della religione musulmana determinarono nuovi orientamenti anche per l'arte turca. L'imposizione di non raffigurare persone vive, ad es., costrinse scultori e pittori ad abbandonare la ritrattistica e gli spunti figurativi della realtà umana, per attendere solo a creazioni squisitamente decorative, accentuò il processo di stilizzazione astratta dei simboli zoomorfici e fitomorfici, e, nella miniatura, dello stesso tipo umano. Analogamente, dopo la conquista dell'Asia Minore, non fu senza conseguenze il contatto con l'evoluta architettura bizantina. Non mancano esempi di antiche chiese cristiane adattate a moschee (fra le costruzioni più interessanti, la chiesa Guez Han vicino ad Antalia, di cui sono ancora individuabili struttura e pianta primitive, e la chiesa di Kaleb presso Alaya, con la tipica cupola bizantina inserita in un sistema di fortificazioni costiere).

senza conseguenze il contatto con l'evoluta architettura bizantina. Non mancano esempi di antiche chiese cristiane adattate a moschee (fra le costruzioni più interessanti, la chiesa Guez Han vicino ad Antalia, di cui sono ancora individuabili struttura e pianta primitive, e la chiesa di Kaleb presso Alaya, con la tipica cupola bizantina inserita in un sistema di fortificazioni costiere).
(da Neureulich Berk, op. cit., iuv. f. f.) Turchia - Una pagina del Chehnamé di Firdensi. La figura centrale rappresenta forse Mabmûd di Ghanna. Miniatura di Nakkache Osman (sec. xvi).
Ma l'architettura civile rimase fedele, pur nelle diverse soluzioni funzionali, alla tradizione della casa d'abitazione con logge esterne e sporti; ed anche l'arte decorativa non conobbe sbandamenti e non si lasciò attrarre fuori dall'orbita della tradizione. Solo nel periodo del rococo, per infatuazione della cultura francese, e, nell'Ottocento, per una necessaria apertura verso il mondo occidentale determinata anche da ragioni politiche, il processo formale dell'arte turca deviò dalla sua linea conseguente e tradizionale.
L'apporto positivo dei Turchi all'architettura islamica appare consistente già nei periodi gavnevia e seggiukida, in Persia (secc. XI-XII). Lo schema della medersa (madrasah, medrese in turco, edificio in cui fu accolta la scuola musulmana con un'aula o cortile centrale e ambienti sussidiati per maestri e alunni, costruita generalmente a pianta cruciforme, con quattro grandi *itkan*, o altri, sistemati di solito all'estremità degli assi principali), fu introdotto dai Turchi in Persia e nell'Asia Minore, e si diffuse poi in tutti i paesi musulmani. Le mederse superstiti in Turchia, recentemente adibite a moschee, presentano, a differenza di quelle delle altre regioni, grandi portali in marmo scolpito. Tipico esempio dell'influenza turca in Egitto è la moschea d'Ibn Tulun al Cairo.
Il gruppo di giamì e méderse artisticamente più ragguardevoli risale ai secc. xiv-xvi. Particolarmente interessanti come prodotti anatolici (con cortile) sono la Ulu Giami di Ishak Bey a Manisa (1402 ca.), la Feşil Giami di Antalia, le Ulu Giami di Birghe e Tireh; dalle quali discendono le giamì e méderse di Sivas, Niksar, Divrigi, Akşehir, Van, Konia. La Isa Bey di Selguk (1375) può essere considerata, invece, come l'esemplare più perfettamente conservato di moschea senza cortile. Varianti di un tipo più evoluto, che determinerà la forma complessa con più l'wan e cupole, presenta la moschea di Aqsunqur (1346).
lora: il capo della religione; l'« Efeaf », una specie di direttore amministrativo; i capi delle minoranze religiose, le autorità, da cui dipendevano le scuole straniere, i rappresentanti dei singoli enti e, da ultimo, il Ministero.
La Repubblica apportò subito una ventata di novità. Già fin dal 3 apr. 1924, prima ancora che la grande Assemblea nazionale approvasse la nuova Costituzione (30 apr. 1924) una legge fondamentale dell'istruzione sancì il principio della istruzione primaria gratuita e obbligatoria; nel 1928 venne abrogato l'art. 2° della Costituzione, che riconosceva l'islamismo come religione dello Stato, si impose l'uso dell'alfabeto latino, e si soppresse lo studio dell'arabo e del persiano nelle scuole secondarie, dove si doveva insegnare a adoperare soltanto il turco; nel 1931 si proibì ai Turchi di ricevere l'istruzione primaria in scuole straniere; il Ministero, inoltre, avocò a sé le funzioni direttive della organizzazione scolastica e la sorveglianza su tutto ciò che sa di cultura e di incivilità (biblioteche, istituzioni post-scolastiche, pubblicazioni e raccolte di archeologia).
Attualmente le scuole sono ripartite in 7 tipi:
a) Scuola materna. — Creata nel 1908, ebbe subito miglioramenti sostanziali, specialmente con la formazione di nuovi e più numerosi insegnanti meglio preparati all'ufficio da disimpegnare.
b) Scuola primaria. — Di 5 anni. Quelle che già esistevano nelle città e nei grandi centri, vennero risanate, aggiornate e moltiplicate; ma si volle pensare in modo tutto particolare ai villaggi e alle campagne, dove la popolazione rurale era abbandonata a se stessa. Perciò si aprirono ovunque scuole rurali, destinate ad innalzare il livello delle grandi masse dei contadini e dei pastori. Si intese anzi di dare a queste scuole una posizione preminente, perché la gran parte della popolazione turca è rurale. E per avere entro breve tempo il numero sufficiente di maestri adatti, vennero istituite nel 1936 le scuole chiamate « Istituti del villaggio » corsi speciali di 8 mesi per preparare gli educatori rurali. I quali debbono essere scelti fra i contadini, che escono dal servizio militare con almeno il grado di caporale, siano preferibilmente proprietari di un discreto terreno e con i requisiti e le doti richieste per la missione da esercitare. Questi diplomati debbono occuparsi di ogni genere di istruzione e di lavoro agricolo, concernente il villaggio dove fanno scuola, e sorvegliare che i lavori di viticoltura, giardinaggio, ecc. siano da tutti svolti bene, secondo i metodi scientifici, in modo da procurare davvero il benessere della popolazione. Alla scuola primaria appartengono anche i corsi diurni e serali istituiti in locali appositi per l'istruzione statale degli adulti.
c) Scuola media. — Di 3 anni, il cui insegnamento comprende: lingua turca, storia e geografia, matematica, fisica e chimica con nozioni di scienze naturali e igiene, calligrafia, musica, ginnastica e cultura militare. Altri tipi di scuole medie sono specializzate per la preparazione all'esercizio di arti e mestieri, o commercio, o per gli impieghi.
d) Liceo. — Di 3 anni: vi si accede dalla scuola media, previo esame. Comprende: letteratura, filosofia, psicologia, storia e geografia, matematica, fisica e chimica, scienze naturali, lingue straniere, ginnastica e cultura militare. Dopo l'ordinanza del 30 nov. 1940, nella scuola media e nel liceo fu introdotto lo studio del latino per preparare i giovani agli studi classici.
e) Scuola normale. — È parallela al liceo e forma i futuri maestri per la scuola primaria. Vi si comprendono anche i tipi di scuole specializzate per la formazione di insegnanti di musica e disegno, lavoro manuale e ginnastica sia per l'istruzione primaria che per la media.
f) Scuole professionali. — Sono poste alla diretta dipendenza di una direzione apposita presso il Ministero della pubblica istruzione. Affidate da principio a specialisti stranieri, sono ora condotte da insegnanti turchi. I tipi e gli indirizzi di esse sono vari a seconda della importanza delle professioni.
g) Istruzione universitaria. — L'insegnamento universitario, più o meno instaurato, ora, secondo il modello dei paesi occidentali e dell'America, comprende parecchi Istituti:

turco-mongoli - Donne mongole nel loro vecchio costume.
stituite da agricoltori sedentari. Nel Turchestan cinese vi furono i Turchi Uiguri, di cui oggi esistono solo dei gruppi (Yungur), essendo stato distrutto il loro grande regno medievale dai Mongolii.
I Turchi, che hanno conservato la lingua e molto della cultura originaria, sono le tribù turche dell'Asia centrale, che si trovano al nord e al sud dei Monti Altaici e nelle pianure del corso superiore del Yenissei e dei suoi affluenti. Sono stati distinti in quattro gruppi: 1) i Tatari degli Altai meridionali, detti anche Telengut, con quattro sottogruppi; 2) i Tatari degli Altai settentrionali con cinque sotto gruppi; 3) i Tatari dell'Abam con sette sotto gruppi; 4) i Sojoli o Sojoni-Caragassi, detti anche Tubai o Uriankhai, con sei sotto gruppi. I Turchi linguisticamente più puri sono i Telengut, che provengono dagli antichi Turchi Tuküe e dai Uiguri, compresi i biondi Tingling e i Hakas Kirghis. Alcuni di questi gruppi sono Samoyedi o Yenisseiani turchizzati, o incroci di tribù turche con Yenisseiani, come i Turchi dell'Abacara, altri sono completamente russi, come i Tatari Tsolim, o islamizzati, come i Tatari Barabba. In origine l'economia dei Turchi era basata principalmente sull'allevamento dei cavallo, da cui avevano il latte, la carne, le pelli e i trasporti, non conoscevano l'allevamento della capra e del porco, né l'agricoltura. Oggi, invece, un grande gregge di bestiame, p. es., presso i Kirghis, può arrivare ad avere otto, dieci mila cavalli, ventimila capre e bovini, mille cammelli e cinquanta mila pecore. I Turchi, detti alla pastorizia, menano una vita nomade nellesteppe, un po' sedentaria negli abbondanti pascoli dei Monti Altaici, detti appunto il paradiso dei pastori. Sono transumati l'anno è diviso in due parti, estate e inverno. Prima usavano fare, come gli indoeuropei, grandi fuochi con molto fumo, per difendere se stessi e il bestiame dagli insetti (tafani e zanzare) e dalle malattie. Le loro armi erano l'arco riflesso e la freccia; in un secondo tempo svilupparono la cavalleria e usarono il carro da guerra, che furono ambedue di grande importanza militare e politica. La casa fu la casa sotterranea, ma esisteva nello stesso tempo esistente ben presto anche la tenda. I Turchi in genere tengono poco al lavoro puramente corporale. L'economia, essendo principalmente maschile e richiedendo molto personale per sviluppare i grandi greggi, ha portato alla formazione della grande famiglia con l'unità di direzione. I figli, dopo lo sposalizio, restano sotto l'autorità del padre, e, morendo questi, passano sotto l'autorità del fratello maggiore, figlio primogenito; si ha il cosiddetto diritto del maggiorioso. Si desiderano molti figli maschi; la donna è in una situazione d'inferiorità sociale, giuridica ed economica, non ha il diritto di proprietà, benché non si possa disporre della sua dote senza il suo consenso.
Si ha un'accentuazione della patria potesta, che spesso diviene dispotica e dà al patriarca una specie di atteggiamento maiestatico in famiglia anche rispetto alla moglie. Il matrimonio è monogamico, benché oggi non esclusivamente, ma dalle leggende dei primitivi eroi della tribù appare come il matrimonio ideale. Ciò giustifica pienamente il movimento della Turchia moderna di riportare il proprio popolo a questa monogamia ideale preislamica. Per il matrimonio è richiesta l'integrità della sposa, tanto che si vuole anche la prova della sua verginità. Se alla prova risultasse il contrario, il matrimonio è ritenuto invalido, la famiglia si crede disonorata, lo sposo, p. es., presso i Kirghis, adirato uccide il proprio cavallo, distrugge la tenda nuziale e ingiuria la famiglia, ma specialmente i genitori della sposa. Il matrimonio è per compra della sposa, ma questa riceve dalla sua famiglia la dote, che mitiga tale carattere. La parentela di consanguineità è molto sviluppata e su essa è fondata l'esogamia; p. es., la parentela di affinità può finire al primo grado collaterale. I Yacuti, p. es., sono raggruppati in clan (aga-usa), in nasleg e in ulus. Un clan è composto talvolta solo di pochi individui, talaltra di poche centinaia. Un nasleg comprende da uno a più di trenta clan. L'ulus è formato spesso da parecchi nasleg. Tutto il clan è responsabile in solido dell'omicidio commesso da un suo membro; si è obbligati a alla vendetta del sangue o al pagamento dei danni. La vendetta del sangue è stata talvolta ereditaria per molte generazioni. Un'ingiuria di una persona del clan verso un'altra persona dello stesso clan non è punita: quando però vi è un omicidio, l'omicida è legato ad un albero nell'interno della foresta e lasciato morire di fame. È molto sentito l'ordine di precedenza della parentela: l'assemblea, p. es., di un ulus è composta di tre circoli. Nel primo circolo siedono i capi di clan (bis-usa-toyons) e i sesiny: nel secondo i nobili (toyons) e i guerrieri (batirs); nel terzo il popolo e la gioventù. Ogni clan è raggruppato dietro il suo rappresentante del primo circolo.
I Turchi passarono dalla caccia all'allevamento del bestiame; non esistono presso di loro indizi di matriarcato. né di totemismo. Nella società turca nomade è stata rilevata la divisione in ranghi, detti «ossia bianche» e «ossia nere». Finché i Turchi sono rimasti nomadi, non hanno manifestato tendenze alla vita statale ed alle formazioni di Stati, ma sono rimasti organizzati in grandi famiglie e clan (gentes). Presso i Turchi degli Altai soltanto è stata notata l'iniziazione della gioventù, che però è ridotta al rito del taglio del ciuffo dei maschi puberi ed è di carattere individuale; niente si fa per le giovani. I Turchi sono molto inclinati all'arte narrativa. Hanno leggende eroiche, rapsodie e canti epici di grande ampiezza. La loro religione è basata sulla credenza e sul culto di Dio, essere sommo personale, creatore del cielo, della terra, dell'uomo e di tutte le cose, chiamato Tengri (Dio del cielo) o Cielo, cui vengono consacrati, oppure offerti in sacrificio gli animali, particolarmente il cavallo. In primavera, che si può paragonare al tempo della raccolta per i pastori nomadi, viene offerto al Dio del cielo il sacrificio primizio, che consiste nell'offerta del latte fresco di cavalla e d'erba o di muschio fresco. Il Dio del cielo è ritenuto in speciali relazioni con il sole, la luna, il tuono e il fulmine. Oggi vi è uno sciamanesimo bianco e nero, ma originariamente mancava ogni forma di sciamanesimo, come pure la credenza nelle divinità sotterranee (la dea Terra). Il dualismo, che consiste nella credenza in divinità della luce e benevole, immaginate in alto, e in divinità dell'oscurità e malevole, che sono poste in basso sulla terra, è provenuto dal sud con lo sciamanesimo. Anticamente verranno due esseri mitologici, simili ai dioscuri degli indoeuropei, i quali erano concepiti in speciali relazioni con le stelle, il cavallo e il cavicchio; l'oriente era ritenuto il punto cardinale sacro; vi era un particolare culto degli antenati e degli eroi, mancava il culto dell'orso. Presso i Turchi degli Altai si usa fare la riproduzione dei Somo, che rappresentano le anime dei nove antenati, incaricate di pro-

Turco-mongoli - Donne mongole nel loro vecchio costume.
teggere i loro discendenti. La religione monoteistica del Dio del cielo è stata tanto forte e profonda, che presso gli odierni Yugur, discendenti degli antichi Uiguri, non solo non è stata distrutta dal lamaismo buddista, ma ha esercitato su questo un grande influsso.
II. I Mongoli, da mong-hol (valorosi?), nome proprio di un'orda di Gengis-Khan, il quale nel 1189 fu dato a tutta la nazione, sono divisi in molti gruppi, basati sulla parentela di consanguineità, dei quali i principali sono i Buriati, i Chalca, i Sunit, i Ciahar (nelle steppe del Gobi), gli Olèd (Eleuti, Oirat, Urot), i Turgoti (Alascani), gli Ordos, i Tanguti (nell'alto bacino del Kuku-nor), i Sciaro (nel Lop-nor). La cultura dei Mongoli è simile a quella dei Turchi. Dal sec. XIII sono lamiati. Vi sono alcuni gruppi, specialmente marginali, che sono dediti all'agricoltura. Come i Turchi, così gli antichi mongoli avevano una religione fondata sulla credenza e il culto del Dio del cielo, ma oggi si osserva che manca loro l'idea di un Essere Sommo, credono in più esseri spirituali che, p. es., presso i Buriati, sono divisi in classi, aventi ognuna il proprio capo. Gli spiriti più alti abitano in cielo e sono chiamati Tengeri, Tengeriny. I Tengeri sono novantane e hanno ognuno il proprio nome. Quelli dell'ovest sono chiamati Baruni, quelli dell'est Zuni. I Baruni sono buoni e più numerosi degli altri, essendo 55, e sono detti Tengeri Bianchi (Sangani Tengeri); i Zuni sono cattivi, vengono chiamati Tengeri Neri (Kharun Tengeri), e sono quarantacinquanta. Vi è però ancora oggi qualche gruppo mongolo, che conserva viva la fede avita nel Dio del cielo.
III. I popoli T
M. sono restati famosi nella storia come forti, terribili, guerrieri e fondatori di vasti imperi e di grandi dinastie. Nel medioevo furono riuniti nell'Asia centrale in una potente nazione da Gengis-Khan, feroce condottiero, definito flagello dell'umanità, nato ca. il 1155-1156. Costituirono il terrore dell'Europa, dove arrivarono fino in Germania e in Ungheria; invasero quasi tutta l'Asia, giungendo fino in Giappone e dominando popoli di alta civiltà, come i Cinesi e gli Indiani. Degni di particolare menzione i tre khanati da loro fondati in Persia, nel Turchestan (Ciagatai) e nella Russia meridionale (Kipicac). I T.-M. formano indubbiamente un gruppo di popoli affini per lingua e cultura (oggi una cultura molto complessa), e sono chiamati popoli alatici. Fino dall'origine, però, i Turchi sono, come si è detto, i tipici allevatori di cavalli, i Mongoli appaiono in una situazione intermedia, perché da una parte sono autentici allevatori di cavalli e cammelli, dall'altra hanno una mitologia, in cui è radicato il bove; i Buriati, p. es., riconoscono quale loro capostipite mitico un essere a forma di toro, chiamato Bucha nojon babá. Perciò i Mongoli si presentano come un composto di vari elementi di razze e di cultura. Antropologica-mente i T.-M. sono due razze distinte: i Turchi sono di razza turanide, appartenente agli europidi; i Mongoli sono di razza tunghide dei mongolidi, secondo la classificazione antropologica del Biasutti. Il von Eickstedt rileva nella razza turanide qualche cosa di mongolide, essendosi essa trovata vicina al luogo di differenziazione delle razze e in vicinanza dei paleomongolidi.Linguisticamente sono stati classificati con i T.-M. nel ceppo alatico anche i Tungusi e i Manciuriani, i Coreani e i Giapponesi, gli Uralici (Ugro-Finnici) da Trombetti e altri, gli Aleutici e gli Eschimesi da W. Schmidt, formando così il gruppo uralo-alatico. Ma vi sono studiosi, che non ritengono ancora sufficientemente provata l'affinità interiore non solo dell'uralo-alatico, ma neanche del gruppo alatico stesso, non reputando sicuramente provata l'appartenenza ad esso del Coreano e del Giapponese.
di S. Apollinare e in una miniatura del Sacramentario di Gellone, sec. VIII). Forme semplici, seppure talvolta geometricamente più articolate, presentano anche i manufatti dell'alto medioevo, adorni con decorazioni geometriche e incisione a sbalzo, compatibilmente con il metallo usato, che è prevalentemente il bronzo.
Nel periodo romanico si fa più frequente l'uso di materie nobili (oro, argento) e di decorazioni complesse, anche al cesello. Si diffonde il tipo a quattro catenelle, che poi prevarrà nel gotico. A quest'ultimo periodo appartengono i più preziosi esemplari artistici che si conservano nei tesori delle basiliche e nelle raccolte italiane (Anagni, Cattedrale; Mozzanello, Parrocchiale; Francavilla a Mare, S. Franco; Mercatello, S. Francesco; Miletto, Cattedrale; Padova, S. Antonio; Siena, Duomo). L'estro degli orafi gotici si sbizzarrì nell'architettura guglie, pinnacoli, loggette, che simulano tabernacoli, torri, fronti di chiese e palazzi. I manufatti del sec. XVI resti testimonianze invece l'accostamento alle forme tardo-rinascimentali, come il t. di S. Giovanni Peresti a Stilo, o l'altro, che può essere considerato il capolavoro del tipo a tabernacolo, della cattedrale di Borgo S. Donnino: la sua finissima esecuzione lo ha fatto assegnare alla bottega del Cellini. Fra gli innumerevoli esemplari dell'argenteria barocca si elevano, per sicurezza di gusto e grazia di ornati, i t. della chiesa arcipretale di S. Pietro a Magisano e della cattedrale di Rossano, entrambi del sec. XVII; e quelli di S. Maria Maggiore a Taverna; di S. Maria Maddalena a Norano Calabro, delle parrocchiali di Monchio e Bivongi, di S. Petronio a Bologna, tutti del sec. XVIII. Pregevoli, nel sec. XIX, i t. delle cattedrali di Caulonia e Gerace. I migliori esemplari del nostro secolo appartengono all'arte delle missioni.
Struttamente connessa al t. è la navicella, vaso a forma di piccola nave di metallo, raramente di legno o di cristallo, che contiene l'incenso. Fra le navicelle artistiche sono da ricordare, ad es., quella del Tesoro del Santo a Padova, che reca nell'interno dello sportello una fine inci
