TURCHIA. - La Repubblica turca, proclamata il 31 ott. 1923, è lo Stato uscito dalla dissoluzione dell'Impero Ottomano e dal risorgimento nazionale promosso da Mustafà Kemal dopo il Trattato di Sèvres (10 ag. 1920). Ridotta a territorio quasi esclusivamente asiatico, con un'appendice europea (la Tracia orientale, ampia poco più della Lombardia), che le conserva Costantinopoli (Istanbul) e perciò

(propr. Enc. Catt.)
I. GEOGRAFIA
Il suo territorio, misurante in complesso 776.747 kmq. (dei quali 23.975 in Europa), la mette in contatto con Bulgaria, Grecia, Iràn, Iràq, Siria e Unione Sovietica, ma i confini non costituiscono quasi mai una netta e solida frontiera, anzi han lasciato dietro contestazioni e rivendicazioni tutt'altro che sopite. Questo territorio risulta in sostanza da un vasto altopiano, la cui elevazione media (700 m.) va aumentando da O. ad E., attraversato da vari dossi montuosi e di regola costituito da bacini chiusi; due serie di rilievi paralleli, o quasi, alle coste settentrionali (M. Nero) e meridionale (Mediterraneo) lo segregano dalle influenze marittime, determinando un chiaro contrasto fra le regioni costiere e l'interno. Mentre le prime sono favorite da abbondanti o moderate (a S.) precipitazioni, e perciò rivestite di rigogliosa vegetazione o di macchia, l'altopiano interno e le montagne dell'Est (Armenia) sono aridi e stepposi, fatta eccezione delle brevi strisce prossime ai fiumi, che peraltro sono pochi e tutti a carattere torrentizio. Forte è anche il contrasto termico tra il clima mite, specie d'inverno, dei litorali, e quello rude e tipicamente continentale degli altipiani, dove il suolo è coperto per varie settimane dalla neve.Poco meno della metà (47,2%) della superficie territoriale è rappresentata da pascoli, ca. 1/7 da foreste, ed un po' più di 1/4 da arativi e colture legnose. L'interno è dominio della pastorizia: ma l'allevamento si volge essenzialmente agli ovini (26 milioni di capi) ed ai caprini (19 milioni); vi sono tuttavia 10 milioni di capi bovini e 3 di equini. In Anatolia notevole l'allevamento del baco da seta. Le colture cerealicole si vanno estendendo con l'irrigazione artificiale e danno buoni quantitativi di cereali. Nelle regioni marittime prevalgono tabacco, mais e nocciole lungo il Ponto; cotone, vite, olivo, agrumi ed alberi da frutta lungo il Mediterraneo. Varie e cospicue le riserve minerarie, la cui conoscenza è ancora imperfetta e lo sfruttamento agli inizi, fatta eccezione per il carbon fossile, che si estrae nella regione di Ereğli (4-5 milioni di tonn, negli ultimi anni). Per la cromite (Anatolia centrale) la T. occupa il secondo posto nel mondo; notevole anche la produzione di rame, di ferro, di zolfo, di manganese, di piombo e di zinco. In
via di sfruttamento, fra l'altro, il mercurio, il molibdeno e l'antimonio. Però l'industria è ancora assai lontana dalle sue possibilità; tuttavia ha fatto molti progressi dopo il 1923: in alcuni rami (cemento) copre già il fabbisogno nazionale, mentre per altri le attrezzature si vanno ampliando notevolmente (tessili, vetrerie, ceramiche, carta, cuoio, chimiche) ed i quantitativi si fanno più cospicui anche per quanto riguarda le industrie pesanti.
La popolazione (20,9 milioni di ab., 27 a kmq. nel 1950) è abbastanza omogenea dal punto di vista nazionale e religioso. Delle minoranze etniche la più cospicua è quella curda (1,5 milioni di anime); vi sono poi, fra gli altri, più di 150 mila Arabi, più di 100 mila Greci (Costantinopoli), e forse altrettanti Armeni, e minori gruppi di Circassi, Lazi, Georgiani, Israeliti, ecc.
Dei centri urbani, Istanbul (1 milione di ab.), pur essendo il più popoloso e il più importante, ha ceduto ad Ankara (287 mila ab.), nel cuore dell'altopiano, la funzione di capitale dello Stato (1923). Smirne (İzmir) conta 230 mila ab., Adana 118 e Bursa 100 mila.
II. STORIA
Per le origini etniche, V. TURCO-MONGOLI.1. L'Impero ottomano e le sue origini
Nella seconda metà del sec. XIII i Bizantini della famiglia dei Paleologi (dal 1261) tenevano da Costantinopoli gli ultimi avamposti sul continente asiatico, ridotti a poco più dei confini della Bitinia; un'altra dinastia bizantina, quella dei Comneni, regnava a Trebisonda. Tutto il reato dell'Anatolia (eccettuata la Cilicia costiera ancora in mano degli ultimi re della Piccola Armenia) era in mano dei Turchi musulmani che l'avevano invasa dal sec. XI. Ma non v'era uno Stato turco unitario; i Selğüqidi, che da Conia avevano predominato per ca. un secolo e mezzo, erano stati ridotti a vassallaggio dai Mongoli, i quali avevano conquistato la Persia, abbattuto il Califfato di Bagdad (1258) e occupata l'Anatolia orientale e centrale. Nei territori marginali dello Stato selğüqide d'Anatolia s'erano formati molti emirati turchi: di Qaramân al sud(nella Cappadocia), che verso il 1300, con l'estinguersi dello Stato selgûqide, aspirò ad assumerne l'eredità; di Menteše (Caria), di Ajdîn (regione del Meandro), di Sârûhân (Magnesia), di Gormijân (Frigia), di Qarasî (Troade) dei Gandar (Paflagonia) e altri minori. Di questi emirati uno, che prese nome dal fondatore 'Osmân, nella Bitinia, al confine con l'Impero di Bisanzio, prevale in una lotta durata oltre un secolo, dando origine all'Impero ottomano. Fu l'emiro 'Osmân (arabo 'Oțman, nei cronisti bizantini Ottoman, da cui il nome «ottomano») il primo a dare consistenza considerevole all'emirato e a estenderlo fino a Brussa (nel 1326, che è ritenuto anche l'anno della sua morte). Il suo successore Órân (1326-62) occupò il resto della Bitinia: Nicea (Izniq) nel 1321, Nicomedia (Izmîd) nel 1337, e passò in Europa conquistando la penisola di Gallipoli nel 1354.
Chi erano questi Turchi raccolti intorno alla famiglia di 'Osmân? Quando i sultani ottomani nel sec. XV si compiacquero di sentir raccontare le origini della loro dinastia e del loro regno, si formarono leggende e genealogie che furono accolte poi nella storiografia aulica ottomana. Tra queste la più accreditata in seguito fu quella che faceva discendere 'Osmân da un Ertogrul e questo da un Sulejmân, principe turcomanno della schiatta degli Oğuz e precisamente della tribù dei Qâjî, venuto in Anatolia da Mahan (Asia Centrale) al principio del sec. XIII per sfuggire alla pressione dei Mongoli. La famiglia di 'Osmân si sarebbe stabilita ai confini della Bitinia nel sec. XIII come vassalla del sultano selgûqide di Conia. Questa versione è in gran parte leggendaria; non si hanno notizie sicure degli antenati di 'Osmân e si deve escludere che siano venuti nel modo su spiegato dall'Asia centrale nel sec. XIII. Piuttosto è da ritenere che, comunque, un emirato di frontiera, il quale verso il 1300 era sotto il comando di 'Osmân, si formò nel sec. XIII ai confini con la Bitinia e che l'ordinamento del nascente Stato non fu quello di una omogenea tribù degli Oğuz, ma piuttosto di una signoria militare costituita da Turchi penetrati da tempo in Anatolia (invasione oğuz, cioè selgûqide, del sec. XI) e da nativi turchizzati, animata dallo spirito cavalleresco e religioso dei conquistatori musulmani (iğâz) «combattenti per la fede», antagonisti naturali del corpo degli akritoi «soldati di confine» stanziati dai Bizantini sulle loro frontiere). In questa loro situazione gli Ottomani, eredi delle tradizioni di conquista armata dell'Islâm, portarono a compimento nell'Anatolia e nella penisola balcanica la conquista che gli Arabi musulmani avevano tentato nel secc. VII-IX in Asia Minore e che i Bizantini e poi le Crociate avevano fermato determinando uno stato di equilibrio nel secc. XI-XIII.
La conquista di Adrianopoli (la data non è sicura, ma suol collocarsi nel 1361) e il trasporto ivi della capitale da Brussa nel 1368 sotto Murâd I (1360-89) diedero agli Ottomani il predominio nella Tracia. L'Impero bizantino era ridotto alla capitale, Costantinopoli, e alle immediate vicinanze; i Regni di Serbia e di Bulgaria diventavano vassalli degli Ottomani, i quali spingevano le incursioni anche nella Mores e in Albania. Il successore di Murâd, Bâjezîd Jildîrim (1389-1402) diventò padrone di gran parte della penisola balcanica e assediò Costantinopoli una prima volta nel 1391 e poi ancora nel 1395. Le forze unite dei principi cristiani, comandate dal re Sigismondo d'Ungheria, furono battute a Nicopoli sul Danubio (1396). Anche in Anatolia l'Impero ottomano s'estese, assorbendo alcuni degli emirati turchi e assoggettando altri, come il regno di Qaramân.
A questo punto l'invasione di Tamerlano da Oriente arrestò l'espansione ottomana e ne tardò di quasi mezzo secolo gli sviluppi. Bâjezîd fu sconfitto ad Ankara nel 1402 e morì prigioniero. Ritiratosi subito Tamerlano, gli emiri turchi da lui rimessi in potere dei loro Stati poterono reggersi qualche tempo fra le discordie dei tre figli di Bâjezîd. Costantinopoli ebbe un periodo di sollievo; ma presto Mehmed I, affermatosi sul trono ottomano, riprese le conquiste in Anatolia e in Europa e suo figlio Murâd II (1421-44 e 1445-51) consolidò la potenza ottomana prendendo Salonicco (1430) e gran parte dell'Albania. Il figlio di lui Maometto II (1451-81) conquistò Costantinopoli
(29 maggio 1453) mettendo fine all'Impero bizantino. Spenta quasi totalmente la tradizione politica e culturale di cui era stata centro per secoli, Costantinopoli (Istanbul) diventò uno dei principali centri religiosi, politici e culturali musulmani; il cristianesimo ortodosso sopravvisse in stato di sudditanza sotto i sultani, sempre più distaccato dall'Occidente cristiano, all'unione spirituale con il quale aveva aderito troppo tardi e senza grandi entusiasmi (Concilio di Firenze del 1439).
Con la presa di Trebisonda (1461) e delle colonie genovesi di Caffa e della Tana gli Ottomani si assicurarono il possesso del Mar Nero; anche in Adriatico i Turchi occuparono basi importanti e nel 1480 minacciarono la penisola italiana con lo sbarco ad Otranto.
2. Il massimo sviluppo e la decadenza. — Il massimo sviluppo dell'Impero ottomano fu opera di Selim I (1512-1520) e di suo figlio Solimano il Magnifico (1520-66). La conquista della Siria e dell'Egitto (1516-17), delle città sante musulmane di Mecca e Medina in Arabia, di Belgrado (1521), di Rodi (1522), dell'Ungheria (1526) e della Mesopotamia, la formazione di una flotta che dominò nel Mediterraneo orientale e centrale, la presa di Algeri (1516), Tunisi (1533) e Tripoli (1551) diedero ai sultani ottomani il possesso dell'Europa meridionale fino al Danubio, dell'Asia Minore e dell'Arabia e di quasi tutta l'Africa settentrionale ed essi si attribuirono e portarono di fatto il titolo di califfo imperatore dei musulmani. Loro antagonisti in Oriente furono i sovrani s'iti della Persia, in Occidente l'Impero d'Austria e Venezia, più tardi la Polonia e la Russia e talvolta l'unione degli Stati cristiani. Venezia si logorò nella difesa dei suoi possessi in Levante, perdendo successivamente Cipro (1571) e Candia (1645-69) e riuscendo però a salvare le Isole Ionie e la Dalmazia. L'Impero d'Austria vide minacciata Vienna una prima volta nel 1529 e una seconda nel 1683. Da quest'ultimo fallito tentativo contro Vienna si suol far datare la decadenza dell'Impero che peraltro già in altri scontri, come a Malta nel 1565 e a Lepanto nel 1571, aveva trovato un limite alla sua capacità di espansione.
Alla fine del sec. XVII e nel sec. XVIII l'Impero perdette i primi territori: l'Ungheria, la Serbia settentrionale, la Crimea. Nel sec. XIX lo sfaldamento avvenne in maggiori proporzioni perché agli attacchi esterni, specie della Russia, si accompagnarono le rivoluzioni interne e i movimenti nazionali. La Serbia, la Grecia (1821-30), la Romania, la Bulgaria si ricostituirono a Stati indipendenti, mentre l'Egitto otteneva (1841) completa autonomia e Tunisi allentava i legami con Costantinopoli.
Dall'inizio del sec. XIX l'Impero ottomano non fu più artefice di storia; forze soverchianti premevano ai suoi confini; l'Austria tendeva all'Egeo, la Russia e Costantinopoli e agli stretti; la conservazione dell'Impero ottomano fu per lungo tempo aiutata da Stati interessati a contrastare quelle mire; nella guerra di Crimea (1854-55) e nella guerra del 1877-78 la marcia dei Russi fu arrestata dall'intervento europeo. Le riforme (tanzîmât) iniziate nel 1839 non valsero a ridar vita all'Impero ottomano; la guerra balcanica del 1912-13 gli fece perdere la maggior parte del territorio europeo; la sconfitta nella prima guerra mondiale lo privò dei paesi arabi e mise in giuoco anche l'indipendenza del territorio prettamente turco. Il valore e la sagacia di Atatürk (1919-22) salvarono nel crollo dell'Impero ottomano lo Stato turco che, abolito il sultanato (2 nov. 1922), diventò la Repubblica di T. (29 ott. 1923). L'ultimo sultano, Mehmed VI, lasciò Istanbul il 17 nov. 1922.
3. Ordinamento. — L'Impero ottomano si affermò nei territori conquistati con una amministrazione precipuamente militare vivendo del lavoro dei popoli sottomessi e traendo da loro il nerbo delle sue truppe. Le rendite delle terre erano attribuite al sultano, alla sua famiglia, ai ministri, ai capi militari e alle truppe territoriali con il sistema detto dei tîmâr e zî'âmât (redditi legati con obblighi militari). I giannizzeri, che estesero e poi difesero le conquiste, erano figli di cristiani ridotti in schiavitù e allevati per la guerra; dai loro ranghi uscivano i governatori, i generali e i ministri. Non esistette un'aristocrazia, non si formò una borghesia ottomana; soltanto le cariche re-

(fot. Fiorentini)
Sotto l'aspetto religioso la formazione e la durata dell'Impero ottomano significarono un'espansione della fede islamica in Asia Minore e nella penisola balcanica; qui due terzi dell'Albania, gran parte dell'Epiro e della Macedonia, parte della Bulgaria (Vido, Rodope), della Romania (Dobrugia) aderirono all'Islam non tanto per effetto di persecuzione quanto per interessi locali e immigrazione di elementi turchi. Con la caduta dell'Impero, effettuato lo scambio delle popolazioni tra Grecia e Turchia (1923-24), l'elemento musulmano fu ridotto all'Albania e alla Tracia con scarse minoranze in Romania e in Bulgaria, a Cipro. Il rito cattolico latino si mantenne a Istanbul e nelle isole.
4. Storia contemporanea. - Nata sulle rovine dell'Impero Ottomano, la Repubblica di T. (nel nuovo alfabeto turco-latino Türkiye Cumhuriyeti) fu proclamata dalla Grande Assemblea Nazionale di Ankara il 19 ott. 1923. I primi dieci anni della Repubblica furono un susseguirsi di riforme rivoluzionarie secondo la dottrina del kemalismo impersonata dal suo presidente Mustafa Kemal il quale, nell'imporre i grandi mutamenti che scuotevano le fondamenta dello Stato e della società, si valeva del grande prestigio derivatogli dalla vittoriosa condotta della guerra d'indipendenza. All'abolizione del sultanato (1° nov. 1922) seguì l'abolizione del califato (3 marzo 1924); la Costituzione del 20 apr. 1924 riconosceva l'Islam come religione dello Stato, ma un emendamento del 1928 eliminò questa disposizione; l'indirizzo laico fu più espressamente sancito col successivo emendamento costituzionale del 1937. Il nuovo Codice civile (traduzione quasi integrale del Codice civile svizzero), entrato in vigore nel 1926, significò l'abbandono dello Statuto personale musulmano, con conseguente abolizione della poligamia ed equiparazione della donna all'uomo nel diritto successorio. Le innovazioni rivoluzionarie non toccarono solo la vita esteriore (abolizione del fez e obbligatorietà del cappello europeo, divieto delle vesti tradizionali per gli uomini di religione) e radicate abitudini secolari (abbandono del calendario musulmano per il calendario gregoriano nel 1925, festività della domenica in luogo del venerdì), ma incisero anche sul patrimonio culturale dei Turchi bruscamente avviati a una rapida occidentalizzazione. A ciò contribuirono profondamente l'abolizione della scrittura araba e l'introduzione dell'alfabeto turco latino (« nuovo alfabeto turco » yeni türk harfleri) ordinata con legge del 3 nov. 1928. Ciò significava in definitiva voltare le spalle al passato, ignorare secoli di cultura arabo-turco-persiana, un patrimonio di idee espresso in una scrittura che a breve scadenza sarebbe rimasta indecifrabile alle future generazioni. Anche questa riforma fu portata alle estreme conseguenze e, se causò una profonda crisi culturale, non può dirsi sia stata priva di risultati positivi in quanto aiutò la diffusione dell'insegnamento elementare e risvegliò un movimento di riforma linguistica, che peccò di eccessi e stramberie ma ha giovato a rinnovare il patrimonio originale turco del linguaggio scritto.
Il regime kemalista attese con successo anche ad impiantare le basi di un'economia nazionale indispensabile per l'effettiva indipendenza politica. Liberata dalle Capitolazioni con il Trattato di Losanna del 1923, la T. curò una propria organizzazione bancaria, favorì l'industria nazionale, costruì strade e ferrovie, liquidò i debiti contratti

In politica estera la Repubblica di T., riacquistato il territorio nazionale con la guerra di liberazione del 1919-22, ottenuto il riconoscimento della piena indipendenza e sovranità con il Trattato di Losanna (24 luglio 1923), riuscì ad affermarsi dignitosamente nel campo internazionale, a stringere buoni rapporti di amicizia con i paesi balcanici e orientali, a far modificare a suo favore la Convenzione di Losanna relativa agli Stretti mediante la nuova Convenzione di Montreux (1936). L'amicizia della confinante Russia, come era servita ai Turchi al tempo della guerra d'indipendenza, continuò sino a questo punto a dar loro appoggio nell'agone diplomatico. All'avvicinarsi della seconda guerra mondiale la T. ebbe il senso dell'instabilità dell'equilibrio europeo e mediterraneo e si accostò alla Francia e all'Inghilterra, stringendo accordi che furono perfezionati nel 1939, e fruttarono alla Repubblica aiuti materiali e l'annessione del territorio di Antiochia e di Alessandretta amministrato dalla Francia nell'esercizio del mandato sulla Siria. Durante la guerra del 1939-45 la T. si conservò neutrale. La Russia, che nel 1939 aveva invitato con rude insistenza la T. ad associarla nella difesa del passaggio degli Stretti, ricevendo un fermo rifiuto, desistette dal suo atteggiamento dopo che nel 1941 si trovò coinvolta nel conflitto e alleata degli alleati della T.; ma si ricordò di queste aspirazioni nel 1945, a guerra finita, nel convegno alleato di Potsdam, dove ottenne di poter riprendere i negoziati con la T. per discutere sulla difesa associata turco-russa degli Stretti e sul prevalente interesse degli Stati del Mar Nero per quella via d'acqua. Quando (nel 1946) si aggravò la pressione russa sui Turchi, sempre fermi nel respingere le pretese dei vicini nordici, gli ex alleati e specialmente l'America si assunsero il compito di appoggiare la T. con mezzi finanziari, armi e materiali. Questo orientamento ha determinato la politica estera della T. negli ultimi anni fino alla sua ammissione nel Patto Atlantico (nov. 1951).
All'interno la Repubblica di T. ha continuato l'opera di valorizzazione delle risorse locali, attardata negli ultimi anni dall'urgenza delle necessità della difesa militare e del mantenimento di ca. un milione di uomini sotto le armi. La politica del «partito unico» perseguita dal Partito Repubblicano del Popolo fondato da Mustafa Kemal (detto Atatürk dal 1934 e deceduto nel 1938) ha ceduto
con il sorgere del Partito Democratico che si sviluppò rapidamente dal 1945 in poi e nel maggio del 1950 ottenne una forte maggioranza nelle elezioni politiche e conquistò il potere. Il Partito Democratico si propone gli stessi scopi nazionali e di politica estera del precedente partito, ma ha trovato miglior seguito nel paese per un atteggiamento più democratico e liberale, che ha già portato all'attenuazione di alcune esagerazioni delle disposizioni rivoluzionarie kemaliste in materia anche religiosa, come il divieto, ora ritirato, di recitare in arabo l'invito alla preghiera, e la riapertura di alcuni mausolei storici chiusi nel 1925.
L'ultima fase della Questione Orient., Roma 1933, 2ª ed., Milano 1941; J. Deny-R. Marchand, Petit manuel de la Turquie nouvelle, Parigi 1933; Hist. de la Républ. de Turquie, ed. della Soc. pour l'Hist. turque, trad. dal turco, Istanbul 1935; E. Anchieri, E. Migliorini, S. Nava, E. Rossi, La nuova T., Roma 1939; E. Rossi, Dall'Impero Ottomano alla Repubblica di T., in Oriente moderno, 23 (1943), pp. 359-88; Yakub Kadri Karaosmanoglu, Atatürk, Istanbul 1946; T. Marfori, La Costituzione della Repubbl. Turca, Firenze 1947; J. Kingsley Birge, A guide to Turkish area study, Washington 1949; U. Heyd, Foundations of Turkish nationalism, Londra 1950; L. V. Thomas-R. N. Freye, The United States and Turkey and Iran, Cambridge, Mass. 1951; G. Jüschke, Der Islam in der neuen Türkei, Leiden 1951. Ettore Rossi
III. SITUAZIONE RELIGIOSA
Per il periodo antico V. ANATOLIA; CAPPADOCIA; COSTANTINOPOLI, patriarcato di. Nella T. moderna la religione cristiana ha subito un forte regresso, specialmente nell'Anatolia. Mentre avanti la prima guerra mondiale vi erano in Asia Minore 1.800.000 greci e 1.700.000 armeni ed anche altri gruppi relativamente numerosi di cristiani, oggi ne è rimasto ben poco.La Chiesa cattolica poteva nell'antica T. svolgere abbastanza liberamente la sua attività, anzitutto in numerose scuole, grazie alla protezione delle grandi potenze, in modo particolare della Francia. All'infuori di Costantinopoli l'attività missionaria è quasi interamente crollata. L'arrivo al potere dei kemalisti costò la vita a più di 200.000 cristiani che perirono nelle deportazioni o nei massacri. Il Trattato di Losanna firmato il 24 luglio 1923 decretò per i Greci lo scambio di popolazione: tutti i Greci, eccetto quelli domiciliati prima dell'ott. 1918 a Costantinopoli e dintorni, dovettero lasciare la T., mentre i Turchi furono obbligati ad emigrare dalla Grecia. Il Trattato di Losanna non presentava nessuna reale garanzia per i cristiani, che per conseguenza cominciarono dopo la firma ad abbandonare in massa la T. Già prima 170.000 cristiani avevano lasciato Costantinopoli dopo la vittoria dei kemalisti alla fine del 1922.
La ragione principale dell'ostilità della T. kemalista contro i cristiani stava nel fatto che essa voleva essere uno Stato nazionale ed indipendente e quindi intendeva eliminare possibilmente le minoranze, la cui protezione aveva nel passato offerto tante volte alle Potenze un comodo pretesto per ingerirsi nelle faccende della T. La posizione delle minoranze cristiane rimaste cambiò radicalmente in paragone con la vecchia T., essendo la nuova non più uno Stato musulmano teocratico, ma uno Stato moderno laico. In uno Stato musulmano i cristiani
hanno necessariamente la propria legislazione in materia di matrimonio e famiglia, cioè il loro « Statuto personale ». Dopo la promulgazione nel 1925 del nuovo diritto civile, uguale per tutti, il Governo indusse le comunità cristiane a rinunciare « spontaneamente » al diritto ad uno Statuto personale garantito ancora dal Trattato di Losanna (art. 42). Segno esterno del carattere laico dello Stato doveva essere il divieto emanato nel 1934 di portare in pubblico abiti ecclesiastici (eccetto i capi supremi di comunità religiose). I cristiani furono fortemente pregiudicati nella vita sociale, il che causò una continua diminuzione della popolazione cristiana. Nel 1927 si contavano in T. 257.814 cristiani di cui 178.546 a Costantinopoli su una popolazione totale di 13.648.270, mentre nel 1950 erano rimasti soli 191.262 cristiani su ca. 19.000.000 di ab.
Cattolici di tutti i riti assommano ancora a 21.950, residenti in gran parte a Costantinopoli. Esistono le seguenti circoscrizioni ecclesiastiche: il vicariato ap. di Costantinopoli con 7700 fedeli, che comprende pure la maggior parte dell'Asia Minore eccetto i territori di Smirne e Trebisonda, poi il vicariato ap. di Asia Minore, con residenza a Smirne, con ca. 1000 cattolici e un territorio di 171.606 kmq., infine la missione sui iuris di Trebisonda, eretta nel 1931, con 214 cattolici su un territorio di 189.440 kmq. Per i cattolici Costantinopoli (v.) non esistono circoscrizioni proprie. Nessuno dei numerosi vescovati esistenti nell'Asia Minore nel tempo della vecchia T. è più provvisto. Ci sono ancora alcuni cattolici orientali ed anche dissidenti in Cilicia, ad Alessandretta e nell'angolo sud-orientale della T.: a Dijarbekir, Mardin e nel Tur 'Abdin. Armeni si trovano dispersi a piccoli gruppi in varie città.
In questi ultimi anni il governo turco ha alquanto modificato la sua posizione verso la religione. Il ritorno a forme più democratiche di governo dopo la morte di Kemal Atatürk e il crescente pericolo del comunismo hanno indotto il governo ad una maggiore tolleranza. Nel febbr. 1949 fu introdotta l'istruzione religiosa facoltativa nelle scuole di Stato. Le scuole cattoliche hanno alquanto migliorato le loro condizioni e godono della fiducia anche degli acattolici. È sintomatico il fatto che la Chiesa « ortodossa » poté nella festa dell'Epifania 1952 compiere di nuovo la tradizionale cerimonia della benedizione del mare.
IV. LETTERATURA
La letteratura dei Turchi dell'odierna Repubblica di T. (dal 1923) e dell'Impero ottomano (dal 1300) ha lontane radici nella loro storia più antica che conviene ricordare, sia pure a grandi linee, fin dalle origini.La sede antichissima dei Turchi era nella regione montuosa del Tien-shan; di qui fin dai tempi preistorici essi si spinsero ad Oriente ai confini della Cina ed entro il suo stesso territorio, ad Occidente al Mar Caspio e al Mar Nero, e a sud nell'Iran e nell'India. Turchi erano gli Unni che premevano sulla Cina nei secc. IV-III a. C. e che poi fondarono un effimero impero fino in Europa (secc. IV-V d. C.). Più tardi notizie cinesi e bizantine descrivono nei secc. VI-VIII d. C. un vasto impero dei Turchi dell'Asia centrale i cui sovrani sono menzionati in iscrizioni in lingua turca trovate nell'odierna Mongolia, nella valle dell'Orkhon, datate dalla prima metà del sec. VIII d. C., nelle quali appare per la prima volta in turco il nome etnico Türk (corrispondente a T'uklû

Gli Uigur, a differenza dei Göktürk, subirono l'influsso delle civiltà e delle religioni dell'Asia, specialmente del buddhismo e del manicheismo e anche del cristianesimo nestoriano. Da loro prende nome l'abbondante letteratura « uigurica » scoperta in manoscritti del Turkestan orientale alla fine del sec. XIX e all'inizio del sec. XX, in lingua turca, con alfabeti diversi, tra i quali prevale l'ugurico derivato dall'aramaico attraverso il sogdiano. Questa letteratura non è originale; per la massima parte è costituita da traduzioni di testi religiosi e morali buddhisti e manichei; è considerevole lo sforzo per l'adattamento della lingua turca ai concetti nuovi; ma spesso s'incontrano termini cinesi, sanscriti e iranici.
Una fase nuova nell'evoluzione letteraria dei Turchi comincia nel sec. X per il contatto con i musulmani e con la cultura arabo-persiana, nella quale s'inscrive rapidamente la maggior parte dei Turchi a seguito della conversione alla religione musulmana. Il primo popolo turco entrato in massa nell'islam nel sec. X fu quello misto di Qarluq, Türkmen, Oğuz stanziato tra il Turkestan orientale e l'attuale Turkestan russo e dominato dalla dinastia dei Karabanidi (secc. X-XII). A un loro sovrano regnante a Kağar nel 1070 d. C. fu dedicato il poema Kutadgu Bilik («La scienza che dà la felicità»), prolissa raccolta di insegnamenti politici, morali e religiosi, opera di Jûsuf Hâğib (Jûsuf il ministro). Vi si incontrano vocaboli arabi e persiani, ma in proporzione ridotta; in seguito l'influsso arabo-persiano prevale e anche l'alfabeto uigurico cede all'uso dominante dell'alfabeto arabo.
La letteratura turca di ispirazione musulmana si sviluppa specialmente per opera di confraternite mistiche nel Turkestan; Ahmed Jesevi (m. nel 1166 ca.) dà espressione al sentimento religioso in brevi poesie raccolte in un divân che ha avuto grande diffusione nell'Asia centrale fino a tempi recenti. Alla stessa corrente religiosa islamica appartengono il poemetto Jûsuf ve Zu-

(da Nourullah Berk, La peinture turgut, Ambro 1950, inv. f. t.)
L'impero dei Selgūqidi dall'Asia centrale all'Īrān e all'Anatolia (secc. XI-XIII), mentre fu strumento di turchizzazione etnica di vasti territori e trasferì molto più ad occidente la dominazione turca, non agì molto sullo sviluppo della cultura turca; il persiano prevalse allora come lingua letteraria e cancelleresca. Con l'invasione mongola del sec. XIII e con il nuovo assestamento politico determinatosi allora nel mondo turco dall'Asia centrale alle rive dell'Egeo, assestamento non sostanzialmente modificato dalla invasione mongola di Tamerlano, si differenziano tre movimenti linguistico-letterari il cui sviluppo è continuato fino ai giorni nostri: 1) in Asia centrale si forma una letteratura in turco orientale (detta impropriamente ciaghattai) che produce nel sec. XV opere soprattutto religiose (il Mi'raġnāme, racconto dell'ascesa di Maometto al cielo; la Tazhīrat ul-Avlijā, raccolta di agiografia musulmana tradotta dal persiano) e sul finire dello stesso secolo raggiunge il massimo dell'espressività artistica con il poeta e prosatore 'Alī Šir Nevā'i nella città di Herāt durante il governo di Ḥusajn Bajqara, mecenate delle lettere e delle arti. Alla letteratura ciaghattai appartengono anche il sultano mongolo dell'India Bābur (autore di componimenti lirici e di una storia autobiografica in prosa detta Bāburnāme) e il sovrano uzbeco di Khiva Abū 'l-Gāzī Bahādur Ḥān (1603-63), autore di storie dei Turchi e dei Turcomanni.
La scarsa attività letteraria dei Turchi nell'Asia centrale sotto il dominio russo e cinese si esprime ora in varietà moderne del turco orientale (uzbeco, türki). 2) Nella regione del Caucaso e della Persia occidentale vive in molti dialetti il turco meridionale detto āzerī (una forma di turco oġuz-turcomanno con influssi orientali), che si è affermato anche letterariamente nei canzonieri di Nesīmī, Ḥabībī (sec. XV), Ḥatā'ī (pseudonimo poetico di Ismā'il fondatore dello stato safawide in Persia) e Fuẓūlī (sec. XVI) e ha avuto interferenze con il primo sviluppo della letteratura turca d'Anatolia. Nella letteratura āzerī va incluso il cosiddetto Libro di Dede Qorqut, anonima raccolta di racconti epici oġuz o turcomanni, notevolissimi per potenza ed efficacia espressiva, fondati su antiche tradizioni ma redatti nella forma in cui ci sono noti nel sec. XV. 3) In Anatolia e nella Turchia europea, nel territorio dello Stato che dal 1300 si estese a formare l'Impero ottomano, assorbendo l'Impero di Bisanzio (1453) e il mamlūko di Siria e d'Egitto (1516), si è svolta per sei secoli la letteratura turca detta ottomana ('oṭmānī'), distinta per particolarità di lingua (turco meridionale evolutosi fuori da influssi turchi orientali), ambiente, mescolanza di cultura ed elementi etnici.
I modelli arabi e persiani (questi soprattutto nella lirica, nei poemi romanzeschi e nella novellistica) sono prevalenti nella letteratura ottomana, che tuttavia non è del tutto priva di originalità. La lirica dotta, detta divān edebījāti «letteratura dei canzonieri», per la quale sono celebrati Bāqī (1526-1600), Nef'ī (1582-1636) e Nedīm (1681-1730), descrive in brevi componimenti, detti qaṣīde, la primavera o l'autunno, commencera uomini e fatti, loda ed esalta sultani e ministri largitori di benefici; in altri brevissimi, detti ġazel, svolge il motivo dell'amore con raffinata concettosità e artifizii retorici, spesso adombrando nei simboli dell'amore (il vino, il coppiere, l'amata e suoi vezzi) una complicata figurazione dell'amore mistico che, se è sincero in Fuẓūlī (sec. XVI) e pochi altri, non si riconosce agevolmente nella congerie degli imitatori. La schiettezza del sentimento religioso, fuori dalle metafore, resa più eloquente dalla semplicità della lingua vicina all'uso popolare, è caratteristica di pochi poeti come Jūnus Emre (secc. XIII-XIV) e altri che costituiscono una corrente distinta nella letteratura turca, la cosiddetta tekke edebīyātī (letteratura dei conventi o delle confraternite); anch'essa però con il tempo degenera in eccessi e perde sincerità. Altra corrente letteraria è quella semidotta dei cantastorie o menestrelli (gli 'aṭīq detta sāz šā'irleri edebījāti) vicina al popolo per la lingua e destinata soprattutto al canto. Né è mai venuta meno, nello strato più profondo della tradizione, la vena della poesia popolare che ha spunti e motivi d'arte vera e genuina.
I poemi ottomani cantano i soggetti romanzeschi già trattati dai persiani (le imprese di Alessandro, gli amori di Jūsuf e Zulejhā, di Meġnūn e Lejla) o espongono insegnamenti mistici (il Ġarībnāme di 'Aṭīq Pasciā) o esaltano la vita del Profeta (risāle-i moḥammedījīh di Jaziġī-Oġlu Mehmed, del sec. XVI). Un piccolo capolavoro di questo genere, semplice e di sentita religiosità, è il Mevlīd di Sulejmān Čelebi (m. nel 1421), ancor oggi recitato in Turchia. Quasi ultimo frutto della tradizione poetica mistico-romanzesca persiana è il poemetto Hūm ve 'Afg («Bellezza e Amore») di Šejh Gālib (sec. XVIII).
La prosa ottomana, molto artificiosa nella lingua e nello stile, annovera opere di storia, qualche trattato politico (uno notevole di Qočī Bej del sec. XVII), una bibliografia di Kātib Čelebi e un famoso viaggio (sejāhānāme) di Evlijā Čelebi (ambedue del sec. XVII).
La più recente letteratura turca dal sec. XIX fino ai nostri giorni è caratterizzata da un vieppiù stretto accostamento alle fonti del pensiero e dell'arte occidentali e in un certo senso attraversa le stesse fasi dell'evoluzione politica dell'Impero ottomano e della Repubblica di T. che sorge sulle sue rovine. Verso la metà del sec. XIX, mentre l'Impero ottomano opera le riforme (tanẓīmāt) le quali però non lo salveranno dallo sfacelo per il distacco dei popoli sottomessi (Greci, Serbi, Bulgari, Romani, Albanesi, Arabi), i Turchi apprendono le lingue
straniere, anzitutto il francese, vengono a istruirsi in Europa, riformano le scuole, danno sviluppo alla stampa, acquistano coscienza della loro individualità etnica un tempo sommersa nella più ampia comunità islamica o ottomana. Primi affermatori del nuovo indirizzo sono Ahmed Vefiq Pasciâ (1823-91), Sinâsi (1826-71), Namîq Kemâl (1840-88), Semsuddîn Sâmi Fraşeri (1850-1904). Ma è ancora un periodo di predominante ispirazione orientale, almeno nella pura letteratura, della quale il più illustre maestro è per quel tempo 'Abd ul-Haqq Hâmid (1852-1937).
In corrispondenza con la rivoluzione politica del 1908-1909 avviene al principio di questo secolo un ulteriore passo verso il rinnovamento delle fonti di ispirazione e dei mezzi di espressione; ne sono promotori il filosofo e poeta Zîjâ Gök Alp (1876-1924), il novelliere 'Ömer Seifüddîn (1884-1920), la scrittrice Hâlide Edîb, i romanzieri Ya'qûb Qadrî e Reşâd Nûri, il poeta Mehmed Emîn (1869-1924). S'introduce nella letteratura turca il romanzo di tipo occidentale, si danno saggi di opere di teatro (fino a un secolo fa ignore ai Turchi come agli Arabi e ai Persiani) per imitazione o adattamento dei modelli europei, si rinnova la lingua. La riforma rivoluzionaria kemalista del 1923-38 porta la cultura turca alla definitiva occidentalizzazione, all'abbandono dell'alfabeto arabo per il turco-latino (1928), all'abolizione dell'insegnamento dell'arabo e del persiano, alla laicizzazione dell'insegnamento. Dell'effetto di queste riforme si può dire per ora soltanto che hanno sconvolto il campo letterario, hanno determinato una crisi culturale e spirituale e non sembrano escludere la conciliazione del presente con i valori non perituri del passato.
V. ARTE
Da tempo si è reagito in T. all'opinione, diffusa nel mondo occidentale, che l'arte turca sia ISLĀM (v.), avendo ricevuto, più che fornito apporti ai centri della cultura musulmana, variamente individuati per le singole arti nell'Iran, in Siria, in Egitto, nella stessa India. Si sono indicate le fonti dell'arte turca nelle regioni stesse presso le quali hanno attinto tutte le altre civiltà medio-asiatiche del mondo moderno e documentati gli influesi turchi sull'arte degli altri popoli musulmani. Si dovrà riconoscere tuttavia che sono ancora scarsi i sussidi degli studi specializzati e la conoscenza dei documenti probanti, così che a tutt'oggi non è possibile esprimere sull'argomento un giudizio definitivo.La valutazione del genio artistico dei Turchi deve innanzi tutto tener conto della civiltà da essi espressa prima delle trasmigrazioni e della loro conversione all'Islâm. È certo che nelle prime sedi dell'Asia centrale essi raggiunsero un alto livello di cultura, con scambi frequenti e apporti alla civiltà scita e sarmata verso occidente, indù e cinese ad oriente. Il ciclo dei dodici animali simbolici raffiguranti i mesi dell'anno (topo, bue, tigre, lepre, drago, serpente, cavallo, montone, scimmia, uccello, cane e cinghiale), e il tema così frequente nei fregi scolpiti della lotta tra due animali selvaggi, sembra, ad es., che si debbano assegnare alla primitiva arte turca: da questa, variando i significati, sono poi passati a tutte le civiltà figurative dell'Asia, compresa la bizantina.
Naturalmente, dopo la conversione, il contenuto ideologico e le prescrizioni della religione musulmana determinarono nuovi orientamenti anche per l'arte turca. L'imposizione di non raffigurare persone vive, ad es., costrinse scultori e pittori ad abbandonare la ritrattistica e gli spunti figurativi della realtà umana, per attendere solo a creazioni squisitamente decorative, accentuò il processo di stilizzazione astratta dei simboli zoomorfici e fitomorfici, e, nella miniatura, dello stesso tipo umano. Analogamente, dopo la conquista dell'Asia Minore, non fu

(da Neurvallah Berk, op. cit., tov. f. t.)
Ma l'architettura civile rimase fedele, pur nelle diverse soluzioni funzionali, alla tradizione della casa d'abitazione con logge esterne e sporti; ed anche l'arte decorativa non conobbe sbandamenti e non si lasciò attrarre fuori dall'orbita della tradizione. Solo nel periodo del rococò, per infatuazione della cultura francese, e, nell'Ottocento, per una necessaria apertura verso il mondo occidentale determinata anche da ragioni politiche, il processo formale dell'arte turca deviò dalla sua linea conseguente e tradizionale.
L'apporto positivo dei Turchi all'architettura islamica appare consistente già nei periodi gaznevida e selgiukida, in Persia (secc. XI-XII). Lo schema della médersa (madrasah, medrese in turco, edificio in cui fu accolta la scuola musulmana con un'aula o cortile centrale e ambienti sussidiari per maestri e alunni, costruita generalmente a pianta cruciforme, con quattro grandi fıstan, o atri, sistemati di solito all'estremità degli assi principali), fu introdotto dai Turchi in Persia e nell'Asia Minore, e si diffuse poi in tutti i paesi musulmani. Le méderse superstiti in Turchia, recentemente adibite a moschee, presentano, a differenza di quelle delle altre regioni, grandi portali in marmo scolpito. Tipico esempio dell'influenza turca in Egitto è la moschea d'Ibn Tûlûn al Cairo.
Il gruppo di giami e méderse artisticamente più ragguardevoli risale ai secc. XIV-XVI. Particolarmente interessanti come prodotti anatolici (con cortile) sono la Ulu Giami di Ishak Bey a Manisa (1402 ca.), la Yeşil Giami di Antalia, le Ulu Giami di Birgeh e Tireh; dalle quali discendono le giami e méderse di Sivas, Niksar, Divrigi, Akşehir, Van, Konia. La Isa Bey di Selgiuk (1375) può essere considerata, invece, come l'esemplare più perfettamente conservato di moschea senza cortile. Varianti di un tipo più evoluto, che determinerà la forma complessa con più Ihsan e cupole, presenta la moschea di Aqsunqur (1346).
Nel territorio europeo il monumento più insigne di questo periodo è la Üç Şerefel di Adrianopoli (1410-13). Altri centri anatolici ricchi di opere architettoniche in tutto il territorio circostante, sono Balat (Mileto), Bergama (Pergamo) e Selçuk (Efeso). Il concetto rituale dell'insegnamento e la immobilità delle prescrizioni religiose, resero presto uniforme il sistema delle costruzioni, che non si spostò dai tipi fondamentali, ora citati, fino alla comparsa di Selim (m. nel 1578). Artista geniale, costui seppe adattare la sua grande cultura ad una intima esigenza di originalità: in gara con i capolavori dell'arte bizantina riuscì a creare un nuovo tipo di edificio religioso, rendendo agile, con una dialettica armoniosa di vuoti e pieni, le pesanti masse murarie e le cupole. Fra le maggiori costruzioni di Selim (oltre 300), si ricordano la Suleimaniye (1550-56) e la moschea di Shahzâde a Costantinopoli, oltre la Selimiye di Adrianopoli (1570-74), articolatissima nei suoi cinque registri verticali, con grandi pilastri a fascio, gallerie di colonne, matronei, logge, che esaltano lo spazio circoscritto dalla cupola in una molteplicità di variazioni prospettiche, caratterizzate dall'aereo slancio.
L'architettura civile, nel periodo di maggiore splendore dell'Impero ottomano, si arricchì di palazzi fastosi, come il Vecchio Serraglio di Istanbul, che dal Çinili Köşk (1466) al Baghdad Köşk (1639) impegnò l'attività dei migliori architetti e decoratori turchi. Fontane di piazza (sebil), caravanserragli, bazar, terme (famose particolarmente quelle di Eski e di Yeny Kaplıça presso Brussa) costituiscono il patrimonio cospicuo di una ragguardevole e originale civiltà architettonica.
Come per l'architettura, anche per le arti decorative e particolarmente per la miniatura (unico linguaggio mediante il quale poterono esprimersi durante molti secoli i pittori turchi), i temi e le forme originarie vanno ricercati nell'Asia centrale, e i rapporti appaiono stretti non solo con l'arte dei grandi maestri persiani (Behzat a Mani), ma anche con i miniaturisti cinesi e indiani. L'avvento dell'Impero turco-mongolo, che raggiungerà il suo apogeo nel sec. XIII, coincide con la prima grande fioritura dall'arte decorativa turca particolarmente nei centri di Bukhara, Herat, Samarcanda.
Il miniaturista della Storia dei mongoli, scritta da Reshidduddin (sec. XIV), è quasi certamente turco, e di origine turca sembra lo stesso sommo miniaturista persiano Behzat. Occupata l'Anatolia, Konia diventa il centro più importante del nuovo Impero, e s'illustra di architetti e pittori come Tebrizî e Yavakî, e di miniaturisti come Fethi, Fasihi e Aynuddevlâ (anche ritrattista).
Ma è nel periodo ottomano, quando il centro di irradiazione culturale si sposta a Brussa, che la miniatura turca tocca il suo apogeo, con una serie di maestri non inferiori a quelli persiani e indù.
Da Sinan bey, pittore che ha lasciato un ritratto di Maometto II, in gara con Giovanni Bellini, al suo allievo Bursali Ahmet, a Mirza Ali e Nakkaşhe Osman, autori delle 110 illustrazioni della Hunermannâ (1577), a Baba Nakkaşhe, che sembra abbia studiato a Venezia nella bottega di Paolo Veronese, ad Ahmet, detto Nakshi, a Mustafa detto Sai, la cui opera è interamente perduta; a Haydar detto Nigârî, tutti del sec. XVI, si giunge nella seconda metà del sec. XVIII a un'ultima vigorosa affermazione di originalità creativa con Abdulgelil Şelebi, detto Levnî, da molti considerato il più grande miniaturista di tutti i tempi.
Sotto il regno di Mahmûd II, nel sec. XVIII, si opera un cosciente slittamento verso le posizioni della cultura europea e si ammette il valore storico della documentazione pittorica, superando l'inveterato pregiudizio islamico.
L'arte turca si era differenziata fin dalle origini da quella delle altre regioni musulmane proprio per un suo connaturato e vigoroso realismo: così che nella ricerca d'espressione il segno dell'artista turco appare quasi rezzo confrontato, ad es., con quello di un pittore persiano. Una volta tolte le restrizioni, cui solo eccezionalmente non si erano attenuti i grandi maestri del passato, la pittura turca creerà vigorosi ritratti (il più bello dei quali, nel sec. XVIII, è forse l'Ahmed III. di Levnî). Poi, introdotta la pittura ad olio, si avrà in questo campo tutta una fioritura di opere di notevolissimo interesse, come gli anonimi ritratti di Abdulhamid I e di altri principi, conservati nel Museo Topkapı a Istanbul.
Tuttavia è solo più tardi, regnando Abdulmegid (1839-61) e soprattutto Abdulaziz (1861-76), pittore e collezionista egli stesso, che si opera l'incontro definitivo con la cultura europea. Artisti come Sceker Ahmet Pasciâ (1841-1907), Suleyman Seyit (1842-1913), Osman Hamdi (1840-1910), Hodgia Ali Riza (1864-1935), Huseyin Zekayî Pasciâ (1860-1919), Ahmet Ziya Akbulut (1869-1938), subiscono a volta a volta l'influsso di Courbet, Corot, Fantin-Latour, Renoir. Successivamente si affermano i modi dell'impressionismo, per merito dei ritrattisti Ibrahim Tchali (1882), Reyhaman Duran (1886); dei paesaggisti Nazmi Ziya (1881-1937), Hikmet Onat (1885); mentre operano il solitario Ruhi (1883-1913), realista popolare ignaro dell'influenza d'Occidente, e il discusso pittore ufficiale Huseyin Avni Lifgi (1889-1927), scolaro di Cormon e imitatore di Puvis de Chavannes.
Le nuove generazioni hanno espresso Muhittine Sâbât (1903-37), promettente maestro prematuramente scomparso, un gruppo di interpreti del folklore nazionale fra cui emergono Turgut Zâym (1904) e Malik Akşel (1903), nonché i divulgatori del cubismo francese e del futurismo italiano come Ali Avni e Zeki Kodgiameni. Questi, assieme ad altri, fondarono nel 1928 il cosiddetto «Gruppo D», con l'intento di rinnovare l'arte turca e di metterla al passo con le esperienze occidentali.
Intensa è stata nel secondo dopoguerra la partecipazione turca alle massime rassegne internazionali, specialmente a Londra, Parigi, Torino (1949), Amsterdam.
Per le arti minori V. in particolare la V. TAPPETO. Fiorente, nel passato, l'artigianato della ceramica. Di belle mattonelle a ceramica è tutto rivestito, a Costantinopoli, l'interno della moschea di Rustem pasciâ.
VI. ORDINAMENTO SCOLASTICO
Si deve constatare che in T. un vero ordinamento scolastico, degno di questo nome, non si cominciò ad avere che con l'avvento del regime repubblicano. Prima, infatti, non esistevano presso il Ministero della pubblica istruzione né le direzioni apposite per i vari rami dell'insegnamento, né uffici per le biblioteche ed i musei. Lo Stato sovvenzionava qualche tipo di scuola, ma senza norme fisse; non aveva avvocato a sé l'educazione delle masse e lasciava ogni iniziativa in materia di educazione alle famiglie, le quali, secondo le loro possibilità finanziarie, si rivolgevano a qualche religioso, che tenesse scuola in qualche moschea o nelle vicinanze. Le autorità preposte all'educazione erano al-lora: il capo della religione; l'« E'caf », una specie di direttore amministrativo; i capi delle minoranze religiose, le autorità, da cui dipendevano le scuole straniere, i rappresentanti dei singoli enti e, da ultimo, il Ministero.
La Repubblica apportò subito una ventata di novità. Già fin dal 3 apr. 1924, prima ancora che la grande Assemblea nazionale approvasse la nuova Costituzione (30 apr. 1924) una legge fondamentale dell'istruzione sancì il principio della istruzione primaria gratuita e obbligatoria; nel 1928 venne abrogato l'art. 2° della Costituzione, che riconosceva l'islamismo come religione dello Stato, si impose l'uso dell'alfabeto latino, e si soppresse lo studio dell'arabo e del persiano nelle scuole secondarie, dove si doveva insegnare a adoperare soltanto il turco; nel 1931 si proibì ai Turchi di ricevere l'istruzione primaria in scuole straniere; il Ministero, inoltre, avocò a sé le funzioni direttive della organizzazione scolastica e la sorveglianza su tutto ciò che sa di cultura e di incivilimento (biblioteche, istituzioni post-scolastiche, pubblicazioni e raccolte di archeologia).
Attualmente le scuole sono ripartite in 7 tipi:
a) Scuola materna. - Creata nel 1908, ebbe subito miglioramenti sostanziali, specialmente con la formazione di nuovi e più numerosi insegnanti meglio preparati all'ufficio da disimpegnare.
b) Scuola primaria. - Di 5 anni. Quelle che già esistevano nelle città e nei grandi centri, vennero risanate, aggiornate e moltiplicate; ma si volle pensare in modo tutto particolare ai villaggi e alle campagne, dove la popolazione rurale era abbandonata a se stessa. Perciò si aprirono ovunque scuole rurali, destinate ad innalzare il livello delle grandi masse dei contadini e dei pastori. Si intese anzi di dare a queste scuole una posizione preminente, perché la gran parte della popolazione turca è rurale. E per avere entro breve tempo il numero sufficiente di maestri adatti, vennero istituite nel 1936 le scuole chiamate « Istituti del villaggio » corsi speciali di 8 mesi per preparare gli educatori rurali. I quali debbono essere scelti fra i contadini, che escano dal servizio militare con almeno il grado di caporale, siano preferibilmente proprietari di un decreto terreno e con i requisiti e le doti richieste per la missione da esercitare. Questi diplomati debbono occuparsi di ogni genere di istruzione e di lavoro agricolo, concernente il villaggio dove fanno scuola, e sorvegliare che i lavori di viticoltura, giardinaggio, ecc. siano da tutti svolti bene, secondo i metodi scientifici, in modo da procurare davvero il benessere della popolazione. Alla scuola primaria appartengono anche i corsi diurni e serali istituiti in locali appositi per l'istruzione statale degli adulti.
c) Scuola media. - Di 3 anni, il cui insegnamento comprende: lingua turca, storia e geografia, matematica, fisica e chimica con nozioni di scienze naturali e igiene, calligrafia, musica, ginnastica e cultura militare. Altri tipi di scuole medie sono specializzate per la preparazione all'esercizio di arti e mestieri, o commercio, o per gli impieghi.
d) Liceo. - Di 3 anni: vi si accede dalla scuola media, previo esame. Comprende: letteratura, filosofia, psicologia, storia e geografia, matematica, fisica e chimica, scienze naturali, lingue straniere, ginnastica e cultura militare. Dopo l'ordinanza del 30 nov. 1940, nella scuola media e nel liceo fu introdotto lo studio del latino per preparare i giovani agli studi classici.
e) Scuola normale. - È parallela al liceo e forma i futuri maestri per la scuola primaria. Vi si comprendono anche i tipi di scuole specializzate per la formazione di insegnanti di musica e disegno, lavoro manuale e ginnastica sia per l'istruzione primaria che per la media.
f) Scuole professionali. - Sono poste alla diretta dipendenza di una direzione apposita presso il Ministero della pubblica istruzione. Affidate da principio a specialisti stranieri, sono ora condotte da insegnanti turchi. I tipi e gli indirizzi di esse sono vari a seconda della importanza delle professioni.
g) Istruzione universitaria. - L'insegnamento universitario, più o meno instaurato, ora, secondo il modello dei paesi occidentali e dell'America, comprende parecchi Istituti:

(per cortesia del p. L. Vannicelli)
2. ad Istanbul: l'Università, istituita nel 1925 con la riorganizzazione dell'antica Università di Costantinopol