TRENTO, ARCIDIOCESI di. - Città capoluogo di provincia e dal 1946 della regione Trentino-Alto Adige. L'arcidiocesi comprende la provincia di T. e più della metà della provincia di Bolzano. Ha una superficie di 9856 kmq. con una popolazione di 633.997 ab., dei quali 631.000 cattolici, distribuiti in 439 parrocchie servite da 1129 sacerdoti diocesani (di cui 268 di lingua tedesca); sacerdoti regolari ca. 575; suore 2280. Case religiose maschili 86; femminili 264. L'arcidiocesi possiede un Seminario teologico a T. e due Seminari minori (T. e Tirolo: cf. Ann. Pont. 1953, p. 429).
Città di fondazione gallica o retica, occupata stabilmente dai Romani verso il 37 a. C. e compresa nella decima regione augustea: Venetia et Histria. Caduto l'Impero d'Occidente passò sotto il dominio di Teodorico e dei Bizantini. Dal 569 fu sede di un ducato longobardo; sotto i Carolingi la marca di T. fece parte del Regno italico, ma nel 952 Ottone I la incorporò all'Impero germanico, di cui fece parte fino al 1803. Nel periodo napoleonico passò all'Austria (1803-1805), poi alla Baviera (fino al 1810), quindi al Regno italico (fino al 1816), infine per più di un secolo di nuovo all'Austria. Dal 1918 è riunita allo Stato italiano.
Ecclesiasticamente la diocesi fu fino al 1751 suffraganea di Aquileia, quindi di Gorizia (dipendenza questa mai riconosciuta dal vescovo di T.), dal 1772 al 1825 immediatamente soggetta alla S. Sede, dal 1825 al 1920 suffraganea di Salisburgo, e dal 1920 immediatamente soggetta alla S. Sede, che nel 1929 la elevò a sede arcivescovile senza suffraganei.
La leggenda assegna la fondazione della sede vescovile ai ss. aquileiesi Ermagora e Fortunato, discepoli di s. Marco. In realtà non sono conservati ricordi cri-
stiani per i primi tre secoli. La sede vescovile fu fondata nel sec. IV (primo vescovo conosciuto Jovinus, secondo nella lista Abundantius vivente nel 381). Il terzo vescovo fu s. VIRGILIO (v.) m. nel 400 o 405) che compì l'evangelizzazione del territorio e sigillò l'opera missionaria col martirio. Le sue relazioni con s. Ambrogio (PL 16, 982) e con s. Simpliciano (PL 13, 549-52) collegano la Chiesa tridentina con Milano, ma nei primi decenni del sec. V la diocesi Aquileia (v.). Con Aquileia la diocesi di T. fu coinvolta nello scisma dei Tre Capitoli e ritornò alla comunione con Roma sulla fine del sec. VII. Dei vescovi del primo millennio va menzionato particolarmente Eugippio (sec. VI), al quale si attribuisce l'ampliamento della chiesa sepolcrale di S. Vigilio e la sistemazione delle sue reliquie.
L'imperatore Corrado II nel 1027 (secondo alcuni già Enrico II nel 1004), donando alla Chiesa tridentina le conte di T., di Bolzano e di Val Venosta, creava il principato temporale dei vescovi di T., i cui confini
differiscono in vari punti da quelli diocesani. Nel sec. XII si fecero sentire anche nel territorio tridentino i benefici influenti della riforma della vita ecclesiastica: vennero fondati l'abbazia benedettina di S. Lorenzo a T. e i monasteri di Canonici Regolari Agostiniani di S. Michele all'Adige e di Augia (presso Bolzano). Il principale fautore di questa riforma, il vescovo Altmanno (1124-49), fu anche l'iniziatore dell'attuale Duomo, da lui consacrato nel 1145 alla presenza dei patriarca di Aquileia Pellegrino. Nella lotta per le investiture i principi-vescovi di T. parteggiarono per l'Imperatore e in seguito generalmente per i ghibellini. Il periodo più florido per il principato fu quello del vescovo Federico Vanga (1207-18) che consolidò il potere civile, incrementò l'agricoltura e lo sfruttamento sistematico delle miniere (è celebre lo Statuto minerario), ampliò e ornò il Duomo, riorganizzò la registrazione dei documenti (Codex Vangianus). La politica di Federico II portò a una specie di secolarizzazione temporanea. Più tardi si iniziò una lunga serie di lotte logoranti con i conti del Tirolo, che da avvocati si evolvevano in padroni effettivi del principato: le Compattate del 1363 e del 1454 e la serie dei vescovi tedeschi dei secc. XIV e XV sigillarono questa evoluzione. L'Umanesimo prese piede nel Trentino sotto il principe vescovo Giovanni Hinderbach (1466-86), che godette la fiducia di Enea Silvio Piccolomini (poi Pio II) Niccolò Cusano (v.). Al vescovo e card. CELESTIO (v.) 1514-39) la città deve la sua riorganizzazione sociale e il suo rinnovamento edilizio che dovevano poi renderla sede degna del Concilio. Dopo Bernardo Clesio, per oltre cent'anni resero la Chiesa tridentina membri della famiglia Madruzzo (v.): i cardd. Cristoforo, Lodovico, Carlo Gaudenzio e il vescovo Carlo Emanuele (m. nel 1658). In particolare Lodovico e Carlo Gaudenzio furono attivi per l'applicazione dei decreti tridentini nella diocesi e per l'erezione del seminario. Francescani, Somaschi, Carmelitani e Gesuiti presero stanza o edificarono nuovi conventi nella diocesi in questo periodo. L'ultimo vescovo principe fu Pietro Vigilio de Thun (m. nel 1800). Nella vacanza seguita alla sua morte il principato ecclesiastico fu definitivamente secolarizzato a favore di Casa d'Austria.
I confini della diocesi furono ampliati nel 1785 e nel 1818 con l'aggiunta della Valsugana e di Primiero (appartenenti fino allora a Feltre), di Merano e Val Venosta (fino allora sotto Coira), dei decanati di Fassa, Chiusa, Castelrotto (fino allora sotto Bressanone) e di altri territori minori. Mensa vescovile e Capitolo cattedrale furono nel 1818 dotati a nuovo dall'Imperatore d'Austria, che ricevette dal canto suo il diritto di nominare i nuovi vescovi. Ai vescovi di T. l'Imperatore d'Austria riconobbe il titolo di principe, che fu poi riconfermato dal governo italiano nel 1926. I vescovi del secolo deci-
monono, F. X. Luschin von Ebengreut (1823-34), il servo di Dio Giovanni Nepomuceno de Tschiderer ([v.] 1834-60), Benedetto de Riccabona (1861-79) ebbero da lottare tenacemente contro il giuseppinismo e i sistemi da esso introdotti: la loro azione contribuì a preparare e poi a tradurre in realtà gli accordi concretati fra la S. Sede e l'Austria nel Concordato del 1855. Sotto i vescovi Eugenio Carlo Valussi (1886-1903) e Celestino Endrici (1904-40) si ebbe un notevole risveglio dell'attività sociale dei cattolici, contemporaneamente la questione nazionale presentò alla cura pastorale nuovi e difficili compiti.
Monumenti principali. - Il Duomo romanico, che sorge sulla tomba del patrono s. Vigilio, è opera di maestri comacini. Caratteristico all'esterno per lo sviluppo delle gallerie romaniche, per i grandi rosoni del transetto e della facciata, per la rifinitura delle absidi accostate al vicino castelletto. All'interno, vanno notate soprattutto le due lunghe rampe di scale ricavate nel muro, gli affreschi del transetto (sec. xiv) e le pietre tombali dei principi vescovi. Qui il Concilio di T. celebrò le sue sessioni solenni. S. Maria è l'antica pieve della città. L'attuale edificio rinascimentale è opera di Antonio Medaglia (1520). Nel 1562-63 servì da aula per le congregazioni generali del Concilio. La chiesa romanica di S. Lorenzo è quanto rimane dell'antica abbazia benedettina, trasformata poi in convento domenicano, ospizio di celebri teologi al tempo del Concilio. La chiesa di S. Francesco Saverio è opera del gesuita Andrea Pozzo, trentino. Il Castello del Buon Consiglio fu dal sec. xiii al xix la residenza dei principi vescovi. Ampliato in varie età deve la sua parte più splendida al card. Bernardo Clesio, che chiamò a decorarlo artisti di grande fama. In città infine vanno ricordati conventi e palazzi che ospitarono insigni personaggi del Concilio: i conventi di S. Marco, S. Francesco, S. ma Trinità e i Palazzi Thun, Geremia, Alberti Colico, Migazzi, Roccabruna, Salvadori, ecc.
Igino Rogger
IL CONCILIO di T. - Il Concilio di T., XIX ecumenico, ebbe luogo, con varie interruzioni, dal 1545 al 1563, e fu celebrato per ribattere gli errori contro la fede propalati dei «riformatori» protestanti e per promuovere una riforma della disciplina ecclesiastica.
1. Antecedenti
Quantunque Leone X con la bolla Exsurge Domine del 15 giugno 1520 avesse già condannato 41 errori di Martin Lutero, tuttavia il movimento di defezione da lui creato non era affatto cessato. Già dopo l'interrogatorio subito in Augusta presso il card. Tommaso De Vio, Lutero il 28 nov. 1518 aveva appellato dal Papa al Concilio universale e aveva poi rinnovato l'appello il 17 nov. 1520, in seguito alla pubblicazione della bolla Exsurge. Questi due appelli, però, non erano altro che mosse procedurali e, conforme alla bolla Execrabilis di Pio II in data 18 genn. 1460, erano invalidi e privi di efficacia giuridica.Il proposito di portare la questione di Lutero dinanzi ad un concilio universale non si connette a questi due appelli suoi, ma alla richiesta degli Stati tedeschi, avanzata, sia dai cattolici che dai protestanti, nella Dieta di Norimberga del 1523: la questione di Lutero doveva essere ripresa e definita da un «libero concilio cristiano in terra tedesca». Questa formula di Norimberga suscitò

(fot. Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie, Trento)
Quando la Dieta di Norimberga del 1524 ebbe a constatare che nulla si era fatto per la convocazione di un concilio universale, propose un concilio nazionale tedesco, da tenersi a Spira; ma Clemente VII lo rifiutò e l'imperatore Carlo V finì col proibirlo. Neanche negli anni seguenti si giunse a un concilio universale, perché Clemente VII - non senza fondate ragioni - temeva che in esso riaffiorasse la falsa dottrina dei conciliaristi del Quattrocento circa la superiorità del concilio sul papa e provocasse nuove complicazioni. Inoltre la lunga guerra tra l'Imperatore e Francesco I, re di Francia, divise allora in campi avversi i due più potenti sovrani della cristianità. Conchiusa la pace a Barcellona nel 1529, il Papa, nell'occasione della incoronazione a imperatore di Carlo V, a Bologna (1530), gli promise di volere, occorrendo, radunare il concilio; ma aggiunse certe condizioni, che resero infruttuose le trattative preparatorie con i luterani; anche la Francia, del resto, non era favorevole all'apertura di un concilio, perché da questo prevedeva un accrescimento di potere dell'Imperatore.
Una svolta verso il meglio si ebbe soltanto allorché il successore di Clemente VII, Paolo III (1534-49), diede il primo posto nel suo programma di governo al concilio e alla riforma. D'accordo con l'Imperatore, che nel suo ritorno dall'Africa gli aveva fatto visita a Roma, il Papa,

(fot. R. Renzi)
Le trattative per l'unione, che l'Imperatore allora avviò direttamente con i protestanti tedeschi, rimasero senza effetto, nonostante la partecipazione del card. Contarini alla Dieta di Ratisbona del 1541. Tosto il Papa riprese il piano del Concilio e con la bolla Initio nostri huius pontificatus del 22 maggio 1542 intimò il Concilio per il giorno di Ognissanti dello stesso anno, da tenersi nella città di T., per la quale il nunzio Morone aveva ottenuto il consenso degli Stati tedeschi. Ma anche questa seconda indizione del Concilio non riuscì, perché il Re di Francia, poche settimane dopo, il 10 luglio 1542, dichiarò guerra all'Imperatore. Nonostante la presenza, a T., dei tre cardinali legati, Parisio, Morone e Pole, non arrivarono in quella città, nello spazio di sei mesi, che dieci vescovi. Perciò il 29 sett. 1543 il Concilio dovette di nuovo essere sospeso.
Solo il 18 sett. 1544, con la pace conchiusa a Crépy tra Carlo V e Francesco I, fu finalmente libera la via per una terza indizione del Concilio. In un articolo segreto del Trattato di pace, l'Imperatore obbligava il Re a cessare l'opposizione, mantenuta fino allora, verso il Concilio e a darvi la sua adesione. Ora il Papa con la bolla Laetare Jerusalem del 22 nov. 1544 indiceva il Concilio universale per il 15 marzo 1545, da tenersi nuovamente a T.
2. Primo periodo (1545-47). - Il 22 febbr. 1545 il Papa nominò suoi legati al Concilio i cardd. Giovanni del Monte, Marcello Cervini e Reginaldo Pole. Ma quantunque i due primi facessero la loro entrata a T. il 13 marzo, non si poté ancora pensare a fissare il giorno dell'apertura, perché, oltre il vescovo di T., card. Cristoforo Madruzzo, soltanto due prelati esterni erano presenti: il vescovo Sanfelice di La Cava, nominato commissario del Concilio, e il vescovo di Feltre, Tommaso Campeggio. Nonostante questi poco promettenti inizi, il Concilio questa volta ebbe luogo, perché nell'estate del 1545 si era conchiuso un patto tra il Papa e l'Imperatore che faceva tacere, almeno temporaneamente, i malintesi e le diffidenze che duravano da tanto tempo fra i due capi della cristianità. L'Imperatore, infatti, si era deciso a rompere l'insopportabile potenza della Lega smalcaldica con le armi e il Papa promise per la guerra sussidi finanziari e aiuto di truppe. Appena conseguita la vittoria, l'Imperatore pensava di costringere i protestanti a partecipare al Concilio nella speranza di potere in questo modo restaurare l'unità della Chiesa.
La manchevole preparazione militare dell'Imperatore differì l'esecuzione di questo grande disegno fino alla primavera del 1546. Ciò non ostante il Papa fece aprire il Concilio nella terza domenica dell'Avvento, 13 dic. 1545, per impedire che i prelati giunti a T. nell'estate e nell'autunno lasciassero di nuovo la città. Alla seduta di apertura nel coro del duomo di T. parteciparono, oltre ai tre legati e al card. Madruzzo, 4 arcivescovi, 21 vescovi, 5 generali di Ordini religiosi, 42 teologi e 8 giuristi. La predica d'occasione fu tenuta dal minorita Cornelio Musso, vescovo di Bitonto. Le prime settimane furono consacrate alla preparazione di un programma di lavoro e alla determinazione dell'ordinamento procedurale del Concilio. Ebbero diritto di voto, oltre i vescovi, soltanto i generali di Ordini e i rappresentanti di un'intera congregazione monastica, ad es., la Congregazione benedettina di Monte Cassino, ma non i singoli abati, né i procuratori dei vescovi assenti. Poiché il Papa voleva che prima di tutto si trattassero le dottrine controverse, mentre l'Imperatore desiderava che si cominciasse con le riforme, si giunse, dietro proposta del vescovo di Feltre, il 22 genn. 1546, al compromesso di trattare, simultaneamente, dogma e riforma. La trattazione delle materie dogmatiche si svolgeva generalmente in quest'ordine: ai «theologi minores» veniva presentata dai legati, che durante tutto il Concilio si riservarono esclusivo il diritto di proposizione, una lista di errori protestanti intorno ad un determinato argomento della dottrina cattolica; intorno a questi errori discutevano i teologi nelle cosiddette «Congregazioni dei teologi», alle quali anche i prelati aventi diritto di voto potevano assistere, senza però esservi obbligati; indi gli articoli da condannare venivano presentati ai prelati con diritto di voto nelle «Congregazioni generali» e discussi fino a che il decreto non avesse avuto l'approvazione della maggioranza. La suddivisione, introdotta da principio, della Congregazione generale in tre classi, ciascuna sotto la direzione di un legato, fu lasciata cadere dopo la V sessione. Le sessioni solenni servivano unicamente per la pubblicazione dei decreti così preparati. Quanto ai decreti che avevano per oggetto la riforma, la prima istanza, cioè la discussione nelle Congregazioni dei teologi, non aveva luogo. Segretario del Concilio nei tre periodi delle sessioni fu Angelo Massarelli.
Dopo aver nella II sessione (7 genn. 1546) pubblicato il decreto De modo vivendi et aliis in Concilio servandis, e nella III (4 febbr. 1546) stabilito il Simbolo nicenocostantinopolitano come fondamento comune a tutti i cristiani, il Concilio fissò, nella IV sessione (8 apr. 1546), le basi di tutte le future discussioni. Non solo, come voleva
Lutero, doveva servire come fonte della Rivelazione la S. Scrittura, ma anche le Tradizioni apostoliche dovevano accettarsi « pari pietatia affectu » come i libri contenuti nel canone della S. Scrittura (compresi i deuterocanonici). Contro l'abuso, poi, di rigettare le prove dogmatiche dedotte dalla comune versione latina, cioè della Volgata, sotto il pretesto che in alcuni punti era difettosa, la Volgata fu nella stessa sessione dichiarata autentica; con questo il Concilio non intese disapprovare lo studio delle lingue bibliche originali, l'ebraico e il greco.
Per elevare la formazione teologica del clero, il Concilio nella V sessione (17 giugno 1546) decise l'istituzione di letterati della S. Scrittura nelle chiese cattedrali e collegiali, come pure in adatti conventi e monasteri. Dopo uno scontro assai vivo tra gli Ordinari e gli Ordini mendicanti, venne esattamente determinata la concessione dei poteri per la predicazione e obbligati i parroci a predicare al popolo tutte le domeniche e le feste. Il decreto sul peccato originale definì, contro la dottrina di Lutero, che poneva l'essenza di esso nella concupiscenza, rimasta come peccato nell'uomo anche dopo il Battesimo, che per mezzo del Battesimo viene cancellata la colpa originale e tutto ciò che sa di peccato (« totum id quod veram et propriam peccati rationem habet »).
Il 22 giugno 1546 le Congregazioni dei teologi cominciarono a discutere gli articoli sulla giustificazione, che tennero occupato il Concilio per sei mesi, non solo perché questo era il problema centrale della dottrina di Lutero, e non era mai stato ancora trattato da alcun precedente Concilio, ma anche perché le discussioni si trascinarono in lungo sia per riguardo all'Imperatore sia per il disegno di un trasferimento di sede, che già fin da allora stava sospeso in aria. Dopo che il primo abbozzo di un decreto sulla giustificazione, presentato ai Padri del Concilio il 24 luglio - che non proveniva, come si credette in un primo tempo, dal francescano Andrea de Vega - venne rigettato, il generale degli Agostiniani, Seripando, redasse su richiesta del card. Cervini un nuovo decreto, in cui i capitoli dottrinali erano distinti dai canoni propriamente detti. La stesura del Seripando, pur dopo molteplici correzioni, fu presentata alla Congregazione generale il 23 sett. 1546 e rimase fino alla fine la base delle altre discussioni, quantunque certe dottrine particolari del Seripando fossero combattute e rigettate da teologi come il Salmerón e il Lainez e anche dalla maggioranza dei Padri. La cura con cui venne preparato il decreto sulla giustificazione riceve luce anche dal fatto che sopra due questioni controverse tra i teologi del Concilio, e cioè la dottrina della duplice giustizia come fondamento della giustificazione e la questione della certezza della Grazia (certitudo Gratiae), si vollero sentire ancora una volta, dal 15 al 26 ott., i teologi. Il decreto, promulgato nella VI sessione del 13 genn. 1547, che con i suoi 16 capitoli e 33 canoni è il più esteso decreto dogmatico di tutto il Concilio, fissava contro la dottrina protestante della giustificazione per sola fede (sola fide) e imputazione della giustizia di Gesù Cristo (imputatio iustitiae Christi) che l'uomo non viene giustificato dinanzi a Dio dalla sola fede, ma dopo un'accurata preparazione interiore (capp. 5 e 6) riceve la Grazia santificante (capp. 7, 8, 9), che lo rende capace di farsi veri meriti per il paradiso (capp. 16). Nella stessa sessione il Concilio promulgò il decreto di riforma sul dovere dei vescovi di risiedere personalmente nelle loro sedi.
Lutero, dei sette Sacramenti della Chiesa ne lasciava sussistere soltanto due, o rispettivamente tre (Battesimo, Eucaristia, e, con certe limitazioni, la Penitenza); ma più ancora svuotava e falsificava lo stesso concetto di Sacramento; perciò il Concilio nella VII sessione (3 marzo 1547) si occupò di definire l'essenza e il numero settenario dei Sacramenti e ai 13 canoni sui Sacramenti in generale ne aggiunse altri 14 sul Battesimo e 3 sulla Cresima. Nel medesimo tempo promulgò il decreto di riforma che proibiva l'accumulo su di una sola persona di più vescovati o benefici con cura d'anime.
3. La traslazione del Concilio a Bologna (1547-1548) e il ritorno a T. (1551-52). - Subito dopo la VII sessione i lavori del Concilio vennero bruscamente inter-

(fot. R. Renzi)

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Il successore, Giulio III, fino allora presidente del Concilio, già il 14 nov. 1550 disponeva con la bolla Cum ad tollenda il ritorno del Concilio a T. e ne fissava per il 1° maggio 1551 (XI sessione) l'apertura per mezzo del card. Marcello Crescenzi, nominato legato « a latere » e primo presidente, coadiuvato dall'arcivescovo di Siponto, Sebastiano Pighino, e dal vescovo di Verona, Luigi Lipomano, in qualità di presidenti. Ancora era presente una parte dei vescovi rimasti a T. nel 1547. Tuttavia i lavori veri e propri non cominciarono che dopo la sessione XII (1° sett. 1551), quando comparve un maggior numero di prelati e si ripresero le discussioni al punto esatto in cui erano state interrotte nel marzo del 1547, cioè dal sacramento dell'Eucaristia. Grazie ai lavori preparatori già fatti a Bologna, si poté in tempo relativamente breve definire nella sessione XIII (11 ott. 1551), contro lo spiritualismo, rispettivamente simbolismo dei riformatori svizzeri Zwingli ed Ecolampadio, la dottrina della presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia, e - contro la
dottrina di Lutero sull'impanazione e l'ubiquità - la Transustanziazione.
La seguente sessione XIV (25 nov. 1551) difese la dottrina cattolica della confessione auricolare, il carattere giudiziale dell'assoluzione del sacerdote nel sacramento della Penitenza, la necessità della soddisfazione e inoltre la sacramentalità dell'Estrema Unzione. I decreti paralleli di riforma regolarono l'ordine delle istanze presso i tribunali ecclesiastici, l'intervento dell'autorità della Curia contro i vescovi punibili, i diritti e i doveri dei vescovi nell'ammertare alle Ordinazioni, nel vigilare sul clero e nel conferimento dei benefici sottoposti al diritto di patronato.
Alla preparazione di questi decreti presero parte per la prima volta numerosi vescovi e teologi della Germania e dei Paesi Bassi. Erano intervenuti gli arcivescovi di Magonza, Colonia e Treviri, che erano anche principi elettori dell'Impero; alla XV sessione (25 genn. 1552) presero parte 14 vescovi dei territori di lingua tedesca, 10 residenziali e 4 suffraganei. L'Università di Lovanio era rappresentata dal decano della Facoltà teologica, Ruard Tapper, e da altri teologi; tra il seguito degli elettori renani si trovavano Giovanni Gropper, Everardo Billick e Ambrogio Pelargo; fra i teologi spagnoli emergeva Melchior Cano. La Francia era assente; e già l'inviato di Enrico II, Amyot, aveva elevata nella XII sessione formale protesta contro il Concilio. Per la prima e l'ultima volta comparvero a T. inviati e teologi dei protestanti tedeschi; prima quelli dell'elettore Gioachino II di Brandeburgo, che aveva precedentemente dichiarato di accettare i decreti del Concilio, e inoltre gli inviati del duca Cristoforo di Württemberg e dell'elettore Maurizio di Sassonia, e, quale inviato della città di Strasburgo, Giovanni Sledano, storico della Lega smalcaldica. Ma poiché tutti costoro non solo chiedevano un salvacondotto più ampio di quello concesso nella sessione XIII e una proroga delle discussioni dogmatiche fino all'arrivo dei loro teologi - anche Filippo Melantone era in via per T. - ma pretendevano pure che si riprendessero in esame le discussioni sopra tutti i decreti dogmatici fino allora pubblicati e che si proclamasse la superiorità del Concilio sul Papa, tutte le trattative con essi andarono fallite. A questa situazione, già estremamente tesa in T., portò rapida fine un avvenimento politico-religioso inaspettato: l'elettore Maurizio di Sassonia, in lega con la Francia, si scagliò contro l'Imperatore disarmato, che si trovava allora a Innsbruck, e mise in pericolo anche la sicurezza del Concilio. Perciò, nella sessione XVI del 28 apr. 1552 fu decisa la sospensione e, nonostante le proteste di molti vescovi spagnoli, il Concilio si sciolse.
Durante gli anni 1552-54, Giulio III pensava di rendere esecutiva una parte dei decreti riformatori tridentini mediante una grande bolla di riforma, per fronteggiare così alcune aspirazioni sorte nella Spagna e nel Portogallo, che tendevano, di propria autorità, a mettere in esecuzione i decreti conciliari di riforma, i quali, mancando la conferma pontificia, non avevano ancora valore giuridico. Ma la morte del Papa, il 23 marzo 1555, impedì che il disegno si attuasse e la bolla di riforma fosse pubblicata. Il suo successore Marcello II (card. Cervini, già legato al Concilio) visse troppo poco tempo per poter pensare ad una ripresa del Concilio. Neanche Paolo IV, che gli successe e pensava di attuare la riforma ecclesiastica mediante una Commissione radunata a Roma e da allargarsi poi a Concilio, poté riuscire a tradurre in pratica il suo disegno. Nel frattempo i protestanti tedeschi ottenevano con la Pace di Augusta il formale riconoscimento da parte dell'Impero.
4. Terzo periodo (1561-63)
Solo Pio IV poté con la bolla Ad Ecclesiae regimen, del 29 nov. 1560, convocare a T. per la terza volta il Concilio. Ma, mentre i primi due periodi erano stati strettamente in relazione con la Germania e sotto l'influsso, talora molto forte, dell'Imperatore, ora l'impulso per questa terza ripresa provenne dalla Francia. Là il calvinismo aveva preso piede già sotto il governo del re Enrico II, e, dopo la sua morte, sotto i suoi successori Francesco II e Carlo IX aveva fatto, grazie alla politica indecisa della regina madreCaterina de' Medici, così grandi progressi che il pericolo di una defezione da parte anche della Francia non era più tanto lontano. Ora, un Concilio universale avrebbe controminato il disegno di un Concilio nazionale, pericoloso soprattutto in una Francia gallicana, e avrebbe rafforzato il poiso del partito cattolico, la cui direzione stava nelle mani dei fratelli Francesco e Carlo di Guisa. In Germania l'invito al Concilio fu portato dai nunzi Delfino e Commendone; ma neppure i principi cattolici e i vescovi seppero decidersi a partire per il Concilio, a motivo del contegno minaccioso dei protestanti, i quali dal canto loro, nel Convegno tenuto a Naumburg dal 20 genn. al 6 febbr. 1561, respinsero di nuovo aspramente ogni invito.
Il 14 febbr. 1561 il Papa nominò legati i cardd. Ercole Gonzaga e Giacomo Puteo, il quale però per malattia non assunse mai l'ufficio, e altri ne aggiunse il 4 marzo, scelti fra i nuovi cardinali: Girolamo Seripando, Stanislao Hosio, Ludovico Simonetta, e infine anche il suo nipote Marco Sittich di Hohenems. Quantunque il Seripando e il Gonzaga già si trovassero a T. fino dal 16 apr. 1561, tuttavia la situazione fluttuante della Francia (Assemblea del clero a Poissy, ag.-sett. 1561), il contrasto tra l'idea degli spagnoli che il Concilio dovesse considerarsi una continuazione delle antecedenti sessioni, e quella dell'Imperatore e della Francia che volevano, per riguardo ai protestanti, un Concilio che figurasse del tutto nuovo, ne ritardarono per tutto quell'anno l'apertura. Solo l'arrivo del card. Simonetta, fiduciario del Papa, il 9 dic. 1561, diede il segnale per la vera apertura, che ebbe luogo il 18 genn. 1562 con la partecipazione relativamente numerosa di 111 prelati con diritto di voto (sessione XVII).
Poiché gli inviati dell'imperatore Ferdinando I si opponevano alla ripresa delle discussioni sul sacrificio della Messa, interrotte nel 1552, perché questo avrebbe messo in evidenza il carattere di continuità del Concilio, che essi non volevano, il Concilio si dedicò primariamente alla riforma dell'Index librorum prohibitorum (sessione XVIII del 26 febbr. 1562) e alla concessione di un salvacondotto ai protestanti ancora inattuato. L'11 marzo i legati presentarono finalmente al Concilio 12 articoli di riforma, in capo ai quali - nonostante il decreto, arretrato, della VII sessione - stava l'esecuzione del dovere di residenza dei vescovi. Una minoranza, composta da vescovi spagnoli e da imperiali e italiani, riteneva unico mezzo efficace per costringere alla residenza una decisione del Concilio, per la quale i vescovi fossero obbligati a risiedere nelle loro diocesi per diritto divino (de iure divino). La maggioranza rigettò questa soluzione, perché a suo parere sminuiva il diritto primaziale del Pontefice; una parte rimise, il 20 apr. 1562, la decisione al Papa. Mentre l'opinione della minoranza incontrava il favore dei cardd. Seripando e Gonzaga, la maggioranza trovò appoggio nel card. Simonetta e a Roma. Il Papa, l'11 maggio, biasimò la condotta dei due primi legati e ordinò che la questione sull'obbligo della residenza fosse aggiornata. La conseguenza fu una grave crisi di fiducia sia nel senso dei legati che da parte degli «ultramontani». Dopo due sessioni infruttuose (la XIX del 14 maggio e la XX del 5 giugno 1562) il Concilio riprese le sue attività il 6 giugno, quando il card. Gonzaga, che già aveva offerto le sue dimissioni a Roma, promise la discussione sulla residenza abbinata a quella dell'Ordine.
Nella XXI sessione del 16 luglio 1562 poté emanarsi il decreto sull'uso dell'Eucaristia, che, contro la dottrina protestante della necessità della Comunione sotto le due Specie, definiva la dottrina che Gesù Cristo è intero e indivisibile sotto ciascuna delle Specie. Ma la decisione intorno alla questione pratica se si dovesse accedere alla domanda inoltrata dall'Imperatore e dal duca di Baviera di concedere, con determinate cautele, ai laici loro sudditi la Comunione del calice (Communio sub utroque specie) fu nella sessione seguente rimessa al Papa. Questa sessione XXII del 17 sett. 1562, dopo una vivace discussione intorno al carattere sacrificale dell'Ultima Cena, costituì con il decreto sulla giustificazione la più importante decisione dottrinale di tutto il Concilio. In un decreto, che comprendeva 9 capitoli dottrinali e 9 canoni,
venne definito che la Messa è un vero e proprio sacrificio di ringraziamento e di propiziazione e che può essere offerto anche per i defunti e in onore dei santi. Quantunque nelle due sessioni si fossero promulgati anche parecchi decreti di riforma sul conferimento degli Ordini sacri, l'elezione dei vescovi, la vigilanza sulle fondazioni pie, ecc., tuttavia gli «ultramontani» non videro in questi decreti il pieno adempimento delle loro ampie proposte di riforma, presentate al Concilio in molti
memoriali (articoli spagnoli di riforma dell'apr. 1562; libello imperiale di riforma del giugno 1562). Si giunse perfino ad una comune protesta da parte degli oratori delle potenze non italiane accreditati al Concilio. L'opposizione crebbe di forza quando, il 13 nov. 1562, comparve a T. il card. di Lorena, Carlo Guisa, con 14 prelati francesi. Egli diventò in breve il capo dell'opposizione. Le concezioni in parte gallicane ed episcopaliste che i Francesi e la maggioranza degli Spagnoli, sotto la condotta dello zelante riformatore, l'arcivescovo di Granata, Pietro Guerrero, aveva sostenuto nelle discussioni sull'obbligo della residenza dei vescovi e sul sacramento dell'Ordine nel dic. 1562 e nel genn. 1563, urtarono contro la viva opposizione degli «zelanti», che difendevano la definizione sul Primato del Concilio fiorentino. I contrasti parvero insormontabili, le trattative arrivarono alla fine di genn. ad un punto morto. Il card. di Lorena si recò alla Corte dell'Imperatore a lamentarsi dell'inflessibilità degli zelanti e della politica conciliare del Papa. La crisi era giunta al colmo, quando il 2 marzo 1563 morì il card. Gonzaga, e poco dopo, il 17 marzo, anche il card. Seripando. Tuttavia il Papa con una sua lettera tutta di proprio pugno, del 1º apr. 1563, riuscì a convincere il più potente monarca della cristianità, Filippo II di Spagna, che egli non rifuggiva da una riforma della Chiesa, anzi la desiderava ed era deciso di condurla a termine. E, prima di tutto, sostituì i due cardinali legati defunti con i cardd. Giovanni Morone e Bernardo Navagero. L'abilità diplomatica del Morone riuscì, mediante trattative personali con l'Imperatore a Innsbruck, a guadagnare prima lui e poi, a T., anche il card. di Lorena ad un compromesso e con ciò salvò il Concilio. Dopo 10 mesi di gravi discussioni, si poté finalmente emanare nella XXIII sessione del 15 luglio 1563 il decreto sull'Ordine, che però non definiva la dibattuta questione della relazione fra il Primato e i vescovi. Nello stesso tempo il cap. 1 del decreto di riforma obbligava tutti i vescovi, compresi i cardinali, all'osservanza della residenza, senza dire nulla circa la dichiarazione, richiesta dall'opposizione, dello ius divinum dell'obbligo della residenza. Nel cap. 18 dello stesso decreto, sulle tracce di un decreto emanato dal card. Pole per l'Inghilterra, si ordinava a tutti i vescovi l'erezione di seminari per il clero.
Sul finire del luglio 1563 il card. Morone presentò al Concilio un vasto programma di riforma, che in molti punti assecondava le richieste degli «ultramontani», mantenendo tuttavia un sufficiente riguardo alla tradizione della Curia romana. I punti più importanti di questo programma passarono nei decreti di riforma delle due ultime sessioni, la XXIV dell'11 nov. e la XXV del 3-4 dic. 1563. La sessione XXIV, cap. 1, regola il pro-

(fot. Museo del Duomo)
(fot. Enc. Catt.)
Quantunque l'ambasciatore spagnolo, conte Luna, tendesse a trarre in lungo il Concilio, si decise di tenere la seduta conclusiva alla metà di dic. Ed ecco al 1° del mese giungere a T. la notizia che il Papa era gravemente ammalato. La seduta finale (sess. XXV) fu perciò anticipata al 3 dic. Essa emanò i decreti dottrinali sul Purgatorio e le Indulgenze, sul culto dei santi, delle loro reliquie e delle immagini. Una vasta riforma degli Ordini religiosi diede nuove basi al diritto dei religiosi, disponendo in una maniera nuova l'ammissione dei nuovi candidati, la formazione dei novizi, gli studi, la clausura. Un ulteriore decreto di riforma conteneva, fra l'altro, un capitolo sui cardinali. Invece la «riforma dei principi» desiderata da alcuni vescovi, cioè una presa di posizione contro le sopraffazioni del braccio secolare, fu lasciata da parte. Il card. di Lorena, al termine della sessione, che si era protratta per due giorni e in cui s'erano riletti ancora una volta tutti i decreti del Concilio, acclamò al Papa, all'Imperatore e a tutti i promotori del Concilio. Il segretario, Angelo Massarelli, che aveva tenuto tale ufficio per tutta la durata, ebbe cura che i decreti fossero sottoscritti da tutti i presenti. Si hanno così le sottoscrizioni di 199 arcivescovi e vescovi, 7 abati, 7 generali di Ordini e 19 procuratori di vescovi assenti.
5. Conferma, esecuzione e risultati del Concilio. - Con il Concilio di T. la Chiesa diede alla «riforma» di Lutero, Calvino e Zwingli una doppia risposta: 1) con i suoi decreti dogmatici, fissò autoritativamente quello che è la dottrina cattolica; in modo negativo nei canoni, che condannano gli errori dei novatori; in modo positivo nei capitoli dottrinali che precedono, in molti decreti, i canoni. Così l'insegnamento della dottrina, nella predicazione e nella catechesi, ma soprattutto nel campo scientifico delle controversie teologiche, acquistò una base dottrinale sicura; le ampie opere del Bellarmino e dei suoi successori hanno come premesse i decreti dottrinali del Tridentino. 2) Con i suoi decreti riformatori la Chiesa contrappose alla «riforma» protestante, basata su false fondamenta, una riforma cattolica, che edificando sugli sforzi di riforma già compiuti nel tardo medioevo doveva penetrare gradatamente in sempre più ampie cerchie della vita ecclesiastica e doveva infine ridare alla Chiesa la forza
di riconquistare, nella «Controriforma», vasti territori che essa aveva perduti. Questo successo però fu reso possibile soltanto perché il Papato prese energicamente nelle sue mani l'attuazione del Concilio e impedì che i suoi decreti restassero lettera morta.
L'attuazione del Concilio cominciò con la conferma di tutti i decreti senza eccezioni e senza mutazioni (come pure si sarebbe desiderato in certi circoli della Curia romana) fatta da Pio IV il 26 genn. 1564, prima a viva voce e poi con la bolla Benedictus Deus, datata con lo stesso giorno, ma pubblicata solo il 30 giugno 1564. E poiché nella bolla si proibiva ogni pubblicazione di commentari ai decreti e la loro interpretazione autentica era riservata alla S. Sede, il Papa per conseguenza, il 2 ag. 1564, creò, per rispondere alle eventuali domande e vigilare sulla osservanza dei decreti, una commissione di cardinali, da cui in seguito si sviluppò la S. Congregatio Concilii, che esiste tuttora. Il 13 nov. 1564 fu pubblicato un breve riassunto della dottrina conciliare: la Confessio Fidei Tridentina e la sua professione fu imposta a tutti i vescovi, ai membri dei Capitoli cattedrali, ai professori e dottori di università. Già prima, il 24 marzo 1564, il Papa aveva messo in vigore l'Index librorum prohibitorum, preparato a T., il quale, oltre alla lista alfabetica per nomi dei libri proibiti, conteneva anche dieci regole generali. Il Catechismus Romanus, anch'esso già preparato dal Concilio, e concepito soprattutto come un manuale di teologia per i parroci, comparve sotto Pio V nel 1566; il Bresorium, riveduto per incarico del Concilio, nel 1568; il Misude Romanum, riformato, nel 1570; la revisione della Volgata, auspicata dal Concilio, uscì sotto Sisto V (1590), e successivamente sotto Clemente VIII (1592).
Ma più importante ancora fu il fatto che i papi, a cominciare da Paolo IV e specialmente Pio V e Gregorio XIII con i loro successori, si impegnarono energicamente a che i decreti fossero ufficialmente pubblicati nelle singole nazioni e diocesi e fossero osservati. L'edizione ufficiale dei decreti tridentini curata da Paolo Manuzio venne comunicata d'ufficio ai vescovi di tutto il mondo; in Germania fu portata da s. Pietro Canisio. La cura principale dei papi si concentrò nell'eccezione dei seminari per il clero, nell'attuazione delle visite pastorali, accanto alle quali in varie regioni d'Italia si ebbero visite apostoliche, e infine nella convocazione di sinodi provinciali e diocesani, nei quali la disciplina ecclesiastica fu regolata a norma delle riforme tridentine. In questo risplende quale magnifico esempio s. Carlo Borromeo con la sua attività nella provincia ecclesiastica e nella diocesi di Milano; già nel 1565 l'ambasciatore veneziano, Giacomo Soranzo, scriveva che egli aveva operato «più profitto nella corte di Roma che tutti i decreti del Concilio insieme». I grandi Ordini religiosi adattarono le loro costituzioni ai decreti del Concilio; come già nel 1564 i Domenicani, gli Eremitani di S. Agostino e i Carmelitani nei rispettivi Capitoli generali di Bologna, Milano e Roma; e nel 1570 i Cistercensi. Data la stretta unione dello Stato con la Chiesa, fu della più grande importanza per l'attuazione del Concilio che anche gli Stati ne accettassero dal canto loro i decreti. I principi italiani e il re di Polonia li accettarono incondizionatamente; il re Filippo II di Spagna e la governatrice dei Paesi Bassi, Margherita di Parma, solo dopo lunghe deliberazioni e con la clausola: «salvi i diritti regali»; anche i Cantoni cattolici svizzero posero restrizioni. Invece l'imperatore Massimiliano II e la corona di Francia si rifiutarono di accettarli dando loro forza di legge. Solo dopo decenni di lotte con i parlamenti imbevuti di idee gallicane, i vescovi francesi accettarono in linea generale i decreti tridentini nell'Assemblea del clero del 1615; in queste lotte si hanno le prime tracce di una penetrazione storica del Concilio. In Germania un simile atto comune dei vescovi non ebbe luogo; ma l'esempio di vescovi zelanti, come Giulio Echter di Würzburg, Daniele Brendel di Magonza e altri, insieme con l'attività dei nunzi pontifici, come il Ninguarda, il Porcia e Gaspare Gropper, fecero sì che anche là penetrasse lo spirito tridentino.
L'attuazione del Concilio di T. non riuscì né rapida né incontrastata, né completa. Tutto il sec. XVIII è ancora pieno di lotte per il valore dei decreti tridentini e per
l'assimilazione del diritto particolare al ius commune creato dal Concilio, che modificava in non meno di 250 luoghi il diritto medievale delle Decreti. In modo particolare nella Spagna e in Germania i Capitoli cattedrali si opposero alla soppressione delle esenzioni e alla restrizione dei diritti degli arcidiaconi. Molte diocesi non ebbero seminari per il clero che nel corso del sec. XVII e alcune solo nel sec. XVIII. Dalle proibizioni di unire nelle mani di uno solo più vescovati si concessero in Germania molte volte dispense in favore dei principi delle case di Asburgo e di Wittelsbach per interessare queste dinastie alla difesa di territori minacciati. Ciò non ostante rimane ben fermo che il Concilio di T. è il più grande Concilio riformatore nella storia della Chiesa e che il Papato mediante la convocazione di esso e la sua attuazione ha aumentato straordinariamente il suo influsso sui popoli. Il Concilio non potè impedire che in seguito sorgessero le grandi controversie sulla efficacia della Grazia (la cosiddetta questione molinista) o sull'attrizionismo. La dottrina sulla Chiesa e sul primato del papa, che non furono definite nel Concilio, vennero discusse accantamente più tardi, finché il Concilio Vaticano pose fine alle dottrine gallicane, febroniane ed episcopalistiche. Tutti gli sforzi di parte protestante di rivedere, in un nuovo Concilio, in favore della Unione, le decisioni dottrinali, naufragarono necessariamente di fronte al carattere infallibile delle decisioni di fede. Quanto grande, poi, sul stato l'influsso sulla formazione della pietà ecclesiastica e sull'arte cristiana è un argomento che deve ancora venir illustrato in ulteriori ricerche. - Vedi tavv. XLVII-XLIX.
FONTI: l'ed. uff. dei decr., curata da Paolo Manuzio, Roma 1564; la migliore rist. con una scelta delle dichiarazioni della S. Congr. del Conc., per E. L. Richter-F. Schulte, Lipsia 1853. J. Le Plat, Monum ad histor. Conc. Trid. patiss. illustr. spectantia, 7 voll., Lovanio 1781-87; A. Theiner, Acta genuina SS. Conc. Trid., 2 voll., Zagabria 1872, prima, ma imperfetta ed. dei processi verb.; Concilium Tridentinum. Diariorum, actorum, epist., tractatum nova coll., ed. Soc. Goertes., finora 12 voll., Friburgo in Br. 1901-50, in 4 divisioni: 1. Diarii, ed. da S. Merkle, vol. I (1901); cf. H. Lenner, in Gregorianum, 15 [1934], p. 573 sgg.; vol. II (1911); vol. III, 1 (1931). 2. Atti; vol. IV (1904), ed. da St. Ehse; preistor. e processi verb. fino al 4 febbr. 1546; V (1911), ed. St. Ehse proc. verb. fino alla trasla.; vol. VI, ed. Th. Freudenberger; processi verb. del periodo bolognese; vol. VIII (1919), ed. St. Ehse; 1561-17 sett. 1562; vol. IX (1924) ed. St. Ehse; fino alla confirmaz. 3. Lettere, ed. G. Buschbell, vol. X (1916), 1545-47; XI (1937) 1547-52. 4. Trattati, vol. XII (1930), ed. V. Schweitzer; 1521-47; vol. XIII, parte 1° (1937), ed. H. Jedin; 1547-62. - La corrisp. dei legati durante l'ult. periodo 1561-63 è edita da J. Susta, Die Röm. Curie und das Trient. Conz. unter Pius IV., 4 voll., Vienna 1904-14; lett. importanti del card. Gonzaga al suo nipote a Roma e viceversa sono pubbl. da G. Drei in Arch. Soc. rom. di st. patria, 40 (1917), pp. 205-45; 41 (1918), pp. 171-222; Arch. st. parmense, 17 (1917), pp. 185-242; 18 (1918), pp. 29-143; H. Jedin, Krisis und Wendepunkt des Trient. Konz., 1562-63; Die wenstdecht. Geheimberichte der Bisch. Gualterio V. VITERBO, DIOCESI DI. Karl Bermanens, Würzburg 1941; C. M. Abad, Das Memor. del b. Juan de Avila, inéd. para el Conc. de T., Comillas 1945; id., Ultimos inéd. extensos del b. J. de Avila, ivi 1950. Delle pubblicaz. più antiche di fonti sono ancora da consulare: J. Pogiani, Epist. et orat., ed. H. Lagomarsini, 4 voll., Roma 1756-62; [L. Morandi], Monum. di varia letter, tratti dai manoscr. di L. Beccadelli, 3 parti, Bologna 1797-1801; H. Grisar, J. Layne disputat. Trident., 2 voll., Innsbruck 1886; Lett. degli oratori e di vesc. spagn. nella Collecio de docum. inéd. para la hist. de España, 9 (1846) e 98 (1891); per quelle degli oratori dell'Imp. cf. Th. Sickel, Zur Gesch. der C. V. T., Vienna 1872.
STUDI: STORIA GENERALE: P. Sarpi, Ist. del Conc. Trid., Londra 1619; ed. crit. di G. Gambarin, 3 voll., Bari 1935; P. Sforza Pallavicino, Ist. del Conc. di T., 2 voll., Roma 1656-57; la migliore ed. di A. M. Zaccaria, 6 voll., ivi 1792-99; P. Richard,

(Ist. R. Renzi)
PRIMO PERIODO: Dscr. septem priorum sess. Conc. Trid. sub. Paulo III Pont. Max. ex autogr. A. Massarelli hic photot. recuto, ed. St. Kuttner (Washington 1945), con import. introduz. sulla stor. del testo dei decr.; A. González Palencia-E. Mele, Vida y obras de Don Diego Hurtado de Mendoza, 3 voll., Madrid 1941-43; H. Jedin, G. Seripando, 2 voll., Würzburg 1937; K. D. Schmidt, Studien zur Gesch. des K. V. T., Tübinga 1925; A. Maichle, Der Kanon der bibl. Bücher u. das K. V. T., Friburgo 1929; W. Koch, Der auth. Charakter der Vulg. im Lichte der Trient. Konzilsverhandl., in Tüb. Th. Quartalschr., 96 (1914), p. 401 sgg., 542 sgg.; 97 (1915), p. 225 sgg., 529 sgg.; R. Draguet, Le Maître louvainiste Driedo, inspirateur du décr. de Trente sur la Vulg., in Misc. hist. A. De Mayer, II, Lovanio 1946, pp. 836-854; S. Muñoz Iglesias, El decr. Trid. sobre la Vulg. y su interpret. por los teol. del siglo XVI, in Estud. bibl., 5 (1946), pp. 137-169; J. Rainer, Entstehungsgesch. der Trient. Predigterformdschr., in Zeitschr. für kath. Theol., 39 (1915), pp. 256-317; A. Allgeier, Das Konz. V. T. und das theol. Studium, in Hist. Jahrb., 52 (1932), pp. 313-39; W. Koch, Das Trient. Konzilsdekret. de peccato originali, in Tüb. Th. Quartalschr., 95 (1913), pp. 430-
450, 532-64; 96 (1914), pp. 101-23. Quanto al decreto sulla giustifica, importanti i voti finora sconosciuti pubbl. da J. Olazár: Nuevos docum. trident. sobre la justi. in Arch. Teol. Granad., 12 (1949), pp. 161-330; H. Rüchert, Die Rechtfertigungslehre auf dem Trid. Konz., Bonn 1925; E. Stakemeier, Glaube u. Rechtfertigung, Friburgo in Br. 1937; id., Der Kampf um Augustin auf dem Trident., Paderborn 1937; V. Heynck, Der Anteil des Konzils, Andreas de Vega G.P.M. an dem erst. amt. Entwurf des Trient. Rechtfertigungsdehr., in Franz. Stud., 33 (1951), pp. 49-81; E. A. Stakemeier, Das K. V. T. über die Heilsgewissheit, Heidelberg 1947; V. Heynck, Das Votum des Generals der Konvent., B. Costacciaro, vom 26. Nov., 1948 über die Gnadengewissh., in Franz. Stud., 31 (1949), pp. 274-303, 350-95; P. Hörger, Conc. Trid. de necessitate baptismi doctrina in decr. de tuttificat., in Antonianum, 17 (1942), pp. 193-222, 269-302.
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