NICCOLÒ CUSANO. - Cardinale, filosofo e scienziato umanista, n. a Cues (Trevi) nel 1401, m. a Todi l'8 ag. 1464. Il suo vero nome è Nicolaus Crifits (Krebs = "granchio", figura passata poi nel suo stemma cardinalizio).
Aureatosi in diritto in Italia, tornò in patria, fermandosi a lungo a Colonia, dove ebbe modo di scoprire non pochi codici di opere antiche greche e latine, fra cui anzitutto un codice contenente le medie di Plauto prima sconosciute (cod. Vat. lat. 3870). Fu perciò in rapporti con i più noti umanisti del suo tempo, il card. Albergati, Tomaso Parentucelli (poi Niccolò V), l'Aurispa, il Traversari, Enea Silvio Piccolomini (poi Pio II). Partecipò al Concilio di Basilea, dapprima come fautore della tesi che difendeva la superiorità del concilio sul papa: si volse poi alla tesi contraria, che non abbandonò più e di cui divenne strenuo difensore. Fu a Costantinopoli come presidente dell'ambasceria mandata dal Concilio per promuovere l'unione della Chiesa orientale greca con la Chiesa latina. Effetto dell'ambasceria fu il Concilio di Firenze, dove la fusione fu sancita. Amicissimo del card. Cesarini, legato del Papa al Concilio, N. C. dedicò a lui l'opera sua maggiore, De docta ignorantia, scritta nel viaggio di ritorno da Costantinopoli. Nominato cardinale nel 1450, fu da Niccolò V mandato come legato e visitatore apostolico in Belgio, Boemia e Germania; sempre opponendosi a tutto ciò che era in contrasto non solo con la fede, ma anche con la disciplina ecclesiastica, non sempre allora rispettata. Tale opera appare tanto più importante, in quanto essa si attuò alla vigilia quasi della «Riforma». Cercò di combattere in Boemia l'usismo. Se nel Concilio di Basilea N. C. fu fautore di una specie di compromesso, fissato nei Compactata, dalla S. Sede però non mai riconosciuto, più tardi reagì in modo energico contro lo spirito sempre più eterodosso, vivo in Boemia. Per consiglio di Pio II cercò di combattere, nel campo dottrinale, l'islamismo, con l'opera Cribratio Alchormi.
Nel 1452 N. C. fu eletto alla sede di Bressanone. Qui si trovò di fronte a Sigismondo di Asburgo, conte del Tirolo, che voleva allargare il proprio dominio contro i diritti anche d'ordine territoriale del vescovo. Soprattutto egli si trovò contro i nemici del papato, quali si erano rivelati a Basilea. Soffri persecuzioni, offese personali, prigionia. La lotta, che minacciò di diventare gravissima, finì per l'intervento di Pio II con un compromesso imposto anche dalla gravissima che incombeva sull' Europa dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi. Il C., pur rimanendo di diritto vescovo di Bressanone, fu chiamato a Roma dal Papa come suo vicario. Anche a Roma il C., uomo d'interiori costumi, si trovò, per la sua intransigenza indomabile, in contrasto con l'indirizzo di vita di certe autorità anche ecclesiastiche. Morì pochi giorni prima di Pio II. Lasciò tutti i suoi beni all'incremento dell'ospedale di Cues da lui fondato e dotato di una preziosa biblioteca e dei suoi manoscritti. Fu sepolto a Roma in S. Pietro in Vincoli, dove ha il monumento, opera di A. Bregno.
Le opere più significative di N. C. sono: il De docta ignorantia, in cui è esposto il suo sistema di metafisica incentrante nella improprioziabilità tra l'Infinito creato di Dio e la ragione dell'uomo; il De coniecturis, che svolge la soluzione del problema gnoseologico; Idiotae libri quattuor in cui si affronta ancora il problema del conoscere in quanto si traduce in direttiva di vita; vi si tratta anche il problema delle scienze, specie nel quarto libro, dal titolo De statis experimentis; il De beryllo, nel quale si paragona il criterio della dottrina ignoranza ad una lente (berillo), attraverso cui soltanto si può affermare la realtà delle cose, che nell'infinito trova la sua ragione di essere; il De ludo globi, in cui si paragona il travaglio del pensiero per la conquista della verità allo sforzo per raggiungere con una palla il centro di un congegno di nove cerchi disposti a spirale.
N. C. interessa profondamente la cultura come umanista, come filosofo e come scienziato. Le fonti dottrinali cui specialmente s'ispira sono le Emeadi di Plotino, le opere di s. Agostino, il De mystica theologia e il De divinis nominibus dello Pseudo-Dionigi, da cui derivò la dottrina della teologia negativa. In filosofia ebbe un pensiero originale, incentrante nel concetto d'infinito. Come nell'azione, dopo la deviazione dei primi tempi, di cui è documento l'opera sua De concordantia catholica, N. C. lottò sempre per Roma con Roma; così nel pensiero egli ebbe vivo il proposito, dettato dalla sua fede, di tracciare a se stesso e agli altri il cammino più sicuro che porti l'uomo al di là del potere discorsivo (ratio), all'affermazione per l'intuito dell'intelletto (intellectus), di Dio, uno e trino. L'infinità attuale di Dio non è dalla ragione umana attingibile in sé, e solo si può affermare per mistica intuizione, che raccolga in un centro unico tutti i raggi dell'esistenza e risolva il processo della conoscenza in una immobile quiete. La fede quindi, che è appunto la concretezza di tale intuizione, come è momento necessario, fastigio supremo di tutto il conoscere umano, così è il determinante primo e ultimo dell'es
1821 NICCOLÒ CUSANO - NICCOLÒ DA OSIMO
stere. Tale immobile quiete, e cioè l'infinità attuale di Dio, in cui ogni differenza si annulla e le opposizioni coincidono (coincidentia oppositorum), agli uomini non è dato però di raggiungere. La «dotta ignoranza» è appunto la conoscenza del limite del pensiero umano. Tale ignoranza è «dotta» (l'espressione è già in s. Agostino e in s. Bonaventura), perché ben si vede la ragione di essa in funzione del fatto di essere l'uomo altro da Dio, alterità quindi rispetto all'Unità assoluta. Tale alterità, che non pone se stessa, è tra tutte le esplicazioni dell'Unità assoluta la più simile a Dio, ed è più simile perché, pur mancando essa del potere entificante agli effetti dell'esistere, che è solo di Dio, è però capace di ricostruire agli effetti della conoscenza il ritmo creativo di contrazione ed esplicazione, da unità a molteplicità, fino a superare ogni distinzione nel concetto d'infinità proprio dell'intelletto. Si superano così le distinzioni ancora compatibili con la ragione, come questa supera le distinzioni d'ordine sensibile. Tale processo d'unificazione appare trasparente nel procedimento matematico: il poligono regolare, che la ragione definisce differente dalla circonferenza, si identifica intellettualmente con essa se il numero dei lati si suppone infinito. Il processo gnoseologico dell'uomo rifà così, sempre agli effetti della conoscenza, per via ascendente quel ritmo ontologico che per via discendente si attua dall'Unità assoluta alla molteplicità dei reali. L'infinità attuale di Dio si contrae infatti nel mondo, che la contiene solo in potenza, e alla sua volta l'universo si contrae in ogni essere finito, in ogni sua parte che è perciò implicitamente il tutto.
In accordo con tali concezioni metafisiche stanno le dottrine cosmologico-scientifiche di N. C., il quale concepisce la ricerca scientifica come il processo per rendersi consapevoli del ritmo entificante quale in concreto si attua nella realtà. L'infinità potenziale del mondo e delle cose vieta di arrestarci a un limite fisso, a un centro determinato del cosmo. Il mondo non può avere alcun centro né alcuna periferia, perché, per avere ciò, esso dovrebbe essere in relazione con qualche cosa di esterno, da cui verrebbe limitato, e non sarebbe più l'intero mondo. Cade così la concezione telematica delle sfere incontrastisi nella terra, come centro appunto di un sistema cosmico finito. Ogni punto nell'infinità è centro, e siccome tutto si muove, anche la terra si muove nello spazio infinito. Il C. si applicò anche alla soluzione di problemi matematici, quali quello che riguarda il rapporto tra circonferenza e diametro, la superficie della cicloidale, la quadratura del cerchio. Come geografo, egli disegnò per primo una carta geografica dell'Europa; amico di Paolo Del Pozzo Toscanelli, si interessò della forma sferica della terra. Espose i suoi studi di meccanica nell'opera De staticis experimentis, tanto apprezzata dagli scienziati venuti dopo di lui, tra cui Cartesio e Kepler.
Non c'è dubbio sulla purezza delle intenzioni di N. C., come è dimostrato anche dai numerosi discorsi e omelie, in cui appare in pieno la saldezza della sua fede. Egli fu certamente un antiaristotelico, inclinando piuttosto ad una concezione a carattere neoplatonico. Certe sue affezioni perciò, avulse dall'indirizzo generale del sistema, potevano facilmente prestarsi, come in realtà è avvenuto (basterebbe pensare a Giordano Bruno, suo grande ammiratore), ad interpretazioni panteistiche. Il Bruno invero tradì lo spirito della «dotta ignoranza», in quanto essa è affermazione di trascendenza, identifcando l'infinità di Dio e l'infinità cosmico. Le vedute scientifiche di N. C. influirono sullo svolgimento delle scienze, in Galileo, Descartes, Kepler.