VITERBO, DIOCESI di. - Situata nel Lazio, in provincia di V., essa TOSCANA (v.), con la quale misura una superficie di 720 kmq., compresa tra le diocesi di Tarquinia, Montefiascone, Bagnoregio, Orte, Sutri. I suoi 74.000 ab. sono ripartiti in 39 parrocchie, con 68 sacerdoti secolari e 58 regolari, 12 congregazioni maschili e 40 femminili. Ha il Seminario maggiore a La Quercia, comune alle altre diocesi dell'alto Lazio, e quello minore in prossimità del palazzo vescovile, ricostruito, perché danneggiato dalla guerra, nel 1952. È immediatamente soggetta alla S. Sede, con tribunale d'appello al vicariato di Roma (Ann. Pont. 1953, p. 449).
V. sorge ai piedi dei Monti Cimini, su un piano ondulato dal quale si snoda una vasta pianura che sale gradatamente ai Monti Volsini. Dopo Roma è la città più notevole del Lazio. Iniziò la vita come centro etrusco, poi modesta colonia romana. Nella metà del sec. VIII è ricordata come Castrum Viterbii. Non è provato che la sua denominazione derivi da Vetus urbs, come taluni credono fosse chiamata anteriormente. Nel 773 il re dei Longobardi Desiderio la fortificò per averne la base alla conquista di Roma, che non seguì; i Franchi la donarono alla Chiesa. Ma l'importanza di V. ha inizio con il sec. XII, quando si aprì la lunga serie dei dissidi tra i Papi e i Romani. Eugenio III vi riparò nel 1145, mentre Federico Barbarossa nel 1164 vi stabilì la sede dell'antipapa Clemente III. Ottone I e Federico II furono sconfitti dai Viterbesi, mentre i Papi del sec. XIII vi stabilivano la loro sede in guerra contro Roma. Nel 1271 il capitano del popolo Raniero Gatti, visto che i cardinali riuniti in Conclave nel Palazzo papale non si decidevano per l'elezione del nuovo pontefice, li chiuse, anche per consiglio di s. Bonaventura da Bagnoregio, nel Palazzo, fece togliere il tetto e razionò i viveri, finché fu eletto Gregorio X che regolò le norme del Conclave. A V. era stato eletto anche Urbano IV (1261) e in seguito vi furono eletti Giovanni XXI (1276), Niccolò III (1277) e Martino IV (1281) che i Viterbesi avversarono quale straniero, andando soggetti alla scomunica e alla lontananza dei papi per 86 anni. Durante questo tempo prevalse la signoria dei Di Vico, ma nel 1345 il card. Egidio Albornoz sottomise definitivamente V. Stato pontificio.
È difficile determinare il tempo della predicazione evangelica a V. Ma indizi non mancano per crederla iniziata non più tardi del sec. IV, soprattutto se si tiene conto della grande via consolare, la Cassia, che l'attraversa. Nel suo territorio sono stati trovati un sigillo ed un anello cristiani che G. B. De Rossi ha creduto datare dal sec. III al sec. IV (cf. Bull. d'arch. crist, 2ª serie, 2 [1871], pp. 35-
37) e alcuni sarcofagi cristiani. Una Passione (BHL, 8469-70) del sec. IX o X racconta che un Valentino prete e un Ilario diacono, sotto Massimiano, furono condotti al castello di V., decapitati fuori le mura nel luogo detto « Via Strata » (forse la Via Cassia) e sepolti in un luogo detto « Camillarius » o « Cavillarius » (3 nov.). Un'appendice della Passione aggiunge che al tempo di Gregorio IV (828-44) l'abate Sicardo di Farfa fece trasferire le reliquie dei martiri nella sua chiesa abbaziale. In alcune carte dell'824, dell'817 e del 788, prima cioè della traslazione a Farfa, è ricordata una chiesa o « cella S. Valentini in Silice » (la « Via Strata »). Questi sono i documenti più antichi del culto di un s. Valentino in V. e non è possibile dire se sia diverso da quello di Terni.
Nel 1172 i Viterbesi distrussero Ferento, a 9 km. da V., la città estrusco-romana che, certamente al tempo di s. Gregorio Magno, era sede vescovile. Nei Dialoghi (I, 9; III, 38) il Papa ricorda i vescovi di Ferento: Bonifacio e Redento. Il territorio dell'antica diocesi passò in parte, nel 1192, a quella di V. quando Celestino III diede al « Castrum Viterbii » il nome di città e lo creò sede vescovile unendovi Tuscania, Civitavecchia e Bieda (v. TUSCANIA). Era allora vescovo di Tuscania il card. Giovanni del titolo di S. Clemente, che si denominò vescovo di V. TOSCANA, dimostrando così fin dal primo momento la superiorità di fatto della sede viterbese, che continuò anche quando la S. Romana Rota, nel 1617, dichiarò le due sedi essere unite aegue et principaliter. V. Patrimonio di S. Pietro.
Nella serie dei vescovi di V. non mancano uomini distinti per il sapere e per il governo; basterà ricordare i due cardinali Brancaccio, Francesco Maria e Stefano, zio e nipote, del sec. XVII. V. è la patria del teologo e filosofo agostiniano Egidio Antonini detto da V. (v. EGIDIO DA V), di s. Rosa (v.), le cui spoglie venerate riposano nella chiesa omonima, e della b. Venerini (v.). Nel monastero di S. Bernardino poi si conserva il corpo di s. Giacinta Marescotti (v.), che tanta parte ebbe nella storia della società viterbese del sec. XVIII.
All'istituzione della diocesi di V. S. Lorenzo con l'annesso Palazzo vescovile, detto anche papale per la residenza dei pontefici romani nel sec. XIII. Danneggiata dai bombardamenti nel 1943-44, il restauro del 1952, eseguito dalla Soprintendenza dei monumenti, ha fatto scomparire le sovrastrutture barocche dell'interno, ridonando la primitiva fisionomia romanica. Anche le chiese di S. Sisto (del sec. IX, ricostruita nel sec. XII), di S. Maria della Verità (sec. XII) e di S. Francesco (sec. XIII), tutte danneggiate, sono state restaurate con l'intento di portarle allo stato primitivo. Nel Museo civico, accanto alle collezioni archeologiche, è una raccolta di arte cristiana medievale e moderna che s'inizia con il sec. IX. L'Archivio vescovile, a causa di incendio.


(fot. Enit)
Il vescovo di V. S. Martino al Cimino, dall'abbazia omonima ricordata la prima volta in una bolla di Benedetto IX (1045).
ARTE. - Poche tracce di porte e di fondazioni di torri, risalenti alle costruzioni estrusco-romane, sono quanto rimane della città più antica. Invece, numerosi edifici, costruiti in tufo poroso, sorti tra il sec. X e il sec. XIV, mantengono ancor oggi abbastanza integro l'affascinante aspetto della

(fot. Gab. fot. naz.)

Questo fu introdotto nel Lazio dai Cistercensi. Elementi derivati dalle loro costruzioni si ritrovano nei chiostri di S. Maria in Gradi e dell'ex convento del Paradiso e nella facciata di S. Francesco. Il «gotico fiorito» appare in un lato del chiostro di S. Maria della Verità, (dal 1912 alla seconda guerra mondiale sede del Museo civico). Al secc. XIII e XIV appartengono pure alcune torri e numerose fontane, fra le quali conferiscono un particolare carattere alla città quelle a fuso (Fontana Grande). Interessante esempio di architettura civile sono la Casa Poscia e la Casa di Valentino della Pagnotta.
Segna il passaggio dal gotico al Rinascimento la facciata principale del Palazzo Farnese. Il Palazzo Comunale, l'austero Palazzo Chigi, la chiesa di S. Maria delle Fortezze (su disegno di Battista di Giuliano da Cortona) e di S. Maria della Quercia sono i più nobili monumenti
della Viterbo rinascimentale. Il barocco non assume a V. forme di particolare interesse rispetto a Roma (Porta Romana, chiesa del Gonfalone [1665] e di S. Agostino) mentre il '700 ha un'opera di straordinario interesse: il rifacimento di S. Maria in Gradi, dovuto a Niccolò Salvi (1738).
Meno ricca di opere di scultura, V. offre tuttavia anche in questo campo un materiale artistico interessante: nel Museo civico si conservano numerose basi di statue e di colonne, cippi, urne funerarie del periodo etruscoromano. Nella chiesa di S. Sisto il fonte battesimale è un'ora romana trasformata in epoca cristiana e pure di epoca romana è il sarcofago addossato alla facciata della chiesa di S. Angelo in Spata. I marmorari romani lavorarono a V. in età romanica anche forme rare nei capitelli a sfingi e a delfini del Duomo; di grande potenza plastica nello studio dell'antico la sfige, ora al Museo civico, già in S. Maria in Gradi, datata al 1286.
Ma, come a Roma così nel Lazio e in particolare nella zona del Viterbese, con il Trecento inoltrato si andò perdendo la tradizione classicheggiante e non si incontrano opere particolarmente notevoli di artisti locali; si notano, nelle più pregevoli, influssi dai maestri senesi. In S. Francesco, la tomba detta di Gerardo Landriani si mantiene fedele ai modelli di tomba a baldacchino; su colonne il mausoleo di Clemente IV (1274) di Pietro d'Oderisio, che ha affinità con l'arte di Arnolfo di cui sono ancora tracce nelle figure degli accoliti nella tomba del cardinale fra' Marco della seconda metà del '300. La tomba di Adriano V è ritenuta probabile opera dello stesso Arnolfo. Scultore viterbese del '500 è Bernardino di Giovanni, al quale si deve la porta maggiore nella facciata della chiesa di S. Maria della Quercia (1506), ove sono anche un tabernacolo di Andrea Bregno (1490) e delicate terracotte di Andrea della Robbia.
La pittura viterbese mantiene costanti rapporti con la pittura romana, senese e umbra, che si riflettono variamente in essa: di lontana maniera cavalliniana sono gli avanzi di affreschi nella cripta di S. Andrea a Piano Scarano e pure di fattura romana nel disegno le miniature sotto cristallo in forma di dischi rinvenute nel mausoleo di papa Clemente IV in S. Francesco. Mostra l'orientamento più strettamente bizantineggiante proprio al '200 un piccolo trittico in S. Maria Nuova.
(fot. Alinari)
VITERBO, DIOCESI di - Monumento funebre al card. fra' Marco [Parentezza] da V. (2ª metà del sec. XIV) - Viterbo, chiesa di S. Francesco.
Maestri viterbesi lavorarono ad Avignone nel palazzo dei Papi: Pietro da Viterbo è il maggiore maestro locale trecentesco, assieme a Matteo Giovannetti. Ilario da Viterbo lascia nella Porziuncola di Assisi una pala d'altare (1393), prossima ai modi di Simone Martini; ripetono modelli senesi, dipinti in S. Francesco e in S. Maria Nuova. Nel Rinascimento l'opera certamente più importante è il ciclo di affreschi dipinto dal Gozzoli in S. Rosa nel 1453, distrutto nel sec. XVII. Il Gozzoli e Piero della Francesca trovano un singolare accordo nella pittura locale nei bellissimi affreschi di Lorenzo da Viterbo (quasi distrutti nel 1944) nella Cappella Mezzatosta in S. Maria della Verità (1469). Altri maestri del '400 sono Antonio di Francesco da Viterbo, Francesco di Antonio detto il Balletta, Gabriele Francesco da Viterbo, Carolino da Viterbo, Giovanni Francesco da Avanzano, detto il Fantastico, Antonio del Massaro detto il Pastura, Costantino Zelli, Maestro Monaldo.
Fra le opere dei maestri non locali eccelle su tutte la stupenda Pietà di Sebastiano del Piombo del Museo civico, già in S. Francesco, e di altissima qualità il capolavoro di Gerolamo da Cremona con il Salvatore e santi in una cappella del Duomo (1472), che introduceva nella pittura locale insoliti modi squarcioneschi padovani. Artista viterbese operante alla fine del '500 è Tarquinio Ligustri (Sala Regia del Palazzo comunale); a Giacomo Cordelli si devono gli affreschi del chiostro di S. Maria in Gradi (1620). Anche il caravaggismo ebbe in Viterbo un suo vivo esponente in Bartolomeo Cavarozzi (Visitazione, Museo civico; S. Isidoro, chiesa di S. Angelo; Madonna, chiesa del Seminario). Guercinesco è Angelo Pucciati e, nell'orbita di Pietro da Cortona, sono i fratelli Antonio e Giovanni Francesco Bonifazi. Del '600 la massima gloria locale è tuttavia G. Francesco Romanelli, che fu anche a Parigi per Luigi XIV. Del figlio Urbano era conservato fino a pochi anni fa l'affresco della volta del Duomo ove l'abside, avulsa dall'attuale chiesa, è decorata dagli importanti affreschi del Passeri. Del '700 sono Anton Angelo Falaschi, Domenico Corvi, Vincenzo Stringelli che decora la volta della chiesa del Confalone (1756-60), le cui pitture prospettiche sono opera del Mazzetti. È della fine dell'800 Pietro Vanni, cui si deve la decorazione del Camposanto. - Vedi tav. CLI.