TOSCANA. -
I. GEOGRAFIA
È la maggiore delle regioni storiche dell'Italia peninsulare (23 mila kmq.).Come tale comprende terreni di natura e di aspetto assai diversi: una fascia costiera in parte ben coltivata e fiorente (tra le foci della Magra e dell'Arno) ed in parte, a S., di recente bonificata (Maremma); un complesso montano (il versante meridionale dell'Appennino) in cui si aprono fertili bacini (Lungiana, Garfagnana, Mugello, Casentino) e rivestito, nelle parti più elevate, da boschi e castagneti; e, fra l'uno e l'altro, altre montagne e colline, che racchiudono zone delle più intensamente abitate, lungo i corsi del Serchio, dell'Arno e dei loro affluenti (Monti del Chianti), e, per contro, piaghe poco fertili e poco popolate, ma dotate di notevoli risorse minerarie (colline metallifere). In complesso, la T., nonostante la modesta estensione delle sue pianure, è pace prevalentemente agricolo, e la sua popolazione vive per la maggior parte nei poderi, che i coloni tengono di regola a mezzadria, eccetto che nei distretti meridionali (Maremma), dove invece prevalgono la grande proprietà e i grossi centri. Tra le colture primeggiano quelle dell'olivo e del vino, per il quale la T. occupa un posto di prim'ordine nella produzione italiana, soprattutto quando si tenga conto della qualità; ma tutt'altro che trascurabili quelle del frumento, della barbabietola, dei legumi e degli alberi da frutta, ecc. Minore importanza hanno invece lo sfruttamento delle foreste (ma cospicuo il prodotto delle castagne) e l'allevamento.
Le zone antiappenniniche dànno largo contributo alla industria estrattiva, esercitata fin dall'epoca preromana: il marmo nelle Apuane, le piriti di ferro nel Grossetano, il mercurio del M. Amiata, i soffioni boraciferi del Volterrano (Larderello) e soprattutto i minerali ferrosi dell'Elba, che alimentano gli altaforni di Piombino. Tuttavia le industrie di trasformazione hanno avuto e conservato, in T., uno sviluppo piuttosto modesto, come mostra il fatto che l'artigianato locale, forte del resto di una lunga tradizione artistica, ha potuto sostanzialmente conservarsi. Con tutto ciò la T. allinea, fra l'altro, un cospicuo numero di imprese metallurgiche (Piombino, Livorno, Elba, S. Giovanni Valdarno), un linfificio efficiente (Prato), rinomati cantieri navali (Livorno, Viareggio) e numerosi minori stabilimenti in più rami d'industria. Anche il commercio vi occupa un posto notevole: zona di transito fra il Nord e il Sud d'Italia, la T. è attraversata dalle due massime direttrici del movimento ferroviario peninsulare, quella litoranea che fa capo a Pisa, e quella interna che passa per Firenze, mentre il mare ha una parte piuttosto modesta nei suoi traffici, per la ristretta ampiezza del retroterra sopra una costa già abbastanza estesa.
La popolazione (3,2 milioni di ab. nel 1951) ha una densità un po' inferiore alla media italiana, ciò che va messo in rapporto con lo scarso popolamento delle piaghe montane e la trasformazione ancora non compiuta della Maremma: ai massimi di densità delle province di Fi-
renze e di Livorno s'oppongono infatti i minimi di quelle di Siena e di Grosseto. Per contro, la popolazione sparsa vi ha una proporzione più alta che nel complesso dell'Italia; ma ciò non ostante, ed in rapporto con la sua vigorosa storia municipale, sono abbastanza numerosi in T. i grossi ed i medi centri urbani: 2 città con più di 100 mila ab., 8 (oltre i capoluoghi di provincia, Prato) con più di 50 mila; 13 con più di 20 mila ab.
| Provincie | Sup. kmq. | Popolaz. in 1000 ab. | Dens. kmq. | Capoluoghi e popolazione in 1000 ab. |
| Arezzo | 3.232 | 329.3 | 102 | Arezzo (66) |
| Firenze | 3.880 | 917.8 | 239 | Firenze (376) |
| Grosseto | 4.496 | 211.5 | 49 | Grosseto (38) |
| Livorno | 1.220 | 281.0 | 230 | Livorno (141) |
| Lucca | 1.772 | 364.9 | 206 | Lucca (87) |
| Massa e Car- | 1.156 | 203.4 | 176 | Massa (50) |
| Pisa | 2.448 | 348.5 | 142 | Pisa (77) |
| Pistoia | 962 | 219.1 | 228 | Pistoia (77) |
| Siena | 3.821 | 277.0 | 72 | Siena (52) |
| Toscana | 22.986 | 3.152.5 | 137 | |
II. STORIA
Il carattere unitario che l'Etruria aveva avuto nel periodo etrusco si perdette nel 90 a. C., quando essa fu inclusa nella cittadinanza romana. Con Augusto l'Etruria fu la VII regione dell'Impero. I Romani la chiamarono anche *Tuscia* (onde Tuscania), nome che divenne ufficiale sotto Diocleziano.Incerte sono le notizie sulla evangelizzazione della T. Si può ritenere che la prima penetrazione del cristianesimo avvenisse già nel sec. I, anche se mancano prove positive in appoggio alla tradizione che fa nascere a Volterra s. Lino papa, e nomina s. Frontino vescovo di Firenze e s. Paolino vescovo di Lucca. Nel sec. IV s. Felice fu probabilmente il primo vescovo fiorentino e Gaudenzio di Pisa. Le più antiche diocesi furono quelle di Fiesole, Lucca, Pisa, Arezzo, Siena, Chiusi, Firenze e Pistoia. Dal sec. V le devastazioni barbariche resero difficili anche le condizioni ecclesiastiche.
Una certa unità fu resa alla T. dai Longobardi che ne costituirono un ducato con centro a Lucca, divenuto contea sotto i Franchi, finché Adalberto nel sec. IX ebbe titolo di marchese. Verso la metà del sec. XI il marchesato passò agli Attoni, e sotto Matilde (1046-1115) ebbe parte importante nella lotta per le investiture. In questo periodo assesero al trono papale Niccolò II vescovo di Firenze, Alessandro II vescovo di Lucca e un secolo dopo Alessandro III senese. All'inizio del sec. XI s. Romualdo vi estese l'Ordine dei Camaldolesi e s. Giovanni Gualberto fondò quello dei Vallombrosani.
Dopo la morte di Matilde si precisa nel marchesato quel movimento centrifugo che accompagna il sorgere di una nuova civiltà: l'economia rurale progredisce e si trasforma, e nelle città i nuovi ceti industriali e mercantili abbattono la potenza dei feudatari. I Comuni, aiutati dall'attiva collaborazione dei vescovi, combattono per la propria libertà, senza avere più coscienza di solidarietà regionale, e si appoggiano piuttosto a autorità sovrane lontane quali il Papato e l'Impero, affrettando il frazionamento della regione, sicché per secoli non si può più parlare di una storia della T., ma di quella dei singoli Comuni che la compongono ormai solo geograficamente. Di fatto indipendenti, i Comuni mirano ad espandersi, e ciascuno aspira alla supremazia sui rivali. Nei sec. XI e XII primeggiano Lucca e Pisa e infine questa prevale; poi, disfatta da Genova, cede il primato a Firenze che assoggetta a sua volta le vicine Pistoia ed Arezzo. I tentativi di Uguccione della Faggiolo e di Castruccio Castracani sono diretti a conquiste territoriali senza proposito di ricostituire uno Stato regionale.
Nei primi decenni del sec. XIII si costituisce a Servi di Maria (v.), ed a Lecceto, presso Siena, gli Eremitani di S. Agostino (v.) ebbero uno dei loro centri più importanti. Nella prima metà del sec. XIV alcuni patrizi sensi diedero origine alla Congregazione benedettina di Monte Oliveto. Nel 1367 l'Ordine senese dei Gesuiti fu approvato da Urbano V. Caterina da Siena, Andrea Corsini, vescovo di Fiesole.
L'aspetto politico della T. non cambia con la lavata signoria de' Medici. Pur perseguendo il suo piano di egegemonia con la conquista di Pisa e di Volterra, lo Stato, anche se territorialmente comprende tutta la T., rimane tuttavia di diritto e di fatto la Repubblica di Firenze. Nel sec. XV la T. dà alla Chiesa un papa, Pio II, ed i s. Antonino vescovo di Firenze e Bernardino da Siena. Alla morte di Lorenzo de' Medici l'unità della regione si disegna di nuovo: i repubblicani cedono Sarzana a Genova, Pietrasanta a Lucca, mentre Pisa ricupera l'indipendenza; si riaccendono le tendenze separatiste, e nella guerra del 1530 Firenze vede alcune delle città già soggette combattere nel campo avversario. Il Principato mediceo durante la signoria che vi tennero i due Medici Leone X e Clemente VII è ancora più fiorentino che non toscano. Una politica toscana, appena abbozzata dal duca Alessandro, è attuata soltanto da Cosimo I, che conquista Siena e dopo il Trattato di Cateau-Cambrésis abbatte l'ultimo baluardo della Repubblica municipale, Montalcino. Con le riforme politiche, amministrative e finanziarie Cosimo I dà nuova omogeneità al principato; e per allentare i vincoli che lo legano alla Spagna, si appoggia anche alla S. Sede che in questo secolo e nel successivo sarà in Italia, a misura delle sue forze, il maggior centro di resistenza al predominio straniero. Questa resurrezione unitaria della T. è ufficialmente consacrata nel 1569 dalla concessione che Pio V fa a Cosimo del titolo di granduca di T.
Di scarso rilievo fu la penetrazione protestante, limitata quasi esclusivamente a Lucca, donde alcune famiglie emigrarono a Ginevra, e a Siena, OCHOZIA (v.) e di Lelio e Fausto Socini (v.).
Il potere centrale, sorretto dall'energia di Cosimo che aveva del tutto esautorato l'aristocrazia cittadina di origine mercantile e bancaria, creando una categoria di funzionari eletti dal principe e non più scelti per privilegio di nascita, s'indebolisce con il debole figlio di lui Francesco I (1574-87). Si risolleva con Ferdinando I (1587-1609), che protegge letterati ed artisti, amplia la Università di Pisa, inizia bonifiche delle zone paludose, promuove lo sviluppo di Livorno. Egli cerca di svincolarsi dal pro-ttentrato spagnolo adottando una politica d'intesa con la Francia, e riesce ad inserire la T. nella politica europea. Amico di Enrico IV, gli dà in sposa la nipote Maria; imprime un vigoroso impulso all'attività marinara dei cavalieri di S. Stefano istituiti da Cosimo I. Con il sec. XVII la T. diviene anche, per opera del Galilei e dei suoi scolari, un centro di attività scientifica finché nel 1657 si fondava l'Accademia del Cimento. Cosimo II (1609-21) cerca di continuare la politica di equilibrio tra Francia e Spagna, ma ben presto deve cedere alla preponderanza spagnola. Con lui l'Ordine di S. Stefano compie le sue ultime imprese nella lotta contro i Turchi. La decadenza si va accentuando nell'agricoltura e nei commerci, con la conseguenza di un'acuta depressione demografica. Ma durante il governo di Ferdinando II (1621-70), il quale pur tenta invano, nella guerra dei Trent'anni, di formare una lega degli Stati italiani, e non trae alcun vantaggio dalla forzata partecipazione alla guerra del Monferrato e a quella di Castro, l'economia toscana ha uno spontaneo
TOSCANA - 1) Confini di Regione; 2) confini di Provincia; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) strade; 5) ferrovie; 6) oratori; 7) badie; 8) pievi.
risveglio. L'agricoltura risorge, perché i nobili tornano ad investire nella terra i loro capitali, si rintentano bonifiche, la popolazione riprende il suo ritmo ascendente.
Nel sec. XVII sono eletti papi: Alessandro de' Medici, arcivescovo di Firenze, Leone XI; il senese Fabio Chigi, Alessandro VII; il pittoresco Giulio Rospigliosi, Clemente IX; il fiorentino Maffeo Barberini, Urbano VIII.
Sotto Cosimo III (1670-1723) si iniziano le discussioni internazionali sul destino della T., in previsione della fine prossima della casa Medici. E mentre Cosimo rimane quasi estraneo ai negoziati, le potenze, con il Trattato di Londra del 1718, assegnano la T. a Carlo II Spagna figlio di Filippo V; ma alla fine della guerra di successione polacca, il granducato è assegnato a Francesco Stefano di Lorena. Gian Gastone (1723-37) si trova quindi, senza eredi, a capo di uno Stato del quale è già fissata la sorte. Alla sua morte si ebbe un periodo di reggenza, costituita da Francesco Stefano; assunto lui al trono imperiale nel 1745 parve annullata l'autonomia del granducato; ma nel 1762, con la convenzione matrimoniale fra il suo terzogenito Pietro Leopoldo e Maria Luisa di Borbone, Francesco si impegnò a staccare la T. dall'Impero e darla al figlio. Tre anni dopo, morto Francesco, Pietro Leopoldo fu accolto a Firenze con entusiasmo. Esemplare tipico di sovrano illuminista, ebbe l'accortezza di circondarsi degli elementi indigeni che avevano dato migliore prova durante la reggenza, e iniziò con fervore, anche troppo impetuoso, l'azione riformatrice anzitutto nel campo dell'agricoltura, con l'istituzione a tale scopo nel 1766 di una Consulta di cui fecero parte Francesco Gianni e Pompeo Neri, con la collaborazione di vescovi e parroci. Frutto della sua attività fu il censimento. Tutti i beni immobili, anche quelli del sovrano, vennero assoggettati alle pubbliche gravezze, alleviando
il carico tributario dei piccoli proprietari. Per accrescere il numero si pensò di favorire il frazionamento della grande proprietà e si venne formando un ceto medio di liberi coltivatori e di piccoli proprietari. Alla legge che proclamava la contrattabilità di tutte le terre, si aggiunsero le bonifiche della Maremma senese, della Valdichiana, della Valdinievole. In economia Leopoldo sviluppò le direttive delineate dal Bandini nel suo Discorso economico del 1737. Le Riflessioni del Neri sul commercio dei grani divulgarono le dottrine liberiste. Con la riforma del 1775 si decretò libertà assoluta per l'introduzione dei cereali e il commercio del pane. La riforma doganale soppresse tutti i pedaggi interni, fissando un'unica barriera doganale alla frontiera dello Stato; i capitali affluirono nelle coltivazioni e la produzione si accrebbe rapidamente; nei campo amministrativo, la riforma si fondò su criteri di decentramento del tutto opposti a quelli del dispotismo illuminato. I comuni godettero di una quasi completa autonomia, e alle loro magistrature furono chiamati per sorteggio i possessori di fondi, i capifamiglia dei coloni e degli artigiani. Il ritorno di antichi nomi: priori e gonfaloniere, non fu una restaurazione del passato, ma una anticipazione delle rappresentanze civiche del Comune moderno come ente autarchico. Nel campo giudiziario la nuova legislazione criminale del 1786 abolì la tortura, soppresse la pena di morte e assicurò all'imputato il diritto di difesa e l'imparzialità del processo. Viva reazione incontrò invece Leopoldo in materia ecclesiastica, perché, senza tener conto dei sentimenti del suo popolo, egli si appoggiò esclusivamente alla tendenza giansenista antipapale. Soppresse infatti molti Ordini religiosi e contraferite, devolvendone i beni alle parrocchie povere, introdusse il placet e l'equitatur, abolì la decima ecclesiastica sottoponendo tutte le proprietà alla decima granducale, soppresse i tribunali dell'Inquisizione e della Nunziatura, fece scomparire il privilegio del foro, e ingerendosi più addentro nell'ordinamento interno della Chiesa ruppe il legame di dipendenza dei conventi dai superiori stranieri, ne modificò le regole fissando le norme di ammissione e il sottopose alla giurisdizione dei vescovi e pur cercando di migliorare le condizioni economiche e il livello culturale del basso clero, disposte che i parroci potessero ricorrere al sovrano anche per cause disciplinari. Stabili infine che i vescovi dovessero convocare ogni due anni il sinodo diocesano e sottopose alla giurisdizione statale concili e assemblee ecclesiastiche, dove volle essere rappresentato. In questa attività Leopoldo si ispirò certo all'esempio di suo fratello Giuseppe II, ma fu anche spinto in particolare dal vescovo di Pistoia e Prato, Scipione de' Ricci (v.). Nel 1790 Leopoldo, divenuto imperatore, aveva ceduto la T. al figlio Ferdinando. L'inesperienza e la debolezza di Ferdinando permisero agli oppositori di organizzare un movimento che indusse il granduca, anche sotto la pressione di manifestazioni popolari più o meno provocate o tollerate, a revocare buona parte della legislazione paterna. Il cattolicesimo dei Toscani si ribellò alle riforme ecclesiastiche leopoldine, come era insorto in altri Stati contro il giuseppinismo; va però tenuto presente che molti istituti moderni non furono importazione straniera, ma frutto della resurrezione economica della T. promossa dalla legislazione lorenese. Durante la Rivoluzione Ferdinando III mantenne amichevoli relazioni con Parigi, rifiutando, nonostante le pressioni delle potenze, di entrare nella coalizione antifrancese. Solo quando l'Inghilterra minacciò di occupare Livorno, dovette rinunziare alla neutralità ed espellere i Francesi. Ma i rapporti con Parigi continuarono, e il 9 febbr. 1795 fu conclusa una pace separata. Nel 1798, nonostante la sua scrupolosa neutralità, Ferdinando fu deposto e partì per Vienna. Restaurato nel 1799, dovette poco di poi lasciar di nuovo la T., che dopo Marengo divenne per il Trattato di Luneville il regno di Etruria e fu assegnata a Ludovico di Borbone, figlio del duca di Parma. Il Buonaparte ne rispettò l'indipendenza finché con il Trattato di Fontainebleau (1807) il re d'Etruria ebbe la Lusitania e cedette la T. a Napoleone. Annessa alla Francia, la T. fu governata direttamente da Parigi, anche quando, nel 1809, Napoleone concesse a Elisa Baciocchi il titolo di grandu-
nella organizzazione della Guardia provocarono tumulti che a Livorno finirono con l'arresto del Guerrazzi. Solo il 17 febbr. il granduca, seguendo l'esempio di Napoli, concesse la Costituzione. Quando le insurrezioni di Milano e di Venezia e la caduta del Metternich dettero ai principi italiani l'impressione che l'Austria non fosse più in grado di difendere la sua egemonia, Leopoldo si decise a partecipare alla guerra. Nel maggio i battaglioni toscani, composti in gran parte di studenti volontari, fermando a Curtatone e Montanara l'avanzata del Radetzki dettero all'esercito piemontese il tempo di passare il Mincio e di disporsi in ordine di battaglia, ciò che condusse alla vittoria di Goito. Dopo il fallimento della guerra federale del 1848, il ministero presieduto da Gino Capponi do-vente destreggiarli fra due avversari: il granduca diffende e i democratici che dominavano a Livorno. La proposta di Giuseppe Montanelli di riunire a Roma una Costituzione italiana, gettò nel movimento nazionale un germe di dissoluzione. Il ministero Capponi si dimise e gli suscise un governo democratico con il Guerrazzi e il Montanelli. Il Granduca firmò dapprima un decreto che convocava la Costituente per la conclusione di un patto federale che assicurasse all'Italia unione e indipendenza, rispettando l'esistenza e la forma di governo dei singoli Stati; poi mutò parere e lasciò Firenze per Siena e Porto Santo Stefano. La partenza del granduca paralizzò l'attività del ministero, che fu sostituito dal triumvirato Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni che sciolse le Camere per sostituirle con una unica assemblea la quale decidesse la forma di governo da dare alla T. Ma dopo che il 21 febbr. il Granduca fuggì a Gaeta, gli elementi più accesi prevalsero, e al Guerrazzi furono dati poteri dittatoriali. Egli tentò di ravvicinarsi ai moderati e di appoggiarsi alla Guardia nazionale ch'era contraria alla repubblica. Sembra che si propongesse di preparare il ritorno del Granduca, nella speranza di salvare, con uno spontaneo gesto di richiamo le libertà costituzionali. Ma i volontari livornesi, che lo avevano accompagnato a Firenze, e che egli cercava ora di allontanare, provocarono tumulti con grave colpo al suo prestigio. Quando volle procedere ad una convocazione regolare dell'assemblea, perché i rappresentanti legittimati del popolo proclamassero la restaurazione della monarchia costituzionale, la Guardia nazionale non lo secondò, e il municipio liberale, nell'illusione di cattivarsi il favore del granduca, lasciò mano libera agli elementi più retrivi e fece arrestare il Guerrazzi. Leopoldo intanto si era già accordato con Vienna, e truppe austriache, debellata la resistenza di Livorno, il 25 maggio entrarono in Firenze, seguite il 28 luglio dal Granduca: da questo momento Leopoldo fu dai Toscani considerato un principe straniero che deteneva il potere con l'aiuto di armi straniere.
Nel 1852 Leopoldo revocò la Costituzione e si piegò a stringere un Concordato con la S. Sede. Ne seguì una penetrazione mazziniana e si ebbero attentati politici fino allora ignoti. Processi e bandi perpetui colpirono buon numero di patrioti, e la politica toscana fu direttamente regolata dall'Austria, che vi mantenne l'occupazione militare fino al 1855. Prima che avesse inizio la guerra del 1859 il Cavour offrì al granduca di T. la garanzia del Piemonte in cambio dell'alleanza. Il rifiuto di Leopoldo suscitò nell'esercito delusione e malumore e spinse i liberali all'azione. Il 27 apr. il granduca dovette lasciare lo Stato. Si costituì un governo provvisorio presieduto da Ubaldino Peruzzi, che offrì a Vittorio Emanuele II la dittatura per la durata del conflitto. Il veto di Napoleone III costrinse il Re a limitare il suo consenso ad un protettorato temporaneo, inviando quale suo commissario in T. BONCOMPAGNI, FAMIGLIA (v.). Ma il governo toscano, diretto da Bettino Ricasoli, mantenne vivo il principio unitario, sventando anche un piano di Napoleone III inteso a costituire un regno dell'Italia centrale da assegnarsi al cugino Girolamo; e quando l'armistizio di Villafranca obbligò Vittorio Emanuele a richiamare il suo commissario, convocò un'assemblea rappresentativa che votò l'unione al Regno di Sardegna, unione convalida dal plebiscito del 15 marzo. Così all'apertura della nuova sessione del Parlamento subalpino intervennero il 2 apr. anche i rappresentanti della T. BBL.: E. Repetti, Diz. geogr. stor. e fisico della T., Firenze 1833-46; F. Inghiriani, Stor. della T., ivi 1841-43; A. Zuccagni Orlandini, Ricerche statisti. sul grand. di T., ivi 1848-54; A. Zobi, Stor. civ. della T. dal 1737 al 1848, ivi 1850-52; L. Passerini, Le armi dei municipi toscani, pubblicato a cura di A. Ma. iotti incisore, Firenze 1864 (con gli stemmi di tutti i comuni); G. Baldassaroni, Leopoldo II granduca di T. e i suoi tempi, ivi 1871; A. V. Reumont, Gesch. T. seit dem Ende florentin. Freistaats, Gotha 1876-77; F. Scaduto, Stato e Chiesa sotto Leopoldo I, Firenze 1885; I. Zimmermann, Das Verfassungsprojekt des Grossherzogs Peter Leopold von T., Heidelberg 1901; L. Grottanelli, I moti politici in T. nella prima metà del sec. XIX, Prato 1902; G. Conti, Firenze dopo i Medici, Firenze 1902; V. Maffei, Dal titolo di duca di Firenze e Siena a granduca di T., ivi 1905; E. Robiony, Gli ultimi dei Medici e la successione al grand. di T., ivi 1905; C. Manfroni, La marina militare del grand. mediceo, Roma 1905; C. Cannarozzi, La T. alla fine del grand., Firenze 1909; A. Anzilotti, La crisi costituz. della Repubbl. florentina, ivi 1912; H. Büchi, Finanzpolitik T. im Zeitalter der Aufklärung, Berlino 1915; N. Giorgetti, Le armi toscane e le occupaz. straniera in T., Città di Castello 1916; N. Rodolico, Gli amici e i tempi di Scipione de Ricci, Firenze 1920; G. Conti, La T. e la Rivoluz. Francese, ivi 1924; G. Pieraccini, La stirpe dei Medici di Cafaggio, ivi 1929 (nuova ed. ivi 1948); A. Falce, La formaz. della marca di Tuscia ivi 1930; A. Anzilotti, Le riforme in T. nella seconda metà del sec. XVIII, in Movimenti e contrasti per l'unità ital., Bari 1930; F. Baldassaroni, Il rinnovam. civ. in T., Firenze 1931; G. Guarneri, Stor. della marina stefaniana, Livorno 1935; E. Pucci, Attività e grandezza dei papi florentini, Firenze 1939; G. Spini, Cosimo I de' Medici e la indipendenza del Principato mediceo, ivi 1945; A. Saporì, Studi di storia economica medievale, 2a ed., ivi 1946; R. De Roover, The Medici Bank, Nuova York 1948; R. Mori, Le riforme leopoldine nel pensiero degli economisti toscani del'700, Firenze 1951. Roberto Palmarocchi
III. REGIONE CONCILIARE DELLA T
È una delle regioni in cui l'Italia fu ripartita con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr. e 22 marzo 1919, e 29 sett. 1933 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74, 176; 25 [1933], p. 466) ai fini della celebrazione dei concili regionali in luogo dei concili provinciali (v. CONCILIO, IV).Comprende i territori delle province ecclesiastiche di Firenze, Pisa e Siena, e inoltre l'arcidiocesi di Lucca, le diocesi di Arezzo, Cortona, Montalcino, Montepulciano, Pienza e l'abbazia nullius di Monte Oliveto Maggiore.
Nel capoluogo della regione (Firenze) ha sede il tribunale regionale per le cause di nullità di matrimonio; esso funziona anche da tribunale di appello per le cause giudicate in prima istanza dai tribunali delle regioni
umbra (Perugia) e marchigiana (Fermo). L'appello contro le sentenze del tribunale regionale estrusco va proposto al tribunale della regione romagnola (Bologna) o alla S. Rota (cf. Pio XI, motu proprio Qua cura dell'8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13). Pio Ciprioti
IV. ARTE
L'importanza artistica della T. è preponderante nella penisola fin dall'antichità. Anzi è singolare privilegio di questa regione aver avuto, in due momenti diversi a distanza di molti secoli, la capacità di assurgere a un incontestabile primato di cultura, creando due originali civiltà, dotate di grande forza di espansione e penetrazione.Così, nell'antichità, alle forme dell'arte etrusca si adegui la primitiva produzione artistica romana; e a quel substrato rimase fedele anche la più evoluta arte imperiale, che conservò - pur subendo l'influenza ellenistica - il senso caustico della caratterizzazione psicologica, che distingue la ritrattistica indigena da quella greca. Così nel '300 - assunta per impulso delle sue città industrie ad una posizione economica preminente in Europa - la T. esprimerà nel linguaggio giottesco un retaggio comune a diverse generazioni pittoriche, da un capo all'altro della penisola, non senza riflessi nell'ambito stesso della raffinata cultura bizantina. Parallelamente influì per mezzo di Simone Martini, interprete della sensibilità lineare senese, sulla parlata gotica. Ma è il Rinascimento, da questi pittori preannunciato, l'età destinata a consacrare il primato della T. determinando una delle svolte più importanti della civiltà e del costume europei. Si può ben dire che la cultura moderna nelle più diverse manifestazioni creative, abbia origine dall'Umanesimo toscano; e ne dipende direttamente o indirettamente nelle stesse concezioni fondamentali che regolarono le vicende umane per diversi secoli. Come è logico, i risultati più cospicui furono conseguiti in Italia; tanto che sarebbe del tutto impossibile tracciare un profilo della storia artistica del nostro paese prescindendo dall'apporto toscano (si veda alla voce ITALIA, VI. Arte).
Nel campo delle arti figurative il concetto di cultura toscana non consacre, come nella letteratura, il primato di una città sulle altre. Se le poche testimonianze anteriori al Mille (duomo di Chiusi, Pieve di Arliano, cripte di S. Antimo, S. Salvatore al Monte Amiata, S. Baronto, S. Salvatore in Agna) non consentono un giudizio sicuro di un periodo che appare genericamente dominato dall'attività delle maestranze comacine; successivamente ogni provincia ebbe scuole fiorenti nettamente caratterizzate e distinte quanto a concezioni, forme e risultati; né si può affermare che a Firenze spetti la prevalenza prima della comparsa di Giotto.
L'architettura romana fiorentina (v. FIRENZE), fedele allo spirito delle forme paleocristiane nei suoi prototipi (Battistero, S. Miniato al Monte, SS. Apostoli), ebbe anzi un'espansione assai limitata (non oltre Emcoli e la sua Pieve); mentre i modi dell'architettura pisano-lucchese (v. PISA; LUCCA), conciliando i presupposti lombardi con suggestioni decorative orientali, si diffusero rapidamente in tutta la Toscana da Pistoia a S. Quirico d'Orcia e influirono anche fuori dei Sardegna (v.), indirettamente in altre parti d'Italia (è controverso il problema di una mediazione pisana per alcune interessanti costruzioni della Capitanata, da Manfredonia a Troia).
Analogamente la scultura ebbe i suoi maggiori centri tra Lucca, Pisa ed Arezzo, città nelle quali molto forte fu, all'inizio, l'influenza lombardo-emiliana, per la presenza in loco di artisti di quelle regioni (Guglielmo e Bonamico a Pisa; Biduino a Lucca, Gruamone e Guido da Como a Pistoia; Giroldo da Como a Massa Marittima; Marchionne ad Arezzo); ma una vera rinascenza plastica si originerebbe nell'ambiente delle maestranze pisane, NICCOLÒ (v.) che si può a buon diritto considerare toscano, qualunque sia stato il suo luogo di origine, in quanto nelle condizioni della cultura toscana egli trovò i termini ideali per esprimere il suo messaggio.
Così nella pittura Pisa, GIUDA (v.) una

Toscana - La Vergine Annunziata. Scultura in legno di Jacopo della Quercia, policromata da Martino di Bartolomeo (sec. XV). S. Gimignano, Collegiata.
Personalità fortissima, come è dimostrato dalla larga diffusione della sua maniera nell'Italia centrale; Lucca con i Berlinghieri ed Arezzo con Margaritone consistono già nel sec. XIII come centri di una espressione fragratta ancora esteriormente legata all'humus bizantino nell'impianto iconografico, ma già avviata alla conquista di una nuova sensibilità plastico-pittorica, prima ancora che a Firenze, Coppo di Marcovaldo (v.), Cimabue (v.), costruiscono i fondamenti per l'affermazione di Giotto. È ben vero che Pisa, Lucca, Arezzo, Pistoia, cedera, non ben presto di fronte alla preminenza fiorentina, ma Siena, per contro, più lenta nell'ascesa, tributaria inizialmente nei confronti di Pisa e perfino di Firenze, riuscirà poi a porre una sua candidatura alla supremazia regionale, che svanirà soltanto con il trionfo del Rinascimento.
Quale capacità di reazione possedesse ormai, per acquisita coscienza di valore, l'ambiente toscano, è ampiamente dimostrato dal processo di trasformazione subito dall'architettura gotica sia a Pisa che a Lucca e Siena, ma soprattutto a Firenze, che in T. il gotico oltramontano importato dai Cistercensi rimane un episodio limitato ad alcune abbazie periferiche (S. Galgano, S. Salvatore a Settimo); mentre le inflessioni del suo linguaggio determinano nuovi caratteri nelle strutture della forte tradizione romanica locale stabilendo anche alcuni fondamentali aspetti dell'arte rinascimentale.
Né dissimile appare la situazione delle altre arti, anche se la drammaticità di un Giovanni Pisano sembra aderire con più volenteroso impegno alla lezione del gotico transalpino. Alla scuola pisano-senese che ha i maggiori campioni negli scultori seguaci e allievi di Nicola, da Tino da Camaino (v.), Nino Pisano (v.), si contrapponga ormai una scuola fiorentina, con Arnolfo di Cambio e Andrea da Pontedera, tesa ad accentuare il distacco dal linearismo gotico, inducendo forme di più sostanziale plasticismo. La visione pittorica di Giotto, come quella di Ambrogio Lorenzetti o di Maestro Stefano, tengono conto di una riscoperta proporzione umana, a definire la quale fu già proposto il termine di naturalismo. Ma i seguaci (v. Lazio; RAFFAELE, SANTO), ad apprendere la lezione fiorentina e a fornire l'apporto delle proprie soluzioni originali.
Siena frattanto indugia in raffinate e preziosi ricerche cromatiche, con Stefano di Giovanni, detto il Sassetta, Giovanni di Paolo, Sanio di Pietro, impegnati — come scrive il Brandi — «in una continua lotta fra una interiorità esuberante e una cultura antiquata». Un travisamento delle forme fiorentine si riscontra in artisti più solleciti del nuovo, come Matteo di Giovanni, Noccio di Lando e Francesco di Giorgio Martini, quest'ultimo più ricettivo degli altri agl'insegnamenti del Lippi e del Baldovinetti.
La mediazione fra il '400 e il '500 si assegna in Firenze ad artisti come fra Bartolomeo, il Ghirlandaio, Filippino Lippi, Piero di Cosimo, Francesco Bugiardini; ma è certo che l'enunciazione del nuovo linguaggio artistico spetta a Leonardo e Michelangelo, geni tipicamente toscani, ai quali s'aggiunge Raffaello, al vertice di quella parabola che era incominciata con Giotto. L'influenza di Leonardo non è largamente sensibile in T.: il suo chiaroscuro è avvertibile forse soltanto nelle opere di Filippino Lippi e Piero di Cosimo. Ma per suo mezzo la cultura toscana s'afferma prima in Lombardia e poi in Francia.
Nel Cinquecento Firenze cede il suo primato nazionale a Roma, che si avvale per la sua ascesa dei migliori artisti toscani, inducendoli a lunghi e fruttuosi soggiorni. Ma se l'asse d'attrazione ora si sposta dall'Arno al Tevere, la T. rimane a lungo attiva esprimendo, nei primi maestri del manierismo, un altro momento di felice prolificità, cui concorrono in architettura i prototipi di Michelangelo e Raffaello, ai quali s'ispirano Mariotto Fofi, Bartolomeo Ammannati, Bernardo Buontalenti, Giovanni Battista Dosio, Giorgio Vasari, Baccio d'Agnolo; a Siena Baldassarre Peruzzi; a Lucca Francesco Marti.
La scultura ha il suo innovatore principe in Andrea Sansovino, mentre operano Benedetto da Rovezzano, Andrea Ferrucci, Baccio di Montelupo, Francesco Ru-sitici; ma l'influenza di Michelangelo diverrà ben presto esclusiva per Raffaello da Montelupo, Giovanni Angelo Montorsoli, e addirittura schiacciante per Vincenzo de' Rossi. Altri maestri conservano, pur nel loro eclettismo intellettuale, una certa scioltezza e indipendenza di modi, come Jacopo Sansovino, il Tribolo, l'Ammannati, Benvenuto Cellini, il Lorenzetto, Vincenzo Danti, Tadeo Landini, Francesco da Sangallo, Giovanni della Opera. Il secolo si chiuderà in attivo con la produzione di Pietro Tacca e Giovanni Caccini e degli stranieri Pietro Francavilla e Giambologna. A Pisa s'afferma Stoldo Lorenzi; in Versilia operano gli Stagi; a Siena Lorenzo Marrina; ad Arezzo Simone Mosca.
TOSCANA - Cantoria della Collegiata dell'Impruneta (sec. XVI), presso Firenze.
TADDEO; DADDI BERNARDO, ecc.) si sforzano di interpretarla in forme sempre più discorsive e leggiadre, svi-gorando quel piglio essenziale e scabro che era stato il maggiore raggiungimento giottesco. Cosicché la 2a metà del '300 sembra segnare un trionfo della grazia e, nesse irrompente nell'iconografia giottesca ormai diffusa in ogni dove. Questo eclettismo comprendeva scultura e pittura (dagli Orcagna ad Andrea di Firenze, Agnolo Gaddi, Spinello Aretino, Francesco Traini, Giovanni da Milano, Antonio Veneziano), si esaurirà in sempre più stanche ripetizioni fino all'avvento BRUNELLESCHI, FILIPPO (v.), Masaccio (v.), Donatello (v.), i quali, ciascuno nel proprio territorio artistico, imporranno la nuova visione rinascimentale.
Il '400 si affaccia dunque come il gran secolo di Firenze. L'unitaria coerenza dei concetti informatori della nuova cultura (v. ANDREA DI FIRENZE; RINASCIMENTO; UMANESIMO) ebbe un'affermazione di straordinaria efficacia, perché seppe esprimere una schiera numerosa di maestri eccelsi; e ne stimolò gli esiti più avvincenti e originali, in un incalzare vertiginoso di commissioni e di opere. Ci si limiterà a ricordare per l'architettura Michelozzo, Giuliano e Benedetto da Maiano, Andrea Cavalcanti, Simone Pollaiolo detto il Cronaca, Giuliano e Antonio da Sangallo il Vecchio, Ventura Vitoni, operanti nell'orbita del Brunelleschi; quindi L. B. Alberti e Bernardo Rossellino; e, fuori di Firenze, Antonio Fer-derighi, Francesco di Giorgio Martini, senesi, Matteo Civitali, lucchese; fra gli scultori, Niccolò Lamberti e Piero suo figlio, Bernardo Ciuffagni e Nanni di Bartolo, ancora incerti fra l'antico e il nuovo; quindi Nanni di Banco, il Brunelleschi, Lorenzo Ghiberti, Luca, Andrea e Giovanni della Robbia divulgatori della terracotta invetriata, Bernardo e Antonio Rossellino, Desiderio da Settignano, Agostino di Duccio, Mino da Fiesole, Benedetto da Maiano, gli orafi e bronzisti Antonio Pollaiolo e Andrea Verrocchio, oltre i senesi Jacopo della Quercia, Giovanni Turini, Antonio Federighi, Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Francesco di Giorgio Martini, Nereccio di Bartolomeo, Giacomo Cozzarelli e il lucchese Matteo Civitali, ai quali fanno corona scolari e artisti di provincia (come Pagno di Lapo, Urbano da Cortona, Simone Strini, Bertoldo, il Bellano, Pietro Torregiani, ecc.) capaci di produrre, nei momenti di vena, opere non indegne dei maestri. Fuori di Firenze operano, in periodo di transizione, alcuni pittori (Pisanello, Masolino da Panicale, ecc.) importanti per le conseguenze che la loro presenza ebbe nell'avvio rinascimentale delle scuole locali, ad es., in Lombardia e a Verona. Ma a Firenze, da Paolo Uccello al Beato Angelico, a Domenico Veneziano, gli artefici del primo Rinascimento subirono il fascino della visione masaccesca delle storie del Carmine. Vi

ToscaNa - Cantoria della Collegiata dell'Impruneta (sec. xvI), presso Firenze.
Toscana - La mamma. Dipinto di J. del Sellaio (a* metà sec. XV) - Berlino, Collezione privata.
Fra i pittori, mentre l'Albertinelli rimane fedele alla lezione di fra' Bartolomeo, e Francesco Granacci ripete gli schemi ghirlandaieschi, Andrea del Sarto tenta un accostamento con i modi tonali della pittura veneta. Eccellono il Pontormo e il Rosso, personalità originali e sconcertanti di un manierismo positivo; prima che l'imitazione raffaellesca e michelangiolesca determini il faticoso manierismo accademico di Giorgio Vasari, Alessandro Allori, Francesco Bachiacca, il Franciabigio; da cui appena si salvano Francesco Salviati e Bernardino Poccetti come decoratori, e Angelo Allori, detto il Bronzino, come ritrattista. Alla fine del secolo Santi di Tito tenterà un ritorno alle fonti, con scarso esito.
Fuori di T. il miglior artista espresso dalla scuola michelangiolesca è indubbiamente Daniele da Volterra. A Siena si opera un'apertura piuttosto verso gli umbri, che in direzione di Firenze. Ne sono interpreti Bernardo Fungai, Gerolamo del Pacchia, Andrea del Bresciano. Il Peruzzi vi reca il verbo raffaellesco, ribadito poi trionfalmente, nella congiuntura leonardesca, dal piemontese Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, divenuto senese d'elezione. Domenico Beccafumi, il più originale artista del '500 sonese, procede, appartato, in una ricerca di nuovi modi espressivi, che richiama il Pontormo e il Rosso. Il manierismo di Ventura Salimbeni, prepara la scuola locale, ormai esausta, all'irrompere del barocco. Con la fine del secolo il ciclo produttivo dell'arte toscana sembra chiuso irrimediabilmente. La regione, ancora dispensatrice di energie creatrici nel Cinquecento, non riesce a conservare la stessa forza di propulsione, ma, come esausta, s'avvia irrimediabilmente a divenire una provincia tributaria, nei due secoli successivi, dei maggiori centri della cultura barocca, Roma, Napoli e Bologna. Fra gli architetti mancano nel '600 personalità di spicco. Da Matteo Nigetti, scolaro del Buontalenti, a don Giovanni de' Medici, a Gherardo Silvani, a Lodovico Cardi detto il Cigoli, a Zanobi del Rosso e Ferdinando Ruggeri, non si procede oltre le posizioni culturali dell'ultimo manierismo, o si traducono in formule accademiche anche i modi del barocco berniniano.
La scultura è in situazione anche più fallimentare. I pochi artisti di merito cercano altrove, e specialmente a Roma, di adeguarsi alle nuove esigenze del gusto (ad es. Agostino Cornacchini, e, nel '700, Filippo della Valle). Il più fortunato, Francesco Fancelli, diverrà scultore di corte a Londra. Soltanto alla fine del '600 e nel '700 artisti come Battista Foggini e il romano Innocenzo Spinazzi, insegnante nell'Accademia fiorentina, tentevano di risollevare le sorti della scultura, non uscendo però da un dignitoso eclettismo. Egualmente nutrito è l'esodo verso Roma dei pittori fiorentini più provveduti, come il Cigoli, Domenico Cresti detto il Passignano, Giovanni da S. Giovanni, e poi il Luti, il Conti, il Redi. Acquistano qualche rinomanza in patria Jacopo Chimenti detto l'Empoli, Matteo Rosselli, Baldassare Franceschini detto il Volterrano, Carlo Dolci, Francesco Furini, Lorenzo Lippi. Ma Firenze preferisce chiamare per le decorazioni di maggior impegno il veronese Jacopo Lippo, Pietro da Cortona, Luca Giordano, e, al principio del sec. XVIII, il veneziano Sebastiano Ricci. Identica la situazione di Siena, da cui evadono in direzione di Roma, Genova, Pavia, Firenze, i migliori allievi dell'eccletico Salimbeni, come Alessandro Casolani, Pietro Sorri, Ventura Salimbeni, Francesco Vanni. Più dotato degli altri, nel suo momento caravaggesco, appare Rutilio Manetti, attivo anche in patria. Da Lucca, dove opera Pietro Paolini, giungono a Roma Giovanni Coli, Filippo Gherardi e Pietro Testa detto il Lucchesino, al seguito di Pietro da Cortona. Il quale è anche l'animatore di una vivace scuola nella sua città natale. Pistoia fornisce a Roma Giacomo Giminiani e Lazzaro Baldi; e Pisa Orazio Gentileschi e Orazio Riminaldi.
Il neoclassicismo, con Gaspare M. Paoletti, Pasquale Poccanti, e Gaetano Baccani, produce a Firenze opere non indegne della grande tradizione costruttiva locale. Nella seconda metà del sec. XIX, durante il fervore di rinnovamento urbanistico che caratterizza il periodo successivo alla realizzata unità italiana, si leva sugli altri Giuseppe Poggi, sistematore della passeggiata dei Colli e del Piazzale Michelangelo a Firenze. In scultura l'imitatzione canoviana è la regola generale in tutta la regione, finché Luigi Bartolini non impone la sua discreta reazione anticlassica con il ritorno alla natura e che inaugura la stagione romantica. Fiacchi i suoi allievi toscani Luigi Pampaloni, Pio Fedi, Raffaello Romanelli; ma la sua maniera avrà larga eco anche in altre regioni influendo soprattutto su Vincenzo Vela. Il miglior romanticismo toscano è rappresentato da A. Cecioni, artista spontaneo, che combatte un'accanita battaglia contro l'accademia impersonata in Firenze da G. Duprè. In pittura Firenze ritorna nell'800 ad essere all'avanguardia, sia nel primo periodo neoclassico, ad opera di Pietro Benvenuti e Luigi Sabatelli, sia nel momento di fortuna della pittura storica e di genere, con Giuseppe Bezzuoli, Antonio Ciseri, Antonio Puccinelli e Stefano Ussi. Ma è con il movimento dei macchiaioli.

Toscara - La manna. Dipinto di J. del Sellaio ( $2^{\circ}$ metà sec. xv) - Berlino, Collezione privata.
Toscana - Clemente VII crea cardinale Ippolito de' Medici e lo manda legato in Umberia. Affreschi di G. Vasari nella sala di Clemente VII (2a metà del sec. XVI) - Firenze, Palazzo Vecchio.
che la T. riattinge il primato nazionale. Maestri come il livornese Giovanni Fattori, il modiglianese Silvestro Lega, il fiorentino Telemaco Signorini contano fra le più interessanti personalità del secolo, anche al di là del limite nazionale. Intorno ad essi, attuando lo stesso programma di fedeltà all'intima aspirazione per la conquista della libertà artistica, che è in primo luogo coscienza dei valori visivi della pittura, in un clima affine a quello dell'impressionismo francese, operano artisti attratti da ogni parte d'Italia; ma principalmente toscani, come il già ricordato Cecioni che fu il teorico del gruppo, il livornese Serafino de' Tivoli, i fiorentini Cristiano Banti e Raffaele Sarnesi, il pisano Odoardo Borrani. Questi artisti preferiscono i soggetti profani, e scarso è quindi il loro contributo all'arte sacra. L'eredità dei macchiaiuoli rimane viva e operante nella regione anche nel periodo del divisionismo e poi del cubismo e del futurismo. La pittura contemporanea italiana vede in prima fila alcuni maestri toscani passati attraverso diverse esperienze d'avanguardia, ma rimasti sostanzialmente fedeli a quell'impigno con la realtà e la natura, che è proprio della tradizione toscana. Facciamo i nomi del livornese Amedeo Modigliani, che visse a Parigi, del versigliese Lorenzo Viani, dei fiorentini Ardengo Soffici, Ottone Rosai, del cortonese Gino Severini. La scultura ha avuto in Libero Andreotti un artista sensibile alle sollecitazioni della modernità interpretata con un senso fragile e scattante come quello degli antichi maestri senesi.
Del rinnovamento urbanistico moderno la T. possiede alcuni prototipi che si inseriscono nel vivo delle polemiche attuali, come la stazione di S. Maria Novella a Firenze, dovuta a un gruppo di architetti fiorentini capogiganti da Giovanni Michelucci.
Non si traccia qui un profilo delle arti minori per le quali si rimanda alle singole voci (ARAZZO; CERAMICA; FERRO BATTUTO; INCISIONE; MUSAICO; OREFICERIA; RICAMO; TARSIA, ecc.); ci si limiterà a ricordare come a Siena, Firenze, Lucca, Arezzo, composta il vanto di aver saputo in ogni momento alimentare scuole fiorentissime, al cui incremento concorsero anche artisti sommi, e complessi artigiani di fami mondiale.
V. FOLKLORE
La T. rappresenta, riguardo alla letteratura popolare, una zona vivissima di produzione e irradiazione. Sorta in T. è una delle forme più importanti del canto lirico monostrofico, il rispetto, che, pur avendo egual numero e lunghezza di versi, si distingue dall'ottava siciliana per la rima e il procedimento stilistico: mentre nella canzuna (ab ab ab ab) il concetto si svolge liberamente per tutto il canto, nel rispetto (ab ab cc dd) e si deve condensare nel quadernario a rime alterne, per poi ribattere, nelle riprese, sul particolare che più importa; oppure accennare nella prima parte a circostanze esteriori, per manifestare poi il sentimento vero nella seconda. La rondinella è, quanto alla musica, il più bel rispetto toscano. Fiorentissimo è pure in T. lo stornello. Rispetti e stornelli si sogliono cantare intramezzando un ritornello, detto anche rifiorito, consistente in una strofetta di due o quattro versi. Tra le principali forme della poesia popolare italiana confluite in T. largamente tradizionale si mostra la canzone epico-lirica, sia conservata nella forma metrica originaria di tipo francese (cioè, e così versi ordinariamente divisi in due membri, uguali o no; legati, dall'assonanza più che dalla rima, in strofe rese spesso, in apparenza, più o meno complicate dalla ripetizione dei versi o degli emischi e dal ritornello), sia profondamente trasformata nel metro, diffusa poi in questa nuova forma verso il Veneto da una parte, verso l'Italia centrale e la Sardegna dall'altra. Oltre alle più note canzoni di tal genere, La donna lombarda, Cecilia, ecc., documentate sono le più rare, come La fanciulla del mare, La sposa di Susa, L'innamorato timido e L'amante trascurata. Dal Piemonte discendono nella T. anche canti epico-lirici a soggetto religioso (ad es., Maria Maddalena, e per l'inizio S. Barbara), come dall'Italia centrale provengono, e mai si conservano, canti religiosi narrativi in endecasillabi: ma più largamente diffuse tra il popolo sono le storie in ottave. Numerose sono le testimonianze di canzoni enumerative o iterative: La mosca mora, Bella che vai al mercè?, Chi l'ha mangiata la testa, la testa dell'anitra mia? Un'ampia documentazione di tutto questo materiale è fornita dalla raccolta manoscritta messa in-che la T. riattinge il primato nazionale. Maestri come il livornese Giovanni Fattori, il modiglian
sieme, con sicuri e precisi criteri d'inchiesta e di scelta e con continuo esame dei problemi di critica e di storia, da Michele Barbi, che viene generalmente designata con la sigla RB: se ne prepara un'edizione in più volumi, a cura di V. Santoli, P. Toschi e G. Vidossi.
D'importanza notevolissima è il teatro popolare toscano. Vi sopravvivono, assurgendo a veri e propri spettacoli, forme drammatiche tradizionali, scaturite da feste e cerimonie popolari, quali il maggio, il brusello, la befanata, la zingaresca, il testamento. Stesi, quasi interamente, in quartine di ottonari sono i maggio drammatici, che trattano argomenti religiosi, storici e romanzeschi, e sono rimasti circoscritti ai contadini di Lucca, Pistoia, Pisa e Volterra; brevissimi e scarsi di azione sono i maggio arti, che in ciò si assomigliano piuttosto ai bruscelli, pur offrendo una maggiore varietà di metro. Il bruscello, scritto in ottave o sestine, deriva il suo nome da un arborello o ramo di alloro, di leccio o di pino, adorno di nastri e fiori, che portato sempre in mano da uno della comitiva e piantato poi in terra, costituisce il centro della rappresentazione popolare: i cui soggetti, oltre a quello della caccia (l'origine di questa farsa risale, secondo alcuni, a certe mascherate che avevano luogo nel contado senese circa quattro secoli fa, in cui si contraffaceva una specie di caccia notturna con una lanterna appesa a un ramo impiantato, che chiamavasi appunto bruscello), possono essere il contrasto fra un giovane e un vecchio per la mano d'una ragazza (questa forma si riscontra, sotto vario nome, anche fuori della T.), o anche episodi leggendari e storici, come la Distruzione di Troia, Pia de' Tolomei, gli Italiani in Affrica, ecc. Le befanate, religiose o profane, in strofette di quattro ottonari, per lo più a rime incrociate, si cantano, nel contado lucchese, da brigate di giovani, per le vie del villaggio davanti alle case dei più facoltosi, in uno o due cori, con accompagnamento di violino od organetto. Scritti in stanze di quattro versi - tre settenari e un quinto - rimanti il secondo col terzo, e il quarto col primo della stanza seguente - la zingaresca e il testamento - si assomigliano fra loro per l'intreccio e per il carattere dei personaggi che vi prendono parte; senonché nella zingaresca la parte principale è sempre sostenuta da una zingara, che si vale dell'arte magica a beneficio degli'innamorati infelici, togliendo con i suoi incantesimi gli'impedimenti che si opponevano al loro matrimonio; ... mentre nel testamento il [motivo comico] è costituito dalla figura ridicola del dottore (notaio) e dalla parodia dei testamenti o dei contratti nuziali (Giannini). Tutte queste rappresentazioni sono connesse con le feste di carnevale o di primavera e hanno significato di riti di espulsione e di propiziazione. Il giorno dell'Ascensione cadono due tra le feste più gai della stagione primaverile: quella del grillo a Firenze e quella della fiaschetta nel Montemaitia, cosiddetta quest'ultima perché molti giovinotti portano al collo una fiaschetta piena di vino. Con grande splendore si festeggiano le feste patronali, e calendari in genere, in cui sono, quasi sempre, riconoscibili elementi rituali propri delle cerimonie cicliche: si ricordano la festa di S. Giovanni a Firenze, con pomposi cortei e carri allegorici, cui partecipano rappresentanti delle diverse corporazioni cittadine; quella anch'essa fiorentina delle rifocolone, dedicata alla natività di Maria (8 sett.); quella di S. Ranieri a Pisa per l'imponente illuminazione (luminara) lungo l'Arno; quella di S. Croce a Lucca e in cui si espone alla venerazione dei fedeli un antichissimo simulacro di Gesù crocifisso, che, secondo la leggenda, sarebbe stato fabbricato da Nicodemo e. Celebbi sono infine le feste che si fanno a Siena il 2 luglio per la Visitazione e il 15 ag. per l'Assunzione di Maria, in occasione delle quali si corre il tradizionale palio. Di questo, in base a una comparazione etnografica con gli antichi riti d'inizio del ciclo annuale e stagionale, uno dei principali costituito appunto dalla rappresentazione di una gara o lotta, corsa o duello armato, si riesce a individuare l'originario significato rituale e carattere propiziatorio, ch'esso non ha del tutto perduto, pur storicizzandosi e adeguandosi al nuovo ambiente: così il Carroccio, il corteo delle 17 contrade coi rispettivi capitani militari denunciano il primitivo carattere sacro e guerresco della festa, mentre lo sfoggio dei costumi, lo sventolio delle bandiere e la decorazione stessa del carroccio attribuìbiscono alla manifestazione notevole colore spettacolare. Analogo significato ritualistico e colore spettacolare mostrano altre feste famose, come la giostra del Saracino che si corre ad Arezzo il giorno di S. Donato (7 ag.), patrono della città, e il gioco del ponte a Pisa, che storicamente si fa risalire ad epoca longobardica. Anche nella scena dello scoppio del carro, che ha luogo la mattina del Sabato Santo a Firenze, è dato riconoscere nel fuoco l'elemento rituale più antico, cui si è sovrapposto il motivo leggendario che ne ricollega l'origine al S. Sepolcro: la tradizione fiorentina vuole infatti che la prima favilla del fuoco sacro venisse un tempo provocata da tre pezzetti di pietra tolti al Sepolcro di Cristo e recati a Firenze da messer Pazzino de' Pazzi; e il rito diventa spettacolo con l'invenzione del carro (comune, del resto, a tutte le feste sacre) e l'accensione del fuoco per mezzo della colombina che, simbolo dello Spirito Santo, muove dall'altare maggiore nel momento stesso della Risurrezione, scorrendo lungo un filo, e dal comportamento della colombina e dal modo in cui avviene lo scoppio del carro i contadini toscani, che affluiscono in piazza del Duomo a Firenze, traggono i presagi per i raccolti, essendo anche la Pasqua una festa d'inizio stagionale.
Fra le usanze che segnano il ciclo dell'uomo alcune meritano particolare menzione o per la singolarità di certi elementi, o per il confronto con quelle di altre regioni. In gran parte della T. un tempo, e tuttora in qualche villaggio, usa fare alcuni giorni dopo il battesimo un abbondante pranzo, cui partecipa la puerpera, chiamato nel fiorentino e nel pisano scapponata perché tutte le vivande erano in origine costituite da carne di cappone, nell'areine cicalio, a Pian di Lucca l'impagliata e a Rosignano Marittimo il riconoscimento perché, con regali di uova e pollami, i convitati riconoscono ufficialmente il nuovo stato sociale della puerpera. La richiesta di matrimonio (chiesta) viene fatta generalmente per mezzo del cozzone o intermediario di matrimonio. Pittoresca è nelle colline piane e nei dintorni di Siena la scena del trasporto del corredo della sposa, la vigilia delle nozze, sopra un carro tirato da buoi adorni di nastri e songali; non meno pittorescamente nel barghigiano il corredo vien trasportato in canestre scoperte, portate sul capo da giovinette che avanzano in corteo. In qualche villaggio sopravvive l'uso del serraglio o della parata, un tempo vigente in quasi tutta la T. e consistente nello sbarrare la strada agli sposi con nastri che erano poi tolti dietro compenso in denaro o dono di confetti; nel lucchese il serraglio si faceva soltanto quando la sposa andava fuori paese, e in tal caso l'impedimento solennizzava un rito di passaggio materiale. Nelle commedie senesi e in vari libri di memorie del Cinquecento, nelle costituzioni sinodali toscane e persino in qualche lunario del secolo scorso, sono documentate vecchie costumanze di notevolissimo interesse etnografico, che si ritrovano vive e osservate nella tradizione attuale del volgo di altri paesi e regioni; il toccamano, forma rituale ben nota in Italia (v. ROMAGNA) e molto diffusa in Francia; il bacio della sposa in chiesa, cui corrisponde nella Sardegna la cerimonia dell'abbraccio della sposa da parte dello sposo e dei suoi compagni; la rottura della scodella, vestigio di cerimonia magica (potus et biberagium) praticata per consolidare l'unione affettiva, che in altri luoghi è sostituita dalla rottura della focaccia nuziale, o anche di una verghetta di cannella per confermare il giuramento nuziale davanti al notaio; il pugno allo sposo durante la celebrazione nuziale, e propriamente nel momento della benedizione, quando egli dichiara il suo assenso, che figura in molte rappresentazioni pittoriche dello sposalizio della Madonna (v. , ad es., il dipinto del Beato Angelico alla Galleria degli Uffizi e di Giotto alla Cappella degli Scrovegni): quest'ultimo rito, che si fa risalire all'emancipatio e alla manumissio romane, ha finora in Italia riscontrato soltanto nella Romagna, e qualche traccia nella Lombardia, ma non è forse lontano dal vero il collegare ad esso il costume, diffusissimo di saluto amichevole con una percossa sulla spalla. Nei contadi di Lucca e Pistoia persiste l'uso della scampanata ai vedovi che
passano a nozze. Dei riti funebri singolare è quello vigente, fino a non molti anni fa, nella montagna lucchese, di portare al cimitero i bambini, morti prima di sette anni, entro una canestra, ornata di nastri e sorretta sul capo da una giovinetta.
Elementi utili a caratterizzare folkloricamente la T. sono offerti dalla vita dei contadini e dei pastori: il loro vestiario, gli oggetti domestici e gli arnesi da lavoro, di cui bellissimi esemplari della Lunigiana sono conservati nel Museo civico della Spezia, costituiscono documenti di notevole interesse etnografico-comparativo. I calzoni corti del costume di Biassa, ad es., le uose di lana usate nella montagna portromelese e il berretto di lana a doppio colore, nero all'interno e rosso all'esterno, ripiegato sull'orecchio, richiamato da vicino particolari del costume maschile sardo-corso. La buccina ricavata dal tritonjum nodiferum, che a Montelungo, sino a poco tempo fa, veniva adoperata in luogo delle campane, dal Giovedì al Sabato Santo, per chiamare i fedeli in chiesa, e un tempo dai pastori apuani per spaventare col suo suono il lupo, mentre oggi serve per la scampanata (e nella Val di Magra superiore se ne servono i mugnai per avvisare i contadini che hanno da macinare), si ritrova tra gli oggetti d'uso più comune dei pastori corsi. Singolare infine il corno da vino, corno vuotato di bue, chiuso alla base e forato all'apice, che i contadini di Veppo portano a tracolla. Nella distribuzione delle forme principali della casa rurale il tipo a scala esterna, con abitazione sovrapposta al rustico (cantina, celliere, ecc.), risulta dominante, specie a sud dell'Arno e nell'isola d'Elba, e mostra perciò di essere molto antico e di aver avuto in passato una laghissima diffusione. - Vedi tavv. XXXV-XXXVIII.


