DELLA ROBBIA, FAMIGLIA - La Vergine fra i ss. Cristina e Giorgio, di Andrea D. R. Lunetta del portale maggiore. Bolsena, Chiesa di S. Cristina.
sistere è ben visibile nella linea tormentata e nella intensa espressione delle figure. È uno schietto predominio del gusto gotico si trova ancora nella pala d'altare nella cappella Trenta in S. Frediano a Lucca.
Massima opera di Jacopo è la decorazione della porta centrale del S. Petronio di Bologna, nella quale egli ornò i due pilastri con rilievi rappresentanti storie del Vecchio e Nuovo Testamento e i profeti. Nella lunetta è il gruppo a tutto tondo della Madonna col figlio e s. Petronio. In queste sculture Jacopo appare veramente mirabile nelle forme ampie e sintetiche delle figure, nell'energia del rilievo, nel predominio assoluto della figura umana inquadrata. Non invano dovette guardare a quest'opera Michelangelo durante il suo soggiorno bolognese. A Jacopo si deve anche il disegno del fonte battesimale di S. Giovanni in Siena, che è pure adorno di un suo bassorilievo in bronzo, rappresentante Zaccaria cacciato dal Tempio, opera condotta con fare grave e solenne.
A Jacopo si attribuiscono inoltre le statue lignee di S. Gabriele e dell'Annunziata del duomo di Montepulciano, certo della sua maniera, colorate da Martino di Bartolomeo.
J. D. Q. nella scultura toscana del Quattrocento è un isolato. Per spiegarne l'arte singolarissima occorre ricongiungerlo alla tradizione gotica, che non gli impedisce tuttavia di intendere gli intimi valori delle nuove correnti rinascimentali, che in lui sembrano anzi da quella potenziata. Una linfa sotterranea, l'atavica tradizione della terra toscana che risale all'Etruria, circola nelle sue figure e le anima di una rubea energia, a volte temperata da una austera dolcezza, mentre la gotica intensità del sentimento infonde in esse un vivo senso di spiritualità drammatica.
BIML: Venturi, VI, pp. 67-106; I. B. Supino, J. D. O., Bologna 1926; E. Caratti (R. Longhi), Un'osservazione circa il monumento di Ilaria, in Vita artistica, I (1926), pp. 94-96 (l'auto e suppone la cassa del sarcofago più tarda della figura e in parte opera di aiuti o restauro); P. Bacci, J. D. O., nuovi documenti e commenti, Siena 1929; L. Gielly, J. D. O., Parigi 1929; G. Nicco, J. D. O., Firenze 1934; A. Giglioli, D'una Madonna di J. D. O., nel duomo di Ferrara, in Rivista di Ferrara, 1934, pp. 345-51; G. Zuccchini, Opere d'arte inedite: una scultura di J. D. O., in Comune di Bologna, 1934, pp. 15-29; S. Bertati, J. D. O., in Emporium, 10 (1938).
DELLA ROBBIA, FAMIGLIA - Lucca. Scultore e plasticatore, n. a Firenze nel 1400, m. ivi il 10 febbr. 1482. Nel 1431 cominciò la cantoria di S. Maria del Fiore, tra il 1437 e il 1439 eseguì le cinque formelle del campanile di Giotto rappresentanti la Grammatica, la Dialettica, la Poesia, la Geometria e l'Aritmetica, la Musica; nel 1446 gli fu affidata, insieme a Michelozzo e a Maso di Bartolomeo, la porta bronzea per la sagrestia nuova del Duomo, nel 1455 fece la tomba del card. Federichi in S. Trinita.
La cantoria, ritenuta il suo capolavoro, era destinata a far riscontro a quella di Donatello, dalla quale si differenzia per una concezione totalmente diversa. Mentre nella cantoria donatelliana dominano il movimento e l'impressionismo pittorico nel triplo dei petti e nella ricca decorazione avviva dalla pollicerima, in quella di Luca tutto è inspirato a una visione calma e serena del reale, e la luce e l'ombra modellano con fermezza le figure, collocate non in continua e animata successione come in Donatello, ma in scompartimenti architettonicamente delimitati.
Altrettanto amore per l'effetto plastico, l'ordine e la chiarezza mostra Luca nella porta di bronzo della sagrestia nuova di S. Maria del Fiore, che presenta semplici composizioni disposte con accurata simmetria. La maggiore notorietà di Luca non si basa tuttavia sulle sue sculture in marmo e in bronzo, ma sulle sue terricotte, che egli ricoprì con una pasta vitrea, valida a preservare la fragilità e atta a conferire loro piacevole aspetto decorativo con impiego di pochi e brillanti colori, tra cui fondamentali il bianco e l'azzurro. In queste opere, frutto della più squisita sensibilità, Luca affermò, più che nelle maggiori di molte, la profonda religiosità del suo spirito.
Tra le numerosissime opere di questa specie ricordiamo particolarmente: il tabernacolo di S. Maria in Peretola (1441); le lunette sulle porte delle sagrestie di S. Maria del Fiore (Risurrezione e Ascensione); la lunetta del palazzo di parte guelfa in Firenze; la lunetta con la Madonna e il Bambino tra gli angeli (Firenze, museo Nazionale); la Madonna delle Rose (ivi); gruppo a tutto tondo della Visitazione (chiesa di S. Giovanni fuor Civitas a Pistoia).
ANDREA. N. il 23 ott. 1435, m. nel 1525, nipote e figlio adottivo di Luca, lavorò esclusivamente in terracotta. Egli si andò sempre più allontanando dalla raffinata semplicità di Luca, quasi per gareggiare con i pittori contemporanei. Tra le sue opere più antiche e più sobrie sono i petti entro tondi, collocati all'esterno del portico.

Della Robbia, famiglia - La Vergine fra i si. Cristina e Giorgio, di Andrea D. R. Lunetta del portale maggiore. Balsena, Chiesa di S. Cristina.
dell'ospedale degli Innocenti a Firenze, architettato dal Brunelleschi, e l'Annunciazione nel santuario della Verna; in seguito le terrecotte d'Andrea si affollano di figure, si complicano con scorci, presentano una più accentuata policromia, tanto da sembrare pitture a rilievo. Tali opere, se per la maggior ricchezza di particolari e del colorito colpiscono più facilmente gli osservatori meno accorti, sono prive dell'incanto meno appariscente, ma più sottile, delle terrecotte di Luca.
Ricordiamo la Natività del museo Nazionale di Firenze; la Crocifissione del duomo di Arezzo; il polittico di S. Maria degli Angeli ad Assisi. Tuttavia nei suoi lavori più tardi Andrea sembrò ritrovare una maniera più semplice e più larga, quale si vede nell'Incontro dei ss. Domenico e Francesco, nella loggia di S. Paolo a Firenze, ammirevole per il suo senso d'intima religiosità.
Giovanni. N. nel 1460, m. dopo il 1529, figlio di Andrea, si spinse più oltre sulla via intrapresa dal padre, e giunse a inaccettabili compromessi tra scultura e pittura impiegando tinte numerose, e spesso scivolando nell'arte industriale. Le sue cose migliori sono i primi sei bassorilievi da sinistra con le Opere di misericordia nel fregio sul portico dell'ospedale del Ceppo a Pistoia, da lui ideati ed eseguiti da Santi Buglioni, improntati a vivace e schietto realismo, e le salde e ben composte Virtù, collocate entro le nicchie nel fregio stesso. - Vedi tav. LXXXVI.