VENEZIA, PATRIARCATO di. - Patriarcato e città capoluogo di provincia nel Veneto.
La diocesi ha una popolazione di 362.564 ab. dei quali 357.250 cattolici, distribuiti in 94 parroc-

(fot. Biblioteca Vaticana)
I. LA REPUBBLICA
Sulla fine del sec. VIII Paolo Diacono metteva i suoi lettori sull'avviso a proposito della differenza fra la V. dell'età romana (v. VENETO) e quella del tempo suo, per cui quella «non solum in paucis insulis, quas nunc Venetias dicimus constat» (Hist. Langob., II, 14). Però anche al suo tempo questa seconda non era limitata solo a poche isole ma comprendeva il territorio lagunare da Cavarzere a Caorle, le lagune di Marano (presto congiunte col Ducato friulano) e quelle di Grado con una sottile fascia di terraferma difesa da una grande selva costiera che da Grado giungeva sino a Ravenna. Le attività degli abitanti di questa zona nel sec. VI sono note dagli enfatici elogi che ne fa Cassiodoro nelle sue lettere; si trattava di pescatori e di navigatori che mantenevano vive le comunicazioni nel territorio ed erano in grado di rendere utili servigi alle pubbliche autorità. Fra loro ebbero ricetto i profughi costretti man mano a lasciare le vicine città di Aquileia, Concordia, Oderzo, Altino durante le successive invasioni barbariche fino a quella longobarda. Sorsero così i grossi centri di Grado, Caorle, Cittanova dell'Estuario (detta poi Eraclea, ora Grisolera), Equilium (Sesolo, Cavazuccherina), Torcello, Malamocco (poi Chioggia), che ebbero ciascuno una sede vescovile. Nonostante rivalità, il centro di maggiore importanza, dopo Grado, fu Cittanova che parve destinata a dominare sugli altri. Tutto questo paese rimase all'Esarcato di Ravenna sotto il governo di tribuni i quali, per lo meno alla caduta dell'Esarcato (751), avevano, come altri paesi, a loro capo un dux soggetto direttamente all'Impero di Costantinopoli. Non poterono tuttavia mancare contatti più o meno pacifici con i contermini duchi e sovrani longobardi (i quali non ebbero mai potere sul mare) sino a stabilire, durante il sec. VIII, confinazioni abbastanza stabili. Sopravvenuta con Carlomagno la dinastia carolingia, parve per un momento che interessi vicendevoli avessero a consigliare più stretti rapporti politici col costituirsi di un partito
(fot. Falsciere, Torino)
Quanto Costantinopoli si preoccupasse di conservare una sovranità, che diventava però sempre più nominale, lo dimostrano i contatti con V.: tribuni e duci furono decorati occasionalmente dei pomposi titoli di patrizi, ipati, protospatari, proedri e si strinsero anche legami matrimoniali con le famiglie più in vista. Non per questo però, dopo l' 840, si mancò di assicurare l'indipendenza veneziana con ripetuti patti con i sovrani del continente; per cui mentre la dipendenza di Costantinopoli si attenuava sempre più, non si creavano però con il retroterra legami feudali di sorta e si costituiva invece la piena autonomia di V. Certo gli ordinamenti interni sui quali essa si reggeva, non erano così sicuri e precisi da impedire rivalità interne, sommosse, repressioni anche crudeli. S'era potuto formare, fra i profughi che avevano portato seco i resti di un'antica fortuna e gli abitanti del luogo che avevano l'esperienza del mare, un corpo sociale stretto insieme dai comuni bisogni pubblici e privati, senza però che si impedisse in esso l'emergere via via di località e di famiglie, capaci di esercitare una preponderanza nell'assemblea comune, sino a dirigere di fatto il corso degli affari ed avere le prime parti nella politica. Personaggi ricchi di esperienza e di energia si crearono propri aderenti, costituirono partiti, tennero un predominio sino a formare specie di dinastie ducali: così ai Particiaci tennero dietro i Candiani (932-76), che non esitarono ad appoggiarsi sui sovrani di casa sassone e poi gli Orseoli (976-1032). La prima impresa bellica in forze sul mare fu quella condotta da Pietro II Orseolo nel 1000 lungo la costa dalmata da Zara a Ragusa per fiaccare la violenza dei pirati slavi che infestavano l'Adriatico ed avevano osato assalire Grado e V. stessa ed esigere un tributo. Cominciò così quel diritto alla difesa del golfo che V. riservò a sé escludendo dall'Adriatico ogni altra flotta armata, e che trovò poi il suo simbolo solenne nel rito dello sposalizio del mare celebrato ogni anno il dì dell'Ascensione. Poterono in tal modo mantenersi più larghe e sicure quelle relazioni commerciali con Costantinopoli, Alessandria, Siria e tutto il Levante sino entro il Mar Nero ch'erano la ragione prima del prosperare di V. In corrispondenza con questi rafforzati rapporti e col maggiore benessere che si andava attuando col sorgere dei Comuni italiani e coll'incremento della loro pro-
duzione agricola ed industriale che agevolava la possibilità di scambi lucrosi, sta la preoccupazione di V. per mantenersi aperte le comunicazioni ed i mercati del retroterra, nel sostenere le aspirazioni politico-sociali dei Comuni stessi e favorire le loro leghe a difesa delle libertà. Di qui l'atteggiamento ostile contro Federico Barbarossa e Federico II ed il costante proposito di tirare, anche con la forza, il patriarca d'Aquileia e le città istriane nell'ambito dei propri interessi.
V. si trovò accanto a Pisa e a Genova nell'aiutare le Crociate; ma non si fece scrupolo di asservire ai propri interessi la IV, quando col concorso dei guerrieri occidentali strappò prima Zara al dominio ungherese e diresse poi le navi col doge Enrico Dandolo contro Costantinopoli (1201-1204), dove fu costituito l'Impero latino, durato sino al 1261 (v. II), ed il patriarcato latino riservato a prelati veneziani. Ciò accrebbe l'importanza ed il credito di V.; ma dopo il 1261 si offrì la possibilità anche a Genova di allar-
gare le sue fortune sotto i Paleologhi sin entro il Mar Nero, in concorrenza perciò con V. Concorrenza che si mutò in aperta ostilità dopo la definitiva caduta di S. Giovanni d'Acri (1291), quando si ebbe fra le due Repubbliche una prima guerra (1294-99); poi una seconda (1350-55) seguita dalla perdita della Dalmazia per V. (1358), finalmente da una terza ancor più grave nel 1375, quando V. perdette per un momento persino l'Istria e Chioggia ed ebbe contro di sé il Friuli, l'Ungheria e Padova. Riuscì però a bloccare Chioggia, a cacciare i Genovesi, a stringere nel 1381 la Pace di Torino in seguito alla quale riconquistò gran parte del perduto, ristabilì il suo prestigio in Oriente e allargò i suoi commerci, specialmente con l'Egitto: due volte l'anno le sue navi in «carovana» visitavano i mercati più lontani d'Oriente e giungevano sino alle Fiandre; esse trasportavano i pellegrini in Terrasanta in tempi determinati; il ducato d'argento (coniato nel 1193) e lo zecchino o ducato d'oro (coniato nel 1284), avevano sicuro credito negli scambi. V. raggiunse il più alto splendore, grazie anche alle franchigie di cui godeva ed era in grado di tutelare cittadini ed interessi affidati ai baili che risiedevano costantemente sui luoghi più frequentati.
Di pari passo erano intanto proceduti gli ordinamenti interni. Un'aristocrazia delle famiglie più potenti che si era costituita a Rialto, escludendo ogni rappresentanza dei centri minori, attese tenacemente a limitare l'autorità del doge, imponendogli il proprio controllo ed obbligandolo a giurare una promissio o programma di governo, mentre allontanava dal governo il popolo riducendo al nulla i poteri dell'assemblea popolare. Perciò furono posti accanto al doge due, poi sei (uno per ogni sestiere della città) savi (sapientes); nel 1223 si trova costituita la Quarantia, supremo tribunale dello Stato; ed i tre capi della Quarantia insieme con sei consiglieri ed il doge costituirono quella che dopo il 1423 fu chiamata la Signoria, ed alla loro volta insieme con i 6 savi grandi, i 5 savi di terraferma ed i 5 savi agli ordini formarono il Collegio, una specie di ministero. Invece l'assemblea veniva soppiantata dal Maggior Consiglio riservato ai membri delle famiglie più importanti, il cui numero ristretto da particolari condizioni fu ancora limitato nel 1297 con la «serrata» del Maggior Consiglio sotto il doge Pietro Gradenigo; questa assemblea formò la base dello Stato e ad essa erano riservate le nomine agli uffici più importanti, meno quello del doge cui si perveniva attraverso un complicato sistema di scrutini. Anima dello Stato era invece il Consiglio dei Pregadi (Senato), in seno al quale si discutevano i maggiori negozi dello Stato, organizzato definitivamente nel 1229 con 60 membri eletti dal Maggior Consiglio, che fu più tardi aumentato con la Zonta di altri 60. Vi partecipavano anche i membri del Collegio, i procuratori di S. Marco il cui numero crebbe nel sec. XV
sino a 9 ed avevano per compito la sorveglianza sulla Basilica, sui lasciti ad pius causa e sulla beneficenza, i tre avogadori di commu, agenti fiscali per sostenere i diritti dello Stato, e più tardi gli inquisitori. Tesorieri dello Stato erano i camerlenghi che risiedevano a Rialto; mentre ad altre commissioni erano affidate speciali incombenze a tutela della pubblica finanza o della moralità. Nel 1310 in occasione di congiure e tumulti fu costituito il Consiglio dei dieci e reso permanente nel 1335: era presieduto a turno ogni mese da tre di loro detti i «Capi dei X»; era affidato loro il supremo servizio di polizia e di sorveglianza per l'incolumità dello Stato e procedeva con rapidità e segretezza assoluta controllando l'operato di tutti i magistrati e diplomatici, compreso il doge. Esso concentrò tanta autorità, a danno degli altri supremi ordini dello Stato, che fu necessario verso la fine del '500 limitarne i poteri. Il popolo si raccoglieva nelle sue scuole, cui partecipavano anche i nobili, nelle arti, nelle confraternite, legate queste per lo più agli Ordini religiosi; mentre il clero non aveva parte alcuna ai pubblici uffici di qualunque grado, eccetto, almeno sui primi tempi, quello di notaio. Gli uffici pubblici erano gratuiti, comprese le ambasciate, e solo per spese straordinarie si liquidava un compenso. Sebbene non mancassero interferenze il sistema di governo funzionò assai bene e destò a lungo l'ammirazione di coloro che ne riconobbero la stabilità ed il retto procedere.
Gli intricati avvenimenti del retroterra, complicati con le ambizioni austriache ed ungheresi, avevano offerta l'occasione ed imposta la necessità a V. di un suo intervento più efficace che per il passato. Con la conquista del Friuli (1420) tutte le città venete (meno Mantova) entravano ormai nel suo dominio, che nel 1426-27 comprese anche Bergamo, Brescia ed altre minori circoscrizioni. Per conseguenza V. si trovò più strettamente complicata nella rete delle mutue gelosie e dei contrasti che rendeva agitate le relazioni fra le diverse potenze italiane a cominciare da Ferrara. Padrona di Ravenna nel 1441, di Faenza, Rimini ed altri luoghi nella Romagna, dopo la caduta del Valentino (1503), di Otranto, Brindisi, Trani, Gallipoli ed altri luoghi nel Regno di Napoli, provocò contro di sé quella Lega di Cambrai (1509) fra Impero, Francia e Spagna, cui accedette anche Giulio II per avere il suo, per cui parve dovesse ridursi entro le sue lagune. Ma la dura guerra che ne seguì costrinse sì V. Romagna e Puglia, ma le consentì di ricuperare il resto del suo dominio in Italia, e conservarlo, sia pure con confini scoperti ed incerti sull'Isonzo, sino all'invasione napoleonica.
Più gravi furono per Venezia a cominciare da questo tempo le ripercussioni sul suo commercio dalla scoperta portoghese della nuova via verso le Indie orientali, mentre andava sfaldandosi quel sistema di rapporti ch'era riuscita a creare con Alessandria ed il Mediterraneo orientale. Infatti con la penetrazione turca in Europa nella seconda metà del Trecento cominciò quell'assorbimento dei territori che portò alla presa di Costantinopoli (1453) ed alla conquista di quasi tutta la regione balcanica e greca dove anche V. INTERCESSIO. Ormai V. è la sola potenza marittima a resistere alla potenza turca nei mari di Levante dopo che i Turchi furono in grado di armare una flotta; e ciò anche quando le potenze europee, travagliate da contese dinastiche o dalla brama d'ingrandimento a danno degli altri, nonché prestarle man forte, l'accusavano volentieri di mancanza di fede, se col Turco era costretta a scendere a patti. Sollecitata dai papi a cominciare da Eugenio IV, e da loro aiutata sempre, essa tornò navi, ricchezze, capitani, in una lotta che durò sino alla fine della guerra di Candia (1669); fortezze ed isole furono con alterna vicenda perdute e riprese anche più volte. Nel 1470 cadeva uno dei maggiori baluardi, Negroponte; e per impedire che anche Cipro cadesse in mano turca, V. costrinse nel 1489 Caterina Corner, vedova di Giacomo II di Lusignano re dell'isola (m. nel 1473), a cederle il dominio ed attese a fortificarla; ma le imprese del 1500-1503 in alleanza con Alessandro VI e della Prêvesa con Paolo III nel 1539-40 non condussero ai risultati sperati. Anche dopo quella

(per cortesia di S. Ecc. mana, Paschini)

(fot. Giacomelli)
II. IL PATRIARCATO DI GRADO
Le origini ecclesiastiche di V. sono strettamente legate col Aquileia (v.) Grado (v.), e particolarmente di quest'ultimo, costituitisi in seguito Tre Capitoli (v.). L'estinzione di quello scisma (fine del sec. VII) non restituì l'unità e il patriarcato di Grado continuò ad esistere nonostante ripetuti tentativi, legali ed anche violenti, da parte di Aquileia. A Grado obbedivano le comunità costituite lungo il litorale e nelle isole del golfo, quando V. ancora non esisteva; quando poi il centro abitato formatosi a Rialto ebbe preso forza ed importanza politica, il patriarca, che veniva scelto costantemente fra le prime famiglie veneziane, preferì abitarvi, causa anche il progressivo decadere di Grado e le mire dominatrici del patriarca-principe di Aquileia. Così il patriarca Vitale IV Candiano (m. nel 1018) fa-ceva soggiorno in V., presso la chiesa di S. Silvestro, data in giurisdizione al patriarca di Grado fin dal 989; senza per questo trasferirvi ufficialmente la sede. Il patriarca Enrico Dandolo (1131-86), costretto a riparare a V. per l'invasione di Ulderico II patriarca d'Aquileia, vi edificò il Palazzo patriarcale, dietro la chiesa di S. Silvestro; palazzo che poi il papa Bonifacio VIII (1294-1303) rese indipendente dalla giurisdizione del vescovo di Castello. Il doga Vitale Michiel II (1156-1172) ricuperò ben tosto Grado, ma lo stesso patriarca Dandolo ottenne nel 1177 da Alessandro III di trasferire la residenza a V. Curia, i tribunali e la ordinaria giurisdizione diocesana, oltre che sulla parrocchia di S. Silvestro, anche su quelle di S. Giacomo dell'Orio, S. Martino, S. Cassiano, S. Matteo di Rialto, S. Bartolomeo, e sui monasteri di S. Maria dei Crocferi e di S. Clemente in isola. Erano facili le interferenze e le contese fra le due autorità, una metropolita e l'altra suffraganea, esistenti nella stessa città o per questioni di diritti, forse non bene determinati, o per le mire di qualche patriarca di allargare sempre più entro V. DIOCESI, o per la indisciplina di ecclesiastici che si dichiaravano dipendenti ora dall'uno ora dall'altro, per non dipendere da alcuno. È vero che lo stesso Alessandro III scriveva il 21 genn. 1178 al doga Sebastiano Ziani esortandolo a volersi prestare affinché la sede patriarcale di Grado fosse trasferita a V.; ma il 31 apr. moriva il doga e non se ne parlò più.
Morto nel 1451 il patriarca di Grado, Domenico VI Michiel, Niccolò V, con la bolla Regis Aeteron dell'8 ott. 1451, soppresse il vescovato di Castello (Venezia) ed il patriarcato di Grado; uni le loro rendite, diritti, privilegi, oneri, giurisdizioni e costituì il patriarcato di V., nominando primo patriarca Lorenzo Giustuniani (v.), ultimo vescovo di Castello. La provincia ecclesiastica gradense, con i vescovi suffraganei, fu eretta in provincia patriarcale della Chiesa di V. Il 23 dic. la bolla ebbe esecuzione nella cattedrale di S. Pietro di Castello, e ne risultò così il patriarcato di V. che estendeva la sua giurisdizione diocesana sopra tutte le parrocchie della città (ad eccezione di S. Marco che si reggeva come abbazia nullius), sulle parrocchie di Grado e di Latisana, sulla forania del Campardo (Conegliano) che in seguito sarà costituita da sei parrocchie (S. Giovanni Battista di Fior di sopra; S. Lorenzo di Pianzano; S. Vendemiano; S. Martino di Bibano; S. Pietro di Zoppé; S. Giustina di Fior di sotto), sulla curazia di S. Martino di Torre di Mosto, unica superstite della soppressa diocesi di Eraclea o Cittanova, unita al patriarcato di Grado nel 1440; ed in seguito sulla parrocchia di S. Giovanni Battista di Jesolo, risorta dalle rovine dell'antica diocesi di Equilio, soppressa ed unita al patriarcato di V. nel 1466; e sulla parrocchia di S. Giovanni Battista di Gambarare, antica terra dell'abbazia di S. Ilario. La giurisdizione metropolitana si estendeva sulle diocesi della V. marittima (Caorle, Torcello, Chioggia). Ereditò ancora il patriarcato di V. ARA, con le sue suffragane di Veglia, Ossero, Arbe, che Adriano IV, con breve del 22 febbr. 1155, aveva assoggettato al patriarca di Grado; giurisdizione sempre confermata dai Pontefici e sempre combattura dai zaratini; finché col patriarca Gianfranco Morosini (1644) si giudicò migliore consiglio conservare di tale supremazia almeno il solo titolo.
III. LA DIOCESI DI OLIVOLO O CASTELLO
Si vuole che nel 421 sorgessero a Rialto le prime case e la prima chiesa, soggette nello spirituale al vescovo di Padova che trovava, di quando in quando, rifugio nell'isola marittima di Malamocco. Si arrivò in ogni modo nel sec. VIII ad una comunità di venticinque isole con le rispettive chiese. Stabilitosi a Rialto il Castello ducale, presso la chiesa di S. Teodoro, allora patrono principale della nascente comunità, approdate da Alessandria, nell'828, le reliquie di s. Marco, si votò l'erezione di una sontuosa basilica in onore del Santo evangelista, che divenne il patrono principale e, col suo leone, simbolo vivente di V. Oscure sono invece le vere origini del vescovato di Olivolo che aveva la sua giurisdizione sulle isole edil suo centro più verso il mare con la Cattedrale dedicata a s. Pietro ed il battistero al Battista; col 1091 mutò il nome in quello di vescovato di Castello. Non ostante sommosse e ribellioni di diversa natura, nel corso dei secoli sorsero nuove chiese, conventi, monasteri, ospedali, opere pie. Fino al 1450 erano già sorte centoquaranta chiese (delle quali sei più non esistevano); senza tener conto delle ricostruzioni che salirono a ben cinquanta nel solo sec. XII.
Le isole realtine, ormai tutte regolate ed unite da ponti, costituivano la città di V., divisa in settanta contrade (parrocchie) con le rispettive chiese, quasi tutte collegiate, unite in cinque gruppi col titolo di filiali con a capo la chiesa collegiata (parrocchiale matrice o battesimale). Il movimento monastico, iniziatosi con i Benedettini nell'800, e forse prima, e con le Benedettine nel 727, si fa rapido dopo il Mille; e nel 1450 si trovano ventisette Ordini religiosi con quarantanove case (19 femminili e 30 maschili) e rispettiva chiesa: Benedettine (9), Benedettini (3), Camaldolesi (1), Canonici Regolari di S. Antonio di Vienna (1), Canonici Regolari di S. Spirito (1), Canonici Regolari Lateranensi del S.mo Salvatore di Bologna (1), Canonici Regolari Lateranensi del S.mo Salvatore di Lucca (1); Canonici secolari di S. Giorgio in Alga (1), Carmelitani della primitiva osservanza (1), Cavalieri di S. Giovanni (1), Cavalieri Teutonici (1), Certosini (1), Cistercensi (1), Crociferi (1), Domenicane (1), Domenicani (2), Eremitane di S. Agostino (7), Eremitani di S. Agostino (1), Eremitani di S. Girolamo di Fiesole (1), Eremitani agostiniani di Monte Ortone (1), Eremiti di S. Girolamo (1), Francescane Clarisse (1), Frati Minori (5), Gesuiti (1), Olivetani (1), Servi di Maria (2), Umiliati (1). Dodici ospedali, di cui sette con chiesa propria ed altre chiese non parrocchiali completano la corona di centotrentaquattro chiese che ornavano V. alla metà del sec. XVI; tutte ricche d'arte e di preziose reliquie portate, in gran parte, dall'Oriente. Primeggiava la basilica di S. Marco, ricostruita nel 1063 nella sua forma definitiva. Essa divenne tosto la cappella ducale col suo primicerio ed il suo clero. Nel 1071 si cominciò ad ornarla di opere musive e di preziosi marmi trasportati dall'Oriente, e fu solennemente consacrata l'8 ott. 1094, nel quale anno si scoprì miracolosamente (25 giugno) il corpo di s. Marco del quale si era perduta ogni traccia. Nel 1053 il pontefice Leone IX passava per V., di ritorno dalla Germania; dopo la sua morte una chiesa parrocchiale sarà dedicata al suo nome. Nel 1177 Alessandro III si incontrò a V. con il Barbarossa. Non manca qualche contrasto fra la Repubblica ed il Papato, ma le questioni non toccano mai la religione (interdetto del 1309-13 in occasione della guerra per Ferrara). La serie dei suoi vescovi, salvo trascurabili eccezioni, è una serie di santi pastori. Uno, Angelo Correr, cinse il triregno col nome di Gregorio XII (1406-16); l'ultimo, Lorenzo Giustiniani (v.), sall agli onori degli altari. V. fedeli. I (v.) che nel 978 lasciò il dogado per condurre vita solitaria e penitente, m. il 10 genn. 997; s. Gerardo Sagredo (v. GERARDO di CAVAD); b. Pietro Acotanto, padre dei poveri, mendico per amore di Dio, m. il 26 ag. 1187; b. SALOMONE (v.), domenicano, m. il 31 maggio 1314. Un altro veneziano (Gabriele Condulmer) diveniva papa col nome di Eugenio IV (1431-47) quando Lorenzo Giustiniani saliva al vescovato di Castello (1433) ed in pieno Rinascimento imprimeva a V. un robusto suggello di spiritualità, per cui, nonostante le molteplici insidie, seppe resistere alla propaganda protestante. Il Concilio di Trento viene accettato in pieno nello stesso anno della sua conclusione (1564).
IV. IL PATRIARCATO A VENEZIA
Dalla metà del '400 alla seconda metà del '700 continua il ritmo di erezioni
(fot. Ferruzzi)
Alessandro VIII (1689-91; Pietro Ottoboni), Clemente XIII (1758-69; Carlo Rezzonico).
ARPI (v.) Micanzio (v.) in occasione dell'interdetto del 1606 e della polemica che l'accompagnava, continuò nei consultori in iure che assistettero la signoria nelle controversie ecclesiastiche favorendone le tendenze giurisdizionaliste. La Sede Apostolica la favorì nel finanziare la lunga guerra di Candia e quella della Mores, concedendo di rivalersi sui beni ecclesiastici, particolarmente dei religiosi; ma la Repubblica, seguendo la moda dilagante in tutta Europa, pretese di procedere di sua autorità avvalendosi delle teorie politico-religiose che le conferivano un diritto in questa materia; introdusse così la proibizione alle chiese di ricevere eredità testamentarie, restrizioni sulle offerte delle SS. Messe, ecc. Non contesta di questo emetava dal 1768 in poi una serie di leggi tutte contrarie alla libertà della Chiesa. Clemente XIII protestava invano; V. ECCLESIASTICO, col pretesto che Roma non ci pensava. In realtà la Repubblica agonizzava ed aveva bisogno di denaro. Si cominciò con la riunione e soppressione di vari conventi: sette in città (Carmelitani della Congregazione di Mantova di S. Angelo della Giudecca, 1768; Canonici Regolari Lateranensi di S. Maria della Carità, 1768; Benedettini di S. Niccolò di Lido, Castello, 1771; Camaldolesi di S. Giovanni Battista della Giudecca, 1771; abbazia commendatoria benedettina di S. Gregorio, 1776; Cistercensi di S. Cristoforo, 1787), ma ben più di trecento nello Stato. È la fine della Repubblica. V., che per undici secoli non aveva veduto piede straniero, dovette assistere alla sfilata delle armate repubblicane francesi, proprio nel suo cuore, nella magnifica Piazza di S. Marco (16 maggio 1797). Il governo provvisorio fu la prima tempesta contro le istituzioni religiose. L'avvento dell'Austria, nello stesso anno, dopo il Trattato di Campoformio, portò una relativa calma, e si ebbe l'elezione di Pio VII nell'isola di S. Giorgio Maggiore il 14 maggio 1800, quattro mesi dopo la morte del suo piissimo patriarca, Federico Maria Giovannelli (10 genn. 1800). La bufera napoleonica era in pieno. Nel 1806-807 tutte le scuole, le Confraternite, le Fraterne di qualunque genere e scopo (oltre 700 solo in V.) furono soppresse; nel 1807 furono concentrati e soppressi undici conventi e diciotto monasteri; nel 1808 le settanta parrocchie ridotte a quaranta e poi a trenta; nel 1810 soppressi anche i diciannove conventi e ventidue monasteri superstiti. Eccettuate alcune chiese, che per varie ragioni, in seguito di tempo, furono riaperte al culto, delle sessanta che furono soppresse, ora quasi tutte sono demolite! Furono esenti dalla soppressione: i Monaci Mechitaristi: armeni di S. Lazzaro in isola, gli Ospedalieri di S. Servolo in isola, le Monache Basiliane (greche); le Monache Salesiane (francesi) di S. Giuseppe di Castello, S. Giorgio dei Greci, S. Giorgio degli Schiavoni, S. Croce degli Armeni, la Scuola di S. Rocco. Nel 1807 si ordinò il trasporto della sede cattedrale da S. Pietro di Castello a S. Marco con la fusione dei due Capitoli: patriarcale di S. Pietro e ducale di S. Marco, con venti beneficiati, allora viventi, che dovevano man mano scendere a quattordici. Il patriarca, con tutti i suoi uffici, dovette anch'egli portarsi a S. Marco in una provvisoria residenza, fino al 1851, quando ebbe stanza stabile nell'odierno palazzo. Nel 1815 ritornò l'Austria e bisognò pensare a ricostruire. La bolla 1° maggio 1818 di Pio VII sopprimeva le diocesi di Torcello e di Caorle e le univa a V. (12 parrocchie) a cui toglieva Grado, Latisana e la forania del Campardo (6 parrocchie). Così il patriarca contava 32 parrocchie in città (comprese: Giudecca, Lido, Gambarare) e 12 nelle foranie di Caorle, Murano, Torcello. La stessa bolla assegnava come suffragame le diocesi di Adria, Belluno e Feltre, Ceneda, Chioggia, Concordia, Padova, Treviso, Verona, Vicenza, e temporaneamente Udine, sistemazione che vige tutt'ora. Dal 1819 al 1859 si riaprirono tredici case religiose maschili e quindici femminili: alcune di nuova fondazione. Cominciano le congregazioni, specialmente femminili; è il momento di una intensa attività caritativa che fiorì in particolari istituzioni a pro dell'infanzia e della gioventù.
Con le vicende del 1866 V. entrava a far parte del Regno d'Italia e nel 1867 veniva applicata la legge del 7 luglio 1866. Per somma ventura, pur confinati fra le angustie di pochi locali, poterono rimanere alcuni religiosi, sotto l'egida delle cosiddette «Associazioni religiose» dalla stessa legge riconosciute; le monache rimasero nei loro monasteri, pur indemaniati, fino al numero di sei e così le chiese rimasero aperte per comodo dei fedeli. L'ultimo trentennio del 1800 segna un'ondata di anticlericalismo settario; ma il clero, tacciato di austriacante e di anti-italiano, lavorava invece per il bene di V. e dell'Italia. Sorge l'Istituto dei minorenni criminali voluto dal grande cuore del giovane sacerdote Carlo Coletti; l'Istituto per la gioventù femminile eretto dal parroco d. Giuseppe Solesin; l'Opera dei Patronati serali e festivi fondata dai sacerdoti Giovanni B. Piemonte ed Angelo Bortoluzzi; e l'Opera dei Congressi che preparò e precorse l'attività politica dei cattolici italiani. Si giunge così alla soglia del 1900 col grande Congresso eucaristico (1897) voluto e guidato dal card. patriarca b. Giuseppe Sarto (v. PIO X). L'ultimo cinquantennio con le due guerre mondiali ricorda il card. Pietro La Fontaine ed il card. Adeodato Giovanni Piazza che salvò V. dalle minacce tedesche. Nel 1919 venne unita al patriarca la parrocchia di S. M. Assunta di Malamocco con l'isola di Poveglia, smembrata dalla diocesi di Chioggia; e nel 1927 undici parrocchie (fra cui Mestre), smembrate da Treviso.
V. ISTITUTI
Prima fra i più illustri istituti veneziani è certo la Biblioteca Marciana (ora nazionale): contiene un primo fondo della Repubblica, accresciuta con il lascito del card. Bessarione di 900 manoscritti in gran parte greci, vi si aggiunsero in seguito collezioni private diverse, fra le quali, nel sec. XIX, quella dei Domenicani alle Zattere, per cui divenne ricca di numerose edizioni rare, come la raccolta delle Aldine ed in particolare il celebre Breviario miniato lasciato dal card. Domenico Grimani. Conservata dapprima presso la chiesa di S. Marco, fu trasferita nella celebre «Libreria» che il Senato fece edificare nel 1559 da Jacopo Sansovino. Fu trasferita nel 1812 in Palazzo ducale quando l'edificio fu aggiunto al Palazzo reale (Procuratie nuove). Nel 1904 passò nel locale dell'antica Zecca, opportunamente adattato, e nel 1929 ebbe anche l'antico edificio della Libreria, quando le Procuratie ebbero altra destinazione.L'Archivio di Stato, fondato nel 1815, ebbe stanza nell'antico grande convento dei Conventuali ai Frari e comprende l'Archivio della Repubblica veneziana, purtroppo danneggiato da incendi, come quello disastroso del 1571, i fondi di numerosi monasteri, conventi, confraternite della Dominante e del dominio; fonte di primissimo ordine non solo per la storia di V. e d'Italia, ma anche per quella di altri Stati del vicino Levante e dell'Oriente. Nel 1869 Giovanni Querini-Stampalia legava alla sua città la sua Biblioteca ricca di manoscritti, cui andava unita una galleria d'arte ed un museo, da lui raccolti per conservare le memorie del passato, sottraendoli così alla dispersione.
Una ricca collezione di manoscritti veneziani (fra i quali anche quelli di C. E. Cicogna) è di monete fa parte del Civico Museo Correr, iniziato nel 1836 e che ora ha trovato posto nelle Procuratie nuove sulla piazza S. Marco. Al Museo Correr sta vicino il Museo archeologico, costituito con un primo lascito alla Repubblica del card. Domenico Grimani (m. nel 1523) e di suo nipote Giovanni patriarca. Nel Seminario patriarcale e nella sacrestia della chiesa della Salute fu sistemata nel sec. XIX la ricca Galleria e Museo Manfredini. Nel grandioso Palazzo Rezzonico fu recentemente raccolto un Museo del '700 veneziano; mentre in quello del Pesaro trovò posto nel 1928 il Museo d'arte orientale e la Galleria d'arte moderna. Una raccolta preziosa è pure quella che il barone Franchetti mise insieme nella restaurata Ca' d'oro, che s'aggiunse alle meravigliose raccolte veneziane.