VENEZIA, PATRIARCATO di. - Patriarcato e città capoluogo di provincia nel Veneto.
La diocesi ha una popolazione di 362.564 ab. dei quali 357.250 cattolici, distribuiti in 94 parroc

favorevole ai Franchi, che ebbe a capo fugacemente Fortunato patriarca di Grado; sinché Pipino, re d'Italia, tentò con le armi un colpo di mano per terra e per mare sulle lagune; ma i Patriciani, che tennero il Ducato dall'8° 811 all'887 con gli aiuti dell'Oriente, riuscirono a sventarlo. Intanto il centro del Ducato, che s'era spostato una prima volta a Malamocco, si stabiliva sul gruppo delle piccole isole realtime (812) e con questo ebbe realmente principio V., mentre incominciava la decadenza di Grado e di Torcello.
Quanto Costantinopoli si preoccupasse di conservare una sovranità, che diventava però sempre più nominale, lo dimostrano i contatti con V.: tribuni e ducati furono decorati occasionalmente dei pomposi titoli di patrizi, i pati, protestanti, prodei e si strinsero anche legami matrimoniali con le famiglie più in vista. Non per questo però, dopo l'8° 810, si mancò di assicurare l'indipendenza veneziana con ripetuti patti con i sovrani del continente; per cui mentre la dipendenza di Costantinopoli si attenuava sempre più, non si creavano però con il rettore legami feudali di sorta e si costituiva invece la piena autonomia di V. Certo gli ordinamenti interni sui quali essa si reggeva, non erano così sicuri e precisi da impedire rivalità interne, sommose, repressioni anche cruenti. S'era potuto formare, fra i profughi che avevano portato seco i resti di un'antica fortuna e gli abitanti del luogo che avevano l'esperienza del mare, un corpo sociale stretto insieme dai comuni bisogni pubblici e privati, senza però che si impedisse in esso l'emergere via via di località e di famiglie, capaci di esercitare una preponderanza nell'assemblea comune, sino a dirigere di fatto il corso degli affari ed avere le prime parti nella politica. Personaggi ricchi di esperienza e di energia si crearono propri aderenti, costituirono partiti, tennero un predominio sino a formare specie di dinastie ducali: così ai Patrioticani tennero dietro i Candiani (932-76), che non esitarono ad appoggiarsi sui sovrani di casa sassone e poi gli Orseoli (976-1032). La prima impresa bellica in forze sul mare fu quella condotta da Pietro II Orseolo nel 1000 lungo la costa dalmata da Zara a Ragusa per fiaccare la violenza dei pirati slavi che infestavano l'Adriatico ed avevano osato assalire Grado e V. stessa ed esigere un tributo. Cominciò così quel diritto alla difesa del golfo che V. riservò a sé escludendo dall'Adriatico ogni altra flotta armata, e che trovò poi il suo simbolo solenne nel rito dello spazioso del mare celebrato ogni anno il dì dell'Ascensione. Poterono in tal modo mantenersi più larghe e sicure quelle relazioni commerciali con Costantinopoli, Alessandria, Siria e tutto il Levante sino entro il Mar Nero ch'erano la ragione prima del prosperare di V. In corrispondenza con questi rafforzati rapporti e col maggiore benessere che si andava attuando col sorger dei Comuni italiani e coll'incremento della loro pro
duzione agricola ed industriale che agevolava la possibilità di scambi lucrosi, sta la preoccupazione di V. per mantenersi aperte le comunicazioni ed i mercati del retroterra, nel sostenere le aspirazioni politico-sociali dei Comuni stessi e favorire le loro leghe a difesa delle libertà. Di qui l'atteggiamento ostile contro Federico Barbarossa e Federico II ed il costante proposito di tirare, anche con la forza, il patriarca d'Aquileia e le città istriane nell'ambito dei propri interessi.
V. si trovò accanto a Pisa e a Genova nell'aiutare le Crociate; ma non si fece scrupolo di asservire ai propri interessi la IV, quando col concorso dei guerrieri occidentali strappò prima Zara al dominio ungherese e diresse poi le navi col doge Enrico Dandolo contro Costantinopoli (1201-1204), dove fu costituito l'Impero latino, durato sino al 1261 (v. Oriente, Impero d'It., ed il patriarcato latino riservato a prelati veneziani. Ciò accrebbe l'importanza ed il credito di V; ma dopo il 1261 si offrì la possibilità anche a Genova di allargare le sue fortune sotto i Paleologhi sin entro il Mar Nero, in concorrenza perciò con V. Concorrenza che si mutò in apertura ostilità dopo la definitiva caduta di S. Giovanni d'Acri (1291), quando si ebbe fra le due Repubbliche una prima guerra (1294-99); poi una seconda (1350-55) seguita dalla perdita della Dalmazia per V. (1358), finalmente una terza ancora più grave nel 1375, quando V. perdette per un momento persino l'Istria e Chioggia ed ebbe contro di sé il Friuli, l'Ungheria e Padova. Riuscì però a bloccare Chioggia, a cacciare i Genovesi, a stringere nel 1381 la Pace di Torino in seguito alla quale riconquistò gran parte del perduto, ristabilì il suo prestigio in Oriente e allargò i suoi commerci, specialmente con l'Egitto: due volte l'anno le sue navi in «carovana» visitavano i mercati più lontani d'Oriente e giungevano sino alle Fiandre; esse trasportavano i pellegrini in Terrasanta in tempi determinati; il ducato d'argento (coniato nel 1193) e lo zecchino o ducato d'oro (coniato nel 1284), avevano sicuro credito negli scambi. V. raggiunse il più alto splendore, grazie anche alle franchigie di cui godeva ed era in grado di tutelare cittadini ed interessi affidati ai baili che risiedevano costantemente sui luoghi più frequentati.
Di pari passo erano intanto proceduti gli ordinamenti interni. Un'aristocrazia delle famiglie più potenti che si era costituita a Rialto, escludendo ogni rappresentanza dei centri minori, attese tenacemente a limitare l'autorità del doge, imponendogli il proprio controllo ed obbligando a giurare una promozione o programma di governo, mentre allontanava dal governo il popolo riducendo al nulla i poteri dell'assemblea popolare. Perciò furono posti accanto al doge due, poi sei (uno per ogni sessione della città) savi (sapientes); nel 1223 si trova costituita la Quarantia, supremo tribunale dello Stato; ed i tre capi della Quarantia insieme con sei consiglieri ed il doge costituirono quella che dopo il 1423 fu chiamata la Signoria, ed alla loro volta insieme con i 6 savi grandi, i 5 savi di terraferma ed i 5 savi agli ordini formarono il Collegio, una specie di ministero. Invece l'assemblea veniva soppiantata dal Maggior Consiglio riservato ai membri delle famiglie più importanti, il cui numero ristretto da particolari condizioni fu ancora limitato nel 1297 con la «serrata» del Maggior Consiglio sotto il doge Pietro Gradenigo; questa assemblea formò la base dello Stato e ad essa erano riservate le nomine agli uffici più importanti, meno quello del doge cui si perveniva attraverso un complicato sistema di scrutini. Anima dello Stato era invece il Consiglio dei Pregadi (Senato), in seno al quale si discutevano i maggiori negozi dello Stato, organizzato definitivamente nel 1229 con 60 membri eletti dal Maggior Consiglio, che fu più tardi aumentato con la Zonta di altri 60. Vi partecipavano anche i membri del Collegio, i procuratori di S. Marco il cui numero crebbe nel sec. XV

Venezia - La regata sul Canal Grande. In fondo il Ponte di Rialto, opera di A. da Ponte (1388-91).
sino a 9 ed avevano per compito la sorveglianza sulla Basilica, sui lasciti ad pias causas e sulla beneficenza, i tre avogadori di comun, agenti fiscali per sostenere i diritti dello Stato, e più tardi gli inquisitori. Tesorieri dello Stato erano i camerlinghi che risiedevano a Rialto; mentre ad altre commissioni erano affidate speciali incombenze a tutela della pubblica finanza o della moralità. Nel 1310 in occasione di congiure e tumulti fu costituito il Consiglio dei dieci e reso permanente nel 1335: era presieduto a turno ogni mese da tre di loro detti i «Capi dei X»; era affidato loro il supremo servizio di polizia e di sorveglianza per l'incolumità dello Stato e procedeva con rapidità e segretezza assoluta controllando l'operato di tutti i magistrati e diplomatici, compreso il doge. Esso concentrò tanta autorità, a danno degli altri supremi ordini dello Stato, che fu necessario verso la fine del '500 limitare i poteri. Il popolo si raccoglieva nelle sue scuole, cui partecipavano anche i nobili, nelle arti, nelle confraternite, legate queste per lo più agli Ordini religiosi; mentre il clero non aveva parte alcuna ai pubblici uffici di qualunque grado, eccetto, almeno sui primi tempi, quello di notaio. Gli uffici pubblici erano gratuiti, comprese le ambasciate, e solo per spese straordinarie si liquidava un compenso. Sebbene non mancassero interfe- renze il sistema di governo funzionò assai bene e destò a lungo l'ammirazione di coloro che ne riconobbero la stabilità ed il retto procedere.
Gli intricati avvenimenti del retroterra, complicati con le ambizioni austriache ed ungheresi, avevano offerta l'occasione ed imposta la necessità a V. di un suo intervento più efficace che per il passato. Con la conquista del Friuli (1420) tutte le città venete (meno Mantova) entravano ormai nel suo dominio, che nel 1426-27 comprese anche Bergamo, Brescia ed altre minori circoscrizioni. Per conseguenza V. si trovò più strettamente complicata nella rete delle mutue gelosie e dei contrasti che rendeva agitate le relazioni fra le diverse potenze italiane a cominciare da Ferrara. Padrona di Ravenna nel 1441, di Faenza, Rimini ed altri luoghi nella Romagna, dopo la caduta del Valentino (1503), di Otranto, Brindisi, Trani, Gallipoli ed altri luoghi nel Regno di Napoli, provocò contro di sé quella Lega di Cambrai (1509) fra Impero, Francia e Spagna, cui accedette anche Giulio II per avere il suo, per cui parve dovesse ridursi entro le sue lagune. Ma la dura guerra che ne seguì costrinse si V. Romagna e Puglia, ma le consentì di ricuperare il resto del suo dominio in Italia, e conservarlo, sia pure con confini scoperti ed incerti sull'Isonzo, sino all'invasione napoleonica.
Più gravi furono per Venezia a cominciare da questo tempo le ripercussioni sul suo commercio dalla scoperta portoghese della nuova via verso le Indie orientali, mentre andava sfaldandosi quel sistema di rapporti ch'era riuscita a creare con Alessandria ed il Mediterraneo orientale. Infatti con la penetrazione turca in Europa nella seconda metà del Trecento cominciò quell'assorbimento dei territori che portò alla presa di Costantinopoli (1453) ed alla conquista di quasi tutta la regione balcanica e greca dove anche V. INTERCESSIO. Ormai V. è la sola potenza marittima a resistere alla potenza turca nei mari di Levante dopo che i Turchi furono in grado di armare una flotta; e ciò anche quando le potenze europee, travagliate da contese dinastiche o dalla brama d'ingrandimento a danno degli altri, nonché prestarle man forte, l'accusavano volentieri di mancanza di fede, se col Turco era costretta a scendere a patti. Sollecitata dai papi a cominciare da Eugenio IV, e da loro aiutata sempre, essa fornì navi, ricchezze, capitani, in una lotta che durò sino alla fine della guerra di Candia (1669); fortezze ed isole furono con alterna vicenda perdute e riprese anche più volte. Nel 1470 cadeva uno dei maggiori baluardi, Negroponte; e per impedire che anche Cipro cadesse in mano turca, V. costrinse nel 1489 Caterina Corner, vedova di Giacomo II di Lusignano re dell'isola (m. nel 1473), a cederle il dominio ed attese a fortificarla; ma le imprese del 1500-1503 in alleanza con Alessandro VI e della Prevesa con Paolo III nel 1539-40 non condussero ai risultati sperati. Anche dopo quella

Venezia - L'abside della chiesa di S. Maria dei Miracoli, opera di P. Lombardo (1489).
gloriosissima che culminò nella vittoria di Lepanto (7 ott. 1571) cui V. contribuì con uno sforzo mirabile, non ebbe essa quei vantaggi che le sarebbero stati dovuti; perdette Cipro e non aiutata adeguatamente dagli alleati dovette concludere col Turco una pace onerosa. La lotta ripresa ben tosto, culminò nel secolo seguente con la guerra per mantenere il possesso di Candia, durata dal 1645 al sett. 1669. Anche quest'isola fu dovuta sgombrare dopo eroica difesa accompagnata da episodi di versivi che esaurirono le risorse economiche di V., costretta a ricorrere persino ai beni della Chiesa ed alla vendita degli uffici, ma non le impedirono alla fine del secolo di riconquistare la Morea ed alcune isole che perdette di nuovo con la Pace di Passarowitz del 1718. Da queste epiche lotte l'Impero turco usciva stremato e l'Europa si preparava ad un nuovo assetto politico; V. continuò ancora nella difesa della Dalmazia, dell'Albania e delle isole ioniche per avere sicura la navigazione nell'Adriatico, dove a Trieste incominciava però a affacciarsi la potenza asburgica. Nel 1797 con il Trattato di Campoforno V. perdette la sua indipendenza e Napoleone la cedette all'Austria. Si estingueva il fasto che V. aveva sino all'ultimo conservato, si disperdevano memorie gloriose, sino a ridursi ad una città di provincia senza vita ed iniziative proprie, sotto l'impero d'una burocrazia piatta e monotona, e soltanto nel 1849, per alcuni mesi, le glorie di una resistenza sfortunata interruppero il dominio austriaco che durò ancora sino al 1866.