Enciclopedia Cattolica vol. XII, 1954 Gerarchia ecclesiastica Patriarcati, arcidiocesi, diocesi, diocesi soppresse

VENEZIA, PATRIARCATO DI

English Cita

Noto anche come: latino: Venetiarum Patriarchatus

VENEZIA, PATRIARCATO di. - Patriarcato e città capoluogo di provincia nel Veneto.

La diocesi ha una popolazione di 362.564 ab. dei quali 357.250 cattolici, distribuiti in 94 parrocchie servite da 241 sacerdoti diocesani e 301 regolari; conta 42 comunità religiose maschili e 134 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 94).

VENEZIA - Carta topografica di Giacomo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, f. 130².
VENEZIA - Carta topografica di Giacomo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, f. 130².(fot. Biblioteca Vaticana)

I. LA REPUBBLICA

Sulla fine del sec. VIII Paolo Diacono metteva i suoi lettori sull'avviso a proposito della differenza fra la V. dell'età romana (v. VENETO) e quella del tempo suo, per cui quella «non solum in paucis insulis, quas nunc Venetias dicimus constat» (Hist. Langob., II, 14). Però anche al suo tempo questa seconda non era limitata solo a poche isole ma comprendeva il territorio lagunare da Cavarzere a Caorle, le lagune di Marano (presto congiunte col Ducato friulano) e quelle di Grado con una sottile fascia di terraferma difesa da una grande selva costiera che da Grado giungeva sino a Ravenna. Le attività degli abitanti di questa zona nel sec. VI sono note dagli enfatici elogi che ne fa Cassiodoro nelle sue lettere; si trattava di pescatori e di navigatori che mantenevano vive le comunicazioni nel territorio ed erano in grado di rendere utili servigi alle pubbliche autorità. Fra loro ebbero ricetto i profughi costretti man mano a lasciare le vicine città di Aquileia, Concordia, Oderzo, Altino durante le successive invasioni barbariche fino a quella longobarda. Sorsero così i grossi centri di Grado, Caorle, Cittanova dell'Estuario (detta poi Eraclea, ora Grisolera), Equilium (Sesolo, Cavazuccherina), Torcello, Malamocco (poi Chioggia), che ebbero ciascuno una sede vescovile. Nonostante rivalità, il centro di maggiore importanza, dopo Grado, fu Cittanova che parve destinata a dominare sugli altri. Tutto questo paese rimase all'Esarcato di Ravenna sotto il governo di tribuni i quali, per lo meno alla caduta dell'Esarcato (751), avevano, come altri paesi, a loro capo un dux soggetto direttamente all'Impero di Costantinopoli. Non poterono tuttavia mancare contatti più o meno pacifici con i contermini duchi e sovrani longobardi (i quali non ebbero mai potere sul mare) sino a stabilire, durante il sec. VIII, confinazioni abbastanza stabili. Sopravvenuta con Carlomagno la dinastia carolingia, parve per un momento che interessi vicendevoli avessero a consigliare più stretti rapporti politici col costituirsi di un partito favorevole ai Franchi, che ebbe a capo fugacemente Fortunato patriarca di Grado; sinché Pipino, re d'Italia, tentò con le armi un colpo di mano per terra e per mare sulle lagune; ma i Particiaci, che tennero il Ducato dall' 811 all' 887 con gli aiuti dell'Oriente, riuscirono a sventarlo. Intanto il centro del Ducato, che s'era spostato una prima volta a Malamocco, si stabiliva sul gruppo delle piccole isole realtine (812) e con questo ebbe realmente principio V., mentre incominciava la decadenza di Grado e di Torcello.

VENEZIA - La regata sul Canal Grande. In fondo il Ponte di Rialto, opera di A. da Ponte (1588-91).
VENEZIA - La regata sul Canal Grande. In fondo il Ponte di Rialto, opera di A. da Ponte (1588-91).(fot. Falsciere, Torino)

Quanto Costantinopoli si preoccupasse di conservare una sovranità, che diventava però sempre più nominale, lo dimostrano i contatti con V.: tribuni e duci furono decorati occasionalmente dei pomposi titoli di patrizi, ipati, protospatari, proedri e si strinsero anche legami matrimoniali con le famiglie più in vista. Non per questo però, dopo l' 840, si mancò di assicurare l'indipendenza veneziana con ripetuti patti con i sovrani del continente; per cui mentre la dipendenza di Costantinopoli si attenuava sempre più, non si creavano però con il retroterra legami feudali di sorta e si costituiva invece la piena autonomia di V. Certo gli ordinamenti interni sui quali essa si reggeva, non erano così sicuri e precisi da impedire rivalità interne, sommosse, repressioni anche crudeli. S'era potuto formare, fra i profughi che avevano portato seco i resti di un'antica fortuna e gli abitanti del luogo che avevano l'esperienza del mare, un corpo sociale stretto insieme dai comuni bisogni pubblici e privati, senza però che si impedisse in esso l'emergere via via di località e di famiglie, capaci di esercitare una preponderanza nell'assemblea comune, sino a dirigere di fatto il corso degli affari ed avere le prime parti nella politica. Personaggi ricchi di esperienza e di energia si crearono propri aderenti, costituirono partiti, tennero un predominio sino a formare specie di dinastie ducali: così ai Particiaci tennero dietro i Candiani (932-76), che non esitarono ad appoggiarsi sui sovrani di casa sassone e poi gli Orseoli (976-1032). La prima impresa bellica in forze sul mare fu quella condotta da Pietro II Orseolo nel 1000 lungo la costa dalmata da Zara a Ragusa per fiaccare la violenza dei pirati slavi che infestavano l'Adriatico ed avevano osato assalire Grado e V. stessa ed esigere un tributo. Cominciò così quel diritto alla difesa del golfo che V. riservò a sé escludendo dall'Adriatico ogni altra flotta armata, e che trovò poi il suo simbolo solenne nel rito dello sposalizio del mare celebrato ogni anno il dì dell'Ascensione. Poterono in tal modo mantenersi più larghe e sicure quelle relazioni commerciali con Costantinopoli, Alessandria, Siria e tutto il Levante sino entro il Mar Nero ch'erano la ragione prima del prosperare di V. In corrispondenza con questi rafforzati rapporti e col maggiore benessere che si andava attuando col sorgere dei Comuni italiani e coll'incremento della loro produzione agricola ed industriale che agevolava la possibilità di scambi lucrosi, sta la preoccupazione di V. per mantenersi aperte le comunicazioni ed i mercati del retroterra, nel sostenere le aspirazioni politico-sociali dei Comuni stessi e favorire le loro leghe a difesa delle libertà. Di qui l'atteggiamento ostile contro Federico Barbarossa e Federico II ed il costante proposito di tirare, anche con la forza, il patriarca d'Aquileia e le città istriane nell'ambito dei propri interessi.

V. si trovò accanto a Pisa e a Genova nell'aiutare le Crociate; ma non si fece scrupolo di asservire ai propri interessi la IV, quando col concorso dei guerrieri occidentali strappò prima Zara al dominio ungherese e diresse poi le navi col doge Enrico Dandolo contro Costantinopoli (1201-1204), dove fu costituito l'Impero latino, durato sino al 1261 (v. ORIENTE, Impero d', II), ed il patriarcato latino riservato a prelati veneziani. Ciò accrebbe l'importanza ed il credito di V.; ma dopo il 1261 si offrì la possibilità anche a Genova di allargare le sue fortune sotto i Paleologhi sin entro il Mar Nero, in concorrenza perciò con V. Concorrenza che si mutò in aperta ostilità dopo la definitiva caduta di S. Giovanni d'Acri (1291), quando si ebbe fra le due Repubbliche una prima guerra (1294-99); poi una seconda (1350-55) seguita dalla perdita della Dalmazia per V. (1358), finalmente da una terza ancor più grave nel 1375, quando V. perdette per un momento persino l'Istria e Chioggia ed ebbe contro di sé il Friuli, l'Ungheria e Padova. Riuscì però a bloccare Chioggia, a cacciare i Genovesi, a stringere nel 1381 la Pace di Torino in seguito alla quale riconquistò gran parte del perduto, ristabilì il suo prestigio in Oriente e allargò i suoi commerci, specialmente con l'Egitto: due volte l'anno le sue navi in «carovana» visitavano i mercati più lontani d'Oriente e giungevano sino alle Fiandre; esse trasportavano i pellegrini in Terrasanta in tempi determinati; il ducato d'argento (coniato nel 1193) e lo zecchino o ducato d'oro (coniato nel 1284), avevano sicuro credito negli scambi. V. raggiunse il più alto splendore, grazie anche alle franchigie di cui godeva ed era in grado di tutelare cittadini ed interessi affidati ai baili che risiedevano costantemente sui luoghi più frequentati.

Di pari passo erano intanto proceduti gli ordinamenti interni. Un'aristocrazia delle famiglie più potenti che si era costituita a Rialto, escludendo ogni rappresentanza dei centri minori, attese tenacemente a limitare l'autorità del doge, imponendogli il proprio controllo ed obbligandolo a giurare una promissio o programma di governo, mentre allontanava dal governo il popolo riducendo al nulla i poteri dell'assemblea popolare. Perciò furono posti accanto al doge due, poi sei (uno per ogni sestiere della città) savi (sapientes); nel 1223 si trova costituita la Quarantia, supremo tribunale dello Stato; ed i tre capi della Quarantia insieme con sei consiglieri ed il doge costituirono quella che dopo il 1423 fu chiamata la Signoria, ed alla loro volta insieme con i 6 savi grandi, i 5 savi di terraferma ed i 5 savi agli ordini formarono il Collegio, una specie di ministero. Invece l'assemblea veniva soppiantata dal Maggior Consiglio riservato ai membri delle famiglie più importanti, il cui numero ristretto da particolari condizioni fu ancora limitato nel 1297 con la «serrata» del Maggior Consiglio sotto il doge Pietro Gradenigo; questa assemblea formò la base dello Stato e ad essa erano riservate le nomine agli uffici più importanti, meno quello del doge cui si perveniva attraverso un complicato sistema di scrutini. Anima dello Stato era invece il Consiglio dei Pregadi (Senato), in seno al quale si discutevano i maggiori negozi dello Stato, organizzato definitivamente nel 1229 con 60 membri eletti dal Maggior Consiglio, che fu più tardi aumentato con la Zonta di altri 60. Vi partecipavano anche i membri del Collegio, i procuratori di S. Marco il cui numero crebbe nel sec. XV sino a 9 ed avevano per compito la sorveglianza sulla Basilica, sui lasciti ad pius causa e sulla beneficenza, i tre avogadori di commu, agenti fiscali per sostenere i diritti dello Stato, e più tardi gli inquisitori. Tesorieri dello Stato erano i camerlenghi che risiedevano a Rialto; mentre ad altre commissioni erano affidate speciali incombenze a tutela della pubblica finanza o della moralità. Nel 1310 in occasione di congiure e tumulti fu costituito il Consiglio dei dieci e reso permanente nel 1335: era presieduto a turno ogni mese da tre di loro detti i «Capi dei X»; era affidato loro il supremo servizio di polizia e di sorveglianza per l'incolumità dello Stato e procedeva con rapidità e segretezza assoluta controllando l'operato di tutti i magistrati e diplomatici, compreso il doge. Esso concentrò tanta autorità, a danno degli altri supremi ordini dello Stato, che fu necessario verso la fine del '500 limitarne i poteri. Il popolo si raccoglieva nelle sue scuole, cui partecipavano anche i nobili, nelle arti, nelle confraternite, legate queste per lo più agli Ordini religiosi; mentre il clero non aveva parte alcuna ai pubblici uffici di qualunque grado, eccetto, almeno sui primi tempi, quello di notaio. Gli uffici pubblici erano gratuiti, comprese le ambasciate, e solo per spese straordinarie si liquidava un compenso. Sebbene non mancassero interferenze il sistema di governo funzionò assai bene e destò a lungo l'ammirazione di coloro che ne riconobbero la stabilità ed il retto procedere.

Gli intricati avvenimenti del retroterra, complicati con le ambizioni austriache ed ungheresi, avevano offerta l'occasione ed imposta la necessità a V. di un suo intervento più efficace che per il passato. Con la conquista del Friuli (1420) tutte le città venete (meno Mantova) entravano ormai nel suo dominio, che nel 1426-27 comprese anche Bergamo, Brescia ed altre minori circoscrizioni. Per conseguenza V. si trovò più strettamente complicata nella rete delle mutue gelosie e dei contrasti che rendeva agitate le relazioni fra le diverse potenze italiane a cominciare da Ferrara. Padrona di Ravenna nel 1441, di Faenza, Rimini ed altri luoghi nella Romagna, dopo la caduta del Valentino (1503), di Otranto, Brindisi, Trani, Gallipoli ed altri luoghi nel Regno di Napoli, provocò contro di sé quella Lega di Cambrai (1509) fra Impero, Francia e Spagna, cui accedette anche Giulio II per avere il suo, per cui parve dovesse ridursi entro le sue lagune. Ma la dura guerra che ne seguì costrinse sì V. a lasciare i possessi recenti di Romagna e Puglia, ma le consentì di ricuperare il resto del suo dominio in Italia, e conservarlo, sia pure con confini scoperti ed incerti sull'Isonzo, sino all'invasione napoleonica.

Più gravi furono per Venezia a cominciare da questo tempo le ripercussioni sul suo commercio dalla scoperta portoghese della nuova via verso le Indie orientali, mentre andava sfaldandosi quel sistema di rapporti ch'era riuscita a creare con Alessandria ed il Mediterraneo orientale. Infatti con la penetrazione turca in Europa nella seconda metà del Trecento cominciò quell'assorbimento dei territori che portò alla presa di Costantinopoli (1453) ed alla conquista di quasi tutta la regione balcanica e greca dove anche V. aveva possessi ed interessi. Ormai V. è la sola potenza marittima a resistere alla potenza turca nei mari di Levante dopo che i Turchi furono in grado di armare una flotta; e ciò anche quando le potenze europee, travagliate da contese dinastiche o dalla brama d'ingrandimento a danno degli altri, nonché prestarle man forte, l'accusavano volentieri di mancanza di fede, se col Turco era costretta a scendere a patti. Sollecitata dai papi a cominciare da Eugenio IV, e da loro aiutata sempre, essa tornò navi, ricchezze, capitani, in una lotta che durò sino alla fine della guerra di Candia (1669); fortezze ed isole furono con alterna vicenda perdute e riprese anche più volte. Nel 1470 cadeva uno dei maggiori baluardi, Negroponte; e per impedire che anche Cipro cadesse in mano turca, V. costrinse nel 1489 Caterina Corner, vedova di Giacomo II di Lusignano re dell'isola (m. nel 1473), a cederle il dominio ed attese a fortificarla; ma le imprese del 1500-1503 in alleanza con Alessandro VI e della Prêvesa con Paolo III nel 1539-40 non condussero ai risultati sperati. Anche dopo quella gloriosissima che culminò nella vittoria di Lepanto (7 ott. 1571) cui V. contribuì con uno sforzo mirabile, non ebbe essa quei vantaggi che le sarebbero stati dovuti; perdette Cipro e non aiutata adeguatamente dagli alleati dovette concludere col Turco una pace onerosa. La lotta ripresa ben tosto, culminò nel secolo seguente con la guerra per mantenere il possesso di Candia, durata dal 1645 al sett. 1669. Anche quest'isola fu dovuta sgombrare dopo eroica difesa accompagnata da episodi diversivi che esaurirono le risorse economiche di V., costretta a ricorrere persino ai beni della Chiesa ed alla vendita degli uffici, ma non le impedirono alla fine del secolo di riconquistare la Morea ed alcune isole che perdette di nuovo con la Pace di Passarowitz del 1718. Da queste epiche lotte l'Impero turco usciva stremato e l'Europa si preparava ad un nuovo assetto politico; V. continuò ancora nella difesa della Dalmazia, dell'Albania e delle isole ioniche per avere sicura la navigazione nell'Adriatico, dove a Trieste incominciava però a affacciarsi la potenza asburgica. Nel 1797 con il Trattato di Campoformio V. perdette la sua indipendenza e Napoleone la cedette all'Austria. Si estingueva il fasto che V. aveva sino all'ultimo conservato, si disperdevano memorie gloriose, sino a ridursi ad una città di provincia senza vita ed iniziative proprie, sotto l'impero d'una burocrazia piatta e monotona, e soltanto nel 1849, per alcuni mesi, le glorie di una resistenza sfortunata interruppero il dominio austriaco che durò ancora sino al 1866.

VENEZIA - L'abside della chiesa di S. Maria dei Miracoli, opera di P. Lombardo (1489).
VENEZIA - L'abside della chiesa di S. Maria dei Miracoli, opera di P. Lombardo (1489).(per cortesia di S. Ecc. mana, Paschini)
Bibliografia14 opere
BIBL.: la bibl. veneziana ricchissima, ha avuto eccellenti contributi per opera del Soranzo, del Valentinelli, del Cessi, del Medio, del Ferrari e particolarmente dell'Archivio veneto, però manca di un lavoro riassuntivo che informi su quanto fu pubblicato. La storiografia veneziana comincia propriamente con la Cronaca del diacono Giovanni sulla fine del sec. x ca. (cf. G. Monticolo, La Cronaca del diac. Giovanni, Perugia 1899). Cronache precedenti non sono che aridi elenchi più o meno attendibili (G. Monticolo, Cronache veneziane antichissime, Roma 1890); il cosiddetto Chronicon Altinate (ed. MGH, Script., XIV, pp. 1-69) non è che una fattigina di diversa origine ed età, di autorità ben limitata. Su questi dati incerti compilò la sua storia Andrea Dandolo, poi doga, la cui autorità comincia con i tempi suoi (sec. xiv; ed. RIS, XII, 1). Marin Sanudo (v.) condusse la Vita dei Dogi (ibid., XXII, iv) sino alla fine del sec. xv, quando incominciano i suoi famosi Diarii che giungono sino al 1533. Contemporanei a quelli del Sanudo sono i Diarii veneziani di G. Priuli (RIS, XXIV, II, III, iv). Sul finite del sec. xv l'umanista M. Antonio Sabellico compilò una storia di V. in latino a carattere umanista cui tennero poi dietro quelle di Pietro Bembo, Paolo Paruta ed altri a carattere ufficiale, sinché con il sec. xviii incominciarono gli studi a carattere erudito del Filiani, del Galliccioli e di altri; si giunse così alla grande opera d'insieme, ancora utile: S. Romanin, Stor. document. di V., 10 voll., Venezia 1842-78, poi ristampata. Seguirono le indagini critiche sul periodo delle origini: A. Gfröer, Gesch. Feendigs bis 1884, Graz 1872, trad. it. di P. Pinton, 1876-78; H. Kretschmayr, Gesch. von Venedig., 2 voll., Gotha 1905-20; W. Lenel, Venetianische-histor. Studien, Strasburgo 1911; R. Cessi, V. ducale, 2 voll., Padova 1928-1931; id., Le republ. di V. e il problema Adriatico, Napoli 1953. Numerose le storie delle maggiori famiglie e le indagini su periodi ed episodi particolari della storia veneziana dovute al Barozzi, al Fulin, al Della Santa, al Giorno, al Cessi ed altri molti. Buoni compendi quelli di R. Fulin, Breve sommario di stor. ven., Venezia 1914; Ch. Dichi, Une république patricienne, Venise, Parigi 1915; E. Musatti, Stor. di V., 2 voll., Milano 1919; A. Battistella, La republ. di V. nei suoi undici sec. di stor., Venezia 1921. Per la storia letteraria, lavori di complesso: G. Degli Agostini, Notizie istor.-crit. intorno agli scritt. venez., 2 voll., Venezia 1752-54; A. Cicogna, Iscriz. venez., 5 voll., ivi 1824-43 (opera rimasta incompleta); M. Foscarini, Della letter. venez., 2ª ed., ivi 1854; P. S. Molmenti, La storia di V. nella vita privata, 5ª ed., Bergamo s. a.

Pio Paschini

VENEZIA - Salone della scuola grande di S. Giovanni Evangelista. Pareti e soffitto con tele ed affreschi dei secc. XVI-XVII; sull'altare statua di S. Giovanni, di G. M. Morlaiter (sec. XVIII).
VENEZIA - Salone della scuola grande di S. Giovanni Evangelista. Pareti e soffitto con tele ed affreschi dei secc. XVI-XVII; sull'altare statua di S. Giovanni, di G. M. Morlaiter (sec. XVIII).(fot. Giacomelli)

II. IL PATRIARCATO DI GRADO

Le origini ecclesiastiche di V. sono strettamente legate col formarsi dei due patriarcati di Aquileia (v.) e di Grado (v.), e particolarmente di quest'ultimo, costituitisi in seguito allo scisma veneto dei Tre Capitoli (v.). L'estinzione di quello scisma (fine del sec. VII) non restituì l'unità e il patriarcato di Grado continuò ad esistere nonostante ripetuti tentativi, legali ed anche violenti, da parte di Aquileia. A Grado obbedivano le comunità costituite lungo il litorale e nelle isole del golfo, quando V. ancora non esisteva; quando poi il centro abitato formatosi a Rialto ebbe preso forza ed importanza politica, il patriarca, che veniva scelto costantemente fra le prime famiglie veneziane, preferì abitarvi, causa anche il progressivo decadere di Grado e le mire dominatrici del patriarca-principe di Aquileia. Così il patriarca Vitale IV Candiano (m. nel 1018) faceva soggiorno in V., presso la chiesa di S. Silvestro, data in giurisdizione al patriarca di Grado fin dal 989; senza per questo trasferirvi ufficialmente la sede. Il patriarca Enrico Dandolo (1131-86), costretto a riparare a V. per l'invasione di Ulderico II patriarca d'Aquileia, vi edificò il Palazzo patriarcale, dietro la chiesa di S. Silvestro; palazzo che poi il papa Bonifacio VIII (1294-1303) rese indipendente dalla giurisdizione del vescovo di Castello. Il doga Vitale Michiel II (1156-1172) ricuperò ben tosto Grado, ma lo stesso patriarca Dandolo ottenne nel 1177 da Alessandro III di trasferire la residenza a V. con la sua Curia, i tribunali e la ordinaria giurisdizione diocesana, oltre che sulla parrocchia di S. Silvestro, anche su quelle di S. Giacomo dell'Orio, S. Martino, S. Cassiano, S. Matteo di Rialto, S. Bartolomeo, e sui monasteri di S. Maria dei Crocferi e di S. Clemente in isola. Erano facili le interferenze e le contese fra le due autorità, una metropolita e l'altra suffraganea, esistenti nella stessa città o per questioni di diritti, forse non bene determinati, o per le mire di qualche patriarca di allargare sempre più entro V. la giurisdizione diocesana, o per la indisciplina di ecclesiastici che si dichiaravano dipendenti ora dall'uno ora dall'altro, per non dipendere da alcuno. È vero che lo stesso Alessandro III scriveva il 21 genn. 1178 al doga Sebastiano Ziani esortandolo a volersi prestare affinché la sede patriarcale di Grado fosse trasferita a V.; ma il 31 apr. moriva il doga e non se ne parlò più.

Morto nel 1451 il patriarca di Grado, Domenico VI Michiel, Niccolò V, con la bolla Regis Aeterni dell'8 ott. 1451, soppresse il vescovato di Castello (Venezia) ed il patriarcato di Grado; uni le loro rendite, diritti, privilegi, oneri, giurisdizioni e costituì il patriarcato di V., nominando primo patriarca Lorenzo Giustuniani (v.), ultimo vescovo di Castello. La provincia ecclesiastica gradense, con i vescovi suffraganei, fu eretta in provincia patriarcale della Chiesa di V. Il 23 dic. la bolla ebbe esecuzione nella cattedrale di S. Pietro di Castello, e ne risultò così il patriarcato di V. che estendeva la sua giurisdizione diocesana sopra tutte le parrocchie della città (ad eccezione di S. Marco che si reggeva come abbazia nullius), sulle parrocchie di Grado e di Latisana, sulla forania del Campardo (Conegliano) che in seguito sarà costituita da sei parrocchie (S. Giovanni Battista di Fior di sopra; S. Lorenzo di Pianzano; S. Vendemiano; S. Martino di Bibano; S. Pietro di Zoppé; S. Giustina di Fior di sotto), sulla curazia di S. Martino di Torre di Mosto, unica superstite della soppressa diocesi di Eraclea o Cittanova, unita al patriarcato di Grado nel 1440; ed in seguito sulla parrocchia di S. Giovanni Battista di Jesolo, risorta dalle rovine dell'antica diocesi di Equilio, soppressa ed unita al patriarcato di V. nel 1466; e sulla parrocchia di S. Giovanni Battista di Gambarare, antica terra dell'abbazia di S. Ilario. La giurisdizione metropolitana si estendeva sulle diocesi della V. marittima (Caorle, Torcello, Chioggia). Ereditò ancora il patriarcato di V. la giurisdizione primaziale sulla chiesa metropolitana di Zara, con le sue suffragane di Veglia, Ossero, Arbe, che Adriano IV, con breve del 22 febbr. 1155, aveva assoggettato al patriarca di Grado; giurisdizione sempre confermata dai Pontefici e sempre combattura dai zaratini; finché col patriarca Gianfranco Morosini (1644) si giudicò migliore consiglio conservare di tale supremazia almeno il solo titolo.

III. LA DIOCESI DI OLIVOLO O CASTELLO

Si vuole che nel 421 sorgessero a Rialto le prime case e la prima chiesa, soggette nello spirituale al vescovo di Padova che trovava, di quando in quando, rifugio nell'isola marittima di Malamocco. Si arrivò in ogni modo nel sec. VIII ad una comunità di venticinque isole con le rispettive chiese. Stabilitosi a Rialto il Castello ducale, presso la chiesa di S. Teodoro, allora patrono principale della nascente comunità, approdate da Alessandria, nell'828, le reliquie di s. Marco, si votò l'erezione di una sontuosa basilica in onore del Santo evangelista, che divenne il patrono principale e, col suo leone, simbolo vivente di V. Oscure sono invece le vere origini del vescovato di Olivolo che aveva la sua giurisdizione sulle isole ed il suo centro più verso il mare con la Cattedrale dedicata a s. Pietro ed il battistero al Battista; col 1091 mutò il nome in quello di vescovato di Castello. Non ostante sommosse e ribellioni di diversa natura, nel corso dei secoli sorsero nuove chiese, conventi, monasteri, ospedali, opere pie. Fino al 1450 erano già sorte centoquaranta chiese (delle quali sei più non esistevano); senza tener conto delle ricostruzioni che salirono a ben cinquanta nel solo sec. XII.

Le isole realtine, ormai tutte regolate ed unite da ponti, costituivano la città di V., divisa in settanta contrade (parrocchie) con le rispettive chiese, quasi tutte collegiate, unite in cinque gruppi col titolo di filiali con a capo la chiesa collegiata (parrocchiale matrice o battesimale). Il movimento monastico, iniziatosi con i Benedettini nell'800, e forse prima, e con le Benedettine nel 727, si fa rapido dopo il Mille; e nel 1450 si trovano ventisette Ordini religiosi con quarantanove case (19 femminili e 30 maschili) e rispettiva chiesa: Benedettine (9), Benedettini (3), Camaldolesi (1), Canonici Regolari di S. Antonio di Vienna (1), Canonici Regolari di S. Spirito (1), Canonici Regolari Lateranensi del S.mo Salvatore di Bologna (1), Canonici Regolari Lateranensi del S.mo Salvatore di Lucca (1); Canonici secolari di S. Giorgio in Alga (1), Carmelitani della primitiva osservanza (1), Cavalieri di S. Giovanni (1), Cavalieri Teutonici (1), Certosini (1), Cistercensi (1), Crociferi (1), Domenicane (1), Domenicani (2), Eremitane di S. Agostino (7), Eremitani di S. Agostino (1), Eremitani di S. Girolamo di Fiesole (1), Eremitani agostiniani di Monte Ortone (1), Eremiti di S. Girolamo (1), Francescane Clarisse (1), Frati Minori (5), Gesuiti (1), Olivetani (1), Servi di Maria (2), Umiliati (1). Dodici ospedali, di cui sette con chiesa propria ed altre chiese non parrocchiali completano la corona di centotrentaquattro chiese che ornavano V. alla metà del sec. XVI; tutte ricche d'arte e di preziose reliquie portate, in gran parte, dall'Oriente. Primeggiava la basilica di S. Marco, ricostruita nel 1063 nella sua forma definitiva. Essa divenne tosto la cappella ducale col suo primicerio ed il suo clero. Nel 1071 si cominciò ad ornarla di opere musive e di preziosi marmi trasportati dall'Oriente, e fu solennemente consacrata l'8 ott. 1094, nel quale anno si scoprì miracolosamente (25 giugno) il corpo di s. Marco del quale si era perduta ogni traccia. Nel 1053 il pontefice Leone IX passava per V., di ritorno dalla Germania; dopo la sua morte una chiesa parrocchiale sarà dedicata al suo nome. Nel 1177 Alessandro III si incontrò a V. con il Barbarossa. Non manca qualche contrasto fra la Repubblica ed il Papato, ma le questioni non toccano mai la religione (interdetto del 1309-13 in occasione della guerra per Ferrara). La serie dei suoi vescovi, salvo trascurabili eccezioni, è una serie di santi pastori. Uno, Angelo Correr, cinse il triregno col nome di Gregorio XII (1406-16); l'ultimo, Lorenzo Giustiniani (v.), sall agli onori degli altari. V. ha i suoi santi anche fra i fedeli. Il santo doge Pietro Orseolo I (v.) che nel 978 lasciò il dogado per condurre vita solitaria e penitente, m. il 10 genn. 997; s. Gerardo Sagredo (v. GERARDO di CAVAD); b. Pietro Acotanto, padre dei poveri, mendico per amore di Dio, m. il 26 ag. 1187; b. Giacomo Salomonio (v.), domenicano, m. il 31 maggio 1314. Un altro veneziano (Gabriele Condulmer) diveniva papa col nome di Eugenio IV (1431-47) quando Lorenzo Giustiniani saliva al vescovato di Castello (1433) ed in pieno Rinascimento imprimeva a V. un robusto suggello di spiritualità, per cui, nonostante le molteplici insidie, seppe resistere alla propaganda protestante. Il Concilio di Trento viene accettato in pieno nello stesso anno della sua conclusione (1564).

IV. IL PATRIARCATO A VENEZIA

Dalla metà del '400 alla seconda metà del '700 continua il ritmo di erezioni di nuove chiese (ben quarantacinque) che, unite alle preesistenti, sono modelli impareggiabili di tutti gli stili: dal bizantino al romanico, al gotico, al rinascimento, al barocco, ed in fine al neo-classico. Si sviluppano gli Ordini religiosi già di stanza a V., trovando sempre buona accoglienza quelli di nuova istituzione, come Cappuccini e Cappuccine, Carmelitani e Carmelitane scalze, Carmelitani della congregazione di Mantova, Fatebenefratelli, Filippini, Minimi, Minori Riformati, Gesuiti, Mechitaristi, Somaschi, Teatini, ecc. che concorrono con nobile gara alla vita spirituale della città. Con la soppressione canonica di sette Ordini (Umiliati, 1462: Priorato veneto dei Cavalieri Teutonici, 1592; Canonici Regolari di S. Spirito e Crociferi, 1656; Canonici secolari di S. Giorgio in Alga; Eremitani di S. Girolamo di Fiesole e Gesuiti, 1668) i cui beni vengono devoluti alla Repubblica per le guerre contro i Turchi, V. conta alla metà del sec. XVIII quaranta Ordini religiosi in ottantuno case. Nella prima metà del sec. XVI danno in città fulgido esempio di carità e fede Gian Pietro Carafa (Paolo IV) e s. Gaetano Thiene; e la nobiltà veneziana dà agli altari Girolamo Emiliani (v.), m. il 13 febbr. 1537, ed il compagno ed imitatore fedele di s. Gaetano, Giovanni Marinoni (v.), m. il 13 dic. 1562. In questa età due interdetti ecclesiastici clamorosi, causati da controversie di carattere politico interruppero le relazioni pacifiche con la S. Sede: quello sotto Sisto IV nel 1483 in occasione della guerra per Ferrara, e quello del 1509 sotto Giulio II in occasione della Lega di Cambrai, che V. chiuse con la sottomissione quando s'accorse del suo errore politico. L'interdetto di Paolo V nel 1605 ebbe maggiore risonanza nella vita pubblica del tempo. Provocato da ragioni più strettamente di disciplina ecclesiastica, esso colpiva, insieme con la città, tutto il territorio soggetto in terraferma, provocando vere crisi di coscienza. Gesuiti, Cappuccini, Teatini obbedirono al Papa e furono espulsi dagli Stati veneti. Il Senato si accanì, in modo speciale, contro i Gesuiti, con un decreto di sfratto perpetuo: per quanto nel 1657 abbiano trovato la via del ritorno. Il contrasto, pericoloso sotto ogni aspetto, fu risolto grazie alla mediazione del Re di Francia. In occasione della peste del 1630, che fece nella sola città 46.536 vittime, la Repubblica votò il magnifico tempio a S. Maria della Salute. Anche questo secolo ebbe i suoi santi: Lorenzo da Brindisi (v.), nato da famiglia veneziana (m. il 22 luglio 1619) e il ven. Gregorio Barbarigo, vescovo di Bergamo e poi di Padova (m. il 18 giugno 1697). La nobiltà veneziana continua nella luminosa scia dei Giustiniani, con una serie di ventinove patriarchi (l'ultimo, Lodovico Frangini, m. il 29 febbr. 1804), alcuni dei quali morti in concetto di santità, di molti vescovi e cardinali e di altri tre pontefici, Paolo II (1464-71; Pietro Barbo),

VENEZIA - La basilica di S. Marco illuminata per l'esecuzione dell'oratorio - La Resurrezione di Cristo - di Lorenzo Perosi, durante l'Anno Santo 1920.
VENEZIA - La basilica di S. Marco illuminata per l'esecuzione dell'oratorio - La Resurrezione di Cristo - di Lorenzo Perosi, durante l'Anno Santo 1920.(fot. Ferruzzi)

Alessandro VIII (1689-91; Pietro Ottoboni), Clemente XIII (1758-69; Carlo Rezzonico).

Tuttavia il seme lasciato dal Sarpi (v.) e dal Micanzio (v.) in occasione dell'interdetto del 1606 e della polemica che l'accompagnava, continuò nei consultori in iure che assistettero la signoria nelle controversie ecclesiastiche favorendone le tendenze giurisdizionaliste. La Sede Apostolica la favorì nel finanziare la lunga guerra di Candia e quella della Morea, concedendo di rivalersi sui beni ecclesiastici, particolarmente dei religiosi; ma la Repubblica, seguendo la moda dilagante in tutta Europa, pretese di procedere di sua autorità avvalendosi delle teorie politico-religiose che le conferivano un diritto in questa materia; introdusse così la proibizione alle chiese di ricevere eredità testamentarie, restrizioni sulle offerte delle SS. Messe, ecc. Non contesta di questo emetava dal 1768 in poi una serie di leggi tutte contrarie alla libertà della Chiesa. Clemente XIII protestava invano; V. pretendeva di provvedere alla disciplina ecclesiastica, col pretesto che Roma non ci pensava. In realtà la Repubblica agonizzava ed aveva bisogno di denaro. Si cominciò con la riunione e soppressione di vari conventi: sette in città (Carmelitani della Congregazione di Mantova di S. Angelo della Giudecca, 1768; Canonici Regolari Lateranensi di S. Maria della Carità, 1768; Benedettini di S. Niccolò di Lido, Castello, 1771; Camaldolesi di S. Giovanni Battista della Giudecca, 1771; abbazia commendatoria benedettina di S. Gregorio, 1776; Cistercensi di S. Cristoforo, 1787), ma ben più di trecento nello Stato. È la fine della Repubblica. V., che per undici secoli non aveva veduto piede straniero, dovette assistere alla sfilata delle armate repubblicane francesi, proprio nel suo cuore, nella magnifica Piazza di S. Marco (16 maggio 1797). Il governo provvisorio fu la prima tempesta contro le istituzioni religiose. L'avvento dell'Austria, nello stesso anno, dopo il Trattato di Campoformio, portò una relativa calma, e si ebbe l'elezione di Pio VII nell'isola di S. Giorgio Maggiore il 14 maggio 1800, quattro mesi dopo la morte del suo piissimo patriarca, Federico Maria Giovannelli (10 genn. 1800). La bufera napoleonica era in pieno. Nel 1806-807 tutte le scuole, le Confraternite, le Fraterne di qualunque genere e scopo (oltre 700 solo in V.) furono soppresse; nel 1807 furono concentrati e soppressi undici conventi e diciotto monasteri; nel 1808 le settanta parrocchie ridotte a quaranta e poi a trenta; nel 1810 soppressi anche i diciannove conventi e ventidue monasteri superstiti. Eccettuate alcune chiese, che per varie ragioni, in seguito di tempo, furono riaperte al culto, delle sessanta che furono soppresse, ora quasi tutte sono demolite! Furono esenti dalla soppressione: i Monaci Mechitaristi: armeni di S. Lazzaro in isola, gli Ospedalieri di S. Servolo in isola, le Monache Basiliane (greche); le Monache Salesiane (francesi) di S. Giuseppe di Castello, S. Giorgio dei Greci, S. Giorgio degli Schiavoni, S. Croce degli Armeni, la Scuola di S. Rocco. Nel 1807 si ordinò il trasporto della sede cattedrale da S. Pietro di Castello a S. Marco con la fusione dei due Capitoli: patriarcale di S. Pietro e ducale di S. Marco, con venti beneficiati, allora viventi, che dovevano man mano scendere a quattordici. Il patriarca, con tutti i suoi uffici, dovette anch'egli portarsi a S. Marco in una provvisoria residenza, fino al 1851, quando ebbe stanza stabile nell'odierno palazzo. Nel 1815 ritornò l'Austria e bisognò pensare a ricostruire. La bolla 1° maggio 1818 di Pio VII sopprimeva le diocesi di Torcello e di Caorle e le univa a V. (12 parrocchie) a cui toglieva Grado, Latisana e la forania del Campardo (6 parrocchie). Così il patriarca contava 32 parrocchie in città (comprese: Giudecca, Lido, Gambarare) e 12 nelle foranie di Caorle, Murano, Torcello. La stessa bolla assegnava come suffragame le diocesi di Adria, Belluno e Feltre, Ceneda, Chioggia, Concordia, Padova, Treviso, Verona, Vicenza, e temporaneamente Udine, sistemazione che vige tutt'ora. Dal 1819 al 1859 si riaprirono tredici case religiose maschili e quindici femminili: alcune di nuova fondazione. Cominciano le congregazioni, specialmente femminili; è il momento di una intensa attività caritativa che fiorì in particolari istituzioni a pro dell'infanzia e della gioventù.

Con le vicende del 1866 V. entrava a far parte del Regno d'Italia e nel 1867 veniva applicata la legge del 7 luglio 1866. Per somma ventura, pur confinati fra le angustie di pochi locali, poterono rimanere alcuni religiosi, sotto l'egida delle cosiddette «Associazioni religiose» dalla stessa legge riconosciute; le monache rimasero nei loro monasteri, pur indemaniati, fino al numero di sei e così le chiese rimasero aperte per comodo dei fedeli. L'ultimo trentennio del 1800 segna un'ondata di anticlericalismo settario; ma il clero, tacciato di austriacante e di anti-italiano, lavorava invece per il bene di V. e dell'Italia. Sorge l'Istituto dei minorenni criminali voluto dal grande cuore del giovane sacerdote Carlo Coletti; l'Istituto per la gioventù femminile eretto dal parroco d. Giuseppe Solesin; l'Opera dei Patronati serali e festivi fondata dai sacerdoti Giovanni B. Piemonte ed Angelo Bortoluzzi; e l'Opera dei Congressi che preparò e precorse l'attività politica dei cattolici italiani. Si giunge così alla soglia del 1900 col grande Congresso eucaristico (1897) voluto e guidato dal card. patriarca b. Giuseppe Sarto (v. PIO X). L'ultimo cinquantennio con le due guerre mondiali ricorda il card. Pietro La Fontaine ed il card. Adeodato Giovanni Piazza che salvò V. dalle minacce tedesche. Nel 1919 venne unita al patriarca la parrocchia di S. M. Assunta di Malamocco con l'isola di Poveglia, smembrata dalla diocesi di Chioggia; e nel 1927 undici parrocchie (fra cui Mestre), smembrate da Treviso.

Bibliografia12 opere
BIBL.: Ughelli, V.; F. Corner, Eccl. Venetae, 15 voll., Venezia 1749; id., Ecclesiae Torcellanae, 3 voll., ivi 1749; Cappellotti, X; Eubel, I, p. 520; II, p. 290; III, p. 350; IV, p. 363; V, p. 409; C. Costantini, Aquileia e Grado, Milano 1917; P. Paschini, Storia del Friuli, 3 voll., Udine 1934; M. Petrocchi, Il tramonto della repub. di V. e l'assolutismo illuminato, Venezia 1930.

Vittorio Piva

V. ISTITUTI

Prima fra i più illustri istituti veneziani è certo la Biblioteca Marciana (ora nazionale): contiene un primo fondo della Repubblica, accresciuta con il lascito del card. Bessarione di 900 manoscritti in gran parte greci, vi si aggiunsero in seguito collezioni private diverse, fra le quali, nel sec. XIX, quella dei Domenicani alle Zattere, per cui divenne ricca di numerose edizioni rare, come la raccolta delle Aldine ed in particolare il celebre Breviario miniato lasciato dal card. Domenico Grimani. Conservata dapprima presso la chiesa di S. Marco, fu trasferita nella celebre «Libreria» che il Senato fece edificare nel 1559 da Jacopo Sansovino. Fu trasferita nel 1812 in Palazzo ducale quando l'edificio fu aggiunto al Palazzo reale (Procuratie nuove). Nel 1904 passò nel locale dell'antica Zecca, opportunamente adattato, e nel 1929 ebbe anche l'antico edificio della Libreria, quando le Procuratie ebbero altra destinazione.

L'Archivio di Stato, fondato nel 1815, ebbe stanza nell'antico grande convento dei Conventuali ai Frari e comprende l'Archivio della Repubblica veneziana, purtroppo danneggiato da incendi, come quello disastroso del 1571, i fondi di numerosi monasteri, conventi, confraternite della Dominante e del dominio; fonte di primissimo ordine non solo per la storia di V. e d'Italia, ma anche per quella di altri Stati del vicino Levante e dell'Oriente. Nel 1869 Giovanni Querini-Stampalia legava alla sua città la sua Biblioteca ricca di manoscritti, cui andava unita una galleria d'arte ed un museo, da lui raccolti per conservare le memorie del passato, sottraendoli così alla dispersione.

Una ricca collezione di manoscritti veneziani (fra i quali anche quelli di C. E. Cicogna) è di monete fa parte del Civico Museo Correr, iniziato nel 1836 e che ora ha trovato posto nelle Procuratie nuove sulla piazza S. Marco. Al Museo Correr sta vicino il Museo archeologico, costituito con un primo lascito alla Repubblica del card. Domenico Grimani (m. nel 1523) e di suo nipote Giovanni patriarca. Nel Seminario patriarcale e nella sacrestia della chiesa della Salute fu sistemata nel sec. XIX la ricca Galleria e Museo Manfredini. Nel grandioso Palazzo Rezzonico fu recentemente raccolto un Museo del '700 veneziano; mentre in quello del Pesaro trovò posto nel 1928 il Museo d'arte orientale e la Galleria d'arte moderna. Una raccolta preziosa è pure quella che il barone Franchetti mise insieme nella restaurata Ca' d'oro, che s'aggiunse alle meravigliose raccolte veneziane.

Invece nella soppressa chiesa della Carità e nel contiguo convento trovò posto l'Accademia delle belle arti iniziata solo dal 1750, che con le annesse gallerie sostituisce un istituto artistico di prim'ordine e di eccellenti tradizioni.

Nel 1840 teneva la sua prima adunanza l'Istituto veneto di scienze lettere ed arti, che continuò poi ininterrottamente la sua attività e pubblicò nelle sue Memorie ed Atti importantissimi contributi scientifici e ricerche storiche e letterarie. Una particolare rivista pubblica pure l'Ateneo Veneto. Nel 1871 Riccardo Pulin fondava una Società per gli studi storici, che intraprese la pubblicazione dell'Archivio veneto (1871-90), divenuto in seguito Nuovo Archivio veneto (1891-1921), Archivio veneto tridentino (1922-26) poi di nuovo Archivio veneto (1927 sgg.). Nel 1873 la Società divenne Deputazione di storia patria per la Venezia, proponendosi la pubblicazione di studi e ricerche di maggior mole, di cronache, di documenti riguardanti V. e la regione veneta (va però ricordato che Trento e Trieste continuarono per proprio conto le loro pubblicazioni); notevoli in special modo gli 8 voll. di regesti de I libri commemorati della Repubblica di V., per opera di R. Predelli (1876-1913) ed il Diplomatarium veneto-levantinum di G. M. Thomas e R. Predelli (2 voll. 1880-99).

VI. ARTE

In alto a sinistra: LA «SCALA DEL BOVOLO» nella Corte Contarini, in stile lombardesco (1489) - Venezia. In alto a destra: PALAZZO DARIO sul Canal Grande, costruito da P. Lombardo nel 1487. In basso: VEDUTA AEREA di Piazza e Piazzetta S. Marco. Al centro il campanile, a sinistra le cupole della Basil
Tav. CXXVI In alto a sinistra: LA «SCALA DEL BOVOLO» nella Corte Contarini, in stile lombardesco (1489) - Venezia. In alto a destra: PALAZZO DARIO sul Canal Grande, costruito da P. Lombardo nel 1487. In basso: VEDUTA AEREA di Piazza e Piazzetta S. Marco. Al centro il campanile, a sinistra le cupole della Basilica e il cortile di Palazzo ducale. In fondo, a destra, la punta della Dogana.(fol. Ardo) · (fol. Alinari) · (fol. Emil)
In alto: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. MICHELE, nell'isola omonima (Cimitero della città), opera di Mauro Codussi (1469-78). A sinistra la Cappella Emiliana, costruita da G. Bergamasco (1530) - Venezia. In basso: SALA SUPERIORE della scuola di S. Rocco. Il dipinto sull'altare e i teleri delle pareti e
Tav. CXXVII In alto: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. MICHELE, nell'isola omonima (Cimitero della città), opera di Mauro Codussi (1469-78). A sinistra la Cappella Emiliana, costruita da G. Bergamasco (1530) - Venezia. In basso: SALA SUPERIORE della scuola di S. Rocco. Il dipinto sull'altare e i teleri delle pareti e del soffitto sono di J. Tintoretto (1564-88) - Venezia.(fol. Alinari) · (fol. Anderson)
In alto a sinistra: LA VISITAZIONE. Particolare dei musaici della Cappella della Madonna dei Mascoli (sec. xv) - Venezia, basilica di S. Marco. In alto a destra: L'ASCENSIONE DI CRISTO. In basso, la Vergine fiancheggiata da due angeli e i dodici Apostoli; tra le finestre sedici virtù; nei pennacchi,
Tav. CXXVIII In alto a sinistra: LA VISITAZIONE. Particolare dei musaici della Cappella della Madonna dei Mascoli (sec. xv) - Venezia, basilica di S. Marco. In alto a destra: L'ASCENSIONE DI CRISTO. In basso, la Vergine fiancheggiata da due angeli e i dodici Apostoli; tra le finestre sedici virtù; nei pennacchi, i quattro Evangelisti. Musaico bizantino (sec. xii) - Venezia, volta della cupola centrale della basilica di S. Marco. In basso a sinistra: IL DOGE LOREDANO di G. Bellini - Parigi, Collezione Spiridon. In basso a destra: L'ANGELO ANNUNZIANTE. Particolare degli affreschi della metà del sec. xiii, sull'arcone della cappella a sin. dell'altar maggiore, nella chiesa di S. Giovanni Decollato - Venezia.(fot. Alinari) · (fot. Soprintendenza ai Monumenti. Venezia)
In alto a sinistra: L'APOTESI DI ALESSANDRO MAGNO. Rilievo bizantineggiante del sec. XII sul fianco della basilica di S. Marco verso la Piazza dei Leoncini - Venezia. In basso a sinistra: EPISODI DELLA VITA DI S. ROCCO. Intagli in legno di G. Marchiori (1720). Particolare di una parete della sala su
Tav. CXXIX In alto a sinistra: L'APOTESI DI ALESSANDRO MAGNO. Rilievo bizantineggiante del sec. XII sul fianco della basilica di S. Marco verso la Piazza dei Leoncini - Venezia. In basso a sinistra: EPISODI DELLA VITA DI S. ROCCO. Intagli in legno di G. Marchiori (1720). Particolare di una parete della sala superiore nella scuola di S. Rocco - Venezia. A destra: LA COSIDDETTA «PORTA DELLA CARTA», opera di Giovanni e Bartolomeo Bon (1438-43) - Venezia, Palazzo Ducale.(fol. Alinari)

La città di V. sorge in mezzo alle acque della Laguna veneta, ad uguale distanza dalla terra ferma (alla quale oggi è unita da due lunghi ponti) e dal mare aperto (con il quale comunica attraverso «porti» che interrompono lo stretto cordone litoraneo).

Quando le popolazioni delle piaghe prossime al retroterra cercarono scampo alle scorrerie barbariche e specialmente all'invasione longobarda, alcune isole lagunari, fino allora misere contrade di pescatori, offrirono asilo sicuro e in breve tempo furono portate a grande floridezza (Torcello). L'autorità politica di questi immigrati, che emanava da quella dell'esarca bizantino di Ravenna, in un primo tempo risiedette ad Eraclea, quindi a Malamocco, sul mare; località questa che si rivelò troppo esposta alle incursioni della flotta dei Franchi. La capitale fu allora (812) trasferita a Rivo Alto (Rialto) nel cuore di un dedalo di canali, sulle rive di una larga via d'acqua (Canal Grande) che con corso sinuoso bipartisce un fitto arcipelago di isolette. Di qui cominciò la fortuna di V., città singolarissima.

V., che misura 3800 metri di lunghezza e 2300 di larghezza, comprende oggi, nel perimetro di 11 km. 108 isolette (alle quali si aggiungono quelle di S. Giorgio Maggiore e della Giudecca), separate da 150 canali e «rii» (così si chiamano i canali minori), scarsamente profondi, larghi dai quattro ai dieci metri. Il maggiore è il Canal Grande, che ha un'ampiezza che varia dai trenta ai settanta metri, e che attraversa la città, sboccando nel bacino di S. Marco.

Ca. 400 ponti in pietra, in ferro, e, oggi ormai rari, in legno, congiungono le opposte sponde dei «canali»; maestosi i tre ponti sul Canal Grande: di Rialto, degli Scalzi (in pietra), dell'Accademia (in legno). Un tempo i ponti erano in minor numero (fino al 1854 il solo Ponte di Rialto superava le acque del Canale Grande) e molto più numerosi i rii, dei quali non pochi sono stati interrati (donde il nome di Rio Terrà) rendendo necessario l'uso del traghetto, anche nelle zone più interne della città. Nel Settecento se ne contava un centinaio. Al servizio di traghetto, oggi limitato alle opposte rive del Canal Grande, è sempre adibita la «gondola», la tipica imbarcazione veneziana. Gli edifici sorgono sfruttando al massimo lo spazio ristretto, determinando viuzze anguste (calli), senza alcuno schema urbanistico; la pianta della città ha qualche affinità di aspetto con gli empori bizantini. Non poche sono le calli morte che si chiudono improvvisamente o fanno capo sull'acqua. Talora uno stretto margine di terra (fondamenta) veniva rispettato nella fondazione degli edifici lungo i canali. La pavimentazione delle strade ebbe inizio solo nel 1676; il nome di «salizzada» (via silicata) ricorda la singolarità delle vie che furono selciate per prime. «Ramo» è chiamato una breve diramazione di calle. Le calli talora si allargano in piazzette dette «campi» e «campielli». Al centro di queste si trovano ancora frequenti le marmore «vère da pozzo» di ogni epoca e stile, cioè i parapetti che come un anello (véra) recingono il bordo dei pozzi artesiani. «Corte» è detto uno spiazzo chiuso fra edifici. «Sottoportico» è una calle ricavata dal corpo di un edificio. «Ruga» (come già nel basso latino), una strada di media larghezza. Il termine «piscina» ricorda bacini d'acqua riservati alla piscicoltura, oggi tutti interrati. Il nome di «piazza» si da soltanto a quella di S. Marco, e di «piazzetta» alle due adiacenti, quella dei Leoncini e quella fra il Palazzo Ducale e la Libreria Marciana.

L'aspetto della città ha continuato a mutare nel corso dei secoli. Ogni stile ha lasciato la sua impronta. Un tempo incantevoli prospettive allietavano V. quando non si erano ancora affacciate sul Canal Grande le costruzioni dello scorso e del presente secolo, quando accanto alla penombra delle calli che si inseguono costrette tra case, appoggiate senza interruzione l'una all'altra, erano numerosi i giardini e si aprivano imprevisti spazi luminosi. L'eccesso di costruzioni spesso soffocò edifici, belli soltanto se possono respirare nello spazio e vivere di riverbero atmosferico.

Città di dolcissimi colori, di generazione in generazione conservò e trasmise una sensibilità cromatica che sembrò connaturata all'anima veneziana e alla città, onde si crede con facile scambio che la città stessa abbia potuto determinare il senso artistico costantemente volto al colore dei suoi artisti maggiori.

Ogni corrente artistica ha contribuito a dare a V. la sua specialissima fisionomia, perdendo forse ogni stile della sua genuinità e piegandosi a collaborare alla sua fantasiosa scenografia. Dal veneto-bizantino al gotico, dal rinascimento al barocco e al rococò, ogni stile è stato ridotto sotto una costante interpretazione coloristica, quasi mai plastica. Le murature non fanno sentire il peso e lo spessore: finestre e logge si aprono fitte sulle facciate degli edifici avidi di luce, mentre i più sottili accorgimenti nella decorazione contribuiscono a illeggiadire, sotto lo svariare lento e dolce del partito luminoso, anche le architetture più severe. Eccezionale quindi questa architettura che sembra sottrarsi ad ogni convenuta definizione. Il rosso «veneziano» degli intonaci, dei mattoni, gli infissi, i bassorilievi, le bifore lavorate come trine, i rivestimenti delle facciate intarsiati di altri marmi più preziosi, l'aggetto impercettibile delle modanature sapienti, l'efficacia chiaroscurale dei prospetti dell'età barocca contribuiscono a creare la suggestione di una vicenda coloristica, nella loro atmosferica felicità.

Anche la storia della scultura e della pittura è altrettanto singolare, perché l'arte veneziana poté essere chiamata pittorica per definizione.

Ogni accentuata predilezione stilistica che abbia parvenza concettuale, come per i valori lineari o per quelli tattili, qui non trovò accoglienza. Genericamente considerate, le arti a V. poterono apparire tutte muovere e articolarsi armonicamente nel rispetto di un unico principio: quello del colore. La città è divisa in sei circoscrizioni, dette «sestieri» tre al di qua del Canal Grande (S. Marco, Castello, Cannaregio), e tre al di là (S. Polo, S. Croce, Dorsoduro, al quale si aggiunge l'isola della Giudecca, separata dal resto della città da un largo e profondo canale che mette in comunicazione il porto industriale di Marghera col mare). Per ogni sestiere la numerazione anagrafica è unica e progressiva, fatta eccezione per il quartiere moderno di S. Elena. Una serie di strade di recente costruzione, ottenute in parte con l'interramento dei rii, conduce dalla stazione ferroviaria a S. Salvador dove hanno inizio le Mercerie, l'arteria principale della città, che sbocca in Piazza S. Marco. Questo è il centro storico e monumentale della città. Qui sorgono il Palazzo Ducale e la chiesa di S. Marco che con le Procuratie Vecchie, quelle Nuove e l'Ala Napoleonica, chiude la celebre Piazza. La chiesa di S. Marco risale nella sua costruzione originaria all'anno 828, nel quale furono furtivamente traslati da Alessandria d'Egitto i resti di S. Marco Evangelista, il quale sostituì nella primazia il vecchio protettore s. Teodoro, mirando i veneziani ad un innalzamento del proprio prestigio nei confronti del patriarcato di Aquileia, posto sotto la protezione di s. Ermagora, discepolo di Marco.

Dopo un primo rifacimento nel sec. x, il quale non dovette alterare le caratteristiche della prima fabbrica, fu dato mano nel 1063 ad una più vasta costruzione per la quale fu adottato uno schema a pianta centrale a croce greca sormontata da cinque cupole e minori calotte, col piedicroce circondato da esonartece: schema che si ritiene ideato da Antemio di Tralle, l'architetto giustinianeo che in Costantinopoli aveva eretto la chiesa dei SS. Apostoli, pur essa, come S. Marco cappella palatina e non chiesa cattedrale. Subito la nuova Basilica cominciò a venir decorata con specchi marmorei, pavimenti a musaico, sculture che vanno dai bassorilievi con infissi bizantini, all'arcone romanico del portale centrale sino al coronamento gotico « fiammeggiante » del primo '400.

Le cupole furono coperte con rivestimenti in piombo, di profilo moresco. Ma S. Marco deve la sua fama soprattutto ai musaici che, su un continuo fondo d'oro, ne rivestono completamente l'interno. Dal 1071 varie maestranze si susseguirono in quest'opera paziente, sicché ogni secolo lasciò la sua impronta. Anche tra i musaici più antichi (secc. xi-xiii) sono ravvisabili differenze di stile, dovute in parte alle epoche e in parte alla diversa tendenza artistica delle maestranze, provenienti forse da Ravenna, da Roma, da Costantinopoli, prima che si formasse una vera e propria scuola veneziana. L'opera di decorazione musiva continuò nei secoli seguenti, e per completare lacune, e per sostituire parti deperite; con risultati tuttavia di minor fascino. Cartoni furono forniti da pittori veneziani e forestieri dal sec. xiv al xix (M. Giambono, A. del Castagno, T. Vecellio, L. Lotto, P. Veronese, L. Bassano, P. Vecchia, G. B. Piazzetta). Inalterato rimase sempre il programma iconografico, che illustra nelle cupole la Chiesa annunciata, quella militante e quella trionfante; lungo le pareti e sotto gli archi, la vita di Gesù, di s. Marco, di s. Clemente, del Battista, mentre nell'atrio si trovano i musaici con la narrazione dell'Antico Testamento.

Il Palazzo Ducale era sede delle più elevate magistrature e dimora del doge. La sua prima costruzione in forma di castello fortificato risaliva al sec. ix. Dopo varie vicende, al principio del sec. xiv, cessate ormai le ragioni che consigliavano particolari opere di difesa, si cominciò a edificare il palazzo nel suo aspetto attuale, in stile gotico. Ad Antonio Rizzo e alla sua scuola (fine del '400) spettano le facciate rinascimentali sul cortile e sul Rio di Palazzo, e la scala dei Giganti. Una galleria pensile sulle acque (il Ponte dei Sospiri) congiunge il Palazzo Ducale a quello delle Prigioni. All'interno le varie sale sono state decorate dai più famosi pittori della scuola veneta: vi primeggiano i maestri del '500. Fra tutte le sale, splendono quelle dell'Anti-Collegio, del Collegio e del Consiglio dei Dieci, decorate da Paolo Veronese e da Jacopo Tintoretto. Una intera parete della sala del Maggior Consiglio è rivestita da uno dei più vasti dipinti del mondo, opera del Tintoretto: Il Paradiso. A sinistra la piazza è chiusa dalle Procuratie Nuove (sec. xvi), al secolo precedente appartengono le Procuratie Vecchie che si elevano di fronte. Esse prendono nome dai procuratori della fabbrica di S. Marco e dai procuratori legali dei Minori che in questi palazzi avevano dimora. La Libreria Marciana che sorge di fronte al Palazzo Ducale è un'altra opera del Rinascimento (Jacopo Sansovino).

Il campanile di S. Marco che sorge all'angolo della piazza ha antichissime origini, fu completato in varie epoche e ricostruito completamente dopo il crollo del 1902, « com'era e dov'era ».

Ben pochi elementi originali conservano le chiese più antiche della città; che erano di tipo ravennate a pianta basilicale. Tra le 90 chiese della città, celebri sono particolarmente quelle dei SS. Giovanni e Paolo (principio del sec. xv), vero « pantheon » delle glorie della Serenissima (costruzione in gotico veneziano che si adorna di pitture di Giambellino e di sculture di Antonio Rizzo), e quella coeva dei Frari, che conserva opere di Giambellino, di Antonio Rizzo, e di Tiziano (pala della Assunta e pala Pesaro).

Numerose le chiese gotiche minori, dal caratteristico fastigio mistilineo (S. Stefano, S. Giovanni in Bragora, Carità). Alla fine del '400, Mauro Codussi dà la facciata alla chiesa di S. Zaccaria e costruisce le chiese di S. Michele in Isola, S. Giovanni Crisostomo, S. Maria Formosa, pittoriche invenzioni sulla base degli insegnamenti di L. B. Alberti. Nel '500 Jacopo Sansovino dà i modelli per molte chiese; appartate, splendono di particolare luce quelle dovute al Palladio: S. Giorgio Maggiore nell'isola omonima di fronte alla piazzetta, e il Redentore alla Giudecca. Al sec. xvi appartiene anche quella di S. Sebastiano, tutta decorata di pitture di Paolo Veronese.

Quale singolare fantasiosa « macchina » sorge sul Canal Grande la barocca chiesa di S. Maria della Salute, opera di Baldassare Longhena.

Al Seicento appartengono anche le facciate di S. Moisé e di S. Maria del Giglio. Nel '700, il barocco si ingentilisce e raffredda nelle chiese dei Gesuiti (pitture del Piazzetta e del Tiepolo), e di S. Stae (S. Eustachio), vera pinacoteca del '700 veneziano.

Tra le architetture religiose vanno ricordate anche quelle delle superstiti scuole di devozione: di S. Rocco, opera dello Scarpagnino, tutta decorata di pitture di Jacopo Tintoretto; e dei Carmini con soffitti di G. B.

VENEZIA - Nettuno offre a V. le ricchezze del mare, di G. B. Tiepolo (metà ca. sec. xviii) - Venezia, Palazzo Ducale.
VENEZIA - Nettuno offre a V. le ricchezze del mare, di G. B. Tiepolo (metà ca. sec. xviii) - Venezia, Palazzo Ducale.(fot. Fiorentini)

Tiepolo. Sulle rive del Canal Grande si affacciano palazzi che consentono di seguire gli stili dell'architettura veneziana in ogni epoca, da quelli veneto-bazantini del sec. XII (Ca' da Mosto, Ca' Loredan, Ca' Farsetti, Fondaco dei Turchi), dalle caratteristiche finestre ad arco rialzato sul piede di imposta, a quelli gotici, tra i quali risplende, oltre il Palazzo Ducale, la Ca' d'Oro.

Nel '400, Pietro Lombardo costruisce palazzi dalle facciate intarsiate di marmi policromi (Palazzo Dario), mentre Mauro Codussi rivela vero genio architettonico nel Palazzo Vendramin-Calergi. Nel secolo seguente il Sanmicheli erige il Palazzo Grimani con senso monumentale, mentre Jacopo Sansovino piega la sua maniera classicista alle esigenze specifiche della tradizione veneziana (Palazzo Corner). Nel '600, Baldassare Longhena esalta il pittoricismo del Sanmicheli e del Sansovino, imprimendo alle sue architetture un ritmo più vibrante e un più risentito gioco chiaroscurale (Ca' Pesaro, Ca' Rezzonico). Nel '700 Giorgio Massari dà il freddo prospetto di Palazzo Grassi. Il debole L. Santi non si rivela in grado di portare lo stile neoclassico all'altezza della precedente tradizione.

Costante fu nel corso dei secoli l'impianto della casa patrizia veneziana: un porticato che immette sull'acqua; un cortile al cui centro si trova il pozzo; ai piani superiori, in corrispondenza del porticato, il «portigo», specie di atrio che disobbliga le varie stanze. A questo tipo appartengono anche i «fondaci», empori riservati alle varie nazioni straniere, come quello dei Tedeschi, probabile opera dello Scarpagnino.

Alla Galleria dell'Accademia si può seguire lo svolgimento della pittura veneziana dalle origini (Maestro Paolo) agli artisti del Quattrocento (Vittore Carpaccio, Giovanni Bellini) che della scuola pittorica diedero le premesse, a Giorgione (La Tempesta), Tiziano, Lorenzo Lotto, Tintoretto, Paolo Veronese, Jacopo Bassano, fino al Tiepolo, al Guardi, al Canaletto, che chiudono quella gloriosa tradizione. Anche nella Pinacoteca Querini-Stampalia sono raccolte opere per la maggior parte di maestri veneziani (Palma il Vecchio, P. Longhi). Alla Ca' d'Oro è ordinata una ricca collezione di sculture veneziane e di pitture di A. Mantegna, Cima da Conegliano, F. Guardi. Ca' Rezzonico è sede di una mostra permanente del Settecento veneziano (pitture di G. Battista e G. Domenico Tiepolo, Pietro Longhi, Rosalba Carriera; sculture di G. M. Morlaiter).

Ca' Pesaro è sede della Galleria internazionale di Arte moderna. Sono pure notevoli il Museo archeologico (con originali di scultura greca e romana), il Museo storico-navale all'Arsenale, dove sono raccolte memorie dell'officina gigantesca nei cui cantieri si apprestavano le opere militari della Repubblica; il Museo di Storia Naturale, dedicato alla flora e alla fauna adriatica. - Vedi tavv. CXXVI-CXXIX.

Bibliografia5 opere
BIBL.: F. Sansovino, V., città nobilissima, Venezia 1581; G. Moschini, Guida per la città di V., II, ivi 1815; P. Molmenti, La stor. di V. nella vita privata dalle orig. alla caduta della Repubblica, Bergamo 1922-25; G. Lorenzetti, V. e il suo estuario, Milano 1926; M. Muraro, V. e le sue isole, Firenze 1953.

Michelangelo Muraro

Informazioni sulla voce

Di Vittorio Piva, Michelangelo Muraro, Pio Paschini

Fonte Vittorio Piva: firma a stampa; Michelangelo Muraro: firma a stampa; Pio Paschini: letta dalla scansione

Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), coll. 1205–1222.

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Piva, Vittorio, Michelangelo Muraro, and Pio Paschini. “Venezia, patriarcato di.” In Enciclopedia Cattolica, vol. XII, coll. 1205–1222. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954. https://azioneromana.com/it/article/venezia-patriarcato-di.

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Piva, Vittorio, Michelangelo Muraro, and Pio Paschini. “Venezia, patriarcato di.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1954, coll. 1205–1222. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/venezia-patriarcato-di.

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