VENETO. - È tutta la regione compresa fra l'arco alpino, il Garda, il Mincio, il Po e l'Adriatico. È divisa in tre unità distinte: Trentino-Alto Adige; V. o Venezia Euganea; Friuli-Venezia Giulia.
I. GEOGRAFIA.
I. IL TRENTINO-ALTO ADIGE
Comprende il bacino dell'Adige a monte della chiusa di Salorno, la valle del Sarca con un lembo del Lago di Garda e le testate di alcuni fiumi lombardi (Chiese) e veneti (Astico, Cimone, Piave); oltre che nelle due province è diviso nelle numerose piccole unità che formano alcune delle sue valli maggiori (di Non, di Sole, di Fassa, di Fiemme, Val Sugana, Val Pusteria, ecc.).È la regione più settentrionale e più montuosa d'Italia: della sua superficie (13.602 kmq., dei quali 6202 nel Trentino) metà è coperta da boschi, in prevalenza conifere, ed un quarto da pascoli, mentre le colture occupano i fondi delle valli, specialmente delle maggiori (Val d'Adige), dove si addensa la popolazione. Grano e granturco prevalgono nel Trentino, segala nell'Alto Adige, patata un po' dappertutto. Le culture arboree da frutto sono largamente diffuse specie nelle conche di Merano e Bolzano, e così pure la vite; l'olivo solo nella regione
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The quick brown fox jumps over the lazy dog.
del Garda. L'allevamento vi ha modesta importanza. Risorse minerarie non mancano, ma sono di piccola entità; tuttavia l'industria ha avuto impulso dal grande sviluppo degli impianti idroelettrici.
La popolazione (729 mila ab.) è tutta italiana nel Trentino, mista nell'Alto Adige, dove vi sono 195 mila parlanti tedesco e 17 mila ladino. Il 28 nov. '48 la regione ufficialmente detta Trentino - Alto Adige ha ricevuto uno Statuto speciale, che riconosce parità di diritti alle lingue italiana e tedesca. Dei 48 mila tedeschi che nel 1939 optarono per l'Austria e vi emigrarono, sebbene siano autorizzati a ritornare in Alto Adige, solo 5000 vi si sono di fatto ristabiliti (fino al 1951). Oltre i due capoluoghi di provincia sono da ricordare Merano (28 mila ab.), una delle più note stazioni climatiche europee, e Rovereto (22 mila ab.), notevole cittadina industriale.
| Provincie | Superficie in kmq. | Popol. cens. 1950 (in 1000 ab.) | Dens. a kmq. | Capoluogo (popol. in 1000 ab.) |
|---|---|---|---|---|
| Bolzano | 7400 | 334,0 | 45 | Bolzano (70) |
| Trento | 6202 | 394,6 | 63 | Trento (62) |
| Trentino - Alto Adige | 13602 | 728,6 | 54 |
II. IL
V. O VENEZIA EUGANEA
Risulta dalla parte nord-orientale della pianura padana, bagnato da fiumi indipendenti dal Po, con la maggior parte delle lagune che si stendono ad E. di esso da una fascia di rilievi prealpini e subalpini esistenti dal Garda alla Livenza; e dal versante meridionale delle Alpi Dolomitiche. Del suo territorio (18.385 kmq.; essendo passata alla Venezia Giulia la provincia di Udine, o Friuli che prima vi era compresa), una metà è pianeggiante, l'altra metà formata da monti e colline. L'agricoltura è fiorente, massime nella bassa pianura, cioè a valle delle risorgive, e dà soprattutto cereali (grano e granturco), foraggi, uva, frutta, e specialmente nel Polesine (fra Po ed Adige), barbabietole, canapa, e tabacco. Diffuso il gelso che alimenta un intenso allevamento di bachi da seta. Anche la collina, dove qua e là prospera l'olivo, è ricca di frutteti, di vigneti, mentre nelle zone di montagna, rivestite di foreste e abbondanti di pascoli, le risorse principali son date dalla silvicoltura e dall'allevamento (bovino), con l'annessa industria dei latticini (burro e formaggi). L'industria ha fatto negli ultimi anni notevoli progressi (specialmente nelle tessili), in virtù dello sviluppo degli impianti idroelettrici e dell'impulso dato al grande centro di Porto Marghera (industrie estrattive, siderurgiche, meccaniche, cantieri navali), che sorge in prossimità di Venezia, la città verso cui converge la maggior parte del traffico della regione, e che ne è di fatto l'unico emporio marittimo.La popolazione (quasi 4 milioni di ab.), che ha una densità assai superiore alla media italiana, vive in larga misura raccolta in centri urbani, molti dei quali, di antica origine, come Verona, allo sbocco della grande via del Brennero, e Padova, la più popolosa città di terraferma, al centro di un fiorente distretto agricolo. Sorta nell'alto medioevo, Venezia, dopo un periodo di grande prosperità (commercio con il Levante), seguito da un lento decadimento, si è risollevata in grazia della sua pur sempre favorevole posizione geografica, sebbene contrastata dalla crescente concorrenza degli altri porti adriatici.
Oltre i capoluoghi di provincia, la Venezia Euganea conta una decina di città ciascuna con oltre 20 mila ab., tutte interne - salvo Chioggia (49 mila ab.), porto pe-
schereccio di notevole importanza - e talora sviluppatesi come centri industriali (Schio, Valdagno).
| Province | Superficie in kmq. | Popol. cens. 1950 (in 1000 ab.) | Dens. a kmq. | Capoluogo (popol. in 1000 ab.) |
|---|---|---|---|---|
| Belluno | 3685 | 2368 | 64 | Belluno (29) |
| Padova | 2142 | 7140 | 33 | Padova (166) |
| Rovigo | 1804 | 3551 | 197 | Rovigo (46) |
| Treviso | 2477 | 6111 | 247 | Treviso (62) |
| Venezia | 2458 | 7399 | 301 | Venezia (316) |
| Verona | 3097 | 6448 | 208 | Verona (178) |
| Vicenza | 2722 | 6077 | 223 | Vicenza (80) |
| Venezia Euganea | 18385 | 39094 | 239 |
III. VENEZIA GIULIA
Nei limiti dell'Italia fisica, la Venezia Giulia si estende su ca. 9000 kmq. e comprende il versante interno delle Alpi Giulie, l'altopiano del Carso, la penisola istriana, e le Isole del Quarnaro. L'Italia non ha conservato, dopo la seconda guerra mondiale, se non un lembo sulla sinistra dell'Isonzo, con la città di Gorizia, lambita essa stessa dal confine iugoslavo. A questi 469 kmq. di territorio della vecchia contesa di Gorizia e Gradisca (che da sola ne misura ca. 3000) si aggiunge, nell'accezione data oggi al toponimo regionale, il Friuli o provincia di Udine, che riproduce, in sostanza, i caratteri del finitimo V. La popolazione (928 mila ab.) è costituita quasi tutta da Italiani (parlanti un dialetto ladino), con esigue minoranze slovene. Oltre i capoluoghi di provincia, due soli centri abitati oltrepassano i 20.000 ab.: Pordenone (27 mila ab.), il maggiore centro industriale del Friuli (cotonificio), e Monfalcone (24 mila ab.), al piede dell'altopiano carsico, anch'esso importante, per le sue industrie (cantieri navali).| Province | Superficie in kmq. | Popol. cens. 1950 (in 1000 ab.) | Dens. a kmq. | Capoluogo (popol. in 1000 ab.) |
|---|---|---|---|---|
| Gorizia | 469 | 133,2 | 283 | Gorizia (41) |
| Udine | 7166 | 795,2 | 111 | Udine (72) |
| Friuli - Venezia Giulia | 7635 | 928,4 | 121 |


# II. STORIA.
(fot. Rodolfo Rensi)
La vita e la civiltà dei Veneti sono sufficientemente documentate nell'età del bronzo, da castellieri nella Venezia Giulia e Tridentina, da palafitte sul Garda da riferire allo stesso periodo delle terramare dell'Emilia, da necropoli e vari oggetti della prima età del ferro nella Venezia orientale (S. Lucia presso Tolmino nella valle dell'Isonzo, Caporetto, S. Canziano nei dintorni di Trieste, nel Carso, a Cividale e S. Pietro al Natisone) e da sepolcreti affini nelle province di Padova, Treviso, Belluno, Verona, Trentino e Alto-Adige. Questi manufatti si prestano a confronti con quelli di Este (Ateste) il centro più notevole e importante della civiltà veneta, città che assume il nome dell'Adige «Athesis», fiume qui scorrente senza ripari, come documentano due epigrafi romane nel Museo atestino, e che poi per l'alluvione del 589 si aprì in un altro letto a 19 km., nel Polesine. Il Museo atestino accoglie le antichità e i monumenti della civiltà euganea-veneta, distinti in tre periodi: italico, veneto e gallico. Il periodo veneto dura fino al sec. III a. C. e le sue manifestazioni artistiche assumono un indirizzo diverso da quello prevalente nell'Emilia: all'ossuario di Villanova (presso Bologna, donde la civiltà villanoviana), si sostituisce una stitula (secchia) bronzea, od un'imitazione della medesima: celebre la stitula Benvenuti in bronzo sbalzato, divisa in tre zone e serie di figurazioni dei Veneti: produttori di stitule (ramai), agricoltori, guerrieri. Su stele, tavolette, lamine e vasi, è inciso l'alfabeto della lingua paleoveneta, che, per la mancanza di iscrizioni bilingui, attende l'interprete e il rivelatore.
Dopo la dominazione etrusca, nel secc. V e IV mi-
grarono nel V. Celti, fermandosi all'Adige. I Veneti, rimasti padroni di Vicenza e di Ateste, loro frontiere avanzate, furono in grado di prestare ai Romani valido aiuto combattendo i terribili vicini mentre altre turbe di questi erano inoltrate verso il centro d'Italia sino ad assalire Roma. «Soltanto in un tempo posteriore troviamo in potere dei Celti anche la regione delle Alpi Carniche; dalla Germania dove stanziavano numerose tribù galliche essi s'infiltrarono nelle valli dell'odierna Carnia, della Carinità e della Carniola; sono noti appunto sotto le denominazioni di Taurisci e Carni e, dalla parte delle Alpi che più tardi furono dette Giulie, vennero a trovarsi vicini agli Istri ed ai Giapidi, mentre si misero in grado di premere sui Veneti abitanti nella pianura. Però, quando avrebbero potuto tentare una conquista da questa parte, si trovarono di fronte un avversario assai più forte dei Veneti: i Romani che nel 222 a. C. sconfissero nella Gallia Cisalpina i Celti e presero Milano, e così anche i Cenomani ed i Veneti, per amore o per forza, dovettero accettare la loro alleanza» (P. Paschini, Storia del Friuli, I, Udine 1934, p. 10).
Nel 181 a. C. i Romani fondarono in territorio carnico-illirico la colonia latina di Aquileia, destinata ad essere poi grande emporio del mondo romano; da Aquileia mossero vittoriosi contro gli Istri (178-177 a. C.) e con il console Caio Sempronio Tuditano contro i Carni, i Taurisci e i Giapidi (129 a. C.); dopo la guerra sociale (89 a. C.) Aquileia è municipio con autonomia amministrativa e le città del V., per la legge Pompeia, sono assimilate a colonie di diritto latino, come Padova, Este, Vicenza.
Dopo le conquiste e le vittorie di Augusto sui popoli transalpini e i Pannoni, il confine dell'Impero fu portato al Danubio; nella divisione augustea dell'Italia in 11 regioni, Aquileia diventa capitale della X regione «Veneta ed Histria», comprendendo il territorio dall'Adda alle Alpi Carniche e Giulie, spostando i confini d'Italia dal fiume Formicone (odierno Risano) fino all'Arsa, includendovi così con Pola quasi tutta la penisola istriana; nel territorio della X regione, già occupato dai Galli Cenomani, sorgono le città di Brescia, Cremona, Trento, Verona, Mantova; nel territorio dei Veneti, tra il Po e il Livenza: Padova, Vicenza, Este, Altino, Adria, Oderzo, Belluno, Feltre; tra il Livenza e il Risano: Concordia (colonia romana, fondata nel 41 a. C.), Aquileia, Trieste (Tergeste), Cividale (Forum Iulii), Zuglio (Iulium Carnicum), Longatico, Nauporto, Lubiana; in territorio dell'Istria: Pola, Parenzo, Nesazio; mentre il resto dell'Istria con Albona, Fianona e la costa lungo il Quarnaro (Liburnia) continuò a far parte dell'Illirico (v. le singole voci). Augusto dimostrò particolare interesse per Aquileia, anche in rapporto ai suoi piani di espansione verso la Pannonia e il Danubio, e collegò organicamente ad essa le arterie stradali.
Dopo Augusto, la storia del V. è subordinata alla storia dell'Impero: sono da ricordare l'invasione dei Quadi e Marcomanni (169 d. C.), Oderzo (v.), le varie opere di fortificazione, episodi come il «bellum Aquileiense», conclusosi con la vittoria del Senato romano e con l'uccisione dell'imperatore Massimino e suo figlio sotto le mura di Aquileia (238 d. C.), la vittoria di Costantino a Verona su Ruricio Pompeiano, generale di Massenzio (312 d. C.), e inoltre la guerra vittoriosa di Teodosio contro i ribelli Massimo (388), Eugenio ed Arbogaste nella valle del Frigido (395), le invasioni dei Visigoti, guidati da Alarico, che arrecarono gravi danni e distruzioni al V. (401-10), le varie incursioni di barbari e particolarmente di Attila (452) con saccheggi e incendi, di Teodorico, che vinse (489) Odoacre ad est di Verona, dove poi costruì la sua reggia: Aquileia, con la Venezia e l'Istria, formò parte del Regno ostrogoto, ch'ebbe per sua capitale Ravenna. Teodorico affidò la difesa d'Italia a popolazioni alamanniche, le quali però non riuscirono ad impedire ai Baiuvari o Bavari, stanziatisi nella Rezia (Baviera), di penetrare nelle valli Venosta, dell'Isarco e Pusteria.
Il cristianesimo, almeno per la parte ad oriente dell'Adige, fa capo ad Aquileia; non se ne hanno però prove sicure prima della metà del sec. III; anteriori alla pace
costantiniana si debbono ritenere con quella di Aquileia le sedi vescovili di Verona, Padova, Parenzo nell'Istria (v. ITALIA, Storia, n. 10). Durante il sec. IV, via via si costituiscono quelle di Altino, Trento, Concordia (le cui recenti scoperte di aree sepolcrali paleocristiane, basiliche cimiteriali dicono tutta la sua importanza nei secc. IV e V), Giulio Carnico e probabilmente Mantova, Oderzo, Feltre, Belluno, Asolo, Treviso, Vicenza, Trieste; ed oltralpe Scarabanzia, Sabaria, Emona nella Pannonia Saviense. Nel sec. V Aquileia è metropoli per i vescovati della « Venetia ed Histria » e i territori della Rezia seconda con la Vindelicia, del Norico e della Pannonia superiore: n'è esclusa Brescia. L'elenco delle sedi è conservato nelle sottoscrizioni del Sinodo di Grado (579), cui intervennero oltre ad Elia, residente a Grado, ma « episcopus sanctae Aquileiensis Ecclesiae », che lo convocò e presiedette, oltre i vescovi sopra detti, quelli di Pola, Cissa (diocesi dell'Istria ora scomparsa), Parenzo e Pedena nell'Istria; di Celcia (Cilli), Agunto (Innichen in Carintia) e Tiburnia (Spittal) nel Norico; di Sabiona (Seben, poi Bressanone, nella Rezia seconda).
Nel sec. VI nuovi avvenimenti e dissensi politici e religiosi determinarono radicali mutamenti nei rapporti interni della Venezia ed Istria, Tre Capitoli (v.) voluta dall'imperatore Giustiniano e sancita dal Concilio ecumenico quinto e secondo di Costantinopoli (553). Il metropolita di Aquileia insieme con i suoi suffraganei non accettò la condanna ponendosi in opposizione non solo con l'imperatore, ma anche con il Papa ed invano Pelagio II e Gregorio I cercarono di convincerlo che non s'era compromessa la definizione del Concilio di Calcedonia, com'essi pretendevano. Anche le maniere forti tentate dall'esarca di Ravenna alla fine del sec. VI si dovettero abbandonare di fronte agli scismatici, i quali intendevano profittare degli sconvolgimenti creati dall'invasione longobarda.
I Longobardi, attraverso le Alpi Giulie erano penetrati in Italia (568) ed avevano costituito a Cividale il primo loro ducato. Ritenendosi sicuri alle spalle s'inoltrarono attraverso la Regio X, tolsero ai Bavari Bolzano e Merano e costituirono il ducato di Trento, oltre quelli di Verona e Ceneda, preoccupati di opporre agli ordinamenti bizantini quelli più in armonia con i loro usi nazionali. Ariani di religione, pur senza particolare fanatismo, incontrarono diffidenza nella gerarchia cattolica, per cui i vescovi veneti lasciarono le loro città più vicine al mare con parte almeno della popolazione urbana per cercare rifugio nelle lagune antistanti, comprese sempre nei confini delle loro diocesi, sulle quali le autorità bizantine conservarono giurisdizione: Concordia a Caorle, Oderzo a Cittanova, Altino a Torcello; quanto ad Aquileia, il vescovo Paolo (557-69), dice Paolo Diacono, « temendo la barbarie dei Longobardi, fuggì nell'isola di Grado e portò con sé tutto il tesoro della sua chiesa » (Hist. Longob., II, 10). L'Istria invece, sulla quale i Longobardi non potevano tenere stabile dominio, rimase soggetta all'esarcato sino alla venuta dei Franchi. L'unità della metropoli aquileiese fu rotta, quando nel 607 l'autorità bizantina riuscì ad imporre a Grado un vescovo di sentire cattolico (Candidiano); allora infatti gli scismatici del continente, sotto la protezione del re longobardo Agilulfo, riuscirono ad avere in Aquileia un vescovo del loro partito (Giovanni) e si ebbero due metropoli: quella di Aquileia per il territorio longobardo e quella di Grado, che si proclamò in seguito Nuova Aquileia con l'Istria e le sedi lagunari man mano che queste si costituirono: Caorle, Cittanova, Equilio, Torcello, Malamocco (più tardi Chioggia); ambedue i metropoliti assunsero il titolo di patriarca. Lo scisma non si estinse sul continente, se non quando a Pavia verso la fine del sec. VII il vescovo di Aquileia lo aburò solennemente ed i suoi suffraganei con lui. Di questi ultimi si sa assai poco e si dubita che la successione episcopale in alcune sedi sia rimasta interrotta; in ogni modo Concordia ebbe il suo vescovo; come lo ebbe Ceneda quale successore di quello di Opitergio.
L'occupazione franca non mutò sostanzialmente lo stato delle cose. Ai duchi longobardi successori i conti franchi, e poiché quello del Friuli ebbe diretta impor-

(fot. Rodolfo Remi)

(da Arte medioevale nell'Alto Adige, Catalogo a cura di N. Ramo, Bolzano, Bld. 107, 66)
Sconvolgimenti religiosi di rilievo non si ebbero nel V. Tre Capitoli. Il moto della Riforma nel sec. XVI tentò di creare focolai d'eresia nell'ambiente umanista delle città, particolarmente a Verona, Padova, Vicenza e Venezia; traccie di anabattismo vengono attestate nella regione; più forti furono i tentativi a Gorizia e Trieste; nell'Istria i due fratelli vescovi Vergerio: Battista a Pola e Pier Paolo (v.) a Capodistria pretesero introdurre una riforma a carattere disciplinare; ma morto il primo e costretto a lasciare l'Italia (1549) il secondo, ogni traccia di protestantesimo venne presto a cessare.
Cessato il dominio veneziano con il 1797, con il Trattato di Campoformio il territorio di terraferma ad oriente dell'Adige fu aggiudicato all'Austria. Ma dopo la vittoria di Austerlitz nel dic. del 1805 questo territorio sino all'Isonzo fu unito al Regno d'Italia; dopo Wagram (6 luglio 1809) esso fu ingrandito con l'aggiunta del Trentino e con le province illiriche di Gorizia, Trieste, Istria, littorale dalmato ed altri paesi non italiani. Con la caduta del Regno italico, il 7 apr. 1815, il V. insieme con la Lombardia entrò a far parte del Regno Lombardo-Veneto, sotto il governo di un arciduca austriaco, residente a Milano. Esso comprese gli antichi territori veneziani di terraferma, modificati i confini ad oriente; rimasero però sotto il diretto dominio austriaco il Trentino, il littorale dalmato ed il cosiddetto Litorale (Kustenland) che comprendeva Gorizia, Gradisca con valle d'Isonzo, Trieste e l'Istria sotto il governo di un luogotenente residente a Trieste. I rapporti ecclesiastici furono sistemati nel 1818 con trattative tra Pio VII e Francesco I (v. VENEZIA). Con il 1866 il V. entrò a far parte del Regno d'Italia, ma il Litorale rimase soggetto all'Austria e non furono mutati gli ordinamenti ecclesiastici; vennero però applicate tosto le leggi eversive sancite nel Regno.
La guerra del 1915-18 riunì all'Italia il Trentino con l'Alto Adige ed il Litorale, modificando i confini delle diocesi di Gorizia e di Trieste; ma con la pace imposta all'Italia nel 1945 i confini furono portati all'Isonzo e si creò quel Territorio Libero di Trieste che non può avere vita autonoma, mentre quasi tutta l'Istria fu assegnata alla Jugoslavia. I rapporti ecclesiastici in questa parte non hanno ancora avuta sistemazione stabile.
III. REGIONE CONCILIARE.
Coincide con la provincia ecclesiastica e pertanto non è vincolata all'obbligo di celebrare il Concilio Regionale plenario, seguendo il disposto del can. 283 sgg. del CIC sul Concilio provinciale. Fanno parte della regione conciliare veneta le seguenti sedi: 1) immediatamente soggette: a) metropolitana senza suffraganee: UDINE; b) arcivescovile: TRENTO; c) vescovile: BRESSANONE; 2) metropolitane: VENEZIA (patriarcato) con le suffraganee di ADRIA, BELLUNO e FELTRE, CHIOGGIA, CONCORDIA, PADOVA, TREVISO, VERONA, VICENZA, VITTORIO VENERO; GORIZIA E GRADISCA con le suffraganee di TRIESTE E CAPODISTRIA (Territorio libero di Trieste). Per il motu proprio Qua cura dell'8 dic. 1938 (AAS, 30 [1938], pp. 410-13) è stato costituito il Tribunale regionale per le cause matrimoniali con sede a Venezia; esso è tribunale di prima istanza per tutte le diocesi della regione e tribunale di appello per le diocesi della regione Flaminia o Romagna. Per la regione veneta, invece, tribunale di appello è il Tribunale regionale milanese. Per il funzionamento di detti tribunali valgono le norme emanate dalla S. Congregazione dei Sacramenti il 10 luglio 1940 (ibid., 32 [1940], p. 304). Cosimo Petino
IV. L'ARTE NEL V.
I. VENEZIA TRIDENTINA
Per la sua posizione geografica la Venezia Tridentina fu soggetta a correnti artistiche varie e a volte opposte. Vi si trovano zone d'influenza chiaramente veneta a nord-est del Garda (Riva, Rovereto, Ala), mentre a ovest del lago prevalgono influenze lombarde. Trento (v.) e il suo circondario hanno una chiara impronta rinascimentale italiana; nell'Alto Adige, a Bolzano e Merano, prevale invece l'elemento gotico e tedesco.La corrente che vi ebbe diffusione più unitaria è indubbiamente quella romanica, di carattere italiano: massimo esempio il duomo di Trento (secc. XII-XIII), cominciato da Adamo d'Arogno e continuato da maestranze di Comacini e Campionesi; interno a tre navate con volte a crociera; portale con protiro. Nel braccio sinistro del transetto, interessanti affreschi della corrente emiliana del sec. XIV con la Leggenda di s. Giuliano, di Monte da Bologna.
Nella piccola chiesa di S. Benedetto a Malles si trovano affreschi preziosi del sec. IX, già pregni del senso plastico dell'arte romanica. A Tubre (alta Val Venosta) è la chiesa di S. Giovanni, fondata dai Cavalieri Gerosolimitani, e a S. Candido la collegiata dei SS. Candido e Corbiniano (sec. XIII), con un solenne interno e vigorosi esemplari di scultura lignea e di pietra. Esistono poi molti esempi di architetture romanico-gotiche, come S. Apollinare a Trento, S. Pietro a Cembra (interno gotico), S. Maria Assunta a Malè in Val di Sole, il duomo di Bolzano (prima metà del sec. XIV). Il gotico durò a lungo in questa regione, con forme italiane che giungono eccezionalmente fino all'Alto Adige, dove però dominarono modelli d'oltralpe. Alla corrente gotico-italiana appartiene la parte più antica del Castello del Buon Consiglio a Trento (secc. XIII-XIV), con la rotonda Torre Grande, romanica. A Fiera di Primiero, la chiesa di S. Maria Assunta, con imponente interno a tre navate di stile gotico, e S. Francesco a Bolzano con bel chiostro.
Il '400 trentino è quasi tutto ancora gotico: sono tipici di questa regione i castelli, caratteristiche costruzioni che mantengono spesso il carattere medievale della loro prima struttura, con sovrapposti elementi di epoca gotica e rinascimentale; spesso conservano affreschi della corrente internazionale profana e cavalleresca, di grande qualità e raro interesse, come Castel S. Pietro presso Calliano, il Castello di Rovereto (ingrandito dai veneziani nel '400), il Castello di Avio (col primo ciclo di affreschi profani del Trentino) a Merano, il Castello di S. Zeno e Castel Tirolo (secc. XII-XIII ceduto nel 1363 agli Asburgo) con bei rilievi romanici, Castel Churburg, in Val Venosta (secc. XIII e XVI) e ancora quello di Pergine in Valsugana (fine del sec. XV) e quello d'Appiano (secc. XII e XVI ora in rovina). Nel Castel Roncolo, a nord di Bolzano, affreschi del '400 con il ciclo di Tristano.
Nella pittura, oltre ai citati esempi della corrente internazionale, cui va aggiunto il ciclo dei mesi nel giro delle mura presso il Buonconsiglio (Torre dell'Aquila), opera di un artista d'oltralpe, una corrente giottesca romagnola giunge fino a Bolzano, dove nella cappella di S. Giovanni della chiesa dei Domenicani lascia un insigne complesso di affreschi (1340). È di grande importanza l'influenza germanica, profonda specie nell'arte popolare che si nota negli affreschi del chiostro romanico del duomo di Bressanone (secc. XIV e XV), ove operò anche Jacopo Sunter, l'ultimo pittore gotico altoatesino.
Da citare ancora i singolari affreschi della chiesa romanica di S. Giacomo a Termeno (sec. XIII) e quelli elegantissimi con le Storie di s. Daniele (sec. XV) nella chiesa omonima a Ora. In S. Procolo a Naturno, affreschi del sec. VIII e IX derivati da miniature irlandesi.
La corrente rinascimentale penetra lentamente verso la fine del '400 e il suo sviluppo, ad esclusione della zona di Trento e di qualche altra rara eccezione, fu sempre contrastata dall'elemento gotico. La fioritura rinascimentale di Trento è dovuta all'inizio al vescovo di Trento dal 1514 al 1539; sorge nel 1520 la bella chiesa di S. Maria Maggiore di A. Medaglia, comasco; nel giro di pochi decenni la città si adorna di palazzi di schietto carattere veneto, tra cui quello del Municipio (sec. XVI), le case Geremia, Salvadori e Rella (questa con affreschi attribuiti al Fogolino) e Palazzo Tabarelli, di scuola lombarda. A Bressanone, dove gli elementi nordici si fondono spesso con quelli rinascimentali, il Palazzo dei principi vescovi ha un bel cortile a tre ordini di loggiati. Ma l'architettura rinascimentale più importante è senza dubbio il complesso del Buonconsiglio. La prima costruzione romanica fu modificata con varianti venete per opera del vescovo Hinderbach nel 1475; poi tra il 1528 e il 1536 Bernardo Clesio fece aggiungere a sud il Palazzo Magno degno di stare a confronto con le più belle regge italiane dell'epoca.

(fot. Alinari)
Lavorarono inoltre in alcune località del Trentino i Baschenis, pittori popolari bergamaschi (affreschi della chiesa di S. Antonio a Pelugo in Val Rendena e della chiesa di S. Vigilio presso Pinzolo, con la famosa Danza macabra dipinta sulla facciata da Simone Baschenis: V. t.V. XLVII). Molte chiese sono affrescate da anonimi pittori popolari trentini e ornate da statue, altari, cantorie lignee di arte locale (con tendenza tra il gotico e il barocco). L'età barocca non ha grande importanza; si ricordano la chiesa del Seminario di Trento disegnata da p. Pozzo, nativo appunto di questa città, la cappella del Crocefisso nel duomo di Trento e, ancora a Trento, le chiese dell'Annunziata e di S. Martino (decorata da Knoller e Cignaroli). Nel Settecento grande importanza assume la pittura per i rapporti con la vicina arte rococò viennese. La famiglia dei Guardi è originaria della Val di Non (a Vigo, nella parrocchiale, pittore di Antonio e Francesco Guardi). È questo il momento in cui fiori un gruppo di notevoli pittori che trovarono spesso la fama in altre città d'Italia: Alberti, Unterpergher e il Lampi.
Nell'800, ogni attività artistica ristagna. Notevole ancora la pittura del Segantini e, sul finire del secolo, quella di Umberto Moggioli.
II. VENEZIA EUGANEA
Con l'affermarsi della civiltà romana nella regione cominciano ad apparire anche i monumenti che di questa civiltà fanno mirabile testimonianza e si moltiplicano attraverso il periodo che si conclude, grosso modo, con l'invasione longobarda. Sono monumenti sepolcrali, di cui splendidi esempi si trovano soprattutto in Aquileia, statue e rilievi, notevole prodotto di arte provinciale; anfiteatri ancora in buona
(fot. Vardivna)
Sull'attività pittorica nel V. l'influsso dell'Oriente fu continuo e la pittura veneta si formò proprio da questo rapporto fra l'antica civiltà orientale e quella occidentale. A Venezia e sulle coste predominò a lungo l'elemento bizantino che produsse gli splendidi musaici di S. Marco al tempo del doge Domenico Selvo (sec. XI), mentre nel
conservazione come a Pola, Verona e, assai meno, a Padova; teatri come a Trieste e Verona; templi ed archi come a Pola e Verona mentre ad Aquileia si sono scoperte parti notevoli del Foro. Avanzi di edifici di minore importanza e di ville s'incontrano in tutta la regione. Numerosi poi i musaici, specialmente in Aquileia. Le Aquileia (v.) dai primi decenni del sec. IV al VI, ma se ne hanno solo le piante coperte di musaici, come a Giulio Carnico, mentre sono conservate nelle loro linee quelle della Vergine e di S. Grado (v.), di Eufrasio a Parenzo (v.), dei SS. LICENZA (v.), Trieste (v.).
retroterra veneto si espandono forme romanico-settentrionali, a Verona con notevoli apporti germanici. Alla metà del sec. XIII alcuni musaicisti di S. Marco manifestarono rapporti con l'arte romanica e assunsero un'intensità drammatica che solo la scultura aveva raggiunto: sembrò quasi che Venezia si staccasse dall'Oriente (musaici dell'atrio).
La scultura paleocristiana ebbe nel V. forme tardoromane ereditate da Ravenna: S. Marco fu adornata di bassorilievi e capitelli e statue paleocristiane (cattedra di S. Marco, la Natività, ecc.). Nel retroterra sono presenti forme longobarde-carolingie in sculture di carattere decorativo. Nel sec. XIII l'arte bizantina ha di nuovo gran peso sul V. marittimo: molti bassorilievi ed opere di carattere più specificamente decorativo (transenne) ornarono le chiese e molti artefici bizantini vi lavorarono, formando una loro scuola, che tuttavia teneva conto della nuova arte romanica. Nella terraferma, a Verona, si afferma la corrente lombarda con Niccolò, che decora la facciata di S. Zeno, rielaborando motivi ellenistici e bizantini; le formelle in bronzo dei portali della stessa chiesa sono di scuola romanico-tedesca. La nuova corrente gotica non fu subito accolta nell'ambiente veneto che l'assorbì lentamente; vi prese poi grande sviluppo nei primi tre decenni del '400, accentuando sempre più gli elementi decorativi. Nella terraferma ci sono S. Anastasia e il duomo di Verona, S. Fermo e gli Eremitani a Padova; a Venezia le chiese gotiche degli Ordini Mendicanti, la cui costruzione si protrasse nel '400: SS. Giovanni e Paolo e i Frari, quasi contemporanee, e poi S. Stefano, più semplice, la Madonna dell'Orto, il Carmine e S. Zaccaria (interno), tutte a tre navate, con volte a crociera. Elementi caratteristici sono le colonne, i tiranti che riducono la funzione dei contrafforti, gli archi che si sviluppano in ampiezza. Più tarde, a una navata, S. Maria della Carità e S. Gregorio. È di questo periodo la costruzione definitiva del Palazzo Ducale che, castello prima, cominciò ad assumere la forma attuale verso il 1340, dopo varie riedificazioni, e ricevette l'impronta di quel gotico fiorito, caratterizzato dal predominio dei vuoti sui pieni, che dominerà a lungo a Venezia. Altro splendido esempio di questa architettura leggera, in armonia con la luce e tutta risolta in superficie, è la Ca' d'Oro; tra le architetture civili sono ancora da ricordare Ca' Foscari, Ca' Pisani, i Palazzi Priuli, Soranzo, Van Axel, Contarini-Fasan. Nel '300 lavorò a Padova Giotto (cappella degli Scrovegni), la cui arte esercitò un'influenza profonda nella regione. Per comprendere però i successivi sviluppi della pittura nel V. bisogna sottolineare l'importanza della scuola dei miniaturisti riminesi e romagnoli. Ecco Tommaso da Modena (con influssi gotici e senesi) che lavorò specialmente a Treviso; Altichiero al Santo di Padova, e poi Stefano da Verona. A Verona operò Pisanello, il genio più alto del gotico internazionale in Italia (affreschi a S. Fermo e a S. Anastasia). A Venezia, Paolo Veneziano è ancora impregnato di modi bizantini e influenza il padovano Guariento; ma Lorenzo Veneziano è già attratto nel mondo gotico, e così Jacobello del Fiore, che subisce il fascino di Pisanello. Con i grandi apporti che la pittura di Gentile da Fabriano dà a Jacopo Bellini e Alvise Vivarini, si è ormai alle soglie della Rinascenza.
Nel campo della scultura persiste ancora qualche bizantinismo (sarcofago dei SS. Sergio e Bacco), ma per il resto la corrente gotico-veneta è tutta sotto l'influenza dell'Antelami e forse, indirettamente, anche dell'arte francese: notevoli, a Padova, il portale di S. Giustina; a Venezia, il Sogno di S. Marco (Basilica Marciana) e la decorazione del portale maggiore della stessa Basilica, in cui si notano ancora influssi bizantini nella sensibilità pittorica. A Padova è presente Giovanni Pisano (Madonna e angeli agli Scrovegni), Nino Pisano lavora a Venezia al monumento Corner a S. Giovanni e Paolo. Sia a Venezia che a Padova, i due toscani lasciarono traccia profonda in una scuola che, come sempre, elaborò il loro apporto e lo trasformò in un linguaggio veneto. Di questa scuola fecero parte molti maestri che lasciarono opere in tutta la regione; i più noti sono i fratelli Jacobello e
Pier Paolo dalle Masegne che furono attivi anche a Mantova, a Bologna e in Lombardia e sono autori delle statue dell'iconostasi di S. Marco. Balduccio da Pisa portò a Verona l'insegnamento dei Pisani e influenzò quei maestri campionesi cui si devono le arche scaligere.
Sui primi del '400 alcuni grandi artisti toscani vengono chiamati nel V.; dopo l'incendio che devastò S. Marco nel 1479, Paolo Uccello e Andrea del Castagno furono chiamati dalla Repubblica a infondere nuova vita alla scuola del musaico ormai decadente. E i due maestri, pur non rinnovando i fasti dell'antica decorazione, la portarono a un alto livello. Così a Padova Filippo Lippi (lavora al Santo) portò il verbo nuovo della Rinascenza, influenzando alcuni maestri locali. Dalla scuola dello Squarcione esce il Mantegna (cappella Ovetari, agli Eremitani), e dal 1443 lavora a Padova per dieci anni Donatello; questa città è ora il centro artistico più vitale e fecondo per la diffusione dei problemi e dell'arte rinascimentale nel settentrione. Mantegna (v.) si può dire derivino e prendano novello vigore tutte le scuole rinascimentali del V. Lombardia. I veneti risolveranno sempre più i problemi di forma e di spazio nel colore, il loro elemento naturale, essenziale della pittura musiva. Allora si può dire che in ogni città del V. fiorì una scuola: a Padova, a Verona, dove pure fu vivissima l'influenza mantegnesca, con F. B. Bonsignori, D. e F. Morone, G. dei Libri, Liberale e F. e G. Caroto. La scuola veneziana sta per dare i suoi Bellini (v.). Oltre a Donatello, lavorano a Padova altri scultori toscani come Dello Delli, Michele da Firenze, Pietro Lamberti e Agostino di Duccio, che col loro esempio liberano dagli influssi gotici la scultura veneta. Da loro si formano Niccolò Pizzolo, autore della pala degli Eremitani (terracotta), Bartolomeo Bellano (che lascia opere al Santo, a S. Giustina, agli Eremitani, a S. Francesco, ecc.) e inoltre Andrea Briosco detto il Riccio, famoso bronzista che si distingue per uno spiritoso realismo. A Venezia, dalla bottega di Bartolomeo Bon, autore della Porta della Carta, escono scultori («taiapiera») toscani, veneti, e lombardi, come Matteo Raverti, che lavorò in Palazzo Ducale, e Andrea da Milano. Grande fama ebbe anche la bottega di Pietro Lombardi, che lavorò con i figli Antonio e Tullio e fu influenzato da Agostino di Duccio; i Lombardi lasciarono opere anche a Padova (Santo) e a Treviso (Duomo). Nella seconda metà del '400 appare a Venezia il genio di Antonio Rizzo che creò il suo capolavoro nelle statue di Adamo ed Eva in Palazzo Ducale; in cui finisce ogni goticismo e nasce un nuovo senso plastico, caratterizzato da masse fluenti e luminose.
Pietro Lombardo fu anche architetto, con spiccata tendenza alla decorazione più che a creare definite strutture (chiesa dei Miracoli, Palazzo Dario), mentre Mauro Codussi è sorretto da un vero genio architettonico e organizza gli spazi e dà alle nervature la loro missione funzionale (facciata di S. Zaccaria, S. Maria Formosa, S. Giovanni Grisostomo, S. Michele in Isola). Nel 1527, dopo il sacco di Roma, giunse a Venezia il Sansovino che vi ebbe moltissima fortuna; tra le sue opere principali vanno ricordate la Zecca, la Libreria di S. Marco, la chiesa di S. Francesco della Vigna, il Palazzo Cornaro, la loggetta del campanile. Egli seppe adattare le sue esperienze classiche e romane all'atmosfera particolare di Venezia, dando alle sue costruzioni ritmi scanditi dal predominio dei vuoti sui pieni, con evidenti ricerche pittoriche. Verso la metà del '500 fiorisce il più grande architetto veneto, PALLIO (v.). Nel V. operarono inoltre il Falconetto, che deriva dal Bramante e dal Peruzzi, il Serlio, particolarmente noto come teorico, fra' Giocondo (loggia in Piazza dei Signori a Verona) e, so-

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Intanto la scuola di Giovanni Bellini dà i suoi stupendi frutti; ormai a Venezia il colore è libero di ogni soggezione al disegno, è come un soffio vitale che anima, nella luce dei suoi rapporti, paesaggi e figure umane. In questa direzione, decisivo fu anche l'apporto di Antonello da Messina, attivo a Venezia e a Milano nel 1475-1476 (Pietà del Correr). Da questo maestro, che fuse in alta sintesi poetica i raggiungimenti pierfrancescani con gli apporti fiamminghi, fu particolarmente influenzato Alvise Vivarini, che poi si avvicinò al Giambellino, col Basaiti, B. Montagna (Vicenza) e Cima da Conegliano. Sul finire del '400 furono nella bottega del Bellini: V. Catena, il Bissolo, Rocco Marconi, G. M. Pennacchi (Treviso), B. Boccaccini (Cremona), F. Mazzola (Parma), N. Rondinello (Ravenna). Giorgione da Castelfranco ([v.] pala a Castelfranco) viene dal Giambellino ed è il fiore mirabile della sua scuola; Tiziano (v.) viene a sua volta da Giorgione, ed altrettanto si Palma il Vecchio (v.). Fioriscono in questo periodo il Pordenone, che predilige le forme monumentali, Lorenzo Lotto che, per la sua raffinata inquietudine e gli accenti nordici dei suoi freddi colori, ha un posto particolare nella storia della pittura veneziana; A. Previtali, il Cariani, che deriva da Palma il Vecchio e dal Lotto, Bernardino Licinio, Savoldo, Romanino, Moretto da Brescia e Bonifacio de' Pitati e il Torbido di Verona, A. Schiavone, Paris Bordone.
Nel primo '500 opera a Venezia anche Sebastiano del Piombo, che poi subirà l'influsso di Michelangelo; mentre aprirono nuove strade: Paolo Veronese, Tintoretto, J. Bassano.
La scultura del '500, che nel V. LOMBARDIA, riceve nuovo impulso da Jacopo Sansovino, toscano, cui giustamente il Vasari riconosce «facilità, dolcezza, grazia e un certo che di leggiadro»; questo maestro, oltre alle statue della Loggetta, lasciò il monumento Venier e i Giganti della scala omonima (opera della sua scuola). Tra i suoi seguaci: Danese Cattaneo, Tiziano Minio, Tiziano Aspetti bronzista assai raffinato, G. Campagna di Verona e A. Vittoria di Trento, che dominò a Venezia con una spiccata tendenza a pittorici effetti di luce e ombre.
Alla fine del sec. xvi V. SCAMOZZI, VINCENZO, dottissimo teorico, diffonde con le sue opere un accademismo che blocca il naturale svolgimento delle architetture rinascimentali nel V. Il primo a ritornare alla tradizione fu

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Nel Seicento, la pittura a Venezia subisce una battuta d'arresto: gli epigoni dei grandi veneziani o si limitano all'imitazione dei maestri o si lasciano attrarre dal manierismo più comune, o continuano a sfruttare il colore di Tiziano. Pure in questo momento «l'Europa parla in pittura una stessa favella, la veneta». E a Venezia e nel V. il filone autentico riprese valore soprattutto per opera di artisti forestieri: D. Fetti che ebbe grande influenza anche su G. Liss, un tedesco che lavorò a Venezia in quegli stessi anni (fino al 1630), portando la pittura ad una grande libertà unita a raffinati preziosismi di stile. Nel 1630 giunse a Venezia B. Strozzi (Genova), che nell'eredità del Fetti chiarisce le qualità del suo estroso temperamento. Il filone più vivo della tradizione veneta continua con F. Maffei (Vicenza) e S. Mazzoni, il Mola, il Ruschi, lo Zanchi e il Langetti.
In questo periodo la scultura si sviluppa come decorazione: alla Salute lavorano molti artefici sotto la guida del fiammingo Giusto Le Court. Si recano a lavorare a Venezia scultori di ogni città d'Italia: il Parodi (Genova), il Maaza (Bologna), il francese Perreau e i tedeschi Weyering (S. Moisé) e Barthel (monumento Pesaro ai Frari). Tutti finiscono per assumere i modi pittorici locali.
Nel Settecento a Venezia l'architettura ritorna ai modelli palladiani; esterni maestosi a cinque ordini corrispondono ai leggeri e capricciosi interni rococò. G. Massari (prima metà del '700) è l'autore di Palazzo Grassi, delle chiese della Fava e dei Gesuati. Da ricordare anche T. Temanza (chiesa della Maddalena) e A. Tirali (chiesa di S. Vitale e pronao dei Tolentini).
Nel '700 la pittura si avvia nuovamente a riconquistare il primato attraverso l'Amgoni, G. A. Pellegrini e S. Ricci. Piazzetta (v.) «che spalancando ad un tratto le porte del Settecento reca alla pittura veneziana la volontà e il senso essenziale di uno stile che significa costruzione plastica, severità lineare, concisione coloristica, che è semplificazione della tavolozza a pochi toni quasi per ridurla a forza energetica di ombra e luce» (Pallucchini). Nella sua orbita ha inizio l'attività di G. B. Tiepolo (v.), che poi attraverso il Ricci si rifà ai modi di Paolo Veronese. Nell'orbita di G. B. Tiepolo e di S. Ricci vanno ricordati, per apporti minori ma sempre validi, G. B. Pittoni, F. Fontebasso, G. B. Cignaroli e nel campo della pittura decorativa G. Diziani, J. Marieschi, lo Zugno, il Guarana, il padovano Crosato e infine il Novelli. Intorno al Piazzetta si trovano G. Angeli, il Cappella, i due Maggiotto, il dalmata Filippo Bencovich, la fama dei quali si sparse per tutta Europa specialmente attraverso le incisioni. Interprete profondo ed acuto del '700 veneziano è Pietro Longhi, che nelle sue piccole tele fissa episodi di vita quotidiana di una società che si avvia al tramonto. Il figlio di lui Alessandro fu celebre come ritrattista; in questo genere ebbe grandissima fama per i suoi pastelli Rosalba Carriera. Nel '700 fu particolarmente importante a Venezia e nel V. la scuola dei vedutisti veneziani, aperta dal friulano L. Carlevaris; alla sua bottega si iniziò il Canaletto sulla cui pittura influì lo svedese Richter. Da lui deriva il nipote Bernardo Bellotto. Mentre nel Canaletto «la realizzazione pittorica è mediata dall'inquadratura prospettica», su premesse completamente diverse si forma la pittura di F. Guardi, artista solitario. In lui il rapporto tra figura e spazio è essenzialmente pittorico: «egli realizza una luce atmosferica, pulviscolare, dentro la quale la forma è come dispersa, immersa nella natura stessa della luce» (Pallucchini).
Tra gli scultori del sec. XVIII si ricordano qui il Marchiori, il Bonazza e il Morlaiter, che continua la sensibile tradizione pittorica dei veneti. Nello stesso ambiente si forma A. Canova, che poi diventerà il massimo esponente della corrente neoclassica.
Nell'Ottocento, la tradizione coloristica continuerà nei limiti dell'aneddoto provinciale; hanno tuttavia una loro notevole personalità, rientrando nella storia della pittura italiana del tempo, G. Favretto, l'Hayea, di educazione lombarda, M. Grigoletti, G. Ciardi cui i rapporti con i macchiaioli danno una maggiore vivezza, L. Nono, A. Milesi, Zandomeneghi, che emigrò a Parigi e fu influenzato dagli impressionisti. Fra gli scultori devono essere soprattutto ricordati il Selva, il Dal Zotto e specialmente il Borro.
Fra i contemporanei il maggior pittore è G. Rossi e lo scultore più importante A. Martini di Treviso, che attraverso molteplici esperienze influì decisamente sulla scultura italiana moderna.
III. VENEZIA GIULIA
Tra i secc. VII e VIII, la regione subì il dominio longobardo. A Cividale, che fu la capitale longobarda del Friuli, resta, insigne monumento di questo periodo, l'oratorio di S. Maria in Valle, costruito probabilmente sotto il patriarcato di S. Paolino, con elementi romani e bizantini; ha stucchi meravigliosi e affreschi coevi agli stucchi. Nel Museo archeologico locale e nel duomo sono raccolti frammenti con monumenti romani, barbarici e preistorici ed importanti opere d'arte dell'età posteriore. Nei plutei di Cittanova d'Istria si notano, oltre a motivi decorativi classici, raffigurazioni di animali di vigorosa fantasia, preludio all'arte romanica, la quale non portò tante modificazioni negli elementi funzionali, quanto in quelli decorativi. Si ricordano S. Anastasia di Zara a tre navate (sec. XIII) con capitelli di vario stile. S. Lorenzo del Pasenatico, la basilica di Muggia Vecchia.la chiesetta di S. Silvestro a Trieste e infine S. Giusto, sorta nel sec. XIV dall'unione di due chiese preesistenti: l'Assunta, a tre navate, e la prima S. Giusto, più piccola e anch'essa a tre navate. La nuova basilica manca di unità, ma le cinque povere e austere navate creano un'atmosfera solenne. Vi sono capitelli classici e bizantini e i musaici sono coevi a quelli di S. Marco; gli affreschi dell'abside con le Storie di s. Giusto, martire, sono di Altichieri da Zevio. Nel Friuli sono degni di menzione S. Maria di Castello a Udine (con facciata lombardesca), S. Francesco a Cividale (sec. XIII), quello di Udine, il duomo di Gemona (di G. Griglio), opera di transizione con interno ad archi gotici.
L'età gotica si sviluppa sotto il dominio di Venezia cui, dalla metà del '200, anche l'Istria va assoggettandosi. In questo periodo tutto riflette la presenza della Repubblica di Venezia: ovunque si trova ancor oggi il suo suggello, il Leone di s. Marco. Vi lavorarono pittori, scultori e architetti veneziani, sicché si può parlare di arte veneziana. Tra le architetture si ricordano il duomo di Pola, di origine paleocristiana, ma con trasformazioni gotico-provinciali (sec. XV); la chiesa di S. Francesco costruita dai Frati Minori, molto attivi in Istria; il duomo di Muggia con facciata ad arco inflesso simile a quello della chiesa della Carità in Venezia; la piccola chiesa di S. Giacomo a Capodistria, il duomo di Udine (con affreschi di Vitale da Bologna) romanico-gotico, in seguito rimaneggiato, e quello di Venzone.
Tra le architetture civili e private, i palazzetti di Pola, Pirano (la città che più riecheggia Venezia), Parenzo, Capodistria; le case veneziane con bifore e trifore di Pirano, di Udine, di Pordenone e di altri centri, i castelli che fiorirono un po' dovunque e tra i quali si ricordano quello di Colloredo di Montalbano, con tre cinte di mura. Ovunque la Repubblica pose fortificazioni, mura e torri assai belle. Il Castello di Gorizia invece, come il duomo di Pisino, ha influssi tedeschi dovuti alla dominazione dei conti di Gorizia di origine tedesca; Trieste non subì al contrario alcun influsso dal nord. Nell'abside maggiore della sua Cattedrale erano affreschi - ora perduti - di scuola friulana. La scuola dei De Sanctis, scultori veneti formatisi su Nino Pisano, lascia opere a Udine e a Capodistria. La penetrazione dell'arte veneziana continua nel sec. XVI, con carattere più unitario, in tutta la regione, compreso il Friuli. A Capodistria lavorano nel Duomo i Dalle Masegne e Tullio Lombardo.
Alla metà del '500 Jacopo Sansovino restaura S. Maria del Canneto a Pola; a Udine opera il Palladio; a Brioni fioriscono eccellenti maestranze di lapicidi. La pietra d'Istria conferisce nuova e particolare austerità ai modelli veneti. Non vi furono molte costruzioni originali, ma numerose trasformazioni e rifacimenti: il duomo di Osséra è un'architettura rinascimentale con facciata ad arco e portale lombardesco, come anche il duomo di Cherso; il duomo di Cividale, ampliato e rifatto su disegno di P. Lombardo; il bel Palazzo del comune di Venzone (sec. XIV e XV) e il Palazzo comunale di Gemona, il Castello di Udine (architettura di G. Gontana), ora Museo civico, e quello di Sanvincenti. Tra i pittori, G. Martini da Udine (opere a Udine, a Portogruaro, ecc.), di origine tolmezzina, fu influenzato da Alvise Vivarini e da Cima da Conegliano; ha influenzato cimesche anche Pellegrino da S. Daniele; Gianfrancesco da Tolmezzo decora la chiesa di S. Martino a Socchieve; di G. Martini è scolaro Giovanni da Udine che nel Friuli operò come architetto. Per le città dell'Istria e della Dalmazia lavorarono Vittore Carpaccio e il figlio Benedetto, Tiziano, Paris Bordone e Palma il Vecchio, Paolo Veronese e Jacopo Bassano. Nel Friuli operarono G. A. da Pordenone, emulo di Tiziano (coro della parrocchiale di Travesio,

Con la caduta di Venezia si interrompe la tradizione veneta e l'arte entra nell'ambito italiano ed europeo, senza che vi si produca nulla di eccezionalmente notevole. Del periodo neoclassico si ricordano S. Antonio Nuovo e il Teatro Verdi a Trieste, dove si sviluppa una scuola accademica locale con influssi viennesi. Nel Museo Revoltella di Trieste, fra le molte opere dell'Ottocento, è conservato un notevole ritratto di signora di G. Tominz. Friulano è M. Grigoletti, notevole pittore che si forma a Venezia ed è maestro di G. Favretto.
Michelangelo Muraro
V. FOLKLORE.
Folkloristicamente, oltre che per la lingua, il popolo veneto è tra i meglio definiti e individuati d'Italia. Non
che gli elementi folklorici siano tutti o la maggior parte autoctoni, ma certo è che essi hanno assunto caratteristiche locali tali da potersi dire tipici e propri di quella zona. La quale comprende un'unica regione l'intero territorio delle Tre Venezie, presentando una spiccata uniformità, pur con le naturali variazioni tra montagna e pianura, tra campagna e città, dei tratti fondamentali del carattere di quelle popolazioni e delle loro manifestazioni tradizionali: da questa continuità di cultura folklorica si stacca, come per il dialetto, il Friuli.
Il tipo più comune di canto lirico monostrofico nella tradizione popolare delle Tre Venezie è la cosiddetta villoletta veneta, che è stilisticamente caratterizzata da un linguaggio dialettale nobilitato, dalla semplicità e linearità dei modi espressivi, velati spesso da un senso satirico, e che metricamente rappresenta la sopravvivenza dello strambotto, formata com'è da due, quattro, sei o anche otto endecasillabi rimati, o assonanzati alternativamente, con la coppia di chiusa a rima baciata. Foggiate in questo schema sono le serenate o mattinate, chiamate nella Val Lagarina mazzinae, diffuse tra i Veneto-giuliani e nel Trentino sin da età lontana, come dichiara un bando ecclesiastico del 1551 che proibiva di fare mattinate la notte in Trento durante la Quaresima. Da non confondere con la veneta è la villoletta friulana, che è una strofa propria e soltanto del Friuli (con qualche traccia d'infiltrazione nella Venezia Euganea e nella Lombardia), composta di una semplice quartina di ottonati, nel cui breve cerchio melodico si racchiude un desiderio, una lode, un complimento. Né il V. sacre e profane. Delle prime, numerose sono le versioni della Passione Italia Centrale I e III. Delle altre, carattere particolarmente conservativo rivela l'area istriana, dove oltre i canti del comune repertorio veneto (Donna lombarda, Pesca dell'anello, Bevando sonuifera, Palso pellegrino, ecc.), s'incontrano canzoni più rare, quali La fuga, La morte occulta, Il marito ucciso, Il testamento dell'avvelenato.
Ricchissima la novellaistica. Le leggende romanzesche vive nei paesi veneto-giuliani comprendono tutti i più importanti cicli, a eccezione di quello brettone della Tavola rotonda; nel ciclo del Risorgimento emerge, specie a Buie e a Visinada, la figura di Garibaldi. Le leggende storiche traggono argomento dalle battaglie fra gli antichi Istri e Romani, dalla guerra di Chioggia tra Venezia e Genova e dalle lotte degli Istriani contro gli Slavi invasori. Gesù e la Madonna, Angeli e Santi (fra cui specialmente, nelle terre giuliane, s. Niccolò, s. Martino, s. Giorgio) sono i personaggi prediletti delle leggende sacre. Numerosissime sono infine le leggende sui fenomeni naturali e soprannaturali, per cui il popolo si è creata una sua mitologia di esseri fantastici, invocati di solito per intimorire i bambini inquieti e disubbidienti; tali sono, nel Trentino: oltre al Diavolo e all'Orco, il Salvanèl, il Calcatrapole o Calcaròt, il Basadòne, il Barzola; nella Venezia Giulia: il Balarin, il Massariol, il Sión; nonché dappertutto vari tipi e nomi di streghe.
Delle varie credenze e usanze che segnano il ciclo calendariale si ricordano le più caratteristiche. Nei giorni precedenti l'Epifania usano in molti luoghi del V. cantare la Stela: al tramonto, una compagnia di giovani fa il giro di questua per le case del paese, recando appesa a una lunga pertica una stella di carta, e cantando laudi a Gesù e alla Madonna, o la storia dei Magi. Tra i riti di carnevale si ricordano nel folklore trentino la mascherata degli aratori a Mésero e a Predazzo, la mascherata dei mesi a Cembra e la caccia al Salvanèl a Panchià e a Tésero: i personaggi di quest'ultima sono, oltre al Salvanèl, che è un uomo coperto con pelle di capra o di pecora e con ramoscelli d'abete o di pino verde, la Cavra barba (capra con la barba), un Arlecchino e vari cacciatori. Notissime in tutto il V. le maschere di Arlecchino, vestito di cenci variopinti, Brighella (l'antico Zanni) e Pantalone, il re del Carnevale. Nel giovedì di mezzaquaresima era un tempo uso comune di segare o bruciare la vècia, fantoccio rappresentante la Quaresima. A Calendimarzo, inizio di un ciclo stagionale, ha luogo in molte vallate del V. l'annuncio pubblico dei fidanzamenti, con usanze che sostanzialmente si ricollegano a quella de lis cidulis, sopravvivente
nella Carnia. In Val di Fiemme la festa veniva organizzata dalle associazioni giovanili: la compagnia eletta si recava sotto le finestre delle ragazze a cantare il maridazzo, con cui si assegnava la più bella di bangeral, capo dell'associazione, e quindi un'altra al sotobangeral, e via via agli altri componenti la compagnia. A Chizzola la cerimonia avveniva attorno ad un falò, fra le rovine di un vecchio castello, e mentre si svolgeva il dialogo cantato, tra grida e spari i giovani agitavano i tizzoni accesi lanciandoli, in segno di allegria e d'augurio, giù dalla rupe. Pasqua segna in molte località l'inizio della primavera. Elementi indicativi del suo significato propiziatorio sono a Verona le brassadele, specie di ciambelle dorate, simboleggianti il Sole, che nelle botteghe di campagna si vedono infilate ad alberelli, detti bastoni; e il gioco, diffusissimo, delle uova (a scoceta, a rompiovo, a righèla), talvolta tinte a più colori in segno propiziatorio. Tracce del culto primaverile di s. Giorgio (23 apr.) presenta il folklore veneto-giuliano: in molti paesi dell'Istria si fa la prima processione propiziatoria per il raccolto e a Cherso si benedice l'acqua che serve poi per la benedizione dei campi e degli armenti. Nella notte di S. Giovanni si faceva un tempo veglia nel Bellunesc (vea de s. Zuane); in Cadore si accendono i grandi falò, di cui si raccoglie la cenere benedetta e si conserva come amuleto contro le frane. Molte virtù medicali e protettive si attribuiscono alle erbe: erba dela incontradora o de s. Zuane è detta nel Bellunesc una speciale erba che si brucia contro i temporali. Vari e largamente diffusi (a Venezia, p. es.) i modi di trarre, in quel giorno, pronostici sull'avvenire e specialmente sul matrimonio.
Notevole valore spettacolare hanno alcune feste di tradizione locale, come quella del Redentore a Venezia (terza domenica di luglio), votata dal Senato veneziano per la liberazione della città dalla terribile peste del 1575, e caratterizzata dalla storica regata in costume sul Canal Grande; la Rua (ruota) a Vicenza, consistente in una grande macchina lignea a forma di torre, con la statua della Giustizia in cima e la ruota nel mezzo, che veniva recata in processione a spalla da 80 portatori, nel giorno del Corpus Domini, e il baccanale del guoco a Verona, il venerdì grasso. Della pittoresca cerimonia veneziana dello «sposalizio del mare» in occasione della festa dell'Ascensione o Sensa persiste il ricordo nel modo di dire andár a la sensa, nel senso di perdere la testa: «... il Doge saliva in quel giorno solennemente sul Bucintoro, tutto parato di zendado; e, seguito da un superbo accompagnamento di gondole, battelli e barche di ogni forma più elegante, adorne di rasi e di fiori, si recava fino al Lido, in mezzo ad un incessante sparar di cannoni, da tutti i bastimenti e le navi che si trovavano all'intorno, ed allo scampanar festoso di tutte le chiese di Venezia. E, aceso al Lido, gettava in mare l'anello d'oro, pronunciando le famose parole: 'Noi ti sposiamo, o mare, in segno di vero e perpetuo dominio'» (Olivieri).
Il ciclo della vita umana nel V. è anch'esso ricco di elementi etnograficamente interessanti. Dei riti del culto arboreo si segnala a Pinzolo, nel Bellunesc, l'omaggio fra gli innamorati di un ramoscello verde, simbolo di giuramento; l'uso osservato nei paesi friulani, di collocare il ceppo sulla soglia di casa dell'amata, come richiesta nuziale, e la cerimonia, praticata in più luoghi, specie in passato, delle nozze con gli alberi. Caratteristica usanza del Polesine è di far la levata della sposa: in certi villaggi del Sette Comuni si svolgeva un dialogo, secondo uno schema tradizionale, fra i parenti dello sposo e la famiglia della sposa, e tutta la scena rammemora il costume della ragazza che si nasconde prima di accedere alle nozze, tuttora diffuso in aree notevoli d'Europa. Durante il corteo, in molti luoghi del V. si faceva la sharra, con fiori e nastri, e per ottenere il passaggio gli sposi erano obbligati a dare un'offerta. A Belluno per attraversare il ponte del Piave gli sposi dovevano pagare un diritto di pedaggio alla compagnia degli zattieri: la tradizione indica e segna un rito di passaggio materiale. Notevole traccia del rito delle notti di castità si ritrova in diversi luoghi del V., dove la prima notte la sposa dorme sola, mentre lo sposo veglia con gli amici, e la
festa si protrae talora per tre giorni. Degli usi funebri singolare è il nome di anzoleto dato all'allegro scampanio con cui si annuncia la morte di un bambino o di una bambina, nome che si ricollega al motivo espresso in una ninna-nanna chioggiotta: «Fussistu nato per anare in cielo / I anzoli godaria el to viso belo!».
Elementi tradizionali e singolari del costume sono a Chioggia per l'uomo il berrettone rosso o azzurro con o senza fiocco, giacca ruvida, zoccoli pesanti (muloti) e cappello con cappuccio; per la donna, la tonda, ampio fazzoletto di percale, doppio d'inverno, che nei giorni di festa viene sostituito dalla pieta, di tela finissima e ornata di merletti, a Venezia lo scialeto (detto una volta zendale o zendaleto), un tempo colorato, ora nero e frangiato. Il costume femminile veneto-giuliano e istriano è ricco di merletti (famosi quelli antichi di Veglia e del Quarnaro) e ornamenti vari: orecchini, spilloni, pendenti, grappoli di perle, come nell'abbigliamento di Dignano, e altri tipi dell'oreficeria istriana di Pirano, Pisino e Rovigno.
In stretta relazione con le caratteristiche dell'ambiente umano si presenta nel V. la distribuzione delle principali forme di case rurali, che specie nelle zone di confine risente dell'incontro dei vari influisti culturali, tedesco, italiano e slavo: una spiccata bipartizione e rilevabile, ad es., nella Venezia Giulia, dove una netta linea demarcatoria distingue il gruppo «medio-europeo», rappresentativo della parte orientale, prevalentemente montuosa, caratterizzato dal tetto con spioventi molto inclinati e dalla copertura in paglia o in legno, dal gruppo «sud-europeo», affine al tipo italiano, con tetto a due spioventi poco inclinati e copertura in tegole o in pietre. Particolare interesse, come sopravvivenza del passato, rivestono i cosiddetti tipi residuali, i cui esemplari rari ma esistenti su aree notevoli dimostrano che un tempo ben più grande dove essere la loro intensità di diffusione: le case monocellulari di Seiane e di Villanova del Quieto, estese una volta presumibilmente a tutta l'Istria e al Carso; la casa di Divaccia che mostra tratti friulani, istriani e medio-europei; le «casite» nell'Istria meridionale, che derivano da antiche costruzioni monocellulari a pianta circolare adibite al seppellimento dei cadaveri, e i «casoni» della laguna di Grado, ricordo dell'abitazione paleoveneta, rappresentativi del passaggio dalla pianta circolare a quella rettangolare. - Vedi tavv. CXXII-CXXV.