DANTE, ALIGHIERI. — Il più grande poeta del cattolicesimo.
I. L'UOMO.
N. a Firenze tra il maggio e il giugno del 1265 da Alighiero di Bellincione e da madonna Bella. La famiglia, quando egli venne alla luce, non godeva dell'agiatezza di un tempo; ma era di antica nobiltà e gli permise di gloriarsi disceso dai Romani fondatori della città e di collocare fra gli splendori di Marte il trisa-volo, in cui massimamente si compiacque specchiarsi, Cacciaguida degli Elisei, per la sua devozione alla Chiesa e all'Impero creato cavaliere (è dub

bisì se da Corrado III di Svevia o da Corrado il Salico) e morto crociato.
Essendo ancora fanciullo (l'anno preciso lo ingoi-riamo) rimase orfano della madre. Il padre, sposata in seconde nozze monna Lapa di Chiarissimo Cialuffi, gli dette presto un fratello, Francesco, che gli mostrò sempre benevolo e lo aiutò, come poté, avanti e dopo l'esilio e, pare, due sorelle. Della tenerezza dell'una è caro ricordo nella Vita Nuova. Dove e quando abbia appresi i primi elementi, se e quali scuole di retorica abbia frequentate, è più facile congetturare che sapere. L'ipotesi più probabile è che sia stato istruito dai Francescani del convento di S. Croce. La notizia del da Buti che «Dante fu frate minore, ma non vi fece professione, nel tempo della sua fanciullezza» (Inf., XVI; Parag., XXI) ha la sua conferma, indiretta, nel misticismo della Vita Nuova, e, diretta, nella scena della corda nel XVI dell'Inf., la quale non sembra comporti altra spiegazione.
Era quasi alla fine del suo nono anno, quando s'incontrò la prima volta con una giovinetta fiorentina di nome Beatrice, che solo con l'apparirgli lo fece suo per sempre, divenendo la «gloriosa donna de la sua mente». Critici molto sottili ritengono si tratti di una pura e semplice idea. Da una lettura spassionata della Vita Nuova si ricava che non c'è motivo di negar fede agli antichi, i quali ci tramandano essere Beatrice di D. la Bice, figliuola di Folco Portinari, andata poi sposa a Simone de' Bardi e morta giovanissima l'8 giugno 1290. Il dolore del poeta fu grande, e ne piangeva ancora tre anni dopo, allorché nell'ag. 1293 (Conv., II, 11) gli si offerse alla vista «una gentile donna giovane e bella molto», la quale con la pietà di cui pareva piena e con il fascino de' suoi occhi gli fece a poco a poco dimenticare la «gentilissima». Avrebbe voluto resisterle, ma
non poté e finì con l’innamorarsene credendola for-
nita di virtù che non aveva. L’inganno durò piut-
tosto a lungo; ma alla fine il poeta se n’avvide e,
sebbene con pena, se ne liberò.
Qualcosa di simile gli deve essere accaduto nello
studio della filosofia. Per consolarsi in qualche modo
della perdita di Beatrice, in quel medesimo agosto
che la «gentile» pareva volesse con la sua pietà con-
fortarlo, egli si mise a leggere il De consolatione di
Boezio e il De amicitia di Cicerone. Sulle prime gli
era duro entrare nella loro sentenza, ma, superate le
difficoltà che su-
scita l’approfondi-
mento dei concetti
filosofici, vi trovò
sollievo e diletto.
La filosofia parve
appagargli ogni de-
siderio e vi si gittò
con foga. Senonché
col tempo si dovet-
te convincere che
la scienza non gli
atteneva tutte le
promesse ed era
essa pure una illu-
sione; onde tornò
all’antico amore.
In seguito, o
che così sia stato
veramente, o che a
D. nel ricostruire
le fasi principali
del suo pensiero sia
piaciuto di farle
coincidere e im-
medesimale con
i due suoi più gran-
di
di amori, certo è che il culto di Beatrice, nel suo primo periodo tutto sogni visioni e rapimenti, ci trasferisce in una atmosfera puramente mistica, e dura quanto l'adolescenza, fino a 25 anni; quello della "gentile", allorché maestro e signore della sua mente è Aristotele, cominci
amori, certo è che il culto di Beatrice, nel suo
primo periodo tutto sogni visioni e rapimenti, ci
trasferisce in una atmosfera puramente mistica, e
dura quanto l’adolescenza, fino a 25 anni; quello
della «gentile», allorché maestro e signore della sua
mente è Aristotele, comincia varcata da poco la soglia
della giovinezza e dura, secondo la Vita Nuova, solo
«alquanti di», secondo il Convivio (II, II), fin quasi
al 1307. In lui amori e studi significano presso a
poco la stessa cosa (Conv., II, XV, 10).
Sarebbe tuttavia un errore foggiorsi un D. interna-
mente perduto, al tempo della Vita Nuova, dietro
un vago fantastica, e al tempo del Convivio esclusi-
vamente inteso alla filosofia. Egli è un mistico che
un piede sulla terra ferma lo tiene sempre, e un pen-
satore che tende appassionatamente all’azione; per-
ciò con gli studi può coltivare insieme le virtù del
valore e della cortesia, che poi rimpiangerà esulate da
Firenze e dall’Italia. Né la sua indole riservata al-
quanto schiva lo avrà distolto dall’interessarsi agli
avvenimenti d’una repubblica inquieta e faziosa come
la fiorentina. Qualora non ce ne facessero testimo-
nanza gli scritti, lo dimostrerebbe l’aver combattuto
l’Iri giugno 1289 a Campaldino nella schiera dei fe-
ditori a cui toccava cominciare l’assalto, e l’essere
stato presente pochi mesi dopo alla resa del castello
di Caprona (Purg., V; Inf., XXI e XXII). Del resto
egli stesso confessa d’esser «trasmutabile per tutte
guise» (Par., V, 99), d’aver cioè una mente pronta
a ogni richiamo, e di tal natura da non posare se
non giunge alla soluzione dei suoi problemi (Purg.,
gegno al bene della città, lo spinsero a profittare della facoltà, il 6 luglio 1295 concessa ai Grandi, d'esser chiamati agli uffici, purché fossero iscritti a una delle arti, anche se non la esercitavano; e, come cultore di filosofia naturale, dette il suo nome a quella dei medici e speziali. Nei vari consigli a cui fu eletto, se ne contano circa sei, le consulte della repubblica ce lo mostrano ben presto occupato in questioni molto diverse da quelle che erano state in cima de' suoi pensieri. Non-dimeno, a dispetto del laconismo dei notari, aggravato dalla mancanza dei verbali dal luglio 1298 al febbr. 1301, più cose appaiono chiare: la costante rettitudine, la fiducia riposta in lui dai registori e l'a-more alla libertà e indipendenza del Comune, insidiate, allora, dalle mire ambiziose di papa Bonifazio. Ma l'essersi mantenuto fe-dele ai suoi principi, se gli fruttò qualche soddisfazione, non gli portò fortuna. Nel bimestre dal 15 giugno al 15 ag. 1300, in uno cioè dei momenti più difficili e tempestosi della storia fiorentina, fu dei priori. Ma troppi e troppo potenti erano i nemici interni ed esterni, dai quali il reg-gimento dei Bianchi era combattuto.

La Curia di Roma aveva ben mandato paciar il card. Matteo d'Acquasparta, apparentemente per accennare gli uffici, ma in realtà per favorire il partito di Corso Donati; e la Signoria, non avendo agito con la necessaria risolutezza, fu non molto dopo travolta dai Neri. Quando, nella speranza di sventare le macchinazioni degli avversari, l'ott. del 1301, D. con altri due ambasciatori giunse a Roma a perorare la causa della libertà di Firenze, dovette presto accorgersi che ormai era tardi. Il Papa, d'intesa con i Neri, aveva già chiamato in Italia, perché venisse, anche lui, a metter pace, ossia a far sì che Firenze si affidasse al suo governo, Carlo di Valois, il quale il 10 nov. entrò nella città dove subito dopo cominciarono le proscrizioni e le vendette, innanzi a tutti, contro coloro che più erano in vista. Si può ritenere quasi certo che, quando il 27 gen. 1302 fu emanata contro D. la sentenza di bando, egli era sulla via del ritorno. Alla pari degli altri lo accusavano di baratteria, di guadagni illeciti e di opposizione al Papa e al Valois. Naturalmente, né si pre-sentò a scolparsi, né pagò i 5000 fiorini piccoli a cui lo avevano condannato. Sarebbe stato un met-tersi nelle mani dei nemici e riconoscere la verità delle accuse. Per cui il 10 marzo, insieme con altri 15, fu condannato, ove fosse caduto in potere del Comune, a essere bruciato vivo: igne comburatur sic quod moriatur. Per sua e nostra ventura non vi cadde.
Gli esiliati da principio si illuserono di rientrare in patria con la forza delle armi. E D. fu con loro. Con quali intendimenti si argomenta dall'epistola al card. da Prato, senza dubbio sua, dove, fra l'altro, scriven-do a nome dell'Università dei Bianchi: «Noi - dice - altro non abbiamo voluto, non vogliamo e non vorremo che la pace e la libertà del popolo fiorentino». Ma le trattative con il messo pontificio fallirono e i fuorusciti, perché qual-cuno su cui riversar tutta la colpa ci deve esser sempre, si rivoltarono unanimi contro di lui. A quali eccessi siano arrivati e come egli se ne sia difeso, il poeta non dice. Consta bensì che essi, dopo non molto, avendo tentato anche una volta la sorte delle armi, nell'impresa cosiddetta della Lastra, il 20 luglio 1304 furono sconfitti e si staccato da quella «compagnia malvagia e scempia» (Par., XVII, 46-69), rimase più che mai solo a considerare con tristezza le vie dolorose che gli si paravano innanzi; ma per quale si sia messo, ci sfugge. Sappiamo da lui stesso che il suo primo rifugio fu la corte degli Scaligeri di Verona; ma quando vi sia approdato, «come legno sanza vela e sanza governo... portato dal vento secco che vapore la dolorosa povertà», non c'è modo di appropriarlo. E neppure è facile stabilire se ci sia rimasto a lungo. Menandovisi una vita per gli ospiti non troppo dignitosa, né conveniente a' suoi studi, è lecito credere ne sia venuto via relativamente presto.
Con la notizia d'un'epistola che cominciava Po-pule meus, quid feci tibi?, dettata dalla speranza d'essere richiamato spontaneamente, ci resta il sospiro fermato nel Convivio (I, III) di riposare quando che sia nel seno «de la bellissima e famosissima figlia di Roma... l'animo stancato e terminare lo tempo» che gli era dato, a cui fa eco ben più dolorosa il
grido del De Vulgari Eloquentia che ormai «il mondo
gli è patria come ai pesci il mare» (I, vi).
Nel 1306 lo troviamo accolto ospitale per
qualche tempo nella corte dei Malaspina in Luni-
giana. Poi le sue tracce si perdono. Può anche darsi
sia andato a Parigi e «nel vico de li strami» abbia
ascoltato qualcuno dei maestri di quello Studio famoso.
La sua persona si rifà presente e viva in seguito
alla voce della discesa in Italia di Arrigo VII di
Lussemburgo, eletto re dei Romani il 29 nov. 1308.
L'annunzio che questi veniva per liberare la peni-
sola dagli odi interni e renderla di nuovo il giar-
dino dell'Impero, esalta l'animo del nostro poeta e
gli fa dimenticare ogni ingiuria. La fiducia nelle
idee per le quali ha combattuto e pianto si ridesta
più viva che mai; sicché, quando quegli finalmente,
nell'estate del 1310, passa le Alpi, D. corre a ba-
ciargli il piede, forse a Asti, forse a Milano, e poi,
come d'istinto, si reca in Toscana. Non pensa già
più in quale stato, per cupidigia di dominio, ha tro-
vato le parti quasi tutte per le quali è andato, come
pellegrino, mostrando le piaghe della fortuna; e scri-
ve l'epistola «ai re, ai senatori di Roma, principi,
duchi, marchesi e popoli» d'Italia, lui, humilis yta-
lus Dantes Alagherii Florentinus et exul immeritus,
invitandoli alla pace. In cambio di guardarsi attorno,
si guardava dentro e scriveva come gli dettava, in
uno stile biblico, la speranza di veder tornare sulla
terra la giustizia; ma s'illudeva. Si era sul finire
del 1310.
Viceversa, i Neri di Firenze non lasciarono nulla
d'intentato perché l'impresa dello straniero fallisse.
Potenti di danaro e accorti, gli rivoltarono contro
buona parte dei signori e delle città. E D. a scri-
vere una lettera piena di sdegno, fiera e minacciosa
contro gli insensati che per la loro superbia ardi-
vano ribellarsi ai disegni divini. Inutilmente. Il suo
Arrigo perde tempo in Lombardia per debellare la
resistenza di Cremona e di Brescia; e D. daccapo, il 17
apr. 1311, si volge direttamente a lui per ammonirlo
che la causa principale dell'opposizione era Firenze.
Le ragioni che mandarono a vuoto il tentativo
di Arrigo VII son note. Dopo lunghi indugi alla
fine va a Roma e, non senza gravi contrasti, è con-
scrato imperatore. Poi nel sett. del 1312 muove
contro Firenze. Ma D. «non vi volle essere... con
tutto che confortare fosse stato alla venuta di Ar-
rigo» (L. Bruni, Vita). Il quale, levato il campo e
tornatosi, si vede appresso, il 24 ag. 1313,
quasi improvvisamente muore a Buonconvento. Sogni
e speranze, entusiasmi e timori, tutto crolla in un
punto. D. è di nuovo solo in una notte senza stelle.
Nondimeno, quando il dolore cominciò a dargli qual-
che tregua e si poté raccogliere a meditare sull'ac-
canto, la fede nella idea più cara e più sua risorse
intera. I fatti l'avevano dimostrata fallace; ma, per
lui, essa era certa e immortale. Arrigo non aveva
condotto a termine il magnanimo disegno. Sarebbe
venuto un altro, il Veltro, e lo avrebbe attuato. Da
questa ferma convinzione nacque la Commedia.
Dov'era quando cominciò: «Nel mezzo del cam-
min di nostra vita»? Si ritiene quasi certo che,
giungendo a Ravenna, la città per eccellenza impe-
riale e chiesastica, dove il suo spirito sembra tut-
tavia altare, egli avesse composto già l'Inferno e
parte del Purgatorio. L'episodio di Francesca auto-
rizerebbe veramente a supporre sia stato scritto
per gratitudine alla cortese accoglienza di Guido No-
vello da Polenta, e quindi che Ravenna sia essa la
patria del «poema sacro». A ogni modo, fu l'ultimo
rifugio. Stando là, circondato dalla venerazione e
dall'affetto di discepoli devoti, sulla fine del 1319
ebbe l'invito da un maestro di latino dello Studio
di Bologna, Giovanni del Virgilio, a metter da parte
il volgare e cantar nella lingua di Roma qualcuno
degli avvenimenti contemporanei, onde esser coro-
nato. Rispose con una ecloga latina e che preferiva
quella corona riceverla invece che a Bologna nel suo
«bel San Giovanni». Nel genn. 1320 fu a Verona a
tenere, nella chiesetta di S. Elena, il discorso inti-
tolato Questio de aqua et terra. Di ritorno da un'am-
basceria a Venezia, ammalò gravemente, e da una
di quelle case ravagnate, piene di silenzio, l'anima
di lui si mosse, a 56 anni, la notte del 13 al 14 sett.
1321, per andar «a vedere la gloria della sua donna»,
rimirando nella faccia di Colui qui est per omnia
saecula benedictus.
Alla sua salma furono resi onori solenni; la sua
morte fu pianta da molti dei rimatori del tempo,
e la sua tomba è visitata in devoto pellegrinaggio da
genti d'ogni paese e ogni lingua che hanno il culto
dei valori eterni dello spirito.
Ma ciò che D. sognò e volle, ossia la sua vita
più vera, meglio si rivela dalle sue opere; a partire da
quella che per il contenuto viene prima fra le minori.
II. LE OPERE MINORI.
I. La «Vita nuova»
È un piccolo libro misto di prose e di rime che raccontando l'amore del poeta per Beatrice, donna vera e non simbolo, mandata in terra a dar segno di una novella età che comincia, ci dà a colori lievi e sfumati un profilo della sua anima dalla fine del suo anno nono al tempo in cui, attraverso visioni e rapimenti, gioie e dolori, errori e ravvedimenti, è condotto al concepimento della Com- media, a cui fa da preludio.Con il tono solenne dei primi capitoli già ci fa
intendere che si tratta di un amore singolarissimo.
Poi la narrazione scende a fatti piccoli e poco signi-
ficanti, con i quali il poeta cerca giustificarsi delle
sue più o meno innocenti infedeltà. Fa eccezione il
cap. 11, che descrive stupito gli effetti del saluto di
Beatrice. Ma è una parentesi; ché subito torna al
racconto dei casi ai quali va incontro per la legge-
rezza con cui s'era dato a vagheggiare prima una e
poi un'altra donna, dette dello schermo, in quanto
dietro esse si studiava di celare l'oggetto vero del
suo amore. Beatrice se ne sdegna e gli nega il sa-
luto, né glielo rende, sebbene lui ne rimanga viva-
mente accorato, si umili, chieda scusa e pianga. In-
vano; tanto che, pur continuando ad amarla, non
sapeva più che si fare. Nel punto che tutto pareva
finito, l'incontro fortuito con alcune compagne di
lei, curiose di conoscere il suo cuore, gli scopre
inaspettatamente il fine a cui quindi innanzi deve mi-
rare col suo canto. È una delle pagine più fresche
e deliziosi del libretto: egli deve prendere per ma-
teria del suo parlare «sempre mai quello» che riesca
a lode della «gentilissima». La coscienza gli dice
d'esser nato per celebrarla.
Felice di rispondere alla chiamata, D. per amore così
nuovo trae fuori le «nuove rime» cominciando «Donne
ch'avete intelletto d'amore», d'una cosa scontento, di
non valere a celebrar degnamente le virtù della sua donna,
a ridir l'amore che costei porta negli occhi, «per che si
fa gentil ciò ch'ella mira»; e quel che pare «quando un
poco sorride». Ma il padre di Beatrice muore, e alle rime
della ammirazione estatica succedono quelle del dolore:
non belle, a dir vero. La vena del canto torna a fluire
nella canzone «Donna pietosa e di novella età», in cui
a una visione di morte ne tieni dietro un'altra di gloria, dove si vede l'anima di Beatrice salire al cielo, circondata, come l'Assunta, da una schiera di angeli osannanti.
Spira intorno alla «gentilissima» un'aura di mistero, che dona significati reconditi agli avvenimenti più semplici. Essa ha perfino una precorrittrice nella donna amata da Guido Calvalcanti, la quale in un giorno memorabile passa per via ad annunziare il riapparire di Beatrice. Al fonte battesimale quella aveva ricevuto il nome di Giovanna, da quel Giovanni che «precedette la verace luce, dicendo: Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini, ma era da' suoi cittadini chiamata Primavera per la sua grande bellezza, credevano loro»: in realtà, avverte il poeta, «perché prima verrà» il giorno che Beatrice gli si mostrerà di nuovo. È forse il momento più gioioso del suo amore. L'omaggio che la «gentilissima» riceve passando per via «vestita d'umiltà», l'ammirazione che suscita, le espressioni che l'accompagnano poi che passata era, riempiono il poeta di lietizia e di stupore insieme, da cui nasce il sonetto famoso «Tanto gentile e tanto onesta pare» e l'altro «Vede perfettamente onesta»: «la gente è anche stata la canzone «Si lungamente m'ha tenuto Amore», se dopo averne composta una stanza, al «Signor de la giustizia... non fosse piaciuto chiamare questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta Virgo Maria».
Ci si aspetterebbe che il poeta ci comunicasse l'amarezza del suo dolore con qualcuna di quelle frasi di cui possedeva il segreto. Passa invece a ricercare con sottili ragionamenti per qual motivo il numero nove avesse avuto luogo così cospicuo nella vita e nella morte di lei, tanto da costituire il motivo principale: «A dare a intendere – conclude – ch'ella era uno nove, cioè uno miracolo, la cui radice... è solamente la mirabile Trinitate». Era quanto gli premeva maggiormente di far conoscere ai suoi lettori, che così avrebbero inteso il mistero di quella creatura di cielo, venuta a far segno che la salute non era lontana.
Assodato questo, che una vita nuova cominciava, D. ripiglia il racconto e scrive la canzone «Li occhi dolenti», da cui il grido della sua anima ci viene qua e là, a riprese. Le prose ci fanno intendere meglio la profondità della sua afflizione, la quale fu tanta che tre anni non valsero a mitigarla.
Al principio del quarto entra in scena una «donna gentile», dotata d'una particolare seduzione. Come ac
cade a chi soffre, la pietà di costei lo richiama al pianto; e lui, per non mostrare la sua vile vita, si allontana. Ma quella con la compassione che mostra a ogni incontro finisce col vincerlo. Il poeta avverte che un sentimento nuovo nasce in lui («Gentil pensero che parla di voi»); e gli si sarebbe di certo dedicato intero, se un giorno, improvvisamente, nell'ora di nona, non gli fosse riapparsa Beatrice, della stessa età che la vide la prima volta e con le stesse vestimenta sanguigne. D. si limita a chiamar forte la visione avuta in quel punto; ma non descrive l'atteggiamento di Beatrice, né ci fa sapere se questa gli abbia rivolte parole di rimprovero. Dice che solo al rivederla si pente amaramente della fiducia riposta alcun tempo nella «gentile», piange, bestemmia la vanità dei suoi occhi e si rende con tutta l'anima alla «gentilissima», diventata «spirituale bellezza grande». Il periodo del suo secondo amore, stando al «libello», è così chiuso per sempre, e i sospiri che dinanzi gli straziavano il petto, ora salgono a ricercare la sua anguola «oltre la spera che più larga gira», nell'empireo, per contemplare la gloria. È giunto dov'è destino che d'ora innanzi miri costantemente.
La Vita Nuova è un racconto d'amore che non ha il somigliante in nessuna letteratura, e per il modo con cui quel sentimento nasce, vive, si purifica, si eleva e riesce al suo fine, e per il senso di mistero che l'accompagna. Pure è
unanimissimo e scopre con sufficiente chiarezza la nota che domina la vita e l'opera di D. Considerata al di fuori, la passione di lui per Beatrice sembra fatta di fantasie, sognate in un'atmosfera diversa dalla nostra; in se stessa, non ve ne ha altra di pari potenza. S'impòssessa dell'anima del poeta, prima che questi sia fuori di puerizia, e non la lascia più, nemmeno quand'egli sembra perdersi dietro le piccole infedeltà della prima giovinezza o quella, tanto più pericolosa, della «donna gentile». Egli è che l'amore di D. si identifica con lo spirito che nel libro della sua memoria gli scrisse la rubrica: Incipit vita nova: è sua legge e sua beatitudine l'ascendere sempre più alto, «verso l'ultima salute». Il motto che lo definisce se l'è fatto dire da Virgilio sulla costa dell'antipurgatorio: «Nessun tuo passo caggia» (IV, 37). In cambio di cercarvi significati nascosti, si prenda alla lettera, e si
vedrà che essa mira a preparare la *Commedia*, dicendo di Beatrice che era una donna miracolo, dal cui amore fu dominato fin dalla fanciullezza e condotto, nonostante le sue infedeltà, per mezzo di rivelazioni, visioni e avvenimenti straordinari ad acquistare coscienza dell'era nuova che si preparava, come della missione assegnatagli di annunziarla.
II. IL «CONVIVIO»
Ma se dalla *Vita Nuova* si passa a leggere il *Convivio*, scritto in continuazione e chiarimento di quella, si rimane sorpresi. Narrava nell'ultimo capitolo del «libello» di studio di quanto poteva per prepararsi a recitare le lodi della «gentilissima»; e studia, si, molto, fino ad affaticar troppo la vista, ma per celebrare quella donna «gentile», che credeva molto lontana ormai dal suo cuore. Le contraddizioni tra la *Vita Nuova* e il *Convivio*, numerose e gravi, son sembrate fino a oggi insanabili; ma da un'analisi attenta delle due opere risulta evidente che la prima la conosciamo soltanto nella forma che D. le diede, quando, superata la sua crisi filosofica, la riprese e l'accomodò perché servisse, come serve, di introduzione alla *Commedia*. È un'ipotesi ardita; ma chi riflette senza prevenzioni sul cap. 2 del secondo libro conviviale, non può non notare che vi si parla di una *Vita Nuova*, in cui l'amore alla «gentile» ha uno svolgimento affatto diverso da quello che ci è stato tramandato nei capp. 35-38 della redazione che si possiede. In nessun luogo dell'«amoroso libello» è affermato, come nel trattato filosofico, che la «gentile» fosse di maggior virtù e quindi migliore amica di Beatrice; o che egli, senza più esitare, avesse consentito all'amore di lei, o tanto meno che questo fosse perfetto, come al contrario ci assicura il *Convivio* nell'atto stesso di rimandarci alla testimonianza della *Vita Nuova*. Sicché del rifacimento di questa ci è testimone D. in persona; ed è del tutto vano invocare la tradizione manoscritta che non c'è, per oppugnare quella del *Convivio* che c'è, e rimove ogni dubbio. Ciò posto, è facile capire, che, quando D. prende a scrivere il suo trattato filosofico, la trasformazione di Beatrice in simbolo della verità rivelata, poiché in esso si dichiara ripetutamente che quello della «gentile» simboleggia la filosofia, è bello e compiuta; e la battaglia fra i due amori si converte in battaglia fra due indirizzi filosofici; fra il misticismo che informa la *Vita Nuova*, e l'aristotelismo che domina nel *Convivio*.Al ricordo del primo amore aveva dedicato un piccolo libro in 42 capitoli; alla gloria del secondo consacrava un ampio trattato in 15 lunghi libri, composto esso pure di prose e di 44 canzoni «si d'amor come di verità materiale». La mole diversa del monumento è indice della diversa stima che allora faceva dell'una e dell'altra.
A somiglianza della *Vita Nuova*, che esordisce con la parola in cui si nasconde il suo ultimo significato («Nove fiate già», ecc.), il trattato si apre con una sentenza di Aristotele, del filosofo per antonomasia, alla cui dottrina e autorità non si stanca mai di rimettersi: «tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere». Ma visto che molti per ragioni varie rimangono «ne la umana fame», è atto di misericordia il cercar di appagarla. Ma anche un altro motivo lo spinge. «Mormi – ripiglia – timore d'infamia e movemi desiderio di dottrina dare» (I, II). Teme che le canzoni da commentare non lo abbiano fatto apparire eccessivamente proclive ad amore, e ne vuol dichiarare il senso verace, dimostrando che non spasimava per una pargoletta bella e fiera, bensì per la sapienza che è guida suprema della vita morale e civile. Parlerà anche di sé, a volte, ma costretto da necessità; e si servirà del volgare, secondo la opinione corrente, che un tempo fu pure sua, abile solo a dire d'amore. Egli farà vedere, con l'esempio, quanto sia invece «l'agevolezza de le sue sillabe, le proprietari de le sue costruzioni e le soavi orazioni che di lui si fanno» (I, x), per concludere che esso è «luce nuova, sole nuovo, lo quale sorgerà dove l'usato (il latino) tramontare» (I, xiii). Ragiona della lingua materna con lo stesso affetto che d'una persona grandemente amata.
Scelte 14 canzoni, che gli offriranno la materia ai rimanenti 14 libri, si pone alacremente all'opera. Gli argomenti alle digressioni del secondo libro glieli suggerisce la canzone «Voi che 'ntendendo», dov'è rappresentata la lotta tra la memoria di Beatrice e l'amore verso la «gentile». Diceva nel commiato che forse pochi ne avrebbero inteso bene il significato; ma il commento chiarisce ogni cosa. La «gentile» è la filosofia; la «gentilissima» colei in grazia della quale saliva spesso ai piedi del Signore degli angeli, e la «contemplava lo regno dei beati» (II, vii). L'una lo contentava con le visioni, l'altra con le dimostrazioni e persuasioni. L'esito si poteva prevedere. In una mente come la sua avida di sapere, prevalse la «gentile».
Per le questioni che si fanno intorno alle allegorie della *Commedia*, merita un cenno speciale la dichiarazione del poeta che tra i sensi diversi delle scritture «lo litterale dei andare innanzi, si come quello nella cui sentenza gli altri sono inclusi, e senza lo quale sarebbe impossibile ed irrazionale intendere a li altri e massimamente a lo allegorico» (II, i).
Il terzo libro commenta la canzone «Amor che ne la mente mi ragiona», scritta sicuramente quando lo studio della filosofia, essendo diventato una vera e propria passione, gliela dipingeva qual «figlia di Dio, regina di tutto, nobilissima e bellissima» (II, xii). Chi la possiede non ha altro da desiderare, perché è somma cosa e dà all'anima l'ultima perfezione a cui si possa aspirare; è «piena di dolcezza, ornata di onestate, mirabile di savere, gloriosa di libertade» (II, xv). Riguardando negli occhi della «gentile», ossia nelle dimostrazioni della filosofia, e nel suo riso, nelle sue persuasioni, «si sente quel piacere altissimo di beatitudine, lo quale è massimo bene in Paradiso» (III, xv). «In questo sguardo solamente l'umana perfezione s'accuista, cioè la perfezione de la ragione, de la quale si come di principalissima parte, tutta la nostra essenza depende; e tutte l'altre nostre operazioni (sentire, nutrire e tutto) sono per quella sola, e questa è per sé e non per altri; si che, perfetta sia questa, perfetta è quella, tanto cioè che l'uomo, in quanto ciò è uomo, vede terminato ogni desiderio e così è beato» (III, xv). Dove sono andate a finire le lodi agli occhi e al riso di Beatrice? Torneranno, nella *Commedia*, ma intanto la bellezza di lei di fronte a quella della «gentile» è scomparsa. Era nella natura delle cose che il nuovo amore fosse avversario dell'antico, lo cacciasse di seggio e lo distruggesse. Ai rapimenti mistici il poeta ha anteposto le dimostrazioni della ragione ragionante, «specchio sanza macula de la maestà di Dio» (III, xv).
Tuttavia nel quarto libro l'ammirazione comincia ad attenuarsi. Ci sono problemi, egli riconosce, che la filosofia non risolve; la beatitudine che dona non è più così perfetta; e a menare «a la somma beatitudine, la quale qui non si puote avere», è via direttissima anche la vita attiva (IV, xxii). I limiti della ragione, sempre del resto ammessi, gli si fanno sentire più chiari e l'entusiasmo comincia a sbollire. Il pensiero del poeta insomma dà segni non dubbi di un mutamento. Non andrà molto che porrà da parte la sua enciclopedia filosofica per non tornarci sopra mai più. Ma l'averà è per noi gran fortuna. Oltre a spiegarci tanti particolari della *Commedia*, ci aiuta a seguire da vicino lo sviluppo del suo pensiero, ci fa assistere al lavoro ansioso e sottile della sua mente non mai sazia di sapere e ci offre pagine vive e commosse, come quelle in cui tocca dell'esilio, dell'amore alla lingua italiana e dei suoi studi. Nella *Vita Nuova* gode di ascendere dietro le ispirazioni che gli manda la sua «angiola giovanissima»; nel *Convivio*, mediante gl'insegnamenti della filosofia, «li cui raggi fanno ne li fiori rinfronzire e fruttificare la verace nobilitade», si arma di «virtude e conoscenza» (è un binomio che torna molto spesso e in forma solenne nell'episodio di Ulisse), a fin di poter «gridare a la gente che per mal cammino andavano, a ciò che per diritto
calle si drizzassero. Una importanza di prim'ordine bisogna attribuire ai capp. 4 e 5 dell'ultimo libro. Parlano della missione di Roma nel mondo, e sono bastevoli da soli ad aprire il senso intimo del «poema sacro». Con ogni probabilità il Convivio fu scritto tra la fine del 1304 e il 1307.
III. Rime
De' suoi amori D. parla anche nelle rime che di sui manoscritti sono state raccolte dagli studiosi, ma non formano un proprio e vero canzoniere; ché, preso interamente dal poema, D. non si è curato di riordinarle in un volume. Vi saranno state ammesse tutte e sole le rime genuine? È lecito temere ne siano rimaste fuori o relegate fra le dubbie alcune che invece gli appartengono; senza dire che altre, di cui fa menzione lui medesimo, sono andate perdute. Comunque, così come si hanno, si possono distinguere in amorose, dottrinali, di corrispondenza ed extravaganti. Di notevole valore artistico, poche.Ritessere per mezzo delle prime la storia degli amori di D. sarebbe arrischiato; ma si può cercar di coglierne i vari motivi d'ispirazione. Orbene, chi non voglia sostenere che al nostro poeta è capitato beni d'innamorarsi di parecchie donne, ma ciascuna fornita egualmente delle stesse doti fisiche e morali della rivale, deve convivere che in quasi tutte le rime amorose s'ha da fare con una «c'ha piccoli tempo», è «giovinetta e bella», ha capelli biondi e crespi, alletta con la pietà, innamora con la malia dei suoi occhi; ma poi muta stile, diventa insensibile e crudele, si fa dura come una pietra e non s'accorge, per essere forse una «pargoletta», di condurlo a morte.
Le rime riconfermano quanto si legge nella Vita Nuova e nel Convivio. Dopo Beatrice il poeta ha amato lungamente e con vera passione, e qui sta la loro importanza, la «donna gentile giovane e bella molto», che lo riguardava assai pietosamente, ma, nota D., «quanto alla vista», così che «tutta la pietà parea in lei accolta»; ma parea soltanto (Vita Nuova, XXXV). È una conseguenza alla quale implicitamente aderiscono quanti, leggendo il Convivio, son portati a pensare che le canzoni, per cui temeva l'infamia di aver seguita una passione così violenta, devono di necessità riguardare la donna del suo secondo amore. Non erano, naturalmente, quelle commentate nel secondo e terzo libro, composte dopo che la pietosa era stata tirata a significare la filosofia, ma le altre, quali «Io sento sì d'amor», «Al poco giorno», «E' m'increce di me», «Amor, da che convien», non esclude le cosiddette «pietrose» e la più nota fra queste: «Così nel mio parlar», il cui ardore sensuale è innegabile. D'un amore diverso ci parla la canzone «Tre donne intorno al cor», dove risuona forse per la prima volta l'accento stesso della Commedia.
Alle rime di corrispondenza appartengono i sonetti della tenzone con Forse Donati. L'imprESSIONE che se ne riceve non è piacevole, nonostante i tentativi fatti per attenuarla. Dato pure che scherzassero, chi nello scherzo scende a certe ingiurie dà prova d'essersi al-quanto incanagliato. Sincero com'è, D. lo confessa aperto nell'incontro con l'armi-co di un tempo nella cornice dei golosi. Dopo quindici anni e più, ancora gli era grave il ricordo di quel genere di vita, menata nel periodo dell'errore e del traviamento.
Le rime dottrinali dimostrano che il poeta aveva da un pezzo superato il pregiudizio che in volgare si dovesse dire soltanto d'amore; ma sono ragionamenti in versi sulla nobiltà, la leggiadria, la liberalità, raramente avviati da qualche bella immagine.
Più attenzione meritano forse le stravaganti, in quanto ci scoprono certi aspetti dell'amore per Beatrice che nella Vita Nuova sarebbe fuori di posto («La dispiacita mente», «Lo doloroso amor»), o ci rivelano sentimenti che gli sfiorano la fantasia e non risorgono più.
IV. «De vulgari eloquentia». — Fin dai primi passi D. ha sentito il bisogno di chiarire a se stesso le leggi che governano l'arte della parola. Un saggio se n'ha nel cap. 25 della Vita Nuova; e già nel cap. 5 del primo libro conviviale si legge il proponimento di comporre un trattato sull'arte di dire in volgare. Non ne viene che si sia messo subito all'opera. Sembra scritto in uno stato d'animo assai mutato da quello del Convivio. La speranza d'esser invitato a tornare in patria è quasi svanita, per cui non si fa riguardo d'usar frasi capaci di rinfocolar a suo danno gli odii dei cittadini; la filosofia non gli
suscita nessun particolare entusiasmo; il sentimento religioso è più presente. Se non che l'allusione a un marchese Giovanni come ancora vivente ed operante, marchese dagli studiosi comunemente ravvisato nel signor di Monferrato, morto nel genn. del 1305, ci lascia incerti intorno alla data della composizione.
Sul concetto che in italiano si può esprimere ogni pensiero, nessun dubbio più; riconosce anzi che il volgare è la nostra vera e naturale loquela. Spiega la diversità delle lingue con la confusione seguita alla costruzione della torre di Babele e con la dispersione dei popoli. Distingue quelli venuti in Europa in tre principali: popoli in lingua d'oc, d'oli e di sì, derivati dallo stesso ceppo, ma via via differenzianti nello spazio e nel tempo in lingue e dialetti diversi. Accostandosi sempre più al suo fine, che è di stabilire quale fra le molte parlate d'Italia si debba usare da chi intenda far opera d'arte, comincia con l'escludere i dialetti di Roma, della Marca Anconitana, Spoleto, Milano, Aquileia, dell'Italia e della Sardegna. Esamina poi quelli che si parlano a destra e a sinistra dell'Appennino e non ne rinviene alcuno meritevole d'essere dichiarato illustre, cardinale, aulico, cortigiano, e ne argomenta che esso in qualibet redolent civitate nec cubat in ulla (I, xvi); e quindi non è proprio di questa o quella regione, ma totius Italiae.
Nel secondo libro, notato che il volgare illustre si conviene ai cantori di armi o di amore o di virtù, e che tra le forme metriche diverse la canzone è la più alta, passa a ragionare di tre stili: del tragico, che è il più nobile e vuole il volgare aulico, del comico, che ora si serve del volgare medio e ora dell'umile, e dell'elegaico, che si serve solo dell'umile. Si occupa dei versi da adoperare nei vari componenti e poi viene a trattare della canzone, delle stanze, della rima e del numero delle sillabe. Ma qui l'opera che pare si dovesse svolgere in quattro libri rimane interrotta. D. ha finito soltanto gli scritti che più direttamente hanno attinenza con la Commedia, con la quale sapeva di dar ciò che di più grande gli aveva ispirato il suo genio.
Pure non è piccola gloria l'aver tentato di penetrare nella natura delle lingue e del loro variare; l'aver veduto il rapporto tra le diversità dei luoghi e quella dei dialetti, attraverso lo studio del volgare l'aver intuita l'unità morale d'Italia, dandole a capo Roma. Il De vulgari eloquentia ci fa inoltre toccare con mano la cura munita e scrupolosa data dal poeta all'arte dello scrivere, che per lui fu un vero sacerdozio, e ci mostra con quanto studio ha cercato lo strumento più atto all'espressione del suo pensiero. La passione delle altezze la sente in tutte le sue forme.
V. «De monarchia». — Il trattato politico ci prepara alla Commedia non meno direttamente della Vita Nuova, con l'esposizione chiara e precisa di quella che si suol chiamare la sua utopia, e che è tale, se si bada agli uomini quali sono, e, nel suo ultimo significato, non è più, se a quali dovrebbero essere. Le meditazioni assidue sulle condizioni religiose morali e civili della sua età gli avevano dimostrato che il male, di cui tutti soffrivano, derivava dalla cupidigia, ossia dalla smodata bramosa dei beni mondani ricercati con più affanno, come le ricchezze i piaceri la potenza la fama la grandezza. Per essa l'uno si avventava contro l'altro, e non scorgeva più la grande felicità che c'è a formare una famiglia sola, a riconoscersi figli di un padre solo che è Dio. Bisognava liberarsi da tanto male.
Il primo e più notevole frutto delle sue riflessioni raccoglie nei capp. 4 e 5 dell'ultimo libro del Convivio dove le linee maestre del suo pensiero politico sono già nettamente tirate. L'idea dell'Impero e della sua funzione è bella e matura. Egli si gode di una fondamento radicale che la imperiale maestade, e a quali necessità rispondano la famiglia, le vicinanze, le città e i regni; ma sa pure come l'anima umana «in terminata possessione di terra non si quei, ma sempre desideri gloria d'acquistare»; e ne deduce che a toglier via i motivi di discordia e guerre sempre rinascenti, «conviene di necessitare tutta la terra e quanto all'umana generazione a possedere è dato, essere Monarchia, cioè uno solo principato e uno principe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possedono, li regi tenga contenti nei termini di regni, si che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadini, e in questa posa le vicinanze s'amiro, in questo amore le cose prendano ogni loro bisogno, lo quale preso, l'uomo viva felicemente, che è quello perché esso è nato». L'idea dell'Impero tiene già un alto luogo nel suo pensiero e lo esalta.
L'occasione di svolgerla si può ritenere quasi con certezza l'abbia avuta al tempo dell'impresa di Arrigo. In quei tali che, vestiti delle penne del corvo, si danno vanto d'essere le pecorelle bianche del gregge di Dio e sono invece i figli dell'empietà che, per compiere i loro misfatti, prostituiscono la madre, la Chiesa, scacciano di casa i fratelli e non vogliono aprire le porte al giudice, all'imperatore (III, 111), e facile ravvisare i Neri di Firenze, dei quali Benedetto XI nella lettera del 21 giugno 1304 esprimendo lo stesso concetto: «Chi crederebbe, scriveva, che costoro, anche mentre vanno contro la Chiesa, vogliono essere ripulati i figli di lei?». L'ardore che emana da ogni pagina, lo studio di assalire l'avversario in ognuna delle sue fortezze e non lasciargli via di scampo, la qualità delle prove, non sempre persuasive per noi, ma rispondenti ai modi di ragionare di quell'età, tutto dà chiaramente a vedere che il Monarchia lo ha scritto quando combatteva la sua più fiera battaglia.
Se l'uomo, è questo il principio da cui muove, in tanto è uomo in quanto ragione, ne deriva che la sua ultima perfezione consisterà nell'attuazione piena dell'intelletto possibile, alla quale non si giunge se il mondo non vive in pace; e la pace non si ha che sotto un unico monarca. Perché il genere umano risponda al fine per il quale è stato creato, deve dunque formare un'unica famiglia, somigliare al cielo, che è mosso con un unico movimento, e a Dio che è uno. Al bisogno di giustizia può soddisfare soltanto il monarca, come quegli che, possedendo tutto e non avendo nulla da desiderare, è libero dalla lue della cupidigia ond'è infestata l'humana civilitas. Solo sotto il monarca è concesso vivere in libertà, perché solo allora la volontà è diritta e sana.
Nel secondo libro dichiara come e perché il diritto di reggere il mondo sia stato da Dio conferito a Roma. Gli argomenti risentono naturalmente della forma di sillogizzare di quell'età, sottile, dialettica, battaglieria. Molti derivano dall'Evvide, che, non c'è da meravigliarsene, diventa una delle fonti più ricche del pensiero dantesco. Ma la prova forse più originale gliela presta la considerazione che se in Cristo doveva patire tutto l'umano genere, la sentenza doveva venire da chi aveva giurisdizione legittima su tutta la terra.
Il libro più significativo del sistema di D. è il terzo, in servizio del quale si può dire siano fatti gli altri due. La questione dell'indipendenza dell'autorità civile dalla pontificia nella contesa tra Filippo II Bello e Bonifacio VIII era risorta a dividere gli animi di uno stesso popolo e di una stessa città. D. esordisce dichiarando che dirà il vero, accada quel che vuol accadere; e posti chiaramente i termini del problema, passa senz'altro a confutare le prove recate così dai sostenitori dell'autorità pontificia supra reges et regna, come da quanti sono figli del demonio (la stoccata va ai fiorentini) e dai decretalisti. E tutte le demolisce con logica implacabile e talvolta sofistica. L'autorità dell'Impero deriva direttamente da Dio, il quale avendo fatto l'uomo in modo che per sua natura tende a due felicità, la temporale e l'eterna, ha preposto ad esso l'imperatore, che lo guidi alla prima mediante gli ammaestramenti filosofici, e il papa alla seconda per mezzo delle verità rivelate. È giusto tuttavia, essendo la felicità di questa vita ordinata all'altra, che quegli usi verso questo la riverenza del figliolo maggiore verso il padre. Con la qual concessione, poiché riverenza non è
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