D'ANNUNZIO, Gabriele. - Poeta, n. a Pescara il 12 marzo 1863, m. a Gardone (Lago di Garda) il 1° marzo 1938.
La sua vita ebbe spesso una risonanza che ne oltrepassava l'intrinseca forza, e talvolta la stessa volontà: schivo, in qualche occasione, del vano clamore che gli ondeggiava intorno. Ma, sia che sollecitasse con gesti ora preziosi, ora audaci, la curiosità della gente, sia che a maggiore gloria si ricingesse di solitudine, egli diventò presto, sin dalla prima giovinezza, e restò sino alla morte, il promotore, più che l'indice, di un costume (estetismo edonizzante). Fra panegirici e sdegni, gli poté essere talvolta rimproverato quel che fu non tanto di lui quanto del suo tempo cui soggiacava nel tormento di accumulare in sé ogni esperienza.
Difficile scegliere nella sua opera poetica quello che più gli appartiene: ogni vicenda della letteratura dell'ultimo Ottocento l'ebbe partecipe, dalla poesia «bar-bara» carducciana, in cui fece le prime prove, all'intimismo dei tardi crepuscolari che pur rinnegava il vino-lenza della sua gesta poetica, dal naturalismo del secondo Ottocento europeo al decadentismo, dal vitalismo americano di Whitman ai trascendentali processi di Dostojew-ski; ed ogni voce ascoltava da qualunque zona del tempo o dello spazio gli giungesse. Né è comprensibile la letteratura moderna senza tenerlo presente, in tutte le direzioni dove i contemporanei si muovono, dall'epopea mondana di Marcel Proust all'immaginismo di Sergej Esenin, da R. M. Rilke a T. S. Eliot, dal teatro di Lorca al romanzo di Morgan.
La cronaca biografica può essere sommariamente circoscritta in alcuni luoghi d'elezione; e occorrerà tener presente che i dati esterni dei luoghi e degli anni in chi volle essere artefice della propria vita inimitabile», valgono meno, che la trasfigurazione cui sottopose le sue memorie. V'è un periodo d'infanzia e di fanciullezza, fra Pescara e il collegio Cicognini, a Prato di Toscana, visitato poi sempre dai ricordi; un periodo romano, dal 1881, con lunghe dimore a Napoli e in terra d'Abruzzi; un periodo fiorentino, dal 1897; poi, dal 1910, l'esilio» in Francia, la guerra, la «gesta» fumana (una linea che alterna estetismo e contemplazione della morte, tenta un'offerta di dolore alle sofferenze di un popolo in armi, e declina nella grande avventura della parola politica); e dal 1921 Gardone, fino alla morte. Se della sua vita fece la sostanza per una celebrazione poetica, più pronta fu l'efficacia che esercitò sul costume, e dal costume passando alla vita politica, fu il primo che s'avviò per la direzione battuta po-dialle dittature popolari, quasi imponendo con la violenza di una suggestione artistica il colloquio della moltitudine con l'«unico»: soluzione promossa dall'anarchismo di Stirner e dal superominismo di Nietzsche, ma esemplata da lui, che l'aveva meditata, in prose di romanzo (Le Vergini delle rocce) e in figure di teatro (La gloria): opere che, per la verità della poesia, contenevano limiti e presagi che il costume politico doveva audacemente varcare. Ma seppe anche procedere oltre l'estetismo edonizzante e la va

nave, 1908; Fedra, 1909; Le martyre de st Sébastien, 1911; La Pisanelle ou la mort parfumée, 1903; e Le chèvrefeuille, 1913; e si riassume nei suoi aspetti più intensi e in una compiutezza formale più direttamente ottenuta nelle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi (Laus vitae, Elettra, Alcyone, 1903; e Merope, 1912). E l'aver tanto scritto a chiarezza di sé, la presenza stessa dei suoi miti nelle parole dei contemporanei, l'ingenuità del suo destino, accettato e scontato, non impediscono, anzi accrescono la fermezza del giudizio di condanna che lui stesso, quasi inconsapevolmente, pronunzia su di sé, disperdendosi «senza fede e senza tema... polvere, non ombra».
IL D'A. E LA CHIESA. — La produzione letteraria del D'A., tanto lontana, nel suo contenuto, dalla ideologia e dall'etica cristiana, sia per la visione così immanentistica della vita, che la ispira, e sia per la prassi che proclama e difende, è stata condannata dalla Chiesa (cf. Index libror. prohibit.: decret. 8 maggio 1911: Omnes fabulae amatoriae. Omnia opera dramatica. Prose scelte; decret. 27 giugno 1928: Reliqua opera (tragedie, commedie, misteri, romanzi, novelle, poesie) fidei et morum offensiva; decret. 3 luglio 1935: A. Cocles, Cento e cento.... pagine del libro segreto; decret. 21 genn. 1939: Solus ad solam).
Il porsi sulle orme del superuomo del Nietzsche, al di là e al di sopra del bene e del male, facendo dello spirito umano come un dio autonomo e tirannico, che si risolve, in fondo, nell'istinto (cf. Cento e cento... pagine del libro segreto, pp. 325, 351-52); l'indulgere alla rappresentazione della immoralità, anche la più sfrontata, con affermazione di errori spesso empi e blasfemi (cf. AAS, 27 [1935], p. 304), non possono che recare danni gravissimi alla formazione ed educazione spirituale e morale delle anime. Si trovano nelle opere del D'A. episodi e figure e riti sacri; ma sono assunti a pretesto creativo e si risolvono talora in profanazione e bestemmia; e non fanno, comunque, dimenticare quel reprimere diuturno, a «denti serrati», per paura di perdersi, qualche affioramento di preghiera a Cristo il «bellissimo nemico» (cf. Contemplazione della morte, Roma 1939, p. 76). Cf. G. Busnelli, Sulla tomba di G. D'A., in Civ. Catt., 1938, II, pp. 193-209.