CELTI. - Con tale nome le fonti greche indicano un gruppo di popoli della famiglia ariceuropea, che, stanziati probabilmente fin dal neolitico, in una regione delimitata all'incirca dal mare del Nord e dalle Alpi, dal Reno e dal Danubio, iniziarono nell'età del bronzo la diaspora che li condusse a occupare quei territori nei quali sono rintracciabili in età storica.
Somalano:
I. Preistoria
II. Religione
III. Evangelizzazione
IV. Liturizia
V. Arte.1. Preistoria
I C. si rendono apprezzabili in epoca relativamente tarda, quando cioè entrano in contatto con l'Europa culta del bacino del Mediterraneo. Ma allorché Ecates (vi sec. a. C.) fa di loro la prima menzione, s'era già svolto un lunghissimo periodo di storia celtica, precisamente quello contrassegnato dalle grandi migrazioni, periodo che, non senza disparità di vedute da parte degli studiosi, può essere ricostruita in base ai reperti paletnologici e archeologici. Dai quali si può stabilire con sufficente sicurezza che i C. si stanziarono nei primi secoli dell'età del bronzo ( 1800-800 a. C. ca.) nella Francia nord-orientale e orientale (forse anche con qualche puntata nell'arcipelago britannico), per occupare poi l'intera Francia (Gallia, secondo la generica denominazione dei latini), la Britannia e l'Irlanda, la penisola iberica fino alle pendici meridionali del Portogallo, e l'Italia settentrionale (Gallia cisalpina: fra le Alpi, I pendii settentrionali dell'Appennino e l'Adige). Il travaglio celtico non può dirsi concluso con queste prese di dimora, ché anche in età storica i C. non cessarono di agitarsi, soprattutto a scopo di rapina: sacco di Roma nel 390 a. C., saccheggio di Delfi nel 278 a. C., seguito questo dal passaggio in Asia Minore, dove vennero Galazia (v.), che si mantennero indipendenti fino al 25 a. C. Alla mancanza di una letteratura celtica, s'aggiunge, a rendere ancor più problematica la ricerca su questi popoli, il fatto che i C. da un lato furono portati ad assimilarsi alle popolazioni autoctone dei territori nei quali si riversavano formando popolazioni ibride (C.-Traci, C.Sciti, Celtiberi, ecc.) e che, dall'altro, entrarono ben presto nella sfera d'espansione romana, dalla quale civiltà finirono per essere totalmente assorbiti. Oggi solo la Scozia, l'Irlanda e l'isola di Man sono celtiche.Per le notizie dei C. in età storica V. britanNia, GALAZIA, GALLIA, IRLANDA.
BinL.: G. Dottin, Manuel pour servir à l'étude de l'antiquité celtique, 2° ed., Parigi 1912; H. Hubert, Les Celtes et l'exportion celtique jusqu'à l'époque de La Tène, ivi 1932; J. Pokorny, Zur Urgeschichte der Kelten und Illyrier, Halle 1938.
II. Religione
Le fonti per la conoscenza della religione dei C. sono paletnologiche, letterarie e archeologiche. Fra le prime, riguardanti le popolazioni autoctone dei paesi nei quali i C. si stanziarono in successive ondate, e le seconde (divisibili in due gruppi : uno rappresentato da scrittori dell'età ro-mano-imperiale, Cesare, Diodoro Siculo, Strabone, ecc., l'altro rappresentato dagli evangelizzatori del primo medioevo, s. Gregorio di Tours, s. Patrizio,ecc.) corre un lasso di parecchi secoli, per cui è difficilissimo conoscere le origini delle credenze religiose celtiche e tracciarne lo sviluppo. Per di più le fonti letteraric rappresentano piuttosto la «interpretatio romana" e la «interpretatio christiana" della religiosità celtica, sì che, sotto molti riguardi, le conoscenze sono ipotetiche.
I reperti paletnologici sono rappresentati da costruzioni megalitiche, menhir, cromlech e dolmen (monumenti sepolcrali della più recente età litica), indici di una religiosità evoluta (culto dei morti, credenza nell'immorta-
lità dell'anima, ecc.) che non mancò di esercitare notevole influsso sulla formazione della civiltà celtica, tanto che da taluno si è creduto che i druidi (v.), i principali sacerdoti dei C., traggano la loro origine dalle culture pre-celtiche.
Le principali divinità secondo Cesare erano Mercurio (il dio supremo, barbato, accompagnato da una parufra, Rosmerta), Apollo, con prerogative di salvatore e di risanatore (come tale portava l'appellativo di Bormo o Borvo) e una compagna (Damona o Bormona), Marte, dio guerricro, associato a una dea, Giove, che nei monumenti figurativi ha una ruota (il tuono?) e una doppia spirale (il fulmine?), ed è rappresentato a cavallo, vincitore d'un gigante, Minerva, il cui appellativo, Belisama, la connette con il sole, e Dis Pater, considerato il pro-

genitore dei Galli.
Oltre a queste, portanti nome romano e distinguibili per mezzo degli attributi e degli appellativi, le fonti letterarie e, soprattutto l'epigrafia testimoniano di divinità dal nome celtico. Tra esse Eaus, Taranis (connesso con il tuono?), forse un dio del cielo, Teutates, appellativo più che nome proprio (da touta, tōta, * teuta = tribù : dunque il dio della tribù), Ogmios, di difficile interpretazione, per quanto già in Luciano assimilato a Ercole, e Epona, una dea dei cavalli. Particolare culto dovevano avere le divinità femminili se si considera il grande numero di nomi di dee che l'epigrafia ha tramandato (ca. 400): fra esse le Matres o Matronae (divinità agricole) e ninfe protettrici di fonti e di fiumi. Questo quadro di religiosità naturalistica si completa con il culto degli alberi, quello di animali, come il cinghiale, il cavallo, il toro ecc.
I templi, in origine e fino alla conquista romana, erano sconosciuti, e il culto, del quale si conosce soltanto un gruppo di feste della fecondità (precisamente a) tramandato da fonti irlandesi, si praticava presso alberi o fonti consacrate.
Il patrimonio di credenze escatologiche (un al di là raggiungibile con viaggio marino, luogo di delizie in tutto terrene), e la fede nell'immortalità dell'anima erano impartito dai più importanti dei due gruppi sacerdotali, il druidico, mentre ignote rimangono le prerogative dei guttuatri.
III. EvangelizZAZIONE
v.: BnITANNIA; GALAZIA; GALLIA; IRLANDA.IV. Liturgia
Con tal nome, usato per primo dal Mabillon, viene indicato il rito già in uso fra le popolazioni delle isole britanniche e della Bretagna Armorica. I vari centri liturgici di queste isole si svilupparono separatamente; e i monaci celti, famosi viaggiatori, lungi dall'idea di comporre una nuova liturgia, si limitarono a prendere da quelle esistenti quanto loro conveniva, armonizzando i singoli elementi e dando loro spesso un carattere personale.
2. I testi
I principali documenti di questa tradizione liturgica sono: a) il Messale di Stace (ora nella biblioteca dell'Università di Dublino), raccolta scritta per uso di qualche chiesa monastica. Contiene l'ordinario della Messa con il Canone, tre messe speciali, l'ordine del Battesimo, della Comunione e dell'Unzione depl'infermi, il tutto seguito da un trattato in irlandese sulle cerimonie della Messa. Sebbene non sia facile assegnare una data al manoscritto, è certo che esso è anteriore al sec. IX. b) l'Antifonorio di Bangor, proveniente dall'abbazia di Bangor (Irlanda), ove fu scritto alla fine del sec. vir, e trasmigrato più tardi a Bobbio. Contrariamente al titolo, vi si trovano anche inni, orazioni, parti di salterio, cantici e benedizioni, per cui sembra sia un estratto di vari libri liturgici fatto ad uso dell'abate. Trovasi ora nella biblioteca Ambrosiana di Milano. c) i Frammenti di Armagh (nella biblioteca del Trinity College di Dublino), celebre manoscritto copiato da Ferdomnash nell'807 o 808, ove fra importanti brani liturgici compare l'Hanc igitur del Canone della Messa con l'aggiunta diesque nostros di Gregorio Magno. d) il Maritologico di Oengus, redatto in versi irlandesi al principio del sec. ix importante per la conoscenza delle feste e del culto dei santi nei paesi celtici. A questo elenco si devono aggiungere vari salteri, rituali, innari, penitenziali, trattati, ed un certo numero di frammenti di minore importanza. Nondevono trascurarsi i libri di devozione privati, e primo e) il Libro di Cerne (nella biblioteca dell'Università di Cambridge), scritto nel sec. ix e proveniente dall'abbazia di Cerne, ove l'influsso delle preghiere liturgiche è assai marcato, si da cogliere un'idea esatta della pietà celtica. Un posto speciale occupa f ) il famoso Messale di Bobbio (ora nella biblioteca Nazionale di Parigi). Checché si voglia pensare della sua origine e della sua supposta provenienza irlandese, vi compaiono elementi irlandesi in gran numero, o meglio una combinazione di elementi romani, gallicani, visigoti, redatta in
stile celtico. Mabillon l'ha designato con il nome di Sacramentario gallicano ed a questa opinioneritorna in sostanza, dopo ripetuti ondeggiamenti e ipotesi di liturgisti, il Wilmart, che per ultimo ha dedicato al manoscritto uno studio profondo ed esauriente (The Bobbio Missal. Notes and Studies [Henry Bradshaw: Society, 61], Londra 1924).
2. Le origini. E oltremodo difficile, con materiale così incompleto, ricostruire un quadro esatto della liturgia celta, e più ancora rendersi conto delle sue origini. I frammenti posseduti sono in realtà poco originali, ritrovandevisi tracce della liturgia romana, gallicana, mozarabica, milanese,
e, in certo senso,
persino di quelle orientali. In confronto, il nucleo strettamente celtico si riduce ad alcune formole di benedizione o di esorcismo, a varie litanie, a delle apologie e confessioni, e a numerosi inni.
La fisionomia propria degli usi liturgici irlandesi ha spinto alcuni teologi anglicani a ritrovare la loro origine nelle liturgie orientali, e più precisamente ad Efeso negli immediati discepoli di s. Giovanni, facendo così della liturgia celta una liturgia efesina in opposizione alla petrina. Ma questa tesi è ormai abbandonata. A parte il fatto che le relazioni fra le isole britanniche e l'Oriente sono per la maggior parte leggendarie, è impossibile conoscere quale sia stata la vera liturgia di Efeso. In ogni caso le formole e i riti celti nel loro insieme sono più istini che orientali. L'opinione che presenta i cristiani celti come dei separatisti, in opposizione a Roma, o per lo meno, sotto il punto di vista dottrinale, indipendenti da ogni influenza dell'Urbe, è contraddetta dal carattere della liturgia celta, sì penetrata di elementi romani. Sta il fatto invece che le relazioni delle isole britanniche con il mondo cristiano del continente furono più frequenti di quanto ordinariamente si creda. Nel sec. IV-v s. Vittricio di Rouen e s. Germano d'Auxerre soggiornarono lungamente in Britannia; e presso quest'ultimo s'iniziò alla vita e alla coltura ecclesiastica l'apostolo dell'Irlanda, s. Patrizio. Fu forse papa Celestino I che inviò in Irlanda
il suo primo vescovo nella persona di Palladio (431), Il bretone s. Niniano, prima di evangelizzare i Pitti. ricevé la sua formazione a Roma, ed ebbe pure contatti con s. Martino di Tours. Anche Faustino di Riez, bretone di origine, mantenne frequenti relazioni con la sua patria. L'influenza di questi personaggi nello sviluppo delle usanze liturgiche nelle isole britanniche, non fu certo secondaria. Attraverso questa rete di corrispondenze e di viaggi, elementi liturgici trasmi-

Celti - Messale di Bobbio d'urigine gallicana con influssi irlandesi. Orazioni per la vigilia di Pasqua e Exultet, attribuite a s. Agostino. Parigi, biblioteca Nazionale, mes. lat. 13246, ff. 109²-100.
ni dopo la sua morte (46I) vedono lentamente disgregarsi la compattezza dell'edificio liturgico e crearsi una serie di cellule separate, con particolarità cultuali spesso considerevoli. E interessante seguire nel Catalogus sanctorum Hiberniae secundum diversa tempora, compilato nel sec. vir, questo processo di sbildamento. Soltanto a partire dalla metà del sec. vir, quando l'Irlanda del sud adottò la Pasqua romana, la liturgia celta assorbì nuovamente elementi romani. L'Antifasario di Bangor, della fine del sec. vir, è ancora puramente gallicano. Sembra dunque essere stata la Gallia ad esercitare un forte influsso sulla formazione dei riti irlandesi. Difficile invece spiegare la presenza di elementi mozarabici nella liturgia celta. Le opinioni sinora pronunciate non hanno risolto il problema e si appoggiano su ipotetiche trasmigrazioni di C. cristiani dall'Irlanda nella Galizia spagnola.
3. La Messa
E soprattutto nel rito della Messa che si trova l'influsso delle liturgie continentali. a) La preparazione della Messa secondo il Messale di Stowe comprende una confessione dei peccati, una lunga litania ove sono ricordati tutti i santi nazionali, e un'apologia sacerdotis, cioè una formula in cui il celebrante dichiara la propria indegnità prima di accostarsi all'altare. La preparazione delle Oblate sembra avesse luogo, a somiglianza del rito gallicano, prima dell'ingresso del sacerdote, e comportava alcune preghiere con speciale ricordo delle singole persone della S.ma Trinità. Questo riferimento alla Trinità è messoin frequente rilievo durante la celebrazione eucaristica, ed è una caratteristica delle liturgie celte. Il resto seguiva da vicino l'ordine romano. Dopo il canto dell'Alleluia all'Epistola, aveva luogo una solenne litania, la cosiddetta Depresaria V. MARTINO V, PAPA, di schietta intonazione orientale, il cui testo, tradotto dal greco, compare anche in altre liturgie occidentali. Speciale importanza aveva la formola di consacrazione. Il celebrante s'inchinava tre volte alle parole accepti Iesus ponere, mentre il popolo giaceva prostrato. Tale preghiera veniva chiamata periculum ovata e nessuno doveva turbarne il silenzio. Il penitenziale di Commean stabilisce una penitenza di cinquanta colpi al sacerdote che s'inceppasse nel pronunciarla. In margine ad alcuni messali era scritta addirittura l'avvertenza: periculum. La Comunione era circondata da riti e da canti che le donavano una grande solennità. Fra questi ultimi deve collocarsi il famoso inno "quando commonicarent sacerdotes» Sancti venite, Christi corpus sumite, conservato nell' Antifonterio di Bangor, di una ispirazione cosi clevata da far rimpiangere la perdita di altre composizioni del genere. I testi del "postcommunio" sono presi dai libri romani, mentre il congedo veniva annunciato con queste parole: Missa acta est. In pace.
4. I Sacramenti. Lo stesso carattere di composizione presentano i riti battesimali. L'unico ordo Boptiemi conservato integro è quello di Stowe. Comprende un gran numero di preghiere, derivate sia da documenti gallicani e milanesi, sia da documenti romani, e combinate nella maniera più strana. Accanto a cerimonie e preci per il Battesimo degli adulti, compaiono formole "ad catechizandos infantes" ed altre destinate persino al Battesimo degli infermi. Anche la benedizione dell'acqua presenta un musaico non meno curioso. La formola della rinuncia è ripetuta due volte alla distanza di poche righe, confusa e intercalata con una professione di fede, che è anticipazione di quella che poi precederà immediatamente il lavacro battesimale. Il testo di quest'ultima è simile al gelasiano, ma le interrogazioni invece che dal celebrante sono rivolte dal diacono. Nessun accenno alla formola trinitaria del Battesimo, che veniva conferito a scelta per immersione o per aspersione. Il rito si chiudeva con una triplice unzione con il crisma, la consegna della veste candida fatta dal diacono e la lavanda dei piedi ai neofiti, cerimonia sconosciuta nella Chiesa romana, ma tolta dall'antica liturgia gallicana.
5. L'Ufficio divino
Era chiamato, nel suo insieme cursus psalmerum, o semplicemente cursus, e veniva diversamente regolato da usanze locali. Regnava sull'argomento una grande libertà, e la principale fonte d'informazione sono le regole monastiche. Le ore canoniche, distinte più o meno con i nomi odierni, rispondevano al tradizionale nu-
teca Vaticana (ms. lat. 3323), contengono le Messe della Circoncisione e della vigilia dell'Epifania. La Pentecoste, l'Epifania e la Pasqua erano considerate feste battesimali, e in quest'ultima i fedeli erano obbligati a soddisfare il precetto pasquale accostandosi alla Comunione. Il rito del nuovo fuoco del Sabato Santo, ignoto agli antichi libri liturgici greci, gallicani e romani, trovò benevola accoglienza in Irlanda già alla metà del sec. VIII. E noto che le Chiese celte si ostinarono a lungo a seguire un computo pasquale diverso da quello della Chiesa romana, conservando appunto l'antico ciclo di 84 anni. S. Colombano vi rimase fedele anche quando si stabili a Luxeuil, venendo cosi a trovarsi spesso in disaccordo con le Chiese locali. Solo lentamente e attraverso contrasti e lotte, i C. finirono per adottare il costume universale, in guisa che alla fine del sec. viII l'unità nella celebrazione della Pasqua può dirsi raggiunta. Alla Pasqua si permetteva un periodo quaresimale molto austero, mentre negli ambienti monastici il digiuno era quasi continuo. Anche presso i semplici fedeli l'osservanza del digiuno nel mercoledì e venerdí, di origini cosi venerande, si mantenne tenacemente.
7. Il tramonto
L'autonomia liturgica delle varie Chiese impedisce di seguire il graduale abbandono delle singole particolarità rituali e il passaggio definitivo alle forme romane. Già ai tempi di Lodo-vico il Pio (817) la Bretagna Armorica aveva accettato il rito dell'Urbe; la Scozia vi si adattò probabilmente nel sec. xi, grazie allo zelo della regina s. Margherita. In Irlanda si dovette attendere ancora un secolo, quando la liturgia romana vi fu introdotta da s. Malachia (m. nel 1148) arcivescovo di Armagh e amico di s. Bernardo. Dopo la conquista dell'isola, compiuta dagli Inglesi, il Sinodo di Cashel (1172) impose senza altro a tutte le Chiese d'Irlanda il rito anglo-romano. DIRL. Fondamentali gli articoli di H. Jenner, Celtic rite, in Cath. Enc., III, pp. 492-504; e di L. Gougaud, Celtiques (liturgies), in DACL, II, coll. 2969-3022, ambedue con ricca bibliografia. Da ricordare ancora: F. E. Warren, Liturgy and Ritual of the Celtic Church, Oxford 1881; J. Dowden, The Celtic Church of Scotland, Londra 1894, pp. 208-49; F. Cabrol, Les origines liturgiques, Parigi 1906, pp. 223-38; W. Stokes, Ireland and the Celtic Church, Londra 1907; L. Gougaud, Les chrétientis celtiques, Parigi 1911; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, 3° ed., ivi 1925; L. Gougaud, Les liturgies celtiques, in R. Aigrain, Liturgia, ivi 1931, pp. 822-27. I principali testi e fonti liturgiche sopra citati sono editi nella collezione della Henry Bradshaw Society, 4 (Londra 1893): 10 (ivi 1895 : The Antiphonary of Bangor, facsimile e testo ed. da F. E. Warren); 13 e 14 (ivi 1898: The Irish liber Hymnorum, testo e versione ed. da J. H. Bernard e R. Atkinson); 29 (ivi 1905: The Martyrrology of Oregon the Culdse, ed. da W. Stokes); 31 e 32 (ivi 1906 e 1915: The Stowe Missal, ed. G. F. Warner, facsimile e testo); 23, 38, 61 (ivi 1917, 1920, 1924: The Bobbio Missal, ed. da E. A. Lowe, facsimile, testo, note di A. Wilmart, E. A. Lowe, H. A. Wilson); 45 e 56 (ivi 1914, 1921: The Leafric Collectur, ed. da E. S. Dewick e W. H. Frere). Arnaldo Roberti
V. ARTE dei C
L'arte cristiana celtica d'Irlanda ha caratteristiche ben definite fino al sec. xir, cominciando dall'altra parte a manifestarsi nel vir. In questo lasso di tempo colpisce una spiccata caratteristica: la grande fedeltà ai canoni ed ai motivi artistici dell'arte pagana anteriore, specialmente quella del periodo preistorico dell'età del bronzo comunemente denominato : arte di La Tène (da una stazione svizzera metodicamente scavata e che ha fornito per così dire il metro per giudicare i tipi sparsi altrove). Si sa adesso che sotto il nome di C. deve individuarsi non una razza, ma un popolo di varia origine che ha derivato da fonti ario-europee una lingua comune. Sembra che la prima fase di sviluppo della nazione celta debba stare nella Germania sud-occidentale. Poi trasmigrò nelle isole di Gran Bretagna e di Irlanda e nella Bretagna (del territorio francese) dove oggi ne esistono i relitti più puri. L'arte di La Tène va all'incirca dal 500 a. C. fino alla conquista romana, ed anzi agli inizi dell'èra cristiana ed oltre. Ma bisogna tener pure conto delle tendenze artistiche dei Goidel, o Gaeli celtici, i quali, discendendo la vallata del Reno, fra il 2000 e il 1700 a. C. passarono in Inghilterra, sostituendo i loro tumuli (roundbarrows) alle tombe rettangolari degli autoctoni neolitici. E ad essi che si devono importanti costruzioni megalitiche.È necessaria questa premessa per capire gli orientamenti dell'arte celtica cristiana: costruzioni in pietre abilmente connesse e (in diversi esempi) non cementate; decorazione su pietra che risente degli schemi preistorici, solo mescolandovi qualche elemento esteriore. Di fatto, non bisogna figurarci questa gente nordica come del tutto isolata (quantunque ben presto sul finire del sec. v e nel vi vi fosse per l'Irlanda lo sbarramento costituito dal dilagare degli invasori sassoni). Una straordinaria sorpresa si ebbe quando sul fianco della croce in pietra di Fahan in Donegal (Henry, tav. 14) si trovò scritto il «Gloria Patri», in greco nella formola prescritta dal Concilio di Toledo del 633. Evidentemente esistevano continui rapporti con la Spagna e con la Gallia. Anche l'iconografia risente d'influssi continentali e delle zone orientali, tuttavia trasformati in una stilizzazione particolare che risente della tradizione celtica convogliatrice a sua volta d'influssi germanici ed asiatici. Chi legga poi la mirabolante produzione letteraria gaelica (che è una

(da ed. di G. F. Warner, parte 20, II. Bradshaw Society, Londra 1906) Celri-Messale di Stowe. Confessione dei peccati : - Peccavimus Dhe, peccavimus parus peccatis nostris...». Palengraficamente il Messale appartiene al sece, 10-2 - Dublino. Accademia reale D. II, 3. I. 12 .
grande base della letteratura medievale; si ricordino i noti cicli epici di re Arturo ecc.), e chi tenga conto di tutto quel mondo d'incanti che ancor oggi fa presa nel contado irlandese ed anche, in minor parte, nel bretone, non si meraviglierà del profondo misticismo e del senso d'acano che traspare anche da un modesto monumento. L'Irlanda ebbe per questo uno sviluppato monachesimo. Tra le costruzioni monastiche è da ricordare il gruppo di celle delle Skelling Michael, sulla costa occidentale. E una posizione ideale per un asceterio. Le piccole costruzioni elevate in un paesaggio roccioso investito dalla piena oceanica, sono in pietre rozzamente squadrate e non cementate. Se non vi fosse la croce sulla cella più grande, si giurerebbe di stare in una fortezza del periodo pagano, come quelle di Dun Bec, o di Steigue Fort. Con un'abitazione preistorica può essere scambiata la chiesetta rettangolare di Eilean a Naoimh nella Scozia. A Kilmalkedar, pure in questa regione, il problema della copertura di un piano rettangolare è risolto facendo inclinare le pareti. Ne risulta un capannone a tipo di un moderno hangar. Le porte di questi edifici, sperso con la grande pietra per architrave (cosi a Mac Dara, a S. Brendano, ad Inisglora, ecc.) s'imparentano con quelle dei megaliti mediterranei. La finestra di Mac Dara non è che un appoggio ad angolo di due pietre sopra due ritti. Anche quando si faranno gli archi e si avranno portali romanici a rientranze, come quelli di Francia, il modo di trattare i massi, le decorazioni e teste, a intrecciature, a motivi geometrici costituiranno sempre una reminiscenza degli ornati celtici pagani, come si conoscono particolarmente nei lavori in bronzo e in altri metalli. Inoltre, osserva la Henry, nell'Irlanda le arti hanno reagito l'una sull'altra. Ad es., le miniature del Libro di Duroaw continuano certi ornati di smalti e bronzi vetero-celtici; lo scultore della croce di Abenny ha imitato i fregi di un prezioso reliquiario cristiano; quello della croce di Kells si è ispirato a miniature, ecc. Curiosa una testa di Cristo di una placchetta d'Athlona (tav. 20 della Henry) che ha la forma di quelle sul calderone
scandinavo di Gundestrup. Monumenti caratteristici dell'Irlanda sono le croci, i cippi, le torri rotonde. Per ciò che si riferisce a queste ultime, si osserva che la loro antichità non è grande. Dovettero essere costruite a difesa dai pirati fra il sec. IX e il principio del XII. In quanto ai cippi, essi continuano l'uso delle pietre sia in vicinanza d'una chiesa, sia segnando il posto di un antico cimitero. Le iscrizioni sono in gran parte latine e testimonianze la penetrazione della cultura latina fin dai tempi di S. Patrizio. Ma c'è anche esempio della scrittura locale (i caratteri «ogamici»). Così la rozza stelle del sepolcro di S. Monachan (all'estremità sud-ovest del suo oratorio chiamato Temple Geal presso Dingle). Tale cippo non ha che una croce profondamente incisa. Ma in altri lo sfarzo decorativo è ben grande. La pietra d'Aberlenno, ad es., con le sue volute e intrecciate fittissime, sembra un lavoro d'oreficeria. Una semplice pietra con iscrizione latina del sec. V menziona le congeries lapidum in cui fu sepolto un «Carausius». L'espressione si trova in un passo di Nennio relativo alla leggenda di re Arturo, in altro contenuto nella biografia di S. Columba, ed altrove. È pure interessante una pietra sepolcrale di Oidaca (a Fuercy) dove c'è la croce e la figurazione della immagine simbolica paleocristiana del pesce. Ma l'interesse maggiore deve andare alle pietre sagomate a croce, che hanno per lo più scopo votivo. Sono state di recente indagate con fine analisi e con stupenda documentazione grafica dalla Henry. Tipi semplici come a Carndonag (tav. 11; nella località anche stelle: tav. 12), o con rilievo a treccia e borchie, come la bellissima di Ahenny (tav. 20-21). La forma di tali croci arieggia i tipi ad anse di una croce astile, ma nello sfarzo decorativo di una crux florida tradotta in metallo prezioso. Le anse sono tabelle rettangolari e, come novità, vi è un cerchio solare di glorificazione che non si trova mai nella produzione a noi nota dell'alto medioevo (soltanto nel basso medioevo si hanno alcuni esempi; qui appare invece nel sec. VII-VIII). Esempi vari anche con figure: sono immagini infantili, talvolta sembrano nanerottoli dal corpo grosso e i piedi corti. Spesso si vedono figure in manto e cappuccio e tutte con il viso a pera rovescia come nei rilievi langobardi. Si cerca di sistemare queste immagini in ritmi ornastici, simmetrici, dei quali possono trovarsi paralleli in Germania e fino nella Russia orientale e poi, risalendo nei tempi, entro l'Asia anteriore. Anche la snellezza e la stilizzazione degli animali risente di tal confronto. Si citano le croci di Moone (tavv. 44-49), di Castledermot (83) di Armagh (64) di Monasterboice e di Muiredach (74-77), ecc. In quanto ai soggetti si citano: i Protoparenti, il sacrificio d'Abramo, i giovani ebrei nella fornace, la strage degli innocenti, la fuga in Egitto, i dodici Apostoli, s. Paolo e s. Antonio, la Crocifissione, Daniele nella fossa dei leoni, ecc., tutti significativi per l'evangelizzazione di queste genti guerriere e cacciatrici, fisse ad un ideale eroico, timorose degli assalti delle forze infernali, generose ed idealizzatrici. Si sa che presso di loro il cristianesimo si diffuse pacatamente, senza persecuzioni. S. Patrizio poté liberamente distruggere dodici piccoli idoli che nella piana di Mag Secht attorniavano Crom Cruach, l'idolo maggiore che era tutto rivestito d'oro.
Le iscrizioni delle croci di pietra ci permettono una datazione in base agli «annali» della località. A Balin è la croce del monaco Tauthghall (tav. 40) che fu abate di Clonmacnois nell'810-11 (Annali d'Ulster ecc.). A Monasterboice (tav. 75) la croce ha questa epigrafe gaelica - ORDO MUIREDACH LAS (AN) DERNAD IN CHRO (ss) A («Pregate per Muiredach che ha fatto questa croce»). È probabilmente un personaggio del 924-25.
La decorazione a treccia dal sec. VII al XII è spesso mescolata a quell'ornato di fauna come nelle zone scandinave. Nel Libro di Durrow, la paziente ed abile decorazione ha sei strisce di treccia che si ripetono due a due a tre differenti combinazioni di animali. In ciascuna le bestie sono incorporate le une con le altre. Si vedono poi nell'arte irlandese i corpi a lungo nastro piegato in differenti maniere (si può paragonare ai tre stili dell'arte nordica individuati dal Salin). E poi decorazione curvilinea a spirali e a viticci strettamente arrotolati (ricordo di temi preistorici), decorazioni angolari (a combinazione di segmenti) come se ne possono trovare anche sui bronzi della Cina antichissima. L'ornato vegetale si trasforma in fantasie lineari, anche quello animale va dissolvendosi. Talvolta dalla bocca o dalla coda di animali e da mascheroni germinano nastri, viticci, volute che poi si sviluppano in deliziosi ghirigori. Mirabili sono le grandi iniziali del Libro di Kells, dell'Evangelario di Mac Regol, o di quello di Lindisfarne (sec. VIII). Curiose anche quelle pagine iniziate come l'esempio dell'evangelario della biblioteca Nazionale di Torino O IV, 20 in cui una figura centrale ammantata regge la croce in mezzo ad una infnità d'altre figurette di tipo somigliante. Stranissimo anche un evangelario della biblioteca di S. Gallo in cui si vede la Crocifissione; le vesti del Cristo sono tutte a pieghe in avvolgimenti del tutto innaturali, ma spiegabili con una tenace volontà di ritmo.
Non meno fantasie le oreficerie, dove sbalzi e filigrane compongono fregi stupendi. calice (v.) di Ardagh, ampia tazza con borchie, intrecciatore e volute sottili (l'opera è attribuita ai sec. VIII-XII, è probabilmente del sec. IX o X, cf. Liam S. Gogan, The Ardagh chalice, Dublino 1932). Importanti sono le cassette in cui si ponevano i libri. Quella (scomparsa) del Libro di Durrow aveva un'epigrafe gaelica relativa al re Flan Sinna, figlio di Malachia, che regnò fra l'877 e il 916. Il Libro di Annagh aveva una iscrizione del 937-38; il Libro di Kells è del 1007. Ci restano le teche del Vangelo di Molais (grande croce a trecce, simboli degli evangelisti [1001-25]) del Messale di Stowe (codice includente un testo liturgico importantissimo; croce su sfondo a scacchiere e triangoli [1023]); del Libro di Dimma (croce su intrecciatore [1150]). Poi esistono pastorali con applicazioni metalliche ben lavorate (quello di Dimma, quello del museo d'Edimburgo, quello di Kells, quello di Lismore ecc.). Si va dal sec. X al XII. Inoltre le cassette per contenere quelle campanelle usate per convocare piccole comunità di monaci. Il bello scrigno della croce di s. Patrizio, tutto ad intrecciatore multiplo, non è che una copia del sec. XIII e la rimpiazzò l'originale dato alla chiesa di Bos Glandae. È invece primitivo lo scrigno della campana di s. Culano (anche qui trecce, ma più semplici, e poi mascheroni combinati a sagome di mostri; sec. IX-X). In quanto alla campanella si ricorda quella di Cumasach Mac Ailello che ha iscrizione di persona scomparsa nel 908. Una cassettina reliquiaria è la teca bronzea di s. Mogue, che si dice abbia servito a s. Molais per conservare certe reliquie prese in Roma e donate all'amico Moedoc, abate di Fern. Vi si vedono su sfondi varie figure di vecchi dalla lunga barba bipartita e chiome fluenti (sec. IX). Infine le croci, di cui notevolissima è quella di Cong (ad intrecciatore di tipo miniaturistico, inizi sec. XII).
Le costruzioni dei baroni normanni fecero scomparire molti edifici. La fondazione benedettina di Millefont (1142) contribuì a diffondere altre forme d'arte. Ma la trasformazione già si avverte nella cappella di Cormac (1134). Dimodoché, quando gli anglo-normanni sbarcarono in Irlanda nel 1169, lo sviluppo artistico locale risultava sensibilmente compromesso. Come si è detto, la fine del sec. XII si può considerare una chiusura del ciclo di questa singolarissima arte celtica. «Vedi Tavv. LXXVIII-LXXIX.