BRITANNIA, EVANGELIZZAZIONE DELLA

BRITANNIA, EVANGELIZZAZIONE della. - La parte meridionale (a sud del 55° parallelo) dell'odierna Inghilterra e Scozia, cominciò ad essere chiamata B. quando vi si insediarono i Bretoni.

I. I BRETONI

Erano celti, dall'alta statura, dagli occhi chiari e dai capelli rossicci, e appartenevano a quel ramo della stirpe ariana che, dalle valli del Danubio, dell'Elba e del Reno, nell'ultimo millennio prima di Cristo, era venuto a stabilirsi nella Gallia detta celtica, donde aveva spinto propaggini nell'Italia superiore, nella Spagna e nelle grandi isole del Mare del Nord. In queste i Celti vennero in due ondate: la prima dei Gaeli e Goideli vi giunse tra il X e il V sec. prima di Cristo. Fu sospinta verso nord nella Scozia (*Caledonia*) e nell'Irlanda (*Hibernia*) dalla seconda ondata, quella dei Bretoni (forse da brython = tatuaggio), che tra il IV e il II sec. a. Cristo si stabilirono nella parte meridionale dell'isola britannica. Imperantati con i Celti della Gallia, i Bretoni li aiutarono nella lotta contro i Romani. Giulio Cesare ne prese pretesto per invadere l'isola e conquistarne la parte meridionale (55 a. C.). L'occupazione fu assicurata ed estesa dagli imperatori di casa Giulia e Flavia. Adriano eresse a protezione della *B. romana*, contro gli assalti dei Caledoni della *B. barbara*, il celebre vallo. Antonino ne aggiunse un altro più a nord. La B. romana fu divisa sotto Diocleziano in quattro province. Teodosio ne aggiunse una quinta. Roma riuscì a unificare, pacificare e conciliare al suo governo quei popoli fieri e bellicosi: ma non poté assimilarli. Se per la loro natura seria e meditativa e grazie all'opera civilizzatrice di Roma, i Bretoni offrirono presa alla predicazione cristiana, opposero però ostacolo col loro rigido particolarismo razzistico, che li frastagliava in *clan* autonomi e ostili e nella religione naturalistica, sostenuta dalla potente organizzazione dei Druidi.

II. ORIGINI CRISTIANE

Non sappiamo quando e come il cristianesimo sia entrato nella B. Non meritano neanche attenzione le voci raccolte da Eusebio, Teodoro et altri antichi scrittori ecclesiastici di una venuta nell'isola di s. Paolo o di s. Pietro, di Simone Zelote, s. Giacomo, Aristobolo e s. Giovanni. Più favore trovò la leggenda della predicazione di Giuseppe d'Arimate, che vi avrebbe portato alcune gocce del sangue di Cristo, leggenda da cui in seguito si sviluppò l'altra del santo Graal (*sanguis realis*). Qualcuno credette di poter sostenere la presenza del cristianesimo nella B. già nel primo secolo per il fatto che Pomponia Grecina, sposa del proconsone Plauto, capo delle legioni romane stanziate nell'isola, e Claudia, sposa del senatore Pudente, nata in B., erano probabilmente cristiane. Quand'anche la cosa fosse certa, non se ne potrebbe arguire altro che la presenza di qualche cristiano fra i Romani che occupavano e

governavano l'isola; ma non ancora fra i Bretoni. Beda (Hist. eccl., I, 4) attinge dal Lib. Pontif. (I, p. cii) la notizia che un re bretone di nome Lucio, verso la fine del sec. II, chiese missionari al papa Eleuterio (175-89). Leggenda anche questa, perché non c'era allora nella B. romana alcun re indipendente e, se vi fosse stato, non avrebbe avuto il nome romano di Lucio. In ogni modo, verso la fine di quel secolo, il cristianesimo aveva già messo piede nell'isola. I primi missionari erano venuti dalla Gallia. Erano forse cristiani sottratti alla persecuzione del 177. Tertulliano (Adv. Iudaeos, 8) annovera la tra i paesi che, inaccessibili ai Romani, pure erano stati sottomessi a Cristo. Probabilmente il retore affiancò la laica trasportare dal solito entusiasmo. Non pare invece che si debba dire lo stesso di Origene che, meno di cinquant'anni dopo, per ben tre volte, nei suoi scritti, allude all'evangelizzazione della B. (Homil. IV in Ezech.: PG 13, 695; Homil. VI in Lucam. 8; ibid., 1813 sg.; Commentari. Series, in Mt.: ibid., 1655). Verso la fine del sec. III esistevano già diverse comunità cristiane. Lo si desume dal martirio di s. ALBANI (v.) a Verulamio e di Aronne e Giulio a Caerleon (Legionum Urbs) e dalla presenza al Concilio di Arles (314) dei tre vescovi bretoni Restituto di Londra, Eborio di York e Adelfo di Lincoln e inoltre d'un sacerdote e del diacono Arminio, forse in rappresentanza di una quarta chiesa, di modo che, a quel Concilio, sarebbero stati presenti i rappresentanti delle quattro province della B. romana.
III. ASPETTO DELL'ANTICA CHIESA BRETONE. Le quattro Chiese rappresentate ad Arles costituivano l'interna gerarchia bretone e questa dipendeva unicamente dal vescovo di York ovvero erano le metropoli di quattro province ecclesiastiche, in cui erano raggruppate numerose sedi vescovili? Le fonti scarseggiano e non si può dire nulla di sicuro. Nel Concilio di Rimini del 359 i vescovi bretoni, come quelli della Gallia, rifiutarono, ad eccezione di tre, i sussidi offerti dall'impratore Costanzo (Sulpicio Severo, Chronicon, II, 41). F. Cabrol (L'Angleterre chrétienne, p. 26) arguisce la presenza, in quel Concilio, di almeno 8 o 10 vescovi bretoni. La supposizione non è del tutto sicura; invece è certo che l'antica Chiesa bretone sentì vivamente l'unità cattolica: il suo episcopato condannò nel Concilio di Arles il donatismo; sottoscrisse a S. S. 347 la riabilitazione di Atanasio; respinse nel 347 la formula di Sirmio e, dopo qualche esitazione, finì per accettare la fede nicena e nel 303 con una lettera ad Atanasio aderì definitivamente all'èquosòs. In tutte le polemiche del sec. IV l'episcopato d'oltre Manica seguì le evoluzioni di quello gallico. È innegabile l'influsso della Chiesa gallicana su quella bretone sia nel campo dottrinale come in quello liturgico. Verso la fine del sec. IV Vittricio di Rouen, amico di s. Martino di Tours, fu pregato dai vescovi bretoni di dirimere alcune controversie sorte tra loro. Nel secolo seguente s. Germano d'Auxerre visitò due volte l'isola (429-31 e 447) per combattervi l'eresia del bretone Pelagio, sostenuta dai due vescovi Severino e Fastidio. Vano lo sforzo di provare l'origine orientale della Chiesa bretone e la sua originaria indipendenza da Roma. Testimonianze irrefragabili garantiscono lo stretto legame con la sede romana: l'uso della Vetus latina e, dopo il sec. VI, della Volgata; l'accettazione del ciclo pasquale romano (314); l'ordinazione del vescovo Palladio da parte di Celestino I (431); l'accettazione della dottrina romana nelle grandi controversie del sec. IV, ecc. Altra cosa è ammettere il ca
rattere romano dell'antica Chiesa bretone ed altra dire che essa, fino al 410, fu costituita soltanto da elementi romani. Stanno a dimostrare la diffusione del cristianesimo tra la popolazione celta propriamente detta: 1) i nomi dei pochi martiri e vescovi bretoni che conosciamo; 2) il fatto che le 130 iscrizioni cristiane conservate (però posteriori al sec. IV), sono state trovate un po' dovunque e non soltanto là dove era più sentito l'influsso romano; 3) l'esistenza di numerose chiese (cf. Gilda, De excidio et conquestu Britanniae, 24: PL 69, 346), ecc. Lo Zimmer (The Celtic Church, 1902, p. 57 sgg.) provò che verso il 400 la maggioranza dei Bretoni era cristiana. Altrimenti faticheremmo a capire come quella Chiesa non sia sparita con il cessare dell'amministrazione romana (410).

BIBL.: F. Cabrol; L'Angleterre chrétienne avant les Normands, 10e ed., Parigi 1909, pp. 1-52; H. Leclercq, Bretagne (Grande), in DACKL, II, coll. 1158-1220; L. Gougaud, Les chrétiens celtiques, Parigi 1911; J. Chevalier, L'Eglise celtique in Angleterre, in DHG, III, coll. 145-56; L. Gougaud, Christianity in Celtic Lands, Londra 1932, rifusione dell'opera francese; G. Sheldon, The Transition from Roman Britain to Christian England, 368-664, Londra 1932; Fliche-Martin-Frutaz, II, pp. 130-131; III, pp. 473-74; IV, pp. 379-85.