CELTES, CONRAD - Sepolcro - Vienna, chiesa di S. Stefano.
ccc.) corre un lasso di parecchi secoli, per cui è difficilissimo conoscere le origini delle credenze religiose celtiche e tracciarne lo sviluppo. Per di più le fonti letterarie rappresentano piuttosto la «interpretatio romana» e la «interpretatio christiana» della religiosità celtica, sì che, sotto molti riguardi, le conoscenze sono ipotetiche.
I reperti paletnologici sono rappresentati da costruzioni megalitiche, menhir, cromlech e dolmen (monumenti sepolcrali della più recente età litica), indici di una religiosità evoluta (culto dei morti, credenza nell'immortalità dell'anima, ecc.) che non mancò di esercitare notevole influito sulla formazione della civiltà celtica, tanto che da taluno druidi (v.), i principali sacerdoti dei C., traggiano la loro origine dalle culture pre-celtiche.
Le principali divinità secondo Cesare erano Mercurio (il dio supremo, barbato, accompagnato da una paredra, Rosmerta), Apollo, con prerogative di salvatore e di risanatore (come tale portava l'appellativo di Bormo o Borvo) e una compagna (Damona o Bormona), Marte, dio guerriero, associato a una dea, Giove, che nei monumenti figurativi ha una ruota (il tuono?) e una doppia spirale (il fulmine?), ed è rappresentato a cavallo, vincitore d'un gigante, Minerva, il cui appellativo, Belisama, la connette con il sole, e Dis Pater, considerato il progenitore dei Galli.
Oltre a queste, portanti nome romano e distinguibili per mezzo degli attributi e degli appellativi, le fonti letterarie e, soprattutto l'epigrafia testimoniano di divinità dal nome celtico. Tra esse Esus, Taranis (connesso con il tuono?), forse un dio del cielo, Teutates, appellativo più che nome proprio (da touta, tōta, teuta = tribù: dunque il dio della tribù), Ogmios, di difficile interpretazione, per quanto già in Luciano assimilato a Ercole, e Epona, una dea dei cavalli. Particolare culto dovevano avere le divinità femminili se si considera il grande numero di nomi di dee che l'epigrafia ha tramandato (ca. 500): fra esse le Matres o Matronae (divinità agricole) e ninfe protettrici di fonti e di fiumi. Queste quadro di religiosità naturistica si compliano con il culto degli alberi, quello di animali, come il cinghiale, il cavallo, il toro ecc.
I templi, in origine e fino alla conquista romana, erano sconosciuti, e il culto, del quale si conosce soltanto un gruppo di feste della fecondità (precisamente 4) tramandato da fonti irlandesi, si praticava presso alberi o fonti consacrate.
Il patrimonio di credenze escatologiche (un al di là raggiungibile con viaggio marino, luogo di delizie in tutto terrene), e la fede nell'immortalità dell'anima erano impartito dai più importanti dei due gruppi sacerdotali, il druidico, mentre ignote rimangono le prerogative dei gutuatri.
III. EVANGELIZZAZIONE
v.: BRITANNIA; GALAZIA; GALLIA; IRLANDA.IV. LITURGIA
Con tal nome, usato per primo dal Mabillon, viene indicato il rito già in uso fra le popolazioni delle isole britanniche e della Bretagna Armorica. I vari centri liturgici di queste isole si svilupparono separatamente; e i monaci celti, famosi viaggiatori, lungi dall'idea di comporre una nuova liturgia, si limitarono a prendere da quelle esistenti quanto loro conveniva, armonizzando i singoli elementi e dando loro spesso un carattere personale.1. I testi
I principali documenti di questa tradizione liturgica sono: a) il Messale di Stowe (ora nella biblioteca dell'Università di Dublino), raccolta scritta per uso di qualche chiesa monastica. Contiene l'ordinario della Messa con il Canone, tre messe speciali, l'ordine del Battesimo, della Comunione e dell'Unzione degli infermi, il tutto seguito da un trattato in irlandese sulle cerimonie della Messa. Sebbene non sia facile assegnare una data al manoscritto, è certo che esso è anteriore al sec. IX. b) l'Antifonario di Bangor, proveniente dall'abbazia di Bangor (Irlanda), ove fu scritto alla fine del sec. VII, e trasmigrato più tardi a Bobbio. Contrariamente al titolo, vi si trovano anche inni, orazioni, parti di salterio, cantici e benedizioni, per cui sembra sia un estratto di vari libri liturgici fatto ad uso dell'abate. Trovasi ora nella biblioteca Ambrosiana di Milano. c) i Frammenti di Armagh (nella biblioteca del Trinity College di Dublino), celebre manoscritto copiato da Ferdomnach nell'807 o 808, ove fra importanti brani liturgici compare l'Hawc igitur del Canone della Messa con l'aggiunta diesque nostros di Gregorio Magno. d) il Martirologio di Oengus, redatto in versi irlandesi al principio del sec. IX importante per la conoscenza delle feste e del culto dei santi nei paesi celtici. A questo elenco si devono aggiungere vari salteri, rituali, innari, penitenziali, trattati, ed un certo numero di frammenti di minore importanza. Non
CELTI - Antifonario di Bangor, Benedictus e Te Deum. Codice scritto nell'abbazia di Bangor fra il 680 e il 691 - Milano, biblioteca Ambrosiana, C. 5 inf., f. 107.
devono trascurarsi i libri di devozione privati, e primo e) il Libro di Cerne (nella biblioteca dell'Università di Cambridge), scritto nel sec. IX e proveniente dall'abbezia di Cerne, ove l'influsso delle preghiere liturgiche è assai marcato, sì da cogliere un'idea esatta della pietà celtica. Un posto speciale occupa f) il famoso Messale di Bobbio (ora nella biblioteca Nazionale di Parigi). Checché si voglia pensare della sua origine e della sua supposta provenienza irlandese, vi compaiono elementi irlandesi in gran numero, o meglio una combinazione di elementi romani, gallicani, visigoti, redatta in stile celtico. Mabilon l'ha designato con il nome di Sacramentario gallicano ed a questa opinione ritorna in sostanza, dopo ripetuti ondeggiamenti e ipotesi di liturgisti, il Wilmart, che per ultimo ha dedicato al manoscritto uno studio profondo ed esauriente (The Bobbio Missal. Notes and Studies [Henry Bradshaw Society, 61], Londra 1924).
2. Le origini
È oltremodo difficile, con materiale così incompleto, ricostruire un quadro esatto della liturgia celta, e più ancora rendersi conto delle sue origini. I frammenti posseduti sono in realtà poco originali, ritrovandovisi tracce della liturgia romana, gallicana, mozarabica, milanese, e, in certo senso,persino di quelle orientali. In confronto, il nucleo strettamente celtico si riduce ad alcune formole di benedizione o di esorcismo, a varie litanie, a delle apologie e confessioni, e a numerosi inni.
La fisionomia propria degli usi liturgici irlandesi ha spinto alcuni teologi anglicani a ritrovare la loro origine nelle liturgie orientali, e più precisamente ad Efeso negli immediati discepoli di s. Giovanni, facendo così della liturgia celta una liturgia efesina in opposizione alla petrina. Ma questa tesi è ormai abbandonata. A parte il fatto che le relazioni fra le isole britanniche e l'Oriente sono per la maggior parte leggendarie, è impossibile conoscere quale sia stata la vera liturgia di Efeso. In ogni caso le formole e i riti celti nel loro insieme sono più latini che orientali. L'opinione che presenta i cristiani celti come dei separatisti, in opposizione a Roma, o per lo meno, sotto il punto di vista dottrinale, indipendenti da ogni influenza dell'Urbe, è contraddetta dal carattere della liturgia celta, si penetrata di elementi romani. Sta il fatto invece che le relazioni delle isole britanniche con il mondo cristiano del continente furono più frequenti di quanto ordinariamente si creda. Nel sec. IV-V s. Vitricio di Rouen e s. Germano d'Auxerre soggiornarono lungamente in Britannia; e presso quest'ultimo s'iniziò alla vita e alla coltura ecclesiastica l'apostolo dell'Irlanda, s. Patrizio. Fu forse papa Celestino I che inviò in Irlanda
il suo primo vescovo nella persona di Palladio (431). Il bretone s. Niniano, prima di evangelizzare i Pitti, riceve la sua formazione a Roma, ed ebbe pure contatti con s. Martino di Tours. Anche Faustino di Riez, bretone di origine, mantenne frequenti relazioni con la sua patria. L'influenza di questi personaggi nello sviluppo delle usanze liturgiche nelle isole britanniche, non fu certo secondaria. Attraverso questa rete di corrispondenze e di viaggi, elementi liturgici trasmi-
grarono facilmente al di là del mare; e solo per tal via si può spiegare la presenza in Irlanda del cosiddetto Cursus di s. Marco, ordinamento dell'Officio divino che, portato dall'Egitto in Gallia per opera di Cassiano e ottenuta cittadinanza a Lerino, di qui passò in Ibernia sotto gli auspici di s. Patrizio. Il Cursus di s. Marco, divenuto così il Cursus Scostorum, fu poi riportato sul continente alla fine del sec. IV da s. Colombano. Solo una forte personalità, come quella di s. Patrizio, poteva imporre una nuova disciplina liturgica e conservare una certa unità di culto fra le diverse usanze introdotte nel popolo. Gli an-

(da IACL, II, col. 2): 1-2
3. La Messa
È soprattutto nel rito della Messa che si trova l'influsso delle liturgie continentali. a) La preparazione della Messa secondo il Messale di Stone comprende una confessione dei peccati, una lunga litania ove sono ricordati tutti i santi nazionali, e un'apologia sacerdotis, cioè una formola in cui il celebrante dichiara la propria indegnità prima di accostarsi all'altare. La preparazione delle Oblate sembra avesse luogo, a somiglianza del rito gallicano, prima dell'ingresso del sacerdote, e comportava alcune preghiere con speciale ricordo delle singole persone della S.ma Trinità. Questo riferimento alla Trinità è messoin frequente rilievo durante la celebrazione eucaristica, ed è una caratteristica delle liturgie celte. Il resto seguiva da vicino l'ordine romano. Dopo il canto dell'Alleluia all'Epistola, aveva luogo una solenne litania, la cosiddetta Deprecatio s. Martini, di schietta intonazione orientale, il cui testo, tradotto dal greco, compare anche in altre liturgie occidentali. Speciale importanza aveva la formola di consacrazione. Il celebrante s'inchinava tre volte alle parole accepti Iesus panem, mentre il popolo giaceva prostrato.
Tale preghiera veniva chiamata periculosa oratio e nessuno doveva turbarne il silenzio. Il penitenziale di Cummean stabilisce una penitenza di cinquanta colpi al sacerdote che s'inceppasse nel pronunciarla. In margine ad alcuni messali era scritta addirittura l'avvertenza: periculum. La Comunione era circondata da riti e da canti che le donavano una grande solennità. Fra questi ultimi deve collocarsi il famoso inno «quando commonicarent sacerdotes» Sancti venite, Christi corpus sumite, conservato nell'Antifonario di Bangor, di una ispirazione così elevata da far rimpiangere la perdita di altre composizioni del genere. I testi del «postcommunio» sono presi dai libri romani, mentre il congedo veniva annunciato con queste parole: Missa acta est. In pace.
4. I Sacramenti. - Lo stesso carattere di composizione presentano i riti battesimali. L'unico ordo Baptismi conservato integro è quello di Stowe. Comprende un gran numero di preghiere, derivate sia da documenti gallicani e milanesi, sia da documenti romani, e combinate nella maniera più strana. Accanto a cerimonie e preci per il Battesimo degli adulti, compaiono formole «ad catechizandos infantes» ed altre destinate persino al Battesimo degli infermi. Anche la benedizione dell'acqua presenta un musaico non meno curioso. La formola della rinuncia è ripetuta due volte alla distanza di poche righe, confusa e intercalata con una professione di fede, che è anticipazione di quella che poi precederà immediatamente il lavacro battesimale. Il testo di quest'ultima è simile al gelasiano, ma le interrogazioni invece che dal celebrante sono rivolte dal diacono. Nessun accenno alla formola trinitaria del Battesimo, che veniva conferito a scelta per immersione o per aspersione. Il rito si chiudeva con una triplice unzione con il crisma, la consegna della veste candida fatta dal diacono e la lavanda dei piedi ai neofiti, cerimonia sconosciuta nella Chiesa romana, ma tolta dall'antica liturgia gallicana.
5. L'Ufficio divino. - Era chiamato, nel suo insieme cursus psalmonum, o semplicemente cursus, e veniva diversamente regolato da usanze locali. Regnava sull'argomento una grande libertà, e la principale fonte d'informazione sono le regole monastiche. Le ore canoniche, distinte più o meno con i nomi odierni, rispondevano al tradizionale nu-
numero di sette. Non pare tuttavia che la compieta fosse nota; avanti il riposo i monaci si raccoglievano per ricevere semplicemente la benedizione dell'abate. I monaci celti furono degli straordinari recitatori di salmi; era uso quasi generale di recitare ogni giorno l'intero salterio, sicché l'ordinamento dell'officiatura appare eccessivamente carico. Secondo l'Ordo del monastero scozzese di Kil-Ros, d'origine sicuramente irlandese e anteriore al sec. VIII (PL 519, 561-68). L'ufficio della notte si componeva di tre vigilia di venti salmi cia-
scuna, con una prostrazione dopo ogni salmo. Gli altri novanta salmi dovevano essere distribuiti fra le ore del giorno, observato debito tempore. Nella recita dei salmi era adoperata sia la salmodia diretta, sia quella alternata, qualche volta sotto forma responsoriale. Anche s. Colombano dettò un cursus per l'officiatura, descritto con abbondanza di particolari nella sua Regula monachorum (cap. 7).
6. L'anno liturgico. - Le varianti del Communicantes nel canone, riportate nel Messule di Stowe, fanno conoscere le principali feste dell'anno celebrate nell'ambiente irlandese dell'VIII-IX sec. Esse sono: In natale Domini, Kalendis (Circoncisione), Stellae (Epifania), Pasca, In clausula Pasca (domenica in Albis), Ascensio, Pentecostes. A codesto elenco si può aggiungere il Giovedì Santo. Alcuni frammenti liturgici del sec. X-XI, oggi nella biblio-

CELTI - Messule di Stowe, Cumdach del messale, ossia custodia in legno di quercia e lamiera d'argento. Opera eseguita tra il 1079 e il 1105.
teca Vaticana (ms. lat. 3325), contengono le Messe della Circoncisione e della vigilia dell'Epifania. La Pentecoste, l'Epifania e la Pasqua erano considerate feste battesimali, e in quest'ultima i fedeli erano obbligati a soddisfare il precetto pasquale accostandosi alla Comunione. Il rito del nuovo fuoco del Sabato Santo, ignoto agli antichi libri liturgici greci, gallicani e romani, trovò benevola accoglienza in Irlanda già alla metà del sec. VIII. È noto che le Chiese celte si ostinarono a lungo a seguire un computo pasquale diverso da quello della Chiesa romana, conservando appunto l'antico ciclo di 84 anni. S. Colombano vi rimase fedele anche quando si stabilì a Luxeuil, venendo così a trovarsi spesso in disaccordo con le Chiese locali. Solo lentamente e attraverso contrasti e lotte, i C. finirono per adottare il costume universale, in guisa che alla fine del sec. VIII l'unità nella celebrazione della Pasqua può dirsi raggiunta. Alla Pasqua si premetteva un periodo quaresimale molto austero, mentre negli ambienti monastici il digiuno era quasi continuo. Anche presso i semplici fedeli l'osservanza del digiuno nel mercoledì e venerdì, di origini così venerande, si mantenne tenacemente.
7. Il tramonto. - L'autonomia liturgica delle varie Chiese impedisce di seguire il graduale abbandono delle singole particolarità rituali e il passaggio definitivo alle forme romane. Già ai tempi di Lodo-
vico il Pio (817) la Bretagna Armorica aveva accettato il rito dell'Urbe; la Scozia vi si adattò probabilmente nel sec. XI, grazie allo zelo della regina s. Margherita. In Irlanda si dovette attendere ancora un secolo, quando la liturgia romana vi fu introdotta da s. Malachia (m. nel 1148) arcivescovo di Armagh e amico di s. Bernardo. Dopo la conquista dell'isola, compiuta dagli Inglesi, il Sinodo di Cashel (1172) impose senza altro a tutte le Chiese d'Irlanda il rito anglo-romano.
V. ARTE dei C
L'arte cristiana celtica d'Irlanda ha caratteristiche ben definite fino al sec. XII, cominciando dall'altra parte a manifestarsi nel VII. In questo lasso di tempo colpisce una spiccata caratteristica: la grande fedeltà ai canoni ed ai motivi artistici dell'arte pagana anteriore, specialmente quella del periodo preistorico dell'età del bronzo comunemente denominato: arte di La Tène (da una stazione svizzera metodicamente scavata e che ha fornito per così dire il metro per giudicare i tipi sparsi altrove). Si sa adesso che sotto il nome di C. deve individuare non una razza, ma un popolo di varia origine che ha derivato da fonti ario-europee una lingua comune. Sembra che la prima fase di sviluppo della nazione celta debba stare nella Germania sud-occidentale. Poi trasmigrò nelle isole di Gran Bretagna e di Irlanda e nella Bretagna (del territorio francese) dove oggi ne esistono i relitti più puri. L'arte di La Tène va all'incirca dal 500 a. C. fino alla conquista romana, ed anzi agli inizi dell'era cristiana ed oltre. Ma bisogna tener pure conto delle tendenze artistiche dei Goidel, o Gaeli celtici, i quali, discendendo la vallata del Reno, fra il 2000 e il 1700 a. C. passarono in Inghilterra, sostituendo i loro tumuli (roundbarrows) alle tombe rettangolari degli autoctoni neolitici. È ad essi che si devono importanti costruzioni megalitiche.È necessaria questa premessa per capire gli orientamenti dell'arte celtica cristiana: costruzioni in pietre abilmente connesse e (in diversi esempi) non cementate; decorazione su pietra che risente degli schemi preistorici, solo mescolandovi qualche elemento esteriore. Di fatto, non bisogna figurarci questa gente nordica come del tutto isolata (quantunque ben presto sul finire del sec. V e nel VI vi fosse per l'Irlanda lo sbarramento costituito dal dilagare degli invasori sassoni). Una straordinaria sorpresa si ebbe quando sul fianco della croce in pietra di Fahan in Donegal (Henry, tav. 14) si trovò scritto il «Gloria Patri», in greco nella formula prescritta dal Concilio di Toledo del 633. Evidentemente esistevano continui rapporti con la Spagna e con la Gallia. Anche l'iconografia risente d'influssi continentali e delle zone orientali, tuttavia trasformati in una stilizzazione particolare che risente della tradizione celtica convogliatrice a sua volta d'influssi germanici ed asiatici. Chi legga poi la mirabolante produzione letteraria gaelica (che è una

CELTI - Messale di Stoke. Confessione dei peccati: « Peccavimus Dhe, peccavimus parce peccatis nostris... ». Paleograficamente il Messale appartiene ai secc. IX-X - Dublino, Accademia reale D. II, 3. f. 12.
grande base della letteratura medievale; si ricordino i noti cicli epici di re Arturo ecc.), e chi tenga conto di tutto quel mondo d'incanti che ancor oggi fa presa nel contado irlandese ed anche, in minor parte, nel bretone, non si meraviglierà del profondo misticismo e del senso d'arcano che traspare anche da un modesto monumento. L'Irlanda ebbe per questo uno sviluppato monachesimo. Tra le costruzioni monastiche è da ricordare il gruppo di celle delle Skelling Michael, sulla costa occidentale. È una posizione ideale per un ascettero. Le piccole costruzioni elevate in un paesaggio roccioso investito dalla piena oceanica, sono in pietre rozzamente squadrate e non cementate. Se non vi fosse la croce sulla cella più grande, si giurerebbe di stare in una fortezza del periodo pagano, come quelle di Dun Bec, o di Stague Fort. Con un'abitazione preistorica può essere scambiata la chiesetta rettangolare di Eilean a Naoimh nella Scozia. A Kilmalkedar, pure in questa regione, il problema della copertura di un piano rettangolare è risolto facendo inclinare le pareti. Ne risulta un capannone a tipo di un moderno hangar. Le porte di questi edifici, spesso con la grande pietra per architrave (così a Mac Dara, a S. Brendano, ad Inisglora, ecc.) s'imparentano con quelle dei megaliti mediterranei. La finestra di Mac Dara non è che un appoggio ad angolo di due pietre sopra due ritti. Anche quando si faranno gli archi e si avranno portali romanici a rientranze, come quelli di Francia, il modo di trattare i massi, le decorazioni a teste, a intrecciature, a motivi geometrici costituiranno sempre una reminiscenza degli ornati celtici pagani, come si conoscono particolarmente nei lavori in bronzo e in altri metalli. Inoltre, osserva la Henry, nell'Irlanda le arti hanno reagito l'una sull'altra. Ad es., le miniature del Libro di Durrow continuano certi ornati di smalti e bronzi vetero-celtici; lo scultore della croce di Ahenny ha imitato i fregi di un prezioso reliquiario cristiano; quello della croce di Kells si è ispirato a miniature, ecc. Curiosa una testa di Cristo di una placchetta d'Athlona (tav. 20 della Henry) che ha la forma di quelle sul calderone
scandinavo di Gundestrup. Monumenti caratteristici dell'Irlanda sono le croci, i cippi, le torri rotonde. Per ciò che si riferisce a queste ultime, si osserva che la loro antichità non è grande. Dovettero essere costruite a difesa dai pirati fra il sec. IX e il principio del XII. In quanto ai cippi, essi continuano l'uso delle pietre sia in vicinanza d'una chiesa, sia segnando il posto di un antico cimitero. Le iscrizioni sono in gran parte latine e testimoniano la penetrazione della cultura latina fin dai tempi di s. Patrizio. Ma c'è anche esempio della scrittura locale (i caratteri «ogamici»). Così la rozza stele del sepolcro di s. Monachan (all'estremità sud-ovest del suo oratorio chiamato Temple Geal presso Dingle). Tale cippo non ha che una croce profondamente incisa. Ma in altri lo sfarzo decorativo è ben grande. La pietra d'Aberlenno, ad es., con le sue volute e intrecciature fittissime, sembra un lavoro d'oreficeria. Una semplice pietra con iscrizione latina del sec. V menziona le congeries lapidum in cui fu sepolto un «Carnasius». L'espressione si trova in un passo di Nennio relativo alla leggenda di re Arturo, in altro contenuto nella biografia di s. Columba, ed altrove. È pure interessante una pietra sepolcrale di Oidaca (a Fuerty) dove c'è la croce e la figurazione della immagine simbolica paleocristiana del pesce. Ma l'interesse maggiore deve andare alle pietre sagomate a croce, che hanno per lo più scopo votivo. Sono state di recente indagate con fine analisi e con stupenda documentazione grafica dalla Henry. Tipi semplici come a Carndonag (tav. 11; nella località anche stele: tav. 12), o con rilievo a treccia e borchie, come la bellissima di Ahenny (tav. 20-21). La forma di tali croci arieggia i tipi ad anse di una croce astile, ma nello sfarzo decorativo di una crux florida tradotta in metallo prezioso. Le anse sono tabelle rettangolari e, come novità, vi è un cerchio solare di glorificazione che non si trova mai nella produzione a noi nota dell'alto medioevo (soltanto nel basso medioevo si hanno alcuni esempi; qui appare invece nel sec. VII-VIII). Esempi vari anche con figure: sono immagini infantili, talvolta sembrano nacerottoli dal corpo grosso e i piedi corti. Spesso si vedono figure in manto e cappuccio e tutte con il viso a pera rovescia come nei rilievi langobardi. Si cerca di sistemare queste immagini in ratmi ornastici, simmetrici, dei quali possono trovarsi paralleli in Germania e fino nella Russia orientale e poi, risalendo nei tempi, entro l'Asia anteriore. Anche la snellezza e la stilizzazione degli animali risente di tal confronto. Si citano le croci di Moone (tav. 44-49), di Castledermot (83) di Armagh (64) di Monasterboice e di Muiredach (74-77), ecc. In quanto ai soggetti si citano: i Protoparenti, il sacrificio d'Abramo, i giovani ebrei nella fornace, la strage degli innocenti, la fuga in Egitto, i dodici Apostoli, s. Paolo e s. Antonio, la Crocifissione, Daniele nella fossa dei leoni, ecc., tutti significativi per l'evangelizzazione di queste genti guerriere e cacciatrici, fisse ad un ideale eroico, timorose degli assalti delle forze infernali, generose ed idealizzatrici. Si sa che presso di loro il cristianesimo si diffuse pacatamente, senza persecuzioni. S. Patrizio poté liberamente distruggere dodici piccoli idoli che nella pianura di Mag Secht attorniavano Crom Cruach, l'idolo maggiore che era tutto rivestito d'oro.
Le iscrizioni delle croci di pietra ci permettono una datazione in base agli «annali» della località. A Balin è la croce del monaco Tauthghall (tav. 40) che fu abate di Clonnacnois nell' 810-11 (Annali d' Ulster ecc.). A Monasterboice (tav. 75) la croce ha questa epigrafe gaelica - ORDO MUIREDACH LAS (AN) DERNAD IN CHRO (SS) A («Pregate per Muiredach che ha fatto questa croce»). È probabilmente un personaggio del 924-25.
La decorazione a treccia dal sec. VII al XII è spesso mescolata a quell'ornato di fauna come nelle zone scandinave. Nel Libro di Durrow, la paziente ed abile decorazione ha sei strisce di treccia che si ripetono due a due a tre differenti combinazioni di animali. In ciascuna le bestie sono incorporate le une con le altre. Si vedono poi nell'arte irlandese i corpi a lungo nastro piegato in differenti maniere (si può paragonare ai tre stili dell'arte nordica individuati dal Selin). E poi decorazione curvi-
linea a spirali e a viticci strettamente arrotolati (ricordo di temi preistorici), decorazioni angolari (a combinazione di segmenti) come se ne possono trovare anche sui bronzi della Cina antichissima. L'ornato vegetale si trasforma in fantasie lineari, anche quello animale va dissolvendosi. Talvolta dalla bocca o dalla coda di animali e da mascheroni germinano nastri, viticci, volute che poi si sviluppano in deliziosi ghirigori. Mirabili sono le grandi iniziali del Libro di Kells, dell'Evangelario di Mac Regol, o di quello di Lindisfarne (sec. VIII). Curiose anche quelle pagine iniziate come l'esempio dell'evangelario della biblioteca Nazionale di Torino O IV, 20 in cui una figura centrale ammantata regge la croce in mezzo ad una infinità d'altre figurette di tipo somigliante. Stranissimo anche un evangelario della biblioteca di S. Gallo in cui si vede la Crocifissione; le vesti del Cristo sono tutte a pieghe in avvolgimenti del tutto innaturali, ma spiegabili con una tenace volontà di ritmo.
Non meno fantasiose le oreficerie, dove sbalzi e filigrane compongono fregi stupendi. calice (v.) di Ardagh, ampia tazza con borchie, intrecciature e volute sottili (l'opera è attribuita al sec. VIII-XII, è probabilmente del sec. IX o X. cf. Liam S. Gogan, The Ardagh chalice, Dublino 1932). Importanti sono le cassette in cui si ponevano i libri. Quella (scomparsa) del Libro di Durrow aveva un'epigrafe gaelica relativa al re Flan Sinna, figlio di Malachia, che regnò fra l'877 e il 916. Il Libro di Armagh aveva una iscrizione del 937-38; il Libro di Kells è del 1007. Ci restano le teche del Vangelo di Molaise (grande croce a trecce, simboli degli evangelisti [1001-25]) del Messale di Stove (codice includente un testo liturgico importantissimo; croce su sfondo a scacchiere e triangoli [1023]); del Libro di Dimma (croce su intrecciature [1150]). Poi esistono pastorali con applicazioni metalliche ben lavorate (quello di Dimma, quello del museo d'Edimburgo, quello di Kells, quello di Lismore ecc.). Si va dal sec. X al XII. Inoltre le cassette per contenere quelle campanelle usate per convocare piccole comunità di monaci. Il bello scrigno della croce di s. Patrizio, tutto ad intrecciature multiple, non è che una copia del sec. XIII e la rimpiazzo l'originale dato alla chiesa di Bos Glandae. È invece primitivo lo scrigno della campana di s. Culano (anche qui trecce, ma più semplici, e poi mascheroni combinati a sagome di mostri; sec. IX-X 7). In quanto alla campanella si ricorda quella di Cumascach Mac Ailelio che ha iscrizione di persona scomparsa nel 908. Una cassettina reliquiaria è la teca bronzea di s. Mogue, che si dice abbia servito a s. Molaise per conservare certe reliquie prese in Roma e donate all'amico Moedoc, abate di Fern. Vi si vedono su sfondi varie figure di vecchi dalla lunga barba bipartita e chiome fluenti (sec. IX 7). Infine le croci, di cui notevolissima è quella di Cong (ad intrecciature di tipo miniaturistico, inizi sec. XII).
Le costruzioni dei baroni normanni fecero scomparire molti edifici. La fondazione benedettina di Millefont (1142) contribuì a diffondere altre forme d'arte. Ma la trasformazione già si avverte nella cappella di Cormac (1134). Dimodoché, quando gli anglo-normanni sbarcarono in Irlanda nel 1169, lo sviluppo artistico locale risultava sensibilmente compromesso. Come si è detto, la fine del sec. XII si può considerare una chiusura del ciclo di questa singolarissima arte celtica. - [Vedi Tav. LXXVIII - LXXIX.