CALICE

CALICE. - E quello, tra i vasi sacri, nel quale è consacrato il vino eucaristico nella Messa.

1. Archeologia

Come i primi luoghi di culto furono una comune stanza di case private, i primi altari una semplice tavola, e le prime vesti liturgiche quelle stesse dell'uso quotidiano, così anche il c. in origine non fu che una qualunque stoviglia d'uso corrente, donde deriva anche la sua forma che in genere è uguale sia in Oriente che in Occidente. I Greci hanno morţusov che indica un c. senza anse,

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(let. Biddarchiv a. G. Nationalbibliothek)
Calice - C. di rame lavorato e dorato con niellature d'argento, offerto al monastero di Kremenünster dal duca Tassilo III (ca. il 780): † Tassilo dux fortis † livtpric virgo regalis.

mentre xpaxing è usato per il c. ansato; antico, ma raro è xünxkkov, usato anticamente, ad es., nelle Costituzioni apostoliche (PG 1, 1092) e più tardi da Agathias (m. nel 580; Histor., 1. II: PG 88, 1329). In latino più frequente di tutti è calix, fin dall'antichità sia per la sua forma e sia perché nell'Italia nechpuov venne tradotto calix dal greco xúki ξ.
Nel periodo paleocristiano s'impiegò anche scyphus da oxópos, ed il Braun ritiene che con tale parola si intendesse il c. per la consacrazione, mentre con c. si designava quello usato per la comunione dei fedeli.
Si hanno poi le distinzioni di c. sanctus per indicare quello della consacrazione usato in Roma nei secc. viII e IX; c. ministerialis, espressione adoperata nel Lib. Pont. fino al sec. viII per il c. in uso per la comunione dei fedeli; c. stationarius quello riservato a Roma per la consacrazione durante le stazioni; c. maior o minor secondo le sue dimensioni o secondo la solennità liturgica; c. ad Baptismum per somministrare a Roma la comunione ai neofiti, come è ricordato nel Lib. Pont. nella biografia di Innocenzo I (401-17); c. ad offerendam faciendam o offerendarius quello nel quale si raccoglievano le offerte del vino per la consacrazione o quello con il quale si portava il vino per il divin sacrificio; c. quotidianus quello usato tutti i giorni, per distinguerlo dall'altro riservato alle solennità (Lib. Pont., I, p. 418, nella biografia di Gregorio III [731-41]); c. viaticus quello che si usava in viaggio, spesso di dimensioni molto piccole, in uso specie nei secc. xI-xIII; c. appensorius o pendentilis, non liturgico, ma semplicemente posto come elemento decorativo appeso alle pergulae nelle basiliche e ricordato nelle biografie dei papi dei secc. viI e IX: Gregorio III (731-41), Leone III (795-816), Pasquale I (817-24), Leone IV (844-55) ed anche menzionato per lo stesso tempo nel Lib. Pont. ravennate.
Materiale e forma del c. - Quanto alla materia in origine non si ha alcuna distinzione; ogni vaso
da bere era consentito sia di vetro che di metallo ecc.; per l'età precarolingia non si può escludere il legno.
Il vetro era molto in uso presso i Romani e se ne hanno di certo nel periodo postcostantiniano, mentre i c. in oro e in argento sono menzionati nel Lib. Pont., nelle donazioni costantiniane.
In epoca precarolingia si trovano pure c. in bronzo e in rame, ma non se ne ha documentazione, come invece avviene per i c. in cristallo o in onice.
Il primo monumento cristiano che ci offre la rappresentazione di un c. senza piede è quello della pittura detta della Fractio panis in Priscilla di cui è certo il concetto eucaristico; mentre si deve escludere che sia eucaristico il c. proveniente dal coeneterium moine ed ora nel museo Sacro della biblioteca Vaticana, pubblicato dal De Rossi nel suo Bollettino d'Archeologia cristiana del 1879. E poi del tutto inverosimile che la forma del c. eucaristico sia derivata da quello impiegato nell'Ultima Cena. Fino dall'inizio infatti si hanno in uso promiscuamente due forme differenti: la forma ansata e con manici o auriculae con le anse in forma di orecchie o in forma di S: ovvero c. senza anse. Il piede è in genere conico o semplice o con un nodo nel centro per lo più rotondo e basso; in Oriente esiste una terza forma: invece del piede si trova una piccola base che sostiene la coppa, assumendo la forma d'una odierna tazza.
La coppa può essere ovale, a forma di bicchiere o a guisa di vaso, ovvero semisferica. La forma in genere è uguale sia in Oriente che in Occidente. In alcuni esempi esistenti nel tesoro di S. Marco e provenienti da Costantinopoli tra il nodo e la coppa è introdotto un sostegno o un porta coppa.
Tipi di c. ansati sono offerti dal c. di Atdagh oggi nel museo di Dublino, di incerta datazione, ma da molti attribuito al sec. IX; dal c. di St-Denis oggi in America presso un privato; dal c. viatorio del duomo di Cividale, alto solo cm . 9,5 con coppa larga cm . 5,5 e munito delle raffigurazioni di Abramo e di Melchisedec; dalla serie dei preziosi c. del tesoro di S. Marco in Venezia (secc. x-xII) i quali non sono di metallo, ma in vetro, in onice, in cristallo, in calcedonio e in serpentino.
Tale forma si mantiene costante sia in Oriente che in Occidente dall'inizio fino al 1300; e detti c. servirono sia per la consacrazione che per la comunione dei fedeli.
L'esempio più antico di c. senza ansa è offerto dal c. di Antiochia (v.). La stessa forma si ritrova nel c. por-

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(let. alinari)
Calice - C. bizantino con coppa in calcedonio (secc. x-xi). Venezia, tesoro della basilica di S. Marco.

tato dall'imperatrice Teodora nel mussico di S. Vitale in Ravenna (sec. vi). Contemporaneo è quello nell'affresco di Bâwît in Egitto. Altri sono figurati nel sec. vi o nel vir in patene, ad es. quella trovata a Riha sull'Oronte, o in miniature, come sul Pentatenes di Ashburnam. La forma rimase poi costante: si veda, ad es., il c. argenteo offerto dal diacono Orso (secc. v-vi) ora a Lamon; il c. in oro e smalto con coppa conica di Chelles (sec. vir), ora perduto, che si dice donato da s. Eligio a s. Battide; il c., del sec. vir ca., di Petöhaza (Ungheria); il c. di Crodegango di Séez (m. nel 775), ora a Leningrado; il c. in rame del duca Tassilo III (ca. 780) a Kremamünster (Austria); quello di Lutgero (m. nell'800) a Werden (Germania).
In Oriente si ha un gruppo di sette c. siriaci, rinvenuti tutti tra Aleppo e Antiochia, sull'autenticità dei quali si dichiara incerto il Braun; mentre tutti autentici sono i 14 del tesoro di S. Marco a Venezia, uno solo con coppa di metallo, gli altri invece in alabastro, agata, onice o cristallo.
Biel.: H. Leclereq. s. V. in DACL. II, II. coll. 1505-45 (confuso): J. Baudot, C. ministériel, ibid., coll. 1646-51; fondamentale è J. Braun. Das Christliche Altargerät in seinem Sein und in seiner Entwirklung. Monaco di Baviera 1932, pp. 18-196. Enzeñberto Kirschbaum

II. Arte

Nell'età romanica la coppa emisferica si inserisce direttamente sul nodo come nel ricco esemplare del S . Godeardo ad Hildesheim o in quello assai più modesto che si dice appartenuto a s. Francesco nel tesoro della basilica di Assisi. Alla fine del ' 200 la coppa assume una linea più svelta e slanciata, il piede assume terminazioni lobate, lo stelo si differenzia e il nodo si sfaccerra per accogliere insieme ad altre parti una ricca decorazione nella quale lo smalto si associa al cesello e al niello e ad ogni altra più raffinata tecnica dell'oreficeria; il c. di Niccolò IV in S. Francesco di Assisi, dovuto al senese Guccio di Manais, è un esempio tipico del nuovo orientamento. Mentre gli orafi campani del Trecento o quelli abbruzzesi del secolo successivo rimangono più aderenti alle forme tradizionali, quelli veneti si distinguono per una sottile esecuzione e per la caratteristica forma che il nodo va assumendo con gotiche incorniciature nelle quali trovano posto busti di santi. Nel 'soo il c. perde ogni residuo decorativo gotico;
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(fot. Samaritani, Napoli)
Calice - C. d'argento cesellato e smaltato (sec. xv).
Amalfi, tesoro della Cattedrale.
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(Ist. musti Vaticani)
Calice - C. cinese donato a Leone XIII.
Roma, tesoro della basilica di S. Pietro.

alla policromia degli smalti si sostituisce una decorazione plastica nella quale festoni fogliacei sono accostati a figure. Il c. barocco ha una maggiore espansione della coppa ed ha una accentuazione nei motivi plastici, nel piede e nel nodo che tendono invece a ricomporsi in uno schema più misurato nel corso del ' 700 . Da allora la forma e la decorazione del c. non hanno subito profonde modificazioni; festoni, simboli eucaristici della spiga e dell'uva, teste di cherubini continuano a disporsi secondo le formule prestabilite.
Biel.: E. Molinier, Histoire générale de l'art appliqué à l'industrie, Parigi 1883, passim: C. Diehl, Manuel d'art byzantin. ivi 1923, passim: P. Toesca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927, passim: M. Accascina, L'oreficeria italiana, Firenze 1934, passim.
Guglielmo Matthiae

III. Liturgia

I. Materia

Le prescrizioni odierne, concernenti la materia del c., riguardano specialmente la coppa, che dev'essere d'oro o d'argento, dorato internamente; per il fusto e il piede si possono adoperare anche altri metalli adatti; non però il vetro o l'avorio. Particolari concessioni sono fatte per le missioni e per i casi di grave povertà (Decreta authentica S. R. Congr., n. 3136, ad 4).

2. Forma

Il c. deve avere una forma tale da non suscitare meraviglia nei fedeli; quindi l'arte deve adattarsi nella linea, nell'espressione e nella decorazione allo scopo sacro, cui serve il c.; la coppa, deve essere tale da evitare il pericolo di capovolgersi e versare le Sacre Specie (ibid., Appendice, II, n. 4371).

3. Consorazione

Anticamente il c. restava consacrato dall'uso, che se ne faceva nei sacrifici euca-

ristici. Il rito speciale di consacrazione non risale oltre il sec. vir, e non diventò obbligatorio, in forza della consuetudine, introdottasi a poco a poco, che dal sec. IX. Oggi il CIC riserva la consacrazione ai vescovi (can. 1147), ai cardinali non vescovi (can. 239, § i, n. 20), ai prefetti apostolici (can. 294, § 2), agli abati e prelati nullius (can. 323, § 2).

4. Dissacrazione

Il c. resta dissacrato: a) se subisce lesioni o cambiamenti tali da perdere la sua forma primitiva e rendersi inadatto alla sua funzione (ad es. se si è spezzato in due; se la coppa si buca o si è notevolmente incrinata); b) se viene adoperato in casi sconvenienti (ad es. in un teatro) o esposto ad una pubblica vendita (CIC, can. 1305, § i); se la coppa ha perduta la doratura interna, non per questo perde la consacrazione; solo rimane l'obbligo di farla di nuovo indorare (ibid., § 2). Vedi Tavv. XXIV-XXV.

Biel.: L. Eisenhofer, Handbuch der hathol. Liturgie, I, Friburgo in Br. 1932, pp. 316-400; C. Callewaert, Liturgicae Institutiones, III: De Missalis Romani liturgia, sez. IV Bruges 1933. p. 54 sgg.; V. Casagrande, L'Arte a servizio della Chiesa, Torino 1938, pp. 110-12; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, Milano 1942, pp. 441-49.

Celestina Testore