TRE CAPITOLI. - Controversia teologica del sec. VI intorno a tre rappresentanti della scuola antiochena: Teodoro (v.) di Mopsuestia, Teodoro (v.) di Ciro, Ibas (v.) di Edessa. L’espressione T. C. deriva dal primo editto di condanna emanato da Giustiniano, che propose contro i tre dottori antiocheni alcuni *κεφάλαια* (capitoli o anatematismi); poi furono chiamati così gli stessi scritti incriminati, finalmente anche i loro autori.
I. PREMESSE STORICHE
La lotta intorno ai T. ci inizialmente si presenta come un seguito della controversia nestoriana; condannato Nestorio ad Efeso (431), l’Teodoro (v.) di Mopsuestia, ritenuto il vero padre dell’eresia, e su Teodoro e Ibas che avevano maggiormente avversato l’opera e la cristologia di S. Cirillo.L’agitazione contro Teodoro si aprì nel periodo tra il Concilio di Efeso e l’atto di unione tra Cirillo e gli Orientali (433), per mezzo di Rabbûlâ d’Edessa (m. nel 436); questi, che nel Concilio efesino era ancora partigiano degli Orientali, prese le parti di S. Cirillo e mise i vescovi armeni in guardia contro le opere di Teodoro, allora lette attentamente nella Chiesa armena. Contro Teodoro intervenne presto anche Proclo di Costantinopoli; interpellato dagli Armeni, rispose con il suo celebre *tomo* (a. 435) che, respingendo la distinzione antiochena tra il Figlio dell’Uomo e il Figlio di Dio, insistiva sull’unità personale di Cristo (PG 65, 856-73; *Acta Conc. Oec.*, ed. E. Schwartz, IV, II, Berlino 1925, pp. 187-195); mentre, nel tomo, Proclo aveva evitato di fare il nome di Teodoro, tre anni dopo (438) chiese agli Orientali la condanna formale di una raccolta di passi di Teodoro allegati alla sua lettera dogmatica. Giovanni di Antiochia rifiutò di gettare l’anatema su un vescovo morto nella pace della Chiesa (lettera a Proclo: PG 65, 878); argomento spesso addotto nel decorso della controversia sui T. C. Dietro intervento di S. Cirillo, Proclo lasciò cadere la richiesta e la lotta ingaggiata contro Teodoro si placò per il momento e neppure il Concilio di Calcedonia ebbe ad occuparsi di lui.
Teodoro di Ciro, pregato da Giovanni di Antiochia, aveva composto un’opera contro gli anatematismi di S. Cirillo, in cui vedeva un larvato apollinarismo; aveva ripetuto le sue critiche in una lunga lettera ai monaci d’Oriente (Ep. 151: PG 83, 1416-40); ad Efeso e nelle seguenti trattative alla corte imperiale si era schierato di nuovo contro S. Cirillo e, rientrato a Ciro, aveva composto un trattato in 5. Il. contro quello e contro il Concilio di Efeso. Dopo lunga esitazione firmò l’atto di unione, comunico a Cirillo la sua accettazione e si adoperò per ottenere la sottomissione dei vescovi ancora resistenti. Verso il 447 pubblicò l’*Evanistes*, EUTICHIE (v.) e i suoi amici. Colpito già nel 448 da due decreti imperiali che lo confinarono nella sua sede e gli proibirono la partecipazione al Concilio già indetto, fu deposto dal «Latronici» di Efeso (449), le sue opere bandite da un editto di Teodosio II, egli stesso confinato nel monastero di Apamea. Riabilitato dal Concilio di Calcedonia (451), ammesso, non senza proteste violente di una parte dei vescovi, prima come accusatore di Dioscuri, poi anche nel suo rango di vescovo, sottoscrisse al tomo di Leone e alla professione di fede emanata dal Concilio e nella IX sess. (26 ott.) fu formalmente reintegrato nel suo grado, dopo aver anatematizzato Nestorio.
Quando, dopo il Concilio di Efeso, Rabbûlâ, allora vescovo di Edessa, cominciò ad attaccare gli antichi dottori antiocheni come responsabili del nestorianesimo, Ibas (v.), maestro nella famosa scuola di Edessa, scrisse la
sua lettera cristologica a Mári «il Persiano», poco dopo l'atto di unione del genn. 433 in difesa del Mopsuestio (testo greco in Acta Conc. Oec., ed. cit., II, 1, pp. 32-34; trad. lat. presso Facondo di Ermiana: PL 67, 662-65; il testo siriaco è una ritardazione dal greco); pur non scusando Nestorio, la lettera si mostra severa con la formula cristologica di s. Cirillo e difende vivacemente la memoria di Teodoro di Mopsuestia. Ibas fu pertanto accusato davanti al patriarca di Antiochia da Procolo di Costantinopoli (Ep. 3: PG 65, 875); succeduto a Rabbûla sulla sede di Edessa (436), fu incriminato un'altra volta nel 448; il processo iniziato da Domno di Antiochia e continuato davanti a un tribunale di Berito portò all'assoluzione di Ibas, dopo la lettura di una lettera del clero di Edessa, che attestava l'ortodossia del proprio pastore. Seguì una specie di riconciliazione nel febbr. 449 a Tiro dove Ibas dichiarò la sua adesione all'atto di unione e al Concilio di Efeso, ma già nell'apr. dello stesso anno subì un nuovo processo a Edessa, fu deportato ad Antiochia e depositò dal «latrocinio» efesino (22 ag. 449). In due sessioni (la 10a e 11a) il Concilio di Calcedonia si occupò del caso di Ibas; dopo la lettura dei documenti relativi, tra i quali la famosa lettera a Mári, i delegati del Papa riconobbero l'ortodossia del vescovo sìro e il Concilio lo restituì nella propria sede, dopo che egli ebbe pronunciato l'anatema contro Nestorio.
La questione di Teodoro e di Ibas sembrò definitivamente risolta a Calcedonia. Ma occorre tener presente l'avversione profonda dei monofisiti contro il Concilio di Calcedonia, la forte preoccupazione di venir incontro ai monofisiti, affermata a Costantinopoli sotto l'imperatore Zenone (v. ENOTICO), e la costante propaganda contro un supposto pericolo nestoriano, che seguì alla fine del regno di Anastasio e continuò sotto Giustino (518-27).
II. LA CONTROVERSIA DEL SEC. VI E LA CONDANNA DEI T. C. - La lotta contro i T. C. appartiene alla serie delle sfortunate costanti iniziative teologiche di Giustiniano per un'intesa tra ortodossi e monofisiti (specialmente severiani), attenendosi alla lettera del Concilio di Calcedonia, ma interpretandolo nel senso degli scritti di s. Cirillo e liberandolo da ogni sospetto di tendenze nestoriane; né va dimenticata l'opera di Teodoro, favorevole ai monofisiti. Un punto di partenza per la ripresa della controversia intorno ai T. C. si suol vedere nelle manifestazioni organizzate a Ciro, nell'Eufratestiana, in onore di Diodoro, di Teodoro di Mopsuestia, di Teodoro e di Nestorio, al momento della repressione dei monofisiti in Siria (519). L'occasione prossima però si connette con l'Editio di Giustiniano contro l'originismo. Teodoro Askida, vescovo di Cesarea di Cappadocia, prima monaco della Nuova Laura e di simpatie originiste, per distrarre l'attenzione dell'Imperatore e vendicare la condanna di Origene, cercava di ottenere l'anatema contro Teodoro di Mopsuestia, che aveva discredito l'allegorismo del grande alessandrino, ed insieme nuocere all'abate Gelasio della Grande Laura, avversario di Origene e grande ammiratore di Teodoro. Propone dunque all'Imperatore di condannare Teodoro e i suoi scritti come pure la lettera di Ibas che conteneva il suo elogio; con ciò il Concilio di Calcedonia sarebbe stato accettato da tutti.
Nella conferenza religiosa, tenuta su iniziativa di Giustiniano nel 533 tra 5 vescovi calcedoniani e 6 colleghi severiani, questi ultimi avevano difatti rimproverato al Concilio del 451 di aver ricevuto nella sua comunione alcuni antichi nestoriani, come Teodoro e Ibas. L'Imperatore accolse il suggerimento e pubblicò nell'inverno 543-44 contro i T. C. un editto di condanna, il cui testo è andato perduto. L'editio non fu accolto con favore nemmeno in Oriente ed i patriarcidi e i vescovi lo sottoscrisero soltanto per forza. Mena, patriarca di Costantinopoli dall'a. 536, sottoscrisse soltanto con la clausola di ritirare la propria firma nel caso che la Sede romana non lo accettasse. I vescovi del Sinodo permanente, i patriarchi di Antiochia e di Alessandria ne seguirono l'esempio per evitare la deposizione.
Molto più decisa fu la reazione in Occidente. Stefano, apocrinario della S. Sede alla corte, ruppe ogni rapporto con i firmatari; il papa Vigilio sembrò indeciso, ma il
22 nov. 545 dal rappresentante imperiale fu costretto ad imbarcarsi per Costantinopoli; durante una sosta di 10 mesi a Siracusa lo raggiunse la risposta degli Africani interpellati dal diacono Pelagio. Il diacono cartaginese Ferrando, discepolo di s. Fulgenzio di Ruspe, rispose che condannare i T. C. significava compromettere l'autorità del Concilio di Calcedonia (Ferrando, Ep. 6: PL 67, 921-28).
Vigilio, arrivato a Costantinopoli il 25 genn. 547, restò per qualche mese fermo e ruppe i rapporti con il patriarca Mena che non volle ritirare la propria firma. Ma finalmente cedette al volere di Giustiniano ed in due lettere confidenziali all'Imperatore nel giugno 547 si professò pronto a condannare i T. C. (Mansi, IX, 351). Questa condanna seguì di fatto il Sabato Santo, il apr. 548, con la pubblicazione del Judicatum. Di questo decreto soltanto frammenti sono conservati in un messaggio di Giustiniano al V Concilio (Mansi, IX, 181) e in un posteriore decreto di Vigilio, il Constitutum (Mansi, IX, 104); vi si condannarono la persona di Teodoro di Mopsuestia e tutte le sue opere, la lettera a Mári «che passa per scritta da Ibas», e gli scritti di Teodoro contro la vera fede e contro gli anatematismi di s. Cirillo, ma con la riserva esplicita che rimaneva intatta l'autorità dei grandi Concili con le condanne e le assoluzioni da essi pronunciati, ciò che equivaleva a dire che il Papa non intendeva procedere contro le persone di Ibas e di Teodoro, assolti formalmente dal Concilio di Calcedonia.
Nonostante queste riserve, il decreto di Vigilio suscitò una reazione violenta tra gli stessi familiari del Papa, diaconi Sebastiano e Rustico, nipote di Vigilio, tanto che con altri 6 membri del clero romano furono sospesi dal Papa (Mansi, IX, 351-59). L'opposizione si estese all'Illirico, e nella Dalmazia i vescovi si opposerono al Judicatum; le Gallie erano inquiete; un Concilio africano, presieduto da Reparato, vescovo di Cartagine, scomunicò il Papa «reservato e paenitentiae loco» (Vittore di Tununa, Chron. ad a. 550: PL 68, 958). Al dire di Facondo, gli Africani videro nella condanna dei T. C. una soddisfazione data ai monofisiti e un attentato all'autorità del Concilio di Calcedonia; inoltre trovavano inaudita la condanna di un vescovo morto nella comunione della Chiesa.
Si arrivò così a una specie di tregua tra Vigilio e Giustiniano con l'obbligo reciproco di lasciare la cosa allo status quo sino ad un prossimo concilio. Al Papa fu restituito il suo Judicatum, ma dovette giurare di unire le sue forze a quelle dell'Imperatore per ottenere la condanna dei T. C. (15 ag. 550; cf. Mansi, IX, 363 sgg.). Però Giustiniano, su istigazione di Teodoro Askida, ruppe presto l'accordo; cercò di eliminare l'opposizione degli Africani intentando un processo politico contro Reparato di Cartagine che fu deposto ed esiliato, e nel luglio del 551 pubblicò contro i T. C., la celebre Professione di fede, una specie di enciclica laica, dove all'esposizione del dogma cristologico fa seguire 13 anatematismi; gli ultimi 3 colpivano appunto i T. C. Ne seguì la rottura formale tra Papa e Imperatore. Vigilio, non giudicandosi più sicuro, cercò asilo nella chiesa di S. Pietro a Costantinopoli e, più tardi, in quella di S. Eufemia a Calcedonia da dove (il 5 febbr. 552) pubblicò una enciclica a tutto il mondo cristiano (PL 69, 53-59; Mansi, IX, 50-55). Una sentenza di deposizione contro Teodoro Askida e la scomunica del patriarca Mena. I due, su ordine di Giustiniano, domandarono perdono al Papa. Questi, ritornato a Costantinopoli, approvò (il 28 genn. 553) la professione di fede del nuovo patriarca Eutichio, successo a Mena (m. nell'ag. 552), e si dichiarò pronto a presiedere a un concilio ecumenico per risolvere la questione dei T. C. Ma la convocazione si rivelò difficile, poiché Vigilio avrebbe voluto tenere il concilio in Italia o in Sicilia, mentre Giustiniano intendeva escludere il più possibile i rappresentanti dell'Occidente latino, ed aveva eletto di suo gusto quelli dell'Africa.
Il 20 apr. 553 Vigilio ricevette dall'Imperatore una raccolta di testi tratti dalle opere di Teodoro di Mopsuestia e di Teodoro di Ciro; il Papa promise di rispondere entro 20 giorni e diffidò il Concilio del decidere in merito prima che egli avesse comunicato la propria sentenza. Il Concilio tuttavia si aprì il 5 maggio 553 senza il Papa,
che declinò ripetuti inviti chiedendo una rappresentanza più numerosa di vescovi italiani. Mentre il Concilio il 12 e il 13 maggio iniziava il processo contro i T. C., il Papa pubblicò il 14 maggio il suo Constitutum, sottoscritto da lui, da 16 vescovi e da 3 ecclesiastici romani, tra cui Pelagio, dove condannava 60 proposizioni, quelle trasmesse dall'Imperatore, che: «sub Theodori Mopsuesteni episcopi perhibentur nomine praenotata» ma il Papa ri-
futò energicamente la condanna della persona di Teodoro, perché morto nella comunione della Chiesa; condannò pure un certo numero di proposizioni attribuite a Teodoro, refutando di nuovo ogni condanna della persona poiché «purgata» dal sospetto di nestorianesimo dal Concilio di Calcedonia; similmente doveva venir rispettata la decisione di Calcedonia su Ibas di Edessa.
Giustiniano, irritatissimo, per rappresaglia volle che il Concilio cancellasse il nome del Papa dai dittici, pretendendo tuttavia di conservare l'unione con la Sede Apostolica. Il Concilio continuò senz'altro la sua opera contro il Papa, e nella ottava ed ultima sessione (2 giugno 553) emise la sentenza finale in 14 anatematismi, quasi tutti riproducenti testualmente quelli della Confessio in periale del 551; condannò la persona e gli scritti di Teodoro (XII anat.), gli scritti di Teodoro contro Efeso e contro Cirillo (XIII anat.) e la lettera di Ibas (XIV anat.); testo in Denz-U, 226-28). Dopo sei mesi si ottenne anche il consenso di Vigilio, che approvò la condanna del T. C. (tacendo sugli altri anatematismi emanati dal Concilio), prima in una lettera al patriarca Eutichio (8 dic. 553), poi con la pubblicazione di un secondo Constitutum (23 febbr. 554); l'autenticità di questi due documenti recentemente è stata messa in dubbio (cf. C. Silva Tarouca, Fontes historiae ecclesiasticae medii aevi, Roma 1930, p. 32). Vigilio lasciò Costantinopoli nella primavera 555, ma morì a Siracusa il 7 giugno.
III. SCISMI CONSECUTIVI
Il diacono Pelagio, principe, capiale ispiratore del I Constitutum, attaccò Vigilio in un Refutatorium, non conservato, e in un lungo memoriale In defensione Trium Capitulorum (v. BIBLICA). Imprigionato per questo, Pelagio (v.) in data imprecisata dovette poi essersi avvicinato a Giustiniano, che lo rimandò in Italia e, dopo la morte di Vigilio, lo impose come papa (fino al 555). Pelagio dovette superare però una notevole opposizione nella stessa Roma; professò pertanto la propria adesione ai quattro primi Concili ecumenici e, senza nominare il V Concilio, chiamò «venerabili vescovi» Ibas e Teodoro. Particolarmente vivace fu l'opposizione contro la condanna dei T. C. nella Chiesa africana. Molti vescovi recalcitranti furono esiliati e maltrattati; tra i quali Vittore di Tunnuna e Facondo di Ermiana che già nei primi anni della controversia aveva energicamente difeso i T. C. (Pro defensione Trium cap. : PL 67, 527-82). Il diacono cartaginese Liberato condivise l'esilio del suo metropolita Reparato e difese la causa dei T. C. nel suo Breviarum causae nestorianorum et eutychianorum (PL 68, 969-1050). Felice, abate di Gillitanum, compose un memoriale contro il Concilio, aiutato dal diacono romano Rustico, nipote di Vigilio. Quest'ultimo, nonostante la scomunica e deposizione, continuò la lotta per i T. C. e compilò, a loro difesa, un'ampia raccolta di atti conciliari (il Synodicum, in Acta Conc. Oec., ed. cit., I, III e IV). Nell'Italia le province ecclesiastiche di Milano e di Aquileia si separarono addirittura dalla Sede Apostolica e l'invasione dei Longobardi favorì la loro opposizione. Con Aquileia fecero causa comune le Chiese dell'Illirico. Milano ritornò presto alla comunione con Roma, AQUILA (v.) invece soltanto sotto papa Sergio I (687-701).IV. CONCLUSIONE
L'assurda pretesa di un imperatore di dirimere le questioni dogmatiche con decreti imperiali, lungi dall'ottenere la desiderata unità religiosa, inaspri i dissidi e finì per portare lo stesso GIULIO (v.) di Alicarnasso preparando la serie di altrettanto infelici interventi imperiali nel secolo seguente (v. MONOTELISMO). Dalle oscillazioni di papa Vigilio, che unì a momenti di vera grandezza pene, nonché di nonno, il prestigio della Sede Apostolica uscì gravemente menomato. Nel campo dottrinale la legittima affermazione della teologia neocalcedoniana che, per allontanare ogni sospetto di nestorianesimo e per facilitare l'accordo con un monofisismo spesso soltanto verbale, cercava di integrare la terminologia propriamente calcedoniana con le formule di s. Cirillo care ai monofisisti, si trovò offuscata dalle deficienze dell'azione giuridica contro Teodoro e i suoi difensori, condotta in maniera non sempre oggettiva e leale (la misura delle manipolazioni non deve però venir esagerata, cf. J. Ortiz de Urbina, in Or. Christ. Per., 15 [1949], p. 441).Tutto questo, evidentemente, non impedisce che il giudizio del Concilio, approvato dai Papi, abbia il suo pieno valore (v. COSTANTINOPOLI, II Concilio Costantin).