VALDO E VALDESI

VALDO e VALDESI. - I Valdesi derivano da un certo Valdés (Valdesius o Valdesius, in seguito Valdo), i cui primi dati importanti risalgono ad una epoca che oscilla tra il 1170 e il 1176.
VALDO e VALDESI. - I Valdesi derivano da un certo Valdés (Valdesius o Valdesius, in seguito Valdo), i cui primi dati importanti risalgono ad una epoca che oscilla tra il 1170 e il 1176.

I. VALDO

Il nome, in volgare francese Valdés, derivò probabilmente da un villaggio del Delfinato: Vaux-Milieu, da cui venne il ricco mercante della città di Lione, che solo tardivamente, dal 1368, fu conosciuto con il nome di Pietro, preposto a quello di Valdo: Petrus Valdo o de Valdo. A causa di una forte emozione che, con ogni probabilità, gli suscitarono nell'animo il racconto della leggenda di s. Alesio e le devastazioni della carestia del 1173, Valdo decise di distribuire tutto il suo ai poveri e di abbracciare la povertà e per amore di Dio. Tale « conversione » produsse in Lione un'enorme impressione e subito intorno a lui si formò un primo nucleo di discepoli.

Il loro scopo era di osservare la povertà apostolica; in seguito, nel 1177, i poveri di Lione (così furono subito chiamati), ritennero di dover imitare gli Apostoli, anche nella predicazione, e si fecero tradurre in volgare

il Vangelo e poi altri libri del Nuovo e del Vecchio Testamento: ma impreparati com'erano, allarmarono l'autorità ecclesiastica, tanto che il vescovo di Lione protestò contro tali predicatori laici improvvisati. Valdo si recò allora a Roma durante il Concilio Lateranense III del 1179. Alessandro III approvò il loro genere di vita, ma proibì loro di predicare senza la richiesta dell'autorità vescovile. La proibizione fu Umiliati (v.) o 'poveri lombardi'.

II. Lo SCISMA

Se i 'poveri di Lione' e i 'poveri lombardi', ormai alleati, si fossero piegati alla volontà del Papa, la Chiesa li avrebbe circondati di stima e di ammirazione, ma purtroppo si irrigidirono nella disobbedienza. Ritornato a Lione, Valdo ricominciò con i suoi aderenti a predicare e affrontò la polemica orale e anche scritto contro i catari, ritenendosi in questo compito più efficace dei predicatori ecclesiastici. Il vescovo Giovanni Bellesminas (nel 1182-93), richiamato dall'invito all'ordine, li denunciò al papa Lucio III, che li condannò insieme con gli umiliati nel Concilio di Verona (bolla Ad abolendam del 4 nov. 1184; Jaffé-Wattenbach, 15109).

III. I 'POVERI LOMBARDI' SI SEPARANO DAI 'POVERI DI LIONE'

Dopo la condanna avvenne un avvicinamento sempre più stretto tra i valdesi lombardi e quegli umiliati che si ostinarono nello scisma; questi influirono con le loro caratteristiche sulla forma ascetica del valdesi locali. Il centro principale rimase Milano, da cui sciamarono a Cremona, Bergamo, Pavia, in Liguria ed anche in territorio tedesco, a Strasburgo, Treviri, Magonza ed in Austria. Esclusi da Lione già nel 1181 e poi ancora in seguito, i poveri di Lione raggiunsero la Provenza, la Linguadoca, la Lorena, la Fiandra e il territorio di Liegi, finalmente l'Aragona e la Catalogna. La repressione contro di loro, blanda in principio, si fece sempre più dura, fino alla confusa dei beni e alla condanna al rogo.

Nel 1205 si venne alla separazione tra i 'poveri di Lione', chiamati 'insabbatati', e i 'LOMBARDIA (v.), separazione che divenne definitiva dopo l'incontro di Bergamo, nel maggio 1218; tuttavia gli uni e gli altri continuarono ad essere designati con nomignolo di 'sandalati', 'insabbatati', 'sabbatati', 'sottulari', ecc. dalla foggia della loro calzatura. Fin dalle origini, infatti, i poveri avevano adottato, come segno di povertà, sandali del legno o di cuoio che aderivano al piede nuotando lanciati tra i forni di croce. I poveri vi an- nettavano un'importanza eccessiva e superstitiosa. Prima di entrare nella setta, era richiesto un lungo noviziato detto novellanus; il novizio diventando professo prendeva il nome di sandalatus. Emetteva il voto, come in un ordine religioso, di 'poveri perfetti', cioè di non preoccuparsi del domani e di non accettare o erogare, se non quel tanto che poteva servire ai bisogni quotidiani del vitto e del vestito. Con il voto di povertà, considerato come essenziale, i valdesi emettevano quello di castità e di obbedienza ai loro superiori. Tale organizzazione, tuttavia, non vincolava che i 'maestri' e le 'maestre', chiamati anche talvolta 'apostoli'. Alla setta però appar- tenevano anche gli 'amici' o aderenti, i quali, pur con- tinuando a frequentare le Chiese cattoliche, evitavano di ricevere la comunione dai preti cattolici ritenuti indegni per le loro ricchezze.

Il risultato della repressione fu quello di far scompa- rire a poco a poco lo 'stile apostolico' dei 'maestri', che li tradiva troppo facilmente, di rendere più saldi i vincoli tra 'maestri' e 'amici', di allontanare maggiormente i membri della setta dalla Chiesa cattolica e anche, assai spesso, di immettere nella Chiesa valdesi, desiderosi di sfuggire alle repressioni, ma sordamente ostili al clero cattolico.

IV. DALLO SCISMA ALL'ERESIA

Dallo scisma la setta non tardò molto a slittare nell'eresia, prima materiale, poi formale. L'errore principale dei valdesi ha, in origine, un fondo comune con il donatismo. Questo, pur ammet- tendo il sacramento dell'Ordine, faceva dipendere il valore e l'efficacia dei Sacramenti dalla santità del ministro, che li conferiva. I valdesi però andarono più in là, so- stendono bastare la santità a conferire il potere di bat- tezzare, cresimare, consacrare l'Eucaristia, assolvere dai peccati. Senz'aver minimamente ricevuto il sacramento dell'Ordine, Valdo ci si suocessò pretese di esercitare tutti i poteri sacerdotali e perfino quelli episcopali. Il cistercense Alano di Lilla, contemporaneo di Valdo, attribuisce loro questa formula: 'Magis operatur meritum ad consecrandum vel benedicendum, ligandum et solven- dum, quam Ordo vel officium'. Si comprende assai bene l'errore dei valdesi dalla professione di fede imposta da In- nocenzo III (verso il 1210) a coloro che si convertivano: 'Noi non riproviamo i Sacramenti che vi si celebrano (nella Chiesa) con la cooperazione e l'intestimabile e invi- sibile virtù dello Spirito Santo, anche se amministrati da un prete peccatore, purché dalla Chiesa approvato; non respingiamo alcuno degli uffici ecclesiastici e delle benedizioni impartite da tal prete, ma li accettiamo come quelli di un prete molto santo, con cuore sincero, perché la malizia di un vescovo o di un prete non nuoce al Bat- tesimo di un fanciullo né alla consacrazione dell'Euca- ristia né alla celebrazione degli altri uffici ecclesiastici celebrati per i sudditi' (Denz-U, 424).

L'errore dei valdesi, dunque, in tale materia era duplice: 1) in quanto facevano dipendere l'efficacia del Sacramento dalla santità del ministro; 2) in quanto nega- vano la necessità della potestà di Ordine sostituendola con la santità, concepita a modo loro. Infatti un errore ancora più sottile e nascosto insidiava la loro concezione della santità. In confronto con la dottrina cattolica che solo Dio è santo, che l'uomo diventa santo soltanto per mezzo dell'amore verso di lui (amore che implica l'obbedienza perfetta ai suoi comandamenti e, per conseguenza, la totale sottomissione alla Chiesa), i valdesi, per igno- ranza, o, magari, per una interpretazione della Bibbia troppo letterale, facevano consistere la santità soltanto nella pratica esteriore della povertà.

Si venne a formare presso i valdesi non un vero e proprio complesso di dottrina con una Confessione di fede regolare (l'ignoranza non permetteva loro di arrivare a tanto) ma un insieme di usi fondati, come ritenevano, nella Scrittura, in cui è possibile distinguere i seguenti elementi: proibizione di qualsiasi specie di giuramento; rigorosa condanna della bugia, considerata sempre come peccato grave; proibizione del servizio militare e della pena di morte anche dopo sentenza di un tribunale rego- lare; proibizione di messe, preghiere e suffragi per i defunti; abolizione delle indulgenze; rifiuto di ubbidienza a superiori considerati indegni perché non vivono come gli Apostoli; rinnegamento della potestà di Ordine; di- ritto di predicare per i laici, uomini e donne.

V. STORIA DEI VALDESI

Nella storia dei valdesi si distinguono tre periodi principali:

1. Dalle origini all'adesione al protestantesimo

I val- desi, colpiti insieme ai catari, dai quali tuttavia ben si distinguevano, scomparvero da molte regioni, nelle quali si erano largamente diffusi. I documenti dell'Inquisizione, verso il 1321, li presentano così: a) la foggia di vestire degli 'apostoli' e i 'sandalì' non si considerano più come troppo pericolosi; b) i valdesi si camuffano sotto le vesti più strane; pellegrini, penitenti, barbieri, ciabat- tini, contadini, soprattutto merciaioli ambulanti; c) sono divenuti nemici accaniti della Chiesa, in special modo del clero cattolico, e pretendono di essere i soli rappresen- tanti della vera Chiesa; d) attribuiscono un valore speciale alla preghiera detta in segreto, fuori delle chiese, all'orazione domenicale e escludendo le altre preghiere, il culto della Vergine e quello dei Santi, il testo latino della Bibbia o, perlomeno, del Nuovo Testamento, che essi conoscono quasi sempre a memoria, spesso però senza comprenderlo.

Contro la repressione delle autorità cattoliche, i val- desi si rifugiano, dal sec. XIII, nelle valli delle Alpi Cozie: Val Freissinière, Val Argentiera, Val Luisa, Val della Dora Riparia, Val Luserna, Val Angrogna, Val Perosa, Val San Martino, Val Pragelato, intorno alla famosa for- tezza di Pinerolo o intorno a Torre Pellice. Si trovano anche valdesi sparsi in Puglia e in Calabria. In altre loca- lità, invece i valdesi scomparvero o confondendosi con la popolazione cattolica predominante o, più spesso ancora, aggregandosi a gruppi dissidenti ed eretici con i quali si trovavano a contatto (catari, usciti, fratelli moravi, lollardi).

Nelle comunità valdesi delle vallate alpine, i « maestri » o « apostoli » presero il nome di « barba » dalla parola barba = zio. Questa è la ragione per cui i valdesi del Delfinato e del Piemonte e, più tardi, i calviniti delle stesse regioni sono stati chiamati « barba ».

2. Dall’adesione al protestantesimo all’Editto di tolleranza del 1848

Una delle prove più chiare della insufficienza dottrinale della settima fu la facilità con la quale i valdesi passarono al calvinismo. I primi loro contatti con i protestanti si ebbero prima che Calvino fosse divenuto il capo spirituale di Ginevra e avesse dato il suo nome a un nuovo ramo della « riforma » protestante. FAREL, GUILLAUME (v.), agitatore religioso, che era appartenuto al gruppo di Meaux. Nel dic. 1526 si rifugiò a Basilea; nel 1526, mentre si trovava in Svizzera, a l’Aigle, nel cantone del Vallese, ebbe la visita di un « barba », certo Martino Gonin di Angrogna, ivi recatosi per chiedere consiglio e libri. I rapporti continuarono: nel 1530 altri due « barba », Giorgio Morel di Val Freissinière e Pietro Masson si recarono da Farel. Morel, come più istruito degli altri per aver letto le opere di Erasmo e saper parlare e scrivere in latino (cf. Beza, Hist. eccl., in Corp. Ref., I, 53), ebbe colloqui con Farel, Haller, Ecolampadio, Buccero e Capitone, poi ritornò a Merindol dove con Gonin si diede cura di far penetrare nel movimento protestante lo spirito valdese. Nel 1532 Farel, invitato a presiedere una « comune », cioè un congresso generale o capitolo dei valdesi, vi si recò con Antonio Saunier e Roberto Olivétan, cugino di Calvino. La « comune » si riunì il 12 sett. 1532 a Chaforfans nella Val d’Angrogna; ad Olivétan fu affidato l’incarico di tradurre la Bibbia per i valdesi. Tutto ciò avvenne nel più grande silenzio, per non incappare nelle reti della polizia. Martino Gonin, il primo « barba » indiziato, morì in prigione a Grenoble nel 1536; la settima l’onorò come martire. A conclusione della « comune » di Chaforfans fu deciso di sopprimere, presso i valdesi, la proibizione del giuramento e quella della pena di morte data da un regolare tribunale, i digiuni, la preghiera, la confessione, il rito della consacrazione dei « barba » mediante l’imposizione delle mani, il celibato dei « barba », la povertà obbligatoria e la predicazione ambulante, il voto di verginità delle suore. I valdesi rimasero però irremovibili nella loro opposizione al servizio militare. Assorbirono, invece, le nuove dottrine dei protestanti: giustificazione mediante la sola fede, interpretazione zwingliana dei due soli Sacramenti conservati (Battesimo e Cena). Accettarono inoltre il dogma calvinista per eccellenza, cioè l’elezione eterna e la predestinazione assoluta. Queste decisioni di Chaforfans ebbero nuova conferma, nonostante una viva opposizione favorita dai fratelli moravi, nella riunione che si tenne in Val S. Martino il 15 ag. 1533.

Il movimento valdese finì, in tal maniera, con diverse una specie di appendice del calvinismo. Era inevitabile che i valdesi venissero a trovarsi impigliati nelle guerre di religione e a subire i rigori delle leggi allora emanate contro i dissidenti, sia contro i cattolici in paese protestante che contro i protestanti in paese cattolico. Due episodi di violenza vanno ricordati nella storia dei valdesi. Nel 1545, per ordine della Corte del Parlamento di Aix, fu fatta una sanguinosa spedizione contro di loro nella valle francese della Durance, soprattutto nei villaggi di Méridol e di Cabrières (22 casali distrutti, numero di vittime impreciso: da 800 a 4000). Nelle valli piemontesi, per istigazione di Antonio Léger (1594-1661) e soprattutto di Giovanni Léger, suo nipote (1615-61), pastori valdesi, scoppiò un movimento insurrezionale che fu duramente represso (Pasque piemontesi del 24 apr. 1655). Giovanni Léger, però, ne ha di proposito esagerato e falsificato i dolorosi particolari nella sua narrazione.

3. Dal 1848 ai nostri giorni

Dopo la Rivoluzione Francese, i valdesi beneficiarono della tolleranza religiosa divenuta generale in Europa, finché con l’atto di emancipazione del 17 febbr. 1848 ebbero completa eguaglianza con i cattolici a tutti gli effetti civili. Nello stesso tempo trovarono un potente protettore nel generale inglese John Charles Beckwith, canadese di origine, che accesò di entusiasmo per le loro vicende storiche, credeva di aver scopo.

Però in essi i rinnovatori del Cristianesimo in Italia. Egli ottenne loro larghi aiuti finanziari, apri scuole, fondò un seminario valdese a Torre Pellice, costruì chiese, sostenne varie pubblicazioni e traduzioni bibliche. Ma non riuscì a realizzare il suo desiderio di agganciarli alla liturgia anglicana, staccandoli dal calvinismo. I valdesi non dimostrarono minore entusiasmo per la sua idea preferita: « l’evangelizzazione dell’Italia ». La loro attività si concentrò allora nella « tavola » valdese, che sostituisce l’antica « comune », loro suprema autorità religiosa. Nel 1866 la scuola di teologia di Torre Pellice, trasformata in Università valdese, si stabilì nel Palazzo Salviati a Firenze, dove rimase fino al 1922, anno in cui si trasferì a Roma. Ha avuto come professori J. P. Revel, P. Geymonat e soprattutto il prete apostata Luigi de Sanctis. Conferenze generali furono tenute a Firenze, Genova, Torino, Milano. « L’evangelizzazione » dell’Italia fu suddivisa in cinque distretti: Piemonte-Liguria, Lombardia-Veneto, Toscana, Roma-Napoli, Sicilia.

VI. Stato attuale

Contrariamente però alle speranze fiabesche concepite, il numero degli aderenti alla Chiesa valdese aumentò in maniera irrilevante. Essi hanno, oggi, 5 settori di « evangelizzazione »: Valli alpine; Piemonte-Lombardia-Veneto; Nizza-Liguria-Toscana; Roma; Italia meridionale-Sicilia; Rio de la Plata e regioni limitrofe. Si calcola che in 60 anni di libera « evangelizzazione » e con l’aiuto di ingenti mezzi finanziari americani i valdesi siano riusciti a fare appena 6297 nuovi adepti. Non superano, in tutto il mondo, la cifra di 30.000. Quanto all’ostilità contro la Chiesa cattolica, è doveroso notare in essi, come del resto nella maggior parte delle chiese protestanti, un profondo cambiamento, da quando è sorto l’ecumenismo (v.); molti valdesi, forse la maggior parte, mostrano ora rispetto e ammirazione per la Chiesa romana; gli altri però rimangono avversari aperti e irrispettabili. Nel Congresso di Cañas (Val Pellice) del 1943 Carlo Gay, rigido valdese, pronunciò queste parole: « Misconoscere il valore sociale della Chiesa romana, come quello della Chiesa universale prima e dopo la « Riforma », sarebbe amputare la storia di molti suoi fulgidi capitoli: e attribuire la sua opera a manovra di propaganda politica sarebbe indice di una meschina mentalità da parte dell’incredulo e segno di sfiducia nello spirito della carità di Cristo da parte del credente » (I. Giordani, L’umanesimo cattolico, in Fides, 43 [1943], pp. 155-56).
Bibl.: 1). Fonti: Walteri Map, Liber de nugis curialium, ed. Amden Society, 1850; Chronicon univ. anonymi Laudunensis, ed. Holder-Egger, in MGH, Scriptores, XXVI, pp. 447-49; E. de Bourbon, Tract. de septem donis Spiritus Sancti, ed. A. Lecoy de Marche, Parigi 1877; Passauer Anonymus, in Flaccus Illyricus, Catal. testium veritatis, Francoforte 1566; J. Gretzer, Script. contra statum Waldense, in Biblioth. maximae Patrum, XXV. Line 1677; Innocentii III Epistolae, ed. E. Baluze; PL 215-16; B. Gui, Practica inquisitionis, ed. C. Douais, Parigi 1886; id., Manuel de inquisiteur, ed. t. 4, G. Mollat, 2 voll., Parigi 1926-2). Studi: J.-B. Bossuet, Hist. des variations, ed. P. Lachat, XIV, Parigi 1863, pp. 495-539; T. Gay, Esquisse d’Histoire vaudoise, Torre Pellice 1909; J. Jalla, Hist. des Vaudois, Pinerolo 1922; T. Balma, Stor. del Valdesi, Milano 1920; E. Comba, Stor. del Valdesi, Torre Pellice 1930; M. Viora, Stor. delle leggi sui valdesi di Vittorio Amadeo II, Bologna 1930; U. Janni, Il Rinnovam. catt. ital., e la missione del Valdésimo, Pinerolo 1932; G. B. Ottonello, La Chiesa vaticane, Pinerolo 1933; Ph. Ponzet, Les origines lyonnaises de la sede des vaudois, in Rev. d’hist. de l’Égl. de France, 22 (1936), pp. 3-37; G. De Marchi, Il papa Alessandro VII e le pasque piemontesi, in Boll. St. bibl. Subalpino, 41 (1939), pp. 229-56; A. Dondaine, Aux origines du valdésime. Une profession de foi de Valdesi, in Archiv. Fratrum Praedict., 16 (1946), pp. 191-235; C. Crivelli, I Valdesi. Stor., dottrina, organizz., estratto da I pro-testanti in Italia, Pinerolo 1947; T. Kaeppeli, Un processo contro i Valdesi di Piemonte nel 1935, in Riv. stor. della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 283-91; L. Cristiani, Vaudois, in DThC, XV, coll. 2586-2600. La bibliogr. valdese in A. A. Hugon-G. Gonnet, Bibliorg. valdese, Torre Pellice 1953 (completa); Th. Kaeppeli - A. Zanino-Vic. Traites anti-vaudois dans le manuscrit 30 de la bibliothèque des Dominicais de Dubrovnik, in Arch. Fratrum Praed., 24 (1954).

Leone Cristiani