UBERTINO DA CASALE. - Capo degli Spirituali francescani, n. nel 1259 a Casale-Monferrato (Vercelli), vesti l'abito francescano nella prov. di Genova (1273). Destinato a S. Croce di Firenze per motivo di studio (1285), si recò prima a Roma e poi a Greccio dove il b. Giovanni da Parma lo iniziò alle profezie apocalittiche sulla decadenza e sul risorgimento dell'Ordine francescano.
Nel prologo I dell'Arbor vitae e nel decorso dei suoi cinque libri, U. manifesta per quali vie si è compiuta la sua formazione spirituale, dal 1285 al 1305. Nel primo suo soggiorno in Toscana, dove si diede alla predicazione, trovò che lo spirito di Gesù fortemente «ribolliva» in molte virtuose persone, tra cui Pietro Pettinaio (v. Dante, Purg., XIII, 125-29) da Campi in Chianti presso Siena, la vergine COLIVI (v.). A Parigi (1289-98), U. continuò a studiare i libri sacri e tenne anche l'ufficio di lettore. Trascinato dalla rilassatezza comune perdette i frutti della sua prima formazione spirituale. Tornato in se stesso, tornò nell'Umbria, dove la b. Angela da Foligno lo trasformò totalmente. Fervido propagatore del rinascimento spirituale, U. si distinse per gli attacchi appassionati contro quelli che si opponevano ai suoi sogni di riforma della Chiesa e dell'Ordine francescano. Denunziato a Benedetto XI, accusato persino di immoralità, fu relegato alla Verna (primavera 1304) dove il 28 sett. 1305 terminò l'Arbor vitae.
Dalla fine del 1309 al maggio 1312, U. difese fortemente l'osservanza stretta della Regola francescana e l'ortodossia dell'Olivi davanti a Clemente V; la bolla Exivi de Paradiso (6 maggio 1312), che mantiene la vita francescana nel suo rigore tradizionale, e il generico decreto Fidei catholicae fundamento (1312), che risparmiò all'Olivi ogni condanna nominale, attestano l'influsso di U. nell'accesa controversia tra i Francescani al Concilio di Vienne. Dopo l'aspra disputa U. si ritirò probabilmente in Avignone presso i cardd. Colonna e Orsini. Per sottrarlo all'ostilità dei suoi avversari (Michele da Cesena, Bona-
grazia da Bergamo), Giovanni XXII gli permise di passare tra i Benedettini dell'abbazia di S. Pietro a Gembloux, diocesi di Liegi (1° ott. 1317). In realtà, U. rimase al servizio di N. Orsini e disimpegnò con successo vari negozi politico-ecclesiastici. Nella controversia sulla povertà di Cristo e degli Apostoli, sotto Giovanni XXII, U. diede una sentenza moderata ispirata all'Apologia pauperum di s. Bonaventura (1322). Accusato di eresia e di ribellione alla S. Sede fuggì da Avignone nel 1325 forse presso Lodovico Bavaro. Si ignora la data della sua morte.
II. SCRITTI
Dietro richiesta, U. compose l'Arbor vitae crucifixae, Jesu sulla Verna (1305). Esso non solo riflette la sua focosa personalità e l'ambiente spirituale in cui visse, ma anche il suo pensiero teologico, mistico e politico. Vi sono adattati alle radici, al tronco, ai rami, alla cima e ai frutti dell'albero allegorico (cf. il Lignum vitae di s. Bonaventura) i misteri della Vita, Passione e Morte di Gesù Cristo con la compassione amorosa di Maria, messi a paragone con il tradimento della Chiesa infedele, di cui però U. annunzia il ritorno all'Albero della vita secondo le tendenziose predizioni gioachimitiche. U. spinge il lettore ad una più profonda meditazione della vita interiore di Gesù e delle sofferenze del suo Cuore, primo movente della redenzione, fondamento di ogni Grazia e di ogni merito (l. IV, 21; f. 164). Un secolo prima di s. Bernardino da Siena, U. esaltò il Nome di Gesù e pensò di farne un trionfale vessillo (l. II, cap. 2; f. 41°-44°). Di Maria espone soprattutto la maternità divina e la missione mediatrice (l. II, cap. 5; f. 51°). Anche a s. Giuseppe U. dedica pagine piene di tenerezza (l. II, cap. 6; f. 62°).Il tono cambia quando U. tratta dello stato della Chiesa, soprattutto al cap. 7 (Jesus despectus iterum) e al cap. 8 (Jesus falsificatus) del l. V, ff. 224-34. Sedotto dal gioachinismo, U. giudica della Chiesa e quindi dell'Ordine francescano secondo la teoria dei sette stati, nella quale il sesto è quello del rinnovamento spirituale della Chiesa per opera di s. Francesco e dei suoi fedeli amanti di «madonna povertà» in mezzo alla decadenza generale. Pur professando, fin dal prologo dell'Arbor vitae, la sottomissione più completa alla Chiesa romana, U. distingue tra Chiesa carnale e Chiesa spirituale, respinge la prima come la grande prostituta di Babilonia e dichiara che dopo l'abdicazione invalida di s. Celestino V, la cui rinunzia fu ottenuta con malizia e frode del card. Castani e dei suoi complici, non ci fu più papa legittimo. Bonifacio VIII è la mala bestia dell'Apocalisse, Benedetto XI l'altera bestia e Clemente V sarà per opprimere la Sede Apostolica, fino a quando venga colui che siederà legittimamente e riformerà tutto (l. V, cap. 8, ff. 228°-34°). Passata la tempesta, gli umili ministri di Cristo ricondurranno alla vera Chiesa coloro che erano stati sedotti dai superbi usurpatori (l. V, cap. 9, Jesus doctor humilium, f. 234°).
Al l. V dell'Arbor (che Dante conobbe) ricorrono, per appoggiare le loro tesi tendenziose, tanto il fraticello ribelle, autore del Decalogus evangelicae paupertatis (1340), quanto Mattia Bellintani da Salò nella sua Historia Capuccina (1588). Influsso più profondo ed esteso esercitarono le sue meditazioni intorno alla vita di Gesù, Maria, s. Giuseppe e s. Francesco esposte negli altri libri (ad es.: su s. Bernardino da Siena, s. Giacomo della Marca, Giac. Gruytrode, Tritemius). S. Bernardino da Siena trovò nell'Arbor la sostanza della sua predicazione cristologica, nonché della sua dottrina sulla meditazione universale di Maria e sul patrocinio di s. Giuseppe. La stessa diffusione del manoscritti dell'Arbor, soprattutto in Italia, in Spagna e nei Paesi Bassi negli ambienti più diversi, ne prova la voga.
Gli altri scritti notevoli di U. sono: La Responsio alle quattro questioni di Clemente V sull'osservanza della povertà francescana e la dottrina dell'Olivi (inizio 1310); il Rotulus in cui denunzia venticinque violazioni della Regola francescana (fine 1310 o principio 1311); Super tribus sceleribus Damasci, in cui sostiene che il frate minore non può avere altro che l'uso stretto delle cose necessarie (luglio 1311); Sanctitati apostolicae, che è l'Apologia dell'Olivi (v.) presentata al principio dell'estate

(fot. Clém. Dessert)