MONOTELISMO. - Eresia cristologica del sec. VII, ultimo grande tentativo monofisiti (v.) per mezzo di concessioni parziali, ammettendo le due nature in Cristo, ma allo stesso tempo affermando l'unicità dell'operazione (monenergismo) e della volontà (m., dal greco μόνη θάγχη, ἐν θάγχημα).
I. LE ORIGINI DELL'ERESIA E LA FASE MONENERGETICA
Già intorno al 600 il patriarca Eulogio d'Alessandria (580-607) aveva difeso l'esistenza di due attività o energie (δύο ἐνέργειαι) e di due volontà (δύο θάγχημα) in Cristo (cf. O. Bardenhewer, Ungedruckte Exerpte aus einer Schrift des Patriarchen Eulogius von Alle- xandrien über Trinität und Incarnation, in Theolog. Quartalschr., 78 [1896], pp. 353-401). Gli avversari di Eulogio che devono probabilmente ricercarsi nelle file del monofisismo teodosiano o severiano, avevano già pienamente professato la dottrina monotelitica ("μὰν θάγχη γίγνον ἐν θάγχη μὲν χρυσῷ δυσάγχη δογματίζουσιν"). Eulogio di quei «nuovi discendenti di Apollinare», ibid., p. 372). Difatti Severo d'Antiochia, pur ammetteva due categorie di opere in Cristo, aveva insegnato che unica è nel Verbo incarnato l'operazione, siccome l'operante è unico; come pure una sola è la volontà, perché unico è il soggetto volente. Queste formule, sebbene in Severo suscettibili di un'interpretazione benigna, avevano preparato l'eresia che doveva turbare quasi tutto il sec. VII. Ma ad una importanza tutta particolare il m. assunse soltanto quando sotto l'imperatore Eraclio (610-41) sembrò atto a promuovere quell'unione religiosa tanto desiderata dal potere politico in un momento in cui l'Impero bizantino minacciava di crollare, prima sotto l'inscrizione persiana, poi sotto quella araba. Sembra che sia stato il patriarca Sergio di Costantinopoli (610-38) a proporre all'Imperatore il tentativo di ricondurre i monofisiti di Siria e d'Egitto alla Chiesa per mezzo della dottrina del monenergismo (μὰν ἐνέργειαι, «una sola opera razione»). I primi tentativi d'intesa, iniziati da Sergio in Egitto con Giorgio Arsas, capo della setta monofisita dei paoliani, e dallo stesso imperatore in Armenia con Paolo il Cieco, eminente capo dei severiani, non ebbero alcun successo durevole. Importanti invece risultarono i contatti stabiliti da Eraclio nell'anno 626 con Ciro, metropolitano di Phasis (Sebastopol). Questi chiese ed ottemperano la Segre ulteriori spiegazioni, alle quali il patriarca di Costantinopoli aggiunse la lettera che un suo precedente, Menna, nel 536 avrebbe inviato al papa Vigilio; trattato poi respinto come approccio dai legati pontifici al Concilio del 680-81. Menna ivi avrebbe insegnato «ἐν τῷ τοῖς χριστῷ θάγχη καὶ μὲν ζωοποιῶν ἐνέργειαι». Alla nuova formula fu conquistato anche il vescovo Teodoro di Faran in Arabia. Per qualche tempo tuttavia il movimento si arrestò. Nel giugno 631 Eraclio nominò Ciro di Phasis patriarca di Alessandria, conferendogli anche il potere politico e militare sull'Egitto, con l'incarico esplicito di guadagnare i monofisiti alla Chiesa, mediante la dottrina della monenergia. Ciro infatti raggiunse l'unione con i teodosiani (severiani o frattolati). L'atto di unione, concluso il 3 giugno 633, consisteva in 9 anatematismi; nel 7° la dottrina delle due nature veniva proposta con la massima circoscrizione, mentre esso proposava esplicitamente «unum Christum et Filium, operantem Deo decidit, et humana una dei virili operatione (μὰν θάγχη γίγνον ἐνέργειαι), secundum sanctum Dio- nysium» (Mansi, XI, col. 565). Nello stesso anno 633 Eraclio poté concludere l'unione con la Chiesa armena, nel Concilio di Teodosiopoli (Erzerum). In Siria l'Imperatore già nel 631 aveva raggiunto un'intesa con Atanasio, patriarca giacobita di Antiochia, durante le Conferenze di Gerapoli (Mabbūg). L'intero Impero parve dunque aver ritrovato l'unità religiosa nell'adesione (non in tutti sincera) al Concilio di Calcedonia e alla dottrina della monergia (ma non è del tutto chiara l'importanza avuta da quest'ultima nell'unione con gli Armeni).
Non è facile determinare con esattezza il pensiero del monenergismo, data l'imprecisione del termine ἐνέργειαι che talvolta significa energia, principio attivo di operazione, altre volte invece designa piuttosto τὸ ἐνέργεια, l'operazione in atto. Secondo il Tixeront (Histoire des dogmes, III, Parigi 1928, p. 163, nota 3) nella controversia il termine ἐνέργειαi sarebbe da interpretare in questo secondo senso; ma l'affermazione non è rimasta incontestata (cf. Fr. Bauer, in Theol. Revue, 26 [1927], col. 273). Si può dire che i monenergisti concepirono la ἐνέργεια come il primo moto che emana dalla persona: «a principio quod actionis». Il monenergismo (del sec. VII) ammise l'attività e l'operazione umana in Cristo, come anche il «principium quo» di questa attività; ma esso si rifiutò di appellare quest'attività con il termine ἐνέργεια e soprattutto non volle computarla in modo che, sommando alla divina, risultino due operazioni (ἐνέργειαι) in Cristo: «Non ut humanam tollamus, unam operationem dicimus, sed quod ea ratione qua distinguitur contra divinam operationem, passio dicetur» (Pirro, nella disputa cartaginese del 645: PG 91, 349). I monenergeti guardarono talmente all'unità del soggetto agente che attribuirono l'operai unicamente al sopposito; siccome questo in Cristo è unico e teandrico, dedussero che anche l'operazione è unica e teandrica. L'unicità di operazione venne quindi affermata sul piano della persona, non della natura; perciò chiamarono quest'unica operazione del Signore ipostatica, egemonica, teandrica, ma in nessun modo fisica o proprietà naturale. Interpretarono nel loro senso la celebre formula cristologica dello Pseudo Dionigi Areopagita (alla fine della lettera al monaco Caio: PG 3, 1072), che Cristo come Dio fatto uomo ci avrebbe manifestato «καὶν γίγνον τῷ θάγχη γίγνον ἐνέργειαι» (si noti che nell'atto di unione del 633, in luogo di una «nuova» si parla di «una» operazione teandrica).
I monenergeti (come in seguito i monoteliti propriamente detti) vollero restare ortodossi. Si può concedere che il loro pensiero sia meno eretico che non le loro formule prese in se stesse. Ma essi alterarono il senso naturale e tradizionale della parola ἐνέργεια (esprimendo con essa, come poi con la voce θάγχη, non la proprietà essenziale della natura, come è l'operazione e la volontà, ma ciò che è proprio della persona) e si resero particolarmente pericolosi con il loro silenzio sulle operazioni fisiche (e volontà fisiche) delle due nature. Dal silenzio alla negazione vera e propria la distanza non era grande. Difatti, dopo l'atto di unione concluso da Ciro, i monofisiti si rallegrarono dicendo che non avevano essi aderito alla dottrina di Calcedonia, ma che piuttosto il Concilio si era avvicinato a loro, ammettendo, con l'affermazione di un'unica operazione, anche una sola natura in Cristo (Vita s. Maximi: PG 90, 77-80).
II. LE PRIME RESISTENZE E LA TRANSIZIONE ALLA FORMULA MONOTELITICA
La prima opposizione contro l'atto di unione del 633 partì dal monaco palestinese s. Sofronio (v.), che allora si trovava in Egitto con il suo amico Massimo. Risultato vano ogni tentativo di ricondurre Ciro all'ortodossia, Sofronio chiese allo stesso Sergio di togliere dagli articoli dell'unione l'espressione μὰν ἐνέργειαι. Sergio, non volendo compromettere il movimento di conversione all'ortodossia, da lui ritenuto molto promettente, finì per affermare che non si doveva parlare di una né di due operazioni in Cristo, ma che occorreva professare, con la tradizione dei SS. Padri e Concili, un solo operante nelle azioni divine e umane del Verbo incarnato. Scrisse in questo senso a Ciro, e Sofronio promise allora di non risollevare la questione. Questi avvenimenti sono conosciuti daun'altra lettera di Sergio al papa Onorio I (625-38), scritta nel 634, quando già sapeva dell'elevazione di Sofronio alla cattedra di Gerusalemme e doveva cercare di prevenire il Papa contro eventuali mosse del coltissimo monaco diventato patriarca (la lettera di Sergio in Mansi, XI, coll. 529-37; un'analisi critica in Tixeront, loc. cit., pp. 167-69). Affermando di non voler prendere posizione per nessuna delle due espressioni (monemergia e dienergia), Sergio esclude chiaramente la seconda, perché secondo lui avrebbe portato all'affermazione di due volontà, opposte l'una all'altra; ricordò anche, con palese simpatia, la lettera di Menna, vera raccolta di testimonianze patristiche sull'unica volontà del Cristo. La lettera segna la transizione dal monomergismo al m. propriamente detto (la Ecthesis pubblicata nel 638 da Eracio è sostanzialmente identica al cosiddetto φύσος, la decisione dottrinale di Sergio comunicata a Ciro e a papa Onorio). È vero che la formula «una volontà» (ἐν ἑξήματι) non vi è apertamente proposta, ma vi è abilmente insinuata. Papa Onorio invece l'adoperò facendola sua.
La risposta di Onorio (prima lettera a Sergio, conservata soltanto nella traduzione greca (Mansi, XI, coll. 537-44) approva il divieto di parlare di una o due energie in Cristo; il Papa in queste distinzioni vede inutili e pericolose precisazioni «ad nos ista pertinere non debent, relinquentes ea grammaticis» (ibid., col. 542). Ma già prima Onorio aveva energicamente esclusa l'ipotesi di un volere umano di Cristo che si opponesse alla sua volontà divina e, in questo senso, gli attribuiva una sola volontà: «... unam voluntatem fatemur domini nostri Jesu Christi» (ibid., col. 539). In Cristo, unica persona, non vi può essere alcun dualismo o antagonismo nel volere. Ma Onorio lasciò chiaramente intendere che questa unità consiste unicamente nella conformità del volere umano con il divino. Il Papa dunque, senza dirlo, supponeva in Cristo la presenza di un atto della sua volontà umana (così il pensiero di Onorio è stato ultimamente interpretato dal Galtier; a proposito dei lavori del Mariè sulla questione, V. Fr. Diekamp, in Theologische Revue, 32 [1933], coll. 445-48). Ciò non toglie che la risposta del Papa, poco chiaroveggente, accettasse la tattica del silenzio proposta da Sergio, diffidasse invece di Sofronio e, accogliendo anche l'equivoca formula dell'unica volontà, fornisce armi al moto monotelitico.
Ma Sofronio aveva già agito; nel 634, eletto patriarca di Gerusalemme, si servì della lettera d'intronizzazione da inviarsi al Papa e ai suoi colleghi di patriarcato (Epistola Synodica, in Mansi, XI, coll. 461-509; PG 87, 3148-3200), per svolgere a fondo la dottrina dell'energia divina e umana del Cristo; fedele al patto con Sergio non parla mai esplicitamente di due operazioni di Cristo, ma distingue con ogni chiarezza l'operazione di ciascuna natura come conseguenza necessaria della fede difisitica: «utriusque naturae utramque novimus operationem (ἐξα-τέραν ἐνέργειαν), essenzialem dico, naturalem et congruam, indivise de unaquaque procedentem essentia et natura» (op. cit.: PG 87, 3169). L'operazione segue la natura, quindi essi non può essere ipostatica o personale, ma essenziale, naturale, congrua mozione di ciascuna natura dalla quale essa promana. La formula dello Pseudo Dionigi (v. SORA), adoperata dai monomergiti in senso soggettivo, come se essa volesse tutelare l'unità del suo bíctum agens e l'unico operari di questo soggetto, da Sofronio (come dopo da s. Massimo) fu interpretata in senso oggettivo: la «operazione teandrica» deve intendersi di quella «classe intermedia» di operazioni del Cristo (tra le operazioni emananti unicamente dalla natura divina ἐνέργειαν θεωρητικῆς, e quelle in cui opera la sola natura umana, ἐνέργειαν ἀνθρωποποιητικῆς) in cui si ha la collaborazione delle due nature, operanti – senza separazione e senza confusione – ciò che è proprio a ciascuna; ma in quanto esse collaborano ad un unico e identico effetto questa operazione è teandrica, divino-
sustanziale ai due poli: «Quod cum Dei et hominum mediator sit, necesse sit proprie servare naturalem necessitudinem, cum his, inter quae medius intercedit» (Ep., XII: PG 91, 468).
IV. FINE DELLA CONTROVERSIA
Nel 647 papa Teodoro I scomunicò il patriarca Paolo di Costantinopoli dopo che questi ebbe rifiutato l’abiura del m. La corte imperiale, non volendo una completa rottura con Roma, cercò di risolvere l’imbarazzante situazione religiosa con un nuovo editto: il Typos (τυπος τελ πιστευς, regola della fede), emanato dall’imperatore Costante II nel 647 in cui proibiva «di discutere in qualsiasi modo intorno a una volontà o a una operazione, a due operazioni o a due volontà» (Mansi, X, coll. 1029-32). Martino I, succeduto a Teodoro (m. il 13 maggio 649), decise di finirla con il m.; convocò nella Basilica del Laterano un concilio con carattere quasi ecumenico: il m. fu condannato, e con esso il Typos, che tentava lasciare in sospeso una questione di fondamentale importanza dogmatica (gli atti in Mansi, X, coll. 863-1170). Le rappresaglie contro il Papa (v. MARTINO G) e contro Massimo, principale collaboratore del Sinodo Lateranense, furono feroci. La rottura tra Roma e Costantinopoli durò finché nell’a. 678 l’imperatore Costantino IV Pogonato chiese al Papa la composizione del conflitto (per la condanna finale V. CONSTANTINE, III Concilio Costantinopolitano, t. IV, coll. 748 sg.).MONREALE, ARCIDIOCESI di. - Portale della Cattedrale, con porte in bronzo di Bonanno Pisano (sec. XII) - Monreale.
L’abbazia di M. sorse per volontà del re di Sicilia Guglielmo II negli anni 1174-76. Secondo un’antica tradizione, sul luogo esisteva già un monastero fondato da s. Gregorio Magno, le cui rovine servirono poi per la nuova costruzione. Primo abate ne fu Teobaldo e il monastero fu popolato da numerosi monaci dell’abbazia di Cava de’ Tirreni. Esente dall’arcivescovo di Palermo per privilegio di Alessandro III già dall’anno stesso della sua fondazione, nel 1183 (2 maggio) M. fu eretta a metropoli dal papa Lucio III con Catania per suffragante, alla quale si aggiunse Siracusa nel 1188. Così l’abate diveniva arcivescovo e metropolitano, e i monaci costituirono il Capitolo cattedrale. In seguito furono confermati tutti i privilegi ottenuti per il nuovo monastero, e i monaci ebbero anche quello delle insegne pontificali in tutta la diocesi. L’epidemia che colpì l’intera Sicilia nel 1362 lasciò deserta l’abbazia per 14 anni, tanto che papa Gregorio XI fu costretto a raccogliervi un certo numero di monaci dai vari monasteri della Sicilia, per ristabilirvi il Capitolo.
Il 3 luglio 1483 Sisto IV approvava lo statuto della nuova Congregazione benedettina di Sicilia, alla quale si univa anche M., ma pochi anni dopo, nel 1506, per ordine di Giulio II, passava a far parte di quella Cassinese. Intanto un’altra suffragante si era unita all’arcidiocesi durante il sec. XV, Augusta. L’unione con quella di Palermo avvenuta il 7 luglio 1775 non fu duratura. Di nuovo ricostituita, ebbe per suffragante le diocesi di Catania, Siracusa, Piazza e Caltagirone. I monaci furono espulsi dall’abbazia in seguito alle leggi soppressive del secolo scorso. Attualmente sono suffragante le diocesi di Caltanissetta e Agrigento. La Cattedrale è dedicata alla b. Vergine sotto il titolo di S. Maria Nuova.
Tra gli arcivescovi si ricordano: card. Giovanni Procamazza (1278); card. Aussio Despugli de Podio (1458); card. Pompeo Colonna (1531); Alessandro Farnese (1536);