MONTANO E MONTANISMO

MONTANO e MONTANISMO. - Montano è l'iniziatore del montanismo, setta entusiasta e rigorista, cominciata in Frigia ca. il 172 e chiamata per tanto « eresia dei Frigi »; dagli stessi aderenti invece fu detta « nuova profezia », a causa delle pretese rivelazioni del Paracleto.

I seguaci del montanismo furono chiamati anche « catagri » (dal greco οἱ χατὰ Φύγας) o pepuziani (dalla città santa del movimento); secondo i capi dei diversi gruppi si distinsero in procliani, eschiniti, tertullianisti, priscilliani, quintilliani (questi due ultimi hanno il nome dalle profetesse Priscilla e Quintilla). Fatta eccezione degli scritti di Tertulliano, l'altra non abbondante letteratura montanistica è andata perduta; soltanto della raccolta di detti profetici di Montano e delle sue due prime adepte sono conservati 14 oracoli (6 attribuiti a Montano, 3 a Priscilla, 5 a Massimilla). Ad essi vanno aggiunti 4 altri tramandati da Tertulliano come effati del Paracleto. La nostra conoscenza del montanismo si basa dunque sugli antimontanisti ed eresiologi.

I. LE ORIGINI DEL MONTANISMO

Poco si sa della persona di M. Prima della sua conversione alla fede cristiana era forse stato sacerdote del culto fanatico di Cibele. Non è neanche certo quando si iniziò il movimento; secondo Epifanio (Haeres., 4: 8) PG 41, 856) avrebbe avuto origine ca. il 156-57; secondo Eusebio invece (Chron., II: PG 19, 563) negli anni 172-73. Questa seconda data è più probabile (l'intervento dei Martiri lionesi, il fatto più antico che possa essere assicurato indipendentemente dalle due date controverse, cade soltanto nell'anno 177, e il primo papa interpellato sulla questione del montanismo è Eleuterio [v.], 174-89). Secondo le fonti più antiche M. si proclamo l'organo del Paracleto che, annunziato nel IV Vangelo, il giorno della Pentecoste non era ancora disceso sugli Apostoli, ma si doveva manifestare poi per mezzo suo, onde ritrovarne la Chiesa in tutta la verità. Due donne, Priscilla (o Prisca) e Massimilla, furono le prime successive conosciute alla nuova dottrina; divenute anch'esse partecipi del dono profetico, furono presto venerate accanto allo stesso M.

La profezia si annunziò nuova, specialmente per la sua forma estatica (contraria al concetto cattolico della profezia come viene esposto da S. Paolo; I Cor. 14). I profeti del montanismo caddero in estasi violente, e in uno stato di rapimento e di astrazione dai sensi pronunziano gli « effati » del Paracleto. In questa caratteristica violenza estatica si suole riconoscere il contributo particolare della regione frigia, patria di emozioni religiose intense, come del culto orgiastico di Cibele. Riguardo al contenuto, la profezia annunziò la prossima parusia di Cristo e la discesa della Gerusalemme celeste nella pianura frigia, tra le cittadine di Pepuzia e Tymion, dove M. voleva andare tutta la cristianità. Sullo sfondo di tale ardente attesa della parusia imminente si devono intendere i postulati morali del montanismo primitivo. I fedeli dovevano prepararsi per un distacco molto più radicale di quanto si era praticato fin allora nelle comunità cristiane. Si preoccuò un ascetismo intenso, concretizzato nella rinuncia totale al matrimonio (il divieto delle seconde nozze, con la implicita autorizzazione del primo matrimonio, deve essere considerata una mitigazione posteriore del postulato originario), nella prescrizione di digiuni più prolungati e austeri. Più tardi si determinarono nella setta di versi periodici di digiuno; M. stesso probabilmente richiese che tutta la vita del fedele, fino al ritorno del Signore, fosse un continuo digiuno. Un terzo postulato originario esigeva la prontezza assoluta al martirio (cf. i due effati del Paracleto citati da Tertulliano, De fuga, 9: PL 2, 133). Particolarmente dura era la posizione del montanismo nel problema penitenziale, caratterizzata dal seguente effato del Paracleto: « Potest Ecclesia donare delicta, sed non faciam, ne et alii delinquant » (Tertulliano, De pudicitia, 21: PL 2, 1078). La oscura parola, nella sua forte antitesi, evidentemente una risposta agli avversari di M., preconizza, anche nella remissione dei peccati postbattesimali, un nuovo rigorismo, tutto conforme agli altri postulati del movimento. Al patrimonio originale appartengono finalmente le promesse di speciali ricompense per i seguaci fedeli e la prassi quartodecimana nella celebrazione della Pasqua. gnosi (v.), l'altro grande pericolo della Chiesa del sec. II, il montanismo si rivelò di origine prettamente intractissima. La dottrina della fede e la Scrittura non furono toccate. Ma con il suo appello al Paracleto che in lui doveva completare l'opera di Cristo, M. di fatto alterò radicalmente il concetto cattolico della Chiesa. Non i vescovi, ma i nuovi profeti, i veri « spirituali » rappresentavano l'autorità della Chiesa; questa conclusione fu poi dedotta con ogni chiarezza da Tertulliano: « Et ideo Ecclesia quidem delicta donabit; sed Ecclesia spiritus per spiritalem hominem, non ecclesia numerus episcoporum » (De pudicitia, 21: PL 2, 1080). M. stesso, spirito non speculativo, ma fervente entusiasta, non sembra che si sia ugualmente accorto del carattere rivoluzionario della propria opera, che sul nascere apparve piuttosto come un movimento di rinnovamento spirituale nel seno della stessa Chiesa, ciò che dovette favorire fortemente la sua propagazione.

II. ESPANSIONE DEL MONTANISMO

L'entusiasmo religioso, la stima dei doni carismatici, l'ardente aspettazione escatologica, l'ortodossia della dottrina dovettero dare al montanismo una particolare forza di attrazione nella Chiesa del sec. II. I fondatori morirono presto: Massimilla ca. 1179, M. e Priscilla ancora prima, ma la nuova profezia aveva già varcato i confini della regione dove era nata (Ardabau, Pepuzia, Tymion); dalla Frigia si era propagata come un incendio per tutta l'Asia Minore (così la Chiesa di Tiatira in Lidia era passata tutt'intera al seguito di M.) e da lì s'era irradiata in Siria e in Tracia. Anche l'Occidente fu presto interessato. Non si sono conservate le lettere che gli aderenti del montanismo spedirono ai centri della cristianità occidentale per guadagnarla alla propria causa. Ma da Eusebio (Hist. eccl., V, 3: PG 20, 437) si sa che la famosa lettera delle Chiese di Lione e Vienne in Gallia ai fratelli dell'Asia e della Frigia, scritta nell'anno 177, contenva anche un giudizio sull'attività profetica di M. e dei suoi compagni, parere che da Eusebio fu giudicato « pio e ortodosso ». Inoltre da Lione furono spedite anche lettere scritte dai martiri, prima della loro morte, ai fratelli d'Asia e al papa Eleuterio « pro pace Ecclesiarum » (ibid.). Sembra pertanto che l'atteggiamento nella principale Chiesa gallica sia stato di una prudente riserva: mentre il montanismo era sul nascere, si davano consigli di pace, senza perciò favorire la nuova profezia. A Roma il papa Eleuterio, a cui s. Ireneo portò la missiva dei Martiri di Lione, era stato certamente già per altre vie informato del montanismo. La scarsezza delle fonti non permette di ristabilire con certezza l'atteggiamento assunto dal Papa. È probabile che egli non condannasse formalmente il movimento frigio ma emanasse una dichiarazione a esso non favorevole: ciò si deduce da una notizia di Tertulliano (Adv. Praxem, 1: PL 2, 178 sgg.); Prasca, un capo dei patripassiani, recatosi dall'Asia in Roma avrebbe indotto il Papa (che si suppone Vittore I, 189-98, o, secondo il De Labriolle e l'Ehrhard, con più probabilità Zefirino: 198-217) a ritirare le lettere di comunione già emanate a favore dei montanisti, appellandosi alle dichiarazioni ufficiali dei suoi predecessori (« praecessorum auctoritates »). Queste dichiarazioni dei predecessori di Zefirino (Eleuterio e Vittore I), senza costituire una vera condanna (difficilmente si spiegherebbe altrimenti l'iniziale simpatia di Zefirino

per il montanismo), devono pure essere state sfavorevoli alla nuova profezia. I papi quindi, non avendo allora ancor chiaramente intuito il carattere vero del movimento, che in Occidente si presentò anche con una maggiore sobrietà, rimasero riservati, a causa pure dell'alta stima che allora circondava i doni carismatici, come anche del fatto che i montanisti si ostentavano ortodossi nel dogma. Sembra che la setta già in questo periodo di prima espansione sia caduta dall'originario livello, che senza dubbio era stato alto. La letteratura antimontanista insorge contro l'avarizia dei profeti, contro i delitti di un certo Alessandro che si spacciò per martire; i postulati primitivi intorno al matrimonio e al digiuno furono abbandonati, ai profeti e martiri si concesse un certo potere di condonare i peccati (cf. gli excerpta dell'antimontanista Apollonio presso Eusebio, Hist. ecol., V, 18). Più saldo si mantenne invece l'entusiasmo per il martirio, e i montanisti poterono appellarsi al grande numero dei loro martiri. Anche il dogma fu intaccato. A Roma una parte della comunità montanista, con a capo Eschine, MONARCHIANISMO (v.) modalistico di Noeto (cf. Ippolito, Reful-tatio omnium haeres., VIII, 19; ed. P. Wendland in CB, 26, p. 238), mentre un'altra fazione sotto Proclio mantenne la fede trinitaria della Chiesa.

Scarse sono le notizie sull'aspetto costituzionale del montanismo in questo periodo. Sembra che le comunità montanistiche dell'Asia avessero una organizzazione carismatica, i cui membri erano profeti, martiri e profetesse; tra queste, dopo Priscilla e Massimilla, primeggiò Quintilla, i cui seguaci furono chiamati appunto quintilliani (cf. s. Epifanio, Haeres., 49; PG 41, 88o).

III. IL MONTANISMO DI TERTULLIANO

In Africa Tertulliano (v.) il suo aderente più noto e più attivo. Dei suoi scritti (31) conservati, 11 appartengono al periodo montanistico (204-206; 222-223). Personalità di fortissime tendenze individualistiche, Tertulliano fu attirato al montanismo dal fatto che esso per ortodossia si distinse da ogni eresia, particolarmente dalla gnosia; e anche perché veniva meravigliosamente incontro al proprio ideale cristiano impregnato del rigorismo etico più radicale e che gli permetteva di sorpassare l'opposizione della gerarchia ecclesiastica con l'autorità superiore del Paracletto. Risultata vana la speranza di fare accettare la nuova profezia dalla comunità di Cartagine (cf. i primi due scritti montanisti: De virginibus velandis; De exhortatione castitatis, degli anni 205-206), Tertulliano ruppe apertamente con la Chiesa (al più tardi nel 207), volgendosi contro essa con asprezza crescente (caratteristica la designazione di Chiesa degli «psichici»), come venne chiamata la classe inferiore degli uomini nei sistemi gnostici).

Tertulliano era però una personalità troppo forte per non imprimere al montanismo la propria impronta; rolle alla nuova profezia la fisionomia personale e locale (così tace del tutto di Pepuzza, parla poco dei fondatori della setta, appellandosi il più delle volte direttamente al Paracletto); in compenso diede al montanismo un chiaro fondamento soteriologico quando proclamò l'attività del Paracletto come la 4a e conclusiva fase dell'economia della salvezza (dopo lo stato iniziale della «natura Deum metuens», dopo l'infanzia custodita «per legem et prophetas» e la gioventù nutrita «per Evangelium», la giustizia «nunc per Paracletum componitur in maturitatem»; De virg. velandis, 1; PL 2, 938). Mentre aveva accettato, contro il proprio temperamento, la forma estatica della nuova profezia (la difende in De exstasi, trattato in 7 II., purtroppo perduto), si distanzia dal montanismo primitivo nel giudizio sulla posizione della donna nella comunità; la esclude energicamente da ogni diritto di insegnare, di offrire e tanto più da ogni funzione sacerdotale (De virg. velandis, 9; PL 2, 950). Nella lotta contro la Chiesa, Tertulliano trattò tutti i temi principali del rigorismo montanista: bollò il sottrarsi alla persecuzione come rinnegamento della volontà di Dio (De fuga, dall'a. 211-12), compreso una violenta requisitoria contro le seconde nozze (De monogamia, ca. 217) e contro l'indulgenza prassi della Chiesa in materia di digiuno (De ieiunio adversus psychicos), e raggiunse l'apice della polemica nella contro-

versia sulla «pa» ecclesiastica» che ora, contro la propria anteriore sentenza, restrinse ai soli «leviore peccata» («peccata in hominem»), mentre per i peccati gravi applicò il principio: «Quis enim dimittit delicta, nisi solus Deus?» (De pudicitia, 21; PL 2, 1077). Non si può negare, come ha voluto fare il Faggiotto (La diaspora cat.: frigia, cit. in bibl., p. 129), che Tertulliano si sia veramente convertito al montanismo; ma è pure vero che egli non si mise tanto al servizio della nuova profezia, quanto piuttosto pose questa al proprio servizio. Alla fine si separò anche dal montanismo e, seguito da un piccolo gruppo di fedeli, fondò il partito dei tertullianisti, i cui ultimi resti tornarono alla Chiesa qualche tempo prima del 428 (cf. s. Agostino, De haeres., 86; PL 42, 46).

IV. LA LOTTA CONTRO IL MONTANISMO

Come contro la gnosia, la Chiesa condusse anche contro il montanismo una doppia lotta, teologica ed ecclesiastica. La polemica teologica (Eusebio, Hist. ecol., V, 16-18, ha conservato alcuni excerpta dal cosiddetto «anonimo anti-montanistico», trattato in 3 II. scritto da un vescovo o prete frigio ca. il 192, e dallo scritto che un certo Apollonio diresse, 20 anni più tardi, contro la profezia e la vita dei montanisti) cercò soprattutto di provare che la nuova profezia non era opera dello Spirito di Dio e di rifiutare i suoi postulati rigoristici. Fra gli impugnatori del montanismo alcuni estremisti andarono oltre. Già s. Ireneo (Adv. Haeres., III, 11, 9; PG 7, 890 sgg.) bia-simò chi per opposizione ai pseudoprofeti rifiutava il Vangelo di s. Giovanni perché il Signore ivi promette il Paracletto. Da Eusebio (Hist. ecol., VI, 20) si sa che al tempo del papa Zefirino il presbitero romano Caio (v.) rigettò, in un trattato polemico in forma di dialogo con il capo montanista Proclio, anche l'Apocalisse come fonte del chiliasmo della setta.

La lotta propriamente ecclesiastica contro il montanismo si manifestò prima in Asia, dove il pericolo, in un certo momento, dovette essere grave. Qualche vescovo cercò di convertire i nuovi profeti. Zotico di Comana e Giuliano di Apamea si recarono a Pepuzza per scacciare il demonio di Massimilla, ma furono stornati dai seguaci della profetessa (Eusebio, Hist. ecol., V, 16; PG 20, 472). Il pericolo spinse i vescovi limitrofi a tenere adunanze, nelle quali il montanismo fu condannato. Si possono vedere in quelle riunioni i primi sinodi provinciali. Contro il montanismo è diretta anche la più antica lettera sinodale conosciuta, uno scritto del vescovo Serapione di Antiochia, firmato da diversi altri vescovi e accompagnato dalla refutazione del montanismo, scritta dal vescovo Claudio Apollinare di Gerapoli (Eusebio, Hist. ecol., V, 19; ibid., 431). Il risultato di questa doppia lotta fu l'esplosione della nuova profezia dalla comunione cattolica e l'organizzazione dei suoi seguaci in comunità proprie. In essa, nel sec. IV, i patriarchi di Pepuzza tenevano il primo posto, poi i xotvovol (soci), al terzo posto finalmente i vescovi (cf. s. Girolamo, Ep. 4; PL 2, 476). In queste comunità il montanismo sopravvisse ancora per parecchio tempo. Ma il gravissimo pericolo che la setta aveva costituito al suo sorgere, già alla metà del sec. III era superato. Nell'anno 263-64 la comunità di Tiatira, montanista da più di 90 anni, ritornò alla Chiesa; questo non fu certamente l'unico caso del genere. Nondimeno il montanismo, alla fine del sec. IV, era ancora forte in Frigia, Galazia, Cappadocia e Cilicia, come pure a Costantinopoli. Nonostante le misure repressive degli imperatori cristiani la setta si mantenne nell'Oriente fino al sec. VIII. Non sembrano essere mancati i casi dove i montanisti si bruciarono nelle proprie chiese, per non dovere abbandonare ai cattolici.

L'importanza della vittoria sul montanismo è da cercarsi nella rinuncia all'entusiasmo escatologico proprio dei primi tempi della Chiesa, nell'affermazione sempre più decisa dell'organizzazione gerarchica, fondata nella successione apostolica dei vescovi, sul soggettivismo ed individualismo religioso del profetismo frigio, nella salvaguardia dell'universalità della Chiesa, destinata a conquistare a Cristo non soltanto un piccolo gruppo di spirituali esaltati, ma tutto il mondo;

la città fu occupata da Richelieu. Fra i vescovi di M. si ricordano: il card. Giorgio d'Amboise (1484-89), mons. Le Tonnellier de Breteuil (1762-94) imprigionato a Rouen durante la Rivoluzione, mons. de Cheverns (1824-26) poi cardinale.

Santuari nella diocesi molto venerati sono quelli di Notre-Dame de Livron o de la Délivrance, Notre-Dame de Lorm a Castelferrus, Notre-Dame de la Peyrouse presso Lafrançaise. Nel territorio di M. Moissac (v.). La nuova Cattedrale (Notre-Dame) fu eretta tra il 1629 e il 1739 in forme classiche. L'unica chiesa superstite è St-Jacques (sec. XIV-XV) tutta a mattoni, anche nella decorazione del portale e nella torre ottagonale. L'interno è ad una sola navata con cappelle laterali e con abside a sette nicchie. L'antico episcopio fu costruito nel 1659 sugli avanzi d'un castello dei conti di Tolosa e d'un altro eretto verso il 1366; è tutto a mattoni ed è oggi trasformato in Musco, intitolato al pittore Ingres, nativo di M. come lo scultore Bourdelle e il missionario in Oceania p. L. Bourjade.

In una parte dell'edificio della «Bourse de Commerce» è disposto il Museo Brun con collezioni di storia naturale e preistoria.

BIBL.: Eubel. I, p. 317; II, p. 195; III, p. 248; IV, p. 246; G. Goyau, s. V. in Cath. Enc., X, pp. 524-5; Guide de la France chrétienne et missionnaire, 1948-49, Parigi 1948, pp. 204, 638-41, 1059-60. Enrico Josi