TERTULLIANO

TERTULLIANO. - Apologista e polemista, vissuto a Cartagine fra il 160 e il 220 ca.

È una delle figure di maggior rilievo dell'antichità cristiana, il più vigoroso fra gli apologisti e i polemisti dei primi secoli, il primo che tra i Latini tentò di elaborare il dato rivelato con l'impegno d'una travagliata speculazione e creò un linguaggio teologico, scrittore fra i più potenti di tutta la latinità.

I. VITA

Le fonti principali per la conoscenza della vita di T. sono alcuni accenni che si trovano nelle sue

opere e inoltre: le notizie di s. Girolamo (De viris ill., 53; Epist., 70, 5; Chron. ad a. 2224 [=208 d. C.]), di Eusebio (Hist. eccl., II, 2, 4), di s. Agostino (De haer., 86), di Vincenzo di Lerino (Commonit., 18), del Praedestinatus (F. Oehler, Corp. haereseolog., I, Berlino 1856, pp. 242, 264).

Quinto Settimio Florente T. nacque a Cartagine verso la metà del sec. II da un «centurione proconsolare». Condivise l'irrisione dell'ambiente pagano, da cui proveniva, verso il cristianesimo (Apol., 18, 4; cf. Paen., I, 1); forse fu iniziato ai misteri di Mitra (Praeser., 40, 4); fu appassionato frequentatore degli spettacoli (Nat., I, 10, 47; Apol., 15, 5; Spect., 19) e si abbandonò agli istinti d'una natura fortemente sensuale (Resurr., 59). I suoi scritti danno prova d'una formazione culturale accurata fatta nello studio delle lettere, della storia, della filosofia e particolarmente del diritto. È incerta l'identificazione con il giurista dello stesso nome. Apprese il greco così bene da comporre in questa lingua alcune opere ora perdute. Fu a Roma (Cult. fem., I, 7), dove si suppone abbia esercitato l'avvocatura.

Sulla data e sul processo della conversione al cristianesimo mancano notizie precise. Lo spettacolo dell'eroica fortezza dei martiri (Scop., 4; cf. Apol., 50, 15) gli diede forse la prima spinta e la lettura della Bibbia (Apol., 18) lo persuase della verità del cristianesimo. Secondo s. Girolamo, T. fu sacerdote; né la notizia sembra smentita dal De exhort. cast., 7 (cf. A. De Labriolle, in Bull. d'anc. littér. et d'archéol. chrét., 3 [1913], pp. 161-67).

Nel 213 venne ad aperta rottura con la Chiesa, aderendo formalmente al montanismo (v. MONTANO E MONTANISMO), per il quale aveva già manifestato simpatie almeno dal 206-207. Fu la sua indole portata agli eccessi e insoffrente del freno dell'autorità che lo spinse verso questo movimento caratterizzato da un rigorismo fanatico e visionario. La testimonianza isolata di s. Girolamo, che T. sia passato alla eresia a causa di violenti contrasti con il clero di Roma, è giustamente considerata sospetta. Ma, insoddisfatto anche della nuova esperienza, costituì una sua chiesuola, i cui aderenti presero il nome di «tertullianisti» e le cui propagini durarono fino al tempo di s. Agostino. Dopo il 220 non si hanno più tracce della sua attività; secondo s. Girolamo morì verso il 240.

II. OPERE

Il programma di T. scrittore si può riassumere in tre punti: difendere il cristianesimo dalle persecuzioni e dalle accuse dei pagani, dimostrare, in polemica contro gli eretici, la verità del dogma cristiano e illustrarne il significato, dare norme ed esortazioni di vita pratica.

1. Scritti apologetici. - T. inizia la sua attività di scrittore (lasciando da parte il De pallio, di datazione incerta) come apologista. Dopo il 180, quando furono decapitati, fra gli altri, i dodici martiri di Scillium (v. SCILLITANI, MARTIRI), la Chiesa d'Africa aveva goduto d'una certa tranquillità; ma ora l'odio della plebaglia contro i cristiani non solo dava corpo alle accuse più infamanti (v. ACCUSE CONTRO I CRISTIANI), ma esplodeva spesso in violenze sanguinose contro i fedeli anche riuniti in preghiera e non risparmiava nemmeno i morti (Apol., 7, 4; 37, 2). In difesa della verità e del diritto conculcati prese la penna T., ardente dell'entusiasmo del neofito, con i due libri Ad nationes, cioè ai pagani, composti nella prima metà del 197, come appare dall'allusione a fatti recenti (Nat., I, 17, 4). Dopo una parte apologetica, in cui rinfaccia ai pagani la colpevole ignoranza del cristianesimo e l'ingiustizia delle leggi con cui lo colpiscono, dando credito a dicerie infondate, ritorce sugli avversari le accuse di superstizione, di crudeltà, di lesa maestà, e attacca il politeismo in tutte le sue forme.

Pochi mesi dopo (Apol., 35, 9, 11) lo scrittore si rivolgeva ai governatori (praesides) delle province, in primo luogo dell'Africa, con l'Apologeticum, dove molti motivi dell'opera precedente vengono ripresi quasi con le medesime parole, ma in una rielaborazione più compiuta ed efficace, con logica serrata, rigore giuridico, veemenza di passione sì da fare di quest'opera uno dei capolavori destinati a sopravvivere nei secoli. Dopo un'introduzione di carattere giuridico sull'ingiustizia delle leggi e dei pro-

cedimenti con cui si perseguitano i cristiani, confuta le accuse di delitti occulti: infanticidio, cene tiessee, incesto, poi quelle di delitti manifesti, cioè di disprezzo della religione nazionale e dell'imperatore. Dimostra che i pretesi dei non sono tali; i cristiani riconoscono l'unico vero Dio che s'è manifestato in Cristo e sono leali verso l'imperatore e verso la patria; la loro condotta è irrepressibile e l'amore fraterno regna fra loro. Il cristianesimo è ben superiore alla filosofia, che ha desunto dalla Scrittura quanto ha di buono. L'opera si conclude con un'appassionata esaltazione del martirio.

Uno dei temi accennati nell'Apologeticum (c. 17) è svolto di proposito in un opuscolo scritto probabilmente poco tempo dopo: De testimonio animae. Rifacendosi ai tentativi della maggior parte degli apologisti precedenti di mostrare la consonanza fra la teologia naturale del cristianesimo e le dottrine dei filosofi e dei poeti pagani, ne proclama l'inutilità, affermando che l'apertura verso il cristianesimo è qualcosa di spontaneo e connaturale all'anima che non sia stata sviata da pregiudizi.

Il breve scritto Ad Scapulam, del 212-13, è una lettera aperta al proconsole d'Africa che perseguitava i cristiani, tollerati dai suoi predecessori. T. vi afferma il diritto di professare liberamente la propria religione, dichiara la piena lealtà dei cristiani all'Impero, minaccia al magistrato i castighi, già annunziati da segni premonitori, che han colpito altra volta i nemici di Cristo.

2. Scritti dogmatico-polemici. - Le opere di polemica dottrinale, tanto più numerose e ampie, non sono meno importanti di quelle apologetiche per caratterizzare il significato storico di T. nella vita della Chiesa e il suo influsso sul pensiero teologico.

Anche in questo campo furono le esigenze dell'ambiente a suggerire allo scrittore temi e sviluppi: lo gnosticismo (v. GNOSI) è il grande avversario contro cui soprattutto sono diretti gli strali di T. Esso è preso di mira insieme con gli altri errori nel De praescriptione haereticorum, che, composto verso il 200 e considerato il capolavoro di T. in questo genere di scritti, costituisce quasi un'introduzione a tutta la polemica contro l'eresia, com'è detto nella conclusione del libro. Esposta l'origine delle eresie, nata da una filosofia stolta e presuntuosa, e spiegato in quale senso il cristiano possa investigare la verità rivelata, T. oppone agli eretici, con procedimento giuridico, una «eccezione pregiudiziale», negando loro il diritto di appellarsi, perché novatori, alle Scritture, affidate dagli Apostoli alla vera Chiesa, che sola ne è legittima custode e interprete.

L'Adversus Hermogenem, forse del 202-203, è diretto contro il pittore-filosofico che professava l'eternità della materia. L'Adversus Marcionem è giunto a noi, nella terza elaborazione fattane dall'autore, in cinque libri, di cui il primo composto nel 207 (I, 1). Nel I e nel II l. si dimostra l'assurdità della dottrina che ammetteva due dei, quello del Vecchio Testamento, autore del male, e quello buono, rivelatosi in Cristo. Nel III l., dedicato alla cristologia, T. combatte il docetismo (v. DOCETI) e dimostra che Cristo è il Messia vaticinato nel Vecchio Testamento. Nel IV critica punto per punto il vangelo di Marcione, capriccioso rimaneggiamento del Vangelo di Luca; nel V estende l'esame al testo e all'interpretazione data dall'eresia alle epistole di s. Paolo. È controversa la data dell'Adversus Valentinianos, poiché l'allusione alla defezione di Valentino dalla Chiesa (c. 4) supporrebbe l'autore ancora cattolico, mentre l'elogio del montanista «Proculus noster» (c. 5) fa pensare a T. già eretico. La confutazione dei maestri dello gnosticismo vi è fatta con la semplice esposizione delle loro complicate e fantasiose speculazioni, che T. attinge al primo libro dell'Adversus haereses di Ireneo. Lo Scorpiace, composto fra il 211 e il 213, presenta un «rimedio contro la puntura degli scorpioni», cioè degli gnostici, che negavano il merito del martirio. Nel De carne Christi, di data incerta, si combatte nuovamente il docetismo gnostico; nel De resurrectione carnis, connesso col precedente (c. 2) e diretto contro i medesimi avversari, si dimostra con le Scritture la realtà della risurrezione finale e se ne espone il modo.

La dottrina trinitaria è oggetto dell'Adversus Praxeam (dopo il 213), un patripassiano dall'Asia venuto

a Roma e a Cartagine. Pur non mancando di motivi polemici, hanno un carattere prevalentemente positivo e sistematico il De baptismo e il De anima. Il primo, del 200 ca., dimostra la necessità del Battesimo e tratta alcune questioni dibattute sul valore del Battesimo di Giovanni, su quello degli eretici, e dà norme sul modo di dare e ricevere questo Sacramento. Il De anima, verosimilmente composto fra il 210 e il 213 (v. l'introd. di J. H. Waszink alla sua edizione, Amsterdam 1947, p. 6*) è un'opera più di controversia che di psicologia, diretta contro i filosofi e particolarmente gli gnostici. T. vi studia l'essenza, l'unità e l'origine dell'anima, combattendo le teorie della preesistenza e della metempsicosi, e sostenendo che l'anima è trasmessa ai figli dai genitori (v. TRADICUANISMO). Parla poi di problemi particolari: il crescere, la pubertà, il peccato, il sonno e il sogno, la morte e la sorte dell'anima dopo morte.

Più alla polemica che all'apologetica propriamente detta appartiene l'Adversus Iudaeos (ca. 207), nel quale T. vuol dimostrare che la legge di Mosè è stata sostituita dalla legge nuova e che Cristo è il Messia nel quale si sono adempiute le profezie. Gli ultimi capitoli (9-14) sono presi in gran parte dal III l. dell'Adv. Marcionem: l'autenticità ne è contestata.

3. Scritti d'argomento pratico e disciplinare. - Essi differiscono fra loro più nettamente, in quanto composti da T. ancora cattolico o semimontanista e montanista, perché per lui il montanismo fu soprattutto un atteggiamento pratico di rigorismo morale e disciplinare in rapporto con la società pagana ed i suoi costumi.

L'Ad martyros è un breve scritto di consolazione ed esortazione ai fratelli incarcerati per la fede, probabilmente del 197. Nel De spectaculis (197-202) si vieta risolutamente ai cristiani la partecipazione a ogni sorta di spettacoli pagani, intimamente legati al culto idolatrico e scuola d'immoralità e di crudeltà. Nel De oratione (200-202) T. spiega ai catecumeni il Pater e dà istruzioni sulla preghiera in generale. Il De poenitentia (forse 203-204) tratta del pentimento necessario per il perdono, sia come preparazione al Battesimo, sia per i peccati commessi dopo il Battesimo. Carattere più personale ha il De patientis, probabilmente contemporaneo al precedente: l'autore si riconosce privo di questa virtù, che esalta come propria di Dio stesso, mostrandone la necessità e i frutti. I due libri De cultu feminarum (200-206), di cui il secondo riprende la materia trattata nel primo, biasimano il lusso e la vanità delle donne. Nel primo dei due libri Ad uxorem, composti nel medesimo periodo che i precedenti, l'autore esorta la moglie a non rimaritarsi quand'egli sarà morto, ribattendo le ragioni con cui si giustificano le seconde nozze ed esaltando la casta vedovanza; nel secondo mette in guardia la donna cristiana dal matrimonio con un pagano. In quest'opera il pensiero di T. è ancora ortodosso; invece quando, verso il 207, riprende l'argomento delle seconde nozze, nel De exhortatione castitatis, egli le condanna, sotto l'influsso del montanismo, come una specie di adulterio. La medesima tesi sosterrà più tardi (c. 217) nel De monogamia.

Nel De virginibus velandis, scritto non più tardi del 207, dopo che aveva già trattato lo stesso argomento in greco, dimostra dalla Bibbia, dalla natura e dalla disciplina della Chiesa il dovere che hanno le vergini di portare il velo. Un incidente occorso nel 211 diede occasione al De corona, composto per difendere la condotta d'un soldato cristiano che a Cartagine s'era presentato a ricevere il donativo tenendo la corona in mano anziché sul capo, come usava, e perciò era stato messo in prigione; ivi T. nega la liceità del servizio militare per i cristiani. Questo argomento è pure trattato nel De idolatria, di poco posteriore, che affronta tutto il problema della partecipazione dei cristiani alla vita pubblica, interdicendo loro ogni attività che abbia rapporto con l'idolatria.

È perduto il De ecstasi, in cui sembra che T. difendesse il carattere carismatico e profetico del montanismo. Nel De fuga in persecutione (ca. 212) sostiene che non è lecito al cristiano sottrarsi con la fuga alla persecuzione, mandata da Dio per farci migliori. Nel De ieiunio adversus psychicos (cioè i cattolici), scritto dopo il 213, T. difende

il rigorismo della setta nella pratica del digiuno. Nel De pudicitia (217-22) si scaglia contro un vescovo (i più dicono il papa Callisto, altri il vescovo di Cartagine Agrippino) che sosteneva il diritto della Chiesa d'ammattare alla penitenza anche i colpevoli di fornicazione e d'adulterio. Nel De pallio T. vuol giustificarsi d'aver mutato la toga romana con il mantello dei filosofi greci. È un oposo di tono fortemente retorico, bizzarro nell'argomentazione e nello stile, composto secondo alcuni quando T. si convertì al cristianesimo, fra il 193 e il 196, mentre altri vi scorgono un segno del passaggio dell'autore al montanismo e lo ritardano al 209-11. È opinione di molti che sia opera di T. la Passio in Perpetuae et Felicitatis, nelle parti che non furono scritte dai martiri stessi (cf. C.I.M.I. Van Beek, Passio sanctorum Perpetuae et Felicitatis, I, Nimega 1936, p. 92°-96°).

III. PENSIERO

Studiando il pensiero di T. bisognerà tener costantemente presenti le sue consuetudini di polemista e di retore che lo portano facilmente all'enfasi e all'iperbole (J. Lortz, Tertullian als Apologet, I, Münster 1927, p. 220 sgg.).

1. Apologetica. — Come apologista, T. si diffonde sugli aspetti pratici della lotta, proponendosi di dimostrare il diritto dei cristiani all'esistenza, contestato dall'odio irragionevole dei pagani, dovuto alla loro ignoranza, e l'ingiustizia della persecuzione, con un apparato giuridico ignoto all'apologetica greca (Nat., I, 1-7; 20; Apol., 1-4; J. Lortz, op. cit., I, pp. 45-71); respinge le accuse d'immoralità e di crudeltà, mostrando la purezza della dottrina morale a cui i cristiani sono fedeli e ritorcendo tali accuse contro i pagani (Nat., I, 7; Apol., 7-9; J. Lortz, op. cit., pp. 77-120; II, Monaco 1927, p. 54 sgg.), confuta le accuse d'indole politica e sociale, specialmente quelle di lesa maestà e di ostilità all'Impero, sforzandosi di dimostrare la lealtà dei cristiani all'imperatore e allo Stato, spiega i rapporti dei cristiani con la società pagana (Apol., 28-45).

Sotto l'aspetto speculativo, necessità pratiche e fors'anche il bisogno di giustificare a se stesso la sua fede, oltre la consuetudine dell'apologetica, attirarono l'attenzione di T. sui fondamenti razionali del dogma cristiano. A ciò è ordinata la confutazione del politeismo, nella quale T. dimostra che gli dèi non esistono (Nat., I, 10, 9; Apol., 10, 2; 27 e passim), ricorrendo ai noti motivi tradizionali della polemica filosofica e giudica e poi cristiana: le turpitudini e le crudeltà attribuite ai pretesi dèi (Nat., II, 7, 15-18; 10; 12-15; Apol., 9, 4, 16; 11, 10-16; 13, 9; 14, 2-9; 15; 21, 7 sg.); la teoria eveneriistica (v. EVEMERO), che vede negli dèi uomini divinizzati (Nat., II, 14; Apol., 10-11; Idol., 15) accanto alla quale è pur professata, senza che sia posto il problema della conciliazione fra le due, quella che identifica gli dèi con i demoni, pur essa tradizionale (Apol., 23; Spect., 8; 10; 13; Scap., 2; Idol., 15); l'impotenza degli dèi (Nat., I, 9, 10 sg.; II, 17; Apol., 23, 8; 25, 8; 29) e la loro ignoranza (Apol., 23, 6; 25, 6; 46, 6); l'identificazione, tradizionale nel culto popolare e nella polemica, dei simulacri con le divinità (Apol. 12; 16, 7; 22, 12; 25, 13; 27, 1), le contraddizioni dei filosofi sulle dottrine religiose (Nat., II, 1, 9-15; 2; Apol., 47). Naturalmente, questa polemica, che spesso dà luogo a sviluppi letterariamente brillanti ed efficaci, risente della debolezza critica inerente a tale tradizione, aggravata, se mai, dalla foga d'un temperamento fortemente passionale. Le intemperanze del polemista e la tendenza a un rigorismo unilaterale e pessimistico spiegano il suo atteggiamento negativo di fronte non solo al paganesimo ufficiale ma ad ogni aspetto della cultura e della vita fuori del cristianesimo, come contro la filosofia, anche nei suoi maestri più insigni (Apol., 46; Praescr., 7). Ciò non gl'impedisce di metter largamente a profitto la filosofia e la scienza, come fa specialmente nel De anima (cf. G. H. Waszink, op. cit. in bibl., pp. 21 6-47°; A. Labhardt, T. et la philosophie ou la recherche d'une «position pure», in Museum Helveticum, 7 [1950], pp. 159-80).

L'intento apologetico influisce sulla presentazione che T. fa del cristianesimo, suggerendo aspetti e motivi da mettere in rilievo. In primo luogo, è, naturalmente, il monoteismo: quod colimus, Deus unus est (Apol., 17, cf. 34, 1; Testim. an., passim; Marc., I, 3 e passim; Adv. Her-

mog., 4, 17; cf. G. Lortz, op. cit., II, p. 1 sgg.). L'esistenza di Dio è dimostrata razionalmente con la prova cosmologica e più con la testimonianza della coscienza e del genere umano (Adv. Marc., 1, 10; Testim. an., tutto; An., 41; cf. A. d'Alès, La théologie de Tert., in Bibl. de théol. hist., Parigi 1905, p. 37 sgg.). L'unità di Dio è provata, contro il politeismo pagano ed il dualismo gnostico, nelle opere già menzionate a questo proposito. Gli attributi di Dio sono esposti come nella tradizione filosofica: Dio è invisibile, grande, eterno, sommo Bene, vivo, perfetto, onnipresente, immutabile e felice, spirito (tuttavia questa dottrina è oscurata dalla confusione fra corporeità e realtà, Adv. Prax., 7; Carn. Chr., 11; cf. A. d'Alès, op. cit., pp. 61-65), creatore dal nulla di tutte le cose, signore dell'universo, libero, giusto giudice, buono e clemente (v. , ad es., Nat., II, 3, 5; 4, 2; 8, 1; Apol., 11, 5; 17; 18, 2-3; 21, 10 sgg; 24, 3, 10; 26, 1; 30, 1 sg; 40, 7; 10; 41, 3; 45, 7; 48, 7; Testim. an., 2; Spect., 2; Hermog., 16; Paenit., 1, 2; 2, 7, 4; II). Alcuni aspetti del pensiero di T. che hanno funzione apologetica e intento di polemica antieretica e di approfondimento dottrinale, quali la demonologia, la resurrezione, la creazione, la cristologia, verranno menzionati nell'esposizione della sua teologia. T. è dunque convinto che la ragione, quando non sia annebbiata da pregiudizi, può giungere a Dio per affermarne l'esistenza e riconoscerne gli attributi fondamentali (v. , oltre i luoghi ora citati, Nat., II, 1; Res. carn., 3; Adv. Marc., I, 10; cf. G. Lortz, op. cit., I, p. 224 sgg., 350 sgg).

2. Teologia. — Questa conoscenza naturale di Dio è integrata dalla Rivelazione, che sola costituisce il fondamento della fede cristiana. Essa si riassume nella «regola di fede», di cui T. dà qua e là formulazioni diverse, evidentemente senza preoccuparsi del testo letterale (Praescr., 13, 36; Virg. vel., 1; Adv. Prax., 1).

Le fonti della Rivelazione e il loro uso sono oggetto di apposita trattazione nel De praescript. (cf. A. d'Alès, op. cit., pp. 201-61; J. P. Stirnmann, Die Praescriptio Tertullians im Lichte des röm. Rechts und der Theologie [Paradox, 3], Friburgo 1949). Esse sono le Scritture (Praescr., 15 e passim) divinamente ispirate (Apol., 18) e l'insegnamento affidato da Gesù agli Apostoli e da questi alle Chiese da loro fondate (Praescr., 20 sg.; Apol., 47, 10; Adv. Marc., IV, 5; Cor., 3): a quella di Roma è riconosciuta una preminenza (Praescr., 36; cf. A. d'Alès, op. cit., p. 216 sgg.), in cui tuttavia non si potrebbe scorgere un vero primato di giurisdizione (G. Bardy, s. V. in DThC, XV, col. 140 sg.); tale primato sarà negato apertamente da T. montanista (Pad., 21).

Alla Trinità (A. d'Alès, op. cit., p. 67 sgg.) è dedicato l'Adv. Praxeam. T. afferma la distinzione reale delle persone divine, dimostra la divinità del Figlio generato dal Padre e spiega i testi che i modalisti (v.) allegano in loro favore, introducendo nella teologia i termini trinitas e persona. L'unità della sostanza è energicamente difesa, come l'unione delle volontà. La distinzione fra le persone divine è nella distributio (l'«economia» dei Greci: Adv. Prax., 13, 25). Lo spirito procede dal Padre mediante il Figlio, col quale talvolta appare confuso (A. d'Alès, op. cit., p. 98). L'uguaglianza delle persone è nettamente affermata in alcuni punti, mentre in altri affiora il subordinazionismo. Con la dottrina trinitaria è connessa quella della creazione (ibid., pp. 104-12), poiché nel Verbo, sua ragione e sapienza e parola, Dio creò ogni cosa (Apol., 17, 1; 21, 10; 23, 12; O'at., 1).

Sono le opere antignostiche, specialmente l'Adv. Hermog., che sviluppano la dottrina della creazione dal nulla. Al problema antropologico sono dedicati il De anima e il De carnis resurrectione. Nel primo T. espone (cf. G. H. Waszink, op. cit. in bibl., pp. 15°-20°) la natura, le qualità e le funzioni dell'anima (1-22), affermando fra l'altro ch'essa è corporea, ha figura e colore; nella 2ª parte (23-37, 4) ne studia l'origine, confutando la teoria platonica della reminiscenza e dimostrando che l'anima incomincia ad esistere insieme col corpo con la concezione. Qui è menzionato il peccato originale, per cui l'uomo ha perduto la somiglianza con Dio; divenuto in certo modo connaturale all'uomo, questo peccato si trasmette con la generazione

(16. 21. 27. 39. 41; V. anche Testim. an., 3; Bapt., 5, 6-7); lo cancella il Battesimo, del quale, nell'apposito trattatello, T. dimostra l'efficacia, la necessità, il rito, le condizioni. Dopo una digiensione per confutare la metempsicosi, nella terza parte tocca particolarmente del destino dell'anima; dopo la morte le anime vanno agl'Inferi, dove attendono fino alle risurrezione; solo le anime dei martiri sono esenti da questa legge (cf. Scorp., 12; Adv. Marc., IV, 34); a questo punto del De anima (c. 58) è adombrata la dottrina del purgatorio, a cui T. allude anche altrove (An. 35, 3; Adv. Marc., III, 24, Resurr., 42). Nel De resurr. carnis (cf. A. d'Alès, op. cit., pp. 141-53), dimostrando questo dogma con ragioni metafisiche e morali, T. precisa e completa la sua antropologia. La risurrezione è affermata anche nelle opere apologetiche (Nat., I, 7, 29. 31 sgg.; Apol., 18, 3; 23, 13; 45, 6 sg.; 48-50; Spect., 30), con lo sforzo di dimostrarne razionalmente la possibilità, secondo la tradizione dell'apologetica. Il relativo materialismo di T. appare anche nella dottrina degli angeli, ch'egli afferma corporei e inferiori all'anima umana (A. d'Alès, op. cit., pp. 153-61).

La demonologia è esposta specialmente in occasione della polemica antipagana, in forza dell'identificazione degli dèi con i demoni (v. , ad es., Apol., 22; Testim. an., 3; cf. G. Lortz, op. cit., II, pp. 30-54), della protesta contro le persecuzioni, dovute all'istigazione dei demoni (Apol., 27, 4-7; 47, 11) e nella polemica contro le eresie pur esse opera degli spiriti cattivi (Praescr., 39 sg.).

Nella cristologia T. parte dalla storia della Rivelazione, offerta agli Ebrei (Apol., 18 sg.), ai quali fu mandato Cristo (ibid., 21; Adv. Jud., tutto). La divinità di lui è dimostrata dalle profezie e dai miracoli (Apol., 21; 23, 12; cf. A. d'Alès, op. cit. pp. 5-33). Cristo è il Verbo, che generato dal Padre in unità di natura come raggio dal sole, scende nel seno della Vergine (Apol., 21, 7, 12; Paescr., 13, 3), homo Deo mixtus (Apol., 21, 14, cf. Adv. Marc., II, 27), per distruggere la nostra morte e restituirci la vita (Bapt., 11, 4). Nei ll. III-V Adv. Marcionem (A. d'Alès, op. cit., pp. 162-85) T. dimostra l'identità di Gesù figlio di Dio con il Cristo annunciato dai profeti, e nel De carne Christi (A. d'Alès, op. cit., p. 185 sgg.) combatte il docetismo di Apelle e gli errori cristologici dei valentiniani, illustrando l'Incarnazione e dimostrando la verginità di Maria, ma solo fino al parto. Ivi (c. 9) T. condivide il pensiero di alcuni Padri che negavano la bellezza al corpo del Salvatore.

Fra i Sacramenti, oltre che del Battesimo, nel trattato apposito già menzionato, T. parla della Confermazione, ricordando le unzioni, l'imposizione delle mani, la benedizione e l'invocazione dello Spirito Santo, il segno della Croce, che seguono al Battesimo (Bapt., 7 sg.; Resurr., 8; cf. A. d'Alès, op. cit., p. 326 sg.); della Penitenza, che restituisce all'uomo ciò che ha perduto per il peccato ed è concessa una volta sola dopo il Battesimo (Paenit., 7, 9 e passim); solo sotto l'influsso del montanismo affermerà nel De pudicitia l'irremissibilità della fornicazione, dell'omicidio e dell'idolatria. Quanto all'Eucaristia, «s'incontrano nei suoi scritti parecchie espressioni oscure, che prestano il fianco a obbiezioni. Ma se si guarda all'insieme della sua dottrina, non c'è nessuna di queste espressioni che non possa e debba intendersi in senso conforme alla tradizione cattolica» (A. d'Alès, op. cit., p. 356; ivi si elenca una serie di testi in cui T. allude all'Eucaristia: Praescr., 36; Adv. Marc., I, 14; III, 19; IV, 40; V, 8; Resurr. carn., 8; An., 17; Orat., 6, 19; Ad ux., II, 5; Idol., 7; Pudic., 9). Sul matrimonio, dopo i riconoscimenti e gli elogi del periodo cattolico, specialmente nel II l. Ad uxorem, divenuto montanista insisterà, nell'Exhortatio castitatis e nel De monogamia, sugli aspetti negativi, fino a presentarlo come un male tollerato.

Il pensiero di T. moralista (cf. A. d'Alès, op. cit., p. 262 sgg.) è dominato da una visione concreta dei problemi, che gli dà il gusto della casistica, come appare dagli argomenti ch'egli tratta, e dal rigorismo, che, favorito da una natura tendente agli eccessi, sarà portato all'esasperazione dalla dottrina montanistica. Le virtù e le pratiche su cui più insiste sono la pazienza, la penitenza, la castità, la

preghiera, il digiuno, negli scritti dedicati a questi argomenti.

Nell'escatologia ha notevole rilievo l'attesa della fine del mondo vicina (Apol., 31, 1; 39, 3; Cult. fom., II, 9; Resurr. carn., 22; Ad ux., I, 2, 5; Orat., 5; Exhort. cast., 6; Monog., 7; Pudic., 1) e il millenarismo (Adv. Marc., III, 24).

IV. LO SCRITTORE

Fino a poco fa era un luogo comune attribuire a T. il merito d'aver creato la lingua della cristianità latina. Ma studi recenti hanno dimostrato che già prima s'era venuto formando, specialmente a Roma, un «latino cristiano», con le versioni della Bibbia e di altri scritti, risalenti alla metà ca. del sec. II. T. fu il primo a valersi con intento e capacità di grande artista di una lingua di gruppo che da tempo s'andava evolvendo; fu «il grande iniziative, l'innovatore che introdusse l'idioma dei cristiani, così rivoluzionario e così poco tradizionale, nella letteratura latina» (Ch. Mohrmann, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, 4 [1950], p. 159; id., in Vigiliae Christianae, 3 [1949], pp. 67-106; 162-83; id., in Aevum, 24 [1950], p. 135 sgg.; id., Tertullianus, Apologeticum en andere Geschriften uit T. voor-montanischen Tijd [Monumenta Christiana, 3], Utrecht 1951, pp. LXXXVI-XXCV). Egli fu poi il plasmatore del vocabolario teologico. Primo fra i latini a tentare, come apologista, controversista e maestro di vita pratica, un'esposizione sistematica e un'elaborazione riflessa del contenuto cristiano, egli dovette piegare la lingua di Roma a esprimere non solo la novità dei concetti elementari, a cui, come si diceva, la comunità cristiana s'era già provata a dare veste latina, ma anche gli approfondimenti concettuali e le sottili distruzioni che la polemica contro le eresie l'obbligava a perseguire.

Lo stile di T. rivela uno degli scrittori più potenti e originali della latinità. Le consuetudini del tempo e la formazione retorica certamente mostrano a ogni passo le loro tracce; ma la lucidità del pensiero, l'irruenza d'un temperamento di polemista nato, l'entusiasmo per la causa di cui s'era fatto difensore, il disdegno delle vie battute e dei mezzi convenzionali, il pieno dominio della lingua, danno alla pagina di T. un'impronta personale inconfondibile. I suoi aforismi, che riassumono nella materia più incisiva il frutto di lunghe meditazioni o presentano l'intuizione felice dell'uomo di genio, sono divenuti meritamente luoghi comuni.

Queste qualità brillanti non debbono far dimenticare le doti più essenziali: la solidità dell'impalcatura dialettica, la sapiente architettura della composizione, la chiarezza con cui mira al fine della dimostrazione senza perder d'occhio il filo e il punto di partenza, anche quando, nella foga della polemica, accumula il materiale erudito, e, nell'incalzarsi degli argomenti, l'invettiva, la ritorianae, il sarcasmo sembrano in balia d'un temperamento passionale e incapace di controllo.

Con ciò non si vuol dire che, come facilmente avviene agli ingegni ricchi e brillanti, tanto più se educati, come T., alle scuole dei retori che si proponevano di dimostrare a qualsiasi costo qualsiasi tesi, egli non indulga spesso a vezzi più di sofista che di solido ragionatore, con il cumulo degli argomenti che a mala pena ne nasconde la fragilità, con la sottigliezza e il cavillo (cf. P. Monceaux, Hist. litt. de l'Afrique chrétienne, I, Parigi 1901, p. 439 sgg.).

BIBL.: tradizione del testo. -

1. Manoscritti

Secondo i risultati della critica più recente (cf. E. Kroymann, introd. al vol. 70 del CSEL, 1942; Ch. Mohrmann, Tertullianus, cit., p. xli sgg., e bibl. ivi citata), le opere di T. ci sono pervenute in quattro collez. manoscr. La più antica è il Corpus Trecense, (cod. Trecensis 523, sec. xii, ma risalente al sec. 9) che comprende solo 5 opere; vengono poi il Corpus Malmesburiense, rappresentato da un codice forse del monastero di Malmesbury (Wiltshire), usato dal Gelenius (v. sotto) e ora perduto; comprendeva 12 trattati; il Corpus Agoberdinum (cod. Paris. 1622 del sec. ix, cosiddetto dal suo LEONE (v.); il Corpus Cluniacense, il più completo, con 27 opere, rappresentato da vari mss. francesi, italiani, austriaci e olandesi. - 2. Ediz.: per le edd. recenti delle singole opere, V. E. Dekkers, Clavis Patrum Latinarum, in Sacris erudiri, 3 (1951), pp. 1-5, e i manuali citati sotto. L'editio princeps fu curata da B. Rhenanus, Basilea 1521; seguirono quelle di M. Mesnarius, Parigi 1545; S. Gelenius, Basilea 1550; J. Pamelius, Anversa 1579 (questi editori si valsero anche di mss. poi scom-

parsi); N. Rigaltius, Parigi 1634; J. S. Semler, Halle 1769-76; E. F. Leopold, Lipsia 1838-41; PL 1-2; la migliore delle edizioni complete è quella di F. Oehler, Lipsia 1851-54. Nel CSEL sono usciti finora quattro volumi: XX (Reifferscheid e Wissowa, 1890, con De spectaculis, De idololatria, Ad nationes, De testimonio animas, Scorpines, De oratione, De baptismo, De pudicitia, De ieiunio, De anima; XLVII (Kroymann, 1906), con De patientia, De carnis resurrectione, Adversus Hermagenem, Adversus Valentinianus, Adversus omnes haereses (spurio), Adversus Praxeam, Adversus Marcionem; LXIX (Hoppe, 1939), con l'Apologeticum; LXX (Kroymann, 1942), con De praescriptione, De cultu feminarum, Ad uxorem, De exhortatione castitatis, De corona, De carne Christi, Adversus Iudaeos. Nel Corpus christianorum, F. Borleffs ha pubblicato l'Ad Nationes e E. Dekkers l'Ad Martyras, Turnhout 1952. - Studi: della copiosissima bibl. tertullianea si menzionano solo, oltre quelle citate nel testo, le pubblic. più recenti, non reperibili nei manuali che qui si elencano: A. Harnack, Gesch. der altchristl. Liter., I, 1, Lipsia 1893, pp. 667-87; II, II, ivi 1904, pp. 256-66; Bardenhewer, II, pp. 377-442; Schanz, III, pp. 272-333; Moricca, I, pp. 109-348; U. Mannucci-A. Casamassa, Istit. di patrol., I, 6ª ed., Roma 1948, pp. 108-27; A. Altaner, Patrologie, 3ª ed., Friburgo in Br. 1951, pp. 122-34. Fra le opere speciali: Q. Cataudella, T., Il mantello di saggezza (De Pallio), introd., testo critico, vers. e note, Genova 1947; E. Evans, Adversus Praxeam, introd., testo, traduz. ingl. e ampio commento, Londra 1948; I. Marra, 2ª ed. del De corona e De cultu feminarum (Corpus Parav.), Torino [1951]; O. Tescari, L'Apologetico, testo, trad. e note (Corona Patrum Sales., ser. lat. 13), ivi 1951; B. Nisters, Tertullian: seine Lehre und sein Schicksal, in Beitr. zur Theol., 25 (1950); A. J. Festugière, La composition et l'esprit du « De anima » de T., in Rev. des sc. philos. et théol., 33 (1949), pp. 129-61; J. H. Waszink, The Technique of the clausula in T. De Anima, in Vigiliae christianae, 4 (1950), pp. 212-45; A. J. B. Higgins, The Latin Text of Luke in Marcion and T., ibid., 5 (1951), pp. 1-42; Th. Verhoeven, Monarchia dans T., Adv. Praxeam, ibid., pp. 42-48; Ch. Mohrmann, T., De Baptismo, II, 7, ibid., p. 49; J. W. Ph. Borleffs, Un nouveau manus. de T. (l'Ottobonianus lat. 25), ibid., pp. 65-79; Ch. Mohrmann, St Jérôme et si Augustin sur T., ibid., p. 111 sg.; R. M. Grant, Two Notes on T. (Apol., 47, 6 sg.; Adv. Marc. 1, 13), ibid., pp. 113-15; G. I. Lieftinck, Un fragment de De Spectaculis de T. procevant d'un manus. du neuvième siècle, ibid., pp. 193-203; D. Van Berchem, Le « De Pallio » de T. et le conflit entre le Christianisme et l'Empire, in Museum Deboeticum, 1 (1944), pp. 100-14; J. M. Vis, Tertullianus de Pallio tegen de achtergrond van zijn overige werken, diss., Nimage 1949; P. Schepens, De Baptismo V. Eriestus, in Rech. de sc. relig., 35 (1948), p. 112 sgg.; F. di Capua, Religiosi crucis: una nota a T. Apol., 16, 6, in Rendic. dell'Arcad. di Archeol., Lettere e Belle Arti di Napoli, 24-25 (1949-50), pp. 105-18; J. Beran, De ordine Missae secundum Tertulliani « Apologeticum », in Miscell. Mohiberg, II, Roma 1949, pp. 7-32; A. Quacquarelli, Libertà, peccato, e penitenza secondo T., in Rass. di scienze filos., 2 (1949), n. 1, pp. 16-37; id., Antropologia ed escatologia secondo T., ibid., 2 (1949), n. 2, pp. 14-47; id., Il paganasimo secondo la concezione di T., ibid., 3 (1950), n. 1, pp. 11-52; id., L'antimonarchianesimo di T. nell'Ado. Prax., ibid., 3 (1950), n. 2, pp. 31-63; id., Gli ideali di vita cristiana secondo T., ibid., 4 (1951), n. 1, pp. 54-89; id., T. contro gli gnostici: Valentino e valentiniani, ibid., n. 2, pp. 63-84; id., L'Adversus Hermagenem di T., ibid., n. 4, pp. 61-69; id., La persecuzione secondo T., in Gregorianum, 31 (1950), pp. 562-589; G. De Plinval, T. et le scandale de la couronne, in Mél. De Ghellinck, Gembloux 1951, pp. 183-88. Michele Pellegrino

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“TERTULLIANO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 1217. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/tertulliano.