ACCUSE CONTRO I CRISTIANI

ACCUSE CONTRO I CRISTIANI. - Sono le ingiurie e le calunnie lanciate dai Giudei e dai pagani contro i seguaci della religione di Gesù Cristo nei primi tre secoli, che servirono di pretesto allo Stato romano per la sua politica persecutrice contro i medesimi.

I Giudei che avevano perseguitato e crocifisso Gesù si mostrarono fin dal principio accaniti nemici dei suoi discepoli. Le accuse principali che rivolgevano ai cristiani si possono desumere dal Dialogo di s. Giustino col giudeo Trifone, secondo il quale i Giudei rimproveravano ai cristiani: a) di non osservare la Legge, cioè che non si circoncidevano e non osservavano le feste e il sabato (Dial., 10); b) di professare una falsa dottrina, che negavano cioè il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe (Dial., 11); c) di riporre la loro speranza in un uomo crocifisso (Dial., 10), ritenendolo come il Messia promesso, mentre per i Giudei questi non era ancor nato oppure viveva nascosto, perché non era ancora tornato Elia che doveva preparargli la via, dargli l'unzione e renderlo noto a tutti (Dial., 8).

L'ostilità giudaica trovò ben presto riscontro nell'atteggiamento ostile e nella persecuzione dei pagani verso il cristianesimo.

In un primo tempo, quando cioè la religione di Cristo era considerata dai pagani una setta del giudaismo, i cristiani, secondo l'espressione di Tertulliano

Article illustration
ACCUSE CONTRO I CRISTIANI - Caricatura blasfema contro i cristiani. Graffito del pedagogium del Palatino (sec. III) - Roma, Museo Naz. delle Terme.
(fot. Alinari)
(Apologetium, 21), vissero « quasi sub umbraculo insignissimae religionis certe licitae », ma non andarono esenti dal trattamento poco benevolo che l'opinione pubblica spesso riservava al giudaismo. Tale opinione, diffusa tra gli antisemiti alessandrini ed egiziani, passata poi nella letteratura greca e latina, non solo metteva il ridicolo su alcune pratiche giudaiche, come la circoncisione, il riposo sabatico, l'astinenza dalla carne degli animali immondi, ecc., ma accusava apertamente i Giudei: a) di venerare l'immagine di un asino, al quale immolavano un montone o un bue (Tacito, Hist., V, 4); b) di essere atei, perché non adoravano gli dèi, ma li disprezzavano (Flavio Giuseppe, Contra Ap., II, 6; Tacito, Hist., V, 5; Plinio, Hist. Nat., XIII, 4, 46); c) di odiare il genere umano e di nutrire « adversus omnes alios homines hostile odium » (Tacito, Hist., V, 5).

Quando apparve netta la distinzione tra cristianesimo e giudaismo - ufficialmente durante la persecuzione di Nerone (64-68) - i cristiani ebbero contro di loro i pagani sia del popolo sia della gente colta.

Il popolo li accusava di ateismo, di antropofagia e d'incesto: « Tria nobis - scrive Atenagora, Legatio pro Christianis, 3 - affligunt crimina: atheismum, Thyesteas coenas, Oedipeos concubitus ».

Il delitto di ateismo, già attribuito ai Giudei, trovasi imputato ai cristiani durante la persecuzione di Domiziano. Dione Cassio (Hist. Rom., LXVII, 14) riferisce infatti che Flavio Clemente e Flavia Domitilla e molti altri furono condannati per delitto di ateismo. Durante il martirio di s. Policarpo (cf. Eusebio, Hist. eccl., IV, 15), la folla presente gridava « abbasso gli atei » e il giudice pretendeva che il martire ripetesse quel grido. S. Giustino (Iᵃ Apologia, 6) scriveva: « athei appellamur » e riferiva del filosofo cinico Crescente (Iᵃ Apologia, 3) « ... publice testatur... atheos et impios esse Christianos, ad gratiam... plebiculae ».

Nel 177 il martire Vezzio Epágato, a nome degli altri martiri di Lione, dimostrava apertamente che tra i cristiani non esisteva né ateismo né empietà (cf. Eusebio, Hist. eccl., V, 1). Atenagora (Legatio pro Christianis, 13 e 14) afferma che i pagani « nos atheos esse criminantur » e Minucio Felice (Octavius, VIII, 2) fa dire al pagano Cecilio Natale che i cristiani sono peggiori di Diagora « cui ἀθεον cognomen adposuit antiquitas ». Da ultimo Tertulliano (Apologeticum, 24 e 27) ricorda che ai cristiani è imputato il « crimen lesae romanae religionis », « crimen irreligionis », « crimen lesae divinitatis », che viene designato anche col nome « sacrilegium » (Apol., 10).

Il delitto di antropofagia, detto comunemente di « cene tiestee » (Atenagora, Legatio pro Christianis, 3; Atti dei Martiri di Lione, in Eusebio, Hist. eccl., V, 1) e talvolta anche di « Misteri di Saturno » (s. Giustino, IIᵃ Apologia, 12) o di « infanticidio » (Minucio Felice, Octavius, IX, 5; XXVIII, 2; Tertulliano, Apol., 2, 4, 9), è ricordato la prima volta, indirettamente, nel Dialogo con Trifone, 10, quando s. Giustino domandava al suo interlocutore: « utrum hanc de nobis opinionem vos quoque accepitis, humanis nos vesci carnibus ». Dalle testimonianze degli Apologisti del II e III sec. risulta che tale accusa era rivolta ai cristiani quasi dappertutto: nella Siria, nell'Asia Minore, nella Grecia, nell'Africa, in Italia. Non v'ha dubbio che l'accusa di antropofagia rivolta ai cristiani si connettava con l'uso eucaristico di mangiare le carni dell'Agnello divino.

Il delitto d'incesto o di unioni edipee era imputato ai cristiani più o meno nei medesimi luoghi del delitto di antropofagia (s. Giustino, Iᵃ Apologia, 26; Dial., 10; Atti dei Martiri di Lione, in Eusebio, Historia eccl. V, 1; Atenagora, Legatio, 3 e 31; Teofilo Antiocheno, Ad Autolicum, III, 4; Epistola ad Diognetum, V, 7; Minucio Felice, Octavius, IX, 6-7; XXXI, 1; Tertulliano, Apol. 4, 9).

Accanto a queste tre accuse, ve ne erano altre di minore importanza e meno diffuse. Tali sono, ad es.: l'accusa di onolatria (Minucio Felice, Octavius, IX, 3; XXVIII, 7; Tertulliano, Ad nationes, I, 11, 14; Apol. 16, sarebbe stato Tacito ad accusare i cristiani; Graffito del Palatino); l'accusa di adorazione dei « genitalia sacerdotis » (Minucio Felice, Octavius, IX, 4; XXVIII, 10).

Nell'Octavius di Minucio Felice (IX, 3-7), il pagano Cecilio Natale espone così le ultime quattro accuse da noi enumerate contro i cristiani: « Audio eos (Christianos) turpissimae pecudis caput asini consecratum inepta nescio qua persuasione venerari... Alii eos ferunt ipsius antistitis ac sacerdotis colere genitalia et quasi parentis sui adorare naturam... Iam de initiandis tirunculis fabula tam detestanda quam nota est. Infans farre conectus, ut decipiat incautos, adponitur ei qui sacris imbuatur. Is infans a tirunculo farris superficie quasi ad innoxios ictus provocato caecis occultisque vulneribus occultitur. Huius, pro nefas! sitientem sanguinem lambunt, huius certatim membra dispertiunt, hac foederantur hostia, hac conscientia sceleris ad silentium mutuum pignerantur! Haec sacra sacrilegiis omnibus taetriora. Et de convivio notum est; passim omnes loquuntur, id etiam Cirtensis nostri testatur oratio. Ad epulas sollemni die coeunt cum omnibus liberis, sororibus, matribus, sexus omnis homines et omnis aetatis. Illic post multas epulas, ubi convivium caluit et incestae libidinis ebrietatis fervor exarsit, canis, qui candelabro nexus est, iactu offulae ultra spatium lineae, qua vinctus est, ad impetum et saltum provocatur. Sic, everso et extincto conscio lumine, impudentibus tenebris nexus infandae cupiditatis involvunt per incertum sortis, etsi non omnes opera, conscientia tamen pariter incest, quoniam

voto universorum adpetitur quicquid accidere potest in actu singulorum ».

L'accusa di onolatria, come abbiamo veduto, era stata rivolta già ai Giudei; quella di adorare i « genitalia sacerdotis » è quasi sicuramente in relazione all'atteggiamento dei cristiani durante il sacramento della penitenza.

L'accusa di adorare il sole, di cui parlano Tertulliano (Apol. 16) e Minucio Felice (Octavius, XXVIII, 10), è in relazione alla posizione che i cristiani tenevano durante la preghiera, che facevano rivolti ad Oriente.

S. Giustino, ripetutamente, imputa ai Giudei la responsabilità di aver inventate e poste in circolazione le calunnie che i pagani attribuivano ai cristiani: « ... scelestos viros, tunc (dopo la risurrezione e l'ascensione di Cristo) Hierosolymis in universum orbem misistis, impiam christianorum haeresim prodisse dicentes, eaque spargentes quae in nos ab iis omnibus, quibus noti non sumus, dicuntur. Itaque non vobis solum iniquitatis causa estis, sed aliis etiam omnibus prorsus hominibus... » (Dialogo con Trifone, 17). La stessa cosa asserisce Origene, particolarmente per quanto riguarda le accuse di antropofagia e d'incesto (Contra Celsum, VI, 27).

I cristiani venivano accusati anche di magia, che suscitavano venti e tempeste, che chiamavano la fame e la peste, che esercitavano sui sacrifici influenze maligne. Tertulliano, raccogliendo l'eco popolare che presentava i cristiani come causa di tutti i mali, scriveva (Apol., 40): « Si Tiberis ascendit moenia, si Nilus non ascendit in arva, si caelum stetit, si terra movit, si fames, si Iues, statim: - Christianos ad Iconem - adclamatur ». Lattanzio (De mortibus persecutorum, 10) racconta che la persecuzione di Diocleziano sarebbe stata occasionata dall'influenza maligna con la quale gli ufficiali cristiani avrebbero impedito la risposta che l'imperatore attendeva dall'aruspicio praticato ad Antiochia dopo l'offerta del sacrificio. Almeno questa fu la spiegazione che il capo degli aruspici, chiamato Tagi, dette a Diocleziano. Spesso s'insisteva sulle vane e terrificanti fantasie diffuse dai cristiani (Minucio Felice, Octavius, V, 6 sg.).

La gente colta del mondo pagano non ebbe per i cristiani un trattamento migliore di quello del popolo, di cui non si peritava seguire i pregiudizi, allorché era chiamata ad esprimere il suo giudizio.

Plinio il Giovane (m. nel 113) giudicò il cristianesimo una « superstitio prava et immodica » (Epist., X, 96, 8); Tacito (m. nel 119) lo definì una « exitialis superstitio » (Annales, XV, 44); Svetonio (m. nel 160) una « superstitio nova ac malefica » (Vita Neronis, 16, 2).

Il filosofo cinico Crescente (vissuto ca. il 160), avversario di s. Giustino, nelle sue διατριβαι ripeteva pubblicamente contro i cristiani l'accusa di ateismo e di empietà (s. Giustino, IIᵃ Apol., 3).

Frontone di Cirta (m. ca. il 170), precettore dell'imperatore Marco Aurelio, in un discorso tenuto o in tribunale o in Senato, ripeteva contro i cristiani le volgari calunnie di antropofagia e d'incesto (Minucio Felice, Octavius, IX, 6; XXXI, 2). Luciano di Samosata (m. nel 180), nel De morte peregrini, volendo far la satira dei filosofi cinici in genere e del suo contemporaneo Teagene in specie, scelse a protagonista del suo Dialogo, Proteo Peregrino che era stato cristiano, poi asceta egiziano e finalmente filosofo cinico e suicida. Riusci in tal modo a porre il ridicolo sui cristiani per il loro eroico disprezzo dei tormenti e della stessa morte.

Celso (m. ca. il 180), scrisse nel 175 una grande confutazione del cristianesimo, Ἀληθής λόγος, andata perduta, ma che Origene, nel confutarla verso il 248, ha conservato quasi per metà nel suo testo dandone pure tutto il piano. Secondo questo, l'opera risultava di quattro parti: nella prima un giudeo confutava la fede dei cristiani nel Messia promesso e venuto; nella seconda, un pagano criticava il messianismo del popolo giudaico; nella terza, lo stesso pagano polemizzava contro il cristianesimo, negando l'incarnazione del Verbo, perché contraria alla teoria di Platone sulla trascendenza divina, e considerando Gesù come un semplice uomo, che meritò la condanna della morte in croce e il tradimento degli stessi discepoli « omni peccato nequiores »; nella quarta, Celso difendeva la religione di Stato come fonte principale della grandezza dell'Impero Romano e rivolgeva ai cristiani l'invito di abbandonare la loro fede e tornare alla religione dei padri.

Un secolo dopo Celso, verso il 268, Porfirio riprendeva la lotta contro il cristianesimo con una grande opera in quindici libri, κατὰ χριστιανῶν. Nei particolari s'incontra spesso con Celso, dal quale differisce per le mire polemiche e la viva preoccupazione dei destini dell'Impero Romano, estranee alla mente il Porfirio o che per lo meno lo lasciano indifferente. A giudicare dai frammenti superstiti dell'opera, conservati nell'Apocriticus di Macario Magnete, Porfirio non vede nel cristianesimo che oscurità, incoerenza, illogicismo e menzogne. Per lui è in campo una lotta decisiva tra la civiltà antica, rappresentata dalla tradizione e dalla legge, e la nuova, impudente e barbara, rappresentata dal cristianesimo, che ne minaccia la stessa esistenza. In questa lotta egli si gettò con tutta l'anima sua di parte.

Durante le persecuzioni di Diocleziano, alcuni scrittori pagani si unirono a quella grande guerra di religione. Lattanzio (Institutiones divinae, V, 7) ricorda un filosofo che non nomina, il quale avrebbe « vomitato » tre libri contro il « nome cristiano », con successo mediocre. Al contrario giudica pericoloso il libello di un giudice che concordemente viene identificato con Sossiano Gerocle, governatore del Basso Egitto. Elementi interni del libello, intitolato Λόγος Φιλαλήθῆς, inducono a credere che il suo autore abbia conosciuto la grande opera di Porfirio e abilmente l'abbia utilizzata.

Non pochi filosofi, sofisti, retori e grammatici, anche dopo il riconoscimento ufficiale del cristianesimo da parte dello Stato romano, continuarono nelle scuole con ostinatezza il culto della letteratura antica e della vecchia religione, contribuendo così alla persistenza di questa nella classe intellettuale.

Lo Stato romano dal momento che riuscì a distinguere chiaramente il cristianesimo dal giudaismo e che nel programma cristiano vide la distruzione del paganesimo, cioè della religione ufficiale dell'Impero (cf. Minucio Felice, Octavius, VIII, 1: « ... hanc religionem ... dissolvere aut infirmare... ») iniziò contro i cristiani quella lotta sanguinosa che va da Nerone a Costantino, dal 64 al 313, dalla quale il cristianesimo uscì vincitore (v. PERSECUZIONI CONTRO I CRISTIANI). Nei processi contro i seguaci di Cristo affiorano un po' tutte le accuse che il popolo e la gente colta attribuiva loro, ma quella su cui lo Stato romano fondò la sua azione repressiva, che negava al cristianesimo il diritto di esistere, è sempre l'accusa di ateismo. Il rifiuto di sacrificare alle statue degli dèi e dell'imperatore è l'unico punto di contrasto tra Stato e Chiesa,

per cui trovavansi irrimediabilmente alle prese. Tertulliano (Apol., 10) scriveva: « Sacrilegii et maiestatis rei convenimur, summa haec causa, imo tota est », per conseguenza giustamente gli Apologisti cristiani affermavano che il « nomen ipsum » era punito con la morte, giacché l'esperienza dimostrava che il vero seguace di Cristo non avrebbe mai sacrificato: « quorum nihil posse cogi dicuntur qui sunt revera Christiani » (Plinio, Epp., X, 96, 5).

Quale triste impressione lasciassero le accuse sopra enumerate sull'animo di tutti i contemporanei è confermato dalle Apologie che nel II e III sec. furono rivolte dagli scrittori cristiani agli imperatori che stimavano più elementi, o ai pagani in generale, o a persone private. Tutte erano dirette a cancellare quella cattiva impressione, sia descrivendo la vita pura e caritatevole dei cristiani e la loro perfetta lealtà, sia ritorcendo l'accusa con giusta e severa critica del mondo pagano.

BIBL.: Le accuse riferite dalla letteratura dell'epoca sono state spesso raccolte, a cominciare da T. Mamachi, Originum et antiquitatum christianarum libri XX, Roma 1749. Vedere la raccolta di H. Leclercq, s. V. in DACL. I, coll. 205-307. Una esposizione completa della a. c. c. durante i primi tre secoli può leggersi in A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Literatur bis Eusebius, I, Lipsia 1893, pp. 865-76. Molto chiara con citazioni delle fonti per ogni singola accusa, è quella di A. Casamassa, Gli Apologisti greci (Lateranum, nuova serie, an. IX-X, n. 14), Roma 1943-44, pp. 4-13. Per le accuse della classe colta pagana contro i Cristiani è fondamentale l'opera di P. De Labriolle, La réaction païenne. Etude sur la polémique antichrétienne du Ier au VIe siècle, Parigi 1934 (si vedano le pp. 38-296). Sull'accusa di ateismo vedere A. Harnack, Der Vorwurf des Atheismus in drei ersten Jahrhunderten (Texte und Untersuchungen, XXVIII, 4), Lipsia 1905; su quella di antropologia: J. P. Waltzing, Le crime rituel reproché aux chrétiens du IIe siècle, in Musébelge, 29 (1925), pp. 209-38; F. J. Dölger, Sacramentum infanticidit, in Antike und Christentum, Münster i. V, 1934, pp. 188-288; su quella di onolatoria J. Halévy, Le culte d'une tête d'âne, in Revue Sémitique, 11 (1903), pp. 154-64; D. Mallardo, La calumnia onolatrica contro i Cristiani, in Atti della R. Accad. di Archeol., Lettere e Belle Arti ... di Napoli, 5 (1936), pp. 115-38. Nelle opere citate si troverà indicata la copiosa letteratura precedente.

Benedetto Pesci ACEFALI. -

I. ERESIA

Nome dato a quei monofisiti che rifiutarono di accettare la formola di fede promulgata dall'imperatore Zenone nell'anno 482 con l'Enotico. Vennero così chiamati perché per qualche tempo non furono in comunione con nessuno dei cinque patriarchi che si dividevano l'alta giurisdizione su tutti i vescovi della cristianità: erano dunque senza capo (ἀλέξανλοι), cioè senza patriarca, quantunque non fossero senza vescovi. Essi diedero luogo alla prima scissione importante tra gli avversari del Concilio di Calcedonia. Ma tale scissione fu di breve durata; anzi, si può dire che cessò prima ancora che l'Enotico fosse ufficialmente revocato dall'imperatore Giustino I nel 518, perché, in quell'epoca, gli a. non erano più senza capo, avendo conquistato i tre patriarcati di Alessandria, Costantinopoli ed Antiochia, mentre il solo patriarcato di Gerusalemme continuava a mantenersi aderente alla formola enotizzante.

Morto l'imperatore Zenone, Anastasio, suo successore (491-518), abilmente raggirato dal monaco Severo, principale esponente degli a. divenne loro nettamente favorevole. Nel 511 un prete acefalo, Timoteo, prese sulla cattedra di Costantinopoli il posto dell'enotizzante Macedonio II, che era stato deposto. L'anno seguente, Severo veniva eletto patriarca di Antiochia, mentre Alessandria si trovava già in possesso di un a. Oramai il nome non aveva più ragione di essere, ma i cattolici continuarono a servirsene per indicare i monofisiti dissidenti autonomi nell'Egitto e nella Siria. Nei secc. VIII e IX s. Giovanni Damasceno e s. Teodoro Studita componevano ancora trattati contro gli a.

La storia del movimento a. tra gli anni 482 e 518 presenta molte complicazioni, specialmente in Egitto ed in

Palestina. La grande maggioranza dei monaci di questi paesi coi loro archimandriti furono a. Oltre Severo d'Antiochia, i principali capi del movimento furono Filosseno di Mabbug, Pietro l'Iberiano, vescovo di Maiuma, e il nubiano Nephalios, che poi passò al partito enotico (v. MONOFISITI).

BIBL.: Zaccaria il Retore, Vita di Severo d'Antiochia: PO 2, 7-115; R. Raabe, Petrus der Iberer, Lipsia 1895; K. Ahrens - G. Krüger, Die sogenannte Kirchengeschichte des Zacharias Rhetor, Lipsia 1899, pp. 75-139; Les Plérophores de Jean de Maiuma, traduzione E. Nau: PO 8, passim; P. van Cauwenbergh, Études sur les moines d'Égypte depuis le Concile de Chalcédoine jusqu'à l'invasion arabe (640), Parigi 1914; S. Vailhé, s. V. in DHG, I, coll. 282-88. Martino Jugie

2. DIRITTO CANONICO

Nel linguaggio dei canonisti si dicono talvolta a. quei chierici secolari che non sono incardinati in alcuna diocesi o circoscrizione similare; tali chierici si dicono anche, più comunemente, clerici vagi o vagantes (v. INCARDINAZIONE).
Cite this article

“ACCUSE CONTRO I CRISTIANI.” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 149. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/accuse-contro-i-cristiani.